Archive for the 'Aborto' Category

La lama e il manico: la violenza indiretta

11 aprile 2008

Forum http://www.marcotravaglio.it

Commento al post “La coltivazione della viltà: Giuliani e Bagnaresi”

sito chiuso


Per quale motivo, per quali interessi, cambi le mie parole e falsifichi quanto ho scritto? Non ho scritto che l’autista abbia mirato e investito volutamente Bagnaresi. Ho scritto che non si sarebbe dovuto cancellare a priori l’ipotesi che l’autista abbia voluto compiere un gesto violento contando sulla improbabilità che andasse a segno; e che ci sono evidenze in questo senso, a fronte di una apparente volontà degli inquirenti di ignorarle. Penso che è possibile che l’autista abbia voluto far vedere a Bagnaresi di avere il coltello dalla parte del manico, in risposta all’atteggiamento minaccioso degli ultrà parmensi. L’atteggiamento da pilota di carro armato che hanno a volte gli autisti di mezzi pesanti contro la guapperia della domenica dei tifosi. Questa ipotesi di base, preliminare alla ricostruzione degli eventi, e cioè che l’autista possa aver messo in atto volutamente un comportamento pericoloso, “scommettendo” che non sarebbe esitato in un danno fisico per Bagnaresi, corrisponde esattamente a ciò di cui viene accusato dai magistrati l’agente Spaccarotella per l’omicidio di un altro tifoso, Sandri, commesso pochi mesi prima sulla piazzola di un altro autogrill. I magistrati hanno infatti contestato a Spaccarotella l’omicidio volontario accusandolo non di aver voluto deliberatamente uccidere Sandri, ma del cosiddetto “dolo eventuale”. L’accusa ad un poliziotto di essersi messo volontariamente a sparare ad altezza d’uomo in un luogo affollato fa bofonchiare i colleghi dell’agente, che parlano come te di ricostruzioni fantasiose, con i tuoi stessi toni da caserma. Per Spaccarotella si tenta di introdurre la solita deviazione del proiettile. Non è fantasioso ipotizzare che anche nel caso di Bagnaresi non si sia trattato di mera colpa. Non ha mai sentito di qualcuno che voleva solo fare un gesto di minaccia e invece con quel gesto ha ucciso? Non ha mai sentito dire “non l’ho fatto apposta”, e non ti sei accorto che la giustificazione era in parte sincera e in parte falsa? Non hai mai sentito dire: “come avrebbe potuto il mio cliente fare una cosa del genere, le cui conseguenze lo avrebbero danneggiato?”. Si chiama “argomento di Corax” dal nome di un retore del V sec. AC che è considerato il padre della retorica: è una difesa retorica che ha 2500 anni. Se fosse valida, nei casi di dubbio su se l’imputato ha effettivamente commesso il fatto, bisognerebbe automaticamente assolvere tutti coloro che commettono reati per idiozia. Ti giunge nuovo che sulle strade c’è chi mette a rischio la vita altrui per il gusto di fare una bravata, e che a volte finisce male? Che quando le persone sono al volante scattano strani meccanismi psicologici, che nelle liti sulla strada c’è spesso una sproporzione tra la questione e la reazione? Che quando gli animi si scaldano si possono fare fesserie, e non solo per paura, ma anche per rabbia, o perché elettrizzati dalla situazione? Pensi che gli autisti sono tutti invariabilmente buoni e saggi padri di famiglia, e i tifosi per definizione “zecche”, che se la cercano, e se la meritano, di finire schiacciati come zecche?

I giuristi conoscono bene queste situazioni intermedie tra l’omicidio per mera colpa e quello pienamente volontario; nelle quali l’omicida non agisce per togliere direttamente la vita alla vittima, ma volontariamente mette a rischio la vita della vittima. A seconda del grado di intenzionalità e di previsione e accettazione del rischio, le suddividono in “dolo eventuale” (es. un tiro di roulette russa con la testa di un altro) o “colpa cosciente”, detta anche “colpa con previsione” (es. chi si lancia con un automezzo contro un pedone solo per intimidirlo, certo della sua abilità di scartarlo all’ultimo istante, e invece lo colpisce). Come si vede, sono omicidi che spesso sono figli indesiderati del disprezzo e della malignità, omicidi derivati da carognate. Gli specialisti discutono su come distinguere le due gradazioni, che si prestano a varie ambiguità (per una discussione tecnica v. su internet “Maggiorazione della pena per colpa cosciente” del Sost. procuratore P. Mondaini. Associazione italiana familiari e vittime della strada. Atti del convegno “Giustizia per la vita”). I magistrati tendono a scambiare la precisione per l’accuratezza, e se a volte si perdono nell’analisi fine tra i due sottotipi, altre volte tralasciano la sostanza, che è comunque quella di un omicidio indiretto, non riconducibile né alla sola colpa né alla volontarietà diretta, se non con forzature. Appare che si sia regolato così Gerardo D’Ambrosio per il volo di Pinelli da una finestra della Questura. Impose l’ipotesi di partenza di omicidio volontario, sostituendola a quella di omicidio colposo. Escluse quindi l’omicidio volontario, e con una specie di sillogismo disgiuntivo saltò i gradi intermedi per affermare positivamente che era stata una fatalità (cfr. M. Calabresi. Spingendo la notte più in là. Mondadori, 2007. A. Giannuli. Bombe a inchiostro. BUR, 2008). D’Ambrosio è un magistrato dai comportamenti altrimenti lodevoli; ma quando ci sono di mezzo gli affari sporchi della polizia anche i migliori magistrati segnano il passo. (Figuriamoci i giornalisti e i blog).

Non c’è dubbio che questo genere di omicidi esista, anche se ci sono difficoltà nel definirne l’essenza e i limiti, e nel dargli un nome; e non c’é dubbio che non vada ignorato, come possibilità, in un caso come quello di Bagnaresi, che è come l’eco di quello di Sandri: scartarlo a priori è scorretto, sia che lo faccia un questore, o un PM, o un mitb. Si tratta di una categoria di reati spinosa, non solo per le difficoltà classificatorie, e della definizione dell’elemento psicologico; ma per le implicazioni politiche. E’ il genere di omicidio dei potenti, dei prepotenti; dei grandi furbi; oltre che dei furbi così piccoli che sono praticamente scemi. E’ l’omicidio degli incidenti sul lavoro causati dalla subordinazione della sicurezza al profitto: di recente il PM Guariniello ha contestato l’omicidio con dolo eventuale ai vertici della Thyssen, per i sette operai morti bruciati. Una decisione simbolica, che rinfresca la faccia alla magistratura e che difficilmente si tradurrà nella corrispondente condanna. Questo ricordare da parte di un magistrato la sostanza di molte responsabilità nelle “morti bianche” stona rispetto alle favole mediatiche sul potere buono, e ha suscitato gli irosi rimbrotti del radicale Mauro Mellini, esponente degli pseudoprogressisti che servono i poteri forti (v. su internet M. Mellini e A. Di Carlo. “Thyssen: premesse per una futura indignazione” 27 feb 2008). Sapessi quanti ce ne sono in Italia, mibt, di quelli come te che praticano l’arte di apparire contro il potere per meglio servire il potere. (L’avv. Mellini è anche uno dei sostenitori della tesi che c’è un autentico problema di patologie psichiatriche tra i magistrati). E’ l’omicidio del poliziotto che spara alla “ndo cojo, cojo”, sapendo che se va male poi avrà l’insabbiamento, o in subordine l’assoluzione perché è inciampato o per legittima difesa; o che reagisce alla legge come un ultrà (“L’imputato, invero, nella circostanza di cui è processo, si rese ben conto della particolare posizione in cui era venuto a trovarsi il vigile Z., incastrato tra lo sportello e l’abitacolo della vettura, e ciò nonostante avviò improvvisamente la marcia dell’auto, determinando la rovinosa caduta del predetto e le conseguenti lesioni, che vanno addebitate all’agente quanto meno a titolo di dolo eventuale.” Cassazione, sez VI penale, 21 giugno-27 ottobre 2006, n. 36009; qui l’errore del poliziotto è stato non tanto di replicare rompendo le ossa, ma di averle rotte a un altro agente di un altro corpo di polizia; e così il fatto è emerso ed è stato correttamente rappresentato). L’ipotesi del dolo eventuale è stata sollevata, per alleggerire la posizione di Placanica, anche per l’omicidio di Giuliani. E’ anche il genere di omicidio di chi non dovrebbe guidare essendo sotto l’effetto di sostanze voluttuarie ad azione farmacologica, o fa lo spaccone guidando (l’omicidio per colpa cosciente di recente è stato riconosciuto per Ahmetovic, l’ubriaco che ha falciato 4 persone; c’è una corrente di pensiero che vorrebbe considerare alcune tipologie di omicidio o lesioni da incidente stradale come prossime per gravità all’omicidio volontario; ma, dati i circa 7000 morti e gli oltre 100000 feriti all’anno per incidente stradale, questo progresso giuridico contrasta con gli interessi dell’industria automobilistica; la cui pubblicità sembra un catalogo di deliri psichiatrici, di sollecitazioni per frustrati, o di giocattoloni per bambini). E’ l’omicidio dell’atto gratuito e dei cialtroni (v. su internet “La differenza tra dolo eventuale e colpa con previsione ha determinato la sentenza contro Scattone e Ferraro”. G. Mola. Repubblica, 1 giu 1999). E’ l’omicidio di chi oggi inquina l’ambiente o adultera il cibo per fare soldi e domani dirà “non lo sapevo”. Vi si possono far rientrare alcune delle morti che derivano da decisioni politiche o amministrative. Non parlo qui del dolo eventuale in medicina, un capitolo troppo importante e complesso; e che toccare è pericoloso come per i tabù religiosi, e come per i fili dell’alta tensione.

E’ insomma una categoria delittuosa importante, inestricabilmente legata al modello socio-economico, che i potenti hanno interesse a coprire con l’omertà e con l’ignoranza. E’ anche uno di quegli argomenti accademici che non vengono studiati adeguatamente rispetto alla loro centralità, anche se ovviamente su di esso esiste una letteratura, più nelle scienze giuridiche che in quelle sociologiche e politiche. Gli studi etici lo annegano nel mare delle varie teorie. Il potere ha buon gioco in questa forma di censura culturale e intellettuale, potendo disporre di un esercito di persone che ragionano per stereotipi, come mitb; che dice che solo la morte di Bagnaresi non sarebbe dovuta accadere, mentre a Genova “in ballo” c’era una “guerriglia urbana” “vera e propria”. La guerriglia urbana è quella di tante città del mondo dove si è costretti a combattere davvero, per ragioni vitali, e le persone muoiono come mosche. C’è stata in Italia durante la Resistenza. I disordini sanguinosi in occasione di manifestazioni per ideali umanitari più o meno sentiti non sono guerriglia urbana. A Genova c’è stata una simulazione di guerriglia urbana, con la regia delle forze di polizia, e con le comparsate volontarie di quelli che si imbottivano come giocatori di football americano, sfasciavano cassonetti, vaneggiavano di assaltare la zona rossa che li separava dai capi del potere militare che ha in mano il mondo. L’avere avuto un morto, Giuliani, non conferisce di per sé alcuna patente di serietà o di valore ai “combattenti” sopravvissuti. Senza l’ala “militarista” dei no global, le responsabilità della polizia sarebbero apparse nitidamente. Così invece hanno potuto giocare sulla condanna degli “opposti eccessi”, come avviene da decenni. I vili della polizia l’hanno chiamata guerriglia in modo da poter credere e far credere di aver combattuto, in conformità con l’onore militare; e non di aver fatto gli squadristi, calpestando l’onore militare. I vili con la bandana, che hanno seguito i soliti pifferai, si sentono “veri e propri” “guerriglieri” (anzi, “guerriglieri-però-per-la-pace”) per giustificare il loro pecoronesco fare da spalla al sistema e permettergli di riprodurre il suo potere repressivo. Gli scontri per strada al G8 di Genova sono stati la solita farsa italiana esitata in tragedia. Non è stata una guerriglia; “poche macchie di sangue sulla veste buffonesca” (Lampedusa). E’ ottima cosa manifestare, purché con criterio: evitando di cadere nella trappola dello scontro “guerrigliero”. La tua pretenziosa “guerriglia” sta alla guerriglia vera che insanguina il mondo come la dieta per presentarsi in spiaggia sta alla fame di chi non ha da mangiare. E’ grazie anche ai bigotti di sinistra che non sanno quello che dicono parlando di guerriglia urbana, che rimaniamo sempre immobili, nello stesso stato di arretratezza politica. Tanta retorica bolsa, ma nessuna mobilitazione, dopo Genova, per avere anche in Italia una legge che preveda il reato di tortura, e l’identificabilità dei poliziotti mediante codici sulle uniformi nelle manifestazioni. I “guerriglieri” “veterani” della “Battaglia di Genova” potrebbero ricordare Giuliani e le vittime delle cariche, della Diaz e di Bolzaneto organizzando una campagna per avere anche in Italia il reato di tortura e l’identificabilità dei poliziotti alle manifestazioni. Ma forse gli va bene così.

La violenza indiretta è la violenza silenziosa tipica del potere ai tempi della democrazia formale. Non è limitata all’omicidio o alle lesioni. E’ la violenza di chi ha il coltello dalla parte del manico. Quando ci sono di mezzo interessi rilevanti, amministratori corrotti, politici corrotti, poliziotti corrotti, preti, magistrati corrotti possono abusare del proprio potere e impostare una situazione ricattatoria di dolo eventuale, certi che le persone cederanno: “Non ci importa che tu sia nel tuo buon diritto. Devi fare quello che vogliamo noi, altrimenti ti schiacciamo”. E pigiano l’acceleratore, sapendo che nella quasi totalità dei casi la gente si spaventa, si tira indietro e rinuncia al suo diritto. Qualche rara volta qualcuno resiste, e viene schiacciato. Poco male; gli stessi che hanno trasformato il potere istituzionale loro affidato in potere mafioso faranno presto ad addebitargli la colpa: chi non riconosce il superiore diritto che si crea con l’impugnare il coltello per il manico, è come chi pretenda di opporsi al coltello puntato impugnandolo dalla parte della lama: se l’è cercata. L’autista che marcia col suo automezzo contro il pedone per obbligarlo a spostarsi è anche la metafora di questa legge del più forte che il potere applica di continuo. L’omicidio indiretto è il modo di uccidere della borghesia mafiosa, o meglio del vasto generone mafioso che regge il Paese; il metodo per uccidere dei vili, degli ipocriti, degli opportunisti; quindi a volte è anche il modo di morire di chi è troppo pulito per il sistema. E’ una fattispecie che viene protetta in quanto legata all’esercizio del potere. L’autore di “Toghe rotte”, il Procuratore aggiunto di Torino Bruno Tinti, ad una conferenza ha spiegato che in altri paesi il potere ha formalmente stabilito un’organizzazione giudiziaria che gli assicura l’impunità; per il resto, cioè per la routine che riguarda il comune cittadino, il sistema giudiziario funziona; mentre in Italia l’impunità per i vari intoccabili viene ottenuta per via informale, mediante un’inefficienza e un lassismo giudiziario generalizzati (pilotato anche dai magistrati; ma questo Tinti non l’ha detto). “La legge è moscia per tutti” (che poi non è del tutto vero, perché la stessa “legge” con alcuni è di una ferocia bestiale). Deve essere moscia per tutti affinché non sia uguale per tutti. Per esempio, se incriminassero l’autista per colpa cosciente o dolo eventuale, poi sarebbe loro più difficile sottrarre alle sue responsabilità Spaccarotella, un caso con lampanti analogie, e più grave. Può darsi che l’autista stia beneficiando di questo sistema informale che assicura mani libere alle varie caste. Un beneficio di tipo epifenomenico, che ricade sulle spalle dei cittadini comuni. Ma se un autista facesse il bullo contro un potente che si parasse davanti al suo automezzo, e se per disgrazia o nell’esaltazione del momento lo uccidesse, il problema non sarebbe quello di spaccare il capello in quattro tra dolo eventuale e colpa cosciente; sarebbe se e quando l’omicida uscirebbe dal manicomio giudiziario di Aversa.

Quindi, mitb, sei in buona compagnia. Non solo i poliziotti sboccati quanto te e anche di più, ma anche politici, fini giuristi e commentatori, e di conseguenza anche parte dell’opinione pubblica, approverebbero le tue posizioni arroganti, superficiali e sguaiate, come princìpi autoevidenti. Manca invece su questo tema dell’omicidio indiretto una discussione pubblica civile e proporzionata alla sua importanza. Coloro che lo liquidano come fai tu, berciando insulti alla vittima e a chi tenta di parlarne, possono contare inoltre sul sostegno di quello che si vuole sia il maggior tribunale morale: la Chiesa. Nel suo catechismo ufficiale, spiegando il V Comandamento, “Non uccidere”, la Chiesa stabilisce che Dio quando ha imposto di non uccidere si riferiva solo ad alcuni atti, particolarmente gravi, e non ad altri. Secondo il catechismo Dio non si riferiva all’omicidio colposo, e questo può essere comprensibile; si riferiva all’aborto, e questa appare come una forzatura, perché l’aborto è una di quelle cose che hanno la proprietà di non avere analoghi: di non essere riconducibili ad altri oggetti o atti, data la natura particolare e unica dell’embrione o del feto, che non sono semplici tessuti, ma neppure piene persone, costituendo il passaggio dal biologico all’umano. Forse ciò cui un aborto assomiglia di più è un’amputazione. E’ innegabile che l’aborto pone problemi etici, ma equiparare le donne che abortiscono a delle assassine appare errato e ingiusto. Se per l’aborto il catechismo della Chiesa pone una soglia dell’omicidio artificiosamente bassa, e inventa un’analogia con l’omicidio volontario della persona formata, lo stesso catechismo per l’omicidio indiretto pone una soglia infinitamente alta, e qualsiasi connessione con l’omicidio volontario viene arbitrariamente soppressa. Il catechismo sostiene infatti che la proibizione del V Comandamento è limitata all’omicidio “diretto e volontario”. Si elimina dal precetto divino fondamentale la categoria enormemente importante dell’omicidio indiretto, una delle maggiori forme di male del mondo moderno. I giuristi ci insegnano che il dolo eventuale può in alcuni casi essere non meno grave dell’omicidio volontario. Invece secondo la Chiesa un Dio sbadato non proibisce come peccato mortale l’omicidio che, commesso accettando la possibilità di trasgredire il V Comandamento, sia fisicamente o moralmente mimetizzato da colpa o da incidente incolpevole. Si crea un Dio un po’ troppo a immagine e somiglianza dell’uomo. Un Dio onnisciente viene trasformato in un pensionato sempliciotto e debole di vista; un Dio buono in un dittatore, che è severissimo con le donne che si trovino nel tormento del conflitto con la loro gravidanza mentre legifera spregiudicatamente a favore dei potenti e dei prepotenti. Abbiamo un politico, Berlusconi, che ripete di essere simile a Gesù, e ne avremo ancora di leader politici che scoprono di avere affinità col Padreterno. Tanto più se si fa figurare che Colui che ha fatto l’universo ha presentato a Mosè sul Sinai Tavole della legge truccate, come colui che ha fatto “Milano 2” trucca a Palazzo Chigi le leggi dei codici.

Ho chiesto pubblicamente al teologo che ha compilato il catechismo, e che nel frattempo è divenuto Papa, di spiegare questa singolare posizione sull’omicidio indiretto; gliel’ho chiesto in occasione di una protesta dove si asseriva che gli sarebbe stata negata la libertà di discussione accademica alla Sapienza, perché alcuni professori hanno espresso critiche sulla scelta del rettore di fargli tenere proprio la lezione che segna l’inizio dell’anno accademico; il Papa avrebbe dovuto parlare della pena di morte (“Professor Ratzinger, qual è la definizione di omicidio?“). Non ho ricevuto risposta. Non pretendo naturalmente che mi risponda il Pontefice in persona; mi basterebbe uno qualsiasi dei tanti moralisti cattolici, o l’ultimo curato. Credo che prima o poi la risposta arriverà, speriamo dotta e mite come si conviene a degli uomini che predicano il dialogo in nome di quel Dio del quale editano i Comandamenti. Per ora è arrivato, su questo blog, il laico commento di mitb: quanto sollevo ammonta a “una cagata colossale”. Gli aspetti teologici, filosofici e pastorali verranno dopo.
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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia

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28 gennaio 2015

Blog de Il Fatto

Commento al post di M. Pasciuti “Atac, a Roma microfoni sui bus contro i crimini. “A rischio la privacy” “

L’articolo di TIME “Eyes And Ears Of The Nation” “Occhi e orecchi della nazione” (A. Ripley, 27 giu 2004) spiega come in USA gli autisti di autobus siano usati dai servizi come “empowered civilians” per avere sulle strade una rete di informatori; ufficialmente in funzione antiterrorismo. Da noi forse si vuole introdurre l’idea di quanto è meraviglioso che si usino anche i mezzi pubblici per tenerci monitorati. D’accordo sulla sicurezza, ma appare che agli autisti vada bene controllare, ma non essere controllati; e che almeno finora questa sia stata anche la tendenza di chi decide queste cose. E’ possibile che si voglia proseguire su questa linea, accoppiando necessità di sicurezza e privacy dei lavoratori. Mentre gli autisti non andrebbero esclusi dai controlli. Posso testimoniare come in Italia da anni gli autisti di bus e pullman vengono anche usati per operazioni di stalking e provocazione, probabilmente giocando sul solito equivoco della “sicurezza”. E come esibiscano l’appoggio delle forze di polizia e di quegli altri dipendenti pubblici che corrispondono alla funzione di magistrato. Ci si può immaginare cosa può fare da noi un raccomandato che sa solo guidare e che quanto a coscienza civile fa apparire al confronto il poliziotto, CC o vigile medio come un colto e pensoso umanista, se chi deve sanzionarne le infrazioni e gli abusi lo fa agire da “empowered civilian” al volante di un mezzo pesante.

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28 febbraio 2015

Blog de Il Fatto

Commento al post “Roma: bus investe e uccide giovane ma riparte. Autista: ‘Non me ne sono accorto’ “

Gli autisti di autobus sono esposti a automobilisti prepotenti, portoghesi aggressivi, teppisti e facinorosi; questo si sa e viene riportato dai media. Ciò che non viene reso noto è che d’altro canto in questo paese di fascisti e piduisti gli autisti, in genere raccomandati, vengono utilizzati per gesti di intimidazione verso cittadini scomodi mediante i mezzi pesanti che guidano. Molti di loro si sentono i piloti di un elicottero Apache o di un Warthog A-10 in missione antiguerriglia verso i pedoni sulle strisce o i pacifici automobilisti che la Mamma dice di tenere sotto costante avviso di stare attenti a come si muovono. La combinazione tra da un lato gli atti di inciviltà che subiscono, e dall’altro l’atmosfera di incoraggiamento e le spalle coperte per i reati che non pochi di loro sistematicamente commettono su mandato, può portare a incidenti, anche mortali. Se il pilota, voglio dire l’autista, che ha investito il ragazzo dopo una lite nella piazza centrale di Roma, ha qualche responsabilità di carattere doloso può stare abbastanza tranquillo, perché in un porto le cui nebbie hanno inghiottito interi bastimenti un bus non farà fatica a scomparire, per essere poi restituito innocente come il trenino che porta in giro i bambini a Villa Borghese.

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20 aprile 2015

Blog de Il Fatto

Commento al post di D. Balotta “Roma, sciopero ‘selvaggio’ di bus e metro. Se a guidare quel treno fosse stato un esodato?”

Alla distinzione tra “lavoratori” e “padroni” oggi con l’ideologia liberista se ne è sovrapposta un’altra, trasversale: quella tra chi agisce secondo il calcolo degli interessi e chi agisce, all’antica, secondo decenza, cioè rispettando il prossimo. Gli autisti dei mezzi pubblici, spesso raccomandati, mostrano di agire secondo il calcolo del proprio tornaconto, senza scrupoli morali, non diversamente dai “padroni”; ai quali finiscono per assomigliare, in piccolo, nel farsi i propri interessi a danno delle persone comuni. Avendo gli autisti adottato il criterio amorale degli sfruttatori, il “mors tua vita mea”, occorre liberarsi della figura romantica del tranviere brava persona: non va riconosciuta agli autisti alcuna simpatia umana per un presunto “sfruttamento”. Anche per questa loro grettezza, andremo comunque verso forme di privatizzazione, cioè trasporti più cari e modellati sugli interessi di chi li gestisce. Si deve invece chiedere che, tra gli interessi di parte dei poteri economici e politici e quelli dei loro piccoli imitatori al volante, il servizio di trasporto pubblico non venga ulteriormente degradato.

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28 gennaio 2017

Blog de Il Fatto

Commento al post di V. Bisbiglia “Parentopoli Atac Roma, 150 a rischio licenziamento: “Privi di requisiti” Sindacati: “Responsabilità di altri” “

Adesso abbiamo anche i raccomandati a loro insaputa. Con la differenza che dare del corrotto ai politici fa parte del discorso permesso, ma pochi hanno il coraggio di riconoscere il carico di corruzione, i guasti alla vita civile, generati dalle congreghe di clientes che hanno avuto il posto di autista o di spazzino.

No Dal Molin ~ Elezioni: “Pesélo, paghélo, impichélo”

13 maggio 2007

Forum http://www.altravicenza.it

Post del 13 mag 2007

cancellato con l’azzeramento del forum


“Quando il doge di Venezia presentava al popolo il nuovo Magistrato delle Acque, cioè colui che doveva sovrintendere alla costruzione e alla conservazione delle opere idrauliche necessarie alla vita di una città come Venezia, “in aquis fundata”, pronunciava la formula: “Pesélo, paghélo, impichélo”. Cioè, valutatelo e se va bene stipendiatelo, ma se mancherà al suo ufficio, impiccatelo.
Ecco perché, venuta meno qualche buona norma, Venezia sta andando in rovina.”
(Piero Chiara, 1971)

La Repubblica veneta, formalmente democratica ma retta da un’oligarchia, aveva chiara l’importanza del controllo popolare: il potere stesso esortava i cittadini ad esercitare questo diritto-dovere senza mezze misure. Trasponendo l’antica espressione ai nostri giorni, si può dire che i cittadini hanno l’obbligo di valutare bene la qualità dei loro governanti; ai quali devono pagare il tributo di rispetto e obbedienza, se sono all’altezza dei loro incarichi. Ma se i governanti tradiscono la fiducia su temi gravi, basilari per la sicurezza e il benessere, i cittadini devono eliminarli nella maniera più netta ed energica dal ruolo di governo, certo non con mezzi cruenti, ma con il ripudio morale e non votandoli. In una vera democrazia, essere elettore è già un incarico importante: comporta l’ufficio di pesare le magistrature elettive, accettarle, o destituirle del consenso. La democrazia, forma di governo innaturale e sofisticata, non è un “volemose bene” o la libertà di mugugnare per essere stati fatti fessi dopo che si è votato. La diffidenza e’ un mezzo di difesa della democrazia che accomuna tutte le persone sensate, ha scritto Demostene, un politico che amò profondamente la democrazia e difese strenuamente la libertà della sua città.


Prima della decadenza, Venezia riuscì a mantenersi sovrana nei secoli tra stati molto più grandi (non sovrana rispetto agli zingari, come piace ai duri di paese del “padroni a casa nostra”; che servono gli interessi della globalizzazione, ai quali occorre un’Italia ancora più divisa e debole). Vi riuscì anche grazie ad un assetto istituzionale provvisto di meccanismi solidi ed efficienti di controllo e bilanciamento; l’antica Repubblica veneta e’ stata considerata un modello dagli USA, che disprezzano la nostra attuale condizione. Sotto i dogi i cittadini minacciavano gli amministratori di impiccagione, cioè di lussazione delle vertebre cervicali, se non avessero tenuto in piedi la città. Sotto i Prodi e gli Hullweck sono i cittadini che vengono scansati dalla loro città come ometti senza spina dorsale per fare posto ad un esercito straniero. Vicissitudini storiche della colonna vertebrale in Veneto.

Forse è ora di tornare all’antico. “Impichélo” è la parola giusta, non perché si debba torcere un capello ad alcuno, ma perché si deve dare uno strattone, si deve compiere una scelta brusca, netta e senza complimenti contro quelle persone e quei gruppi che si siano dimostrati incapaci o corrotti; superando la riverenza naturale per l’autorità, e quella indotta dall’ideologia. Ci vogliono chierichetti dei loro riti, oppure ribelli ciechi e violenti, ma non cittadini responsabili che controllano chi li controlla; riprendiamo invece questo ruolo. Uno strattone interiore, riconoscendo che non si perde nulla ma si guadagna, per lo meno in dignità; rifiutando di farci imbrogliare, di onorare appartenenze ormai svuotate, di seguire le voci suadenti che fanno vibrare come nuovi i nostri sentimenti e speranze di libertà, giustizia, pace che poi calpesteranno. Non riusciremo ad affrontare le falsità della politica se prima non “giustizieremo” le nostre contraddizioni interne. Sono le nostre stesse contraddizioni che dobbiamo impiccare. Lotte come questa contro la base militare, che portano a dover verificare le proprie forze e le proprie debolezze, possono fare crescere.


Con il nuovo insediamento USA, anche Vicenza avrà la sua acqua alta. Un’acqua alta perenne. La seconda caserma menoma la città, e contribuisce al declino dell’intera nazione. Tutti gli Italiani dovranno pagare in denaro e in degrado, sociale, ambientale e urbanistico, per una base che frutterà a noi e alle generazioni che ci seguiranno come minimo la maledizione di lontane popolazioni civili quando, non avendoci fatto nulla, subiranno operazioni di macelleria partite da qui. Questo di Vicenza è un momento della verità che permette di pesare la qualità dei nostri governanti, di valutare quanto curano le fondamenta della città e quanto invece i loro interessi.


Quanto pesano i politici del liberismo, che cavalcano l’idea furba che contano solo i soldi, e che i valori non sono una protezione, ma una zavorra che può essere proficuamente sostituita da una nuvola di chiacchiere, moine e pagliacciate. Per loro la libertà è la libertà di fregare il prossimo, inclusi i propri elettori. Quanto pesano i clericali, emissari di un potere che per secoli si è accordato con potenze straniere per il controllo dell’Italia, e ha ripreso a farlo con gli USA dopo la II Guerra mondiale. Non sorprende che dai pulpiti più alti i preti, mentre scandalizzano lanciando sassi sull’adultera, per unioni civili e aborto (accomunati rispettivamente a pedofilia e terrorismo), lanciano anche silenzi che sono pietre, ma passano inosservati, sullo sbancamento di Vicenza e la conseguente orgia oscena di violenza della guerra di aggressione. Quanto pesano i politici del centrosinistra, che ci impartiscono sia lezioni di buonismo sul dovere di stringerci per coabitare con genti di lingua ed etnia estranee, chiamando razzismo la fisiologica reazione di rigetto culturale; sia lezioni di alta politica sul dovere di stringerci per dare spazio alle basi con le quali massacrare nella loro terra popolazioni extracomunitarie che vanno tenute sotto un tallone di ferro. Quanto pesano questi bramini del centrosinistra, una casta che disprezza come nessun’ altra il popolo che amministra con consumato mestiere per conto dei poteri forti ai quali si è consegnata. Quando pesano i politici con l’etichetta “sinistra radicale”, che parlano come Don Chisciotte e agiscono come Sancho Panza, specializzati nell’ammansire l’indignazione popolare e riportarla all’ovile simulando un’opposizione.


Se, nel ristretto spettro parlamentare, nessun gruppo raggiunge il peso minimo, abbiamo il diritto democratico di non votare nessuno. Dobbiamo chiederci se non ne abbiamo anche il dovere. Il dovere di porre un limite all’appropriazione delle istituzioni, invece di continuare ad assecondarla. Le istituzioni democratiche vanno difese anche dagli abusi di chi le occupa. Le elezioni non sono una bancarella di beneficenza a favore di bambini poveri, dove comunque qualcosa dobbiamo comprare, anche se tutta la merce è avariata. Non votando, esercitiamo al meglio il nostro dovere di elettori: chiedendo che le figure che ci rappresentano non scendano sotto la soglia della decenza; il contrario di questi politici che, eletti da noi, votano in blocco come rappresentanti di interessi terzi.


Non votando esercitiamo inoltre il diritto naturale, e il dovere naturale, a tutela di noi stessi e delle nostre famiglie, di togliere la fiducia a chi ci ha già ingannato. Votandoli, partecipiamo ad una truffa pseudodemocratica a nostro danno, nella quale accettiamo di considerare nostra espressione personaggi scelti dall’alto che gestiranno docilmente politiche scelte dall’alto. “Not in my name” è sia una dichiarazione di riaffermazione dei principi democratici sia una forma pratica di autodifesa dalla frode politica. Proseguendo la metafora del capestro, quando la democrazia diviene una farsa, andando alle urne il cittadino rischia di fare come quei due personaggi dell’Amleto, Rosencrantz e Guildenstern, che andarono dal re d’Inghilterra per consegnargli una lettera, non sapendo che la lettera conteneva l’istruzione di impiccarli. I due finirono sulla forca in questo modo, essendo agenti della loro fine; autori contemporanei hanno ripreso la loro storia come simbolo della condizione dell’uomo moderno. Il mondo sta divenendo un luogo sempre più duro, retto solo dalla legge del profitto, dove purtroppo la politica non ha che un ruolo accessorio: se non diamo un giro di vite, e continuiamo a legittimare uno stuolo di imboscati e i banditi che li capeggiano, potremmo amaramente pentircene. I tempi delle vacche grasse sono finiti anche in questo campo, ma rischiamo di accorgercene quando sarà troppo tardi. Avremmo bisogno di selezionare una classe dirigente di qualità, non di alimentare un ceto parassitario. Farsi sentire sul serio non e’ un’alzata di testa, ma una misura di prudenza.


D’altra parte, anche i politici ci pesano. Vedono che, in genere, ci possono intortare facilmente con quattro favolette vecchie o nuove; che sul piano politico non sappiamo curare i nostri interessi materiali, né difendere la nostra dignità, infatti continuiamo a votarli; sanno che se anche ci accorgiamo di essere stati malamente raggirati basta farci sfogare un poco, darci ragione a parole, confondere le carte, presentare qualche “faccia pulita”, farci “conquistare” un contentino, promettere che non accadrà più, spaventarci facendoci credere che se non votiamo la terra si aprirà sotto i nostri piedi, e poi continueremo timorosi a eleggerli nostri rappresentanti. Mentre ballano all’unisono la stessa musica tenendosi a braccetto come le ballerine del Can-can, accusano noi di volgare qualunquismo se non li applaudiamo. Chiamano invece serio e impegnato chi dà loro il voto che dà l’accesso a privilegi, prebende e affari. Sanno che il prendere atto, senza filtri ideologici di alcun colore, della loro posizione compradora, cioè di mediazione dello sfruttamento della nazione da parte di poteri esteri, sarebbe per noi un risveglio troppo brusco e sgradevole dalle nostre illusioni. Sanno che l’attuale popolo italiano ha diverse virtù, ma non quella del coraggio civico. Lamentarsi a parole, scendere in gruppo in piazza quando suona l’adunata, non e’ difficile: ma manca la mentalità per dire individualmente “basta” con l’unica leva politica formale a portata del cittadino.


La questione della base prova che abbiamo governanti centrali e locali che non ci rappresentano e non ci guidano in maniera fidata. Siamo colpevoli di avere permesso una tale degenerazione della qualità dei politici: abbiamo sciupato il non trascurabile potere di fare insediare i migliori votando partiti che hanno fatto del Parlamento un luogo con una concentrazione di pregiudicati, di condannati con sentenza definitiva, più alta di quella di qualunque area del Paese. Ma forse non meritiamo magistrature elettive tanto scadenti. Difendiamo in maniera semplice e risoluta i nostri interessi vitali, non come improvvisati rivoluzionari, ma nello spirito dei saggi borghesi della Repubblica Veneta. Non legittimiamo i partiti che ci vendono. Escludiamo a priori e senza eccezioni tutti i partiti, che, unanimi, hanno permesso questo sconcio; inclusi i “rami dissidenti”, i tentacoli buoni, allestiti per riacchiappare voti. Non seguiamo la corrente in scelte fintamente progressiste decise a tavolino da gruppi di potere, ma riconosciamo e recuperiamo la nostra umile individualità. Facciamo parlare i certificati elettorali con la nostra voce, invece di buttarli nella fornace dei seggi: restituendoli allo Stato – al Quirinale o alla Prefettura – e votando così No ai partiti che ritengono di potersi vendere pezzi di città. Non conferiamo autorità e autorevolezza (né grassi stipendi) a degli spocchiosi yes men professionisti. Non perdiamoci in sofisticherie. Questo e’ un caso dove e’ equilibrato applicare la rozza legge del taglione: scheda per scheda.


Vediamo se in questa grave circostanza riusciamo a ripristinare una verità elementare: noi vogliamo eleggere persone che ci rappresentino degnamente, sia pure senza specifico mandato; mentre non vogliamo eleggere rappresentanti della controparte, e neppure mediatori. Vediamo se, oltre a porre un segnale di divieto sul jet militare nel logo del “No Dal Molin”, stampiamo lo stesso segnale sui tarallucci e vino. Se non vogliamo la base, ma non abbiamo la modesta forza necessaria a rispondere per le rime ai politici che ci tradiscono in questa maniera infame; se portiamo noi stessi al seggio la scheda elettorale che ci condanna, invece di rispedirla alle istituzioni; se magari votiamo scheda bianca o nulla, nell’illusione ridicola che tale scelta verrà rispettata; se mettiamo noi la testa nel laccio il giorno delle elezioni; se legittimiamo come governanti chi ci delegittima come cittadini e come persone libere, allora meritiamo di essere venduti, e non potremo lamentarci.

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Blog de Il Fatto

Commento al post di B. Collevecchio “Super poliziotti o capi popolo? No grazie, non voto” del 19 febbraio 2013

Credo si abbia il dovere non di votare, ma di esercitare i diritti elettorali: non possiamo votare come ci pare, ma abbiamo un preciso dovere di votare candidati adatti. Non abbiamo il diritto di votare bauscia, quisling, ruffiani, faccendieri, mangioni, mezzecalze, fiancheggiatori della mafia, etc. Non è lecito, e non è neanche accorto: nomineremmo amministratore dei nostri beni un noto truffatore?

Né le elezioni sono una fiera di beneficenza, dove comunque qualcosa bisogna acquistare anche se tutta la merce è scadente. Se si ritiene che i candidati siano tutti inadeguati, credo che occorra restituire la scheda elettorale.

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22 febbraio 2013

Blog de Il Fatto

Commento al post di M. Artale “Elezioni 2013, se Pericle tornasse prepotentemente di moda” del 22 febbraio 2013

In Italia della democrazia ateniese se ne ricordano due giorni prima delle elezioni che servono a legittimare il “cartel party”, il cartello politico dove le varie formazioni si spartiscono le risorse anziché competere politicamente. E dove “Lo Stato diventa una struttura istituzionalizzata di sostegno, che agisce a favore di chi è dentro ed esclude chi è fuori”. (Katz, R.S. e Mair, P., Cambiamenti nei modelli organizzativi e democrazia di partito. La nascita del cartel party. In:, L. Bardi. Partiti e sistemi di partito. Il «cartel  party»  e oltre. Il Mulino, Bologna 2006.).

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v. anche:
Le ragioni per non votare

Il grillismo al servizio del capitalismo predatorio