Pienza e la nuova Pienza

3 aprile 2011

Blog di Cosimo Loré

Commento al post “Crimini accademici senza pudore né pentimento” del 2 apr 2011

I “baroni” che vengono additati come nemici del sapere sono in ottimi e “fraterni” rapporti con il mondo accademico anglosassone che viene indicato come la Terra promessa. La situazione è ancora peggiore di quello che si dice a proposito dell’università di Siena, perché agli abusi baronali, e alla loro pubblicità, si associa la svendita dell’università pubblica a grandi interessi privati e il suo adeguamento al modello universitario anglosassone, che non è l’università da favola che i media come il Fatto incessantemente stanno descrivendo.

Lì non ci sono nella selezione dei docenti le forme grottesche e grevi del nostro familismo, clientelismo, campanilismo; l’organizzazione è efficiente, dove noi abbiamo un caos stazionario. E’ un sistema che suscita ammirazione, da prendere ad esempio per vari aspetti; ma che, almeno in campo biomedico, sotto il profilo della subordinazione della ricerca del vero agli interessi del business è corrotto in maniera sistematica e profonda.

Esaltando gli aspetti positivi, si sta dipingendo all’opinione pubblica il sistema accademico straniero come la prospettiva pulita e razionale di una Città ideale rinascimentale. “Visto dall’interno” -l’espressione usata da Tomatis per il titolo di un suo libro sul mondo della ricerca internazionale- appare diversamente; e guardarci dentro può essere come aprire “a can of worms”.

Se si sapesse ciò che avviene davvero nei grandi centri di ricerca biomedica, quanto sono controllati dagli interessi inconfessabili dell’industria e della finanza, ci sarebbero meno piagnistei sulla fuga dei cervelli, e meno giubilo per ciò che gli esuli portano quando vengono rispediti in patria; e i nostri baroni apparirebbero come mafiosi locali pronti a servire i Liberatori; che noi attendiamo con le bandierine in mano.

https://menici60d15.wordpress.com/2010/01/26/vendola-e-il-nostos-del-professore/ 

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20 dicembre 2016

Blog de Il Fatto

Commento al post di A. Aparo Von Flue “Plagio, come ingannare la comunità scientifica e farla franca”

Conosco il Tufts Medical Center, dove per due anni sono stato resident; nello stesso dipartimento che stava dando rifugio a Imanishi-Kari, coautrice di una frode che vide i baroni della ricerca internazionale difendere David “the Pope” Baltimore. Ci volle un senatore, Dingell, per svergognare la tracotanza degli scienziati. Margot O’Toole, che aveva denunciato la frode, fu “vilified and effectively driven out of the profession” (Dingell). A Tutfs c’erano anche brave persone, ma non erano tutti santi, né esenti dalla tendenza a attribuirsi idee altrui, magari sostenendo di essere loro i defraudati. Da Tufts provengono le stime gonfiate sui costi di sviluppo dei farmaci la cui veridicità è stata paragonata da Médecins Sans Frontières a quella della tesi che la Terra è piatta; stime usate per giustificare prezzi stratosferici dei farmaci e evasione fiscale per centinaia di miliardi di dollari. Questi grossi centri USA possono contare su servili complicità nell’accademia italiana. L’autore del plagio dovrebbe essere punito due volte: per il furto e perché alimenta lo stereotipo degli americani ingenue vittime di furbi italiani (per non parlare delle finalità di filoni di ricerca come quello del lavoro plagiato). Ma questa seconda responsabilità probabilmente sarà il motivo per il quale la smaccata copiatura non porterà ai guai che ebbe la O’Toole, o altri che non hanno rubato ma sono stati derubati.

@ Cb. Lei parla come se la corruzione della ricerca biomedica fosse una rarità, quando c’è una valanga di studi e commenti internazionali sul suo carattere endemico. Abitualmente riporto frodi documentabili. Lo scandalo di Baltimore e Imanishi-kari è famoso, e lo si può facilmente trovare su Internet. Sulla valutazione gonfiata da Tufts dei costi di sviluppo dei farmaci:
-Grogan K. MSF scorns Tufts study on cost to develop drugs. World News, 18 nov 2014.
-Sharife K. Pharmaceutical industry: a dose of reality. Financial Mail, 10 marzo 2016. (L’articolo riporta anche il commento negativo sulla valutazione di Tufts di Marcia Angell, già deputy editor del NEJM e nota denunciatrice di “fatti disonorevoli per la comunità scientifica”).

Il mio nome è sul mio sito. Nelle mie referenze, oltre ad alcune pubblicazioni su meccanismi di malattia scritte da solo anni fa, reperibili su Pubmed, posso vantare le attenzioni delle peggiori specie di gaglioffi. Uso un eteronimo, come è perfettamente lecito, per riparare il mio nome dai lanci di fango di chi ha tra le sue attività quella di propagandista e difensore di frodi biomediche, e ricorre alla “vilification” personale, a volte di livello criminale, invece che alla valutazione del merito. Come mai lei chiede il nome agli altri senza mettere il suo? Visto che dice che occorre verificare le referenze, sarebbe anche interessante conoscere se lavora presso qualche istituzione pubblica, e quale.

@ Cb. Se da vecchio scriverò le mie memorie racconterò anche del mio periodo negli ambienti accademici USA, con annessa documentazione (o le racconterò anche prima, se qualcuno mi chiedesse formalmente conto di ciò che affermo; ma nella mia esperienza ci si guarda dal farlo, anche per mie denunce molto più gravi e circostanziate, su fatti italiani, molto più vicini nello spazio e nel tempo; e invece si risponde con sistemi che in USA chiamano “mafioso”). Se è così interessata gliene invierò copia. Nel frattempo mi sarebbe utile conoscere qualcosa su di lei, in particolare su chi è il suo datore di lavoro, dato che non è la prima volta che si assume questo ruolo di “inquisitrice” (un pò traballante) nei miei confronti.

@ Cb. Totò diceva “è la somma che fa il totale”. E Lucia Mondella “Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia”. Credo che “la somma algebrica del bene e del male” sia, mi scusi, un calcolo sofistico, assolutorio, di stampo cattolico; imparentato coi bilanci (ecumenici…) costi/benefici pseudoquantitativi tra valori non commensurabili, comuni es. negli screening. Concordo piuttosto con chi in medicina i conti li fa distinguendo tra operazioni a somma zero, dove i pazienti perdono e chi commette frodi o pratica il marketing vince, prendendosi ciò che spettava al paziente, e comportamenti a somma positiva, come nella ricerca onesta, dove vincono sia gli addetti sia i pazienti (Robertson C. When truth cannot be presumed: the regulation of drug promotion under an expanding first amendment. Boston University Law Review, 2014. 94: 545).

@ Cb. Io mi occupavo di meccanismi di malattia, di possibili vie di cura; un’attività intellettuale – per la quale non chiedevo nulla – più che sufficiente a gratificarmi, o “nutrire il mio ego”. Di “magagne” mediche ho dovuto occuparmene per necessità, per difesa. E’ vero che non è un bell’argomento; scoprendo alcune cose ho nostalgia di quando svuotavo del loro contenuto i segmenti di colon provenienti dalla sala operatoria. Ma credo che denunciare trappole e inganni sia divenuto ormai, nell’attuale medicina, uno tra i doveri del medico. Sulla necessità che il paziente abbia fiducia nella medicina la penso come Gigerenzer, un’autorità sulla comunicazione dei rischi: la fiducia non né buona né cattiva in sé, ma dipende dal contesto; è bene averla quando il medico è competente e non ha conflitti di interesse; ma il conflitto di interesse è la regola piuttosto che l’eccezione. Che i pazienti comprendano questa amara situazione credo sia il male minore rispetto all’omertà, e al vantaggio relativo per i pazienti del farsi cullare in illusioni rassicuranti.

@ Cb. Mi dia la sua email e le invio copia degli attestati che mi ha rilasciato Tufts, e del loro riconoscimento da parte del nostro Ministero della sanità. Lei in cambio mi dirà dove lavora. Lei trova il mio intervento qui “una coincidenza davvero particolare”, che vuole verificare. Magari non è così improbabile, se il quadro è correttamente impostato; e forse gli eventi non sono indipendenti (in senso statistico). Le suggerisco di rivedere le sue nozioni di base sulla probabilità, se le sue molteplici attività gliene lasciano il tempo. E’ curioso che lei nel difendere gli aspetti peggiori della ricerca ragioni calpestando quanto di prezioso la scienza offre.

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