Archivio per il 'Manipolazione mediatica RAI'Categoria

La questua delle multinazionali

17 dicembre 2010

Blog “Sono io”

Commento al post “Supposte Glaxo” del 16 dic 2010

Con un utile netto di 5.66 miliardi di sterline nel 2009, per Glaxo i 10 milioni di euro che investe nella donazione a Telethon sono poco più della metà dei guadagni che accumula in un giorno, per 365 giorni all’anno. E’ una delle normali assurdità del pensiero unico che la gente debba finanziare la ricerca di aziende for profit che hanno bilanci grandi quanto quelli di Stati nazionali. Ma la raccolta fondi, e l’ottenere finanziamenti dai contribuenti tramite coloro che occupano le nostre istituzioni, sempre pronti a sifonare denaro dal popolo per darlo ai potenti, non serve solo a fare cassa. Il fundraising, del quale questi giganti sono gli ultimi ad avere bisogno, è anche uno strumento di marketing, che ha somiglianze con la questua durante la messa: se il singolo sostiene un’idea finanziandola, anche con un solo euro, diverrà sostenitore fedele dell’idea; l’idea entrerà a far parte del suo paradigma cognitivo e morale, per meccanismi psicologici come la dissonanza cognitiva. In questo caso l’idea è che la salute proviene dalle cure mediche centrate sull’hi-tech, costosissime, che Telethon rappresenta; e quindi anche dai sempre nuovi prodotti della Glaxo. Mentre si proibiscono e si cancellano forme di medicina meno lucrose ma più razionali e più utili al paziente. Il più corrotto settore dell’industria e del commercio si pone così su  un  elevato piedistallo etico; e le vittime col loro obolo si sottomettono all’idolo.

Riguardo a ciò segnalo il post:

“Da quali minacce va protetta la Glaxo”

nel mio sito

http://menici60d15.wordpress.com/

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Segnalazione su “Aurora” in “L’irresistible ascesa di Padoa Schioppa” e su “La voce del ribelle” in “Padoa Schioppa, uno di loro”

Padoa Schioppa dichiarò che dovremmo riconoscere che “le tasse sono una cosa bellissima”. Sono una cosa bellissima quando servono a fornire servizi pubblici, in maniera equa, efficace ed efficiente; non se divengono un sistema per sifonare risorse dal popolo per trasferirle a privati che navigano nell’oro, come ho commentato di recente a proposito dei 24 milioni di euro elargiti dal governo italiano alla Glaxo:

“La questua delle multinazionali”

http://menici60d15.wordpress.com/2010/12/17/1735/

nel sito web

http://menici60d15.wordpress.com/

Diritto dell’atmosfera

4 dicembre 2010

Il Fatto quotidiano. Blog di Bruno Tinti

Commento al post “PM operatore ecologico” del 26 nov 2010

Il dr Tinti propone che i magistrati ordinino la distruzione dei rifiuti. Conoscendo A2A, non scarto la tesi per la quale i rifiuti per le strade a Napoli sarebbero voluti per spingere verso gli inceneritori, che il dr Tinti chiama termovalorizzatori, e che forse andrebbero chiamati “gassificatori” in quanto trasformano parte dei rifiuti in gas.

Purtroppo si tende a confondere, come è avvenuto per secoli, anche a menti eccelse, “il vuoto” con “l’atmosfera“. I rifiuti, se opportunamente bruciati, non offendono più la vista e l’olfatto. Immessi nell’atmosfera, una miscela di gas che ci sembra “il vuoto”, e che ha immense capacità di accoglimento, sembrano divenuti “nulla”; invece sono trasformati; e possono avvelenare. L’atmosfera è la discarica ideale, ubiquitaria, invisibile e gratuita; ma che può essere perfino peggio, per la salute, delle vistose montagne di rifiuti tal quali sulle strade.

Un equivoco che viene sfruttato dai pescecani dei gassificatori, ai quali i magistrati non dovrebbero dare manforte. Il vuoto, non assoluto, è a un’ora di macchina dalla superficie terrestre, in verticale. L’atmosfera è un oggetto fisico, che pesa circa quanto 5 cubi d’acqua di 100 km di lato; il fluido nel quale viviamo, che entra in contatto con il nostro sangue negli alveoli polmonari.

Neanche il dr Tinti si sottrae a questo equivoco, e anzi vorrebbe dargli dignità e forza giudiziaria. La fisica non si fa con le sentenze, e neppure un ordine dei potenti magistrati può davvero “distruggere” i rifiuti. (Mi chiedo se potrebbe ridurne la produzione). Si dovrebbe chiarire agli addetti e all’opinione pubblica la differenza immane ma inapparente tra vuoto e atmosfera, es. leggendo JD Barrow “Da zero a infinito. La storia del nulla”, cap. 3 “Costruire il nulla”. Gli ex PM potrebbero applicare la loro scienza, esperienza e vocazione al problema giuridico, etico e politico dell’impiego dell’atmosfera, che è ciò che respiriamo, come discarica.

Opere e omissioni

25 ottobre 2010

Blog Uguale per tutti

Commento al post “Il diritto costituzionale alla verità” del 24 ott 2010

 

E’ noto che la verità viene denegata con le omissioni più ancora che con gli atti positivi come una legge che conferisca immunità formale. I politici possono essere favoriti di fatto dai magistrati: ad esempio venendo tenuti fuori da un processo per strage che si trascina da decenni, e che riduce la giustizia a rincorrere i pesci piccoli.

La tv non dice tutto nella full immersion sulla povera Sarah Scazzi. Inventa e straparla su fatti e motivazioni, educando il pubblico a sragionare e a diffondere la calunnia; e tace sulle sue stesse responsabilità, sul suo seminare spazzatura, sull’influenza che possono avere sulle ragazzine di un paesino trasmissioni come Uomini e donne, X factor, Grande Fratello etc, che dipingono la vita come una lotta, frivola e senza quartiere, per il successo mondano.

Non è del tutto vero che nessuno si sogna di fare approvare una legge che dica che i chirurghi non possono essere processati perché non hanno tempo. C’è una tendenza ad assicurare una immunità ai medici in nome di interessi superiori. Il ministro Fazio ha detto che intende fare depenalizzare, per il bene dei cittadini, la colpa medica. In USA, Bush ha voluto ridurre le responsabilità giuridiche delle multinazionali farmaceutiche; lì, dove l’industria della malpractice parassita, in una catena alimentare, quella della medicina fraudolenta, attualmente si chiedono “Health courts” separate per i medici. In Italia, posso testimoniare, si va per vie informali, favorendo chi va protetto e ostacolando chi denuncia. E facendo anche di peggio. Si salvano così la forma e le apparenze, e si ottiene gratitudine: “Dieci anni fa i magistrati erano ferocemente critici nei nostri confronti; mentre oggi li troviamo profondamente consci del fatto che siamo una classe “perseguitata”, spesso per soli motivi economici. E riconosciamo che anche la stessa classe politica, al di là della facile demagogia, cerca oggi di cambiare le leggi per permetterci di lavorare meglio” Rocco Bellantone, segretario della Società italiana di chirurgia, esperto di chirurgia mini-invasiva della tiroide, 2009.

Anche l’immagine dei chirurghi che quando non sono dal giudice salvano vite trascura alcuni elementi. Per esempio, in Italia ogni anno si eseguono circa 40000 interventi alla tiroide. L’indicazione all’intervento, principalmente oncologica, appare gonfiata ad arte rispetto alla reale biologia degli ingrossamenti non neoplastici, delle neoformazioni benigne e delle forme aggressive di cancro della tiroide. La sovradiagnosi a fini di lucro può spiegare come è avvenuto che l’incidenza di diagnosi di cancro della tiroide in USA sia aumentata di 2.4 volte dal 1973 al 2002. Il cancro alla tiroide è tra quelli che autorevoli epidemiologi come Bailar ritengono siano sovratrattati. Un recente lavoro mostra che nei soggetti ai quali è stato diagnosticato un carcinoma papillare, la variante morfologica diagnosticata nell’80% dei casi, confinato alla tiroide, non ci sono differenze di sopravvivenza a lungo termine sia che venga asportata la tiroide sia che i soggetti non siano trattati (Arch Otolaryngol Head Neck 2010;136, 440-44). La differenza è che l’intervento può dare complicanze, e senza tiroide si vive peggio, ma intervenendo aumentano nelle tasche dei chirurghi i motivi per i quali alcuni li invidiano, e per i quali si dicono perseguitati.

Segnalo il mio commento “Lotta alla mafia nell’anno domini 2010: Saviano e Lea Garofalo“ sull’omessa protezione a Lea Garofalo. Ieri sera a “Caternoster” ho visto un cabarettista che, avendo denunciato che c’è la “mafia al Nord”, ha la scorta. Se servisse, rinuncerei alla sorveglianza di polizia, “assegnata”, vedo, per la profonda consapevolezza delle persecuzioni alle quali sono soggette certe classi. Temo che la “mafia al Nord” permetterà alle Istituzioni di nascondere e aiutare ancora di più la “mafia del Nord”; speriamo che il suo lancio non contempli altri omicidi.

Lotta alla mafia nell’anno domini 2010: Saviano e Lea Garofalo

23 ottobre 2010

Blog Aurora

Commento al post “San Saviano Sisde da Arcore” del 20 ott 2010

Mi ha colpito, mentre lo spazio informativo viene inondato dall’omicidio della quindicenne di Avetrana, la concomitanza delle notizie minori sui lauti cachet per gli interventi in Rai del cantore della lotta alla mafia Saviano e sull’uccisione, avvenuta l’anno scorso, della collaboratrice di giustizia Lea Garofalo, andata incontro alla morte credendo di andare a curare il bene della figlia. Due destini: l’altare catodico e la vasca di acido. Nella lotta dello Stato alla mafia intorno al 2010 i cantori a gettone dell’antimafia hanno la precedenza sui collaboratori dell’antimafia. Un’antimafia di Stato vanitosa e sbadata dove la fanfara è la prima arma.

Posso testimoniare che nel primo decennio del nuovo secolo lo Stato ce l’ha la benzina, gli agenti e le altre risorse per controllare a vista una persona (magari quando si tratta di zittire un cittadino onesto mediante abusi informali, perché dà noia ai crimini dei mammasantissima dell’economia legale). Soprattutto in Lombardia. Lo Stato, 30 anni dopo Impastato, non sa ancora che i mafiosi uccidono chi li danneggia, e lascia che una collaboratrice di giustizia venga sequestrata ed eliminata; contemporaneamente spende cifre esorbitanti per la lotta alla mafia con “il potere della Parola”, cioè  con i tromboni, affidando la sensibilizzazione popolare sul problema mafia a fegatacci che non guardano in faccia a nessuno: Fabio Fazio.

Da un lato Saviano, il creativo arcicompensato per la sua opera di riduzione dell’antimafia allo show business, così che secondo lui Impastato ha avuto giustizia grazie a un regista; dall’altro Lea Garofalo, che dava informazioni di prima mano sulla ‘ndrangheta ed è stata lasciata in pasto alle belve, monito per futuri possibili collaboratori. Questa divergenza mostruosa tra l’attenzione dello Stato per Saviano e per Lea Garofalo conferma quanto credo, che la lotta alla mafia coloro che occupano lo Stato non la vogliano vincere, non la vogliano chiudere, in modo da liberare risorse per la lotta ad altri mali, ma vogliano perpetuarla, anche per farne un alibi e un motivo di propaganda; penso che si voglia sfruttare la lotta alla mafia a fini di potere, come ho scritto: il fenomeno Saviano non è che un aspetto di ciò che ho chiamato “metamafia”.

L’omicidio di Lea Garofalo cade a fagiolo, sul piano mediatico: rafforzerà il tema, spinto dai media e dalle fonti accreditate, Saviano per primo, delle metastasi mafiose al Nord, che contribuirà a distrarre il pubblico e la società civile, e se ce ne fosse bisogno gli inquirenti, dagli altri grandi affari cancerosi, autoctoni, padani, es. quelli del business medico. A proposito di cancro, quello biologico, Saviano ha scritto, nel lodare la sua attività con la Mondadori “Come se si dicesse che i libri di oncologia diffondono il cancro”. Sarebbe lungo descrivere come a volte i sacri testi nei quali è depositata la dottrina oncologica facciano esattamente questo, diffondere il cancro; ma non si dovrebbe escludere a priori come delirante la possibilità che la medicina scientifica, in realtà la medicina commerciale, causi ciò che dovrebbe combattere: in USA pochi giorni fa milioni di cittadini hanno letto un articolo intitolato “Quando i farmaci causano i problemi che dovrebbero prevenire”; sul New York times (16 ott 2010), a firma di Gina Kolata, una fonte molto più vicina a Wall Street che agli anarchici, agli antisistema o ad altri fissati.

Uno dei farmaci dei quali parla l’articolo, l’antidiabetico Avandia, secondo fonti ufficiali ha provocato decine di migliaia di ischemie cardiache, uccidendo legalmente migliaia di persone; e ciò è potuto avvenire anche perché esperti indipendenti pagati dall’azienda produttrice, la Glaxo Smith Kline, hanno censurato le informazioni negative sul farmaco, manipolando la peer review (MJ Walker, Conflicts of integrity, 2008), dalla quale derivano i testi di riferimento di medicina. Nella patria dell’imperialismo capitalista la storia è nota; da noi invece gli impegnati che seguono frementi di sdegno i resoconti di come la cronica condizione di ingiustizia sia colpa dei “Cicciotto e’ mezzanotte”, si fanno il segno della croce quando sentono simili blasfemie sulla medicina.

Credo che l’esempio e i concetti lasciati in eredità da combattenti veri come Impastato vadano seguiti e applicati non lasciandosi imporre il nuovo paradigma sulla mafia, ma rendendosi conto di questa evoluzione al tempo del liberismo sfrenato e dell’oppio mediatico: da “La mafia non esiste” ergo “Zitti, scimuniti, e giù la testa” a “La mafia è Il Male” ergo “Le altre forme di grande crimine che vi parassitano non esistono; e Noi le Istituzioni siamo i vostri protettori dal Male, e pertanto dovete obbedirci, onorarci e lasciar fare al manovratore, subendo tutto senza fiatare e anzi mostrando gratitudine”. Anche chi vuole combattere sinceramente la mafia non dovrebbe lasciarsi sedurre dall’anacronismo, con gli allegati vantaggi, per il quale la lotta alla mafia va condotta negli stessi termini dei tempi e dei luoghi di Peppino Impastato.

La barbarie, la giustizia e la fogna

20 febbraio 2010

Segnalato il 20 feb 2010 sul blog “L’Errico” come commento al post del 18 feb 2010 “Un saluto dalla fogna”


Il Procuratore Minna viene attaccato per aver definito “fogna mediatica” il clamore attorno al caso Aldrovandi. Io invece, che conosco in prima persona di cosa sono capaci poliziotti e magistrati, gli sono grato, perché la sua espressione permette di dare un nome alla situazione doppia che si è creata sul caso Aldrovandi, della quale nessuno parla. La fogna è un luogo fetido e ributtante, ma è anche una struttura propria delle civiltà evolute, utilissima e sottovalutata come poche: dobbiamo alle fogne buona parte dei miglioramenti delle condizioni generali di salute della popolazione. Senza le fogne, feci e urine si spandono per le strade, dove oltre alla brutta vista, al puzzo e al rischio di inzaccherarsi si può essere esposti a malattie come il tifo o la poliomielite. La fogna, data la sua doppia valenza, negativa e positiva, offre la metafora adatta a rappresentare la situazione di ibrido morale che si è creata in questo come in altri casi: non una situazione come quella di certe polizie sudamericane, con violenza libera, totale impunità e censura, la disseminazione di sterco allo stato puro; e neppure una situazione pulita di giustizia e legalità. Ma un sofisticato ibrido, discosto tanto dalla barbarie che dalla giustizia. Un ibrido negato dai tanti, cittadini semplici o dotti magistrati, che vedono in buona o in cattiva fede solo le dicotomie “guardie e ladri”, “delinquenti e onesti”. La fogna non come situazione estrema, ma come fattore d’ordine, come sistematizzazione del male e del suo fluire.

L’ibrido per il quale sul piano dell’informazione i media ufficiali non hanno nascosto questa triste storia, né l’hanno del tutto inquadrata nel suo significato politico; l’hanno diffusa, contro la volontà dei coinvolti, esponendo i responsabili a una condanna morale che farà da freno; ma in termini soft, e cercando di mettere in buona luce le istituzioni anziché criticarle. Per esempio, “Un giorno in pretura”, RAI 3, ha pubblicizzato il processo, ma ha rappresentato il caso sottolineando un’omissione di soccorso e minimizzando il pestaggio e i suoi effetti, dilungandosi sul dibattimento intorno al carattere non degli imputati ma della vittima; e ha fuorviato gli spettatori anche sulla risposta giudiziaria, riferendo di condanna per “omicidio colposo”, mentre è stata una condanna per eccesso di legittima difesa, con una pena (virtuale) proporzionata ad un eccesso colposo non grave. Nelle notizie e nelle denunce giornalistiche così trasmesse è incorporato anche il vecchio messaggio di intimidazione, come lo scappellotto che si dava ai figli portati ad assistere alle esecuzioni capitali in piazza, o la pistola posata in bella vista sulla scrivania del commissario in Sud America, per ricordare che con la polizia se non si sta muti e rassegnati si finisce male.

Sul piano giudiziario, i magistrati, dopo l’insabbiamento iniziale, e fallito il tentativo (che ho visto andare in porto in altri casi) di occultare reati di appartenenti a categorie privilegiate, hanno ricostruito alcuni fatti, hanno dissipato alcune cortine fumogene concettuali, hanno perseguito e condannato i colpevoli; hanno evidenziato e stigmatizzato alcuni gravi aspetti sociali e politici del comportamento dei poliziotti; hanno creato un certo deterrente per gli altri poliziotti maneschi, e un avvertimento su cosa i poliziotti non devono fare materialmente quando immobilizzano, o bastonano, qualcuno. Un risultato di portata storica: i magistrati hanno fatto il loro dovere, e in certi punti anche di più, pur essendo i colpevoli cittadini diversi dagli altri. Così facendo hanno recuperato prestigio nell’opinione pubblica, mentre si sono esposti al risentimento delle armate degli intrepidi tutori del diritto, che vogliono per sé la più ampia franchigia sull’assassinio di cittadini inermi. Ma i magistrati non hanno fatto tutto il loro dovere, e i poliziotti che vogliono la licenza di uccidere hanno anche motivi di gratitudine nei loro confronti. Chi subisce in prima persona gli abusi di polizia si è chiesto se deve essere loro grato, o se si deve anche a loro la prosecuzione immutata delle persecuzioni. I magistrati hanno ricondotto una condotta palesemente dolosa degna di teppisti strafatti entro un alveo formale di colpa professionale moralmente lieve. Hanno inventato una spiegazione fisiopatologica che imputa la morte ad una tragica fatalità; dando solo una simbolica tiratina d’orecchie come punizione; hanno depurato la ricostruzione da alcune verità fondamentali. Così, da un lato possono sostenere di non aver mandato impunito questo genere di crimini, e di meritare le lodi che raccolgono da questo popolo di servi, che del resto non merita di meglio del cerchiobottismo giudiziario; allo stesso tempo, per certi versi hanno costituito dei precedenti pericolosi che rafforzano l’impunità sostanziale per questi abusi. Hanno stabilito il principio che anche se non li si può mandare del tutto assolti, le colpe riconosciute e le pene inflitte sono comunque una funzione logaritmica delle responsabilità reali dei poliziotti.

Sul piano della ricostruzione tecnica delle cause di morte, i magistrati hanno meritoriamente demolito la “Excited delirium syndrome”, una spiegazione di comodo che è stata costruita a beneficio dei responsabili delle morti in custodia; i magistrati hanno invece riconosciuto, come fattore, l’asfissia da compressione, ciò che si cerca di negare in questi casi. Ma, dopo avere fatto piazza pulita di questo trabocchetto, ne hanno introdotto un altro, smorzando l’evidenza, indebolendo la ricostruzione dell’asfissia da compressione, che qui era chiara, e alleggerendo quindi le responsabilità morali degli agenti di polizia omicidi, quelli presenti al processo e quelli futuri: addirittura proclamando ad auctoritatem una nuova entità nosologica, la “morte improvvisa da blocco atrio-ventricolare per ematoma del fascio di His da compressione nelle immobilizzazioni”; una entità per la quale non sono stati riportati casi precedenti, dalla plausibilità fisica pressoché nulla, la cui base anatomopatologica non è stata notata quando sarebbe stato difficile non notarla all’autopsia, ma è stata diagnosticata o meglio percepita su una foto, saltata fuori dopo. Sostenuta dal giudice mediante una imbarazzante litania di lodi al solitario perito, il luminare che ha avanzato la tesi temeraria (e che in origine era della difesa …). Per chi è del mestiere questa eccelsa acquisizione “scientifica” vale quanto valeva “La corazzata Potemkin” secondo Fantozzi.

Sul piano politico, inteso come dibattito pubblico sull’accaduto, se la vicenda non è stata nascosta lo si deve alla battaglia degli Aldrovandi, che, forse con l’istinto del poliziotto, seguono con tenacia l’unica via percorribile per lenire il loro dolore senza farsi togliere la parola dal potere; le loro scelte sulla loro pena non possono che essere rispettate col cappello in mano; ma i familiari delle vittime uccise non possono essere presi come dirigenti, ideologi e guardiani dell’opposizione politica sul vasto argomento generale degli abusi di polizia, secondo la generalizzazione che si tende scorrettamente a seguire in Italia in questi casi (v. “La sindrome di Peppa nei familiari delle vittime”). C’è la giusta indignazione per gli aspetti umani, un figlio di 18 anni strappato alla vita e agli affetti con cattiveria cieca, ma si evita rigorosamente, a cominciare dal blog degli Aldrovandi, di parlare e di far parlare dell’uso politico, sistematico e illecito degli abusi dei corpi di polizia, dell’abuso di polizia come strumento di potere, del quale omicidi come questo sono un’accidentale emanazione. Si combatte anzi tale accusa. Così si ingloba e si sostituisce con la sacralità del privato la sacralità del sociale. Ignorando la storia dell’Italia repubblicana, si rispetta e si riafferma il dogma, imposto dal potere e foriero di altri lutti, delle poche “mele marce” in un sistema sano, dell’equivoco tra individuo ed elemento, tra persona e apparato.

Per me “fogna” è proprio la parola giusta per la circostanza che anche in questa storia, dove pure si ammettono alcune colpe, è stato drenato con la prepotenza e con la penna, riducendone la presenza a velati accenni, il tema chiave delle pratiche di provocazione della polizia. “Insultare e chiamarsi offeso, schernire e chieder ragione”. Il tema centrale della molestia di polizia, che nella forma iperacuta diviene omicidio di Stato, come in questo caso; nella forma cronica stalking di Stato; uno stalking che è pure violenza fisica, anche se il più delle volte senza contatto meccanico, e che nel tempo ha gli affetti lesivi della violenza fisica. Sono le tecniche coperte da rigida omertà con le quali lo Stato esercita un potere che a volte corrisponde alla descrizione del potere contenuta nel 416 bis. La magistratura che le permette è complice. E a volte non c’è bisogno di ricorrere al sistema fognante. Gravi abusi e crimini scompaiono nel nulla, inghiottiti dai cassetti delle Procure così come alcune vittime della mafia spariscono nei plinti di cemento. Quando ci sono grandi interessi, e reati commessi da mele che appartengono a cesti privilegiati, a volte la magistratura rimane al di sotto del livello fogna, e fa cose che è difficile descrivere, e che necessitano di termini più forti, e non metaforici ma letterali.

La “fogna mediatica” ha i suoi perseguitati ufficiali; vistosamente querelati, nonostante il più delle volte abbiano seguito i dettami del potere non attaccando ma proteggendo il nocciolo politico dell’abuso di polizia. Queste voci in alcuni casi risultano legate a gruppi di potere che sono dalla parte degli imputati, e che beneficiano dei loro abusi: il potere se la canta e se la suona. Attingendo al pozzo senza fondo del dolore altrui, operano una spinta verso l’irrazionale, con santificazione della vittima, appelli lirici alla spiritualità, damnatio dei pochi reprobi sui quali scaricare la colpa, apologia delle istituzioni coinvolte e, immancabile conseguenza, il bavaglio per i profanatori che dicono cose fuori dal coro; l’aspersorio che fa un predicozzo al manganello al quale è alleato per poi assolverlo. Con interventi che spesso fanno le veci della risposta della società civile, ma monopolizzando il dissenso evitano che passino e si diffondano critiche meno roboanti ma meno accomodanti. Nel sottosuolo, nella fogna vera che governa la città, non si querela ma si provvede a fermare quietamente per altre vie chi può testimoniare sull’abuso di polizia e riconosce le mistificazioni tecniche mediche delle versioni ufficiali sull’omicidio; censurando, screditando, e incarcerando senza processo senza sentenza e senza sbarre, con una sorveglianza continua di polizia che andrebbe bene per uno di quei mafiosi che lasciano indisturbati. Lo stesso Minna partecipa all’incanalamento dei liquami, fornendo ai media e ai blogger, dopo le querele, una ulteriore patente di critici accaniti delle istituzioni, patenti che in genere non hanno meritato. Un’ammuina spettacolare con tante parole grosse, ora anche dalla parte istituzionale, e poco arrosto, che preserva, al di là del mugugno e del lancio di contumelie, lo status quo del diritto del più forte.

Bad cop e good cop; magistrato cattivo, Minna e altri, e magistrati buoni, Proto, Caruso e forse altri che seguiranno. Il Procuratore Minna ha usato espressioni ingiuste e crude, che sorprendono e impressionano; ravvivando così il racconto rassicurante dello “arrivano i nostri”, dei poteri buoni che si oppongono a quelli cattivi; chissà se si è reso conto che nell’aula di tribunale dove autorevolmente sedeva ha ripreso, capovolgendolo, un concetto espresso dalla vittima mentre veniva ghermita dalla polizia, e dalla morte. Soltanto chi ci passa, soltanto il “poveraccio” – nelle parole del magistrato – che senza giusta causa si ritrovi in prima persona circondato da poliziotti, da una poveraglia maligna e soffocante di poliziotti, sa che quel carosello che gli scorre attorno e che gli toglie vita non è questione di buoni e di cattivi. Ma di Stato di diritto e di “Stato di merda”, nelle parole di Federico al tribunale dello Stato che sulla strada lo stava sottoponendo a processo sommario.

Copia della presente viene inviata firmata con racc. a/r online al Procuratore Minna c/o Procura di Ferrara e al Presidente della Corte di appello di Bologna.

Altri commenti sul caso Aldrovandi

Il mediatico e l’extramediatico. Il caso delle ghiandole sessuali maschili

13 maggio 2009

Blog “Uguale per tutti”

Commento al post “Elio e le storie tese” del 10 mag 2009


Caro dr Lima, grazie per la Sua risposta del 12 mag alle 9.24. Credo che su un punto siamo tutti d’accordo: non si può tacere; e non si può lasciar passare tutto. Ci dividiamo su cosa non può non essere contrastato, avendo evidentemente criteri diversi: secondo Lei, e la maggioranza, un caso come quello di Silvio-Veronica-Noemi ha priorità elevata, o è “obbligatorio”; secondo me invece questo è uno dei tanti argomenti che andrebbero messi in fondo alla lista, o respinti.

Il proteiforme Berlusconi ora ha assunto fogge priapee; l’opposizione invece ha come modello le figure pacate e intense di Enrico Berlinguer e Luciano Lama. Nonostante questa diversità di aspetto, su temi importanti vanno sorprendentemente d’accordo: la sanità integrativa, ma si possono fare innumerevoli esempi. In USA, assicurazioni mediche private significa decine di milioni di persone senza copertura medica, o, ciò che è più rilevante da noi, con copertura parziale; significa un rischio, basso ma non trascurabile, di bancarotta per le famiglie in caso di malattie gravi. Significa una medicina che, badando ai suoi interessi, spesso ti dà quello che non ti serve e che ti fa male, e non ti dà quello che serve.

Non so che forma prenderà in Italia la medicina delle assicurazioni, ma mi sembra che converrebbe bypassare le cento bubbole di Berlusconi, e le relative proteste dei compassati personaggi del centrosinistra, per occuparsi della loro singolare sintesi su tanti temi trascurati come questo. Anche perché Berlusconi il libertino e i “militanti severi” mentre si rinfacciano a gran voce la responsabilità di scandali da rotocalco come questo, sono inoltre accomunati dalla volontà di ottenere il silenzio, anche con le maniere forti, su certi loro comuni affari; certi loro comuni asservimenti, il protagonista col deuteragonista, al grande business, come quello della biomedicina.

A proposito delle principali ghiandole sessuali maschili, ovvero prostata e testicoli. Le diagnosi di tumore della prostata nei 5-10 anni intorno al passaggio di millennio sono raddoppiate, così che ora questo è il tumore più frequentemente diagnosticato negli uomini. Un fattore primario di sofferenza, malattia, danno economico, ha raddoppiato le sue dimensioni in un modo che può essere detto fulmineo. Gli addetti tacendo in nome del distacco scientifico, gli altri perché non lo sanno o possono dire di non saperlo, nessuno lancia allarmi su questo aumento brusco del carico di male, e discute dei rimedi. I toni sono piuttosto celebrativi. Ci sono molti elementi, e anche studi scientifici specifici, che indicano che tale impennata, sconcertante sul piano biologico, sia sostenuta da sovradiagnosi (es. Telesca D. Etzioni R. Gulati R. Estimating lead time and overdiagnosis associated with PSA screening from prostate cancer incidence trends. Biometrics, 2007. 64: 10-19).

Ovvero, con l’introduzione di un test di screening vengono reperite, etichettate come cancro, e trattate come tali, alterazioni morfologiche che biologicamente non si sarebbero comportate come cancro, e sarebbero state scoperte, eventualmente, solo all’autopsia, dopo la morte per altre cause. In serie autoptiche, tali lesioni, considerate carcinomi della prostata incidentali, sono state repertate con una frequenza che varia dal 15% al 50%, correlata all’età del paziente e a quanto è stata approfondita la ricerca.

Chi è addentro alla medicina ed è un poco smaliziato sa che la diagnosi clinica di cancro attualmente più frequente nell’uomo ha gravissimi problemi di falsa positività. Ma ciò è una di quelle che l’economista Galbraith ha chiamato “le frodi innocenti”: tutti gli insider sanno che è così, ma non la percepiscono come una frode, e fanno finta di nulla. E’ una situazione frequente nelle frodi dell’economia e della finanza.

Come per la Parmalat. Non varrebbe la pena considerare questo problema della diagnosi di carcinoma della prostata? Con tutte le cautele (incluse quelle sul falso dissenso medico); ma senza censure. Le terapie per il carcinoma della prostata possono provocare impotenza, e comportare la castrazione, oltre che l’asportazione della prostata: mentre guardiamo cosa combina Berlusconi, sono le nostre ghiandole sessuali ad essere messe a rischio, con la complicità del governo.

Ma di mezzo ci sono montagne di soldi facili, che non occorre riciclare, essendo puliti, e riveriti, dall’inizio; e un sacco di buoni o ottimi posti di lavoro. Se ipoteticamente chi comanda avesse dovuto scegliere tra i due temi, avrebbe pensato: meglio che si indignino sulle ghiandole di Berlusconi che sulle loro. Sugli scandali come questo facciamoli sfogare, ma sull’inflazione galoppante di diagnosi di carcinoma prostatico che ascoltino i messaggi addomesticati dei media, senza discutere. Infatti i media propagandano con la regolarità di piazzisti il business dello screening per carcinoma prostatico (è di queste ore la notizia che la Corte europea ha decretato che notizie giornalistiche in campo medico, prodotte da giornalisti formalmente indipendenti, possono costituire pubblicità; e quindi essere perseguibili come pubblicità illecita).

Per di più, parlando di Berlusconi sciupafemmine si ottiene come epifenomeno il risultato di alimentare il mito giovanilista, che, come è stato osservato, porta gli anziani a sottoporsi a test di screening. E il test di screening per carcinoma alla prostata di questo sostegno ne ha bisogno, perché non si è riusciti neppure a produrre, con tutti gli aiutini, prove scientifiche della sua efficacia. Due piccioni con una sassata.

Così abbiamo una differenza speculare tra mediatico (e qui chi più ne ha più ne metta) ed extramediatico (e qui censura) in tema di ghiandole sessuali maschili: Berlusconi che dice di spendere tre ore a notte in rapporti sessuali, e la triste fine di una parte dei tanti che incappano in una falsa diagnosi di carcinoma della prostata. Extramediatico cioè “fuori dal mediatico” o “escluso dal mediatico”. Extramediatico non vuol dire “extraterrestre”; però, siccome, come disse mi pare Giovanni Paolo II, “quod non est in video non est in mundo”, l’extramediatico sembra avere uno statuto ontologico più fragile rispetto al mediatico. Anche nel caso che sia quest’ultimo a essere inventato. Così l’extramediatico suona sempre un po’ marziano, e questo favorisce la sua emarginazione o censura. Soprattutto davanti ai trionfi del corrispettivo mediatico.

Questa distinzione può anche aiutare a comprendere lo sconforto di chi, tentando di togliersi il bavaglio per parlare dell’extramediatico, vede l’ennesimo grottesco “spottone” venire considerato – che per il mediatico equivale a venire celebrato – su stimabili luoghi di critica politica. Non dico e non penso che la crisi Noemi sia stata allestita per favorire il business sulla prostata. Ma va oggettivamente anche in quella direzione. Oltre che con l’effetto epifenomenico già detto, l’aiuta allontanando ulteriormente dall’extramediatico. Ci sono mondi possibili più o meno vicini, ci spiegano i filosofi, e così stiamo navigando sempre più lontano dal mondo reale.

Nel 2006, il New York Times, nella pagina del business, in un articolo parte di una serie sulla medicina intitolata “The sirens of profit” riportava come gli urologi statunitensi stessero investendo in una costosa e discussa macchina per la radioterapia del cancro della prostata, in quanto assicurava rimborsi dalle assicurazioni per cinquantamila dollari a paziente. Ogni anno in USA si fanno duecentoquarantamila di queste diagnosi. Il carcinoma della prostata è un cancro dell’anziano. Due settimane fa la Società americana di urologia ha stabilito di espandere ai quarantenni l’offerta del test di screening che ha provocato il raddoppio di diagnosi: se questa è l’aria che tira non so come farà Obama a ridurre la spesa sanitaria USA, da lui definita, pochi giorni fa, “fuori controllo” e “una minaccia per l’economia”. Obama, che sta negoziando un taglio alla spesa sanitaria di 2000 miliardi di dollari in 10 anni, segna un cambio di tendenza, ma non potrà cambiare il sistema.

Ci si lamenta che Berlusconi controlla l’informazione. Ma se ci sono argomenti-Noemi e argomenti-figli-della-serva non è solo colpa di Berlusconi. E’ Berlusconi che traccia il palinsesto, ma è l’intellighenzia deuteragonista che lo difende. Un’intellighenzia composta di figure eterogenee, che variano dal galantuomo al suo opposto; e che comprende lo scagnozzo dei preti; i quali hanno agenti in entrambi gli schieramenti, e sono i pupari; se ne ridono di protagonista e deuteragonista, e orientano verso l’esito desiderato lo scontro dei due paladini. Pupari come Mangiafuoco, che però era burbero, e aveva il cuore tenero.

Un tempo c’erano i magistrati un po’ occhiuti che facevano sequestrare le riviste pornografiche esposte nelle edicole. I critici sostenevano che serviva a non occuparsi di altre sconcezze. La pornografia dell’affettività, come per “Incantesimo” del quale ho parlato nel commento sui 18 anni di Noemi; e la pornografia del silenzio, su quanto sta avvenendo in oncologia, non le contrasta nessuna forza. Né formalmente né informalmente. A partire dai centri del dissenso.

Mi sembra poco importante, in senso relativo, e tatticamente controproducente, considerare notizie scandalistiche come questa di Noemi, lasciando nel silenzio ermetico tanti altri temi, es. quelli che indico. Mi chiedo quanti altri problemi, di settori che non conosciamo, restano coperti sotto il dissenso canonico. Qual è lo “spettro del visibile” per l’ufficialità, e qual è lo spettro del visibile per il dissenso ? Se sono ugualmente ristretti, se le lunghezze d’onda sono le stesse, o quasi, questa è una patologia del dissenso. Così il dissenso sarà predisposto a rispondere al potere come vuole il potere, e pronto a isolare e espellere quelli che non lo fanno. Che è quello che avviene. Mi sembra che senza il deuteragonismo, che non è questione di correnti ma di anima, la situazione non sarebbe così nera come dice Liotta; che sia il deuteragonismo che ha reso possibile “la resistibile ascesa” e il mantenimento al potere di personaggi e forze che davanti ad un’opposizione animata da un diverso spirito critico non potrebbero spadroneggiare.

Da quanto Lei scrive, mi sembra che da questo scambio possa emergere almeno un principio minimo condiviso, e che costituisce una regola semplice: il non rispondere ad alcuni scandali può avere un senso. Non può essere liquidato come un’imbecillità. Al contrario, bisognerebbe avere presente il pericolo – e la piaga – del deuteragonismo, e affrontare il problema della costruzione autonoma, indipendente e non ingenua della scala delle priorità.

Bisognerebbe avere presente anche la dicotomia mediatico/extramediatico. Il mediatico è spesso falso: a tale falsità può corrispondere un extramediatico, che in quanto tale non è visibile, ma che non solo è in questo mondo; può anche essere molto utile conoscerlo. Non è affatto una resa, un tacere, un’acquiescenza, un chiudere gli occhi, un lasciarle passare tutte, la scelta di “espungere” certo vistoso mediatico dal campo visivo per non farsi distogliere dall’extramediatico. Sarebbe necessario procedere ad un riequilibrio su base razionale tra le due entità, andando contro le impressioni istintive, ricordando che tendiamo a scambiare il media per il messaggio. Recuperare l’extramediatico, del quale ci siamo sbarazzati troppo frettolosamente con l’avvento dei media di massa, aiuta a ridimensionare il mediatico.

Resto quindi dell’idea che a volte è meglio tacere su certi scandali vistosi (soprattutto se sono di quelli che si commentano da soli), in modo da non tacere su altri, che sono poco visibili e attivamente nascosti. Forse quella dei castelli in aria è tra le demolizioni più difficili. Anche in uno scritto attribuito a J. Swift, “L’arte della menzogna politica”, si afferma che talvolta è preferibile combattere il potere della menzogna non contraddicendola; l’autore suggerisce di non confutarla ma di accettarla; e di modificarla con un’altra menzogna. Ma è curioso, Berlusconi sembra “non falsificabile”: non è facile pensare di aggiungere una menzogna credibile a quelle che impersona. Una volta che ci siamo riusciti, occupiamoci della sanità integrativa, dello screening per il cancro della prostata, oppure di qualcuno dei mille altri importanti temi, di tutti i campi, che sono orfani, che non hanno nessuno che si curi di loro. O almeno, non diamo una mano a coloro che, pagati o volontari, danno addosso a chi vuole presentare osservazioni su argomenti extramediatici.

Swift nella sua “Modesta proposta” per risolvere il problema della povertà in Irlanda consigliava, sulla base di un’analisi economica, di commerciare in bambini, da usare come alimento. Io vedo che oggi la sua proposta di nutrirsi di bambini in un certo senso è divenuta realtà. Oggi, dove problemi di miseria non ce ne sono, o forse sì, in quel settore chiave dell’economia che è la medicina si sacrificano dei bambini per produrre profitti. E, come ho descritto altrove (Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi) il deuteragonismo medico gioca appieno la sua parte in questa frode delle sovradiagnosi, che è molto brutta. Molto brutta per i minori, per gli adulti e per gli anziani.

La ringrazio per avermi aiutato con questa divergenza a mettere per iscritto ciò che penso. Un caro saluto.

I 18 anni di Noemi e la nascita della sanità integrativa

9 maggio 2009

Blog “Uguale per tutti”

Commento al post “La politica nel nostro Paese” dell’8 mag 2009


Il 19 aprile 1775 a Concord, Massachussetts, venne esploso il colpo di fucile “che fu sentito in tutto il mondo” (R. W. Emerson). Era l’inizio della guerra d’indipendenza che portò alla costituzione degli Stati Uniti. La democrazia in America dev’essere cambiata da allora, perché a fine anni ‘90 a rimbombare per il mondo come la fucilata del “minuteman” contro gli inglesi è stata la notizia della fellatio di Monica Levinsky a beneficio del presidente Clinton.

Non ho mai capito l’attenzione per le vicende sessuali e familiari dei politici. Mi pare che nel caso di Clinton quella fosse una questione privata e irrilevante per il suo mandato. Si dice che non si perdonava a Clinton l’avere mentito al popolo; ma, a parte il diritto di Clinton a difendere la privacy sulla sfera privata, il popolo USA, che ha subito traumi come l’assassinio del presidente Kennedy e il crollo delle Twin towers, con quello che ne è seguito, forse dovrebbe preoccuparsi di ben altre bugie del governo. Sarebbe interessante che Clinton dicesse ciò che sa sulle manovre avvenute non sotto la sua scrivania, ma nel cielo di Ustica. Nel 2000 Clinton ha negato qualsiasi coinvolgimento degli USA a riguardo, e nessuno gli ha dato del bugiardo.

Oggi in Italia con la questione sollevata dai coniugi Berlusconi, e prontamente accettata e amplificata dalla sinistra, si può sostenere che le attenzioni morbose del premier verso le minorenni, riportate dalla moglie, e i suoi criteri “mignottocratici” (Guzzanti) di scelta dei candidati non sono fatti privati, ma sono politicamente rilevanti.

Io però continuo a credere che debba prevalere l’interesse alla tutela della privacy. Non quella dei Berlusconi; la nostra. Credo infatti che sia scorretto e dannoso propagare un diluvio di messaggi sulla gagliardia sessuale di chi detiene il potere. Non ci vuole uno psicanalista per comprendere che tali messaggi raggiungono facilmente nuclei profondi della psiche. Nuclei profondi che sono allo stesso livello di quegli strati primordiali, come quelli descritti da Jaynes ne “La mente bicamerale”, che sembra contengano anche il desiderio di soggezione cieca ad un’autorità potente. La dislocazione del dibattito politico verso livelli inconsci può aiutare a spiegare perché tali panni sporchi, banali e di poco conto, che potrebbero e a volte dovrebbero restare riservati, vengano invece esibiti con insistenza.

Panni sporchi forse inventati, o forse molto più modesti di come vengono dipinti: stavolta il re è vestito, al contrario di quello che vorrebbe far credere. A quell’età nell’uomo il bilancio androgeni/estrogeni diviene meno brillante. Come conseguenza la tirannia degli impulsi sessuali si riduce; e ai testicoli si affianca un altro organo dell’apparato genitale maschile, prima silente, la prostata, che impone esigenze nuove e non erotiche: es. quella di andare spesso a urinare.

Non so quali effetti avranno le sconvolgenti affermazioni di Veronica sulle elezioni ormai prossime, dove ovviamente peseranno anche altri fattori. Ma l’immagine pre-razionale che Berlusconi ha costruito di sé ne uscirà rafforzata. Forse una ragione ulteriore per le persone comuni affinché coltivino con cura l’orticello della propria sfera amorosa e sessuale è che ciò rende più facile lasciar cadere nell’indifferenza, ancora meglio se nella noia, le rivelazioni sulle mirabolanti storie di sesso e corna dei politici. Che affascinino o indispettiscano, le notizie scandalistiche su sesso e sentimenti distraggono e sviano dall’analisi razionale dei problemi. Se, giustamente, si voleva parlare di candidati, bastava limitarsi all’inadeguatezza e indegnità, presenti a palate (che invece così passano in secondo piano). Se, giustamente, si voleva criticare Berlusconi, sono disponibili altri argomenti (anche questi scavalcati), così numerosi e cogenti da consentire di tralasciare il suo interesse per le minorenni.

Un argomento di cui avrei preferito si parlasse ad Anno zero è la notizia, questa sì grave, e che ora invece appare lei fuori luogo, apparsa lo stesso giorno, il 7 maggio 2009: “Inizia l’era della sanità integrativa” (Edott). Notizia riportatata da Sole 24 ore e Messaggero. (“Cauto il giudizio di Cisl, Uil e Ugl”). Il 7 maggio Sacconi ha presentato il libro bianco sulla sanità integrativa; e noi abbiamo ponderato il book di Noemi.

Nella versione di Bindi e Turco, la sanità integrativa è un ripristino, ma in forma moderna, della vecchia cassa mutua; gestita ora dai sindacati (partecipazione che deve aver favorito il silenzio). I lavoratori ricevono un’assicurazione supplementare, che pagano con una detrazione della busta paga che si aggiunge a quella per il SSN. Con il governo Berlusconi, non si sa in che misura stiamo andando verso la sanità privata; se le famiglie dovranno pagare due volte per l’assistenza medica. Le assicurazioni private appaiono entusiaste. L’anno scorso Sacconi ha annunciato incentivi pubblici per le assicurazioni e i fondi sanitari privati, insieme a tagli per il SSN.

Forse Santoro se ne occuperà in seguito, mentre sarebbe meglio informare il pubblico sulle leggi e le prospettive, rendere noto il problema, e discuterlo, prima che il danno sia fatto. Berlusconi dice di non mettere le mani nelle tasche degli italiani: ma sicuramente privatizzando fa in modo che siano costretti a mettere “spontaneamente” mano al portafoglio. Non solo la spesa sanitaria inciderà maggiormente sulle entrate e sulle uscite dei bilanci familiari, e potrà condizionare le prospettive delle famiglie; quel che è peggio, quel che è di gran lunga peggio, è che prenderà comunque piede una sanità delle assicurazioni, che è tanto costosa quanto iatrogena.

Se il paziente che entra nello studio privato di un chirurgo ha un’assicurazione privata, è molto più probabile che esca dallo studio con la prescrizione di un intervento chirurgico. (Questo è un esempio dei motivi per i quali anche i ceti agiati dovrebbero esitare ad andare verso il liberismo). In un recente libro, che in USA ha avuto successo, “Overdosed America – The broken promise of american medicine – How the pharmaceutical companies are corrupting science, misleading doctors, and threatening your health” J. Abramson, medico ed epidemiologo, descrive, nel fallimento di una medicina che in buona parte condividiamo con gli USA, anche il fallimento del sistema che da noi è agli albori: Abramson mette le assicurazioni mediche al primo posto tra i fattori che causano la “supply sensitive care”, le cure sensibili agli interessi dell’offerta (gli interessi alla S. Rita, per intenderci; ma in forme più sofisticate, e moltiplicati per un milione).

La borsa e la vita. Siamo sicuri che sia un buon servizio ai cittadini lasciarli all’oscuro di questa nuova era, e invece farli rilassare in prima serata con le ninfette e le strappone di Berlusconi? La classe politica è quella che è; ma un popolo che non pretende di essere informato e non protesta se viene distolto da ciò che è importante; che se ne frega delle cose serie, anche se indigeste, e segue queste puttanate con un’assiduità adolescenziale, si merita di meglio?

A dire il vero si è parlato anche di sanità nella trasmissione di Santoro. Barbara Palombelli ha detto che “Incantesimo” è comunque un’industria, e come tale va difesa, in nome del lavoro. Travaglio ha stroncato l’uscita replicando che Incantesimo viene usato come ufficio di collocamento per l’harem dei politici (della serie tv si è occupata la Procura di Napoli, nell’ambito delle indagini sulle raccomandazioni di Berlusconi a Saccà). Anche qui, il reality mediatico copre il reale, e gli aspetti piccanti coprono una realtà triste e dura: trasmettere una soap opera sulle cure mediche è diseducativo. E’ il servizio pubblico che fa propaganda a favore di interessi privati anche illeciti.

Nel 2007 è apparsa su Lancet una lettera che descrive e analizza 20 storie di “medical romance” (Kelly B, Lancet 370. p. 1482). L’autore, uno psichiatra, descrive come nei romanzi rosa medici ricorrano figure di dottori aitanti ma fini, dottoresse e infermiere belle ma con un passato tragico o difficile, che si sacrificano per gli altri e sono dotati di straordinarie capacità terapeutiche, o meglio taumaturgiche; i romanzi, scrive Kelly, mostrano la possibilità delle passioni nei contesti medici; e per certi reparti (i Pronto soccorso) l’inevitabilità delle passioni. La narrativa e la fiction medica hanno un notevole potere di convincimento. A 12 anni, l’anziana e severa professoressa di lettere delle medie, che ricordo con venerazione, saputo che stavo considerando di fare il medico da grande, mi regalò una raccolta di garbati racconti di un medico scrittore allora in auge, Cronin: “La valigetta del dottore”. Eccomi qua.

Nel commentare la lettera di Kelly, il presidente della nostra Federazione degli ordini dei medici, Bianco, ha smorzato le critiche, e ha espresso giudizi positivi su amore e ospedali; anche se ha ammesso che l’immagine del medico infallibile che si imprime così negli spettatori rischia di generare false speranze e convinzioni. Credo che gli spettatori culturalmente non protetti, che sono la maggioranza, pagheranno caro il divertimento della telenovela medica, il gingillarsi con la favola, per non dire l’allucinazione, che l’ospedale sia il nido di Cupido.

In “Incantesimo” ci sono giochi d’amore e carcinoma della tiroide, adulterio e aneurisma cerebrale, vendette e trapianti d’organo, arricchimenti e epatite fulminante, figli segreti e fisioterapia. L’associare l’ospedale, la casa di cura, all’idea di un attraente luogo mondano, dove albergano successo e passioni, rovesci e lieto fine, esperienze positive e avventure eccitanti, in un intreccio senza fine di Sesso Soldi e Salute, rappresenta una forma di adescamento che porterà molti spettatori a cadere preda delle frodi mediche della “supply sensitive care”. “Incantesimo” è funzionale alla sanità integrativa e agli altri aspetti della nuova era della medicina commerciale.

Credo che con “Incantesimo”, diffondendo per oltre un decennio il messaggio dell’ospedale come oggetto di pulsioni libidiche, la RAI abbia commesso un crimine. Un crimine antropologico, che sul singolo individuo si traduce in lesioni corporee estremamente concrete, talora mortali; in danni patrimoniali rilevanti, e in pesanti sofferenze.

Questo è ciò che la moglie di Rutelli vuole tutelare. L’industria della stimolazione della credulità popolare in filiera con l’industria dell’imbroglio sulla salute. Due giorni prima a Ballarò Floris ha affrontato anche lui il nodo gordiano che inviluppa Berlusconi, la moglie, le lolite, le letteronze etc., facendo esprimere un parere anche a un filosofo; di livello internazionale, ha precisato. Un tempo quelli “di sinistra” ti guardavano con commiserazione perché non conoscevi i “Grundrisse” di Marx, o qualche altro testo fondamentale che spesso citavano. Oggi ti guardano con la stessa albagia se non riconosci l’imprescindibile importanza politica che attribuiscono a Novella 2000 e affini. L’allegro puttanesimo pubblico nasconde forme di prostituzione politica e intellettuale cupe e funeste.

Il ricorso continuo e meccanico agli appelli sessuali per vendere un qualche prodotto, inclusa l’immagine dei politici, non arricchisce l’immaginario erotico. “Il sesso ci ha rotto parte di sé stesso” ha scritto Marcello Marchesi, che era anche un abile pubblicitario. Se davvero vogliamo opporci a Berlusconi, o meglio a ciò che Berlusconi e le sue comparse del centrosinistra rappresentano, dovremmo rifiutare l’inquinamento sessuale della politica. Non è per ragioni moralistiche che dovremmo ignorare le chiacchiere sulle smutandate di Berlusconi. Se rispondessimo alle pantomime sessual-coniugali di Silvio e Veronica, o alle saghe degli amori in corsia, con quell’espressione idiomatica che curiosamente è comune all’inglese e al romanesco, “I couldn’t care less”, “nu me ne po’ fregà de meno”; e invece chiedessimo spiegazioni su questioni reali, che ci toccano, “famme capì”, “let me get it right”; forse non ci faremmo infinocchiare da pericoli incombenti come la sanità integrativa e la medicina clinica commerciale.

Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi

17 dicembre 2008

Forum www.marcotravaglio.it

Post del 17 dic 2008

sito chiuso


La copertina del numero del 18 dicembre 2008 dell’Espresso mostra un’immagine che i media ci hanno reso familiare: un bambino in pigiama, con accanto una flebo e la pompa a infusione. Titolo: “Diossina e tumori. SOS BAMBINI. Rapporto choc sui piccoli colpiti dal cancro: in Italia sono il doppio rispetto al resto d’Europa. Dalle Marche all’Emilia, dalla Sardegna alla Campania. Inquinamento e alimentazione le cause”. Il servizio, di otto pagine, è a firma di Emiliano Fittipaldi, con un intervento del più famoso e influente oncologo italiano, Veronesi. Il sottotitolo spiega che “Crescono del 2% all’anno le neoplasie infantili in Italia. Con picchi spaventosi in prossimità di aree industriali o inquinate. Colpa di smog e pesticidi. E della contaminazione della catena alimentare”. Come è prassi in questi casi, il testo è difforme dai titoli perentori: nell’articolo gli specialisti affettano cautela prima di concedere che la causa dell’incremento di tumori pediatrici sia l’inquinamento. Come di norma, la procedura è invertita: prima la comunicazione al pubblico delle conclusioni; dopo verranno prodotti i dati scientifici e le dimostrazioni che supportano le conclusioni. Per me, che ho visto dall’interno come funzionano queste cose, è stato come sentire annunciare al telegiornale che la mafia è colpevole anche dei delitti del mostro di Firenze.

Il 13 dicembre ho tentato inutilmente di postare sul sito dell’Espresso il seguente commento all’articolo online:

“L’inquinamento è un’importante causa di cancro, senza dubbio da considerare nelle indagini su questa accelerazione esponenziale dell’andamento delle diagnosi di tumore pediatrico. Esistono evidenti elementi sul piano biologico, ed elementi giganteschi sul piano socioeconomico, che impongono di considerare anche un’altra causa generale, descritta in letteratura ma impresentabile al pubblico: la sovradiagnosi, cioè il diagnosticare e trattare come cancro neoformazioni che assomigliano al cancro ma non sono cancro. Gli epidemiologi stanno impostando una ricerca deviata, addossando tutto all’inquinamento e omettendo una pista d’indagine ragionevole ed anzi cogente, la sovradiagnosi. I giornalisti che inculcano nel pubblico l’idea che le cause dell’incremento sono esclusivamente esterne alla medicina creano un circolo vizioso alimentato da un gradiente di paura che spinge sempre più genitori e bambini verso esami diagnostici oncologici, e così verso la sovradiagnosi.”

La finestra di inserimento del commento dice che i caratteri disponibili sono 23, ma premendo “Invia”, dopo “trasferimento in corso, attendere…” appare : “ATTENZIONE, spiacente, hai superato il limite dei 1000 caratteri. Torna indietro”. Ho mandato un’email a Fittipaldi, pregandolo di fare in modo che il commento venga postato.

La foto del bambino (che in genere è cereo, senza capelli e malconcio, non roseo biondo sereno e sorridente come nella copertina) nel reparto oncologico la conosciamo tutti. E’ una delle icone del nostro tempo. Eppure molti secoli fa, nel 1977, alcuni tra i maggiori esperti al mondo scrivevano “Anche il più zelante dei pediatri vedrà pochi casi di tumori infantili in tutta la sua vita professionale” (La Clinica pediatrica del Nord America, vol. 9, n. 2. Piccin, 1977. Simposio sulla oncologia pediatrica. Pag. 155). In quell’era remota i tumori pediatrici erano un argomento esoterico, del quale si occupavano i subspecialisti. Oggi invece sono un tema giornalistico ricorrente. Un tema trattato anche dalla cronaca rosa, che le massaie hanno sulla punta delle dita, informate e aggiornate da Michele Cocuzza e dai suoi colleghi. Se ne parla tanto, e ne possono parlare anche cani e porci. Purché ne parlino in un certo modo. La cancerogenesi è prevalentemente chimica, e c’è un interesse dell’industria a coprire gli effetti cancerogeni dell’inquinamento e delle manipolazioni degli alimenti. Nel discorso sul cancro, i pesticidi appaiono essere trascurati rispetto al loro reale peso. I tragici effetti dell’usare l’atmosfera come un’invisibile discarica dobbiamo ancora apprezzarli appieno. Il controllo dell’inquinamento è molto sottovalutato come elemento chiave del controllo del cancro. Allo stesso tempo, paradossalmente, il pensiero unico impone che la causa del crescente incremento di incidenza dei tumori sia da attribuire a inquinamento e alimentazione e solo a questi fattori. Lo impone per evitare che vengano alla luce fattori ancora meno presentabili. Così abbiamo un Veronesi che minimizza, o nega del tutto, i pericoli quando si parla dell’inquinamento da inceneritori, e degli altri fattori cancerogeni derivanti dagli interessi dell’industria e della finanza; ma che si spende contro l’inquinamento quando bisogna chiedersi perché l’incidenza delle diagnosi di cancro continua ad aumentare. I progressisti italiani, ai quali l’Espresso si rivolge, corrono in soccorso nel combattere il sistema ripetendo a pappagallo gli argomenti forniti dal sistema stesso.

Conosco un medico, un certo Pansera (non il medico mafioso calabrese genero del “Tiradritto”, al quale telefonava Fortugno, e neppure il lombardo rubagalline che manipolava grossolanamente le cure alla S. Rita; un altro) che ha scritto, sotto forma di lettera all’Ordine dei giornalisti, un commento contro le manipolazioni mediatiche su temi riguardanti la salute pubblica: “Il leveraged buyout della fede pubblica nelle notizie mediatiche di successi scientifici e tecnici. Il caso del premio all’inceneritore dell’ASM di Brescia”. Ha dato la lettera anche a degli ambientalisti, e poco dopo gli ha telefonato la Casaleggio, proponendogli di pubblicarla sul blog di Grillo, offerta che ha accettato (Premio fai da te degli inceneritori. Blog di Beppe Grillo. 8 novembre 2006). “Medicina democratica”, la rivista storica della medicina “di sinistra”, invece non glielo ha chiesto, e neppure lo ha avvertito: ha pubblicato la lettera ad insaputa dell’autore, con titolo e sottotitoli arbitrari, facendone un articolo della rivista (Brescia: emblematica denuncia su un conflitto di interessi più grande dell’inceneritore ASM, di F. Pansera. Medicina democratica, n. 168-172. Agosto 2007). L’autore ha scoperto per caso di avere pubblicato un intervento sulla rivista che fu di Maccacaro: un onore, ma troppa grazia. Beato lui, che non deve neppure chiedere. Se invece un medico volesse dire che per spiegare l’elevata incidenza di tumori in zone come Brescia, dove gli ospedali hanno sostituito i capannoni, oltre che all’inquinamento bisogna guardare alle sovradiagnosi e al conseguente sovratrattamento; e che all’inquinamento non andrebbero imputati, oltre alle sue immense colpe reali, anche delitti che non ha commesso, allora invece di un tappeto rosso troverebbe davanti un muro di silenzio e ostilità.

Gridano “Sos” ma non credo che cerchino veramente aiuto per risolvere il problema. Una conseguenza notevole delle sovradiagnosi è che fa sembrare che si ottengano successi terapeutici. Curare i sani è molto più facile, appagante e redditizio che curare i malati. Lo spiego con una favola che non è per i bambini. Poniamo che nel paese di Acchiappacitrulli, o, se si ritiene il nome politicamente scorretto, a Springfield, da sempre ci sia un caso all’anno di tumore cerebrale, invariabilmente mortale. Un giorno un medico fa una scoperta, accidentalmente, come spesso avviene nella storia della scienza. Un sintomo del tumore cerebrale è la cefalea, che è anche un disturbo molto comune. Allo studio di questo medico si presenta lamentando cefalea un tipo particolarmente querulo, che in testa di anomalo ha solo la forfora, sul piano organico. Il medico è stanco e scorbellato. Dalla finestra aperta entra una zaffata di un fumo dolciastro, proveniente dal rave party che si tiene nel vicino centro sociale. Il medico sovradiagnostica la forfora come tumore cerebrale. Questo particolare paziente, che in realtà ha solo la forfora, ma essendo stato etichettato come malato di cancro al cervello come tale viene trattato, appare rispondere alle cure oncologiche alle quali il medico lo sottopone: sta male (a causa delle terapie), ma non muore dopo pochi mesi, a differenza di tutti gli altri casi precedenti. Alla fine viene dichiarato guarito dal cancro. Essendo stati diagnosticati e trattati in quell’anno non uno ma due tumori cerebrali, gli statistici, che come ha scritto Renzo Tomatis “in genere sono più svegli dei colleghi biologi”, segnalano che l’incidenza di tumori cerebrali è aumentata, ma si è riusciti a ottenere guarigioni del cancro al cervello in quella coorte di due persone, dimezzando i casi infausti e portando la sopravvivenza da 0 al 50%. Dopo alcuni anni di duro lavoro di sviluppo di quel primo pionieristico risultato, i medici del paese sono arrivati a diagnosticare dieci tumori cerebrali all’anno: nove sovradiagnosi su soggetti con la forfora più l’unico caso di autentico tumore cerebrale. Risulta che l’incidenza dei tumori cerebrali è molto cresciuta, ma la medicina ha fatto passi da gigante, arrivando a salvare il 90% dei malati. La mortalità per tumore cerebrale resta invariata: 1 sul totale della popolazione all’anno. Qualche anno avviene che la mortalità aumenti, perché le terapie, es. un intervento neurochirurgo o la chemioterapia, comportano un rischio anche per chi ha solo la forfora (nel frattempo ribattezzata “dermatite seborroica atipica” (DSA), e ulteriormente distinta secondo una scala di sette livelli di displasia, a rischio crescente di trasformazione tumorale). Col sistema dei nove forforosi i medici ora hanno, invece di un solo paziente all’anno con quella patologia, dieci pazienti; e presto molti di più, perché, grazie alla responsabile discesa in campo delle case farmaceutiche, propiziata dalla mediazione di politici e sindacalisti animati da passione civile, con la benedizione della Chiesa e la fattiva partecipazione di onlus, volontariato e tante realtà della società civile, sta per partire un programma di screening che riguarderà tutta la popolazione a rischio. I medici non devono più scervellarsi su come curare quell’unico caso annuale, per poi essere guardati con sfiducia dati i costanti insuccessi. Al contrario, ricevono soldi a palate e ossequio dalla gente, che affolla le sale d’aspetto dei loro studi, spaventata dall’epidemia di tumori cerebrali e riconoscente verso quei medici che riescono a guarire ben nove casi su dieci. O otto casi su dieci.

Nella realtà le cose ovviamente non avvengono così. Ma non vanno neppure come in un esperimento condotto da Enrico Fermi. Consideriamo ad esempio i linfomi. Capisco che a leggerlo non ci si crede, ma, come per altri cancri, non ci sono studi (basati su una correlazione tra istologia o altri esami e prognosi) che definiscano in maniera scientifica ed esaustiva benigno e maligno: cosa è linfoma e cosa non lo è. Si distingue bene, su basi empiriche, tra i quadri che sono agli estremi opposti, ma la distinzione nella zona grigia è lasciata a convenzioni, basate sulla morfologia o su esami indiretti di laboratorio che sono tanto sofisticati quanto non sufficientemente validati, o per nulla validati. Questa incertezza di fondo è stata incastellata entro una bizantina classificazione dei vari sottotipi. Sarebbe invece indispensabile avere criteri fedeli al vero, solidi e chiari, perché il tessuto linfoide, che è deputato alla risposta immunitaria, ha una notevole capacità fisiologica di proliferazione, anche clonale, che può mimare il cancro. Una capacità particolarmente spiccata nell’infanzia, quando viene a contatto con nuovi stimoli antigenici. Nell’infanzia il tessuto linfoide è il tessuto col tasso di crescita più rapido, dopo di che subisce un’involuzione. E’ noto almeno dalla fine degli anni Cinquanta che alcuni stimoli, come la somministrazione di certi farmaci, possono provocare proliferazioni pseudolinfomatose. Risale ad almeno 40 anni fa la nozione che è sufficiente la reazione ad uno stimolo antigenico, come una vaccinazione, a simulare un linfoma (Hartsock R.J. Postvaccinal lymphadenitis: hyperplasia of lymphoid tissues that simulates malignant lymphoma. Cancer, 1968. 21: 632-649). I nuovi sofisticati test molecolari indiretti più che superare tali trabocchetti permettono di meglio cadervi dentro, instillando una sicurezza infondata, facendo credere a chi vuole crederci che i falsi positivi sono un problema ormai superato, da non prendere neppure in considerazione nelle indagini sulle cause dell’incremento annuo dei linfomi nell’età da 0 a 14 anni: un allarmante +4,6%, contro il +0,9% europeo. Un ingrossamento linfonodale è un’evenienza comune, che non sempre è legata ad una causa evidente come una carie dentaria. Se, sulla spinta degli Sos mediatici, aumenta il numero dei bambini con ingrossamento linfonodale che vengono riferiti a centri specialistici e sottoposti a biopsia per escludere un linfoma; e se, basandosi sui “rigorosi” ma in realtà traballanti criteri ufficiali, si diagnosticano come linfoma alcune particolari proliferazioni reattive, non neoplastiche, dei linfonodi dei bambini, allora la frequenza di linfomi nei bambini balzerà in alto, e le stime sulla percentuale di bambini con linfoma vivi dopo 5 anni sembreranno migliorate. Come ha scritto Tomatis, gli statistici sono sì molto intelligenti, ma “stringono al laccio di una formula, e strozzano, dati sperimentali o epidemiologici che andrebbero considerati in un contesto biologico del quale hanno scarsa conoscenza”. Si confermerà che è in corso una specie di epidemia, ma c’è salvezza nelle cure, e si sarà così instaurato un circolo vizioso. Se sono sufficientemente gonfiate con le sovradiagnosi, le percentuali di sopravvivenza possono falsamente apparire migliorate perfino se il numero di bambini deceduti per linfoma autentico – o per le pesanti terapie oncologiche – in realtà aumentasse. Non è difficile che si inneschi un circuito del genere; anche perché l’errore sistematicamente orientato alla sovradiagnosi comporta vantaggi. Pane, lavoro e gloria per i medici e ricercatori; maggior volume d’affari per il business medico, del quale fanno parte anche media e giornalisti.

Gli sbandierati successi sul cancro, “ci si ammala di più ma si muore di meno”, sono legati a questo equivoco. Le sovradiagnosi provocano miglioramenti spuri della sopravvivenza, che è data dalla frazione delle persone vive tra quelle che sono state trattate. Ma non migliorano la mortalità, e possono peggiorarla. La mortalità è data dalla frazione di persone che muoiono di un determinato tumore rispetto alla popolazione generale. Si crede intuitivamente che al variare di uno dei due indici l’altro vari necessariamente in senso opposto, ma non è così. Sopravvivenza e mortalità non sono misure complementari: può accadere che l’intervento medico, e in particolare la sovradiagnosi, migliori (fittiziamente) la sopravvivenza e peggiori (realmente) la mortalità, cioè faccia elevare entrambi gli indici (Reich J.M. Improved survival and higher mortality. The conundrum of lung cancer screening. Chest, 2002. 122:329-337. Reperibile su internet). L’articolo mostra che sovradiagnosi possono avvenire anche per entità diagnostiche dai contorni più definiti dei linfomi, quali i carcinomi polmonari. Delle due grandezze quella più valida come indice dell’efficacia delle cure è la mortalità. (Di recente, anni dopo che un importante epidemiologo aveva osservato come la mancata riduzione della mortalità sbugiardasse i proclami di progresso contro il cancro, sono stati riportati modesti cali relativi di mortalità, alcuni autentici, come quelli attribuiti alla riduzione del fumo di sigaretta, altri discutibili e criticati; nel 2002 il National Cancer Institute ha abbandonato le promesse di un futuro senza cancro, predicendo per il 2050 un raddoppio dell’incidenza). I successi terapeutici di cui parlano i giornalisti, e gli scienziati che i giornalisti intervistano, si riferiscono il più delle volte alla sopravvivenza, anche se la chiamano “mortalità”. La sopravvivenza più diagnosi si taroccano più migliora. Diversi tipi di tumore si prestano, dato il contesto biologico, a questo gioco. Il pubblico non si stanca mai di sentirsi ripetere la stessa favoletta dei successi terapeutici, che comporta un aumento dei valori dell’incidenza. Purtroppo non c’è un Travaglio del giornalismo medico che sappia e voglia fare chiarezza (o se c’è l’hanno già sistemato), mentre ci sono tanti giornalisti medici che mangiano amplificando l’equivoco, agitando paure e speranze che vanno molto oltre le giuste paure e le giuste speranze, rastrellando così bambini e adulti verso la tramoggia dell’industria oncologica.

Epidemiologia, pagina 1: “association is not causation”. I picchi di incidenza di cancro associati alle aree industriali sono anche associati ad aree dove l’oncologia è parte integrante del sistema industriale ed è fattore di crescita economica. La linea della medicina industriale si va estendendo al Sud. Il cancro aumenta nelle aree più moderne del Sud, che adottano la medicina del Nord; e in quelle dove maggiore è l’inquinamento, e quindi maggiore è l’esposizione ad agenti cancerogeni, ma dove è maggiore anche il degrado sociale, e quindi la vulnerabilità a manipolazioni e ad uno sfruttamento economico selvaggio e incontrollato, come la Campania. Al Nord un armonioso e ordinato sviluppo dell’industria del cancro ha creato successo sociale e benessere. La regione con i più bassi tassi di incidenza e mortalità per tumore standardizzati per età finora è stata la Calabria, la solita ultima della classe, mentre le province del Nord verso le quali si indirizzano i “viaggi della speranza” dei meridionali malati di cancro brillano come il fanalino di coda nelle statistiche sul cancro. In un articolo del 1974 sul Lancet, Ivan Illich osservava che le regioni povere sono a volte risparmiate dagli effetti più sinistri della medicina iatrogena. E’ probabile che con l’arrivo della civilizzazione tra pochi anni il Sud potrà vantare statistiche sul cancro simili a quelle del Nord, e forse anche peggiori. Conseguenza del maggior inquinamento e degli alimenti industriali, ma anche della iatrogenicità della tanto invocata medicina “d’eccellenza”.

Con l’attuale incremento annuo medio ufficiale del 2%, (è verosimile che la situazione reale sia ancora peggiore) i tumori pediatrici potrebbero raddoppiare in 35 anni. Ma il fenomeno è generalizzato: le statistiche ISTAT riportano che in Italia l’incidenza del carcinoma della prostata, un cancro dell’anziano, è quasi raddoppiata in appena cinque anni, con un incredibile +94% tra il 1998 e il 2002. (a riguardo vedi: Tombesi M. Il PSA avanza ma il tumore non recede. Occhio clinico Aprile 2007. Reperibile su internet). Come se il cancro fosse l’epifania della Grande livellatrice, un’inerzia accomuna le classi sociali, i semplici e gli istruiti, chi è ricco e chi non ha nulla da perdere. Tutti accettano supini, senza fiatare, il pacchetto completo: l’impennata più le spiegazioni allegate dagli stessi soggetti che ne beneficiano. Azzardo l’ipotesi che l’incidenza doppia di tumori pediatrici rispetto al resto d’Europa sia un indice della particolare mancanza di spina dorsale degli italiani, che li rende da un lato cinici esecutori e dall’altro facile preda di queste truffe di alto bordo. Sono pronti a lanciarsi in chitarronate lacrimose sul bambino malato, ma non pensano a proteggere i bambini chiedendosi se non stiano avvenendo, in una forma diffusa, sofisticata, istituzionalizzata e impersonale, manipolazioni truffaldine a scopo di lucro del genere di quelle che tutti hanno visto col caso S. Rita, dove la frode medica ha fatto la sua comparsa presso il grande pubblico, sia pure in una versione rozza e primitiva, che sta alle manipolazioni alle quali mi riferisco come banconote false ottenute con una fotocopiatrice a colori stanno alle banconote false che un istituto di emissione stampi con cliché autentici, duplicando serie e numeri di biglietti che aveva già stampato legalmente (ciò che fece nell’Ottocento la Banca Romana). (Questo sul piano tecnico; sul piano politico, è stato un segnale ai medici che pensano di poter parassitare a piacimento gli oliati meccanismi di precisione della frode medica strutturale, rovinandoli con le loro truffe pedestri, e mettendo così a repentaglio, per racimolare quattro soldi, un business che si misura in miliardi e in centinaia di miliardi; e forse anche un segnale “pro domo sua” di magistrati e polizia affinché i medici escludano dalle truffe le categorie privilegiate, riservandole alla gente comune). Asportare un lobo polmonare per polmonite, al fine di intascare i soldi del rimborso, come è avvenuto alla S. Rita, è un imbroglio da medico di Jacovitti, che taglia la gamba al paziente col saracco del falegname; ma il citato articolo di Reich mostra come sia possibile arricchirsi asportando addirittura lobi polmonari senza reali indicazioni, e provocando quindi incrementi della morbidità e mortalità, basandosi però su motivazioni apparentemente razionali e scientifiche. Dagli organi interni come il polmone si dovrebbe poi passare a esaminare i casi di strutture anatomiche non critiche per la sopravvivenza: a cominciare dalla mammella, il regalo di Dio ai chirurghi, quelle ghiandole sudoripare modificate che sembrano messe sul torace apposta per eseguire interventi chirurgici, e altri lucrosi interventi medici, amputandole o svuotandole a catena di montaggio e con poco rischio. Si potrebbe paragonare, attirandosi i fulmini dell’inclita e del volgo, i fibroadenomi e la mastopatia fibrocistica curate alla S. Rita mediante quadrantectomia e radicalizzazione (che è un po’ come curare una pustola acneica localizzata sul naso mozzando il naso) con le neoplasie in situ della mammella curate nei centri “seri” in seguito agli screening di massa, dove il grottesco si confonde con complessi aspetti biologici, e dove occorrerebbero tanta onestà e discernimento, mentre a regnare sono altri valori.

L’articolo dell’Espresso mostra che su una cosa importante come la salute si superano gli steccati, che già non sono molto alti: c’è un accordo bipartisan per fare girare il tritacarne stampasoldi che è diventata la medicina. Mostra come il ruolo della sinistra sia quello di fare da spalla, da compare, agitando temi pseudoprogressisti, dicendo cose che suonano “di sinistra” ma che in realtà reggono il gioco a quella che dovrebbe essere la controparte. La presente critica dell’articolo mostra che nella società avanzata il dissenso tecnico può fornire ciò che è oggi è carente, una forma attuale di dissenso politico, capace di contrapporsi al blocco di potere destra/sinistra.

La medicina è anche una forma di religione secolare, e oltre alle simpatiche reazioni degli interessi che va a toccare, chi scrive queste cose deve temere la reazione del pubblico. Spesso quelli che si lasciano intortare come babbei dall’attuale scellerata medicina commerciale sbranano chi tenta di aprire loro gli occhi, come alcuni commenti a questo post su questo illuminato forum potrebbero mostrare. Salvo eccezioni, non risponderò ai commenti. Il post è scritto per tutti; un sommesso augurio di serenità per il Nuovo anno; ma è indirizzato alla minoranza di lettori che sono in grado di valutare questa pulce nell’orecchio, in base al buon senso e alla conoscenza del mondo se non su base tecnica. Spero che ne tengano conto, e che aiutino chi è esposto senza difese a questi raggiri. Gli altri, forse è bene che continuino a portare senza remore i loro figli, e sé stessi, alla medicina che è sostenuta e protetta dal gruppo editoriale Repubblica-l’Espresso, dagli illustri luminari che vi scrivono, dalle forze produttive, e dalle benemerite istituzioni dello Stato.
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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia

Come è morto Rino Gaetano

28 febbraio 2008

Forum www.marcotravaglio.it

Post del 28 feb 2008

sito chiuso


Gli ultimi decenni del Novecento potrebbero essere ricordati come l’epoca dei cantautori: uno squadrone di artisti che ha prodotto un vasto corpus di canzoni bellissime, che rimarranno. Tra di loro, non tra i più grandi ma nemmeno tra gli ultimi, sta, un po’ in disparte, Rino Gaetano. Può darsi che la fioritura dei cantautori sia dipesa dal grande balzo economico che l’Italia compì in quegli anni, e dalla rivoluzione culturale che l’accompagnò. La tumultuosa mutazione antropologica di quegli anni Gaetano, il cui notevole talento attingeva a profonde radici popolari, l’ha contestata non meno di quanto non l’abbia accettata e cavalcata. Nel suo anticonformismo era presente una vena di scetticismo popolare in realtà conservatore: risuonava nelle sue canzoni una protesta rispetto alle lacerazioni e ai peggioramenti che accompagnavano il progresso.

La fiction RAI sulla vita di Rino Gaetano, in due puntate, andata in onda l’11 e il 12 novembre 2007, è stata ritrasmessa il 27 febbraio 2008, in occasione del Festival di Sanremo, sempre in prima serata e sulla prima rete ma ridotta a una sola puntata. La fiction si apre con un Rino Gaetano che si sente male, solo nella sua grande villa. Prima di perdere conoscenza chiama al telefono il padre e invoca il suo aiuto. Il padre arriva alla fine della fiction. Sfonda un vetro, soccorre il figlio e lo consola. Questo flash-forward racchiude tutto il resto del film, che spiega come Rino Gaetano si sia ridotto così: ambizione, egoismo, scorrettezze, opportunismo, ingratitudine, alcolismo e cialtronerie varie dopo una breve ascesa l’hanno condotto a restare solo come un cane. E così resterebbe se il padre, dimenticando i maltrattamenti ricevuti da Rino, non intervenisse a salvarlo. Tra i tanti difetti di Gaetano, spiega la fiction, c’era anche un pessimo rapporto col padre: secondo la fiction, Rino fece venire un infarto al padre, e continuò a urlargli insolenze anche durante la convalescenza. Una volta che Rino ritorna bambino tra le braccia del padre, la fiction lo fa morire: ce lo mostra ancora per pochi secondi, mentre al volante della sua auto, rinfrancato, va verso l’incidente automobilistico nel quale perderà la vita. Scorrono poi spezzoni del vero Rino Gaetano.

L’immagine di Rino Gaetano ai ferri corti col padre è inventata, come molti altri aspetti che nella fiction gettano una luce negativa sull’artista. Rino Gaetano aveva avuto qualche scontro col padre, cosa frequente e normale per i giovani, soprattutto se intendono scegliere carriere artistiche. Ciò di cui vuole parlare la fiction è altro: non il rapporto col padre biologico, ma quello con la figura del padre. Con questa figura, Rino Gaetano aveva un rapporto esemplare, che in Italia è rarissimo tra i personaggi famosi: la contestava radicalmente. Nel senso che contestava radicalmente ciò che equivale alla figura del padre: l’autorità. In Italia, paese intimamente pretesco, non si contesta davvero l’autorità. E’ facile che se ne contesti una parte; allo scopo di sostenere un’altra parte. Ma deve pur esserci un’autorità da onorare; un padre, sacro e intoccabile anche quando sbaglia, da amare e al quale obbedire incondizionatamente, ricevendone in cambio amore e protezione. In Italia si lotta non contro il potere, ma tra pari, per accaparrarsi la benevolenza del potere; come ha osservato Umberto Saba, che ha scritto che gli italiani differiscono dagli altri popoli in quanto non sono parricidi ma fratricidi: non “uccidono” il padre – secondo l’espressione con la quale Freud indica la via verso la maturità – ma uccidono i fratelli, per ottenere l’esclusiva dell’amore del padre. L’inno di Mameli non sarà grande musica, ma il titolo, anche se si riferiva ad altro, è azzeccatissimo. Anche il “popolo dei blog”, apparentemente severo con i governanti, è all’affannosa ricerca di figure parentali sostitutive alle quali affidarsi. Così per esempio i bloggers si aggrappano a figure pubbliche come Di Pietro, che, a giudicare da quelli che ha fatto eleggere in Parlamento con i voti ottenuti, o dalle posizioni sulla TAV, per i bloggers progressisti è un appiglio che appare di granito ma ha la consistenza del marzapane. L’attuale contestazione dei bloggers al sistema vede un’altra fonte di potere pulito nella magistratura; uno dei maggiori capisaldi del potere, storicamente non estranea, nel suo insieme, al sistema di corruzione e manipolazione del quale ci si lamenta. Ma contestare tutta l’autorità non suona bene. Non si può fare di tutto il potere un fascio. Se c’è un potere cattivo, dev’esserci un potere buono, sotto le cui ali rifugiarsi. Basta scambiare l’eccezione con la norma, guardare a quelle figure di potere altamente positive, la sparuta minoranza di autentici martiri del dovere, e si ha il nullaosta per dirsi sostenitori di un’intera classe riverita e forte.

Rino Gaetano invece non cercava il potere buono. Contestava il potere apertamente gaglioffo, e contestava la retorica buonista con la quale il potere spesso maschera il suo vero volto. Vedi ad esempio “Le beatitudini”, reperibile su Youtube. Gaetano, la cui poetica ha diverse altre componenti oltre a quella della denuncia politica, castigava i potenti con un sarcasmo sorridente, senza acrimonia e senza sconti, in modo lieve; non con barbosi discorsi ma con canzoni deliziose; e includeva nell’autorità anche la sussiegosa sinistra, e anche quella sessantottina. Che oggi si è ricordata di lui, con Venditti, bravo cantautore, e cantautore di partito, che ha avuto il buon gusto di insinuare, all’indomani della fiction, mentre ferveva la polemica, che Gaetano assumeva cocaina. Venendo quindi querelato dalla sorella del cantante. Un bel modo dell’autore di “Dolce Enrico”, dedicata alla memoria di Berlinguer, per inaugurare la sua nuova vita come credente. Negli stessi giorni Venditti, nel lanciare il suo ultimo album, dichiarava: “Io riscopro l’idea di Gesù e credo nella redenzione e nel perdono” (il Giornale, 16 nov 2007). Mentre Rino Gaetano, che ha ironizzato sui beati del mondo terreno, viene messo dalla RAI tra i dannati, altri cantautori, che invece sono sempre stati ben intonati ai tempi, restano a galla passando dal fumo delle “canne” a quello dell’incenso liturgico. Poche settimane dopo, un’altra interessante rivelazione di un altro cantautore con un grande orecchio per le note e con un ottimo fiuto per il vento: “Dalla rivela: mi piace l’Opus Dei” (Corsera, 27 dic 07). (Nello stesso periodo hanno intravisto la luce anche altre figure guida della sinistra, D’Alema e Bertinotti: “D’Alema, ‘Sento il fascino della fede’ “. Post di Paolo de Gregorio su www.marcotravaglio.it del 4 dic 07).

Il modo col quale Rino Gaetano come artista si opponeva alla figura del padre era, e sarebbe, salutare per l’Italia. Gaetano mostrava il ruolo che dovrebbero avere gli artisti leggeri che si dicono impegnati: esporre, mettere alla berlina, gli abusi del potere in tutte le sue forme, e non solo in alcune. Un genere di contestazione globale verso l’autorità non rara all’estero, ma estraneo alla nostra mentalità. Il costante atteggiamento critico verso il potere da parte dei cittadini è una delle componenti necessarie delle democrazia autentiche; ma in Italia il rifiutare di scegliersi un’appartenenza a un gruppo, o personaggio, potente o famoso, viene accomunato all’essere anarchici, o eversori. Si può essere guelfi o ghibellini. Meglio ancora se si cambia a seconda delle convenienze, o se si sta con entrambi (gridando all’antipolitica se qualcuno lo fa notare). Ma chi critica sia l’imperatore sia il papa è un caso anomalo che non deve fare testo. L’opposizione dev’essere orizzontale, nella forma canonica tra destra e sinistra. Non importa se si tratta di una finzione, sempre più evidente. L’opposizione verticale, tra chi comanda e chi obbedisce, non è tollerata. Non sto dicendo che si debba contestare l’autorità per partito preso; Rino Gaetano però costituiva un antidoto al vizio italico di cercarsi, una volta usciti almeno psicologicamente dalla famiglia, un secondo padre; un protettore, una figura genitoriale di riferimento. Atteggiamento diffuso a sinistra non meno che a destra.

L’indisciplina di Rino Gaetano è inaccettabile per il clero, che inoltre se la deve essere legata la dito per “Le beatitudini”, dove viene incluso tra i beati di questo mondo; e avrà indispettito anche i tanti vassalli dei vari poteri. La fiction è stata prodotta da Claudia Mori, moglie di Celentano; che è un maestro non solo del fare spettacolo, ma anche nel servire il potere fingendo contestazioni e provocazioni radicali. L’omologo innocuo di Rino Gaetano. Il responsabile della fiction su Rino Gaetano come direttore di RAI fiction è stato Agostino Saccà, per il quale recentemente è stato chiesto il rinvio a giudizio per corruzione. Si può immaginare con quale trasporto Saccà, il dirigente che ha portato alla formulazione di una “summa divisio” dei dipendenti RAI in raccomandati e prostituiti, abbia fatto produrre un film su Gaetano; che ha cantato di “parlamentari ladri”, e ha scritto un canzone, “Il letto di Lucia” dove anche “tre ministri scalda poltrone” insieme ad altre figure del sottobosco parassitario frequentano il letto dell’ospitale ragazza. Abbiamo sentito l’intercettazione nella quale Saccà bacia la pantofola a Berlusconi, intrattenendo un paragone tra il sommo bauscia e il Sommo pontefice. Questo è saper stare al mondo. Se non volete strisciare davanti a Berlusconi, strisciate davanti a qualche altro potente, a vostra scelta. Ma non rimanete impalati, figlioli. Per il vostro bene, se non volete fare la fine di Rino Gaetano.

Rino Gaetano dovrebbe essere preso come esempio, soprattutto dai bloggers, di come sia possibile, e a volte doveroso, fare a meno di cercare un grande papà. Gaetano, “nazional-popolare”, rappresenta la condanna netta e il rifiuto radicale del gioco corrotto del potere da parte delle masse; mentre il potere vuole incanalare e addormentare il dissenso mettendolo al seguito del pifferaio di turno, del gigante buono che ricondurrà le pecorelle all’ovile. La falsa biografia RAI di Gaetano è spiegabile così. Una nuova parabola del figliol prodigo. Se contesti il potere, tutto il potere, non puoi che essere una persona da poco, anche se con qualche talento; un perduto, che finisce male, esanime tra le braccia misericordiose del padre che ha ripudiato. Con la scusa di celebrare un grande artista “maudit”, con le sue luci e le sue ombre, la RAI ha commesso un autentico vilipendio a fini ideologici verso la memoria di una persona che era una voce preziosa e morì giovane. Questo è anche il dazio richiesto per lo sfruttamento commerciale della sua opera, che si vuole banalizzata, ridotta a quel generico mugugno prossimo al qualunquismo che è tipico delle persone che accumulano fallimenti; per esempio, il Gaetano della fiction RAI.

Rino Gaetano in realtà non è morto solo e cornuto, respinto sia dagli amici che dalla fidanzata, incinta di un altro; come ci racconta il nostro servizio televisivo pubblico, che sembra aver affidato il copione a Cetto La Qualunque, oltre che a uno psicanalista. (Questo insulto della fidanzata che si rivolge ad un altro è stato tagliato nella versione ridotta). E’ morto, a 31 anni, pochi giorni prima della data fissata per il suo matrimonio, in seguito all’incidente avvenuto la notte del 2 giugno 1981 sulla Nomentana, all’altezza di Viale XXI Aprile. Il policlinico universitario della capitale è poco distante dal luogo dell’incidente, a qualche minuto di ambulanza, ma non era attrezzato per trattare le teste rotte. C’era di mezzo un ricorso al TAR, nell’ambito di una lotta per un primariato; siamo in uno Stato di diritto, mica nell’Italia grottesca descritta da Gaetano. Gaetano è spirato diverse ore dopo l’incidente, dopo che cinque altri ospedali l’hanno rifiutato, quando l’ambulanza era arrivata fino al policlinico Gemelli, che è da un altro lato della città, a oltre una decina di chilometri. Il film, che inventa tante vergognose calunnie, omette questa vergognosa realtà, che resta vergognosa anche se, secondo quanto risulterebbe dall’autopsia, le lesioni, gravissime, non avrebbero comunque lasciato possibilità di salvare Gaetano. L’ha omessa completamente anche il documentario su Rino Gaetano della serie “La storia siamo noi”, di Giovanni Minoli, che secondo la RAI compenserebbe la fiction con l’oggettività del reportage storico.

I magistrati avrebbero dovuto fare chiarezza sull’accaduto, che riguardava una persona nota per le sue critiche verso i potenti; se non altro per fugare dubbi e tranquillizzare un’opinione pubblica già surriscaldata. In quegli anni erano morte in maniera strana e sospetta, a volte per incidente automobilistico, molte persone che avevano detto o stavano per dire cose scomode. La musica trascina gli uomini, e anche un cantante può essere un problema rilevante per il potere; come mostrava l’uccisione, avvenuta pochi anni prima, del cantante cileno Victor Jara da parte dagli sgherri di Pinochet. Prima di finirlo a Jara spezzarono le dita, con le quali aveva suonato la chitarra per accompagnare le sue canzoni in favore del movimento popolare. I magistrati non hanno neppure ritenuto, indipendentemente dalle caratteristiche politiche della vittima, di dover risalire ad eventuali responsabilità penali per una tale lacuna del servizio pubblico che doveva soccorrere i traumatizzati gravi. Una lacuna su un’area di circa 200 km quadrati abitata da oltre 3 milioni di persone, che corrisponde al nome di “Roma”. Quest’omissione del potere togato a favore dei camici bianchi, e dei politici e degli amministratori responsabili della sanità, aiuta a comprendere come, trent’anni dopo, il policlinico in questione, l’Umberto I, sia tuttora agli onori delle cronache per le sue inefficienze da film di Sordi.

Così è scomparso un cantautore che nella stessa canzonetta, “Nuntereggaepiù”, ha accostato, raggiungendo il grande pubblico, iscritti e sostenitori della P2 ad una voce con accento sardo, l’accento di Berlinguer, che dice “Il nostro è un partito serio”. (Questo passo della canzone è omesso dai filmati televisivi che ho trovato su Youtube; e naturalmente dalla fiction RAI). Chissà cosa canterebbe oggi su D’Alema, allora. Da anni gira nel circuito metropolitano la voce che Gaetano sia stato volutamente eliminato, sorta anche perché in una sua canzone Gaetano parla di una persona che muore dopo essere stato rifiutato da cinque ospedali romani. Non c’è tra le notizie comunemente disponibili alcun elemento solido sul quale poggiare l’ipotesi. E’ invece plausibile la supposizione che, se fosse vissuto, passati gli anni Settanta lo avrebbero censurato, boicottandolo ed emarginandolo, se non avesse ammorbidito i testi: in Italia il sistema è tale che possono bastare poche semplici misure incruente per troncare le dita a chi non vuole cambiare musica. La morte di Rino Gaetano appare come uno di quei tiri mancini della sorte per i quali a volte sembra che i pochi che “in mezzo all’inferno non sono inferno, che bisognerebbe far durare, e dargli spazio” (Calvino) spariscano “senza grandi disturbi”, secondo le parole del giudizioso Lucio Dalla. Ma questa imbrattatura postuma della vita e morte di Rino Gaetano, sistematica e accanita, di sicuro non è stata un caso.
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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia

Commento al topic: La fiction di Raiuno: Tutti i cieli di Rino Gaetano, il Petrolini del rock

1 novembre 2007

www.iniziativa.info


La falsa biografia, e la ricostruzione distorta del passato a fini ideologici, andrebbero riconosciuti come generi televisivi ben precisi. Rino Gaetano ha trasposto in maniera moderna ed efficace l’antico scetticismo popolare, dolente sotto il velo dell’ ironia. La sua critica, lieve e radicale come una scrollata di spalle davanti ad un potente, è poco gradita a quel consorzio di poteri “pluralisti” che sostengono con sussiego, e sempre minor credibilità, di essere fonte di salvezza. Così lo si è rappresentato, appagando i mediocri, come un fallito sul piano umano; geniale ma anche un po’ plagiario, sensibile ma immaturo, moralista ma egoista e ingrato, fustigatore dei costumi ma etilista. Non importa. Essere attaccato è il destino di chi vale qualche cosa, ha scritto Casanova.

Commento al topic: Storie di ordinario squadrismo

30 luglio 2007

www.lerrico.blogspot.com


Davanti a queste cose mi viene sempre in mente la frase di un personaggio di Fellini: “Se un ladro ha la faccia da ladro, in fondo è onesto”. Senza dare del ladro a nessuno, cosa è la destra si sa, si vede abbastanza chiaramente. La destra fa la destra. Ma la sinistra fa la sinistra? Che faccia ha la sinistra? Quella di Mirabella, esempio principe della fede nel potere della retorica, dell’arte di servire i potenti citando la classe operaia? Che cosa altro vi aspettavate da un Giovanardi?. Vi meravigliate della trasmissione? Perché è di RAI3 ? Benvenuti nella casa degli specchi. Il tema scelto è stato il decadimento dei costumi dei giovani; si è parlato di bambine cubiste nei night; e quindi si è invitato un autorevole esponente dell’UDC, partito che sulla morigeratezza bisogna lasciarlo stare. Un taglio appropriato per il programma, perfettamente lecito nei paesi di antica democrazia, ma tabù da noi, sarebbe stato quello di affrontare l’argomento degli abusi della polizia; e avrebbe dovuto esserci anche qualche figura istituzionale più adatta, magari la senatrice Giuliani, che dovrebbe essere la Simon Wiesenthal di questo campo. Senatrice che dovrebbe in primo luogo usare concretamente il suo potere istituzionale per proporre e fare approvare leggi in materia, che evitino ulteriori violenze e lutti. Queste ambiguità non sono squadrismo; lì la violenza era ostentata. L’Italia non è un paese democratico, ma neppure fascista in senso classico; è un paese democristiano, come lo è Giovanardi. Fascismo in clergyman. Non siamo nel Cile o nel Messico di anni fa, ma in un sistema più raffinato. Le manganellate vere e proprie, come quelle che presumibilmente hanno ucciso Federico Aldrovandi, non sono al centro del sistema. “L’Italia è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue” (Pasolini). Il fascismo della destra che garantisce impunità alla polizia, e che comprende l’uso della polizia come squadracce per spedizioni punitive, o come picciotti per intimidazioni verso qualche voce scomoda, è metà della storia; l’altra metà è il gesuitismo della sinistra, che fa da spalla, che permette il sistema e le sue violenze, e ne beneficia. Limitarsi a Giovanardi è fuggire dal bastone per andare a prendere la carota del centrosinistra.

Commento al topic: 27 luglio – cominciamo male

28 luglio 2007

Blog www.federicoaldrovandi

rimosso dal webmaster


Caro Giorgio 12:15AM,Grazie per la stima, ma non ho nessuna competenza giuridica. So però come funziona, e dalla trasmissione non mi aspettavo nulla di diverso. C’è stato un prologo sui giovani sbandati e sui genitori che non li sanno educare. Mirabella ha introdotto il caso di Federico citando, senza apparente motivo, i “figli di papà”. Quindi, mentre i genitori ribadivano la loro piena fiducia nelle istituzioni, Giovanardi, importante figura istituzionale, ha detto che i processi non si fanno in TV, e infatti davanti a chissà quanti telespettatori ha incollato sulla vittima l’etichetta “eroinomane”. Infine Mirabella ha commentato su Bolzaneto che i giovani “sono passati dalla parte del torto” insultando i poliziotti. Ha sorvolato sul dettaglio che se Tizio insulta un poliziotto sarebbe giusto fermare regolarmente Tizio, non spaccare la faccia a Caio andando a prenderlo mentre dorme. La trasmissione ha segnato un regresso, favorendo presso l’opinione pubblica un alleggerimento delle responsabilità degli imputati a spese della figura della vittima, e confermando negli spettatori concezioni illiberali sui poteri della polizia. Devo dire che in una cosa mi sono trovato d’accordo con Giovanardi: la critica dell’intitolazione a Giuliani di un’aula in Parlamento. Credo che anche queste esaltazioni ingiustificate della vittima in realtà non facciano che giustificare il sistema e farlo andare avanti, mentre si evita di mettere mano a provvedimenti seri. Ritengo altrettanto aberrante e controproducente dare un seggio parlamentare a qualcuno in quanto familiare di una vittima.

Riguardo al tuo post di giovedì 26 lug 3:46 PM in “17 lug 2007: 20 anni”: ho sempre accluso il mio indirizzo email quando ho inviato un commento. Autorizzo te, o qualsiasi altro, ad ottenerlo dai genitori di Federico e scrivermi, volendo valutare, come dici, “la serietà o meno di intenti”. A proposito di favorire i documenti, non sarebbe utile chiedere che i poliziotti portino un codice identificativo, come fanno in Germania ?. Avrebbe anche un effetto di deterrenza psicologica, del quale alla fine beneficerebbero anche quegli agenti che non hanno da temere di dover essere chiamati a rispondere. Se ti occorrono altri riferimenti su di me, potrei darti la targa della macchina dei poliziotti con i quali poco tempo fa ho avuto un incontro ravvicinato, la sera dello stesso giorno di un’amabile seduta in Questura, dove ero stato convocato. Maggiori informazioni su di me le potrai ottenere lì, dove pure apprezzano quanto scrivo. (Non che abbia fatto altro che scrivere, né che mi siano mai state rivolte contestazioni formali). Peccato che quanto scrivo non sempre viene visto con tanta benevolenza. Mi capita spesso di vederlo scomparire; come in questo caso, dove però per fortuna ci sei stato tu che hai commentato anche ciò che non era possibile leggere. Sono confuso dai tuoi ripetuti complimenti, ma non è che la mia sia pura teoria, o che mi occupi degli abusi delle “istituzioni”- per esempio le tecniche di disinformazione, come quella che si è vista a “Cominciamo bene” – per partito preso. Anch’io come tanti posso vantare integerrime figure di poliziotti nell’albero genealogico, e le mie idee politiche, repubblicane, forse hanno proprio il torto di assegnare eccessivo credito allo Stato e alle sue amministrazioni. Né tanto meno ho voglia di “fare salotto”: il silenzio, che spesso, con sistemi diversi, mi viene imposto, è anche il mio desiderio, perché lenisce il mio disgusto.

Che cosa si prova quando una pattuglia de “le istituzioni” – io le chiamo “gli apparati”, avendo capito che chi riveste cariche pubbliche il titolo “istituzioni” se lo deve meritare – assume comportamenti gratuitamente scorretti lo so per lunga diretta esperienza. In questo senso, mentre parrebbe che sia separato dallo spirito del blog che mi inviti a rileggere, sono vicino a Federico, che non ho mai conosciuto; così come sono vicino a chiunque abbia subito e subirà cattive attenzioni da parte delle forze di polizia. Si è adombrata la possibilità, non so quanto fondata, che ci fosse un interesse mirato verso Federico, a favore di soggetti privati. Ciò che posso fare è testimoniare – se qualcuno volesse ascoltarmi – che un tale abuso non è così eccezionale, ma appare essere una prassi di potere, consolidata e protetta. Che di tanto in tanto finisce male.

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