Donne medico e ricercatrici

7 ottobre 2018

2 ottobre 2018

Blog de Il Fatto

Commento al post di I. Gjorgji “Fisica e sessismo, la posizione di Strumia non è nuova. Alle donne le scienze dure sono negate”

Da anni all’occasione appunto in un elenco donne che in biomedicina lavorano per le frodi; e in un altro donne che contrastano le frodi, a volte in maniera particolarmente penetrante. 40 anni fa lessi su Famiglia Cristiana un’intervista al preside della facoltà di medicina della Cattolica, che sull’ammissione delle donne parlava di “giganti”. Poi da studente lo sentii con le mie orecchie dire “le donne tanto fumo e poco arrosto”. Circolavano altre sue battute “maschiliste”. C’era stata la contestazione e l’occupazione, e le donne erano meglio controllabili, vedevo. Oggi il Fatto cartaceo titola “Terapie anti-cancro: ad Allison e Honjo il premio della speranza”. Un Nobel fatto assegnare dal business alla speranza; una motivazione simile a quella per lo scranno di senatore a vita regalato a Elena Cattaneo tramite il viceré Napolitano. Credo vi sia un confounding, voluto: nell’attuale biomedicina, soggiogata al business fino al prossenetismo morale, le donne sono favorite non in quanto tali, ma perché meglio controllabili. La rara attitudine alla libera ricerca, il dare priorità al figliare conoscenza essendone capaci, è ancor meno frequente tra le donne. Ad essere cooptata è una massa di mediocri interessati e ubbidienti; che include una buona quota, istituzionalizzata, vistosa e discussa, di donne; ma si favoriscono anche tante mezzecalzette 46, XY. Le donne brave possono tuttora essere discriminate, come si tentò con Emmy Noether e avvenne con Rosalind Franklin.

@ Dada Cinnokk. La ricerca in biomedicina si presenta al pubblico come una scienza molto più dura di quanto non sia; mentre, data la subordinazione al business, è più molle di quanto dovrebbe essere. Vedi gli scritti di Feinstein, medico e statistico. Es. Invidious comparisons and unmet clinical challenges, Am J Med, 1992. Il reclutamento di donne come aspetto del reclutamento di personale controllabile ha una parte in questa divaricazione. Credo che il caso della biomedicina possa avere utilità per comprendere quello che avviene nella scienza in generale. E anche in altri campi dirigenziali, che pure non sono rocket science. Es la politica, dove di Rosa Luxembourg se ne vedono poche, mentre si vedono diverse versioni femminili dei tanti yes-man e teste di legno.

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18 ottobre 2018

Blog de Il Fatto

Commento al post “Pisa, la prima prof ordinaria di Scienze nella storia della Normale: “Anche contro di me offese sessiste””

La sapete quella della moglie che regala due cravatte al marito. Lui ne indossa subito una e lei scoppia a piangere: “Cosa aveva l’altra che non andava?” O la moglie di un racconto di Campanile, che quando il marito le dimostrava con un impeccabile sillogismo che aveva torto rispondeva con un ceffone, sinceramente convinta che la logica sia uno sporco trucco. Incarichi dirigenziali non possono essere affidati che alla mente maschile. Come la carica considerata massima, presidente degli USA. “Se Lincoln fosse vivo si rivolterebbe nella tomba”: Gerald Ford. O la carica di rettore della più esclusiva università italiana: vorrei nominare professori donna, ma i pregiudizi sessisti me lo impediscono; quando ci provo ricevo fogli anonimi dove sta scritto “Tizia è …“, “Caia fa …” e quindi devo desistere. Ma in fondo Barone e Pastore hanno ragione. La scienza oggi, almeno in biomedicina, deve piegarsi alle esigenze del business. Serve ricerca addomesticata, fino alla “research that is not research”, secondo l’espressione di John Ioannidis sui Big Data. Big Data che sono una trappola spiega la prof. Sabina Leonelli, come riporta oggi Il Fatto nella recensione del suo libro. Anche dato l’uso distorto [adottato dai cervelloni maschi] del P-value, commenta lo statistico Elizabeth Garrett-Mayer. Oggi non servono né gli Enrico Fermi né le Lise Meitner che li correggono, ma un genere diverso, più diffuso in entrambi i sessi. Le donne reclamano giustamente la loro porzione.

@ giovannidamagonza. Grazie Giovanni per evidenziare l’infondatezza dello stereotipo che attribuisce reazioni a torto definite uterine solo alle donne. E per corroborare il mio argomento che vi sia un ampio pool unisex per il quale, dato il periodo storico, è giunta l’ora della riscossa.

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14 luglio 2019

Blog de il Fatto

Commento al post di G. Scacciavillani “Donne e tumori, il rapporto speciale tra le pazienti e il senologo futura quota azzurra in un mondo rosa”

Quando si è malati o si teme di esserlo si hanno due problemi: biologico e umano. E’ sbagliato ridurre la malattia a una delle due dimensioni. E’ dannoso anche cedere alla tentazione di riunirle, sotto la direzione del medico, spinti da messaggi come questo articolo. Non credo che l’emotività femminile oscuri la comprensione della differenza biologica tra mammella, ghiandola sudoripara modificata, e polmone; le dinamiche emotive, complesse, vengono sollecitate e sfruttate da un marketing spietato. Es. si gioca sulle incertezze sull’attrattività sessuale. In USA per vendere estrogeni per la menopausa si è ricorsi a slogan come “Quando le donne sopravvivono alle loro ovaie”. Oggi si aggiungono forme più suadenti. Invece di informare sul rischio di essere trattate senza avere un cancro, di subire trattamenti pesanti nell’interesse di chi li vende, si batte sugli aspetti umani per diffondere indicazioni tecniche ingannevoli *. Il problema umano non è meno importante di quello biologico; ma l’unione dei due espone a divenire preda di frodi tecniche. Conviene cercare di curare entrambi, ma tenendoli separati. Altrimenti si diventa vittime del “culto del cancro della mammella” un intruglio pacchiano che “trasforma le donne in polli per le multinazionali” come ha compreso la femminista Ehrenreich, biologa e paziente **.

* How a charity oversells mammography. BMJ, 2012. 345:e5132.
** Welcome to Cancerland. A mammogram leads to a cult of pink kitsch. Harper’s 2001. 303:43.

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