La magistratura come cuscinetto

25 aprile 2009

Blog “Uguale per tutti”

Commento al post “Il caso ‘Santoro’ gli altri ‘casi’ e il silenzio dei più” del 18 apr 2009


Santoro è un “perseguitato” di lusso, un boicottato di prima serata, ma le sagge parole del dr Racheli tolgono dall’ombra un fattore culturale che facilita l’opera del censore nei casi che restano sconosciuti al grande pubblico, permettendogli di nascondere forme anche gravi di repressione del dissenso mescolandole alle banali avversità della vita quotidiana: la concezione diffusa per la quale è normale accomodarsi in posizione passiva rispetto al potere, e tentare di rivalersi su chi al potere è inviso. La posizione del caporale, asservito e strumento di asservimento, è molto ambita in Italia; e quelli del caporale sono galloni che il potere concede volentieri, potendo così disporre di una torma di punzecchiatori molesti e asfissianti che fa le veci dell’antico sicario solitario con lo stiletto.

L’articolo di Racheli non usa perifrasi: definisce tale concezione come un’oscillazione tra “masochismo” e “sadismo”. Ma i poli di tale oscillazione, che pervade le scelte politiche e sociali degli italiani, sono tenuti nascosti a sé stessi prima ancora che agli altri sotto le formule della retorica cattolica. La retorica che esalta il ruolo di chi media, a livelli diversi, tra potere e sottomessi. Il ruolo del mediatore tra Principe e sudditi non viene percepito come possibile espressione “dell’incapacità dell’io individuale di reggersi da solo e di vivere”, ma anzi esercita una forte attrazione su quasi tutti gli esponenti della nostra classe cosiddetta “dirigente”. Decenni di selezioni ed epurazioni hanno dato i loro frutti.

Un’espressione retorica tipicamente usata dal mezzano italico che media a livello culturale o politico è “coniugare”. Le nozze che vuole combinare sono sempre, sotto mentite spoglie, tra qualche sistema che il potere ha escogitato per fare soldi e le conseguenze ignobili a danno della cittadinanza che quel sistema comporta. Ad esempio “coniugare attenzione al paziente e crescita economica”, cioè speculare sistematicamente sulla domanda di salute (Attali, banchiere poco filantropico ma di diverso stile, ha invece chiamato tale mutazione della medicina “L’ordine cannibale”). Matrimoni turpi, che non s’hanno da fare, né ora né mai; e che invece trovano facilmente dei don Abbondio pronti a celebrarli.

Sembra che anche i magistrati si stiano facendo meno timidi nel frequentare lo smagliante mondo dell’intermediazione. Due giorni fa, su RAI 3, il magistrato De Cataldo presentando un suo nuovo libro ha detto che la magistratura ha una funzione di “cuscinetto” tra chi commette reati e chi li subisce. Evidentemente De Cataldo si riferiva alla dottrina aristotelica della virtù come medietà, o comunque a una forma lecita di frapposizione tra i litiganti. A me però l’affermazione televisiva è suonata come un’ammissione di fallimento, se non di colpa, una forma paludata di resa, perché penso che la magistratura sia effettivamente spinta ad assumere una posizione di cuscinetto, cioè di mediazione, tra diritti del singolo e le soperchierie del potere; e che spesso accetti di assumere questa iniqua posizione.

Agli occhi di un profano informato, il ruolo della magistratura non può essere ricondotto a quello di cuscinetto, di mediatore. La buona attività giudiziaria, quella che converge verso l’equità, considera uguali le due parti davanti alla legge, mentre discrimina attentamente tra le rispettive ragioni, tentando di “misurarne” con accuratezza la differenza oggettiva. Il mediatore fa tutto il contrario: soppesa ciascuna delle parti e ne tiene conto per cercare di trovare una media arbitraria tra le loro richieste.

La giustizia usa la bilancia, che è uno strumento rilevatore di differenze, solo per pesare le ragioni delle parti: l’art. 3 assegna a tutti lo stesso peso. Il mediatore la usa per pesare le parti insieme alle loro ragioni; poi ferma la bilancia e dice “parliamone”. I giuristi sostengono che bisogna anteporre all’equità l’aderenza alle leggi e i ragionamenti giuridici; contemporaneamente con parole come quelle di De Cataldo si consente alla magistratura una terza via, che si basa sull’elasticità. Ma la gomma della mediazione può tenere lontana la giustizia sostanziale non meno della pietra del rigore formale.

Rendere giustizia è un atto in certo senso innaturale. Stabilisce una unidirezionalità artificiale, che va contro la freccia dell’andamento delle cose nello stato di natura: si tratta di definire e compensare un’asimmetria, azione rappresentabile con un vettore che va dalla vittima al colpevole. Mediare invece è bidirezionale, poiché fa pesare asimmetrie preesistenti: tenendo conto dei rapporti di forza tra le parti, la risultante può anche consistere nel consentire un torto, sia pure con un vettore accorciato, ma che va nel verso opposto a quello della giustizia. Lo Stato di diritto è proprio il contrario del libero gioco dei rapporti di forza: “tra il debole e il forte, è la libertà che opprime e la legge che libera” (Rousseau). La mediazione è la versione temperata di tale libero gioco, consona al clima neoliberista.

Nel caso estremo, un cuscinetto tra il prepotente e la sua vittima può essere come il guantone di un pugile: evita a chi colpisce fratture della mano, ma non salva le ossa di chi subisce. Mediare può significare anche “obliterare i sintomi” dell’ingiustizia, rendendola subdola, proteggendo così chi la commette e il sistema che la sostiene. Costringere chi è inviso a poteri forti a passare la vita a difendersi, come un ex procuratore generale si proponeva di fare con De Magistris, è una forma di intervento cuscinetto della magistratura che media tra i poteri forti che sarebbero tentati di fargli sparare e l’interesse del soggetto a essere rispettato nei suoi diritti fondamentali. L’interesse della comunità all’eventuale utilità sociale delle posizioni del soggetto inviso viene comunque sacrificato; e questo è ciò che conta maggiormente.

Infine, mentre giudicare è un’operazione binaria, dove si distribuiscono vantaggi e svantaggi tra Tizio e Caio, la mediazione professionale è un’operazione ternaria, dove si considerano gli interessi di Tizio, di Caio, e del Sempronio che media. Il mediatore non si sogna di essere “il potere dei senza potere”, ma pensa alla sua percentuale della torta. La stessa espressione “giudice terzo”, che con la svolta liberista si è voluto sostituire, o affiancare, a quella di “giudice imparziale”, ritenuta evidentemente obsoleta o insufficiente, pare alludere ad una terza parte che entra nella controversia; ad un giudice-broker; ad una magistratura che è sul mercato.

Anche se appare contrastare coi princìpi che legittimano e rendono credibile l’attività giudiziaria, la definizione della magistratura come cuscinetto ha il vantaggio del realismo. Data la complessità della vita reale, un’elasticità tattica, cioè la capacità di tradurre in forme civili e in termini giuridici appropriati le richieste più varie che arrivano agli uffici giudiziari, dalle urla di disperazione alle pretese fondate ma traboccanti aggressività e arroganza, è una delle tante doti che al momento giusto servono a chi ha scelto questa difficile professione.

Inoltre, i magistrati sono stretti tra i vasi di ferro dei poteri forti e le teste di legno del popolo. I primi li vogliono subalterni ai loro interessi; le seconde li accusano di lassismo quando sono toccate in prima persona, o sentono le notizie di reati clamorosi che eccitano istinti forcaioli, ma altrimenti restano impassibili davanti allo sfascio della giustizia, non pensando che, a meno di non essere delinquenti di professione, sarebbe loro primario interesse esigere e sostenere il miglior sistema di leggi e di amministrazione giudiziaria.

Poteri dello Stato sani ed efficienti sono la prima misura antisismica, per i terremoti reali e per molti dei terremoti metaforici. Se si trascura ciò, poi, quando il tetto o il cielo ci cade sulla testa, se si è in grado di farlo si dovrebbe recitare un mea culpa, o rileggere le parole di Racheli sul masochismo rispetto al potere e sulla paura della libertà. I media connettono la perversa volontà del potere alla stupidità delle masse. Per non restare schiacciati tra vasi di ferro e teste di legno, i magistrati non possono in certi casi che mettere da parte il diritto, che non piace o non verrebbe capito, ed esercitare in certa misura un ruolo di mediazione, che tenga conto dei desiderata dei “ferri” e dei “legni”. Forse mediando riescono a massimizzare l’erogazione del servizio giustizia: posizioni più rigide potrebbero ridurre ulteriormente la già smilza produzione di tutela della legalità.

Esercitando la funzione di cuscinetto tra i crimini dei potenti e le vittime i magistrati corrono il rischio di venire accusati di parzialità da una delle parti, o di scontentare entrambe, come succede ai pacieri. Non ricavano da questa attività, salvo rari casi, ricompense personali in denaro (anche se è facile che ricevano dalla parte forte vantaggi di carriera, favori, riconoscimenti, etc.). Ottengono principalmente altri vantaggi, che versano nella cassa della corporazione: il timore reverenziale e il rispetto che il popolo tributa a chi concede, lesinandola e dopo essersi fatto pregare come un santo, una qualche parziale giustizia; la pace, o almeno un armistizio, coi poteri che all’ingiunzione di stare sottoposti alla legge rispondono chiedendo quante divisioni ha la magistratura.

L’opera di mediazione giudiziaria abbonda, improntando di sé le leggi, le procedure, le prassi. Forse sarebbe meglio riconoscere esplicitamente, e discutere, tale inevitabile funzione o posizione di mediazione; anche perché in alcuni casi la mediazione finisce, come ci si può attendere, per avere effetti aberranti. Esiti aberranti mi pare abbiano luogo in quei casi dove il reato, mentre riguarda grandi interessi, non è visibile agli occhi del pubblico: qui la mediazione rende molto e non comporta rischi. L’occasione di incamerare silenziosamente una lauta “provvigione” in termini di potere, senza nessun danno di immagine, senza che all’apparenza nulla accada, ha effetti corruttivi sulla magistratura; anche su quella pulita, che non vuole accumulare vantaggi ingiusti, ma solo restare a galla. Le conseguenze di sovvertimento dell’azione giudiziaria possono però essere più gravi di quelle messe in conto all’inizio.

L’associazione di queste due caratteristiche, la non visibilità e la grande scala, è propria di alcuni crimini dei colletti bianchi. E’ ben noto che alcuni di tali crimini hanno la caratteristica di riguardare interessi economici di larga scala, come hanno mostrato i grandi scandali finanziari. I criminologi ci spiegano che alcuni dei reati commessi da criminali in giacca e cravatta non sono riconoscibili, tanto che a volte chi ne è vittima non è neppure consapevole di essere stato vittimizzato (Ruggiero V. Economie sporche. Bollati Boringhieri, 1996).

Crimini che hanno entrambe le caratteristiche sono quelli dei grandi interessi dell’alta finanza e dell’industria in campo biomedico, il settore più forte dell’economia legale; e anche il più corrotto, secondo la letteratura sul crimine dei colletti bianchi (Braithwaite J. Corporate crime in the pharmaceutical industry. Routledge & Kegan, 1984). Le frodi di alto bordo in campo biomedico spesso non sono riconoscibili, per due motivi. La loro complessità tecnica: es. quando un trial clinico viene manipolato è improbabile che la frode, nonché essere punita, sia scoperta (Braithwaite, cit); e la fiducia cieca, di natura antropologica, verso la medicina: è difficile denunciare tali interessi commerciali illeciti quando l’utenza ne è comunque entusiasta; soprattutto in USA, i pazienti premono per entrare nei trials, formando una coda come porcellini d’India dietro a un pifferaio, accettando la pesante alea che accompagna anche il più onesto degli esperimenti controllati.

Le frodi biomediche di alto livello restano così ignorate, pur producendo movimenti economici colossali, che possono essere misurati in frazioni di PIL. Tali frodi necessitano di complicità e protezioni istituzionali, es. per l’eliminazione di soggetti che le ostacolano. Una funzione di mediazione della magistratura riguardo a tali reati miliardari, misconosciuti, e a volte incomprensibili ai più, non comporterebbe rischi di immagine, e sarebbe ripagata, da poteri che hanno dimensioni economiche e forza politica maggiori di quelle di molti stati sovrani, con contropartite degne di un re.

I magistrati parlano di cuscinetto; ma il lancio di un nuovo prodotto medico, che è capace da solo di generare miliardi di dollari di fatturato annuo, “is a make or break industry”, è un’industria o la va o la spacca, ha scritto Braithwaite 25 anni fa, commentando le diffuse pratiche della fabbricazione dei dati sull’efficacia e delle informazioni ingannevoli sulla sicurezza per fare approvare il farmaco. Come riportano diversi autori, da allora la situazione è peggiorata; tanto che a volte qualche suo aspetto affiora per brevi istanti anche agli occhi dell’opinione pubblica. Spero che un giorno sarà possibile illustrare come tali crimini in campo biomedico storicamente hanno goduto e godono di un’opera di mediazione da parte della magistratura; una mediazione che a volte sfocia in autentica cogestione del crimine.

Lo stesso giorno che ho sentito il magistrato romanziere fare riferimento alla funzione di cuscinetto della magistratura ho ritirato in libreria “Toghe rosso sangue” di Leporace, che avevo ordinato avendone letto su questo blog. Nei capitoli sui magistrati uccisi compare qua e là la figura del collega traditore. Ma è ancora più frequente, e più deprimente, lo sfondo della massa dei colleghi che non condivide e non apprezza la posizione del magistrato, ritenendola troppo rigida, e lo isola, facendone così un bersaglio che si staglia nitido.

Non tutti i magistrati uccisi erano figure particolarmente alte e limpide, ma molti lo erano, per come può essere alto e limpido un mortale. Appaiono essere stati uccisi proprio per questo, più ancora che per le conseguenze dirette delle loro iniziative giudiziarie. Nemici per terroristi e mafiosi, e per chi ha manovrato terrorismo e mafia; ma anche stranieri in patria, clandestini eccellenti, per un paese dove il servire più padroni è un valore, un indice di stabilità mentale e di maturità morale. Nel libro ho trovato una frase diversa da quella di De Cataldo, scritta da un magistrato sulla foto di Gaetano Costa: “Vi sono uomini di cui si può comprare solo la morte”. Ci sono uomini che non hanno prezzo. Per tutto il resto c’è Mastercard.

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