Leopardi, Unabomber e altri eversori

“Mi investe in malo modo [il Procuratore generale Pizzillo] dicendo che all’ufficio istruzione stiamo rovinando l’economia palermitana… mi dice che devo [bloccare] Falcone”. Rocco Chinnici, 1982.

“Pizzillo era la norma, Chinnici e Falcone l’eccezione (e non sarebbero stati assassinati se non fossero stati, per carattere e qualità, il genere di persone di cui parla qui: eccezioni isolate, che non avevano alle spalle una magistratura forte e degna). Anche oggi, anche a Roma e al Nord, è prassi negli uffici giudiziari applicare, apparentemente senza opposizione interna, la “dottrina Pizzillo”. Non riguardo alla mafia, che è divenuta un alibi nella misura in cui consente di lasciare sguarnita la lotta ad altre forme di grande criminalità; ma in una forma avanzata, moderna, complementare alla lotta alla mafia, per la quale certi crimini eccellenti che sono parte integrante della produzione legale di ricchezza, o che sono comunque intrecciati con la produzione legale di ricchezza, crimini cari ai poteri forti internazionali, non devono essere svelati né disturbati da denunce di reato; i poteri forti internazionali vanno compiaciuti o attivamente serviti, e sono i denuncianti a dover essere fermati, come eversori da neutralizzare, senza andare per il sottile”. F. Pansera, Brescia.

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“Se vivesse ai nostri giorni, Giacomo Leopardi forse metterebbe le bombe; andrebbe considerato un potenziale terrorista dinamitardo, dato il suo profilo psicologico e le fortissime somiglianze tra il suo pensiero e la critica di Unabomber alla tecnologia e agli altri valori che reggono il sistema USA”. Sunto da “Leopardi, Unabomber”. TJ Harrison, Dip. di italianistica, Columbia university, e Istituto italiano di cultura, New York, 1999.

“In effetti il Manifesto di Unabomber, scritto da un brillante ricercatore, a parte l’appello delirante alla violenza contiene una critica della tecnologia – condivisibile da molti, secondo diversi commentatori mainstream –  che ha punti di contatto con Leopardi, così come con altri rispettabili critici della modernità come Freud, Spengler, Ellul, Illich, Postman; critici vigorosi, che certo non erano malati di mente e non hanno spedito pacchi esplosivi, o torto un capello ad alcuno. (Il dr Freud, che nell’andare in USA disse “Io porto la peste…”, oggi, al tempo del “bioterrorismo”, dovrebbe pensarci due volte prima di fare questa dichiarazione). Se, coerentemente alla visione diadica amico/nemico propria degli apparati repressivi, si può sporcare con tali cervellotiche insinuazioni una figura come Leopardi, figuriamoci cosa si può fare della reputazione di noi comuni mortali che ci arrabattiamo a studiare e pensare, e impugniamo la penna con mano pesante. Così, anche l’altro dei due gobbetti tisici che abitano nel ristretto giardino dei giganti della cultura italiana riceve in un certo periodo storico il marchio del pericoloso sovversivo. Mussolini, padre della versione dichiarata del fascismo, con Gramsci lo aveva fatto apertamente, e aveva ammesso che era la sua mente che bisognava fermare”. F. Pansera.

“Perché i legali di Zornitta [falsamente accusato da strutture di polizia, e poi scagionato, n.d.r.] sostengono che l’identità di Unabomber … il derivato italiano [dello statunitense] Kaczynski … ha una matrice anglosassone? R. Fiasconaro, “Piccoli Unabomber crescono”, Left, 16 feb 2007.

“Uno dei possibili esiti di questa legge è «la criminalizzazione del dissenso politico»”. N. Chang sul Patriot Act, in: H. Zinn, Il nuovo maccartismo benedetto dai sondaggi. il Manifesto, 11 set 2002.

“Brescia rinnova la sua solidarietà e amicizia al … Governo USA, attaccato brutalmente dal fanatismo dei terroristi … anche perché ha vissuto sulla propria pelle lo sfregio e l’insulto del terrore”. Brescia, Parco Torri gemelle, 2003, commemorazione dell’11 set 2001 tenuta da Paolo Corsini, DS, allora sindaco di Brescia, professore di storia contemporanea, già componente della Commissione stragi.

“Il bioterrorismo è una minaccia incombente. Il mondo occidentale vive in allerta e preoccupazione. E ha deciso che la sua difesa passerà da Brescia”. M. Varone, Brescia Oggi, 16 dic 2003, sulla scelta USA di includere l’università e l’ospedale civile di Brescia nella “Transatlantic cooperation on combating bioterrorism”.

“Può darsi che l’inafferabile mentecatto, o l’inafferabile entità, il serial bomber che nonostante il suo mutismo i media hanno battezzato Unabomber (Unabomber “del Nord Est”, la vecchia frontiera calda, ricca più di prima di basi NATO, culla storica dell’eversione pilotata) non faccia eccezione alla regola nostrana della strategia della tensione mediante un terrorismo “false flag”. Data la storia del rivolo di sangue che ha tracciato il percorso alla Repubblica fin dalla sua nascita, non è corretto escludere a priori che quella dell’Unabomber del Nord Est sia stata una follia inscenata, derivante da un disegno politico. Un’altra operazione dei soliti burattinai, aiutati dai soliti “pezzi deviati” delle istituzioni, incuranti dei soliti tiepidi della parte “sana” delle istituzioni; adeguata stavolta alle necessità dell’era successiva alla vittoria della Guerra fredda. La vulgata e le analisi invece, mentre enfatizzano la pista dello psicotico isolato, negano, tacendola, tale pista, e d’altra parte oggettivamente vengono a farne parte, imponendo il nome “Unabomber”, la più infelice delle etichette, indovinata all’incontrario, come mi accingo a spiegare; sarebbe utile indagare chi l’ha introdotta e come si è affermata.

Tra le ratio dell’operazione Unabomber può esservi stata quella di giustificare sul piano culturale e psicologico l’applicazione della dottrina Pizzillo, da parte di magistrati, forze di polizia, burocrati, in obbedienza a poteri superiori, verso coloro che sono su posizioni difformi rispetto ad egemonie culturali, e che costituiscono una minaccia per i crimini della tecnologia imposta dalle grandi corporations, es. i crimini della medicina. Le singolari tesi su Leopardi rilasciate a Manhattan, se non sono espressione diretta di un’operazione di condizionamento ideologico, come pure è possibile, sono quanto meno rivelatrici di un modo di porsi rispetto a quello che può essere definito il “dissenso leopardiano”. Il dissenso leopardiano del 21° secolo, cioè la critica intellettuale civile, razionale e umanista alla tecnologia e ai suoi miti, e alle sue imposture, in una democrazia vera dovrebbe essere libero e tutelato, per quanto poco allegro a leggersi e in alcuni casi fortemente nocivo per grandi interessi illeciti.

Nella fictio democratica il dissenso leopardiano è consentito finché consiste di generici e vani mugugni su “che tempi”, o di accuse specifiche ma circoscritte ad aspetti che non pregiudicano gli affari, non avendo effetti diretti sulla Domanda, es. l’inquinamento; mentre sono percepite come minacce forme di dissenso e di denuncia circostanziata in grado di danneggiare grandi business influenzando negativamente la Domanda; denunce o critiche che, anche quando apprezzano la tecnologia come mezzo di emancipazione dalla condizione umana, la criticano come nuova religione, fonte di nuove frodi, che denunciano nel merito; follie terroriste, che minano il sistema minando la fiducia, la speranza, l’ottimismo necessari a sostenere la Domanda; un “pessimismo” di una varietà particolarmente funesta, perché non si limita al cosmo come quello di Leopardi, ma verte sui consumi; un “pessimismo” potenzialmente in grado di fare danni a forme mascherate e inconfessabili di sfruttamento, che va fermato; ma senza darlo a vedere, in maniera non mussoliniana.

Per fare solo un esempio, la cura del cancro dovrebbe essere un pinnacolo di scienza ed etica, e come tale vuole apparire e abbiamo bisogno che appaia; se si sostiene, su un piano tecnico, che il cancro nel sistema capitalista è divenuto un importante settore economico, basato sullo sfruttamento della sofferenza e della paura, e che ciò in realtà ha portato su larga scala non solo a non guarire il cancro nei soggetti affetti, ma anche a diagnosticarlo falsamente ai sani, in modo da trattare anche loro; se si svelano i meccanismi, e i macchinisti, “osceni”, fuori scena, coi quali ciò viene ottenuto; o se anche solo si contraddice, su un piano scientifico, la “scienza” sulla quale si basa tale colossale truffa; allora si può essere iscritti nel registro delle persone da fermare. I boicottaggi, le epurazioni, la sorveglianza, le attività di discredito, indimidazione, provocazione, pressione psicologica e logoramento e gli altri atti fascisti coi quali “disarticolare” tale dissenso, nel nome della legalità e della sicurezza, saranno facilitati se si riesce a creare il clima culturale adatto, accostando le forme di dissenso proibite al terrorismo oppure al disturbo mentale. La criminalizzazione oppure la patologizzazione del dissenso, vecchi arnesi del totalitarismo.

Meglio ancora se si riesce ad accostare surrettiziamente il dissenso sia alla violenza fisica che al disturbo mentale, a fondere le due figure del disturbato e dell’attentatore, in un ibrido universale capace di rappresentare in negativo un ampio spettro di dissenso non preconfezionato; ma senza esporsi troppo, senza accusare direttamente di terrorismo gli epurandi o porre diagnosi di malattia psichiatrica grave; facendo piuttosto aleggiare la possibilità, data da gravi casi pregressi.

Ciò è particolarmente rilevante per il dissenso scientifico, tecnico e accademico, (la “Un” che sta per “universities” nell’acronimo “Unabomber”) per il quale appare esservi una volontà di provocare fenomeni del genere: cfr. A. Chase, Harvard and the making of the Unabomber, Atlantic monthly, Giu 2000; un resoconto che induce anche a considerare una pista, e un pericolo, che sembrano essere stati colpevolmente trascurati dagli investigatori e dagli inventivi pappagalli dei media: la patologizzazione surrettizia basata su casi di patologizzazione materiale, cioè la possibilità che degli “Unabomber” possano venire creati eccitando e incanalando i nuclei psicotici di qualche sventurato; o anche la criminalizzazione materiale del dissenso – es. l’aizzare atti violenti in qualche gruppo “animalista” o “ecologista” di arrabbiati – come fu fatto negli Anni di piombo stimolando e coltivando le stupide velleità ideologiche e la personale voglia di violenza di brigatisti, neofascisti e affini.

Un accostamento che è un lanciare il sasso e nascondere il braccio – come fa l’Unabomber del Nord Est – volto a confondere tra l’estremista e chi si sente costretto dalla ragione e da convinzioni morali a non seguire la massa, assumendo così posizioni che sono radicali relativamente al contesto piuttosto che in sé stesse. Un accostamento col quale annullare, e se possibile trascinare con sé, quei pochi che nelle ricorrenti ondate di follia dell’umanità riconoscono il male nella sua banalità, e vi si oppongono. Un accostamento che può arrivare a scambiare di posto la perla e la carogna, mossa meno difficile di quanto si possa pensare; fare passare per un mezzo terrorista un Leopardi – e per benefattori dell’umanità fior di furfanti – non è troppo difficile per il potere. Non è difficile al potere ingannare chi vuole essere ingannato; un popolo di telespettatori, una società civile tanto votata a ergersi contro i fanti dell’eversione del passato quanto a stare alla larga dai santi di quella del presente, e una classe dirigente che usa le istituzioni come un carapace entro il quale campare confortevolmente cento anni e più.

Un accostamento che appare essere stato instaurato attraverso una catena, sottile ma ordinata e tenace, percorribile nei due sensi, di associazioni “bi-logiche”, persuasive e ben intonate al milieu mediatico, anche se false, labili e illogiche (e perciò negabili all’occorrenza): Bombarolo pazzo delle Venezie -> Unabomber -> Kaczynzki -> Critica leopardiana al sistema liberista -> Qualsiasi ferma posizione critica ritenuta inaccettabile per gli affari del sistema liberista. Un ferreo dire e negare di averlo detto; che si aggancia all’ancoraggio solido fornito dalle bombe per tessere una ragnatela ideologica, mediante quei passaggi che sono frequenti nella storia della disinformazione attorno allo stragismo e agli omicidi politici: fallacie come il sorite, la quaternio terminorum, il medio non distribuito, la violazione del “latius hos”; la colpa per associazione, la slothful induction accoppiata alla generalizzazione affrettata; sorrette a loro volta dal “Perché sono il leone”, che non è solo una fallacia.

L’Unabomber del Nord Est, che appare assommare troppa diavoleria per un solo uomo (un paranoico sociopatico, un artificiere con libera disponibilità di esplosivi, un abile costruttore di gadget da 007, un freddo agente operativo che conosce le tecniche per non farsi scoprire, un fine psicologo del terrore) potrebbe essere un team di professionisti della “comunità” internazionale dei servizi. Riempirebbe un libro l’esposizione di tutti gli elementi che mi fanno sospettare che quelle dita saltate e quegli occhi bucati in ultima analisi siano serviti a permettere che politici, forze di polizia e non ultimi magistrati lavorino comodamente, discretamente, e nella maniera più bassa per “quei coglioni che possiedono l’orbe terracqueo” (Leopardi)”. F. Pansera.

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“[L’arcivescovo di Palermo Ruffini nel 1964] denunciò una diabolica congiura mediatica mirante a calunniare la Sicilia; una congiura che aveva tre teste. … Danilo Dolci … Giuseppe Tomasi di Lampedusa … e la mafia, la quale, affermava Ruffini, non era niente di grave”. J. Dickie, Cosa nostra. Storia della mafia siciliana, 2005.

“Sono insopportabili questi importuni che ricordano, con il loro esempio, fastidioso come un rimprovero vivente, che nel mondo esiste la onestà e la dignità”. P. Calamandrei,  arringa in difesa di Danilo Dolci, 1956.

“Ed era contro di essi che in realtà erano accesi i fuochi delle montagne, attizzati del resto da uomini assai simili a quelli che nei conventi vivevano, fanatici come  essi, chiusi come essi, come essi avidi di potere, cioè, com’è l’uso, di ozio”. Il Gattopardo.

Brescia, 12 ottobre 2010

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Commento al post di Aldo Giannuli “Breivik e gli altri: siamo sicuri che siano tutti (e solo) matti?” del 15 dic 2011

Patologizzazione surrettizia e patologizzazione materiale

Il prof. Giannuli vede un possibile fattore causale comune tra le stragi del norvegese Breivik e quelle avvenute nelle stesse ore ieri a Liegi e Firenze. Mi pare significativo che Breivik abbia citato l’Unabomber statunitense, portatore di un messaggio ideologico molto diverso, come ispiratore. Sulle ultime due stragi e la loro coincidenza – e sulle reazioni, come quella a cacio sui maccheroni di Sofri – sono possibili diverse ipotesi; questi episodi (come pure alcuni strani suicidi) spingono ad una serie di congetture che gli esperti dovrebbero studiare. Può essere utile, in questo bell’argomento di come la caratteriopatia sociopatica di chi ha potere possa usare come arma la psicosi, la distinzione tra patologizzazione surrettizia e patologizzazione materiale, che ho considerato a proposito dell’Unabomber del NordEst:

https://menici60d15.wordpress.com/leopardi-unabomber-e-altri-eversori/

Nella patologizzazione surrettizia si fa figurare come pazzo chi non lo è. Con la simulazione, come forse è avvenuto nel caso dell’Unabomber del NordEst. O con la calunnia; spesso aiutata da torti e provocazioni che provocano comportamenti rappresentabili come disturbati; così come ad un osservatore esterno doveva sembrare un matto Renzo Tramaglino mentre, roteando le braccia, e con esse i capponi che teneva in mano, andava dall’Azzeccagarbugli.

Non è così difficile simulare l’opera di un pazzo; o applicare l’etichetta di pazzo. In USA mi è stato insegnato che nella diagnosi microscopica dei tumori occorre tener presente che se si esaminano le cellule normali ad ingrandimento troppo elevato si tende a vederle come cancerose. Riflettei che avviene lo stesso con le persone; Basaglia ha detto che “da vicino nessuno è normale” e lo “scrutiny” è elencato tra i sistemi per mobbizzare i whisteblowers. Benigni nel “Il mostro” fa dell’umorismo sulla pratica della parafrasi psichiatrica di comportamenti normali, e su come questa provochi un circolo vizioso. Gli effetti di stigma di questa forma di patologizzazione, e le forme illegali di controllo che spesso l’accompagnano, sono favoriti dalle ricorrenti notizie di stragi commesse da folli: tra le numerose valenze di queste notizie c’è anche quella di favorire la patologizzazione surrettizia di chi è inviso al potere.

Nella patologizzazione materiale gesti folli possono essere ottenuti “eccitando e incanalando i nuclei psicotici di qualche sventurato” (cit.). C’è una letteratura complottista, e anche mi pare una più attendibile, su queste pratiche. Anche qui è possibile una similitudine con la biologia dei tumori. La cancerogenesi appare essere un fenomeno “multistep”, avviene cioè per stadi. Fattori mutageni diversi possono agire sul DNA: quando la somma dei danni multipli raggiunge una soglia si ha la trasformazione neoplastica. Analogamente, in un soggetto predisposto, che ha già salito per cause diverse alcuni gradini della scala verso la psicosi, stimoli successivi, applicati in maniera deliberata e mirata, possono portare alla psicosi franca o innescare una crisi psicotica. Sono anche possibili giochi e intrecci tra le due forme di patologizzazione.

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