La fallacia delle regole

5 febbraio 2011

Blog di Bruno Tinti

Commento al post “Metti una sera al buffet” – “Il mondo delle regole” del 4 feb 2011

Il rispetto delle regole diviene una fallacia, e a volte una truffa, se si assume che da solo garantisca la giustizia. Anche una banda di ladri, dice Platone, necessita del rispetto delle regole interne. Dittatori e mafiosi sono rigidi sulle regole. Le regole, cioè leggi, norme, regolamenti, usi etc., possono essere la codificazione dell’ingiustizia. A volte regole chiave mancano o sono atrofiche, come guarda caso proprio quelle contro l’abuso delle regole, l’abuso d’ufficio; bisognerebbe sollevare l‘incostituzionalità dell’omissione di tali regole fondamentali; ma manca la regola che lo permetta. La cosa più nauseabonda è quando le istituzioni chiamano al rispetto delle regole mentre le mescolano al sopruso.

Le regole non sono un bene in sé, né un assoluto: sono “l’implementazione” di principi generali. Non sono migliori dei principi che le determinano, e possono essere figlie degeneri o di madre ignota. Infatti c’é una voragine tra gli ideali costituzionali e le mascalzonate ottenibili applicando le leggi. Si insiste sulle regole, e si bestemmiano i principi. Chi parla sempre di regole spesso non ama parlare dei principi; chiama ciò “moralismo”, equivocando tra principi politici ed etici, che possono avere lo stesso enunciato: “L’omicidio è vietato”. [Un principio per il quale le regole prevedono troppe comode eccezioni v. La lama e il manico: la violenza indiretta].

Si considerano regole e principi più o meno una cosa sola, come il Padre e il Figlio al Concilio di Nicea e seguenti. Invece bisogna essere eretici: si assomigliano, ma le regole sono una cosa, i principi tutta un’altra cosa. Bisogna studiare, criticare, difendere i principi quanto le regole. E ancora di più la mappatura dei principi in regole.

Sarebbe già più corretto, e anche più concreto, dire “rispetto della Costituzione”. Bisogna rispettare le regole in quanto espressione dei principi. Affinché il rispetto delle regole non sia un eufemismo per “state buoni e obbedite” occorre che tutti e solo i giusti principi siano accoppiati a giuste regole che li attuano.

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9 febbraio 2019

Blog de Il Fatto

Commento al post di G. Trinchella “Eluana Englaro, “così in Cassazione stabilimmo che la dignità è il diritto dei diritti. Poi la fase oscura della politica””

Nell’attuale medicina commerciale la longevità ha sostituito la salute, così che si imbottiscono i pazienti di cure futili, aggressive e dolorose vendendo la speranza falsa di prolungare a oltranza la vita. La maggior parte delle spese mediche è in media consumata nell’ultimo anno di vita. Ciò ha prodotto la necessità economica contrastante di troncare a piacimento le cure. N. Wade, l’autore di ‘Betrayers of truth – fraud and deceit in science’, commentò una delle tante promesse commerciali di immortalità, quella della Geron sulla telomerasi, citando le Parche. Agli affari occorre anche Atropo. Qui i magistrati si svegliano, ricordandosi della dignità “diritto dei diritti”, e generalizzando da un caso particolare e mediatico. In medicina e nel diritto il rigore astratto, il rigore “scientifico” è mancanza di rigore: in queste discipline applicate occorre ciò che è stato definito ‘rigore pratico’, che tiene conto di tutti i fattori, inclusi quelli umani, storici, economici. Volendo davvero preservare la dignità bisognerebbe intervenire per ridurre sovradiagnosi, sovratrattamenti e medicalizzazione della morte; invece di limitarsi a fornire un meccanismo di smaltimento dei corpi sui quali ci si è accaniti per fare soldi. Ma in Italia a tanti, dai terroristi agli alti magistrati, piace la “doppia medaglia”; che si ottiene contribuendo a quelle parti dell’architettura ideologica voluta dal potere che fanno apparire come idealisti disinteressati che combattono per dei principi.

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