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Giustizia per Piazza Loggia

17 aprile 2012

Segnalato sul sito di Aldo Giannuli

nei commenti al post “Sentenza di Brescia e giustizia in Italia: ne vogliamo parlare?” del 17 apr 2012

 

Strage impunita? Tranquilli, ci faranno un bel filmone che in un piacevole dopocena appagherà l’anelito democratico dei più; pure meglio di una sentenza. Non state a guardare il capello.

Per quelli che invece pensano che quando succedono queste cose la campana suona per tutti, e sono disposti a considerare altre versioni oltre a quelle che hanno libero corso, una testimonianza sul servilismo di forze di polizia, magistratura, sinistra e gente comune rispetto ai poteri che allora vollero la bomba e che oggi continuano ad essere serviti in altri crimini:

Giustizia per Piazza Loggia

http://menici60d15.wordpress.com/2012/04/17/giustizia-per-piazza-loggia-lequazione-impossibile/

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Se x+2=3x, quanto vale x? Vale 1. E se x+2=x+3, quanto vale x? Non c’è soluzione. E’ un’equazione impossibile. Lo stesso avviene con la giustizia. Un’azione giudiziaria è come un’equazione nella quale l’incognita x sono le responsabilità penali. Come per quegli oggetti potentissimi che sono le equazioni, si tende a credere che la giustizia sia sempre in grado di dare un risultato significativo; tutto sta nel riuscire a ottenerlo. Ma anche nella giustizia ci sono equazioni impossibili, che per loro natura non possono dare risultato; che corrispondono a situazioni nelle quali la responsabilità, l’incognita, sta su entrambi i membri dell’equazione, a sinistra e a destra del segno uguale, e non ci sono termini aggiuntivi che possano permettere di portarla da un lato solo, lasciando la soluzione dall’altro lato.

L’espressione “strage di Stato” è una di quelle che sono meno coraggiose di quanto sembrano. Nasconde il fatto che lo Stato non ha neppure agito in maniera autonoma, per quanto perversa, ma è stato strumento di poteri sovranazionali, interessati a tenere lo Stato e la nazione in una condizione di subalternità, influenzandone la politica interna. Parimenti il corollario, espresso da Sciascia, “lo Stato non può processare sé stesso” sembra un’affermazione forte, mentre è una descrizione affievolita di una realtà nella quale lo Stato non può processare – e neppure nominare – i mandanti che serve, prima di non poter processare sé stesso come esecutore. Dipingere poi la strage come opera di fascisti, che furono solo la bassa manovalanza, contrapposti ai nobili antifascisti, che con gli angloamericani hanno sempre avuto un rapporto a dir poco ambiguo, è un ulteriore passo verso la mistificazione.

Non da commentatore né tanto meno da esperto di terrorismo, ma da parte lesa e testimone, desidero lasciare memoria della mia esperienza. A Brescia, per chi è nel mirino dei poteri forti, sembra quasi di stare in una dependance della vicina base Nato di Ghedi; con comando USA e personale italiano. Gli stessi poteri esteri che vollero la strage del 1974 oggi comandano a bacchetta, e continuano ad essere serviti nei loro disegni, aggiornati ai tempi, ma sempre eversivi, violenti e antidemocratici, dalle istituzioni, con in testa le forze di polizia e la magistratura. Quelle che dovrebbero essere le parti “non deviate” dello Stato invece di tutelare la legalità, la democrazia, i principii costituzionali, collaborano coi “deviati” per soffocare voci sgradite, e nel compito di rappresentare il dissenso democratico su temi inconfessabili come devianza potenzialmente pericolosa, da reprimere. Le pratiche della liquidazione politica di determinati soggetti e della costruzione di una tensione che giustifichi abusi e reati non si avvalgono più di armi che provocano emorragia acuta, ma proseguono mediante forme di violenza subdola. Poteri esteri serviti dai politici, il postcomunista ora filoUSA e filosionista sindaco Corsini non meno dell’attuale sindaco Paroli, berlusconiano, che ha avuto incarichi presso la Nato. Serviti da quelli che della vendita del Paese hanno da secoli fatto un mestiere, i preti. Serviti dalla sinistra migliorista e da quella “radicale” e dai sindacati, forze per le quali ogni anniversario della strage è il giorno della ricrescita della “verginità antifascista”, da investire 365 giorni all’anno per compiacere anche in maniera inqualificabile le forze che nel 1974 si avvalsero dell’esplosivo.

Serviti da una borghesia di arricchiti che non hanno perso il terrore della fame. Fino alla larga platea di gente comune, che approva istintivamente qualsiasi cosa vada verso il ricevere più soldi, fino ai facchini che non sono molto diversi dalle alte cariche nel vendersi vilmente al più forte. Una gerarchia di caporali, coinvolti in ciò che a gran voce chiedono sia perseguito. Chi commette o favorisce reati commissionati dalle forze che fecero mettere le bombe non troverà colpevoli per le bombe; mentre i processi a salve lunghi quarant’anni, le commemorazioni, le montagne di retorica gli serviranno da alibi; sul terrorismo è nata una florida industria della chiacchiera e dello spettacolo.

A Brescia volendo si potrebbe osservare l’operato di apparati “deviati” e gli aiuti e l’impunità di cui godono non a posteriori, ma “in diretta”, secondo l’espressione di Borsellino sulla mafia. Molti di quelli che si dicono vittime, molti di quelli in prima fila ai funerali o sul palco in piazza, sono in realtà legati direttamente o indirettamente agli apparati che un tempo facevano mettere le bombe, da rapporti che arrivano alla complicità. Sul piano morale, come traditori, sono più in basso dei mandanti che sono senza scrupoli nel curare i loro interessi. Le stragi hanno avuto la complicità trasversale della classe dirigente, che le ha sfruttate; ma sono state anche un chiamare il bluff della popolazione, sul suo dirsi nazionalista, se di destra, votata alla libera e serena convivenza se di centro, o erede dei partigiani se di sinistra, davanti alle sirene del benessere che chi con una mano ha sguinzagliato i bombaroli presentava con l’altra. E’ incredibile cosa è disposta a fare la gente per qualche soldo, come si venda la carica di elettore e di cittadino responsabile per un piatto di lenticchie. Questo fattore, la carota accoppiata alla bastonata, non andrebbe omesso. L’equazione era impossibile fin dall’inizio, e oggi lo è forse più di allora.

Non è vero quanto hanno commentato i PM, che “ormai è una vicenda che va affidata alla storia, più che alla giustizia”: c’è una continuità di comportamenti istituzionali, e anche personali, tra quanto avvenne nel 1974 e quanto è avvenuto dopo e avviene oggi. E’ vero che non è cosa per la giustizia, intesa come la nostra magistratura; è vero che è un caso ormai storico; ma è un caso nel quale la storia si fonde con la politica dei nostri giorni; o meglio con la non-politica dei nostri giorni. Questo Stato, coi suoi poteri e con la mentalità fascistoide radicata nelle masse, è mutatis mutandis un analogo, che dura da decenni, del governo di Vichy. Procedimenti giudiziari e sentenze come questi sono anche un modo dei magistrati per farlo presente e ribadirlo per ciò che attiene all’esercizio della giustizia.

Come dissi in occasione dell’assoluzione di 1° grado (*), una condanna di comodo, che avrebbe dato l’impressione di una giustizia lenta e parziale, ma comunque possibile, sarebbe stato peggio. I magistrati hanno rispettato l’equazione impresentabile che modellizza la realtà, quella che comprende anche le loro connivenze e complicità; non hanno forzato soluzioni false. Ad un’analisi politica l’assoluzione può essere anche letta come una condanna: come un’ammissione di correità per una classe dirigente della quale i magistrati sono parte pregiata; e come un gesto di disprezzo per il popolo, i cui umori mediamente sono molto più vicini di quanto non si dica all’operato collaborazionista dei magistrati, che oggi viene additato con sdegno.

Francesco Pansera

* http://menici60d15.wordpress.com/2010/11/23/brescia-non-solo-bombe/

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Blog de Il Fatto

Commento al post di P. Bolognesi “Piazza della Loggia: non è mistero, ma segreto” del 19 apr 2012

C’è il segreto di chi copre perché non si veda, ma c’è anche l’omertà di chi si copre gli occhi per poter dire che non ha visto; c’è anche l’omertà e la connivenza delle istituzioni “pulite”, dei quadri intermedi e delle persone comuni, non diversamente dalla mafia al Sud, nel dare appoggio ai poteri che vollero la bomba e oggi spadroneggiano. Le responsabilità non sono state solo in alto, e focali; ma sono state e sono diffuse, distribuite e trasversali, se non universali, comprendendo anche settori insospettabili, e il popolo:
http://menici60d15.wordpress.c…
Giustizia per Piazza Loggia

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@Rama.  Io di ricordi così ne ho a dozzine, e non sempre erano gente che si diceva di destra; la mentalità fascistoide, come osservò Gobetti, è nella biografia della nazione. Ricordo, a un incrocio davanti a un’edicola di giornali dove un tempo c’era un tabellone de l’Unità, e dove spesso incrociavo la polizia, una persona parlare della strage subita come di un titolo di merito;  un salvacondotto per fare quello che conveniva al suo gruppo. Anche la contabilità dei morti e dei danni causati dal sistema di potere del quale le stragi sono stato un drammatico episodio è diversa e maggiore di quella delle versioni ufficiali; né è chiusa, come si sostiene. Rimane coperta grazie al luridume fascista e al fetido gioco degli ipocriti, che ci ha portato alla condizione attuale.

La sinistra radicchiale

26 marzo 2012

Blog di Aldo Giannuli

Commento al post “Perchè sono comunista” del 26 mar 2012

“C’è sempre un puro più puro…” diceva Nenni. Quello che accomuna i comunisti ai peggiori capitalisti, e ai tanti opportunisti che stanno tra i due, è la bugia e l’omertà sul valore sociale ed etico del lavoro; non del lavoro come impiego e fonte di reddito, naturalmente; ma sul valore etico e sociale di ciò che viene prodotto. Per esempio, come ho osservato in questo sito (*), si auspica che la medicina divenga sempre più “motore della crescita del reddito e dell’occupazione”. Conoscendo questo settore dall’interno, vedo che l’enorme espansione e il successo economico della medicina sono il risultato di frodi strutturali, che tolgono sistematicamente, legalmente, sia salute sia denaro alle persone; ma alimentano così sia la speculazione finanziaria sia, in senso letterale, le famiglie dei portantini. Non ci sono forze politiche che contestino questa via cannibalistica al capitalismo.

La causa della crisi, crisi che prende forme primariamente economiche ma non è solo economica, risiede solo in parte nel fattore che, grazie soprattutto ai comunisti, di solito si indica, il capitale; ha le sue spore nascoste, o meglio taciute, anche nel lavoro; che grazie soprattutto ai comunisti è sacro e immune da critiche sulle sue conseguenze etiche e politiche. Il capitalismo ha così nel comunismo la sua cintura protettiva, consistendo quella che si presenta come un’opposizione radicale nel non chiedere al leone altro che di essere un po’ meno leonino nella spartizione delle prede: l’obiettivo presente, fatte salve le belle chiacchiere sul sole dell’avvenire che dovrà sorgere, è di “rifondare il patto sociale tra capitale e lavoro “ per “un sistema sociale un po’ più equilibrato”.

Io apprezzo la profondità di certe analisi marxiste; non contesto certo a nessuno il diritto di chiamarsi comunista e di professare qualsiasi dottrina; né di sostenere che posizioni come le mie sono utopiche, errate, etc. Solo rilevo questa consuetudine, comune a tante forze politiche, di presentarsi per gli autentici oppositori radicali quando si è un barbacane del sistema, un antemurale che protegge il capitalismo dal cambiamento radicale. Non si tratta di essere più puri dei puri; è valido in questo caso ciò che osservava Pascal sul radicalismo relativo, di come un moderato che non segua una deriva estremista appaia lui estremista: “Quando tutto si muove in modo uguale, in apparenza non si muove niente, come su una nave. Quando tutti vanno verso la dissolutezza, sembra che nessuno ci vada. Colui che si ferma mette in evidenza l’esagerazione degli altri, come se fosse un punto fisso.”

Questo per me è radicalismo, oggi: riconoscere che si sono spostate abnormemente le coordinate dell’etica pubblica e contestare ciò. Chi è portatore di questa soverchia “purezza”- anche se le sue posizioni sarebbero non troppo lontane da quelle di un ipotetico democristiano, o di un repubblicano, onesti – non “epura i meno puri”, come invece diceva Nenni; ma viene epurato lui. E i bravi sedicenti comunisti, forse anche per rinsaldare il patto sociale e riequilibrare la loro busta paga, spesso non si fanno pregare per svolgere quest’altro lavoretto extra per il nemico capitalista.

* http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/15/la-medicina-come-rimedio-ai-limiti-della-crescita-economica/

Dittatura a stampo e medicina

23 gennaio 2012

Blog Appello al popolo

Pubblicato col titolo “Sovranità sanitaria”

Postato su questo sito il 16 feb 2012 causa boicottaggio Telecom

I tempi mostrano come la democrazia possa degenerare in una “dittatura a stampo”: una forma di governo dove da un lato la democrazia politica è di facciata, e gli interessi reali del popolo sono violati, ma d’altro canto il potere conserva un consenso popolare imponendosi il vincolo di adattarsi allo “stampo” degli istinti profondi e degli umori del popolo; conformando ad esso la propria signoria invece di forzarla, e cercando semmai di farlo divenire per quanto possibile complementare al proprio volere tramite la manipolazione ideologica e mediatica. La medicina, alla quale ci si affida come un tempo alla religione, è uno dei campi dove la dittatura a stampo, efficace in sé oltre che adatta al governo dei mercanti, ha potuto maggiormente calzare, plasmare e quindi sfruttare la volontà popolare. In aderenza alle pulsioni e credenze del pubblico in tema di salute, opportunamente stimolate e pilotate, la medicina è stata trasformata in uno dei maggiori settori dell’imprenditoria liberista; un settore parassitario dove la Domanda è facilmente regolata da un’Offerta senza scrupoli, e sul quale si è sovrapposta l’economia fittizia della speculazione finanziaria.

Noti economisti auspicano che la quota sanità del PIL salga al 20%; ciò è ottenibile, ma sarebbe una disgrazia, perché già oggi per far diventare la medicina un motore di crescita economica la si è gravemente inquinata con deviazioni e con pratiche fraudolente; così che non fornisce ciò che potrebbe dare mentre storna risorse e crea danni iatrogeni. Ad esempio, la “prevenzione” oggi non consiste nell’assicurare un ambiente salubre, condizioni di vita equilibrate e cibi genuini, alla luce delle conoscenze biomediche; ma in trattamenti medici di massa ai sani mediante costosi programmi di screening, l’inutilità e la dannosità dei quali sta venendo riconosciuta in diversi casi anche in sedi ufficiali. Si favorisce la cronicizzazione delle malattie, per trasformarle in rendite assicurando il maggior consumo di costose scatolette di farmaci proclamati efficaci, e si lascia alle famiglie la gran parte di carichi sanitari essenziali come le cure odontoiatriche e l’assistenza ai non autosufficienti. E’ anche possibile che, ridotta la democrazia reale al lumicino, i futuri sviluppi, che potrebbero includere una maggiore privatizzazione della sanità, si avvalgano di forme più tradizionali di autoritarismo, per giungere allo “Stato terapeutico” preconizzato da alcuni commentatori. I meccanismi coi quali il potere ottiene ciò sono oscurati da fattori psicologici e tecnici, potenziati dalla propaganda e dalla censura; ma gli effetti negativi sono percepiti da una quota crescente di cittadinanza.

Le forze liberiste nel perseguire lo sfruttamento della medicina si sono poste il problema di geometria istituzionale: “volendo impossessarci del governo della medicina, come massimizzare la sua distanza dai due centri naturali di controllo democratico, lo Stato e il territorio ?”. Lo hanno risolto ottenendo dai politici la sovraordinazione della UE allo Stato e la devoluzione della sanità alle Regioni. La UE considera apertamente la medicina come un settore economico strategico, la cui tutela consente deroghe ai diritti fondamentali; spodesta un governo centrale occupato da politici “cùpidi di servilismo”. Le Regioni, ricettacolo di corrotti, traducono in interventi legislativi e amministrativi gli interessi dei poteri forti della sanità a livello locale. Anche se da solo non è sufficiente, e il servizio pubblico non sempre è superiore all’iniziativa privata, è necessario che sia lo Stato nazionale, al servizio razionale delle necessità e richieste delle realtà locali, a controllare la medicina. Ciò renderà possibile l’intervento più urgente, quello di emancipare i cittadini dalla loro condizione di stampo del potere mediante una corretta informazione; sollecitando in loro il meglio, anziché il peggio come fa la dittatura a stampo; in modo che sappiano ciò che devono pretendere dalla sanità e ciò che non possono chiederle.

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L’inquinamento come capro espiatorio

Grazie Tonguessy. Il post è la copia conforme di una proposta che ho mandato, da esterno, a Stefano D’Andrea per l’atto costitutivo dell’associazione “Sovranità”. E’ quindi succinto, e mette diversa carne al fuoco. In particolare spero che verrà approfondito il concetto della degenerazione della democrazia in “dittatura a stampo”.

La medicina può dare indicazioni fondamentali alla prevenzione: lo studio del mesotelioma e di altre patologie polmonari ha mostrato che occorre evitare di inalare fibre d’amianto. Il tema delle malattie causate dal capitalismo è un tema classico della sinistra, che ha raggiunto il suo apice intorno agli anni Settanta, quando si ascoltavano medici e scienziati di valore come Maccacaro, Tomatis, Lewontin. Poi però il capitalismo è andato avanti: la malattia da epifenomeno del sistema economico è divenuta una sua risorsa, da sfruttare; e da proteggere
http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/23/reati-contro-leconomia/

La sinistra invece è andata indietro: non solo non si è sviluppata e diffusa nei militanti l’analisi del nuovo fenomeno, ma i temi classici di sinistra sono stati prostituiti alla propaganda capitalista. Certo che lo smog fa male a bambini e adulti. Ma all’inquinamento vengono addossate anche le responsabilità dolose della medicina, impresentabili, come le sovradiagnosi; e con questi allarmi si innescano meccanismi che possono portare a un peggioramento della situazione, e a un incremento del business:
http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/

Secondo l’OMS Italia è il paese con maggiore incidenza al mondo di diagnosi di tumore nei bambini. Credo che tale record non sia dovuto tanto a un effetto cancerogeno straordinariamente rapido e potente delle nostre polveri sottili, quanto al ruolo di fattori umani, inclusa la misera abilità nazionale nel cambiare le carte in tavola con un po’ di retorica.

Su sovradiagnosi, sovratrattamenti, iatrogenesi, i pediatri stanno zitti, pur essendo questo un tema che li riguarda direttamente, preferendo puntare l’indice sui tubi di scappamento e le ciminiere. In USA la prevalenza di asma pediatrico è più che raddoppiata in 15 anni, dal 1980 al 1996. Si è poi assestata, sembra, in concomitanza di una variazione nei criteri di definizione nei questionari; ma le visite ambulatoriali – e con esse fatturati, redditi e rendite – hanno continuato a crescere; le visite si sono triplicate nel periodo dal 1989 al 2005. Il trend è comune ai paesi industrializzati.

E’ difficile pensare che lo smog non vi abbia alcun ruolo. Ci sono però altri fattori plausibili – e più facili da controllare che non lo smog – che vengono lasciati in ombra: es. gli allergeni nei prodotti di consumo. E i farmaci: alcuni studi indicano che gli antibiotici nel primo anno di vita, e il paracetamolo, la familiare tachipirina, aumentano nei bambini il rischio di sviluppare l’asma in seguito. Il mercato globale dei farmaci per l’asma ha superato i 15 miliardi di dollari all’anno, e continua a crescere. Gli antiasmatici sono essenzialmente dei sintomatici, i cui effetti iatrogeni impongono spesso altre cure. L’asma è un grosso mercato in crescita; che viene favorito indicando il pericolo di asma ai genitori apprensivi; non c’è invece troppo interesse a fermarlo con strozzature alla fonte, agendo sulle cause evitabili.

Mentre serve da capro espiatorio e da argomento di propaganda per gli aspetti meno presentabili della medicina e del liberismo, l’inquinamento viene a sua volta coperto nelle sue reali responsabilità enfatizzando il ruolo dei “lifestyles”, cioè alla fine dando la colpa alla vittima:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/30/il-pornografico-e-l’osceno/

Riguardo all’acuta osservazione di Marx Groucho sui posteri, l’occuparsi di chi verrà dopo mi pare un principio morale prezioso, che contribuisce a dare senso alla vita, e che, volendo sviluppare una religiosità laica, può prendere il posto della Speranza cattolica e della promessa di vita eterna.

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Blog de Il Fatto

Commento al post di V. Giannella “Bambini malati per lo smog: cercasi volontari ” de 25 gen 2011

Complimenti alla Facoltà di medicina dell’Università di Milano, ai suoi clinici, biostatistici, bioeticisti che insegnano agli studenti a fare ricerca in questo modo. Per una critica dell’assunto che sia nel miglior interesse dei bambini e dei genitori focalizzare l’attenzione sull’inquinamento tra i fattori causali dell’asma, v.:

http://www.appelloalpopolo.it/…

(Blog “Appello al popolo”. Post “Sovranità sanitaria”. Commento n. 2.)

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Blog de Il Fatto

Commento al post di G. Mazzella “L’Europa perde raccolto e salute. Grazie America ” del 16 feb 2012

“Non so più er ghepardo de na vorta”. “Sarà sto buco de l’azoto” (Supercafone, Er piotta, battuta finale).

Su Il Fatto Gian Luca Mazzella si chiede se il record di incidenza di diagnosi di tumori infantili in Italia non sia da attribuire all’inquinamento da eccesso di ozono. E’ prassi attribuire l’aumento di diagnosi di tumori infantili all’inquinamento. Ma ci sono altri fattori antropici, ancor meno confessabili, che non dovrebbero essere nascosti dietro agli allarmi sull’inquinamento:

Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi
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L’inquinamento come capro espiatorio. In: Dittatura a stampo e medicina
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@produttore. Il fatto che l’OMS (la cui credibilità ha ricevuto di recente un duro colpo a seguito della notizia che il suo allarme di pandemia mondiale da virus H1N1 è stato determinato dal pagamento di tangenti da parte delle ditte produttrici di vaccini agli scienziati dell’OMS) includa l’inquinamento tra le varie possibili cause di incremento di diagnosi di tumori infantili non consente di tacere sulle sovradiagnosi di tumore, un’entità ben nota agli addetti – e a chi vuole lucrare sulla medicina – ma tenuta nascosta al pubblico.

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@produttore. “Ripeto, i tumori infantili sono attribuiti proprio all’inquinamento”. L’incremento di diagnosi di tumori infantili è stato giustificato al pubblico attribuendolo all’inquinamento. Si tende a fare passare questa ipotesi per certezza ripetendola, come fa lei; trascurando fattori ancora meno presentabili come le sovradiagnosi.

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Blog de Il Fatto

Commento al post di M. Mingazzini ” Tumori in saldo ” dell’8 mar 2012

Questa dell’inquinamento dell’aria come Grande causa dell’incremento dei tumori nei bambini e del tasso di morbosità generale è la tesi politically correct, inculcata dai media. Una versione semplicistica che protegge fattori iatrogeni e interessi economici impresentabili:

Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi
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L’inquinamento come capro espiatorio. In: Dittatura a stampo e medicina
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Giochi su Galileo Galilei

29 dicembre 2011

Blog Appello al popolo

Commenti al post di Tonguessy “Strutture di potere – Galileo e la Chiesa” del 29 dic 2011

Postato su questo sito il 19 feb 2012 causa boicottaggio Telecom

Grazie a Tonguessy per l’ottimo articolo. E’ particolarmente interessante l’osservazione del progresso scientifico come ideologia che allontana il popolo dalla concezione medievale della vita frugale. La promessa di salvezza intramondana che allontana da quella concezione del limite che abbiamo perso, e che farebbe risaltare la Scienza nella sua vera grandezza.

Io sono tra quelli che quando sono in spiaggia sul Tirreno restano a guardare il tramonto sul mare. Uno spettacolo bello in sé, e che induce a riflessioni delle quali “Il silenzio” fuori ordinanza è l’equivalente musicale. La contemplazione del sublime che la nostra stella ci offre quotidianamente è temperata dal pensiero che non è il Sole che cala dietro l’orizzonte, spandendo colori regali attorno a sé; ma siamo invece noi che insieme alle sdraio e a tutto il resto ci stiamo lentamente ribaltando all’indietro.

Anche l’antagonismo Chiesa/Scienza si è evoluto, e credo occorra fare attenzione a non identificarlo con quello dei tempi di Galilei; come invece può essere interesse dei contendenti far credere:
http://menici60d15.wordpress.com/2008/01/21/diplomi-di-laurea-bruciati-sul-sagrato-tornano-i-roghi/

Resta l’antagonismo ideologico, con la Scienza e la Fede usate come armi; un esempio è dato da come entrambe le parti strumentalizzano la discussione sul darwinismo. Confronto che a volte sbotta in toni che tradiscono l’antica vocazione:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/16/i-preambula-fidei-di-san-tommaso-e-quelli-di-de-mattei-e-carancini/

Ma il clero attualmente ha anche interesse a favorire la scienza. Interessi “pastorali”, perché, preso atto che la nuova religione secolare è oggi quella che fa più presa sulla credulità delle masse, preferisce cooptarla e sfruttarla anziché attaccarla frontalmente. (E sa, vecchia volpe, che conviene dargli corda anche perché le magagne della degenerazione affaristica della scienza ne minano la credibilità dall’interno). Diventato lo scientismo un’ideologia parareligiosa, il clero col suo know-how può insegnare ai seguaci di Prometeo come ricavarne consenso e zecchini.

Interessi politici, perché il Vaticano deve trovare un punto di convivenza e alleanza con altri poteri che non può certo contrastare, e che fanno dell’ideologia scientista il loro credo. Appoggiando la scienza, evitando di attaccarla, se non per ridicole questioni teologiche, tacendo sulle strumentalizzazioni e storture dei modi nei quali è praticata, e fornendo servizi di supporto, il clero può acquisire meriti presso poteri che non lo amano.

Interessi economici, perché la “scienza” è in pratica la tecnologia commerciale, e il clero è tra le forze che investono molto denaro e ricavano molto denaro da essa; v. il caso San Raffaele, scoperchiato, nei suoi aspetti finanziari ma non in quelli “scientifici”, nell’anno del passaggio di governo da Berlusconi a Monti.

Così le occasionali rumorose baruffe e le frequenti gomitate non devono fare perdere di vista che tra le due chiese, che se potessero adotterebbero gli argomenti degli inquisitori da un lato e dei lanzi dall’altro, i rapporti sono articolati; come quelli dei famosi imprenditori di Pisa, che litigavano di giorno ma cooperavano di notte:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/12/i-futures-di-santa-lucia/

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@Lorenzo. Tra il primitivo che adora la luna e lo scienziato capace di mandarci un razzo (magari forte della pregressa esperienza pionieristica con le V2 naziste) c’è una grande differenza; ma non sarei così sicuro che ci sia un abisso. Il 23 dicembre scorso c’è stato il quarantennale della “Guerra al cancro” dichiarata da Nixon sull’onda dell’esaltazione per le missioni Apollo. La luna è sempre là, non più meta di visite a parte quelle innocue dei poeti, ma la guerra al cancro non è stata vinta. Invece, si è trasformata la lotta al cancro in una economia di guerra. La soluzione è stata brillante sul piano economico; inqualificabile su quello etico e politico.

La “comunità scientifica”, superiore alle diatribe ideologiche, lo sguardo fisso in alto verso il perseguimento della Conoscenza dell’ignoto, ma anche con un fine intuito per buste paga e pensioni, continua a pestare alacremente l’acqua nel mortaio così come si vuole che faccia. Il cancer burden continua ad aumentare. Dal 1998 al 2007 in Europa la spesa pro capite per i farmaci oncologici è cresciuta di sei volte, e attualmente si parla di aumento dei prezzi insostenibile per i nuovi farmaci “innovativi”; prodotti frutto di un metodo così galileiano che si discute apertamente nelle sedi ufficiali di come valutarne l’efficacia sui pazienti dopo che sono stati commercializzati, in carenza di dati sperimentali sufficienti; cioè di come chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati; e così efficaci che diversi medici scelgono di non assumere le terapie destinate ai pazienti se affetti da cancro. Gli analisti finanziari prevedono ulteriori enormi guadagni, e la gente continua a credere, anche se con qualche tentennamento, ai proclami di vittoria della “comunità scientifica”.

Lo scienziato non deve essere necessariamente “engagé”; ma deve essere onesto, e non può pretendere di essere considerato tale per dogma. Tra il primitivo e lo scienziato ideale in mezzo c’è l’acquitrino della scienza corrotta, e di quell’atteggiamento irrazionale, diffuso tra il pubblico e anche tra i ricercatori, prossimo alle credenze dei primitivi che il fisico Feynman (Il Nobel che scoprì la causa del banale errore tecnico che causò il disastro della navetta Challenger) ha chiamato “Cargo cult science”. Cioè l’adorazione di stampo tribale di ritrovati tecnologici e della scienza, che vengono visti come divinità benevole e onnipotenti.

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@Lorenzo. Grazie per questo esempio di teologia scientista.

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@Mincuo. Leggo che Bellarmino ebbe parte nel primo processo a Galilei, quello del 1616. Circa venti anni prima aveva partecipato al procedimento che aveva mandato sul rogo Giordano Bruno; alla figura del cardinale, e futuro santo e dottore della Chiesa, era quindi associata una notevole carica intimidatoria; se non altro da vivo. Assieme a teorie che oggi suonano esoteriche, veniva contestata a Bruno l’affermazione che “vediamo il sole nascere e tramontare perché la terra se gira circa il proprio centro”. Pare che a Bruno fosse stata offerta la possibilità di evitare la morte accettando qualche compromesso dottrinale; ma Bruno non volle. Questa fermezza, più ancora che le sue teorie, deve essere suonata inaccettabile alle orecchie dei preti.

Una posizione ancora oggi da giudicare negativamente per l’ethos nazionale: ricordo come Montanelli sul Corriere abbia scritto che in pratica Bruno, che comunque secondo lui era un pensatore che valeva poco, se l’era cercata con la sua cocciutaggine. La sua scelta credo fosse il frutto di un misto di consapevolezza intellettuale e carattere; e anche di stanchezza esistenziale, se non disgusto, per la sua vita travagliata e per la meschinità e viltà che vedeva nei suoi persecutori. Bruno divenne poi un simbolo di laicità; cioè in pratica di anticlericalismo massonico, che invece nei compromessi si trova a suo agio.

Come Campanella, se i suoi concetti mostrano un modo nuovo di pensare che muove i primi passi, fu un bravo poeta. Mi colpì su “the Crimson”, la rivista di Harvard (interdisciplinare), un detto a lui attribuito: “Lux umbra dei”, la luce è l’ombra di Dio. Un altro pianeta rispetto ai minuziosi sofismi di coloro che dicono di parlare in Suo nome; e rispetto alla loro nascosta ma non sopita propensione a scempiare quelli che non possono piegare; con qualsiasi mezzo, dalle dotte falsità dell’erudito alle pratiche di compiaciuta violenza degli sbirri e lacchè.

§ § §

@Mincuo. “L’ambasciatore della Corte medicea, Piero Guicciardini, ottimo conoscitore dell’ambiente romano, era ben consapevole dei pericoli incombenti sullo scienziato: «so bene che alcuni frati di San Domenico, che hanno gran parte nel Santo Offizio, et altri, gli hanno male animo addosso; e questo non è paese da venire a disputare sulla luna, né da volere, nel secolo che corre, sostenere né portarci dottrine nuove».[44]

Il 24 febbraio 1616, richiesti dal Sant’Uffizio, i teologi risposero unanimemente che la proposizione «il sole è il centro del mondo e del tutto immobile di moto locale», era «stolta e assurda in filosofia, e formalmente eretica», in quanto contraddiceva molti passi delle Sacre Scritture e le opinioni dei Padri della Chiesa; che la proposizione «la Terra non è il centro del mondo, né immobile, ma da sé si muove anche di moto diurno», era «censurabile in filosofia; riguardo alla verità teologica, almeno erronea nella fede». Di conseguenza, il 25 febbraio il papa ordinò al cardinale Bellarmino di «convocare Galileo e di ammonirlo di abbandonare la suddetta opinione; e se si fosse rifiutato di obbedire, il Padre Commissario, davanti a un notaio e a testimoni, di fargli precetto di abbandonare del tutto quella dottrina e di non insegnarla, non difenderla e non trattarla». Un documento datato 26 febbraio attesterebbe l’avvenuto precetto del Bellarmino e l’obbedienza di Galileo[45] mentre il 5 marzo era reso pubblico il decreto della Congregazione dell’Indice che proibiva e sospendeva «rispettivamente gli scritti di Nicola Copernico De revolutionibus orbium coelestium, di Didaco Stunica su Giobbe e di Paolo Antonio Foscarini, frate carmelitano».” (Wikipedia).

Lei chiama “raccomandazioni amichevoli” una convocazione dopo una procedura formale,  da parte di uno che aveva sistemato Bruno; il quale pare sia stato anche torturato (secondo Wikipedia). Qui bisognerebbe parlare della radice culturale comune a clero e mafia, evidente anche nei modi di esprimersi. Ma non vorrei essere ripreso da lei con accusa di andare fuori tema. Dovreste vergognarvi per quello che avete fatto, in quella e innumerevoli altre occasioni, e invece vi mettete in cattedra a dispensare menzogne e giudizi. Non so chi lei si creda di essere o cosa pensi di avere detto, ma ci vuole un po’ più di un pallone gonfiato per farmi “lasciare stare”.

Non sono di nessun partito, non difendo nessuna fazione, a differenza di lei. Non apprezzo Michele Serra, non leggo Repubblica, che elogia quanto ha prodotto in medicina e in campo culturale il suo degno correligionario Verzè. Vede, lei questo non può capirlo, ma ci sono persone che hanno opinioni forti pur non appartenendo a nessun gruppo. L’argomento del quale tratto non è Galileo, ma gli abusi di potere della Chiesa. Che lei giustifica con la situazione politica del tempo. No; posso testimoniare che avete la vocazione, come mostra anche il suo atteggiamento mistificatorio e arrogante. Lo mostra nella sua parte presentabile; i sudici scagnozzi dei quali allora come oggi vi servite completeranno i suoi auguri di lunga vita e la brillante lezione di filologia fraudolenta.

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Egregio Mincuo, difensore della Fede, cerchi di capire. Il clero si oppone sostanzialmente al progresso che emancipando l’uomo lo sottrae al giogo del potere. E nell’opporsi non si astiene da forme di violenza e di inganno; anzi eleva queste pratiche al rango di scienza, che è l’unica scienza che si può riconoscere alla massa di zeloti e farisei dei quali lei fa parte. Se fosse per Bellarmino o per quelli come lei staremmo ancora al Medioevo; agli aspetti negativi del Medioevo. Queste sono responsabilità molto gravi. Sono il primo a criticare le distorsioni dell’attuale tecnocrazia, alla quale i preti fanno da tirapiedi. Ma il progresso sano è salvezza dell’Uomo. Pensi ad esempio se non avessimo le fogne: quante malattie infettive. Certo, ci sarebbero anche aspetti positivi. Davanti a un vomitatore di insulti come lei, si potrebbe prendere il pitale, metterglielo davanti e dirgli “parla con questo”.

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Caro Stefano, grazie per il tuo intervento. Non ho nessuna voglia di riaprire la questione che hai chiuso, ma vorrei andare oltre evidenziando un aspetto che mi pare interessante. Un poco la storia si ripete. J. Schwartz, in “The creative moment”, 1992, sostiene che la Chiesa era orientata ad ammettere la teoria eliocentrica purché fosse nascosta entro l’oscuro linguaggio matematico, ferma restando la versione delle Scritture. Lo stesso Bellarmino, leader intellettuale dei gesuiti, istruiva i preti a stare lontano dalle dispute coi matematici sulla questione. Per questo autore, un fisico, lo scandalo è consistito non tanto nella soppressione della verità da parte dell’autorità, ma nell’avere imposto che la “chiarezza sovversiva” della fisica venisse avvolta in un linguaggio matematico inaccessibile ai più.

Oggi più di allora il rigore, la specializzazione, possono essere distorti in uno strumento per occultare e censurare il vero. O per propagare il falso. E’ nota la critica ai modelli matematici in economia; si parla meno di come alcune metodologie matematiche di base dell’epidemiologia clinica, di difficile valutazione per i non iniziati, a detta di statistici professionisti servano più ad ingannare che a trovare il vero. Qui sul blog è stato possibile screditare con toni sprezzanti chi proponeva tesi non gradite, col pretesto che non si può parlare che di un solo processo a Galilei, non contando nulla la raccomandazione di censura dei teologi nel 1616, e la conseguente disposizione del papa a Bellarmino di ordinare a Galileo di cessare di insegnare, discutere, difendere le sue tesi se non voleva essere arrestato. (Che a me sembra anche peggio di un regolare processo). Tizio spara a Caio con una calibro 9, e Caio, sopravvissuto, lo accusa di avergli tirato una revolverata. L’avvocato di Tizio, rispondendo che per il perito balistico è una sciocchezza chiamare “revolver” la calibro 9, che invece è un arma semiautomatica, non sta servendo il rigore e la precisione; se adotta questi argomenti si vede che non può che buttarla in chiasso.

Ci sono molti modi per reprimere voci non gradite. Dall’omicidio fisico a quello morale all’attacco verbale all’appello al metodo; da usarsi diversamente a seconda delle circostanze. Nell’affresco del quale il caso Galilei è parte appaiono le varie tipologie. Mentre qui tutto lo spazio è stato invaso e occupato da ciò che potrebbe costituire l’oggetto di una nota a piè pagina, se correttamente riportato. Spaccando la pagliuzza in quattro si può ignorare il quadro generale; dalle pugnalate, si ritiene per mano di sicari della Chiesa, all’amico di Galilei Paolo Sarpi, difensore dell’indipendenza della Repubblica di Venezia; alle migliaia di donne che in quegli anni in Europa venivano bruciate per stregoneria.

I brutti affari della Sigma Tau

22 dicembre 2011

Blog di Bruno Tinti su Il Fatto

Commento al post “Sigma Tau, che brutto affare” del 22 dic 2011

Postato su questo sito il 18 feb 2012 causa boicottaggio Telecom

Secondo quanto si vociferava in ambiente medico negli anni Ottanta, la Sigma Tau non è nuova a soluzioni creative per la tutela del diritto al lavoro. Allora – prima che emergesse lo scandalo delle tangenti al piduista Poggiolini – si diceva che, data la liason tra Sigma Tau e il Ministero della sanità, chi lavorava in ST aveva il coniuge assunto al Ministero, e viceversa chi lavorava al ministero aveva il coniuge assunto in ST. Maldicenze, forse, ma che la ST si appoggiasse più sulle tangenti e gli appoggi politici che sull’etica e la scienza per prodotti che hanno fatto la sua fortuna come la carnitina, è comprovato dalle indagini dei magistrati; e dal parere di autorevoli esperti.

La voce non è da trascurare come un pettegolezzo perché riguarda un punto importante: le frodi mediche strutturali vengono protette con la distribuzione di posti di lavoro. Così che davanti all’idea della perdita del lavoro passa in secondo piano cosa l’azienda realmente produce, dandosi per scontato che produce cose buone, non essendo i lavoratori dei pescecani come i padroni, ma onesti faticatori. Rendere noto al pubblico e ai pazienti, oltre ai problemi di occupazione della ST, che ad es. il principio attivo del farmaco Prostide della ST risulta provocare un incremento delle diagnosi di cancro ad alta aggressività della prostata, sarebbe becero e irresponsabile.

Sostenere di affidare le aziende a chi ci lavora mi pare un’ottima proposta, che non merita certo l’insulto di “schifoso fascista”. Solo, la convinzione per la quale il lavoro è necessariamente etico, e che chi lavora nell’industria farmaceutica è automaticamente un benemerito, è un poco perbenista; espressione di quella concezione piccolo borghese che è il terreno di cultura di comportamenti fascisti, e delle relative connivenze e complicità istituzionali; come i metodi di censura, incluso il licenziamento, a protezione dei prodotti che danno il pane ai lavoratori dell’industria farmaceutica, e spesso anche il companatico.

I mafiosi filantropi e la Lombardia non omertosa

20 dicembre 2011

Blog de Il Fatto

Commento al post di L. Franco e F. Baraggino “Milano, Cancellieri: “La mafia c’è ma non la sua cultura omertosa” del 19 dic 2011. Censurato.

pubblicato su questo sito il 17 feb 2012 causa boicottaggio Telecom

Che la Lombardia sia estranea alla cultura omertosa è un cliché che fa il paio con la favola dei mafiosi che proteggono le vecchiette. La cultura omertosa non è un’esclusiva della mafia. E’ la mafia ad essere un singolare caso di criminalità che, posta a cavallo tra crimine comune e istituzioni, condivide con queste ultime le condotte machiavelliche proprie del potere; inclusa la cultura dell’omertà. In Lombardia anche a detta di lombardi è radicata una cultura omertosa autoctona, che si avvale della mafia meridionale come diversivo, alibi e minaccia ricattatoria per tutelare meglio i propri affari: oltre alla mafia, in Lombardia c’è una “metamafia” istituzionale

http://menici60d15.wordpress.com/2010/06/08/i-professionisti-della-metamafia/

che mostra di combattere la mafia mentre copre e aiuta altre attività criminose non meno gravi, ma inserite nel circuito legale, come le frodi mediche.

Ilda Boccassini è da elogiare per la sua attività di repressione della mafia, ma è incomprensibile il titolo di “top global thinker” datole da “Foreign policy”. Un premio ai suoi meriti rispetto agli interessi degli USA, e all’ideologia che impongono; compresa questa di proiettare su una mafia che ci si guarda dall’eradicare i crimini e la mafiosità dell’economia legale. Qui a Brescia, dove Cancellieri è stata prefetto, interessi criminali internazionali e indigeni sono liberi di fare i loro comodi come i mafiosi nella Sicilia de “la mafia non esiste” di decenni fa; potendo contare sull’omertà, e sull’intimidazione istituzionale verso chi denuncia. Il riconoscimento a quello che attualmente è il più celebre magistrato lombardo appare essere un incentivo non alla libertà intellettuale, ma all’opposto al conformismo giudiziario e culturale di una magistratura e una polizia asservite ai poteri maggiori, che fiancheggiano forme di crimine istituzionalizzato ancora più forti e importanti della mafia.

La richiesta di giustizia

15 novembre 2011

Blog de Il Fatto

Commento  al post di M. Viroli “Gli italiani? Realisti miserabili” del 15 nov 2011

Ritorno ai principii? Finalmente:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/05/la-fallacia-delle-regole/

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/08/obbedienza-alle-regole-e-obbedienza-delle-regole/

Anche se in tempi un po’ sospetti:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/27/la-riesumazione-dell’etica/

La forma nostrana di potere, pontificia, predica magistralmente la virtù mentre pratica la perversione. Viroli e Magris per i miei gusti sono tra i suoi migliori “domenicani”; le loro parole sono spesso un balsamo e una guida. I due vengono attaccati su questo blog come teorici privilegiati, ma sarebbe ora di non tacere più sul popolo come istituzione corrotta. Aveva ragione De Filippo:“La gente fa paura”.

Credo ci sia un punto che possa testare la buona fede delle due parti, e portare ad una convergenza: la instancabile e continua richiesta di giustizia, dati i principii, nei casi concreti. Che non è rivolgersi al magistrato, e può consistere nel rinunciare a farlo:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/31/“se-la-canaglia-impera-la-patria-degli-onesti-e-la-galera”/

Chi parla di principii da una cattedra ben incistata nell’establishment sarà credibile se sfrutterà le sue notevoli capacità intellettuali per chiedere giustizia riguardo a casi concreti: le tante forme dell’istituzionalizzazione della predazione da parte del potere sulle persone comuni.

Chi tira ogni giorno la carretta non dovrebbe scordare che chiedere giustizia per ciò che subisce non è solo un dovere civico, ma è l’unica arma pratica per non essere completamente sopraffatto da chi comanda; che fare proprio il cinismo dei potenti e cercare solo di integrarsi nello status quo, perdere la capacità di riconoscere l’ingiustizia che si subisce o si vede (e anche quella che si pratica) e rinunciare a reagire, non è da furbi. Lo dimostra la situazione nella quale, nonostante i loro pregi, gli italiani sono riusciti a farsi incastrare come imbecilli.

Lo screening del glaucoma coi paraocchi

2 novembre 2011

Blog de Il Fatto

Commento al post di D. De Felice “Dove ci guida la vista?” del 2 nov 2011

Lo screening per il glaucoma, nonostante gli interessi coinvolti, non è stato ancora proclamato efficace su basi scientifiche; per ora non è santo ma solo venerabile. Fo l’advocatus diaboli. A leggere le lunghe e complesse discussioni sui pro e contro dello screening per il glaucoma, la proposta di obbligarvi per legge tutti i guidatori non appare affatto “un modo semplice” né pacifico per prevenire i temibili effetti di questa neuropatia. Il glaucoma cronico, la forma più comune, ha uno sviluppo insidioso, ma non è detto che la misura della pressione intraoculare lo diagnostichi in fase precoce: il rapporto tra aumento della pressione e il danno al nervo ottico non è consistente. Tale incertezza sul nesso causale probabilmente spiega perché lo screening ha specificità molto bassa e bassa sensibilità; cioè dà luogo a tanti falsi positivi (in un’analisi bayesiana, su 4 positivi 3 sarebbero falsi) e anche a falsi negativi; con in più il rischio di provocare una forma acuta di glaucoma; solleva inoltre dubbi sui dati circa l’efficacia, peraltro anche ufficialmente non elevata, delle terapie preventive volte ad abbassare la pressione intraoculare. Terapie che possono avere effetti nocivi anche pesanti, e sistemici, e dare luogo ad una serie di interazioni pericolose con altre patologie e farmaci.

Il glaucoma conclamato può essere causa di incidenti da riduzione del visus e del campo visivo. Ma porta al non rinnovo della patente, per una piccola quota di automobilisti; a differenza della terapia preventiva di massa, che pure incrementa il rischio di incidenti automobilistici, es. causando ridotta visione con poca luce da miotici. Le visite oftalmologiche per il rinnovo della patente di guida con screening obbligatorio potrebbero così non ridurre ma aumentare gli incidenti d’auto. Il paradosso mostra come questi appelli sulle premalattie che suonano di buon senso lascino fuori dal campo visivo bilanci vantaggi/danni che sono intricati e poco entusiasmanti.

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Nella Baltimore eye survey oltre il 50% dei glacomatosi non avevano una pressione intraoculare elevata. Di converso, nello studio di Gordon et al, Archives of Ophthalmology 2002; 120:714-20 risulta che il 90% dei soggetti con la diagnosi di ipertensione oculare non trattati non ha sviluppato glaucoma nei successivi 5 anni. La pressione intraoculare è considerata un fattore di rischio per il glaucoma. Ma non una causa; per sostenere che ciò è falso occorrerebbe portare prove. La ricerca sta sondando numerose ipotesi etiologiche completamente diverse.

I due concetti, fattore di rischio, concetto statistico, e causa, concetto fisiopatologico, sembrano vicini; ma non andrebbero confusi, ma tenuti molto bene separati mentalmente. E la distinzione andrebbe rispettata e spiegata soprattutto nel lanciare allarmi al pubblico. Uno scambio che invece è ormai automatico, essendo uno dei dogmi, delle pietre angolari, della disinformazione medica al pubblico.

Riguardo alla sua posizione che lo screening di massa, magari obbligatorio, sia una scelta che distinguerebbe uno statista da un politico, sono d’accordo nel senso che temo che potrebbe interessare più i nostri politicanti in cerca di commesse che padri della patria immuni dal lobbying:

“Tools for screening for glaucoma are imperfect and there is no currently accepted screening program. It would not be cost-effective to screen the entire population, and many people who are suspected of having glaucoma initially are found not to have the disease on review by an ophthalmologist.” (Australian doctor, july 2011).

A proposito di confusione tra pressione arteriosa e intraoculare, i beta bloccanti preventivi per via locale, molto usati, possono abbassare entrambe, provocando una riduzione della funzione cardiaca; slatentizzando o aggravando un’insufficienza cardiaca (o respiratoria); non l’ideale per una guida sicura.

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Il problema degli effetti collaterali sistemici, e locali, delle terapie farmacologiche per il glaucoma non appare essere stato superato. Le opinioni personali dei medici in tema di nuove forme di medicina possono avere un loro peso, e io le ascolto con attenzione, soprattutto quando non confliggono con gli interessi professionali; ma nel formularle, in campi così difficili, dove spesso sono in gioco decine di variabili, penso venga spontaneo trovare aiuto nelle opinioni esterne. Oggi la Glaxo ha accettato una transazione di 3 miliardi di dollari col governo Usa per avere forzato l’espansione delle indicazioni di suoi farmaci, con effetti catastrofici per i pazienti. Il singolo medico che, convinto che i progressi della medicina lo consentano, voglia proporre sulla base di convinzioni personali una cosuccia come un nuovo screening di massa praticamente obbligatorio, potrebbe esaminare con attenzione le ragioni per le quali, nonostante se ne parli dagli anni ’60, nonostante questo furore per trovare sempre nuovi mercati medici che ha portato la Glaxo a incorrere in costi con cifre da manovra finanziaria, gli screening per il glaucoma non sono stati ancora introdotti, neppure su base volontaria; e controllare quali sono le molteplici condizioni comunemente ritenute indispensabili per proporre uno screening, e se questo insieme di condizioni sarebbe davvero soddisfatto oggi. Il rischio altrimenti è quello di una visione coi paraocchi, che nel caso del glaucoma sarebbe il colmo.

La decrescita degli altri

15 ottobre 2011

Blog de il Fatto

Commento al post di Fabio Balocco “La responsabilità personale” del 14 ott 2011 

Non vorrei che, nel paese dei preti e dei sacrestani, questo appello alla responsabilità personale, in sé sacrosanto, e che penso di applicare, divenisse un “victim blaming”:

“La decrescita degli altri

 Bisogna stare attenti affinché l’augurabile programma di decrescita economica non sia confuso con quello di “decrescita”, cioè di impoverimento, dei ceti medi e bassi da aumentato sfruttamento in un sistema altrimenti immutato. Se viene cooptato dai nostri politici, questo appello alla decrescita corre il concreto rischio di trasformarsi nello “accettate con letizia di stringere la cinghia mentre noi e i poteri che rappresentiamo continuiamo ad abbuffarci a vostre spese e a fare danno al pianeta meglio di prima”. A una declamazione astratta sulla virtù dell’austerità e i mali del consumismo, che riproponga quella di Enrico Berlinguer del 1977 che Lanza cita, si può associare un appoggio pronto, cieco e assoluto alle vie più turpi per proseguire la crescita economica “legale”:

 http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/15/la-medicina-come-rimedio-ai-limiti-della-crescita-economica/

Da un lato dobbiamo ammettere che la colpa è anche nostra; fino a che le cose andavano bene il modello consumistico ha calzato a pennello i valori della maggioranza delle persone. “Il popolo”, la “Ggente”, dovrebbe sedere accanto a Berlusconi e ai suoi soci di sinistra nel gabbione degli imputati. Dall’altro esiste anche una dimensione irriducibilmente politica di questo sistema basato sullo sfruttamento: chi ci governa, a destra e a sinistra, ha speso le sue notevoli doti a favore di un modello che è intrinsecamente sociopatico. Anche lì, davanti a politici che rappresentano non lui ma gli interessi che ci hanno condotto in questa situazione, l’individuo oltre che battersi il petto e risparmiare sull’acqua del water può fare attivamente la sua parte:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/29/le-ragioni-per-non-votare/

Vogliono i poliziotti

14 settembre 2011

Sito Conflitti e strategie

Commento al post “Vogliamo i poliziotti” di Gianni Petrosillo del 13 set 2011

De Andrè diceva che bisogna fare tanta strada per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non esistono poteri buoni. Per quello che so le forze di polizia non sono la cura ma fanno parte della malattia, essendo al servizio dei poteri forti che determinano le disgrazie politiche della nazione. Forse De Andrè era ottimista, perché oggi con la disinformazione la gente, rincitrullita dal flusso continuo di sceneggiati sui PS e CC onesti, coraggiosi e intelligenti, e dalle innumerevoli campagne di marketing medico spacciate per programmi educativi, mette sicura la testa nel cappio stando comodamente seduta davanti alla tv:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/10/radiotossicita-mafiosa-e-legale/

Sito Blogghete

Risposta del 15 set 2011 a Gianni Petrosillo nel post “Vogliamo i poliziotti”

Sono di idee borghesi, e la cultura che vede il poliziotto come “sbirro” non mi appartiene. Neppure però condivido l’insopprimibile tendenza degli italiani a “voler fare la rivoluzione coi carabinieri” (Montanelli), e più in generale a cercarsi un protettore, e a cambiarlo a seconda delle circostanze storiche; né apprezzo queste piroette della “sinistra” italiana, dalle intricate e fumose analisi marxiste al poujadismo spicciolo. Non per contraddire Gramsci, ma per smentire la solita retorica vigliacchetta dei poliziotti buoni guidati dai vertici cattivi: posso testimoniare che il problema non sono solo i vertici, ma anche i quadri della polizia. I capi ordinano abusi e violenze che i sottoposti eseguono naturaliter; tanto da fare pensare che il mestiere di poliziotto sia il rivestimento sociale di un determinato tipo umano; ben diverso da quello che viene propagandato con la miriade di sceneggiati televisivi su commissari e carabinieri. Su questa consonanza tra capi e “obbedienti agli ordini” vedi i fatti del G8; o l’assassinio dell’ispettore Donatoni (M. Almerighi, Mistero di Stato), che dice anche dei criteri e dei metodi di selezione interni alla polizia. Prendono 1500 euro al mese, dicono, e si lamentano in continuazione che sono poche. Saranno poche per il lavoro di poliziotto, ma sono anche troppe per il lavoro che svolgono di fatto.

Sito Crisis Di Deborah Billi

Commento al post “Polizia, facciamo sciopero?” del 30 set 2011. Censurato

“Gli italiani vogliono fare la rivoluzione coi Carabinieri” (Montanelli)

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/22/istituzioni-ibride/

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/14/vogliono-i-poliziotti/

Guai ai vinti

22 giugno 2011

Blog della Redazione de il Fatto quotidiano

Replica al commento di Federico Derchi al post “Sclerosi multipla, in Italia la cura c’è, ma non per tutti” del 21 giu 2011

Per chi si trova nello stato di “chronic sorrow” la speranza è un ancora che evita il naufragio del sé; ma ci sono potenti interessi che speculano su questo bisogno, e guastano alla radice la ricerca sulla SM. Leggendo i commenti, vedo che tra alcuni dei malati di SM sta sorgendo una certa consapevolezza di ciò.

La teoria della patogenesi immunologica della SM è da tanti anni alla base delle lucrose “cure”, “innovative” e spesso dannose come quelle che Il Fatto pubblicizza. Mentre veniva lanciato l’interferone per la SM, pubblicai un articolo teorico che espone indizi che contrastano con tale teoria, e che puntano verso un agente causale chimico (Pansera F. Form and cause in multiple sclerosis. Perspectives in biology and medicine 36: 306. 1993). E’ stato come avere rigato con una chiave la fiancata dell’auto del capo dei capi: nella mia esperienza, la debole teoria autoimmune viene difesa con sistemi mafiosi, grazie anche ai ruffiani delle istituzioni italiane. La terapia basata sull’ipotesi della CCSVI, una grottesca trasposizione all’encefalo della stasi venosa delle caviglie delle nonne, mi sembra sia stata messa sul “fast track” perché gioca il ruolo di oppositore di comodo. Non migliore dei dogmi del Golia farmaceutico che sembra fronteggiare, aiuta a far sì che tutto resti come prima; e accresce i profitti.

Non so per certo quale sia la causa della sclerosi multipla, né tanto meno quali possano essere le terapie. Ma ho visto come i trattamenti attuali si basino su una “slothful induction” finalizzata al profitto che viene protetta con mezzi criminali. Mi pare quindi che la scelta di astensione dalle terapie farmacologiche (una scelta che diversi medici praticano per sé stessi e i loro cari anche per altre “cure”, es. gli antitumorali), e di attenzione agli ausili meccanici che “regalano autonomia” sia saggia, cioè razionale e dignitosa; date le circostanze, che sono squallide e vergognose.

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Blog de il Fatto quotidiano

Commento del 28 lug 2011 al post ” Ferrara, nuova cura per la sclerosi multipla. Ma il ministero non concede i fondi” di Marco Zavagli

L’articolo conferma che gli standard deontologici de il Fatto sulle notizie mediche non sono migliori degli standard etici del governo Berlusconi, al quale il giornalista dà la colpa della crudele omissione di cure della sclerosi multipla. Ma il ministro Fazio ha dichiarato interesse e apprezzamento, a mio parere infondati, per l’ipotesi CCSVI. Sembra un gioco tra compari.

La CCSVI è un’idea balzana osteggiata per finta. Vive di propaganda e aiuti istituzionali. Anche il nome “Brave dream” suggerisce un marketing ploy. Il giornalista adduce come prova di efficacia la circostanza che la CCSVI è accettata a scatola chiusa all’estero; dove secondo Il Fatto sarebbero più scientifici, onesti e caritatevoli di noi. In realtà, molte frodi mediche sono di provenienza estera, in particolare anglosassone; e da noi godono dell’aiuto della parte “sana”: centrosinistra, media “progressisti” come il Fatto, e istituzioni insospettabili; che stanno vendendo i malati al grande business internazionale più ancora della parte palesemente corrotta, Berlusconi e c.

La CCSVI appare come una alternativa di comodo alle terapie immunologiche, che secondo il Fatto sarebbero pure colpevolmente trascurate pur essendo “innovative”:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/06/22/guai-ai-vinti/

Si tratta di innovazione “schumpeteriana”, cioè volta al profitto: variazioni commerciali sullo stesso presupposto errato. Credo che la nuova terapia-marketing, onirica – ma non esattamente coraggiosa, visto ciò su cui specula – non scalzerà le terapie farmacologiche, non essendo efficace; il suo ruolo è di affiancare le terapie “ortodosse” rappresentando un’aggiunta, anch’essa falsa, che dia sfogo ai sentimenti di malati e familiari per l’inefficacia e la dannosità dei farmaci. Fa pensare all’anatocismo, gli interessi sugli interessi applicati dagli strozzini e dai banchieri. Ostacolerà inoltre l’innovazione scientifica autentica, occupandone il posto.

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Risposta 8 ago 2011

@Marco Nazaro. Lei ha fatto male a perdere tempo a leggermi. Chi ha esperienza annusa subito un ciarlatano.

Al di sotto del cuore occorre un lavoro per vincere la forza di gravità e assicurare il ritorno venoso; mentre al di sopra il ritorno venoso ha la forza di gravità a favore. Il semplice mettersi in piedi dal letto provoca un aumento della pressione venosa alle caviglie di 100 mm Hg, e allo stesso tempo un aumentato deflusso dal circolo cerebrale, dove si può avere ipoperfusione. Ci sono meccanismi specifici per il ritorno venoso dalle gambe. Se falliscono si ha insufficienza venosa. E’ grottesco capovolgere l’emodinamica del “venous pooling” applicandola al distretto sovracardiaco ipotizzando una “insufficienza” in grado di causare danni analoghi a quelli cutanei da vene varicose (Zamboni JRSM, 2006), es. necrosi. L’anatomia delle vene presenta spesso anomalie prive di significato clinico. Il letto venoso è piuttosto elastico quanto a compenso di una stenosi mediante circoli collaterali. Ma se si verifica un’ostruzione significativa del deflusso venoso del cervello le conseguenze sono catastrofiche: è contraddittorio che l’ipotizzata stasi venosa non provochi emorragie e necrosi nel delicato e suscettibile parenchima cerebrale. Soprattutto in clinostatismo. Sarebbe così miracolosamente selettiva da palesarsi invece solo contribuendo, inspiegabilmente, alla patologia della SM.

Potrei continuare, ma neanch’io amo perdere tempo: divido le letture in “bianche e “nere” a seconda che edifichino o avviliscano, e per me è la CCSVI a costituire una lettura nera. Nonostante il mancato reperimento di dati fisiopatologici solidi a conferma di un’idea tanto peregrina, sono già partite, per le ragioni già dette, non solo le sperimentazione cliniche, ma anche la pratica chirurgica; della quale dovrebbero occuparsi forze di polizia e magistratura; il cui potere repressivo scorre però anch’esso capovolto, al servizio delle frodi strutturali del business medico.

Sperimentazione animale: uno spoglio etico

16 maggio 2011

Blog “Appello al popolo” 18 mag 2011

Due colpi quasi simultanei posero termine alla silenziosa attesa; Arguto depose ai piedi del Principe una bestiola agonizzante. Era un coniglio selvatico: la dimessa casacca color creta non era bastata a salvarlo. … Don Fabrizio si vide fissato da due grandi occhi neri che, invasi rapidamente da un velo glauco, lo guardavano senza rimprovero ma che erano carichi di un dolore attonito contro tutto l’ordinamento delle cose… L’animale moriva torturato da un’ansiosa speranza di salvezza, immaginando di poter ancora cavarsela quando già era ghermito, proprio come tanti uomini … Don Fabrizio … aveva provato, in aggiunta al piacere di uccidere, anche quello rassicurante di compatire

(Lampedusa)

Il 50% dei soggetti non ha mostrato alcuna reazione dopo l’inoculazione. L’altro topo è scappato.

(Medawar).

C’è tanto di sbagliato e tanto di giusto nella sperimentazione animale. Non ho sensi di colpa per le dozzine di rattini neonati ai quali estrassi il cervello, dopo averli decapitati, nel laboratorio universitario di ricerca di base sul funzionamento del cervello dove, studente di medicina, ero interno, intorno al 1980. E’ un tema etico complesso e strumentalizzabile. In esso giocano fattori eterogenei; limiti tecnici, profondi moventi antropologici, grandi interessi economici e ideologici. Questo calderone produce situazioni intricate e a volte paradossali. Vorrei illustrare come la sperimentazione animale può essere una truffa, oltre che una crudeltà; ma che lo stesso può essere detto a ragione anche della sua abolizione. In particolare, vorrei mostrare che la lotta attuale alla sperimentazione animale è una di quelle battaglie progressiste dove si crede di opporsi al potere, e che in realtà sono favorite dal potere per fini nascosti.

In questi problemi di bioetica, dove all’etica si sovrappongono ragioni non dichiarate, non basta cercare se è “giusto” o “sbagliato”. Alla variabile a due valori “a favore”/”contro” è opportuno affiancarne un’altra, che rappresenti gli altri fattori, e le strumentalizzazioni che portano con sé: la variabile a due valori “per buone ragioni”/ “per cattive ragioni”. Ciò è ottenibile con una tabella 2×2, dove le righe indicano “a favore” e “contro”, e le colonne “per buone ragioni” e “per cattive ragioni”. Si otterranno così 4 caselle, ognuna denominata dal nome della riga più il nome della colonna che incrociandosi formano la casella. Mentre le righe sono oggettive, le colonne derivano da un giudizio.

 

Le coppie di caselle contrapposte lungo le diagonali: 1 e 4; 2 e 3; contengono in buona parte argomenti complementari, che possono essere discussi indifferentemente nel primo o nel secondo degli elementi della coppia: es. alcuni degli argomenti “contro per cattive ragioni” sono il negativo fotografico di argomenti “a favore per buone ragioni”, e li si può trattare nella prima o nella quarta casella. Vediamo come si può effettuare tale spoglio etico: come si possono riempire le quattro caselle nel caso della sperimentazione animale.

1. A favore per buone ragioni

La sperimentazione animale consente di applicare il metodo scientifico nella sua forma più rigorosa, l’esperimento controllato. Ha portato a grandi conoscenze, soprattutto nel campo della fisiologia. Ha anche permesso di individuare cancerogeni e altri agenti nocivi. La sperimentazione animale è entrata a far parte di protocolli standard di ricerca scientifica e di controllo amministrativo. Va annoverata tra le forme di sfruttamento del regno animale, come la zootecnia, l’industria delle pelli, l’uso di bestie da fatica per ottenere energia meccanica, etc., che hanno emancipato l’uomo dallo stato di natura. Da sola non è sufficiente al progresso della scienza, ma eliminarla sarebbe un regresso. Già oggi i farmaci vengono immessi sul mercato con controlli limitati sulla sicurezza e sugli effetti collaterali, fidando nella “farmacovigilanza”; anche detta “postmarketing surveillance”. Riducendo la sperimentazione animale si aggrava uno stato di fatto di sperimentazione disordinata e incontrollata sull’uomo. E si riducono ulteriormente i controlli sull’esposizione ad agenti tossici e cancerogeni.

2. A favore per cattive ragioni

I modelli animali si basano sull’analogia, forma di inferenza induttiva debole che già sul piano teorico può far cadere in trabocchetti; trabocchetti che la Natura non si è astenuta dal disseminare nel mondo materiale: ci sono sostanze che per l’uomo sono innocue mentre sono tossiche per alcuni animali, e viceversa. Alcuni “modelli animali” di malattia non sono fedeli; sono solo rappresentazioni, a volte caricaturali, che mimano superficialmente la malattia, ma sono causate da meccanismi diversi, che danno luogo a fenomeni diversi, da quelli della patogenesi della malattia umana che si vorrebbe studiare. I limiti metodologici della sperimentazione animale si fondono con manipolazioni intenzionali. Quando viene usata, come spesso è il caso, per estrapolare risultati terapeutici sull’uomo può produrre risultati errati o che confondono. E anche risultati di comodo, volutamente fraudolenti. Ogni settimana sui media appaiono mirabolanti progressi medici … ottenuti su animali. Si annuncia un altro passo avanti della medicina, ma quasi sempre non è vero niente. Basta scegliere la specie animale, o il modello animale di malattia, adatti, e voilà.

Mediante la sperimentazione sugli animali si possono ottenere, o selezionare, facilmente le pezze d’appoggio desiderate. Basta poco, qualche flebile e vago risultato su animali, per giustificare l’inizio della trafila sperimentale sull’uomo che lancerà un farmaco “prescelto dagli dei”. In questi giorni parte in Italia la sperimentazione clinica sull’efficacia dell’EPO, eritropoietina, nella sclerosi laterale amiotrofica (1);  sarebbe interessante cercare di comparare il peso dei risultati ottenuti su animali – per i quali l’EPO, una delle tante citochine pleiotropiche presenti anche nel sistema nervoso, avrebbe una generica attività positiva, “neuroprotettiva”, che si opporrebbe in qualche misura al danno mentre il tessuto nervoso viene distrutto -  con il peso della “fedina penale” dell’EPO; come i milioni di dollari pagati (legalmente, in USA) dalle case produttrici agli oncologi per fargli prescrivere il farmaco, che può causare gravi effetti avversi; col risultato che il farmaco è stato somministrato oltre le sue indicazioni e oltre i dosaggi corretti, a danno della salute dei pazienti, e anche della spesa pubblica per la sanità (2).

Il pur accomodante ente USA di controllo dei farmaci, la FDA, ha imposto per l’EPO un’etichetta di avvertimento che informi i pazienti sui rischi di “aumento della mortalità, eventi cardiovascolari gravi, tromboembolie e accelerazione della progressione dei tumori quando usata fuori dalle prescrizione e dai dosaggi”. Lasciando da parte altri episodi poco edificanti, questo dell’incremento dei consumi e del fatturato ottenuti corrompendo di fatto i medici, che si sono lasciati corrompere e hanno imbottito del prodotto i pazienti talora fino a farli schiattare, è un precedente poco rassicurante sulla serietà di questa estensione del farmaco, su basi teoriche robuste quanto il filo di una ragnatela, a una patologia neurologica completamente diversa da quelle, ematologiche, oncologiche e renali, per le quali è stato sviluppato e approvato e per le quali ha almeno una ratio teorica – dovuta a studi di fisiologia che hanno utilizzato ratti e conigli – solida e lineare.

La comparazione sarebbe interessante e utile, per valutare qual è la variabile indipendente: se gli interessi di chi è malato o quelli di chi cura; se, data la malattia SLA, sperimentare sulla terapia con EPO è davvero la scelta più razionale tra le vie possibili per arrivare a un trattamento; oppure se, dati gli interessi economici, sono i malati di questa malattia feroce, e la conseguente disperata ricerca di una speranza cui aggrapparsi, ad offrire un’opportunità agli spiriti animali di industriali e speculatori per espandere il mercato dell’EPO; opportunità inconsistente sul piano biologico, e al quale la sperimentazione animale ha contribuito a fornire un alibi o una foglia di fico. Opportunità che può aggiungere danno a danno nei malati.

Ma tale confronto critico sarebbe poco salutare per l’ipotetico autore, perché oltre che sui modelli animali i farmaci come l’EPO, “blockbuster” nei profitti, possono contare su altri ausili; incluse istituzioni dello Stato, che quando non si occupano di difendere la democrazia dalla mafia e da altri birboni pensano a mettere a tacere, con sistemi animaleschi, chi intralci il progresso scientifico; facendosi custodi volontari del sacro fuoco di Prometeo;  e anche del relativo sistema di distribuzione di plusvalenze, cedole, dividendi e mazzette.

Oltre agli aspetti tecnici e economici ce ne sono di psicologici e culturali. L’uccisione di animali è un rito che sollecita i nostri istinti di crudeltà e insensibilità; ciò in campi, la medicina e l’igiene pubblica, che se non sono guidati da sentimenti umani scivolano verso la banalità del male. Quando ero resident in neuropatologia a Boston una volta fui mandato nello stabulario con l’occorrente per le autopsie. Trovai degli studenti di medicina del primo anno (retta 27000 dollari all’anno, in genere prestati da una banca; era il 1992) che aspettavano lievemente eccitati in una delle salette chirurgiche, attorno a un cane lupo, già sedato e immobilizzato, testa compresa. Lì mi venne detto che avrei dovuto rimuovergli la calotta cranica, da vivo, e poi l’encefalo, e indicare le principali parti anatomiche agli studenti. Il valore didattico della dimostrazione sarebbe stato modesto; meglio farli assistere alle autopsie di routine, o a un intervento, oppure a un esperimento, di neurochirurgia stereotassica.

Più che altro, i patimenti dell’animale e gli schizzi di sangue di cane avrebbero fatto acquisire agli studenti un po’ di quella “callousness”, così la chiamerebbe qualche critico anglosassone, che viene scambiata per “essere tosti”; mentre è la durezza del callo: ci si è fatto il callo, si diviene incalliti; callosità d’animo che in certi eserciti viene ottenuta nelle reclute facendogli scannare maiali; e che i futuri dottori avrebbero proficuamente applicato nella professione, sotto la maschera grave del medico preoccupato per il bene del paziente, mentre si sbrigavano a pagare il prestito alla banca per cominciare a far fruttare l’investimento. Io avrei compiuto un gesto senza senso e degradante. Così tornai su a mani pulite, dai miei capi coi quali già ero ai ferri corti.

Il dipartimento ospitava Imanishi-Kari, la ricercatrice allora al centro di uno scandalo internazionale per una frode scientifica che riguardava lei e un Nobel, Baltimore (detto “il papa”), e del quale aveva fatto le spese la ricercatrice che li aveva denunciati, O’Toole, ostracizzata dalla professione; i due erano difesi con tutti i mezzi dall’establishment scientifico; ci volle un senatore USA per sputtanarli e dargli una tirata d’orecchie. Sulla porta della sua stanza Imanishi-Kari aveva messo la foto della faccia ghignante di una gargoyle: un mostro in pietra ottenuto antropomorfizzando un animale.

3. Contro per buone ragioni.

La coltivazione del senso di umanità comporta che si rispetti la vita in tutte le sue forme. Quindi anche quelle animali. E’ prudente porre quante più barriere all’esercizio della violenza fisica, che fa presto a trovare giustificazioni e scorciatoie.

La sperimentazione animale oltre che un modello biologico per le malattie può essere un modello esistenziale del problema del male nel mondo: l’animale non ha scampo, sotto la mano dell’uomo; così come non l’abbiamo noi in mano al Fato, che con cura scientifica somministra dolore, col contagocce, o a volte strazia con i suoi ferri; o per chi ci crede in mano a Dio, che fa la stessa cosa, ma per il nostro bene a sentire alcuni dei vertici della ricerca scientifica italiana (3). Rinunciare a questo potere è un resistere come si può contro l’ordinamento maligno delle cose; è un gettare a terra l’offerta di rivalersi sugli animali del nostro destino, per esorcizzarlo, per consolarsi; e chiedere invece conto al cielo, vuoto o abitato che sia, di tutto questo.

La sperimentazione animale è inoltre parte di quei parafernalia che danno un senso teatrale di scientifico, ma in sé non dà garanzie di scientificità, e può servire a propagandare il falso. Opponendosi alla sperimentazione animale ci si oppone anche a truffe pseudoscientifiche.

4. Contro per cattive ragioni.

E’ in corso da decenni un indebolimento della metodologia scientifica in medicina. La “scienza” oggi è il settore “ricerca e sviluppo” dell’industria medica, che è finalizzato al profitto, molto prima che alla conoscenza e al bene dei pazienti. L’industria farmaceutica è in realtà ben lieta di abolire i  controlli obbligatori di tossicità su animali; es. la Astra Zeneca, già accusata di avere soppresso dati preclinici sugli effetti collaterali di un farmaco oncologico, ha fatto propugnare tale abolizione a un suo ricercatore (4).

Beltz, l’inventore del primo farmaco che fu adottato per l’AIDS, l’AZT, si è detto pentito di averlo creato, avendo visto come è stato impiegato. L’AZT fu introdotto nella clinica sulla base di semplici esperimenti in vitro. Gli scienziati “eretici” che hanno evidenziato come l’AZT fosse un fattore causale della sindrome, piuttosto che una terapia efficace, hanno osservato che saltare la fase di sperimentazione animale sulla farmacodinamica ha contribuito all’equivoco: il risultato fu una somministrazione a livelli “prohibitively toxic” (5). In generale, la sperimentazione animale può dare elementi importanti – ma poco graditi a chi vende farmaci – sugli effetti paradossali, cioè iatrogeni, dei prodotti farmaceutici.

Non è stato quindi per le pressioni degli animalisti o per innata gentilezza d’animo che la UE nel 2007 ha messo al bando i test di cosmetici su animali, e nel 2008 gli USA hanno messo al bando i test tossicologici di inquinanti su animali. Si è pronunciata contro la sperimentazione animale in oncologia l’AIRC, che sulla patogenesi del cancro negli umani propaganda come verità scientifiche assodate affermazioni tendenziose (6) che sono il frutto di stime interessate; e, per stessa ammissione di chi li ha prodotti, non di dati stabiliti; e che vanno nello stesso verso di nascondere, assolvere e deregolamentare a favore dei grandi interessi.

C’è una convenienza a eliminare una metodologia, la sperimentazione su animali, che, con tutti i suoi limiti, può a volte dire “no”, “è falso”, a scoperte “scientifiche” finalizzate a fare alzare un titolo in Borsa; e può a volte dire “questo prodotto fa male”, “questo è mutageno e probabilmente cancerogeno”. La sperimentazione animale conviene al business quando appoggia le sue operazioni; è comoda per lanciare sui media la svolta epocale della settimana; ma dove porta a risultati sgraditi la si soppianta con la sperimentazione in vitro o i modelli matematici, che permettono ancora meglio di impapocchiare i risultati desiderati.

Non tutti, ma alcuni amanti degli animali sembrano frapporre psicologicamente gli animali tra sé e gli altri primati della loro stessa specie. Ci sono anche ragioni ideologiche, antiumaniste, contro la vivisezione, e in genere per la protezione degli animali: riconoscere pari dignità, o una maggiore dignità, agli animali favorisce una concezione più bassa della dignità dell’Uomo. Personalmente vedo il rispetto per gli animali non come un valore primario, ma come una conseguenza del rispetto per l’umanità. Se si mettono animali e persone sullo stesso piano, come alcuni apertamente predicano, può succedere che siano gli umani a essere trattati come animali. Appannando la distinzione tra uomo e animale, antropomorfizzando gli animali, si possono generare mostri; rischiamo di avvicinarci alla nostra natura zoologica, che incombe sotto di noi non meno del cielo stellato sopra di noi.

Gli animalisti fanno spesso parlare le immagini. Anch’io sono rimasto influenzato da ciò che ho visto; ma che non viene reso pubblico. Si freme davanti all’immagine neotenica di un piccolo di scimmia mentre viene “sacrificato”, secondo il termine usato negli articoli scientifici; non è difficile imbattersi in tali immagini. Ma le immagini dalla sala autoptica della “real thing”, di come vengono martoriati certi corpi dalla medicina commerciale; le immagini dei cadaveri dei bambini immolati sull’ara del business, degli esiti di forme cadenzate, sofisticate e controllate di macellazione, capaci di sviluppare un giro d’affari di diverse centinaia di migliaia di euro a persona trattata, non verranno mostrate.

Se si vogliono curare davvero le malattie c’è bisogno non tanto di immagini commoventi quanto di informazioni. La lotta alla sperimentazione animale va nel verso della tendenza a sopprimere le informazioni; quelle esistenti e le fonti che potrebbero produrle. Pochi giorni fa l’ombudsman dell’EU ha dato ragione, ma solo nel loro caso specifico, a due affermati ricercatori danesi che protestavano perché l’agenzia europea del farmaco, l’EMA, rifiutava da tre anni di consegnare dati relativi agli effetti avversi, anche mortali, di due farmaci antiobesità. L’EMA ha fornito comunque dati censurati, dopo avere addotto come spiegazione del rifiuto a qualsiasi rilascio l’argomento che l’informazione avrebbe danneggiato interessi commerciali; una deroga prevista al diritto fondamentale di accesso dei cittadini ai documenti dell’UE.

I due ricercatori commentano che l’EMA trattenendo i dati protegge interessi commerciali prima che la vita e il benessere dei pazienti; è la questione che ho posto prima a proposito della inversione della funzione “malattia ==> prodotto di cura” nel caso SLA-EPO. Concludono che il comportamento dell’EMA mostra come ci sia qualcosa fundamentally wrong nella scala di priorità della medicina (7). Da noi le autorità ce la mettono tutta per mostrare ai loro attuali padroni zelo implacabile nel proteggere i recessi sacri della ricerca medica. Così per alcuni tipi di medico anche ottenere articoli da una biblioteca medica universitaria diventa una penosa corrida, dati i boicottaggi, nel silenzio complice di tutti, compreso il Procuratore della Repubblica; e per il ficcanaso perfino l’accesso a biblioteche pubbliche generali deve avvenire con il monito di CC o di vigili urbani che arrivano regolarmente sulla soglia insieme all’utente, come se si trattasse di sventare una rapina alle Poste.

E’ difficile restare indifferenti alle immagini dei candidi piccoli di foca imbrattati del loro sangue mentre i cacciatori di pelli li massacrano a picconate sul pack; o al pathos del cane il cui sguardo continua a esprimere fedeltà all’uomo mentre muore legato al tavolo sotto l’attenzione perversa dei ricercatori. Intanto la FDA, e anche l’EMA, stanno mostrando interesse, dietro pressioni delle case farmaceutiche, che considerano “partners”, o “clienti”, per forme di approvazione parziale tipo “live license”, in analogia con quanto avviene col software: si consentirà l’entrata in commercio dei farmaci basandosi su ricerche “beta”, senza neppure completare i controlli, già fragili e aggirabili,  del trial clinico; come per i software, ci sarà un continuo “aggiornamento” a mano a mano che i dati sugli effetti arrivano dalla popolazione che assume il farmaco. Solo che qui i bugs non impallano un PC, ma possono consistere ad esempio nel caso dell’EPO nel blocco dell’afflusso di sangue ad aree del cervello o di altri distretti.  Ma gli anziani, i padri, le madri, i giovani, i bambini che fanno da cavie (cavie paganti) non commuovono quanto i cuccioli di beagle o di macaco.

Gli animalisti pensano di opporsi all’affarismo medico; sono spesso fautori delle medicine alternative. Non lo sanno, ma combattendo la sperimentazione animale accettano da quell’industria che credono di contestare una varietà dello stesso prodotto al quale deve gran parte del suo successo: il senso, una narrazione che soddisfi sul piano morale ed esistenziale. Mentre la medicina razionale in prima battuta suona meno umana delle storie suadenti confezionate per le masse; siano storie di farmaci miracolosi o di poveri animaletti.

I movimenti animalisti e antivivisezionisti costituiscono spesso una forma di dissenso romantico gradita al potere: fanno sfogare la sensazione diffusa ma indistinta che la medicina attuale comporti abusi e crudeltà; distraggono dagli orrori delle frodi della medicina sugli umani; facilitano l’eliminazione di strumenti di controllo ormai ingombranti, ottenendo in cambio consenso. Ci sono stati anche atti di violenza e attentati in nome dei diritti degli animali; queste forme terroristiche, non si sa quanto pilotate (8), facilitano la repressione del dissenso tecnico e democratico agli abusi commessi in nome della “scienza”; un gioco quest’ultimo che non dovrebbe suonare nuovo a chi abbia presente il “destabilizzare per stabilizzare” degli anni del terrorismo armato.

*    *    *

Personalmente concludo che la sperimentazione su animali è etica e raccomandabile in linea di principio, purché abbia finalità esclusivamente scientifiche e obiettivi positivi per l’umanità; purché sia condotta e interpretata con onestà e rigore, ed eviti quanto più possibile sofferenze agli animali. Condizioni che molto spesso nella pratica non sono rispettate.

Gli oppositori della sperimentazione animale dovrebbero considerare la tabella, e in particolare la casella n.4: il rischio che le loro sincere posizioni progressiste vengano strumentalizzate dal potere. Questo accade più di frequente di quanto si pensi; c’è una hidden agenda anche per la bioetica.

Anche per il testamento biologico e l’eutanasia è possibile costruire una tabella etica 2×2, e la casella “a favore per cattive ragioni” è tutt’altro che vuota, data la presenza di interessi materiali che il dibattito mediatico trascura (9). Anche lì lo spoglio porta a un quadro più complesso di quello dell’attuale dibattito, schematico e manicheo; e porta a considerare se sostenendo il testamento biologico, o opponendosi, nei ristretti termini imposti dal dibattito ufficiale, non si sta inconsapevolmente accettando un falso dilemma, che andrà a nostro discapito qualunque sia la scelta (10,11).

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1. Arcovio V. Sla, per rallentare la malattia ora si prova con l’Epo. Il Fatto quotidiano, 12 mag 2011. http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/12/sla-per-rallentare-la-malattia-ora-si-prova-con-lepo/110565/

2. Berenson A, Pollack A. Doctors reap millions for anemia drugs. New York Times, 9 mag 2007.

3. I “preambula fidei” di San Tommaso e quelli di De mattei e Carancini. http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/16/i-preambula-fidei-di-san-tommaso-e-quelli-di-de-mattei-e-carancini/

4. Robinson S. et al. A European pharmaceutical company initiative challenging the regulatory requirement for acute toxicity studies in pharmaceutical drug development, Regul. Toxicol. Pharmacol. (2008), doi:10.1016/j.yrtph.2007.11.009.

5. A Critical Analysis of the Pharmacology of AZT and its Use in AIDS.Eleni Papadopulos-Eleopulos et al. Curr Med res Opin 1999. 15: S1-45.

6. Il pornografico e l’osceno. http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/30/il-pornografico-e-l’osceno/

7. Gotzsche P.C, Jorgensen, A W. Opening up data at the European Medicines Agency. British medical journal, 10 mag 2011.

8. Leopardi, Unabomber e altri eversori. http://menici60d15.wordpress.com/leopardi-unabomber-e-altri-eversori/

9. Questionario immaginario ai magistrati sul testamento biologico. http://menici60d15.wordpress.com/2009/03/09/questionario-immaginario-ai-magistrati-sul-testamento-biologico/

10. Contro il relativismo etico ed epistemico. http://menici60d15.wordpress.com/2009/06/03/contro-il-relativismo-etico-ed-epistemico/

11. Il riduzionismo giudiziario nella frode medica strutturale: il caso del testamento biologico. http://menici60d15.wordpress.com/2009/06/24/il-riduzionismo-giudiziario-nella-frode-medica-strutturale-il-caso-del-testamento-biologico/

Salviamo chi si salva

6 maggio 2011

Blog di Federico Pontiggia su il Fatto

Commento al post “Ascanio Celestini: “Bin Laden non è morto” del 6 mag 2011

Purtroppo uno dei punti di forza della sinistra “gellista” (nel senso di Licio, non del Partito d’azione) è di avvalersi di artisti e intellettuali in sé validi per i suoi fini di propaganda e distorsione della realtà. Ascanio Celestini è una voce efficace e di valore; una delle pochissime voci del genere ad avere un qualche accesso sui media mainstream. Un autore e uomo di spettacolo molto bravo, acuto e impegnato, nel mare di commedianti della sinistra. Speriamo che sappia reggere a tale responsabilità. Sosteniamolo, perché conservi la sua autenticità, e non si lasci contaminare, nè omologare nella sinistra “smagnetizzata”.

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La famiglia Ikea

24 aprile 2011

Blog di Bruno Ballardini su Il Fatto

Commento al post “Buona Pasqua, collega Giovanardi” del 24 apr 2011

C’è chi si scandalizza per la pubblicità Ikea perché centrata sulle coppie gay; e c’è chi la esalta, ritenendola segno di illuminato progressismo. L’Ikea vende mobili in scatola di montaggio. Prezzi abbordabili e buon design; qualità dei materiali non più che discreta e a volte, sopratutto nelle componenti tecniche, nettamente mediocre. L’Ikea offre una possibilità di arredo davvero utile, anche se si dovrebbe sperare in qualcosa di meglio.

Ma oltre ai pannelli in MDF da montare, l’Ikea propaganda uno stile di vita. “Siamo aperti a tutte le famiglie” è lo slogan sopra i due gay mano nella mano. Ovviamente l’Ikea vende a tutti, adeguandosi al mercato; ma anche cercando di plasmarlo; così che ha alcune idee sulla tipologia del cliente ideale, mentre spalanca generosamente a tutti le porte delle sue boutique del truciolato.

L’Ikea, una delle maggiori multinazionali, è stata accusa di imperialismo; e pratica un imperialismo almeno culturale, propagandando come moderno e “hot” un modello di famiglia gradito al suo business, e a quello delle sue sorelle: una famiglia non ricca, ma con un elevato reddito per familiare e una propensione ai consumi voluttuari; cioè con meno figli possibile, e invece con qualche soldo da spendere in ciancianelle e una spinta psicologica a farlo. Non stupisce che le piacciano particolarmente single, yuppies e “dinks” (double income no kids); questi ultimi includono le coppie gay.

All’Ikea è possibile vedere stand che proclamano come è bello vivere in 40 metri quadri, magari con scatole di cartone stilé al posto di mobili veri. Un conto è includere i gay, i single, gli anziani soli, nel novero delle famiglie; un altro è sostenere il modello economico imperante e spingere per sostituire i modelli familiari tradizionali con quelli più graditi al business.

http://menici60d15.wordpress.com/

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Blog di Benedetto Zacchiroli su Il Fatto

Commento del 25 apr 2011 al post “Ikea: uno squarcio di civiltà” del 25 apr 2011

Sia la posizione di Giovanardi, sia quella per cui la filosofia della pubblicità coi gay di una multinazionale gigante deve divenire “punto qualificante di un programma elettorale serio e concreto” mi sembrano posizioni estremiste; che, come ideologie di potere, vanno mano nella mano:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/24/la-famiglia-ikea/

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@jeffcaird. Non ho scritto che la pubblicità Ikea è estremista; ma che è motivata non dall’etica ma dal profitto, e che è estremista attingere a tale fonte per i punti qualificanti di un programma elettorale. La parità di diritti umani non l’ha scoperta l’Ikea; e le corporations per loro natura tendono a fregarsene dei diritti umani.

Non ho scritto “una famiglia con elevato reddito”, ma “non ricca ma con un elevato reddito per familiare”; cioè non monoreddito e senza figli. Se uno guadagna 3000 ma ha una famiglia di 4, sono 750 a testa. Se due senza figli guadagnano ciascuno 1000, sono 1000 a testa, con un 33%  [in meno di reddito familare ma un 33% ] in più di potere d’acquisto pro capite.

Non approvi un articolo che si dissocia dall’apologia dell’Ikea come maestra di civiltà; invece di criticarlo, non sai dire altro che è “decisamente un’idiozia”: bell’esempio apertura mentale e di tolleranza verso le posizioni altrui. E’ l’atteggiamento di base di un Giovanardi; e, dietro la maschera, di multinazionali come l’Ikea, che sono tutt’altro che associazioni filantropiche. Secondo Le Monde diplomatique il fondatore dell’Ikea era filonazista.

Se non ti pare interessante discutere gli stili di vita propagandati dalla grande distribuzione, non li discutere; ma non c’è bisogno di comunicare che non li discuti perché trovi “troppo stupido” discuterli. Molti ne discutono, considerandolo un argomento importante per la comprensione della nostra società, che è la società dei consumi; si scrivono libri sull’argomento; con conclusioni diverse, ma non è affatto considerata un’attività stupida. Questa tua dichiarazione di possedere un’intelligenza troppo elevata per confonderti con simili argomenti potrebbe essere controproducente.

Però il tema che hai introdotto, quello della cretinaggine, forse purtroppo ha una sua rilevanza. Che vuoi che ti dica, vai all’Ikea e vota Ikea. Sei il cliente ideale, sia dei mobiletti di cartone pressato Ikea sia dei programmi elettorali ricalcati sulla pubblicità Ikea.

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Ho capito, l’Ikea è espressione della superiorità scandinava rispetto all’Italia. Mi sa allora che le idee del fondatore non sono del tutto irrilevanti. Apprezzo i paesi scandinavi; hanno dato al mondo qualcosa di più di scatole di montaggio di mobili in multifibra. Non confondiamo “Casa di bambola” di Ibsen con la casa delle bambole dell’Ikea.

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La pubblicità Ikea non è anticostituzionale come dice Giovanardi. Ma non è neppure questo uscire dagli stereotipi; è un imporne di nuovi. Dal 2000 al 2009 in Italia il tasso di natalità, già molto basso, è sceso di un altro 10%. Il crollo della natalità, la sterilità indotta socialmente, questo è un tabù vero. Il cartellone dell’Ikea non va messo sul rogo; ma neppure bisognerebbe farne un idolo. La promozione ideologica di tipologie di famiglie ottimizzate per l’economia liberista e i consumi è quanto di più mainstream rispetto al corso storico.

“Squarcio di civiltà”? “Antidoto all’oscurantismo culturale”? “Promozione della democrazia”? L’Ikea? Ma non vi pare di esagerare, o di fare della pubblicità redazionale ?

L’Ikea ha questa abilità, di vendere mobili cheap che però sono gradevoli a vedersi. E riesce anche a vendere idee che con poca spesa permettono di sentirsi portatori di nobili ideali.

I magistrati e l’effetto Bokassa

21 aprile 2011

Blog di Alessio Liberati su Il Fatto

Commento al post “OK, sono un terrorista. Ma di destra o di sinistra ?” del 18 apr 2011

Salvo eccezioni, dr Liberati, lei e i suoi colleghi non siete “antropologicamente diversi”:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/03/antropologicamente-diversi/

Quanto al nuovo adynaton di Berlusconi che i magistrati sono brigatisti, dovreste avere motivi di gratitudine. E’ l’effetto Bokassa, cioè l’adozione di uno standard negativo: Previti è un fine statista, rispetto a Bokassa. Rispetto allo standard rappresentato da Berlusconi, voi siete 20 volte meglio.

E questo permette di dimenticare che rispetto allo standard dettato dalla Costituzione siete in media 20 volte peggio. Sia per quel che riguarda il doppio Stato; penso a quanto il doppio Stato commette oggi, impunemente, e anzi aiutato dai tre poteri dello Stato, es. gli affari del grande capitale sulla biomedicina; sia per l’andamento routinario della amministrazione della giustizia.

B. e voi duellate come Brancaleone con Teofilatto; ma alla fine andrà tutto bene, per entrambi i contendenti. Le conseguenze di ciò che la politica e la magistratura hanno ignorato e protetto in questi anni, penso alla medicina, le sentiranno i cittadini in futuro.

Con questa differenza: B. è un uomo di spettacolo, un istrione; voi magistrati, che dovreste essere abituati a giudicare secondo standard fissi e alti come la Costituzione, dovreste riconoscere e non accettare il gioco degli standard negativi di comodo.

Credo che il terrorismo, e oggi la mafia, siano altri standard negativi che rendono più accettabili le infamie commesse in nome dello Stato. Gli standard negativi sono comodi per il potere; contribuiscono all’allontanamento dallo Stato di diritto.

Davanti a pagliacciate come questa, e alle convergenze che nascondono, apprezzo sempre più Ortega y Gasset: “La barbarie è l’assenza di standard a cui appellarsi”. Un corollario è che una forma sofisticata di barbarie è la loro sostituzione con standard negativi costruiti ad arte.

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Blog di Aldo Giannuli

Commento del 22 apr 2011 al post “Caso Asor Rosa: è peggio ancora di quel che sembrava” del 20 apr 2011

Il bianco e l’augusto

Il prof. Giannuli ha “messo a posto” da par suo l’appello a un golpe di polizia di Asor Rosa e degli altri della “gauche caviar”. Mi chiedo però se avvalersi del suo intervento non sia stato come essere costretti a fare spiegare a Rubbia che non è il sole che gira attorno alla terra.

L’impressione è rafforzata dalla contemporanea uscita di un berlusconiano, Lassini, che ha affisso manifesti sui magistrati che sarebbero brigatisti; e anche lì, alte grida per affermare che non è vero che i magistrati appartengono alla principale banda armata dichiarata che ha impestato l’Italia.

A me pare uno scambio di cortesie, perché con questi standard negativi – la sinistra alla generale De Lorenzo, un premier che sbraita come l’ultimo magliaro – si conferisce alla controparte una credibilità relativa, che fa le veci di un autentico prestigio:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/

Ormai invece che a “destra” e “sinistra” bisogna assistere alle performance di due artisti che si fanno reciprocamente da spalla sull’arena;  e si deve scegliere tra “il Bianco” e “l’Augusto”.

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Blog L’anticomunitarista di Gabriele Sensi

Commento del 12 set 2011 al post “On. Torazzi, Lega Nord: “I magistrati meridionali favoriscono la mafia” del 7 set 2011

Le ammuine leghiste

Zac, è la solita sceneggiata. I leghisti, che dovrebbero includere Mario Merola tra i loro intellettuali di riferimento, lanciano affermazioni da avvinazzati, come questa che la colpa della mafia è dei magistrati meridionali; e magistrati e “sinistra” ci imbastiscono un caso per atteggiarsi a senatori romani indignati e nascondere le loro responsabilità reali:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/

Così intanto il servizio giustizia, e la lotta per la legalità, continuano ad andare alla deriva. I compagni di partito dall’attuale ministro dell’Interno inscenano le loro ammuine con quelli come te, non come me (v. Il bianco e l’augusto, stesso post). Non penso sarebbe giusto censurare i commenti che non seguono il canovaccio. Forse si dovrebbero cancellare le ingiurie che sono offensive per categorie di soggetti svantaggiati, come i cerebrolesi. Sono sicuro che Zac ha nella sua faretra tutta una serie di espressioni alternative per esprimere lo stesso acuto argomento; espressioni per le quali non mi offendo, finché implicano che io da un lato, lui e i tanti altri corifei dall’altro, siamo su versanti intellettuali e morali opposti.

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Blog de Il fatto 

Commento al post di A Beccaria “Ustica, Giovanardi sui giudici: “Come aver condannato Tortora per droga” del 13 set 2011

Sia l’adulazione della magistratura per una sentenza di risarcimento quando i colpevoli restano come al solito ignoti e impuniti, sia le accuse palesemente infondate di Giovanardi ai magistrati per una sentenza che almeno va nella direzione giusta, favoriscono la favola ufficiale di una magistratura non ambigua, strenua avversaria dei poteri forti responsabili delle stragi di allora e delle operazioni sporche di oggi.

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/

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Blog de Il Fatto

Commento al post di M. Imperato “Le Br in procura e il silenzio al Ministero” del 18 nov 11  

Il prestigio relativo

Non ci si è ancora chiesti dei rapporti tra il governo Monti, appena insediato, e la magistratura. A me pare che abbiano in comune quanto meno l’avvalersi dell’effetto Bokassa:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/

Cioè il trarre prestigio dal paragonarsi a standard negativi; e appare che non occorra meno che le pulcinellate berlusconiane, come questa dei magistrati brigatisti, per ottenere un gradiente sufficiente. Come dico nel post linkato, l’assumere standard di comodo mi pare alla radice di quella istituzionalizzazione dell’illegalità che il giudice Imperato dice di voler combattere.

Ma, al tempo della società dello spettacolo, il prestigio relativo può surrogare quello autentico; e pretendere governanti e magistratura che non abbiano bisogno di propaganda comparativa ma brillino di luce propria sembra un voler chiedere il ritorno alla tv in bianco e nero e con due soli canali.

Comunque massima solidarietà ai magistrati per l’ostruzionismo al procedimento per vilipendio alla magistratura denunciato dal giudice Imperato; anche, penso, da parte di altri cittadini che magari non hanno badato a questo immondo oltraggio, ma conoscono bene il significato della locuzione “le lentezze e i silenzi della giustizia”.

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Blog di Aldo Giannuli

Commento al post “Due parole sul nuovo governo” del 21 nov 2011

21 novembre 2011 alle 08:48

C’è la possibilità che questo governo “Vaticano-Loggia Continua”, che dovrà raccogliere quanto Berlusconi ha seminato, si avvalga di un qualche ritorno del terrorismo? Come standard negativo dal quale trarre credibilità, legittimità e consenso:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/

“Io non m’impiccio coi ragazzi”

19 aprile 2011

Blog di Sergio Caserta su “Il Fatto”

Commento al post “Arrigoni, martire non per tutti” del 18 apr 2011  

Sergio Caserta, esperto di marketing, vendoliano, che attribuisce l’assassinio di Arrigoni ad Hamas e dintorni, osserva giustamente che mentre lodano i militari morti in missione, le autorità, ipocritamente, parlano poco di Arrigoni. Il Capo di Stato maggiore dell’Esercito, Valotto, ha avuto la buona grazia di lodare il pacifista Arrigoni; accomunandolo ai soldati per l’impegno e il coraggio; e forse  accomunato anche dall’esposizione a forme volontarie e subdole di quello che i militari chiamano fuoco amico.

Non è del tutto vero che le altre autorità staranno zitte; è come per il terrorismo: se si tratta di commemorare genericamente, ponendosi in prima fila ai funerali per “rifarsi una verginità” (Pasolini), allora partecipano e pontificano; ma se c’è il rischio di dover sentire che la responsabilità è di forze come gli USA e Israele, allora le nostre autorità, quelle che si riempiono la bocca di Stato di diritto, o Resistenza, o Patria; le polizie che proteggono i cittadini dai delinquenti piccoli, e aiutano quelli grossi; i preti che si atteggiano convinti a mezzi Dio; i politici e amministratori che credono di avere le palle perché litigano con la voce grossa mentre studiano come meglio vendersi, tutti quanti, cambiano faccia. Come la cambiò Azzeccagarbugli:

“Che mi venite a rompere il capo con queste fandonie? …Andate, andate; non sapete quel che dite; io non m’impiccio coi ragazzi”.

Come Azzeccagarbugli, siedono “in atto di rispetto il più puro, il più sviscerato” alla tavola degli occupanti; e nonché della loro ipocrisia, bisognerebbe parlare del loro costume di vendere gli italiani dello stampo di Arrigoni:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/15/i-precedenti-di-arrigoni/

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/03/la-sinistra-smagnetizzata/

I futures di Santa Lucia

12 aprile 2011

Blog di Valentina Rinaldi su Il Fatto

Commento al post”Quando la Chiesa spegne la speranza” dell’11 aprile 2011

E’ falso che la ricerca dei giapponesi citata dimostri o affermi che “è possibile generare una retina perfettamente funzionante utilizzando le cellule staminali”. Si tratta di un interessante esperimento di embriologia che riproduce, non si sa quanto fedelmente, alcune fasi della morfogenesi della retina; non una retina funzionante. Se pure si producesse una retina, e la si sapesse impiantare, il paziente sarebbe comunque nella condizione di chi abbia il midollo spinale sezionato: connetterla al cervello – del quale è parte – resta un compito formidabile.

Il clero, col suo know-how sullo sfruttamento della credulità, e i suoi investimenti sulle staminali, non spegne la speranza, ma la titilla: con la ridicola querelle embrionali/adulte fa credere all’efficacia attuale o prossima di terapie che sono nel libro dei sogni. Come nel gioco delle tre carte c’è un compare nel pubblico che fingendo di contestare veementemente il croupier lo rende credibile, e invoglia quindi i polli a puntare. L’efficacia viene posta per “entimema”. Tale attività di distrazione e propaganda è uno dei compiti della bioetica, che, “laica” o “cattolica”, è ancella del grande business biomedico (*).

La medicina è oggi strettamente legata alla finanza, e queste staminali assomigliano ai “derivati”: si vende una terapia che potrebbe esserci, o no, in futuro. Diffondendo voci false (e soffocando le critiche) si pratica una forma di aggiotaggio.

Travisare così le staminali è anche una forma moderna della richiesta di grazia a Santa Lucia: il prete, lo scienziato e il banchiere fanno cartello. Un po’ di speranza o di illusione possono alleviare la sofferenza per alcuni malati; ma non le truffe. Meglio fare come San Tommaso, e finché non ci sono risultati veri i soldi per la cura e l’assistenza spenderli in interventi razionali, non in “biglietti per Tokio”.

* http://menici60d15.wordpress.com/2008/01/21/diplomi-di-laurea-bruciati-sul-sagrato-tornano-i-roghi/

Surrogati della giustizia: la kermesse mediatica

9 aprile 2011

Blog di Beppe Grillo

Commento al post “Il  David a ‘E’ stato morto un ragazzo’” del 9 apr 2011

Il caso Aldrovandi mostra come invece dell’ingiustizia totale, con insabbiamento e impunità assoluta, e invece della giustizia, con ricostruzione fedele dei fatti e giusta punizione, si ricorra a volte a una sofisticata terza via. Il Davide al film di Vendemmiati è un altro anello della kermesse mediatica sul caso Aldrovandi.

Come per altre morti per mano di polizia, la ricostruzione postula entità inedite e vergognosamente inverosimili; qui l’essere montati sulla schiena di Federico, atto in grado di provocare la morte per asfissia, avrebbe ucciso causando, incredibilmente, un ematoma della parete cardiaca, incredibilmente non notato, ma fotografato, all’autopsia.

Per quell’Ecce homo di 18 anni non è stata riconosciuta che una responsabilità minima, per “eccesso colposo”. La pena per i colpevoli sarà comunque nominale. Il dogma di forze di polizia costituzionalmente sane, necessario agli abusi e alle violenze intenzionali di polizia, viene riaffermato. Chi si oppone ai falsi sulla ricostruzione e alla manipolazione ideologica è minacciato come può fare chi può contare sulla connivenza della magistratura.

Gran bel film. Dietro al quale la polizia potrà continuare, sicura dell’impunità, il mestiere, o il secondo lavoro, di togliere vita a soggetti sgraditi, con forme di violenza meno rozze. Non chiamatelo trionfo della giustizia.

La maestria del film, il buono e il bello che espone, contrapposti alla bruttezza del male, fanno le veci di una giustizia che corregga davvero. Qualcosa del genere è avvenuta anche con la Strage di Brescia; una Piedigrotta di celebrazioni, una montagna di produzioni artistiche, impunità per gli esecutori, e collaborazione sottobanco coi mandanti:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/03/la-sinistra-smagnetizzata/

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Blog di Eleonora Bianchini su Il Fatto

Commento del 13 apr 2011 al post  ’“E’ stato morto un ragazzo”, i silenzi di polizia e stampa sull’omicidio di Federico Aldrovandi? del 13 apr 2011

Il film di Vendemmiati su Aldrovandi porterà il coraggioso regista, e i genitori dell’ucciso, al Quirinale; quale migliore sede per celebrare il loro impegno civile contro gli abusi delle stanze del potere. Purtroppo, insieme a questa bella notizia è giunta quella che la madre dovrà subire un processo per diffamazione. “Strano paese …”, commenta Vendemmiati sul blog degli Aldrovandi (dal quale sono stato bannato). Anch’io avrei qualche sospiro sul modo col quale in Italia si contrastano le violenze e gli omicidi di polizia.

Nella speranza che possa recare sollievo al rimescolamento provocato da questa seria, molto seria, contraddizione, segnalo da questo blog a lui e agli altri indignati il breve racconto “Quel generale romano” di Achille Campanile; è un commento su quel generale che come padre abbracciò il figlio che disobbedendogli aveva vinto la battaglia; ma come generale lo condannò a morte. (Si trova nel libro “Vite di uomini illustri”).

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/09/surrogati-della-giustizia-la-kermesse-mediatica/

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Blog di Beppe Giulietti su Il Fatto

Commento del 14 apr 2011 al post “Chi ha paura di Federico Aldrovandi” del 14 apr 2011

Il caso Aldrovandi sta venendo istituzionalizzato; non fa paura alle istituzioni, ora in prima fila al funerale e nel corteo di protesta; non ai poliziotti responsabili, che la passeranno liscia; non agli altri poliziotti, ai quali la magistratura ha mostrato di poter scodellare a volontà equivalenti del “malore attivo” di Pinelli (stavolta con l’ematoma del fascio di His diagnosticato in fotografia). Non alla “società civile”, che potrà sentirsi coraggiosamente impegnata guardando in poltrona un’altra pellicola su “mele marce e deviazioni combattute dai poteri buoni”, senza mettere in discussione sul serio il potere.

Domani 15 apr 2011 a Brescia c’è un corteo autorizzato di vigilantes a sostegno di una guardia giurata che da qualche giorno è in carcere per avere abbattuto 2 rapinatori armati di taglierino che fuggivano, scaricandogli un caricatore alle spalle. Politici leghisti e del PDL hanno fatto l’apologia del gesto e offerto sostegno. Molti nella popolazione vorrebbero dargli una medaglia. Non so quante guardie giurate comprendono quanto sia vile un tale comportamento, proprio di coloro che nel Ventennio trovavano la loro collocazione naturale nelle squadracce. Non so quante comprendono che c’è un interesse a dargli il ruolo dei cani da guardia rabbiosi. Voi “progressisti”, voi difensori dello Stato di diritto, oppositori della destra violenta, becera e volgare, zitti e muti. E vero che non c’è neppure uno straccio di spettacolo, una poesia, una canzone, una conferenza colta. Una tartina.

Non solo Aldrovandi non fa paura, ma in tanti guadagneranno dall’utilizzo del suo caso per rafforzare lo status quo. Gli unici che dovrebbero avere paura di questi riti sono coloro che conoscono in prima persona gli abusi di polizia, e che vedono che così gli abusi potranno continuare meglio di prima.

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/09/surrogati-della-giustizia-la-kermesse-mediatica/

Metterci la faccia

9 aprile 2011

Blog de Il Fatto
Commento al post di M. Mingazzini ” Tumori in saldo ” dell’8 mar 2012

La faccia e il resto

Gentile Mingazzini, grazie per il “mi piace”. Mi permetta un’osservazione. L’anonimato, nel senso della non rintracciabilità, non è accettabile, ma io credo che lo pseudonimato sia appropriato alla “blogsfera”. Il nick registrato identifica in maniera univoca, e protegge il nome dagli schizzi di fango. Se si ritiene l’uso del nick scorretto, allora basta non consentirlo, richiedendo nome e cognome, come fanno alcuni siti. Quello che sicuramente non va bene è consentire l’uso dello pseudonimo e poi tacciare di scorrettezza chi lo usa.

Andrebbe osservato che il nome e cognome è solo uno dei vari attributi che definiscono una persona ai fini della sua caratterizzazione in un dibattito. Andrebbero dichiarati attributi più importanti; es. il conflitto di interessi rispetto al tema trattato, come gli autori di articoli scientifici sono spesso tenuti a fare. Sapere cioè se sostenendo una data tesi l’autore ci guadagna. O magari se al contrario rimedia solo una scarica di legnate (è il mio caso). Oltre al “conflitto d’interessi”, un altro attributo – relativo alla tesi presentata più che all’autore – che sarebbe bene dichiarare, soprattutto in ambito giornalistico, soprattutto su argomenti come quello di questo post, dove sono in gioco interessi di parte rilevanti, dovrebbe essere quello della “consonanza di interessi”: se quanto a torto o a ragione si sostiene va a favore di alcuni grandi interessi, di alcuni “stakeholders” forti. Questo sarebbe molto più utile del “metterci la faccia”, presentando un dato che a volte dice poco; o che in alcuni casi uno gradirebbe gli venisse risparmiato:

Metterci la faccia
http://menici60d15.wordpress.c…

Riguardo al mio commento sul record italiano di tumori infantili e sull’aumento della morbosità:

Nome e cognome: Francesco Pansera
Conflitto di interessi: nessuno.
Consonanza di interessi: nessuna.

§ § §

Blog Uguale per tutti

Commento al post di G. Faenza “Il re è nudo … ma anche la magistratura italiana, purtroppo, non è granchè vestita!” del 26 set 2011

Gentile Grazia da Crotone, lei dice di avere dovuto trovare il coraggio, per riuscire a intervenire sul blog con nome e cognome. Mi permetta una bonaria osservazione. Come mostrano anche innumerevoli episodi della vita pubblica, al giorno d’oggi, nella nostra società, coi suoi capovolgimenti di valori, non sono tanto le generalità quelle che bisogna avere il coraggio di mettere in gioco intervenendo:

Metterci la faccia

( http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/09/2398/ ).

Ci sono lettere anonime firmate, si dice. Col rapporto tra le persone o le cose e i loro nomi si possono fare tanti giochi. Per esempio, a mio parere i magistrati sono parte – non sempre inconsapevole – del sistema di protezione di alcune importanti e gravi frodi, istituzionalizzate, che sono legate anche a nomi relativi alle persone e al loro corpo. Ci sono, nella nosologia del cancro, trasposizioni di nomi che sono come chiamare “tigre” un gatto in quanto entrambi felidi:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/05/04/riflessioni-e-divagazioni-sulla-scelta-dei-nomi/

§ § §

 Blog Gians

Commento del 9 apr 2011 al post “Micidiale la posizione del pensatore” dell’8 apr 2011

Caro Gians, penso di metterci qualcosa più della faccia. Uso un nick, cosa lecita, per parare gli schizzi di fango dei malevoli e degli ignoranti sul mio nome. Mi chiamo Francesco Pansera, come mi firmo nei blog dove cioè è richiesto o quando dico cose particolarmente impegnative.

Va di moda usare l’espressione “metterci la faccia”, come se ciò fosse direttamente correlato all’onestà e al coraggio. Ci sono stati alcuni, anche magistrati, che per denunciare i meccanismi oscuri della strategia della tensione hanno scritto sotto pseudonimo; mentre si vedono tante gote al vento, sempre in mostra a difendere i soprusi del più forte, direttamente o fingendo di opporvisi.

Invece si considera poco il “metterci il popò”; nel senso di esporsi in prima persona alle conseguenze di alcune prese di posizione sgradite a chi ha il potere di cambiarti la vita. La distinzione è fondamentale. Un caro saluto.

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Caro Gians, rispondo come mi hai chiesto dal post del 7 aprile su quest’altro post. Il mio sito, http://menici60d15.wordpress.com/ , non è un blog: vi raccolgo gli interventi che ho postato altrove. Quanto scrivo non coincide con ciò di cui vorrei parlare: scrivo solo quando mi posso agganciare a temi trattati da altri; mi sono imposto questa limitazione per evitare un soliloquio che temo risulterebbe poco intelleggibile e sgradevole; sia perché tendo a trattare argomenti un po’ pesanti; sia perché non ho quella levità che è tra i pregi del tuo blog.

La raccolta è aggiornata: i post più recenti sono linkati sulla colonna a sinistra. C’è inoltre un indice cronologico per titolo che tengo aggiornato. Potrei organizzare meglio il sito, ma la piattaforma non è molto flessibile. Tengo in evidenza due lunghi post di anni prima un poco per spiegare chi sono, un poco per ragioni che si possono dedurre dalla loro lettura.

Questa è la soluzione che ho trovato, per il mio caso personale, al “problema del blogger”: quello della giusta distanza dagli altri sulla rete; per evitare sia di intrupparsi (come avviene troppo spesso) nel coro dello sciagurato dissenso “regolamentato”, eterodiretto da quelli che si crede di criticare (un tema ricorrente nei miei interventi); sia di ululare alla luna.

*     *     *

Caro Gians, non mi preoccupano gli attacchi sul blog, che ovviamente possono avere luogo nei siti dove commento, o in altri siti (senza che io possa moderarli): ndranghetista trafficante di droga; seminatore di odio contro i cristiani, fasciocomplottista da 118, etilista drogato, etc. Né mi fanno schifo i complimenti, che pure ricevo.

Ma le risposte vere a ciò che scrivo arrivano nel mondo reale, dove alcuni sono tanto attenti quanto è poco interessato il lettore di blogger medio. Tu mostri “Il pensatore” di Rodin per raffigurare gli autori solitari. Si potrebbe mettere il “Fanciullo morso da un ramarro” di Caravaggio per rappresentare la reazione di tanti lettori davanti a tesi che non sono quelle del dissenso convenzionale.

Un esempio. Vorrei parlare di come, mentre Berlusconi e i magistrati concentrano la nostra attenzione sulle cosce di qualche ragazzotta, e i blog gli vanno dietro, l’industria medica sta approntando per il futuro cose come il “value based pricing”; cioè prezzi determinati non dal costo del prodotto o dal mercato, ma in base al bisogno, reale o percepito, che il paziente ha delle cure. E’ come fare pagare 100 euro un sorso d’acqua a un agonizzante.

Se ne scrivessi su un mio blog, pochi lo leggerebbero, e leggendolo capirebbero ancor meno se oltre al mio testo ci fosse una coda di commenti di disturbo. Le rappresaglie lontano da occhi indiscreti invece sarebbero pronte e pesanti. Devo limitare sia me stesso, che la discussione. Spero di poterlo infilare in poche righe da qualche parte.

Non è che un testo senza i commenti dei lettori in calce sia una novità o un sacrilegio nella storia della comunicazione. Per i miei gusti trovo che sia necessario leggere centinaia di pagine, e pensarci su, per ogni frase che si pubblica; e gradirei ritmi più lenti, volumi minori e profondità maggiore nei blog “impegnati”. Il blog personale è solo una forma tra le altre, non sempre adatta. Ci vorrebbero più forum, cioè siti dove sia permesso postare i propri post. Quando ho trovato la possibilità di scrivere un post, aperto ai commenti, su un sito visibile e corretto, l’ho sempre sfruttata.

Comunicare può essere difficile. Tu hai trovato una tua via, notevole; gradevolmente esile, e con un eccellente rapporto concetti/kilobyte. Dati gli argomenti che tratto e le risposte di quelli che critico, temo che ora per me sarebbe controproducente aprire un mio blog. Però dopo questa tua osservazione terrò maggiormente presente la possibilità. Auguri per l’altro tuo “progetto”; come vedi la vita reale reclama -stavolta nel bene- il suo primato sulla “blogsfera”.

Il negativo e il proibito

4 aprile 2011

Blog di Alessio Liberati su “il Fatto”

Commento al post “Odio il clandestino” del 4 apr 2011

Sull’immigrazione la penso diversamente:

http://menici60d15.wordpress.com/2009/05/24/immigrati-la-pieta-coi-numeri-e-altre-forme-minori-di-pieta/

Ma sono d’accordo col dr Liberati sul criticare il termine “clandestino”. Si dovrebbe distinguere tra il “negativo” e il “proibito”. L’immigrato irregolare è una figura negativa, ma permessa: serve come forza lavoro e come consumatore, e la negatività che gli viene attaccata (oltre a quella della quale è involontario portatore come elemento perturbante sul piano antropologico e sociale) permette di meglio sfruttarlo. Gli si rinfaccia di essere un clandestino dopo aver finto di non accorgersi che saliva a bordo. Si potrebbe chiamarlo “meteco” lo straniero che nell’antica Grecia si aveva interesse ad ammettere, ma con diritti ridotti e sotto un “prosseno”, protettore. Mi pare che siano figure altamente negative ma non proibite di fatto anche lo spacciatore e il mafioso, che assolvono a compiti sporchi; sono perseguite, ma non eradicate.

All’opposto stanno i positivi ma proibiti: fanno cose giuste, ma non tollerabili dal potere, che li fa marcare dai suoi servi come modelli proibiti, che respingono invece che attrarre. Li si potrebbe paragonare a celebri ostracizzati di Atene. Alcuni omicidi di magistrati e poliziotti forse sono stati anche modi per marcare come proibite certe forme di lotta alla mafia o al commercio internazionale di droga. In genere però si usa più lo stigma sociale che la pistola. Forse di ostracizzati ce ne sono più di quanto si pensi, anche in campi formalmente legali dove ci sono interessi illeciti da tutelare. Ma non si vedono, anche perché i “liberi” hanno interiorizzato la proibizione, e accettano di considerare gli ostracizzati come figure negative, il cui marchio legittima l’esclusione e l’abuso. Così il sans papier e l’ostracizzato sul piano esistenziale si incrociano alla porta della città, mentre percorrono in direzione opposta lo stesso cammino.


Quando è lo stupido che guarda alla luna

30 marzo 2011

Blog di Aldo Giannuli

Commento al post “La luna e il dito. Della primavera araba e della nostra inadeguatezza” di A. Rivera del 30 mar 2011

Boh. E gli interessi dei Liberatori? Come l’energia, forse a partire da quella solare:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/29/energia-solare-e-take-over-della-libia/

Il contrasto alla Cina; l’estensione alla sponda nordafricana dell’economia di mercato occidentale (penso anche al mercato della medicina; anche in relazione alla spinta per la “civilizzazione” della nostra sanità meridionale, e ai delitti forse non solo mafiosi che l’hanno accompagnata).

“Primavera araba”? O forse voglia dei fiumi di latte e miele e delle urì sempresane del nostro Paradiso consumista; a costo di sostituire a dei vistosi dittatori locali le ombre dei poteri stranieri, seguendo il nostro fulgido esempio di asservimento (tanta sinistra per prima) agli USA & c. ?

L’epiteto di stupido affibbiato a chi non accetta le razioni di verità del comando militare Alleato – chi le cucina in mille salse invece è un vero intellettuale di sinistra – fa riflettere che forse in certi casi è il babbeo (o il furbo) che guarda la luna quando gliela indicano; mentre occorrerebbe studiare meglio il ditino, e guardare in faccia il suo possessore.

Antimafia e cultura dell’emergenza

28 marzo 2011

Blog di Strozzateci tutti su “Il Fatto”

Commento al post “A Paralup, la Pompei partigiana”

“La centrale è stata condotta con la cultura del permettere uno stato permanente di allarme invece che ricercare le cause dell’allarme”
Il capo degli ispettori sull’incidente nucleare di Sellafield, UK

La Resistenza come metafora ed esempio dell’impegno civile è un conto; il considerare l’antimafia civile come una “Resistenza permanente”, più che la Lotta di liberazione ricorda i falsi certificati di partigiano a guerra finita.

La Resistenza fu una condizione eccezionale, conseguente alla vergogna del fascismo, con un paese allo sbando e occupato; durò 18 mesi. La mafia l’abbiamo da decenni in una “Repubblica democratica”, e ora ci si accorge che c’è anche al Nord. Lo stato perenne di emergenza, auspicato da Schmitt, il giurista del nazismo e il teorico della strategia della tensione mediante il terrorismo, è indice di uno Stato malato e corrotto. Chiedere allo Stato perché non vuole eradicare la mafia, questo per me sarebbe raccogliere l’eredità di quelli che combatterono davvero.

Come è possibile che un pugno di mafiosi abbia “colonizzato” la superba Lombardia? Pochi giorni fa, a una conferenza di Dalla Chiesa, nel lanciare l’allarme è stato detto che “non si sa” chi ha firmato le delibere che ponevano ndranghetisti a capo di ASL lombarde; interessante anche la notizia che l’università di Brescia negli anni ’90 diede una cattedra a un commercialista legato alla cupola siciliana.

La minaccia mafiosa a tanti al Nord fa comodo: permette di tralasciare e favorire altri reati non meno gravi, come quelli del malaffare autoctono; e di servire, acquisito così il consenso dell’opinione pubblica, interessi di poteri forti; che ormai dispongono sia della mafia sia delle forze antimafia, quasi come il puparo che dispone dei mori e dei paladini:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/25/ndrangheta-e-privatizzazione-della-sanita/

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/25/antimafiosi/

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Blog “Il Fatto”

Commento del 15 apr 2011 al post del 15 apr 2011 “Ndrangheta, strategia della tenzione e prove di infiltrazione nello Stato” di L. Musolino

Vedo che “il Fatto” parla di “strategia della tensione” a proposito della ndrangheta. La locuzione si riferisce alla teoria che vede un disegno dello Stato e dei servizi nel terrorismo degli Anni di piombo; ed è in questo senso che di recente ho parlato di “strategia della tensione” mediante la mafia, in un commento su il Fatto:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/28/antimafia-e-cultura-dellemergenza/

Invece nell’articolo “Ndrangheta, strategia della tensione e prove di infiltrazione dello Stato”, la strategia della tensione diviene semplicemente un attacco della mafia verso lo Stato; che corrisponde a quello che i responsabili della strategia della tensione volevano fare credere del terrorismo. Credo che il rapporto di complicità tra Stato e mafia non dovrebbe essere ignorato, né stravolto manipolando le parole.

Vendola e Pasolini

28 marzo 2011

Blog Malvino

Commento al post “A Giulià, ma che stai a di’?” del 28 mar 2011

G. Ferrara falsa e distorce tre volte: dicendo che Pasolini non aveva il senso dell’ironia, che i suoi scritti sono ironici, e accostando Vendola a Pasolini.

“La “sinistra” è specializzata in figure bifronte, che con la faccia rivolta a chi sta in basso impersonano, “narrano”, come dice Vendola, una politica pulita; mentre con l’altra si accordano con quelli che stanno in alto, facendosi fiduciari dei loro interessi. Es. due papabili di alta qualità per la presidenza del consiglio: l’astro nascente Vendola, il “poeta comunista” che fa pensare a Pasolini, ma è tutt’altra cosa, di recente benedetto in un tour USA dai signori del liberismo, e osannato in Italia dalla massa dei disgustati da Berlusconi; e Rosy Bindi, la pseudoAnselmi…”

(Da “C’è la parola: compradora” http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/21/c’e-la-parola-compradora/ ).

Pasolini era permeato e trafitto dal tragico che con la sua sensibilità lucida percepiva nel mondo; la sua parola era superiore al livello dell’ironia, il blando anestetico al quale ricorriamo quando parliamo di cose che non fanno ridere. Vendola è artefice di quello stesso mondo denunciato da Pasolini:

Ndrangheta e privatizzazione della sanità http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/25/ndrangheta-e-privatizzazione-della-sanita/

Antimafiosi

25 marzo 2011

Blog de “Il fatto”

Commento al Post “Il nuovo sport nazionale? Attaccare Saviano” di Dino Amenduni del 24 mar 2011.

Cancellato dalla redazione  1 ora dopo essere stato pubblicato

Dr Peter Gomez
Direttore de “Il Fatto”

Egr. Dr Gomez

Il 24 mar 2011 alle 19:13 ho pubblicato sul blog de Il Fatto di Dino Amenduni, il seguente commento, composto solo da due titoli coi link, al post “Il nuovo sport nazionale? Attaccare Saviano”:

I professionisti della metamafia
http://menici60d15.wordpress.com/2010/06/08/i-professionisti-della-metamafia/

Lotta alla mafia nell’anno domini 2010: Saviano e Lea Garofalo
http://menici60d15.wordpress.com/2010/10/23/lotta-alla-mafia-nell’anno-domini-2010-saviano-e-lea-garofalo/

http://menici60d15.wordpress.com/

Il commento, il primo ad essere postato, è stato cancellato dopo pochi minuti, e non c’è stato verso di postarlo di nuovo.

Il primo dei due articoli è un commento alle critiche mosse a Saviano da Dal Lago. L’altro trae spunto dalla diffida del Centro studi Peppino Impastato all’Einaudi per le affermazioni di Saviano su come emerse la verità sull’assassinio di Impastato.

Gradirei mi venisse detto cosa rende inaccettabile il contenuto degli articoli linkati. E’ vero, faccio ciò che Amenduni addita come esecrando: critico Saviano; e la sua posizione di intellettuale “embedded”, e anche i suoi fan; ma in termini non più accesi o meno corretti di quelli che il Fatto usa quotidianamente contro i suoi avversari. Ho criticato la cecità che il culto di Gomorra aiuta quando non lo faceva nessuno:

http://menici60d15.wordpress.com/2007/08/30/commento-all’articolo-«-casalesi-operazione-gomorra-»-di-gianluca-di-feo/

Mentre il post aizza i coristi contro chi critica il Saviano-pensiero, la redazione de il Fatto non permette al lettore di sentire l’altra campana. Credo che, mediante tecniche spregiudicate di costruzione dell’immagine, il potere stia facendo della lotta alla mafia uno strumento di propaganda per ottenere consenso; è interessante che l’articolista sia un professionista del marketing, al servizio di Bersani e Vendola.

Cordiali saluti

Francesco Pansera

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Blog “L’aria che tira”

Commento del 13 apr 2011 al post “Travaglio Sachs e Goldman per tutti” del 13 apr 2011 

Grazie per questo articolo. Converge con quanto avevo notato a proposito della degenerazione dell’antimafia, e a proposito di Saviano; che mi pare un personaggio paravento, il cui gigantismo mediatico maschera i servigi che le forze di polizia (ufficiali e non), la magistratura, e l’intellighenzia della sinistra “smagnetizzata” rendono, bene uniti, al primo livello indicato da Paolo Barnard.

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/25/antimafiosi/

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/28/antimafia-e-cultura-dellemergenza/

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/25/ndrangheta-e-privatizzazione-della-sanita/

La retorica quantitativa

23 marzo 2011

Blog di Dario Bressanini su “il Fatto”

Commento al blog “Vento, sole o aria fritta? Le energie rinnovabili fuori dal mito” del 22 mar 2011

“Certo quantificare non significa fare scienza”
P. Medawar

I numeri sono indispensabili in un discorso come la politica energetica. O meglio le misure numeriche, alle quali è errato attribuire la sicurezza matematica dei numeri puri (sull’onda dell’ideologia tecnocratica, si tende a confondere tra matematica pura e modellizzazione matematica) Le misure hanno es. il merito si sfatare alcune comode illusioni “verdi”. Ma la pretesa di togliere gli aggettivi, cioè di eliminare la discussione, e di fare parlare solo “i numeri”, oggetti che devono la loro efficacia alla carenza di significato intrinseco, è una forma di retorica. La retorica quantitativa dello scientismo, che nel proteggere interessi di parte – quantificabili in euro e dollari – pratica forme di antiscientificità come questa di dare la voce maggiore a certi numeri, tentando di zittire la critica col potere intimidatorio della matematica.

Sono necessarie entrambe le cose, le misure e il discorso politico. Come ho scritto (*), i primi numeri dovrebbero riguardare la scelta dei limiti dei kWh/d pro capite di una popolazione (mi fa piacere di avere pensato alla stessa grandezza dell’autore esaltato da Bressanini). Una scelta eminentemente politica. Senza numeri non si sa di cosa si sta parlando. Ma con il “Numeri, non aggettivi” in pratica si permette un modello incompleto, anzi acefalo, che finge che siano assenti gli interessi economici privati e i numeri della speculazione (e gli interessi corporativi degli esperti di numeri a cui il nucleare e la tecnologia danno lavoro); che la politica non sia che un consesso di cialtroni che friggono l’aria, e vanno guidati dagli scienziati. Un modello che può fare passare per oggettivo e scontato l’assioma della crescita illimitata, sul quale gli aggettivi e gli avverbi da usare sono davvero molti.

(*)http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/20/l’obesita-energetica/

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@Giumangi. I politici sono un consesso di venduti, che non si esimono dal ricorrere alla censura di voci tecniche critiche per spianare la strada a progetti “scientifici” che servono a fare soldi a scapito della popolazione. La politica è un’altra cosa, ma se chi legge non capisce cosa voglio dire allora è inutile spiegarlo.

Penso che possiamo convenire che nel dibattito pubblico, nella discussione tra persone comuni, es. nei blog, non si possano tralasciare gli aspetti tecnici. E’ per questo che sto segnalando il libro di Melis; faccio appello ai tecnici perché la critica delle politiche energetiche possa avere una bibliografia divulgativa sugli aspetti tecnici e quantitativi -a partire dal tema della limitazione della produzione di energia, del risparmio e dell’ottimizzazione dell’efficienza- non inferiore a quella del versante favorevole al nucleare e alle altre grandi strutture for profit del grande capitale.

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Blog de Il Fatto

Commento del 12 apr 2012 al post “Homo Sapiens 2.0. La mia esistenza in cifre” di Matteo Bittanti del 12 apr 2011

Pare che tra gli antichi ebrei fosse proibito contare le persone. Ma, anche per gli esseri umani, c’è la quantificazione buona e quella cattiva:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/23/la-retorica-quantitativa/

I preti sciamani furbi

21 marzo 2011

Blog Malvino

Commento al post “L’idea della Provvidenza” del 21 mar 11

Questo documento, la tesi del vescovo Manzella e del vicepresidente del Consiglio nazionale delle ricerche De Mattei che le grandi catastrofi come oggi il Giappone o Messina nel 1908 sono giusti castighi, esigenze della giustizia di Dio, e “benevola manifestazione della misericordia di Dio” per i sopravvissuti, dovrebbe aprire gli occhi sul pericolo culturale, sociale e politico rappresentato dal clero e dai suoi zeloti. Il caso mostra anche come gli “scienziati” oggi possano allearsi al clero, e spendere l’autorevolezza della scienza per sollecitare bassamente le corde funeste dell’irrazionale.

La gente è smarrita, impaurita, e i preti possono tirare fuori gli antichi ferri del mestiere per sottometterla. Credo che sia giunta l’ora di esaminare le loro prese di posizione su un piano etnopsichiatrico. Il mondo è pazzo, noi siamo fatti di un legno storto; ma sembra che la pazzia umana sia raccolta, amplificata, sistematizzata e istituzionalizzata dai preti. Come per gli sciamani, la funzione di prete pare esigere un assetto psicologico e caratteriale non equilibrato; che consente di aprire bocca e profferire senza vergogna simile spazzatura.

Se Dio è la proiezione di desideri umani, i preti proiettano e razionalizzano gli incubi e i fantasmi depositati nella sentina della nostra psiche, in virtù di una distorsione mentale che unita alla loro lucida bramosia di potere forma una miscela la cui pericolosità andrebbe riconosciuta. Mentre hanno i piedi ben piantati nel fango, e sono ben zavorrati dai soldi che traboccano dalle loro tasche, i preti sono psicologicamente pre-morali e pre-razionali; quasi sempre furbi, qualche volta intelligenti, frequentano il mondo dei simboli e delle ombre. Sono quindi capaci di giustificare, e commettere, le peggiori nequizie, salvo spennellarle con bugie e giustificazioni che in altri farebbero pensare a un delirio religioso.

http://menici60d15.wordpress.com/

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@PLM. Il clero è dotato di queste posizioni catamarano, dove può sostenere sia una tesi sia il suo opposto, poggiando su uno scafo oppure sull’altro a seconda di dove soffia il vento. Ma la rotta è sempre quella dei suoi interessi particolari, che dietro le scene non difende con la discussione, ma con la violenza, l’inganno e il dileggio, in una forma talmente sistematica e accanita da escludere che sia il frutto di ipotetici insegnamenti evangelici.

Dipingersi come perseguitati, accusare di essere oggetto di “repulisti” aiuterà i loro autentici repulisti; attività che hanno svolto apertamente per secoli, e che oggi, grazie all’alleanza tra aspersorio e manganello, cioè alla subordinazione delle forze di polizia al clero, conducono in modi coperti, illegali, vili e fascisti.

martedì, 22 marzo, 2011

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Blog Metilparaben

Commenti del 29 mar 110 al post “Certi paesi non hanno proprio speranza”

@Luca Venturini. I toni millenaristici dell’evangelico Collins sul Progetto genoma sono stati portati a esempio del culto secolare della tecnologia (Noble, Religion of technology). Ci sono stati scienziati mistici, a partire da Newton; Keplero viveva di oroscopi. Oggi ci sono anche scienziati religiosi e un po’ fregoni. Il pio e potente Collins è stato coinvolto nella falsificazione di articoli scientifici; nelle false affermazioni di avere trovato e poi di stare per trovare una cura genetica per la fibrosi cistica; in forme di propaganda ai lucrosi test genetici predittivi considerate scorrette dagli stessi genetisti. E anche nella protesta per l’estromissione dei ricercatori delle case farmaceutiche dall’aggiornamento dei medici: un po’ come De Mattei, Collins dirige la ricerca pubblica e fa il tifo per la “concorrenza”.

Andrebbe riconosciuto che la scienza può degenerare, divenendo “neaoalchimia”, finendo per sostituirsi alle religioni convenzionali; e che entrambe possono convergere e allearsi, propalando falsità per ottenere soldi e potere soddisfacendo la naturale sete di religiosità e la dabbenaggine diffusa:

http://menici60d15.wordpress.com/2008/01/21/diplomi-di-laurea-bruciati-sul-sagrato-tornano-i-roghi/

La sismologia sciamanica di De Mattei e la genetica gnostica di Collins sono abnormi rispetto allo statuto epistemologico della scienza; lo sono molto meno rispetto al suo attuale statuto politico e socioeconomico, almeno in campo biomedico.

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@ Luca Venturini. “Di norma” le carriere dei responsabili di frodi scientifiche che riguardano grandi interessi non vengono stroncate: si trovano giustificazioni e capri espiatori (come nel caso degli articoli con dati falsi co-firmati da Collins); o sono stroncate le carriere di chi denuncia le frodi; come nel caso di Margot O’Toole, “vilified and effectively driven out of the profession” (senatore USA J Dingell) per aver rivelato la falsificazione dei dati da parte di Imanishi-kari e del Nobel Baltimore. Un caso celebre sul quale ho un piccolo ricordo personale:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/05/16/sperimentazione-animale-uno-spoglio-etico-2/

Sono d’accordo con te che non bisogna usare espressioni non necessarie; però l’insistenza sullo smorzare i toni davanti a una situazione marcia, che provoca danni gravi alla salute delle persone, mi ricorda un po’ quel dialogo di Altan: “I ladri sono ladri” – “Lei non può colpevolizzare così un’intera categoria”.

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Il fatto che i risultati di ricerca di un medio ricercatore siano stati “criticati” (Nature) contraddice la mia posizione? Se l’impunità non è del 100% è esagerato parlare di sistema corrotto ?

Un vicepresidente dell’istituzione dello Stato che amministra la ricerca scientifica afferma insieme a un vescovo che :

a)I terremoti sono provocati dalla volontà di Dio.

b)Ci fanno bene spiritualmente e fisicamente.

c)Sono una forma di giustizia di Dio.

d)Sono un castigo giusto per colpe personali o collettive.

e)E’ inevitabile che Dio colpisca così anche innocenti, ma ciò va accettato perché Dio è padrone della vita e della morte.

f)Sono manifestazione della misericordia di Dio, per noi superstiti che non veniamo ammazzati pur meritandocelo, essendo colpevoli.

Andrebbe notato, con voce sommessa quanto vuoi, così come è sommessa quella di De Mattei a Radio Maria, che queste sono le tipiche enormità malate che i preti e i loro accoliti esprimono con voce agnellata. E’ sbagliato perdere la calma, ma non va taciuto che queste maledizioni sussurate (e a volte accompagnate da forme occulte di quella violenza del potere che tanto attrae gli “uomini di Dio”) appartengono alla patologia del pensiero e della cultura.

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Blog Malvino

Commento del 30 mar 2011 al post “Un pizzico di faccia tosta”

Segnalo altri commenti sulle esternazioni di De Mattei, che ho postato, dopo che su Malvino, su altri blog:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/

Nella mia esperienza, la “risposta” dei preti e dei “pretofili” a chi contesta loro quel diritto a sopraffare che è insito nel messaggio di De Mattei viene data nella vita reale più che sui blog; ed è coerente col Dio di morte che hanno dentro.

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Blog di Eleonora Bianchini su Il Fatto

Commento del 30 mar 2011 al post “Se per il vicepresidente del CNR lo tsumani è ‘una voce della bontà di Dio’ “

Sull’etiologia e la teleologia dei sismi secondo il vicepresidente del CNR De Mattei:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/

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Blog “Gians- Sono io”

Commento del 7 apr 2011 al post “Vi mostro il mioPollice” del 7 apr 2011

Penso che occorra distinguere nettamente tra religione e clero. Lo stalking, la molestia continua deumanizzante, non dichiarata e attuata con mezzi obliqui, è, posso testimoniarlo, uno strumento pretesco dei nostri giorni; ma ha a che fare con la religione quanto gli strumenti del boia che i preti usavano liberamente nei secoli scorsi.

Nel dibattito sulla libertà di religione andrebbe detto che i preti, uno dei vari gruppi di potere terreni, spesso e volentieri violano e calpestano anche il naturale senso religioso delle persone.

Segnalo il commento “I preti sciamani furbi” sul proclama di Radio Maria delle calamità naturali come meritati e misericordiosi castighi di Dio:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/

Questa è gente pericolosa, che non scherza, disposta a spazzare via con qualsiasi mezzo, quando può, chi ritiene vada tolto di mezzo. Se si vuole sopravvivere, anche in un cantuccio, bisogna resistere.

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Grazie a te, Gians. Accettare la distinzione tra “credenti” e “atei”, noi/loro, può essere una trappola. Forse si potrebbe stabilire che tutti hanno diritto al rispetto della loro sfera religiosa, o meglio spirituale come dice Nicoletta; inclusi gli a-tei, che vengono definiti in negativo rispetto ai “credenti”, e dipinti quindi come degli esseri privi di spiritualità; quindi vuoti, o malvagi; o instancabili libertini. Gli atei non sembrano peggiori dei credenti; e a volte si costruiscono una loro ricca spiritualità, senza farsela iniettare come un vaccino dalle religioni confessionali.

Accanto a ciò, si potrebbe stabilire anche che, dato ciò che la storia insegna, l’adesione a una religione o a una qualsiasi credenza comporta pericoli almeno potenziali per la società: non è un merito in sé. Non può mai essere un lasciapassare, che fa entrare in una casta di “eletti” e che consente di commettere le porcherie grandi, piccole e medie che da sempre i professionisti della religione e i loro seguaci commettono in nome di un dio.

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Gians, a volte più che ingerenze bisogna dire “ricatti” e “violenze”. Non è solo proselitismo o attivismo politico. Qui in Lombardia, feudo CL, i preti hanno portato il loro principio “nulla salus extra ecclesia” a livelli più vicini alla mafia che alla vecchia DC.

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Gians, non per aggravare il sintomo ma per  manifestare solidarietà:

http://menici60d15.wordpress.com/2008/05/18/pubblicare-la-lista-dei-magistrati-di-cl/

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Blog di Fabio Marcelli su Il Fatto

Commento del 23 apr 2011 al post “Il Cnr, prima di Talete
e dopo De Mattei” del 23 apr 2011

Secondo i difensori di De Mattei, anche lo tsunami del 2004 è stato un castigo di Dio; ed è stato la giusta punizione per il turismo sessuale nel Sud Est asiatico. Ovvero, Dio avrebbe punito il turismo sessuale spazzando via con un’ondata le vittime del turismo sessuale e le loro povere abitazioni:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/

Penso che questo caso offra l’occasione per studiare la psicopatologia del potere clericale.

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Blog di Andrea Carancini 

Commento del 16 apr 2011 al post “Sbagliata la petizione contro Roberto De Mattei” del 16 apr 2011 . Cancellato senza avviso al 25 apr 2011

La tesi di De Mattei non è illogica: è infatti esente da vizi logici evidenti. Come quella di quel pastore anglicano che cercò di contestare l’evoluzione dicendo che i reperti fossili ce li aveva messi Dio stesso, che li aveva creati fossili fin dall’inizio: i ragionamenti religiosi hanno spesso logicità, cioè coerenza interna, e a volte sono ingegnosi.

Ma quanto afferma De Mattei non è razionale; le affermazioni sulle cause dei fenomeni naturali si richiede siano di carattere scientifico per essere considerate razionali; e per essere di carattere scientifico devono essere almeno “falsificabili”, secondo la nota espressione di Popper. La tesi che Dio faccia provocare terremoti, osserva Carancini, non è “dimostrabilmente falsa”; nel senso che non è possibile dimostrarne la falsità; ma questo è esattamente il criterio generalmente stabilito per considerare un assunto non assurdo, o privo di valore o di significato, ma estraneo al discorso scientifico.

E siccome si sta parlando di terremoti è impressionante che un alto funzionario dell’istituto pubblico che dirige anche la ricerca sul tema indulga in spiegazioni causali non falsificabili. Le spiegazioni non falsificabili di disgrazie sono tipiche di maghi, fattucchiere e profittatori vari; il clero stesso è prudente nel dosare questo strumento di persuasione. Attribuire una natura divina alle calamità naturali non lascia sperare che si farà tutto il possibile per prevenire gli strazi e i danni che provocano, e per porvi rimedio. Non si vorrebbe percepire una morbosa approvazione per le sciagure in chi avrebbe l’incarico di contrastarle.

Oltre a ciò va rilevata una carica di fanatismo che allontana ancor più le affermazioni di De Mattei dalla razionalità (e anche dalla carità): per es. per De Mattei il terremoto sarebbe anche segno della misericordia divina, perché, pur meritando noi di venire uccisi, essendo peccatori, Dio ci risparmia. Questo più che razionale suona come indice di una mentalità sadica e prevaricatrice. E’ da notare che sul sito “Pontifex”, dove si sono minacciate azioni legali a difesa di De Mattei (citando anche miei passi), nel post “Riflessioni su catastrofi e castighi” si afferma, a proposito dello Tsunami del 2004 nel Sud Est asiatico, che:

“purtroppo, anche molti uomini di Chiesa hanno detto che non era certamente da considerarsi come un castigo. Ora è innegabile che il “turismo sessuale”, che si commetteva in molti di quei luoghi, è proibito dalla legge di Dio; basta leggere la Bibbia (sia il Vecchio che il Nuovo Testamento) per rendersi conto che Dio non transige su certi comportamenti.”

Cioè Dio avrebbe punito il turismo sessuale spazzando via con un’ondata le vittime del turismo sessuale e le loro povere abitazioni. Se questa è razionalità, è una razionalità che darebbe tanto lavoro a uno psicanalista.

Sono comunque d’accordo che una petizione contro De Mattei sia errata; in sé, perché per principio non si può votare l’ostracismo verso il singolo che esprime opinioni; sia perché avvantaggerebbe l’altra chiesa, quella scientista; che poi col clero è in buoni rapporti d’affari; affari seri che spesso beneficiano di queste baruffe per i gonzi:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/12/i-futures-di-santa-lucia/

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Blog di  Andrea Carancini

Commento non pubblicato con la motivazione di essere inerente a un commento ritirato

Ho ricevuto il seguente interessante commento email (del quale posso esibire copia):

Non tutto ciò che è razionale è scientifico, almeno rispetto alla percezione comune di ciò che è scientifico. Di sicuro, quanto detto da De Mattei non solo non è irrazionale ma è coerente con il concetto cattolico di razionalità, che ha sempre postulato la CONOSCIBILITA’ di Dio tramite la conoscenza della natura. La logica dei ciarlatani non può certo essere paragonata a quella di un S. Tommaso.
Nessuno si può permettere di tacciare di ciarlatanismo i preambula fidei di S. Tommaso. Per me la discussione finisce qui.”

Ritengo utile rispondere:

I Preambula fidei del tredicesimo secolo dell’Aquinate non sono “ciarlatanismo”; ma non sono neppure i criteri sui quali si basa la ricerca scientifica nel mondo. Alcuni, come la prova “ex fine” dell’esistenza di Dio sono tipi di ragionamento esplicitamente negati dalla metodologia scientifica ufficiale. Secondo il criterio di falsificabilità cui si attiene universalmente la ricerca scientifica per essere riconosciuta tale, quanto dice il vicedirettore del CNR De Mattei dei terremoti non è razionale; è libero di dirlo ovviamente, ma si tratta di affermazioni non compatibili con una posizione di dirigente di ricerca.

Francesco Pansera

Massoni e legalità

11 marzo 2011

Blog di Alessio Liberati su “Il Fatto”

Commento al post “I massoni e la legalità” del 15 feb 2011

Il magistrato Alessio Liberati, articolista de Il Fatto, ha scoperto sul sito web del “Grande oriente democratico” massoni che ringraziano la magistratura e vogliono essere paladini del bene. Ciò gli è stato confermato dal capo di quella massoneria.

Il dr Liberati si è così convinto che c’è anche una massoneria “buona”; non mi intendo delle varie confessioni massoniche, ma la sua visione del mondo sembrerebbe un po’ alla “Heidi”. E’ vero che lo stesso Cordova, che ha denunciato -inutilmente- i tanti magistrati massoni, ha scritto che bisogna ben distinguere tra massoneria deviata e massoneria in sé. Può  cominciare il gioco delle cocuzze: quante “mele marce” nella massoneria ? Il 99%. E perché il 99%? E quante sennò? Il 2%. E perché … etc.

Il dr Liberati augura l’inizio di “una collaborazione sincera e duratura tra massoneria e magistratura”. La collaborazione c’è già, ed è di lunga data. Della tradizionale appartenenza della vecchia guardia della magistratura alla massoneria parla l’inglese Dickie in un libro intitolato “Cosa nostra. Storia della mafia siciliana”.

Per vicende personali, posso testimoniare della collaborazione ai nostri giorni. Si possono ricevere da “esoteristi” velate minacce massoniche di rovina, appoggiate dall’affermazione contestuale che le liste dei massoni vengono depositate presso le Procure della Repubblica; (e che tra gli iscritti ci sono le cariche più alte dello Stato). Vedo che la magistratura, nel procacciarsi i favori della massoneria collaborando ai suoi intrighi, ottiene livelli di criminalità e abiezione irraggiungibili dai delinquenti comuni. Quando ci sono in ballo interessi curati dai “fratelli”, con certi magistrati può essere come finire nelle mani di sequestratori. E il sequestrato non torna a casa se li vede senza cappuccio: cioè col cappuccio massonico.

http://menici60d15.wordpress.com/2010/01/25/semiotica-del-potere-via-craxi-palazzo-di-giustizia-zanardelli-e-le-“sedi-disagiate”/

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Blog di Alessio Liberati su “Il Fatto”

Commento al post “Massoneria e Opus Dei al Consiglio di Stato? del 6 gen 2011

Provenzano e Cavataio

Che si siano legami tra massoneria e Vaticano non dovrebbe stupire il dr. Liberati; è un dato noto che dovrebbe fare parte del bagaglio di conoscenze e consapevolezza di qualunque magistrato, in un’Italia dove abbiamo avuto la P2 e Andreotti, lo IOR, Calvi e Marcinkus; dove un papa, Montini, addentro al mondo dei servizi, la cui elezione è stato scritto fu decisa nella villa del piduista Ortolani, fece “pochino” per salvare Moro. Dove abbiamo visto il cardinale Pio Laghi amico e consigliere dei piduisti argentini che scaricavano i desaparecidos dagli aerei nel Rio della Plata. I magistrati che non sapessero questo potrebbero informarsi presso Elia Valori, figura molto seguita dai nostri tutori della giustizia.

Sembra che sopra le nostre teste sia in corso un ricambio e un riequilibrio interno al sistema. Il candore di Liberati, e la fonte massonica della notizia sugli intrecci tra massoneria e Opus dei nel Consiglio di Stato, scoop per me sconcertante quanto la rivelazione che Ruby e la Minetti non sono pure e illibate, fa pensare che la lotta tra fazioni massoniche possa essere usata per fare passare l’idea di una massoneria buona che si oppone ad una cattiva; con quest’ultima unica responsabile dei crimini che queste reti di potere, qualunque sia la loro composizione, commettono per mantenere l’Italia sotto un tallone di ferro. Operazione che in verità richiede poco sforzo: con questa propaganda gli innumerevoli ruffiani sanno che ci sono nuovi dòmini dei quali divenire clientes. Per gli altri questi giochi sono paragonabili a quelli tra Provenzano e Cavataio a fine anni Settanta, o tra i “viddani” e la vecchia mafia intorno al 1980

‘O guerriero

3 marzo 2011

Blog di Beppe Grillo

Commento al post “La via del guerriero –  Piercamillo Davigo” del 2 mar 2011

“Dovere di un guerriero.. è combattere … Non te ne deve importare niente … se sei dalla parte giusta o dalla parte sbagliata, meno che mai ti deve importare di quali saranno le conseguenze ultime delle tue azioni…”. P. Davigo, citando il Mahabharata.

Anche il prefetto di Brescia, Brassesco Pace, ha raccontato in tv che un politico le ha detto “Lei è un guerriero”. Io invece nel mio idioletto, quando vengo molestato da auto della polizia o sfiorato da auto in borghese, cosa che mi capita ogni giorno, la chiamo “Mezzastriscia”:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/04/la-mezzastriscia/

Dalle sale biliardo si è esteso ai manager e ora a chi esercita il potere dello Stato il paragonarsi a un guerriero. I guerrieri si giocano la vita. Haldane, uno scienziato che aveva combattuto nei commando, ha scritto, citando come Davigo la tradizione indù, che il gioco d’azzardo si addice al guerriero perché simboleggia quanto facilmente egli possa giocarsi la vita e perdere. Chi è garantito dallo Stato a volte gioca con la vita degli altri e fa carriera pugnalando alle spalle per conto del Principe; arrivando sano e salvo alla pensione. Atteggiarsi a guerriero, ridicolo a parte, può costituire una razionalizzazione narcisistica di atti e reati che meriterebbero una punizione per codardia, non una medaglia al valore.

Non è degno di chi amministra la giustizia predicare che non importa se si sta dalla parte del torto o della ragione, né quali sono le conseguenze ultime del proprio operato, purché si combatta. Ce ne sono già troppi che appiccicano questa filosofia alle loro gesta. Sono i mercenari che si trovano sempre miracolosamente dalla parte del più forte, a lottare per i fatti propri. I magistrati, anzichè degradarsi a guardiani nella repubblica platonica, e sentirsi “corruschi d’armi ferree”, dovrebbero smettere di fingere di non vedere quali disegni spesso e volentieri servono, e di quali conseguenze deleterie si fanno così responsabili.

Francesco Pansera (menici60d15) 03.03.11 08:55|

 

La pasionaria

18 febbraio 2011

Commenti ai post “Il contrario del PD che vorrei”, blog Metilparaben e “Il film horror della sinistra: la bellissima e intelligentissima Bindi premier”, blog Il fazioso,  17 feb 2011

Osservando il suo comportamento come ministro della sanità, es. la protezione arcigna e cieca della chemio per i tumori, una terapia che oggi comincia ad essere criticata perfino nelle sedi ufficiali, ho avuto l’impressione che la Bindi fosse il tipico esempio di “cattolico di sinistra”; quelli che sono di una bravura pretesca nel servire grandi poteri, inclusi gli interessi più neri e trame inconfessabili, mentre recitano il ruolo di “puliti”; in questo caso, di pasionarie integerrime. Ci sono elementi che avvalorano questa opinione. Es:

Bindi,  come Vendola che la propone, sembra una cosa ed è tutt’altro. Non rassicura questa affermazione: “Capace … di finti moralismi… alla Rosy Bindi, la quale finge di non sapere che i soldi per le sue campagne elettorali furono Andreotti… e Citaristi a darglieli. Lo sa perché la Bindi fu candidata la prima volte alle europee? Per battere Tina Anselmi, che … Andreotti voleva punire per come aveva gestito la commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2. … fecero avere alla cara Rosy tutti i voti necessari per fare giustizia della giustiziera Anselmi …” (Cossiga, Fotti il potere, 2010). La fonte è dubbia, ma sembra che la Bindi favorisca lo status quo simulando la figura dell’Anselmi, donna tutta di un pezzo, e prendendone il posto; così come Vendola “narra” un appassionato leader “rosso” per ottenere il favore degli ingenui. Il cerone non è solo quello di Silvio.

Ai poteri forti la Bindi, come gli altri “comunisti”, non dispiace, e il teatrino di Berlusconi che fa l’ignorante, o impersona sé stesso, e insulta la Bindi, mi pare un fare da spalla a chi potrebbe dare il cambio al rozzo bauscia con la sceneggiata del ritorno alla civiltà dopo l’era berlusconiana.

@ Sergione1941. Grazie. Istintivamente, trovavo accattivante la figura della Bindi. Ma alcune volte le apparenze ingannano. In una prefazione del 1998 la Bindi sottoscrive la visione statunitense per la quale la bioetica sarebbe “un ponte verso il futuro”. Cioè una retorica di supporto alla crescita della medicina commerciale, che giustifichi abusi e distorsioni là dove non si può censurare. Il futuro del cancro è stato e sarà quello di una crescita di tipo esponenziale della spesa, e dei profitti: (http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/23/reati-contro-leconomia/ ). Tale futuro è stato favorito e viene favorito da diversi rispettabili “pontieri”. Tra i quali nella mia esperienza spicca la Bindi. In questi giorni sono usciti un articolo che mostra l’inutilità di una chemio prolungata in alcune diagnosi di tumore della mammella, e un altro che conferma l’esistenza della “chemofog”, il declino cognitivo da chemioterapia. Io non trascurerei il merito. Trascurerei invece le distrazioni dal merito: http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/09/manco-con-gli-occhiali/ . Oltre al sesso e ai rapporti tra i sessi, ci sono altri organi anatomici e altri problemi.

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Blog di Beppe Giulietti su Il Fatto

Commento del 15 apr 2011 al post “Cicchitto si vergogna della P2?” del 15 apr 2011 

La pseudoAnselmi

No, io credo che Tina Anselmi sia una figura positiva, e che, come ha detto Cossiga, si voglia accostare alla sua figura quella solo superficialmente simile della Bindi; che è un altra cosa, rispetto alla P2, l’organizzazione segreta che difende quegli interessi che in campo medico hanno trovato ampio ascolto in cattolici di sinistra come la Bindi:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/18/la-pasionaria/

La questua delle multinazionali

17 dicembre 2010

Blog “Sono io”

Commento al post “Supposte Glaxo” del 16 dic 2010

Con un utile netto di 5.66 miliardi di sterline nel 2009, per Glaxo i 10 milioni di euro che investe nella donazione a Telethon sono poco più della metà dei guadagni che accumula in un giorno, per 365 giorni all’anno. E’ una delle normali assurdità del pensiero unico che la gente debba finanziare la ricerca di aziende for profit che hanno bilanci grandi quanto quelli di Stati nazionali. Ma la raccolta fondi, e l’ottenere finanziamenti dai contribuenti tramite coloro che occupano le nostre istituzioni, sempre pronti a sifonare denaro dal popolo per darlo ai potenti, non serve solo a fare cassa. Il fundraising, del quale questi giganti sono gli ultimi ad avere bisogno, è anche uno strumento di marketing, che ha somiglianze con la questua durante la messa: se il singolo sostiene un’idea finanziandola, anche con un solo euro, diverrà sostenitore fedele dell’idea; l’idea entrerà a far parte del suo paradigma cognitivo e morale, per meccanismi psicologici come la dissonanza cognitiva. In questo caso l’idea è che la salute proviene dalle cure mediche centrate sull’hi-tech, costosissime, che Telethon rappresenta; e quindi anche dai sempre nuovi prodotti della Glaxo. Mentre si proibiscono e si cancellano forme di medicina meno lucrose ma più razionali e più utili al paziente. Il più corrotto settore dell’industria e del commercio si pone così su  un  elevato piedistallo etico; e le vittime col loro obolo si sottomettono all’idolo.

Riguardo a ciò segnalo il post:

“Da quali minacce va protetta la Glaxo”

nel mio sito

http://menici60d15.wordpress.com/

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Segnalazione su “Aurora” in “L’irresistible ascesa di Padoa Schioppa” e su “La voce del ribelle” in “Padoa Schioppa, uno di loro”

Padoa Schioppa dichiarò che dovremmo riconoscere che “le tasse sono una cosa bellissima”. Sono una cosa bellissima quando servono a fornire servizi pubblici, in maniera equa, efficace ed efficiente; non se divengono un sistema per sifonare risorse dal popolo per trasferirle a privati che navigano nell’oro, come ho commentato di recente a proposito dei 24 milioni di euro elargiti dal governo italiano alla Glaxo:

“La questua delle multinazionali”

http://menici60d15.wordpress.com/2010/12/17/1735/

nel sito web

http://menici60d15.wordpress.com/

Diritto dell’atmosfera

4 dicembre 2010

Il Fatto quotidiano. Blog di Bruno Tinti

Commento al post “PM operatore ecologico” del 26 nov 2010

Il dr Tinti propone che i magistrati ordinino la distruzione dei rifiuti. Conoscendo A2A, non scarto la tesi per la quale i rifiuti per le strade a Napoli sarebbero voluti per spingere verso gli inceneritori, che il dr Tinti chiama termovalorizzatori, e che forse andrebbero chiamati “gassificatori” in quanto trasformano parte dei rifiuti in gas.

Purtroppo si tende a confondere, come è avvenuto per secoli, anche a menti eccelse, “il vuoto” con “l’atmosfera“. I rifiuti, se opportunamente bruciati, non offendono più la vista e l’olfatto. Immessi nell’atmosfera, una miscela di gas che ci sembra “il vuoto”, e che ha immense capacità di accoglimento, sembrano divenuti “nulla”; invece sono trasformati; e possono avvelenare. L’atmosfera è la discarica ideale, ubiquitaria, invisibile e gratuita; ma che può essere perfino peggio, per la salute, delle vistose montagne di rifiuti tal quali sulle strade.

Un equivoco che viene sfruttato dai pescecani dei gassificatori, ai quali i magistrati non dovrebbero dare manforte. Il vuoto, non assoluto, è a un’ora di macchina dalla superficie terrestre, in verticale. L’atmosfera è un oggetto fisico, che pesa circa quanto 5 cubi d’acqua di 100 km di lato; il fluido nel quale viviamo, che entra in contatto con il nostro sangue negli alveoli polmonari.

Neanche il dr Tinti si sottrae a questo equivoco, e anzi vorrebbe dargli dignità e forza giudiziaria. La fisica non si fa con le sentenze, e neppure un ordine dei potenti magistrati può davvero “distruggere” i rifiuti. (Mi chiedo se potrebbe ridurne la produzione). Si dovrebbe chiarire agli addetti e all’opinione pubblica la differenza immane ma inapparente tra vuoto e atmosfera, es. leggendo JD Barrow “Da zero a infinito. La storia del nulla”, cap. 3 “Costruire il nulla”. Gli ex PM potrebbero applicare la loro scienza, esperienza e vocazione al problema giuridico, etico e politico dell’impiego dell’atmosfera, che è ciò che respiriamo, come discarica.

La Leonessa

21 novembre 2010

“Il Fatto” quotidiano. Blog di Bruno Tinti.

Commento all’articolo “Brescia, giustizia impossibile” del 20 nov 2010

“Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile…” (Pasolini, Io so…).

Dopo l’assoluzione del 2010 per la Strage di Brescia il dr Tinti scrive che “la storia non si fa con le sentenze”; mentre un avvocato di parte civile si è affrettato a commentare, alla “Casa della memoria”, che in uno Stato democratico “la magistratura è l’unico soggetto che ha il compito di stabilire i fatti”. La sentenza ha una sua cupa onestà: non perché rispetti la verità per corrispondenza con la realtà, ma perché rispetta la verità per coerenza. Il paragone del dr Tinti tra il procedimento sulla Strage di Brescia e quello sull’omicidio del presidente Kennedy ha un’involontaria ironia. Pur avendo patologi forensi espertissimi in USA l’autopsia a Kennedy la fecero fare ad anatomopatologi ospedalieri, con scarsa esperienza in ferite d’arma da fuoco. A Brescia ho avuto a che fare, pesantemente, con uno di coloro che eseguirono le autopsie sui cadaveri della strage (neppure lui patologo forense esperto), con inquirenti, tutori della legalità, autorità che sono salite sul palco degli oratori ogni 28 maggio, gente comune che cita la Strage come un merito. Non mi stancherò di testimoniare che dietro la maschera, dietro l’imenoplastica antifascista fornita dalla Strage (Pasolini) a Brescia coralmente si fa quello che si può, e anche quello che non si può, per servire gli USA e i grandi interessi economici; e con essi gli “interventi”, aggiornati ai tempi, di quelle stesse forze che 40 anni fa volevano le bombe e oggi ammazzano senza rumore (v. il sito menici60d15). La sentenza nega una giustizia posticcia, e ha anche il merito di confermare che per i reati di questa matrice, per gli omicidi politici “atlantici”, materiali e morali, di fatto non c’è una giurisdizione; credo che piuttosto le forme di aiuto all’eversione da parte di magistrati siano sottovalutate. Francesco Pansera.

Nobili battaglie e quieto vivere a Brescia nel nov 2010

14 novembre 2010

Blog di Beppe Grillo

Commento al post “Poliziotti con la carta d’identità” del 13 nov 2010

Intorno al 1970 all’università c’erano spesso manifestazioni e scioperi per il Vietnam. Fui sorpreso, quando andai all’università, di trovare nonostante tali rivolte il potere baronale vivo e virulento. L’occuparsi altruisticamente dei diritti altrui scavalcando le ingiustizie domestiche consente di fare bella figura mentre ci si ingrazia il potere fornendo l’opposizione che vuole. La Sinistra fa un favore alla Destra dando del razzista e dell’imbecille a chiunque critichi l’immigrazione, e relegando così la protesta per i disagi che crea alle voci grevi e incivili della Lega. La Destra fa un favore alla Sinistra non trattando gli extracomunitari con onestà e rispetto, e dandole quindi l’estro di ergersi a paladina di alti princìpi e acquisire così potere. Ma sia Destra che Sinistra che clero sono proni al modello liberista, che vuole lavoratori e consumatori immigrati, e implica sfruttamento sia in Italia che nel Terzo mondo. La polizia sta al gioco. Finora c’è stata più scena ad uso delle telecamere che sangue; speriamo che non si voglia rendere la scena più realistica. Intanto alle porte di Brescia una guardia giurata ha sparato in testa a un ragazzo per una lite automobilistica. Mentre si grida al fascismo battendosi all’ultimo sangue per i dannati della terra, nessun interesse sul caso della guardia privata che ha ritenuto appropriato bucare da parte a parte la scatola cranica di un locale. La società civile è affaccendata in ben altre battaglie. Le guardie giurate, buoni iscritti al sindacato e buoni aiutanti di CC e PS, non sono estranee a forme di repressione antidemocratica che non vedrete su Anno zero. Il pistolero, un altro che ha premuto il grilletto di un un’arma portata legalmente sapendo di stare dalla parte di chi comanda, verrà probabilmente tolto dai guai dalle istituzioni, e la violenza occulta di polizia continuerà più forte di prima.

° ° °

Bresciaoggi.it – Commento all’articolo “Gardone, ore d’ansia per il giovane ferito” del 15 nov 2010

Se Tizio spara in testa a Caio, non è corretto usare il termine “sparatoria”, come hanno fatto Brescia Oggi e Teletutto.

L’amore come forza antiegualitaria

7 novembre 2010

 

Commento al Post “L’amore e la legge” di Felice Lima del 31 ott 2010

Mi piace lì…”.

(Slogan della campagna dell’autunno 2010 per lo screening del tumore al seno, mentre tiene banco lo scandalo sulle prostitute minorenni di Berlusconi)

Sosterrò che l’ideologia dell’amore confligge con l’art. 3 della Costituzione, che dà il nome al blog. Per rendersene conto basterebbe leggere gli aspri insulti apparsi nei commenti all’indirizzo di quelli che non la pensano come Felice Lima sull’amore e la legge. E’ impressionante la prontezza con la quale molti dei sostenitori del primato dell’amore stabiliscono gerarchie e recinti, definendo come esseri inferiori e disperati coloro che mettono in dubbio la liceità e l’utilità di tale primato. Non è la prima volta che vedo chi si dice mosso dall’amore rimuovere dalla discussione come prive di identità, e quindi non esistenti, le persone che non sono d’accordo con lui. “Amore”, come “libertà” è un termine eterologo: quante ghigliottine si erigono in suo nome.

Con tutto il rispetto e la stima per Felice Lima, non sono affatto d’accordo con quanto egli, trasportato da convinzioni cattoliche accoppiate a un’evidente buona fede, afferma. Tutti, anche i migliori, se sono vicini al potere, se abitano nelle stanze ben riscaldate del Palazzo, come i giudici, mentre acquistano alcune sensibilità ne perdono altre, e se per alcuni aspetti vedono ciò che la gente comune non vede, non sempre vedono quanto lontane dalla realtà siano alcune loro concezioni. Ricordo che quando un questore di Brescia se ne andò, a dirigere la sicurezza che lo Stato italiano fornisce al Vaticano, nel conferirgli la massima onorificenza cittadina il sindaco – uno specialista della retorica buonista a favore dei potenti e dei loro crimini – disse che il questore aveva un “supplemento d’anima”. Io invece tra me consideravo che avesse una “picana elettronica”, per il suo costume di farmi puntualmente incrociare pantere della polizia ogni volta che mi muovevo, cioè che uscivo di casa; con un supplemento di volanti quando scrivevo qualcosa che volevano non scrivessi.

A onor del vero, il primo e miglior vaccino contro la retorica dell’amore, cavallo di battaglia dei preti e di tanti malfattori, l’ho ricevuto da una suora, che era stata amica d’infanzia di mio padre, e che venne a trovarci dopo tanti anni. Nata in una famiglia poverissima – poverissima per gli standard di un paese della Calabria del dopoguerra – si era laureata in medicina, e in farmacia. Psicoanalista junghiana, dirigeva un ospedale psichiatrico della provincia di Roma. Chiacchierando in salotto, saputo che volevo iscrivermi a medicina mi chiese perché volevo fare il medico. “ E’ una missione”dissi. “No, fare il medico non è una missione. Ricorda, è un lavoro” rispose lei. La suora continuò a parlare, sulla necessità di rimanere casti fino al matrimonio, ma io non l’ascoltavo molto, sia perché su quest’altro argomento avevo convinzioni tassative; sia perché avevo sentito il cozzo inatteso della sua risposta, e la stavo elaborando. Non so se la suora mi abbia presentato quell’affermazione avendo intravisto nell’adolescente che aveva di fronte una tendenza all’idealismo che andava smorzata, o perché nel suo lavoro aveva sentito tante volte, e analizzato, la filastrocca del medico mosso da nobile amore verso l’umanità e volesse mettermi sull’avviso, sapendo cosa copre nei fatti il più delle volte, oppure semplicemente perché la pensava così; ma la ricordo con la gratitudine che si deve a chi ci dà quelle “dritte” che ci fanno modificare il nostro modo di vedere la vita.

A me il ruolo dell’amore nella società ricorda quelle forze attrattive descritte dalla fisica, come le forze di Van der Waals o la forza nucleare forte, che sono efficaci, o fortissime, a distanza ravvicinata ma decrescono molto rapidamente con la distanza, e pertanto il loro raggio d’azione è molto breve; così che sono un fattore di coesione e stabilità, insieme ad altre forze, ma porterebbero al caos se si pretendesse di farne l’unica forza organizzatrice. L’amore è come la forza – la più forte delle forze fondamentali della natura – che riesce a tenere insieme i protoni nel nucleo nonostante abbiano carica elettrica dello stesso segno e tendano quindi a respingersi; ma non muove il sole e le altre stelle: quella è la forza gravitazionale, immensamente più debole. Quando il nucleo è troppo grosso la forza nucleare forte non riesce più ad impedire che perda pezzi, e si ha il decadimento radioattivo.

Oltre a decrescere rapidamente, la forza dell’amore al crescere della distanza può cambiare segno, perché l’amore per chi si ha caro può implicare l’odio per gli estranei; l’amore, sentimento etereo che origina dalla cruda necessità animale della riproduzione e della protezione della prole, è il primo dei contronimi, delle parole con opposto significato. Può volere dire amore senile per le lolite anziché servire il popolo, come osserva Felice Lima a proposito dell’ultimo squallido siparietto di Berlusconi e dei suoi comprimari della sinistra; non solo, ma più in generale può voler dire egoismo, possesso, dominio, sottomissione, calpestare i diritti altrui in nome delle proprie voglie, del legame di sangue, del gruppo, vs. l’amore oblativo, che si cancella per il bene altrui.

L’amore materno, il primo degli amori, cieco, indulgente e lupesco, è considerato da alcuni il fattore caratteristico della psicologia mafiosa (S. Di Lorenzo, La grande madre mafia. Psicoanalisi del potere mafioso); è stato detto, e andrebbe ripetuto con regolarità, che Filumena Marturano, “E figl so piezz ‘e core”, è anche la madre della corruzione in Italia. Gli studi sul familismo amorale italiano, e quelli di Fornari sul principio materno del clan in Italia, mostrano come quando a dettare legge è l’amore allora l’estraneo al gruppo può divenire un nemico da odiare; e come anche lo Stato possa divenire un nemico (se non fosse che lo Stato è occupato da tanti figli di Filumena, che con “l’eccesso di codice materno” ci vanno a nozze). Oppure si può avere un unico clan, una società che diviene ecclesia, con i reprobi e gli ammessi, come ha scritto Alvaro.

Appare invece rilevante per la sfera politica, e fondato su basi biologiche se si pensa che il comportamento materno viene suscitato dall’ormone prolattina, il proverbio meridionale “Chi ti vo’ bene cchiù da’ mamma o ti trade o ti ‘nganne”. Da grandi non c’è la mamma. E non bisognerebbe cercare surrogati. Né si può essere padre o madre, o figlio, o innamorati di tutti. L’amore quindi può indicare cose diversissime, e andrebbe sempre qualificato: amore adulto, che può essere benefico per la società indirettamente o direttamente, amore viscerale per sé stessi e la propria cerchia che può essere un veleno sociale, amore di tipo paterno, materno, filiale, fraterno, amore erotico, etc. Amore che dà senza chiedere e amore che vuole solo esigere e dominare.

Nel privato, forse è vero che “All you need is love”. Ma nel pubblico l’appello all’amore suona come l’ammissione che non può esservi giustizia, e che l’ultima spiaggia è sperare nella personale benevolenza e compassione di chi comanda. Credo invece che si debba cercare un mondo giusto, tenendo presente che la giustizia è una cosa, l’amore un’altra. E tenendole sempre il più possibile distinte. Appare molto pericoloso voler fare dipendere la giustizia dall’amore come diceva il Vangelo 2000 anni fa e come dicono i preti; un tema caro ai politici verbosi, es. Berlusconi o il suo possibile successore Vendola. Ambedue amici e soci di don Verzè, “business, amore e sanità”, sponsor di quelli tanto fanatici dell’amore che sugli amori altrui raccolgono dossier, per mestiere. “Pane, amore e sanità”, slogan commissionato dal Ministero della salute,  è invece la versione statalista (ma non troppo).

In questi giorni la campagna nazionale di screening per il tumore al seno è impostata su ammiccamenti erotici, come lo slogan in epigrafe. Non una parola sulle gravi riserve scientifiche circa l’efficacia e la dannosità dello screening (es. R. Volpi, L’amara medicina. Perché il “sistema” della prevenzione non funziona. Mondadori 2008). Alle donne piace lì, va bene, ma per il resto sono delle minorenni, delle sciocchine non in grado di prendere decisioni sulla propria salute, e pertanto è meglio che non vengano esposte ad informazioni stonate, agli arzigogoli puerili di certi che tentano così di uscire dal Nulla al quale li condanna la loro assenza d’amore. Cosa c’entrano le zone erogene col cancro? Il sesso fa vendere, e questo non è l’unico caso dove viene usato come strumento di marketing per il business della medicina, anche se è uno dei più cialtroneschi e squallidi. Il maggior esperto italiano di tumore alla mammella, il senatore del PD Veronesi, ha appena annunciato al pubblico che con la “prevenzione” ci si sta avvicinando alla risoluzione finale del problema. Ciò è contraddetto da un rapporto della “Decision resources”, uscito pochi giorni prima, rivolto agli investitori, che prevede che le vendite di sette farmaci emergenti per il tumore della mammella in un mercato costituito da sette paesi ricchi tra cui l’Italia raggiungeranno i cinque miliardi di euro nel 2019. Nell’epoca del consumismo la civiltà dell’amore a volte prende la forma della civiltà dell’harem, dove il Bene, e l’amore, sono sostituiti dal piacere. Una tendenza che si sta insinuando anche nel campo del business medico. “Cicciolina”, la fondatrice del “partito dell’amore”, è un’educanda paragonata a certi, per i quali la medicina sarebbe una forma di amore, e addirittura sarebbe un sacerdozio. A dire che i magistrati sono “sacerdoti civili” è stato invece Andreotti.

L’amore varia più che proporzionalmente con la distanza, come quelle forze della fisica; l’amore che agisce uniformemente erga omnes è un gatto che abbaia: è logicamente possibile, ma, salvo forse qualche strano fenomeno, non si dà nella realtà, è un’altra entità che dovrebbe chiamarsi con un altro nome. L’amore non è, non può essere, se non per un’invenzione retorica, uguale verso tutti; al contrario, tende per natura e per definizione a concentrarsi e a escludere; è una forza antiegualitaria. Il mondo dove tutti si amano è verosimile come il mondo dove tutti sono miliardari. La giustizia serve ad assicurare a tutti il poter coltivare l’amore privato lecito, che tiene insieme la società agendo a breve distanza. Non è un’estensione dell’amore, ma una protesi e un correttivo: supplisce là dove l’amore non può arrivare o è negativo. L’amore può essere simboleggiato da un nido, che vuole essere accogliente per una famiglia, un piccolo gruppo; la giustizia dalle cellette di un alveare, tutte uguali e monotone, un po’ inquietanti, ma dalla forma ottimizzata per una collettività. Entro quel perimetro esagonale, dato dai diritti degli altri, che ognuno si costruisca il suo nido e il suo mondo, e lo esprima e lo comunichi agli altri come crede. In fondo tutto questo citare l’amore è anche l’ennesima intrusione del potere nella sfera privata. Un voler mettere sullo stesso piano gli affetti del focolare con le relazioni della piazza.

Mi pare che la legge, la giustizia, l’impegno civile, siano un tentativo razionale di trascendere forze come l’amore e il suo doppio l’odio, creando forze che regolano positivamente i rapporti sociali basandosi sulla ragione; forze non così intense a breve distanza, forze molto più deboli sul piano psicologico, ma efficaci su un maggior ambito sociale. L’equilibrio sociale dovrebbe derivare dalla coesistenza di forze diverse. Non si amano i propri cari e le comunità di cui si è parte per decreto del giudice; e non ci si deve astenere dal fregare il prossimo perché invece si deve irradiare amore, ma perché così si viola il patto sociale, e perché se si insiste si va in galera. Le regole se le danno i gruppi di animali, se le danno le bande di criminali osservava Platone, quindi non c’è da stupirsi che se le diano senza altro fondamento che una necessità pratica di sopravvivenza anche le comunità. Può darsi che il senso di responsabilità verso gli altri sia sul piano psicologico un’evoluzione dei sentimenti infantili di amore scambiato coi genitori; ma nella vita adulta deve assumere una forma autonoma, indipendente dal sentimento, e cristallizzarsi nella ragione. Un conto è l’ontogenesi psicologica e culturale, un altro l’assiologia. Nell’organizzazione sociale, l’amore dovrebbe venire dopo la giustizia, non prima. Dovrebbe intervenire dopo che sono stati messi i picchetti, e non decidere, emotivo, volubile e mezzo cecato com’è, la posizione dei picchetti; che può infiocchettare, se vuole, ma non deve oltrepassare.

Senza dubbio si vive meglio là dove non la paura della sanzione, ma una convinzione interiore detta l’aderenza alle giuste regole; ma non si può affidare la società alla “kindness of strangers”, né si dovrebbe elargire correttezza e solidarietà, o giustizia, a piacimento come un elemosina. Intendo rispettare gli altri ed essere rispettato non in nome dell’amore, ma in nome della civile convivenza. Può e deve esserci rispetto anche senza amore, e viceversa non si possono ledere i diritti altrui con l’esimente dell’amore. E’ curioso, e un po’ sospetto, che i giuristi, mentre in genere tendono a negare o minimizzare i legami del diritto con l’etica, a volte esaltino i legami del diritto con la religione. Ho sentito diversi magistrati citare l’amore evangelico a proposito del loro lavoro; a volte letteralmente da pulpiti di chiesa, nel corso di funzioni religiose. Qualcuno l’ho anche sentito dire che la moralità alta può derivare solo dalla fede religiosa, e che la moralità senza fede è comunque di una qualità inferiore. Nella mia esperienza di vita, è più difficile trovare magistrati che emettono decisioni rapide, oneste e imparziali, che non magistrati che predicano l’amore cristiano.

Ci sono persone che in buona fede vogliono estendere l’amore al sociale; un progetto rischioso, che può portare a divenire dei benefattori dell’umanità, oppure a fare pasticci. Non siamo chiamati alla santità – un’altra pelosa esagerazione – ma abbiamo l’obbligo della decenza, se vogliamo essere uomini e non bestie ripulite. Sul piano dell’esperienza, quelli che insistono a parlare di amore come forza sociale, e ad assegnargli un primato, mi fanno paura, a cominciare dai preti, che sembrano avere distillato una mistura di enunciati dal sapore zuccherino e di sentimenti reali di perenne aggressività, di desiderio di sopraffazione, di subdola violenza distruttrice verso chi non si sottomette loro. Gli esperimenti politici che hanno creduto di poter fare completamente a meno dell’amore in nome di qualche geometria teorica della società sono falliti; ma l’annunciare l’era della civiltà dell’amore spinge la politica verso il nucleo primigenio dell’amore, cioè verso la regressione infantile. L’appello all’amore nella vita pubblica andrebbe letto come una codeword per un appello alla via soft all’assolutismo, all’arbitrio dei potenti e dei santoni, dove capi-genitori danno “amore” e vogliono essere obbediti per amore. Dove istituzioni patrigne e matrigne tolgono “l’amore” cioè i diritti, a coloro che non fanno i bravi, che fanno i capricci anziché fare i compiti, mangiare la pappa stabilita e guardare i cartoni in tv.

L’amore preme prepotente sul sociale, e una modica quantità di tale amore, bene orientata, è, come legante e catalizzatore, tra gli ingredienti indispensabili in una società; e dobbiamo sollecitarci a provare un qualche sentimento d’affetto anche per il prossimo sconosciuto, per i lontani, per l’ultimo essere dalla Terra, dopo aver riconosciuto che oggettivamente ha dei diritti indipendenti dalla nostra disposizione nei suoi confronti; ma se si esagera con l’amore la giustizia finisce a puttane.

No l’amore no

2 novembre 2010

Blog Uguale per tutti

Commento al Post “L’amore e la legge” di Felice Lima del 31 ott 2010

L’amore, base della vita privata, è anche una delle inevitabili e indispensabili componenti della vita civile; ma, con tutto il rispetto e la considerazione per le opinioni di Felice Lima, non credo che l’amore, anche l’amore inteso in un’accezione alta, sia sempre e necessariamente una forza positiva nella sfera pubblica; fondare poi sull’amore la legge riconduce a ideologie di tipo religioso che hanno dato cattiva prova, soprattutto quanto a giustizia. Allego, come possibile antidoto ad ebbrezze consolatorie sulla “civiltà dell’amore”, due brani, che mi pare descrivano quello che realmente avviene anziché le pie illusioni dei puri di cuore; le falsità di chi persegue il potere facendo leva sull’animo umano, e le visioni di compromesso dei più, di noi che stiamo nel mezzo:

“Col messaggio cristiano (…) amare l’altro, amore, sguardo e conoscenza sono diventati possibili in un orizzonte completamente nuovo. Ma esiste anche un nuovo pericolo: il tentativo di gestire, di assicurare, di garantire questo amore con la sua istituzionalizzazione, sottomettendolo a legislazione, trasformandolo in legge, e proteggendolo mediante la criminalizzazione del suo contrario”. I. Illich, In: Pervertimento del cristianesimo.

“Con questa parola (l’amore) si spiega tutto, si accetta tutto, perché non si cerca mai di conoscerne il contenuto. E’ la parola d’ordine che apre i cuori, i sessi, le sacrestie e le comunità umane. Copre di un velo falsamente disinteressato, persino trascendente, la ricerca della dominanza e il cosiddetto istinto di proprietà. E’ una parola che mente continuamente e questa menzogna è accettata con le lacrime agli occhi, senza discutere da tutti gli uomini. Procura una veste onorata all’assassino, alla madre di famiglia, al prete, ai militari, ai carnefici, agli inquisitori, agli uomini politici. Chi osasse (…) denudarla fino in fondo dei pregiudizi che la ricoprono, non sarebbe ritenuto lucido, ma cinico. Dà tranquillità di coscienza, senza grossi sforzi né grossi rischi, a tutto l’inconscio biologico.
Decolpevolizza: infatti, perché i gruppi sociali sopravvivano, cioè mantengano le strutture gerarchiche, le regole della dominanza, occorre che le motivazioni profonde di tutti gli atti umani siano ignorate.(…) Ai problemi che la vita pone in ciascuno di noi, non ho trovato (…) nulla in grado di dare risposta. Me l’ha data Cristo, ma (…) ho il sospetto che cambi il volto secondo il cliente.(…) Anche per lui, secondo me, la parola amore è sprecata. Nel contesto in cui è usata andrebbe bene anche la parola odio. C’è tanto amore nell’odio, quanto odio nell’amore, è una questione di endocrinologia. E’ più facile dire che si ama la specie umana, l’Uomo con la U maiuscola, che amare, e non solo far finta di amare, il proprio vicino di casa. Ma è anche più facile amare moglie e figli quando fanno parte degli oggetti gratificanti del nostro territorio spaziale e culturale, che amare il concetto astratto di Umanità nel suo insieme. Bisognerebbe non avere affatto territorio, cioè non avere sistema nervoso, oppure considerare territorio l’intero pianeta, per vivere in pace. (…). Amare l’altro dovrebbe significare ammettere che possa pensare, sentire, agire in modo non conforme ai nostri desideri, alla nostra gratificazione, accettare che viva secondo il suo sistema di gratificazione personale e non secondo il nostro. Ma l’apprendimento culturale, nel corso dei millenni, ha legato il sentimento amoroso a quello di possesso, di appropriazione, di dipendenza (…) a tal punto che colui che si comportasse così nei confronti dell’altro, sarebbe giudicato solo indifferente.”. H. Laborit, Elogio della fuga.

Opere e omissioni

25 ottobre 2010

Blog Uguale per tutti

Commento al post “Il diritto costituzionale alla verità” del 24 ott 2010

 

E’ noto che la verità viene denegata con le omissioni più ancora che con gli atti positivi come una legge che conferisca immunità formale. I politici possono essere favoriti di fatto dai magistrati: ad esempio venendo tenuti fuori da un processo per strage che si trascina da decenni, e che riduce la giustizia a rincorrere i pesci piccoli.

La tv non dice tutto nella full immersion sulla povera Sarah Scazzi. Inventa e straparla su fatti e motivazioni, educando il pubblico a sragionare e a diffondere la calunnia; e tace sulle sue stesse responsabilità, sul suo seminare spazzatura, sull’influenza che possono avere sulle ragazzine di un paesino trasmissioni come Uomini e donne, X factor, Grande Fratello etc, che dipingono la vita come una lotta, frivola e senza quartiere, per il successo mondano.

Non è del tutto vero che nessuno si sogna di fare approvare una legge che dica che i chirurghi non possono essere processati perché non hanno tempo. C’è una tendenza ad assicurare una immunità ai medici in nome di interessi superiori. Il ministro Fazio ha detto che intende fare depenalizzare, per il bene dei cittadini, la colpa medica. In USA, Bush ha voluto ridurre le responsabilità giuridiche delle multinazionali farmaceutiche; lì, dove l’industria della malpractice parassita, in una catena alimentare, quella della medicina fraudolenta, attualmente si chiedono “Health courts” separate per i medici. In Italia, posso testimoniare, si va per vie informali, favorendo chi va protetto e ostacolando chi denuncia. E facendo anche di peggio. Si salvano così la forma e le apparenze, e si ottiene gratitudine: “Dieci anni fa i magistrati erano ferocemente critici nei nostri confronti; mentre oggi li troviamo profondamente consci del fatto che siamo una classe “perseguitata”, spesso per soli motivi economici. E riconosciamo che anche la stessa classe politica, al di là della facile demagogia, cerca oggi di cambiare le leggi per permetterci di lavorare meglio” Rocco Bellantone, segretario della Società italiana di chirurgia, esperto di chirurgia mini-invasiva della tiroide, 2009.

Anche l’immagine dei chirurghi che quando non sono dal giudice salvano vite trascura alcuni elementi. Per esempio, in Italia ogni anno si eseguono circa 40000 interventi alla tiroide. L’indicazione all’intervento, principalmente oncologica, appare gonfiata ad arte rispetto alla reale biologia degli ingrossamenti non neoplastici, delle neoformazioni benigne e delle forme aggressive di cancro della tiroide. La sovradiagnosi a fini di lucro può spiegare come è avvenuto che l’incidenza di diagnosi di cancro della tiroide in USA sia aumentata di 2.4 volte dal 1973 al 2002. Il cancro alla tiroide è tra quelli che autorevoli epidemiologi come Bailar ritengono siano sovratrattati. Un recente lavoro mostra che nei soggetti ai quali è stato diagnosticato un carcinoma papillare, la variante morfologica diagnosticata nell’80% dei casi, confinato alla tiroide, non ci sono differenze di sopravvivenza a lungo termine sia che venga asportata la tiroide sia che i soggetti non siano trattati (Arch Otolaryngol Head Neck 2010;136, 440-44). La differenza è che l’intervento può dare complicanze, e senza tiroide si vive peggio, ma intervenendo aumentano nelle tasche dei chirurghi i motivi per i quali alcuni li invidiano, e per i quali si dicono perseguitati.

Segnalo il mio commento “Lotta alla mafia nell’anno domini 2010: Saviano e Lea Garofalo“ sull’omessa protezione a Lea Garofalo. Ieri sera a “Caternoster” ho visto un cabarettista che, avendo denunciato che c’è la “mafia al Nord”, ha la scorta. Se servisse, rinuncerei alla sorveglianza di polizia, “assegnata”, vedo, per la profonda consapevolezza delle persecuzioni alle quali sono soggette certe classi. Temo che la “mafia al Nord” permetterà alle Istituzioni di nascondere e aiutare ancora di più la “mafia del Nord”; speriamo che il suo lancio non contempli altri omicidi.

Lotta alla mafia nell’anno domini 2010: Saviano e Lea Garofalo

23 ottobre 2010

Blog Aurora

Commento al post “San Saviano Sisde da Arcore” del 20 ott 2010

Mi ha colpito, mentre lo spazio informativo viene inondato dall’omicidio della quindicenne di Avetrana, la concomitanza delle notizie minori sui lauti cachet per gli interventi in Rai del cantore della lotta alla mafia Saviano e sull’uccisione, avvenuta l’anno scorso, della collaboratrice di giustizia Lea Garofalo, andata incontro alla morte credendo di andare a curare il bene della figlia. Due destini: l’altare catodico e la vasca di acido. Nella lotta dello Stato alla mafia intorno al 2010 i cantori a gettone dell’antimafia hanno la precedenza sui collaboratori dell’antimafia. Un’antimafia di Stato vanitosa e sbadata dove la fanfara è la prima arma.

Posso testimoniare che nel primo decennio del nuovo secolo lo Stato ce l’ha la benzina, gli agenti e le altre risorse per controllare a vista una persona (magari quando si tratta di zittire un cittadino onesto mediante abusi informali, perché dà noia ai crimini dei mammasantissima dell’economia legale). Soprattutto in Lombardia. Lo Stato, 30 anni dopo Impastato, non sa ancora che i mafiosi uccidono chi li danneggia, e lascia che una collaboratrice di giustizia venga sequestrata ed eliminata; contemporaneamente spende cifre esorbitanti per la lotta alla mafia con “il potere della Parola”, cioè  con i tromboni, affidando la sensibilizzazione popolare sul problema mafia a fegatacci che non guardano in faccia a nessuno: Fabio Fazio.

Da un lato Saviano, il creativo arcicompensato per la sua opera di riduzione dell’antimafia allo show business, così che secondo lui Impastato ha avuto giustizia grazie a un regista; dall’altro Lea Garofalo, che dava informazioni di prima mano sulla ‘ndrangheta ed è stata lasciata in pasto alle belve, monito per futuri possibili collaboratori. Questa divergenza mostruosa tra l’attenzione dello Stato per Saviano e per Lea Garofalo conferma quanto credo, che la lotta alla mafia coloro che occupano lo Stato non la vogliano vincere, non la vogliano chiudere, in modo da liberare risorse per la lotta ad altri mali, ma vogliano perpetuarla, anche per farne un alibi e un motivo di propaganda; penso che si voglia sfruttare la lotta alla mafia a fini di potere, come ho scritto: il fenomeno Saviano non è che un aspetto di ciò che ho chiamato “metamafia”.

L’omicidio di Lea Garofalo cade a fagiolo, sul piano mediatico: rafforzerà il tema, spinto dai media e dalle fonti accreditate, Saviano per primo, delle metastasi mafiose al Nord, che contribuirà a distrarre il pubblico e la società civile, e se ce ne fosse bisogno gli inquirenti, dagli altri grandi affari cancerosi, autoctoni, padani, es. quelli del business medico. A proposito di cancro, quello biologico, Saviano ha scritto, nel lodare la sua attività con la Mondadori “Come se si dicesse che i libri di oncologia diffondono il cancro”. Sarebbe lungo descrivere come a volte i sacri testi nei quali è depositata la dottrina oncologica facciano esattamente questo, diffondere il cancro; ma non si dovrebbe escludere a priori come delirante la possibilità che la medicina scientifica, in realtà la medicina commerciale, causi ciò che dovrebbe combattere: in USA pochi giorni fa milioni di cittadini hanno letto un articolo intitolato “Quando i farmaci causano i problemi che dovrebbero prevenire”; sul New York times (16 ott 2010), a firma di Gina Kolata, una fonte molto più vicina a Wall Street che agli anarchici, agli antisistema o ad altri fissati.

Uno dei farmaci dei quali parla l’articolo, l’antidiabetico Avandia, secondo fonti ufficiali ha provocato decine di migliaia di ischemie cardiache, uccidendo legalmente migliaia di persone; e ciò è potuto avvenire anche perché esperti indipendenti pagati dall’azienda produttrice, la Glaxo Smith Kline, hanno censurato le informazioni negative sul farmaco, manipolando la peer review (MJ Walker, Conflicts of integrity, 2008), dalla quale derivano i testi di riferimento di medicina. Nella patria dell’imperialismo capitalista la storia è nota; da noi invece gli impegnati che seguono frementi di sdegno i resoconti di come la cronica condizione di ingiustizia sia colpa dei “Cicciotto e’ mezzanotte”, si fanno il segno della croce quando sentono simili blasfemie sulla medicina.

Credo che l’esempio e i concetti lasciati in eredità da combattenti veri come Impastato vadano seguiti e applicati non lasciandosi imporre il nuovo paradigma sulla mafia, ma rendendosi conto di questa evoluzione al tempo del liberismo sfrenato e dell’oppio mediatico: da “La mafia non esiste” ergo “Zitti, scimuniti, e giù la testa” a “La mafia è Il Male” ergo “Le altre forme di grande crimine che vi parassitano non esistono; e Noi le Istituzioni siamo i vostri protettori dal Male, e pertanto dovete obbedirci, onorarci e lasciar fare al manovratore, subendo tutto senza fiatare e anzi mostrando gratitudine”. Anche chi vuole combattere sinceramente la mafia non dovrebbe lasciarsi sedurre dall’anacronismo, con gli allegati vantaggi, per il quale la lotta alla mafia va condotta negli stessi termini dei tempi e dei luoghi di Peppino Impastato.

I magistrati “business friendly” e la mafia come sineddoche tendenziosa

16 ottobre 2010

Blog Uguale per tutti

Commento al post “A Reggio deve venire Zù Ntònu” del 19 set 2010

Forse lo Zù Ntònu, il contadino calabrese retto e faticatore descritto dall’avvocato Siciliano, non sarebbe così restìo a battersi per la giustizia se davvero vedesse un gruppo col quale schierarsi: da un lato c’è un esercito di mafiosi, di collusi con la mafia, di appaltatori di business sterminati alla mafia; ma nell’ampio campo non mafioso Zù Ntò non vede una brigata di galatuomini. E nemmeno un reggimento o una compagnia.

A proposito delle forze sane e della fiducia nella giustizia, segnalo l’articolo “Usa, si può comprare il giudice” di Marcello Foa, Il Giornale, 14 ott 2010. In USA la doppiezza della democrazia traspare più chiaramente che in Europa. Col sistema delle lobbies si tende a legalizzare ciò che da noi si fa sottobanco. Lì i magistrati li elegge il popolo, nominalmente; all’atto pratico le multinazionali sono grandi elettori dei magistrati, finanziando legalmente le campagne elettorali di candidati graditi. In futuro le multinazionali potranno comprarsi i magistrati, riferisce l’articolo, grazie a una recente sentenza della Corte suprema che abolisce il tetto dei finanziamenti. Si prevede che il volume della campagna acquisti passerà dai 100 milioni al miliardo di dollari.

Il tema dei rapporti tra magistratura e multinazionali è in genere risparmiato dall’infuocato dibattito nostrano sulla giustizia; nella lotta furibonda che i media ci fanno vedere in continuazione tutti i contendenti stanno attenti a rispettare davanti al pubblico il canone teatrale per il quale il massimo livello di potere equivale a quello oggi impersonato magistralmente da un bravo caratterista come Berlusconi; e Il Male sono le mafie, che sono viste come un Kilimangiaro solitario, anziché una vetta ben integrata nella catena imalaiana delle grandi forze criminali che menomano la vita degli Zù Ntò. Gli altri “8000” essendo dati, tra gli altri, dai business che portano le corporations ad ottenere di poter acquistare magistrati, e a investire negli acquisti. Zù Ntòni, che è un po’ avanti con l’età, statisticamente ha da temere più da qualche sofisticato schema diagnostico-terapeutico nato a Boston o a Basilea e imposto su scala mondiale con le buone e con le cattive, che dal cannemozze del mafioso a cento passi da casa. E forse anche l’omicidio del moroteo dr Fortugno, avvenuto fanno oggi 5 anni, non è solo una questione locale.

Al contrario di Zù Ntòni, che non ha perso del tutto il legame con la visione contadina del mondo spazzata via dall’omologazione, chi si appassiona alla Commedia dell’arte recitata dalla politica, e ai suoi canoni, non si sente sovrastato da poteri senza volto che hanno una consistenza quasi ontologica; ma accetta la finzione secondo la quale viviamo in un Paese sovrano, dove a comandare sono comunque le strutture descritte nella Costituzione; e accetta la sineddoche tendenziosa che identifica tutto il grande crimine con le mafie.

Credo che i rapporti tra magistratura e i potentati economici, nazionali e internazionali, che in buona parte coincidono con le multinazionali, siano rilevanti per la comprensione del cattivo stato di cose attuale, e che le conseguenze di tali rapporti contribuiscano a spingere gli Zù Ntòni a non accordare alle istituzioni il credito che sarebbe necessario. Segnalo anche un mio scritto, che un poco parla dei magistrati, o della magistratura, “business friendly” in Italia:  “Leopardi, Unabomber, e altri eversori”; postato il 12 u.s. sul mio sito menici60d15.

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Blog de Il Fatto

Commento del 27 gen 2012 al post di M. Imperato “Lobby al sole anche da noi?” del 27 gen 2012

postato su questo sito il 5 feb 2012 causa boicottaggio Telecom

Il PM Imperato invita a considerare di introdurre anche da noi il lobbismo, cioè la legalizzazione dei finanziamenti ai politici da parte di gruppi di interesse. Il magistrato invita a guardare al fenomeno senza ipocrisie. Si dovrebbe estendere il suo suggerimento al potere giudiziario: considerando il fenomeno USA dei finanziamenti legali alle campagne elettorali dei magistrati da parte delle multinazionali. Lì è legale comprarsi dei magistrati in questo modo. Ma anche in Italia, così come non è sconosciuto il fenomeno dei soldi passati sottobanco da potenti gruppi di interesse ai politici, esiste la magistratura “business friendly”, che fa carriera essendo compiacente col business:

I magistrati “business friendly” e la mafia come sineddoche tendenziosa

Reati contro l’economia

http://menici60d15.wordpress.c…

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Blog de Il Fatto

Commento al post di A. Liberati “E la responsabilità civile dei politici?” del 13 feb 2012

Non è nell’interesse dei cittadini una magistratura esposta al ricatto dei potenti tramite la responsabilità civile. Occorrono però dei pesi e contrappesi per evitare che i magistrati operino per interessi diversi da quelli della giustizia, come invece di fatto avviene.

Il celibato dei magistrati http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/01/il-celibato-dei-magistrati/

 Il giudice Liberati, che nel difendere la sua categoria dallo spauracchio della responsabilità civile cita la “mancata applicazione di norme comunitarie, rispetto alle quali l’Italia si è impegnata aderendo all’Unione Europea”, ricorda quel posteggiatore che, sotto il fascismo, scacciato dagli avventori come importuno, intonò al violino “Giovinezza”. Così nessuno poté dirgli nulla.

In questi giorni due ricercatori, l’inglese Wynne e la norvegese Wickson, hanno paragonato la Commissione europea alla rana pescatrice abissale, quel pesce mostruoso che attira le prede con un’esca luminescente che penzola da un filamento che le protrude dalla testa (The anglerfish deception, EMBO reports, 13 gen  2012). Questo perché la Commissione vorrebbe che in tema di sicurezza degli OGM sia vietato agli stati nazionali avanzare critiche di carattere scientifico, l’unica voce scientifica ammissibile essendo quella degli esperti scelti dalla UE.

Ci si dovrebbe interrogare sul contrasto tra norme sovranazionali e giustizia. E anche sul costume di compiacere la UE, e i poteri economici dei quali è espressione, con misure informali, per acquisire meriti da spendere in sede nazionale. Dovrebbero farlo anche i nostri bravi magistrati, ricordando che cos’è la cosiddetta “difesa di Norimberga”. E anche cos’è l’eccesso di zelo nel favorire gli ordini criminali dei potenti.

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Blog de Il Fatto

Commento del 19 feb 2012 al post di M. Imperato “Mani pulite: vent’anni sembrano pochi” del 18 feb 2012

Credo che i magistrati non combattano la corruzione in sé, ma ne combattano alcune forme favorendone altre. Mentre si oppongono alla bribery dei signorotti locali, favoriscono – e a volte attivamente aiutano – l’istituzionalizzazione della grande corruzione, quella dei poteri forti. E’ un poco come la lotta tra piccoli feudatari e potere centrale, al tempo per esempio di Richelieu:

La magistratura davanti alle frodi mediche di primo e secondo grado
http://menici60d15.wordpress.c…

Il PM Nicastro come assessore alla sanità: la non complementarietà tra magistrati e tangentisti http://menici60d15.wordpress.c…

Questo è confermato da magistrati come il PM Imperato che oggi loda “Mani pulite” e pochi giorni prima ha prospettato in termini positivi la legalizzazione delle lobbies (Lobby al sole anche da noi?, 27 gen 2012), uno dei più nefasti focolai di corruzione e degenerazione della politica interna e internazionale.

La rivoluzione coi Carabinieri

25 settembre 2010

Blog di Beppe Grillo

Commento al post del 23 set 2010 ”E’ stato morto un ragazzo” – Intervista al regista Filippo Vendemmiati

Bisogna avere il coraggio di guardare anche alle responsabilità delle “mele sane”. Sulla base non di posizioni ideologiche, ma di una triste constatazione empirica. La protezione istituzionale dei 4 agenti, i tentativi di insabbiamento, la creazione in sede giudiziaria di una entità nosologica nuova, non provata e inverosimile che attenua le responsabilità dei poliziotti (un vizio che sta dilagando tra i magistrati, quello di scrivere coi medici pagine di nosografia false ma gradite al potere), dovrebbero essere per il cittadino aspetti politicamente non meno gravi del bestiale omicidio. Invece si enfatizzano gli aspetti personali e privati, e, forti di ciò, si annacqua la critica politica alle istituzioni. Non mancano mai le giaculatorie “non generalizziamo”, “massimo rispetto per la polizia…” etc.; e le lodi alla magistratura, che ha riconosciuto la legittima difesa ai poliziotti, condannandoli in quanto avrebbero ecceduto. Io vedo ogni giorno i poliziotti per strada molestare sistematicamente cittadini che sono troppo onesti per i gusti loro e di chi li comanda; come Bravi assoldati per difendere le mascalzonate di poteri forti; spalleggiati da “istituzioni” Azzeccagarbugli che all’occorrenza “attaccano in criminale” la vittima che denuncia, per “mettergli una pulce nell’orecchio”. Montanelli diceva che gli italiani vogliono fare la rivoluzione coi Carabinieri. Non c’è bisogno di fare la rivoluzione, ma, se si vuole vigilare sulle istituzioni repubblicane, non si dovrebbe permettere che casi terribili ma epifenomenici come quello di Aldrovandi favoriscano l’ideologismo dell’abuso di polizia come fenomeno patologico in un sistema sano. Un dissenso monocorde sta coprendo il fattore fondamentale: le istituzioni sono malate, e gli abusi e le violenze di polizia di vario genere e grado sono una prassi di potere strutturale e routinaria, che ha piegato e piega la storia d’Italia a voleri anticostituzionali.

I professionisti della metamafia

8 giugno 2010

Il Manifesto

Commento all’articolo del 3 giu 2010 “Il diritto di criticare l’icona Saviano” di Alessandro Dal Lago

Klingsor vede una “strana analogia” tra le critiche su Saviano e le critiche di Orlando su Falcone. Potrebbe interessarlo la circostanza che oggi Leoluca Orlando è tra i numerosi potenti che lodano e appoggiano Saviano. Sulla previsione che Saviano farà la fine di Falcone, mi pare poco probabile; anche se, dopo che con Dal Lago il dogma è stato messo in discussione, aumenta la probabilità di qualche attentato, di qualche azione clamorosa per svergognare gli increduli e rafforzare i devoti nel loro ardore.

A me il libro di Saviano, letto perché regalato, è piaciuto. Trovo interessanti i documenti ibridi, che comprendono più generi e più piani; ho avuto come l’impressione che degli esperti abbiano affiancato la bravura dello scrittore: se da un lato  il libro descrive la camorra in una caligine metafisica, dall’altro contiene tante e tali informazioni che mi sono chiesto se non rappresenti il terminale di canali privilegiati. Sul piano letterario, mi ricorda, come a Dal Lago, i grondanti libri sulla guerra di Malaparte, che anche quando riportano storie false rappresentano comunque vicende storiche dove gli orrori erano veri. Quello che mi ha stupito è il suo successo spropositato, che ora non appare spontaneo, ma pompato. Mi pare una disgrazia che abbia rinverdito la tradizione dell’entitlement retorico dell’italiano impegnato, l’elegantone per il quale la coccarda di combattente contro l’Ingiustizia è un capo d’abbigliamento irrinunciabile; spesso irrinunciabile anche perché bilancia e favorisce “peccatucci” perbene che a dire il vero sono parte anch’essi del malaffare e dell’ingiustizia; ma, essendo ancor più irrinunciabili la pelle e la vita comoda, i doveri di combattimento vengono soddisfatti mediante le belle lettere, e all’occorrenza un tifo davvero leonino a protezione della figura il cui culto rende valorosi, per irraggiamento. Avendo quotidianamente a che fare nel mio piccolo con il crimine e con la mafia delle istituzioni, la vicenda di Saviano e dei suoi fan mi ricorda anche un racconto di Giancarlo Fusco, sui “Superarditi” della 1° Guerra mondiale; così arditi che, compatiti e coccolati come votati a morte sicura dai fanti che marcivano e morivano nel fango, vissero da pascià, arrivando indenni alla fine della guerra.

Il successo di Gomorra mi ricorda anche quelle guerre, come le Falkland, che compattano un popolo sotto una dittatura. Da borghese, che non appartiene alla sinistra, penso che forse si potrebbe cominciare a considerare il tema della metamafia: la mafia sulla mafia. “La protezione da parte del potere appare come il concetto chiave per definire la mafia. Una doppia protezione: protezione reale sottobanco della mafia, e protezione alla mafiosa dei cittadini dalla mafia stessa in cambio del pizzo del consenso e della sottomissione.” (In: Definizioni calde e definizioni fredde della mafia. 22 feb 2008, sul mio sito menici60d15.wordpress.com . Vedi anche il commento all’articolo “Casalesi operazione Gomorra” sullo stesso sito). Lo Stato come il capobastone che dopo che qualcuno ha bruciato una vigna si presenta ai contadini e dice: “Sti fitusi! Volete che ci penso io?”. La mafia ha ormai assunto tra le sue molteplici funzioni anche un valore costituzionale: un assoluto negativo, uno standard inverso rispetto al quale misurare la legalità e giustizia dei comportamenti (un metro che fa comodo soprattutto al Nord, dove l’istituzionalizzazione del crimine, la sua integrazione nell’economia e nel costume “legali”, vanno a gonfie vele). Per un sistema strutturalmente corrotto, c’è necessità di mafiosi che facciano paura e di antimafiosi che rassicurino e legittimino; secondariamente, servono anche aedi che esaltano e addormentano il popolo cantando il Mostro e gli eroi che lo combattono. 08-06-2010 15:37 – Francesco Pansera

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Blog de il Fatto

Commento al post di Fabio Granata “Legalizziamo la mafia” del 26 set 2011. Censurato.

Contro la legalizzazione della mafia

On. Granata, a parte che come molti le hanno fatto notare la mafia è legalizzata di fatto, ma se la legalizzaste ufficialmente, voi e i vostri colleghi “di sinistra”,  poi non potreste più servirvene a favore del grande crimine istituzionalizzato e della politica. Come diversivo:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/15/la-medicina-come-rimedio-ai-limiti-della-crescita-economica/

Per esercitare sui cittadini una forma di condizionamento politico a sua volta essa stessa mafiosa:

http://menici60d15.wordpress.com/2010/06/08/i-professionisti-della-metamafia/

Come spauracchio:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/25/ndrangheta-e-privatizzazione-della-sanita/

Come alibi:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/07/mafia-padana-e-magistrati/

No no, tenetela a bada, lasciatela espandere al Nord, ai cui affari la mafia e le relative indignate campagne antimafia non possono che fare bene:

http://menici60d15.wordpress.com/2010/10/23/lotta-alla-mafia-nell’anno-domini-2010-saviano-e-lea-garofalo/

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/17/italia-150-anni-di-conquiste-fiat/

usatela per fini elettorali e lavori sporchi, ma guardatevi sia dall’eliminarla, che avvicinerebbe pericolosamente il Paese al gorgo dell’onestà, sia dal riconoscere formalmente che la mafia è un organo accessorio del sistema di potere istituzionale. E continuate a fare scarmazzo, alla Commissione parlamentare antimafia.

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Blog de Il Fatto

Commento al post di A. Liberati “Giglio e gli anticorpi della magistratura” del 2 dic 2011 

La mafia costituisce uno strato, posto all’interfaccia tra delinquenza comune e istituzionale. Questo strato criminale viene mantenuto anche perché, concentrando su di esso attenzione e risorse, facendolo apparire come il massimo livello criminale, si riesce ad isolare i livelli di criminalità superiore, integrati nell’economia legale, es. le frodi strutturali della medicina. I livelli criminali superiori alla mafia sono protetti anche dalla magistratura; e quella lombarda non fa accezione, tutt’altro.

http://menici60d15.wordpress.com/2010/06/08/i-professionisti-della-metamafia/

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Commento al post del Il Fatto “Milano, Cancellieri: “La mafia c’è ma non la sua cultura omertosa” del 19 dic 2011. Censurato

I mafiosi filantropi e la Lombardia non omertosa

Che la Lombardia sia estranea alla cultura omertosa è un cliché che fa il paio con la favola dei mafiosi che proteggono le vecchiette. La cultura omertosa non è un’esclusiva della mafia. E’ la mafia ad essere un singolare caso di criminalità che, posta a cavallo tra crimine comune e istituzioni, condivide con queste ultime le condotte machiavelliche proprie del potere; inclusa la cultura dell’omertà. In Lombardia anche a detta di lombardi è radicata una cultura omertosa autoctona. Si avvale della mafia meridionale come diversivo, alibi e minaccia ricattatoria per tutelare meglio i propri affari: oltre alla mafia, in Lombardia c’è una “metamafia” istituzionale,

http://menici60d15.wordpress.com/2010/06/08/i-professionisti-della-metamafia/

che mostra di combattere la mafia mentre copre e aiuta altre attività criminose non meno gravi, ma inserite nel circuito legale, come le frodi mediche.

Ilda Boccassini è da elogiare per la sua attività di repressione della mafia, ma è incomprensibile il titolo di “top global thinker” datole da “Foreign policy”. Un premio ai suoi meriti rispetto agli interessi degli USA, e all’ideologia che impongono; compresa questa di proiettare su una mafia che ci si guarda dall’eradicare i crimini e la mafiosità dell’economia legale. Qui a Brescia, dove Cancellieri è stata prefetto, interessi criminali internazionali e indigeni sono liberi di fare i loro comodi come i mafiosi nella Sicilia de “la mafia non esiste” di decenni fa; potendo contare sull’omertà, e sull’intimidazione istituzionale verso chi denuncia. Il riconoscimento a quello che attualmente è il più celebre magistrato lombardo appare essere un incentivo non alla libertà intellettuale, ma all’opposto al conformismo giudiziario e culturale di una magistratura e una polizia asservite ai poteri maggiori, che fiancheggiano forme di crimine istituzionalizzato ancora più forti e importanti della mafia.

20 dic 2011

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Blog de Il Fatto

Commento al post di G. Pipitone “Caso Impastato, dopo trent’anni ritrovata la testimone chiave del delitto” del 20 dic 2011

Questo mostra come l’azione giudiziaria in Italia non rispetti il Tempo ma obbedisca ai tempi. Come serva il periodo storico mentre finge che il tempo cronologico non esista. http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/13/rispetto-della-storia-nellazione-giudiziaria/

30 anni di tempo per ritrovare – a casa sua – la testimone chiave di un omicidio infame e poi famoso. E “ritrovarla” quando fa comodo alimentare l’epopea su Impastato, perché la mafia da argomento tabù è divenuta un argomento popolare e funzionale al potere. http://menici60d15.wordpress.com/2010/06/08/i-professionisti-della-metamafia/

Vendola e il nostos del professore

26 gennaio 2010

Blog AldoGiannuli.it

Commento al post “Vendola: ma che strana faccenda!” del 22 gen 2010

Ho già scritto su questo blog e in altri post successivi (v. sito web) su Vendola. Accomunato a Berlusconi tanto dall’amicizia col S. Raffaele che dall’avere una notevole presenza scenica, Vendola mi pare abbia compreso, con intelligenza e fine intuito, come servire gli affari della sanità liberista, che ha il profitto come primo valore; gli affari amorali del big business, di Harvard, non quelli provinciali a base di donnine. Avvalendosi delle sue notevoli doti di affabulatore, riesce a trascinare l’elettorato con sé, nella direzione gradita ai grandi interessi; e a trascinare anche i politici della sinistra, che non vogliono né dire né ascoltare “cose di sinistra”, ma solo trovare un leader che li riporti, a tutti i costi, sulle comode posizioni di potere di un tempo, alle quali sentono intimamente di essere comunque predestinati. Vendola ha “what it takes” per arrivare ai piani più alti della politica nazionale.

Anche a me questa storia dell’iscrizione di Vendola nel registro degli indagati, che risaliva a mesi prima e sbuca fuori a 5 giorni dalle “primarie”, suona strana; ma per ragioni diverse da quelle che il prof. Giannuli espone. Ho conosciuto l’ambiente medico di Harvard, e il suo potere; la tesi che Vendola sarebbe stato perseguitato dai magistrati perché si sarebbe opposto alla manovra di massoni italiani che volevano ostacolare la doverosa nomina di un professore di Harvard all’ospedale di Acquaviva delle Fonti, mi pare esilarante. Dopo tanto parlare del coinvolgimento della sua giunta in un sistema di mazzette e sesso mercenario in cambio dell’esecuzione di interventi chirurgici non necessari, sarebbe stata questa la mazzata per atterrare definitivamente Vendola. La voce, non supportata da alcun documento disponibile, ha naturalmente riabilitato Vendola, estasiando gli elettori delle primarie, che hanno visto in lui un paladino della “meritocrazia” contro i baroni italiani, perseguitato per la sua opera illuminata e moralizzatrice.

Sarebbe inutile spiegare che quando Harvard, strettamente legata al leviatano farmaceutico, vuole veramente qualcosa, i “baroni” italiani obbediscono come bravi picciotti. Soprattutto se, come spesso è il caso, sono massoni. E i magistrati in questi casi, relativi a quel livello di potere internazionale che in Italia si finge di non vedere, in genere si guardano dall’interferire, e a volte danno una mano, anche a reati abbastanza ignobili. La forza della quale Harvard è parte può imporre singoli professori; ma il suo scopo può anche essere diverso: quello di cambiare il sistema e la cultura, in modo da imporre un nuovo tipo di professore, e quindi imporli tutti, senza che ci sia neanche bisogno di chiedere, senza suscitare opposizioni, ma anzi venendo pregati di indicare i nomi. E’ da anni in corso una campagna -Concorsopoli…- per sostituire la corrotta medicina dei baroni e dei politici, sfacciatamente nepotistica e clientelare, medicina della quale Bari è esempio preclaro, con la corrotta medicina delle multinazionali, dove in effetti conta una forma di merito, cioè il merito rispetto ai profitti delle multinazionali. Che può anche essere un merito criminale. A questo scopo oportet ut scandala eveniant, e gli scandali stanno gorgogliando in grosse bolle nel fango degli stagni di tante facoltà di medicina italiane. Credo che lo scandalo all’ospedale di Acquaviva delle Fonti sia inquadrabile entro questa campagna. E’ anche, per Vendola, una di quelle operazioni che consistono nella costruzione di un curriculum di leader antisistema che si batte per il popolo; un’identità di oppositore che gli consentirà di farsi portatore, mediante l’equivoco tra il nuovo e il progresso, di interessi non migliori di quelli che si propone di abbattere.

Il luminare di ritorno dall’estero sta divenendo una icona dell’attuale cultura popolare, e non solo popolare. Un mito che può ingannare crudelmente i pazienti. Associazioni di malati avrebbero detto all’ex assessore Tedesco, secondo quanto egli afferma, che il professore “era l’unico a poter risolvere il problema della SLA in Puglia”. In primo luogo, il professore ha prodotto studi non clinici ma epidemiologici; e mentre i suoi studi ne fanno forse il maggior specialista di nazionalità italiana nel campo della neuroepidemiologia, non è affatto scontato che dovesse necessariamente sbaragliare qualsiasi altro concorrente per un posto di primario ospedaliero di neurologia, che è un’attività che con l’attività dell’epidemiologo ha poco a che fare. Appare pertanto possibile che la magistratura avesse ragioni fondate nell’indagare, in via riservata, le pressioni di Vendola. (Se è così, allora la magistratura dovrebbe chiarire ciò, senza accettare di giocare la parte dei cattivi, e di fare quindi passare il messaggio capovolto che tutto ciò che proviene dalla medicina USA è agito dallo Spirito santo ma purtroppo è avversato dai “poteri forti”; sarebbe interessante sapere se la fuga di notizie proviene da un magistrato, o da qualcuno più vicino alle centrali di disinformazione). In Puglia negarono la cattedra anche a Rubbia, che dovette accontentarsi del posto ad Harvard; ma non si dovrebbe, intimoriti da notizie come questa, passare ad una forma opposta dello stesso provincialismo, e considerare la provenienza da sedi estere prestigiose un atout che rende superflua e irriguardosa la valutazione di merito.

Secondo, nella notizia al pubblico non si presenta il professore come uno scienziato accademico, col suo campo di expertise ultraspecialistico; ma, tipicamente, come un sapiente, che sa tutto e può tutto. Un tempo i maghi venivano dall’Oriente. Se il presunto boicottato sa anche “risolvere il problema della SLA”, cosa che dai titoli delle sue pubblicazioni non risulta egli abbia minimamente affermato, forse è di ritorno da uno dei maestri sciamani del Nord America; oppure sarebbe un caso, raro in questi anni, di Nobel pienamente meritato, e i pugliesi sarebbero degli egoisti a volerlo limitare alla loro regione.

A proposito dei ritorni nelle sedi accademiche vicino casa, ne “L’università dei tre tradimenti” Raffaele Simone li paragonava al “nostos” della letteratura greca, il ritorno dell’eroe dopo peripezie e vicissitudini. E’ un topos ormai familiare al grande pubblico; mentre solo un’esigua minoranza è in grado di valutare caso per caso (e non dalla copertina o dallo share, come vuole l’antiscientifica “scientometrics”) la produzione scientifica, e di comprendere i reali meriti di questi ulissidi, e i reali beneficiari dei loro meriti; né il pubblico, a partire da quelli che si dicono di sinistra, vuole conoscere cosa si portano dietro questi zii d’America; cosa è veramente l’agognata medicina d’oltreoceano, che nella sua esasperata ricerca di profitto non si limita a negare l’assicurazione a decine di milioni di cittadini. La gente applaude coloro che combattono i baroni e i politici nella sanità, illudendosi, come avvenne al tempo di Tangentopoli, che faranno pulizia, e che introducendo il nuovo si darà inizio a un’era di giustizia. Come per Tangentopoli, i baroni e i politici si stanno mettendo d’accordo col nuovo corso, e, cambiato tutto, tutto proseguirà come prima.

Sito web: http://www.menici60d15.wordpress.com

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Blog di Sylos Labini su “Il fatto”

Commento del 26 mar 2011 al post “Ci fidiamo dei Bocconiani ?”.

Censurato

E’ ironico che l’università, centro di produzione della conoscenza, venga avvolta da strati multipli di menzogne. Il caso delle tesi che provengono dalla Bocconi (che ha avuto R. Calvi come vicepresidente) non è unico: è in atto una campagna di discredito dell’università italiana, volta a plasmarla secondo il credo liberista; università peraltro già corrotta e fasciata di bugie per conto suo; e pronta a trovare accordi coi nuovi padroni, almeno per la facoltà di medicina:

 

Vendola e il nostos del professore

http://menici60d15.wordpress.com/2010/01/26/vendola-e-il-nostos-del-professore/

Semiotica del potere: Via Craxi, Palazzo di giustizia Zanardelli e le “sedi disagiate”

25 gennaio 2010

Segnalato il 25 gen 2010 sul blog “Uguale per tutti” come commento al post del 18 gen 2010 “Craxi al netto delle tangenti” di Marco Travaglio

 

“…ebbi ed avrei sempre il più scrupoloso rispetto per l’indipendenza della magistratura…”

(Giuseppe Zanardelli. In: R. Chiarini, Zanardelli grande bresciano, grande italiano, 2004)

 

Se un magistrato, un pretore, un sottoprefetto, un impiegato pubblico – non solo lui personalmente, ma anche genericamente il suo entourage – osa appoggiare il candidato dell’opposizione, cala su di lui la scure del prefetto. Questa è la regola dell’Italia liberale, che vale anche per Brescia. Laddove poi non arriva la mano del prefetto, arriva l’influenza di qualche notabile.”

Certo, i dipendenti pubblici devono stare attenti a come si muovono. Incombe sulla loro testa il pericolo della sostituzione o del trasferimento, che al tempo equivale di fatto all’esilio”.

(R. Chiarini, cit., a proposito dell’influenza politica e del clientelismo di Zanardelli su Brescia)

 

 

 

Nel racconto “La banca di Monate” Piero Chiara mostra come certe severe lapidi celebrano in realtà autori di imbrogli e rapine, e sono quindi un nascosto sberleffo ai posteri, scolpito nel marmo. Anche nella città dove abito i politici, a destra e a sinistra, hanno preso a parlare di intitolare una via a Craxi. Nello stesso periodo, l’ANM ha organizzato visite ai palazzi di giustizia, per mostrare al pubblico in che condizioni i magistrati sono costretti ad operare. Ha anche prodotto un documento contro i trasferimenti d’ufficio; lo hanno distribuito insieme ad altro materiale il 21 gennaio 2010 due cortesi magistrati, che hanno dato un’utile infarinata a un gruppetto di visitatori, conducendoli per il nuovo palazzo di giustizia di Brescia, mostrando e spiegando alcune delle disfunzioni, grandi e piccole, che paiono fatte apposta per fare inceppare il sistema. Per esempio, il palazzo, colossale, è ancora privo di cartellonistica interna; entrato nell’atrio, al cittadino verrebbe da invocare Minosse, che almeno smistava i dannati con la coda: è un continuo aggirarsi di persone che chiedono “mi sa dire dov’è…”. Intanto si sta provvedendo ai segnali esterni: la tv locale ha riportato che tra pochi giorni, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il palazzo verrà intitolato a un personaggio storico, il bresciano Giuseppe Zanardelli, presidente del consiglio, ministro della giustizia, patriota e insigne giurista, che diede all’Italia unita il suo primo codice penale. Un codice penale giudicato positivamente dagli storici del diritto.

 

Zanardelli fu anche componente, e primo “venerabile” secondo Cossiga (F. Pinotti. Fratelli d’Italia, BUR 2007), della loggia Propaganda 2; quella originaria, ottocentesca, che si eclissò dopo il coinvolgimento nello scandalo della Banca romana. Decenni dopo, una loggia con lo stesso nome, e lo stesso criterio di radunare “la crema” della classe dirigente, sarebbe risorta con Gelli. I progetti sulla amministrazione della giustizia in Italia affidati a quest’ultima loggia si stanno concretizzando, col determinante contributo del presidente del consiglio attuale, Berlusconi, anche lui nella Propaganda 2. Non era lontano dalla P2 neppure il premier che aiutò Berlusconi nella sua ascesa, Craxi; appare che la colpa per la quale i poteri superiori disposero, nell’ambito di un’operazione più vasta, il suo castigo sia stata l’insubordinazione (un errore che i suoi seguaci, arroganti come lui ma sempre servili verso i più forti, non commettono). Una loggia, la P2 nuova, che non ha temuto, e non teme vorrei dire, gli uffici giudiziari bresciani. Attualmente a palazzo Zanardelli si sta celebrando il processo per la strage del 1974; chissà se tra altri 35 anni vi si tratteranno gli affari che occuparono la P2 ai nostri giorni.

 

Sono promiscuità, ed esibizioni di promiscuità, che ricorrono, ripetendo la loro stessa nota sardonica. Nel 1999, nell’aula magna del tribunale di Milano, il rappresentate del Comune che commemorò Ambrosoli, davanti alla vedova, era De Carolis, della P2. Ricordo che un anno, alle celebrazioni per la strage, in piazza Loggia era stato posto un cartellone con la storia della strategia della tensione, che comprendeva l’elenco noto degli iscritti alla P2, e pochi metri più su, nel salone Vanvitelliano della Loggia, sede del Comune, c’era un personaggio riportato nell’elenco, Gustavo Selva, che era stato invitato a parlare della strage. Non ricordo se il sindaco fosse Martinazzoli, l’altro Guardasigilli bresciano, o Corsini, già componente della Commissione stragi. Se davvero Craxi avrà la sua via, e la massoneria il suo palazzo di giustizia, non ci sarà da meravigliarsi. Sono gesti pienamente nella tradizione del potere.

 

Mi auguro che, per celebrare la figura carismatica di una masnada di forchettoni, nella targa non scriveranno “socialista” sotto il nome di Craxi. Il socialismo, evoluzione politica di ideali umanitari eterni, era una componente indispensabile alla democrazia, come contrappeso agli “spiriti animali”, o animaleschi; e per questo è stato tolto di mezzo; stravolgendolo prima nel suo opposto, come per annullarne anche il ricordo. Era tutt’altra cosa rispetto al craxismo, il socialismo vecchia maniera, nel quale risuonava il Vangelo; troppo, per i gusti dei preti, che furono e sono antisocialisti più di quanto i vecchi socialisti furono anticlericali. Lo stesso Zanardelli era diverso dal suo successore Gelli, anche se non quanto un altro illustre massone di allora, Garibaldi. Ma le antiche figure di padri fondatori si possono usare per legittimare il corso attuale, come consigliano i manuali di marketing. Craxi, che forse si vedeva come un puro alla testa di una compagnia di razziatori, volle lanciare il culto di Garibaldi. Travaglio riporta che Craxi teneva a diffondere una sua fotografia con a fianco Nenni; che invece gli aveva scritto di andarsene.

 

Queste intestazioni, che anche quando sono difendibili restano ambigue come è spesso ambiguo il messaggio delle istituzioni, celebrano in primo luogo la proteiforme continuità del potere. Hanno comunque una utilità semiotica: se si è informati, possono venire lette come segnali di pericolo. Imboccare una strada intitolata a Craxi, dove porterà?  La statua di un “33” della vecchia P2 davanti a un falansterio giudiziario può mettere sull’avviso il cittadino inerme. Tanto più se sullo stesso palazzo di giustizia pende già un’altra più inquietante ambiguità semiotica, e non solo semiotica: è ufficialmente “sede disagiata”. Questa denominazione fa ricordare il saggio sarcasmo di “Tre dita” Coppola su come forme sottili di sabotaggio dell’organizzazione degli uffici giudiziari siano la mafia (G. Falcone,  M. Padovani. Cose di cosa nostra, Rizzoli 1991). Coppola rispose, a un incauto magistrato che gli chiedeva cosa è la mafia, che la mafia è fare in modo di mettere nel posto di Procuratore capo un PM cretino; ma è vero in generale che se si indeboliscono con semplici disposizioni normative i ranghi degli uffici giudiziari, anche senza capi inadeguati, si ottengono guasti mafiosi, più gravi e meno rumorosi che mettendo le bombe.

 

Il distretto giudiziario di Brescia, ci hanno spiegato i magistrati dell’ANM, è gravemente carente di magistrati, pur coprendo un’area “a elevata industrializzazione, con rapporti commerciali intensi”. Secondo quanto detto dai magistrati, la copertura attualmente è circa l’80% di quella prevista. Il bacino d’utenza è di 2.800.000 persone. Brescia ha il 5° tribunale d’Italia per utenti. E’ una zona ricca, fittamente stipata, nel cuore geografico ed economico del sistema produttivo nazionale. Eppure, (questo, nell’aula nuova di zecca, i magistrati dell’ANM non lo hanno detto), come Barcellona Pozzo di Gotto o Locri, come altre sedi più piccole al Nord, Brescia è stata classificata nientedimeno che “sede disagiata” (dal ministro Alfano). Nel mutismo della locale società civile. Mi pare di capire che attualmente le sedi vengono dichiarate disagiate quando i magistrati, secondo una loro insindacabile decisione, non ci vogliono andare, e i posti rimangono pertanto vacanti in proporzione rilevante rispetto all’organico previsto. A Brescia, e ora a palazzo Zanardelli, i magistrati non ci vogliono andare.

 

In medicina, problemi del genere vengono risolti col tirocinio specialistico, che può durare da tre a sette anni a seconda della specialità: si affiancano ai professionisti esperti dei giovani, che mentre “tirano la carretta” sotto supervisione, imparano e crescono professionalmente, assumendo gradualmente responsabilità maggiori. In USA gli staff medici delle sedi di scuola di specializzazione sono strutturalmente composti di un’ampia quota di “residents”, regolarmente pagati, con “rotations” nelle varie branche della specializzazione, senza i quali i reparti si fermerebbero. Il sistema, che ha una natura privatistica, non è esente da rischi e storture, e l’attività del magistrato non è assimilabile a quella del medico, ma se lo scambio di esperienza e lavoro tra esperto e apprendista è equo, il tirocinio può produrre elevati vantaggi per tutte le parti. Forse si potrebbe studiare di adattare il sistema agli uditori giudiziari, distribuendoli e ruotandoli su tutto il territorio nazionale, tenendo conto che anche la funzione requirente necessita di tirocinio. In USA ci sono i “law clerk”, neolaureati in giurisprudenza scelti tra i migliori, che aiutano il giudice, e che poi a volte divengono giudici.

 

L’espressione “sede giudiziaria disagiata” è già dubbia in sé. Per le sedi oggettivamente difficili, come quelle dei territori poveri del Meridione dove è incancrenita la mafia, c’è da commentare che gli uffici giudiziari non sono semplici burocrazie come il Catasto, e non dovrebbero essere chiamati “disagiati” dove più servono; è come se i pastori chiamassero disagiata l’attività di recupero della centesima pecorella, quella per la quale il buon pastore lascia le altre 99; o i soldati chiamassero sede disagiata la prima linea; come se i medici preferissero – incredibilmente – curare le affezioni lievi anziché i malati gravi. Non è serio che mentre si celebra ininterrottamente l’epopea della lotta alla mafia, poi tanto si fa che alla fine i posti di magistrato in zone mafiose restano scoperti. Si opera così quando si finge di voler risolvere un problema, ma in realtà si vuole lasciarlo aperto, e bene in vista. Chi ci governa ha un forte bisogno di strumenti di distrazione e di alibi, e la mafia è, tra le altre cose, anche un eccellente generatore di distrazione e di alibi, es. per trascurare il corretto andamento della ordinaria amministrazione del Paese. Sono sicuro che non mancherebbe tra i tanti magistrati una manciata di giovani, e meno giovani, disposti ad andare spontaneamente per un buon numero di anni in trincea a colmare gli organici nelle zone calde; anche senza incentivi economici, purché provvisti dallo Stato dell’equivalente di “armi e munizioni”, e non troppo penalizzati. In tutte le professioni ci sono persone che quel lavoro “pagherebbero per farlo”. E che infatti a volte pagano. Rinunciare a coloro che, purché messi in condizioni di operare, si offrirebbero volontari per compiti che tanti schivano, e magari intervenire per scoraggiarli, o per fermarli, è uno degli aspetti più squallidi del tradimento consumato dalle istituzioni.

 

Il titolo di “sede disagiata” stride con un tono diverso nel caso di Brescia; dove forse alligna un greve timore esistenziale che porta ad accumulare ricchezza senza trovare mai pace; ma, proprio per questo, la città è fin troppo integrata nel sistema socioeconomico in vigore. Sarebbe interessante sapere perché i magistrati non vogliono andare nemmeno a Brescia. La città attira tanti a lavorare per lei; quello del magistrato è tra i pochi generi di lavoro sui quali esercita una forza repulsiva. Quali che siano le ragioni, non si può credere che il problema, che si trascina da tanti anni, sia “irredimibile”. Lasciare costantemente sguarnito un distretto come quello di Brescia e insistere nel sottolineare che manca personale, fino a chiamarlo “sede disagiata”, potrebbe corrispondere alla costituzione di un alibi, che addossa alla scarsità di risorse umane l’assenza di azione giudiziaria efficace sulle segrete magagne della città. Brescia non può dire di essere abbandonata dallo Stato, che interpella imperiosamente, e che la privilegia. Per esempio, nella mia esperienza è impossibile muoversi senza incrociare mezzi della polizia. Qualche ora dopo la visita guidata in tribunale sono andato a fare la spesa, e in poche centinaia di metri ne ho contati sei. La volta precedente per lo stesso tratto ne erano passati altri sei. Non mancano mai; sembra di stare in una città occupata dalla polizia. La proverbiale efficienza della terra di Zanardelli giunta agli uffici giudiziari si ferma e arretra; o forse assume in quei luoghi le forme paradossali che Coppola diceva essere addirittura l’essenza della mafia.

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Blog di Paolo Franceschetti

Commento del 9 feb 2011 al post “Introduzione allo studio del simbolismo” del 23 dic 2010

”Penetrano e sfuggono”

Bisogna ringraziare chi come Paolo Franceschetti fornisce elementi per comprendere il mondo oscuro del potere reale. Personalmente sono curioso e onnivoro, ma la simbologia dei poteri occulti è uno di quegli argomenti dai quali sarei felicissimo di stare lontano. Se non si è degli specialisti, è facile cominciare a vedere simboli dappertutto, e scivolare nell’irrazionale e nel non falsificabile così come, da millenni, si scivola dalla matematica e dalla fisica alla numerologia. Non avendo avuto la fortuna di poter ignorare i temi dei quali questo argomento è parte, vorrei segnalare un fatto che mi pare sia portatore di uno spiacevole valore simbolico, abbastanza trasparente. La recente intitolazione a Giuseppe Zanardelli del Palagiustizia di Brescia:

Semiotica del potere: Via Craxi, Palazzo di giustizia Zanardelli e le “sedi disagiate”

http://menici60d15.wordpress.com/2010/01/25/semiotica-del-potere-via-craxi-palazzo-di-giustizia-zanardelli-e-le-“sedi-disagiate”/

Il fondatore della P2 storica sta seduto, in bronzo, con le gambe accavallate, all’ingresso del Palazzo di giustizia. La statua è stata posta, nel 2010, mentre nel palazzo era in corso il processo sulla Strage di Brescia del 1974, nella quale è implicata la P2. Il processo si è risolto con un’assoluzione; e a Brescia i rapporti tra poteri legali e poteri paralleli, dietro a tante lacrime di coccodrillo sulla Strage, sono tali da portarmi a considerare ciò come il male minore:

La Leonessa

http://menici60d15.wordpress.com/2010/11/21/la-leonessa/

Brescia non solo bombe

http://menici60d15.wordpress.com/2010/11/23/brescia-non-solo-bombe/

Mentre Zanardelli, gran maestro, e maestro di diritto, e dell’arte di abusare del diritto, prendeva posto sullo scranno di nume tutelare là dove si amministra la giustizia in nome del popolo, presidente della Corte d’appello era Alfonso Marra, poi dimessosi per lo scandalo della cosiddetta “P3”.

Zanardelli fu un capo massone mangiapreti, mentre la P2 di Gelli appare come una casa comune per massoni e cattolici. La città di papa Montini, non estraneo agli ambienti dei servizi, e a quanto si dice non lontano dalla P2, sembra essa stessa un luogo simbolo della storica conciliazione tra i due poteri; e ogni tanto vi appaiono questi accostamenti stridenti. Ricordo una conferenza del cardinale Pio Laghi, amico e consigliere dei piduisti argentini al tempo delle loro atrocità, ad un circolo culturale di Castenedolo intitolato alla memoria di Aldo Moro.

Per la simbologia del potere, allo stesso tempo arrogante e ambigua, vale quanto detto da Manzoni: “Le parole dell’iniquo che è forte penetrano e sfuggono…”. La simbologia occulta è un terreno infido e scivoloso, e probabilmente è così volutamente, come parte della sua stessa natura. Ma il tema dei rapporti della magistratura con massoneria e servizi è molto concreto, e fortemente sottovalutato.

http://menici60d15.wordpress.com/

 

 

Immigrati. La pietà coi numeri e altre forme minori di pietà.

24 maggio 2009

Blog “Uguale per tutti”

Commento al post “Elio e le storie tese” del 10 mag 2009

comunicato con riferimento URL


Caro Silvio, grazie per le Sue osservazioni, e per la precisazione su “questioni di tipo speculativo”. Da anni colleziono “contronimi”, o “autoantonimi”, cioè parole che hanno due significati opposti, e sono quindi gli antonimi di sé stesse. “Speculativo” può rientrare in un elenco di contronimi: la speculazione era l’attività di Socrate, e anche di Sindona; ma i due svolgevano attività in pratica contrarie (anche se hanno fatto la stessa fine). E’ un contronimo che in medicina, beffardamente, viene usato come gli avvocati usano la parola “fantasioso”, per respingere accuse di manovre speculative.

Sembra che io non meriti la Vostra benevolenza, perché faccio di tutto per farmela togliere: Lei cita il dibattito sugli immigrati, con riferimento ai recenti provvedimenti di respingimento nel Mediterraneo, dei quali si è occupato estesamente il blog; perciò non posso nascondere, come avrei preferito, che vedo anche questo dibattito animato dal deuteragonismo; e non solo limitatamente agli aspetti medici (Animalità razionale). Anzi, il dibattito sull’immigrazione mi sembra un caso importante di deuteragonismo. Esamino dunque questo esempio di deuteragonismo, non avendo competenze specifiche, ma solo opinioni, sugli extracomunitari; cioè, nel mio caso, come per molti altri italiani, opinioni sui vicini di casa della porta accanto.

“Mi piace l’odore del napalm al mattino … li abbiamo bombardati per 12 ore. Quando siamo atterrati non ne era rimasto nulla, non abbiamo trovato neppure un cadavere… C’era quell’odore di benzina…è l’odore della vittoria. Un giorno questa guerra finirà”: il comandante della cavalleria dell’aria in “Apocalypse now”. Conquistato il villaggio al suono della Cavalcata delle valchirie, rimprovera un soldato perché non dà da bere a un vietcong morente che chiede acqua, e gliela dà lui. Dopo pochi secondi lascia cadere la borraccia: va a parlare di surfing, la passione che lo ha spinto a conquistare il villaggio sul mare. Questa scena della borraccia me l’ha ricordata l’attenzione dei telegiornali, dei potenti, dell’Occidente, al dramma degli immigrati nel Mediterraneo. E’ scellerato non prodigarsi per chi, come Cristo sulla croce, ha sete perché sta morendo per shock ipovolemico; ma dargli da bere può essere un gesto vanaglorioso e distratto, che non riduce le responsabilità. Il fatto è che non si doveva assaltare il villaggio, e neppure fare la guerra. E’ scellerato non raccogliere e dare la massima assistenza agli occupanti dei barconi; ma equiparare il salvataggio in mare dei barconi all’aiuto al Terzo mondo è profondamente ingannevole.

Le immagini dei barconi mi sono parse uno spot sapientemente ambivalente; come Apocalpypse now, dove le scene soddisfano quelli che sognano di sbarchi, mitragliatrici e sbudellamenti, mentre i dialoghi – e il riferimento a Conrad – giustificano il film come prodotto letterario, come critica al militarismo. I barconi respinti faranno prendere voti alla Lega, e permetteranno all’opposizione deuteragonista di equiparare la contrarietà all’immigrazione all’infamia dell’abbandono di naufraghi in mare. Uno spot con dolore e morti veri.

Mettiamo da parte il fatto in sé, sul quale siamo d’accordo, e guardiamo al significato simbolico, al messaggio, alla “implicatura”, che non possono essere trascurati e sono, credo, l’aspetto principale. Se ci sono intere popolazioni che stanno affondando, centrare il problema sui pochi che sono riusciti, magari facendosi largo, a saltare in quelle scialuppe di salvataggio che sono i barconi è carità o è darwinismo sociale? Dei tanti parenti di quello che è nel barcone, meno svelti e rimasti nel continente africano, dei bambini che muoiono senza le telecamere, che ne facciamo? Quando non occorreranno più immigrati all’economia e alla politica, chi ci dice che la RAI non spegnerà le telecamere sul Mediterraneo e sui cadaveri che lo punteggiano, e che non torneremo a occuparci della strage dei cuccioli di foca al Polo?

Il mare. Il Mediterraneo. Uno sceneggiatore non avrebbe potuto scegliere sfondo migliore per i servizi su questo esodo e le sue tragedie. Anche il barcone, la scialuppa, non avrebbe potuto essere metafora migliore per le tesi che si vuole affermare. Le barche a vela appaiono più belle quando sono drammaticamente sbandate, con l’equipaggio a fare da contrappeso sull’altro bordo; i numeri della fisica però ci dicono che lo sbandamento in sé è svantaggioso, che la barca procederebbe più veloce se fosse dritta, con l’albero ortogonale alla superficie del mare. Nel ‘700 a vincere il premio per il modo più efficiente su come disporre l’albero delle navi fu un matematico, Bernoulli, che era uno svizzero che non aveva mai visto il mare.

Penso che sulla questione dei barconi dovremmo rivolgerci ai numeri. Da quelle entità algide e imperscrutabili può provenire una strana pietà, che non è in assoluto la migliore delle pietà possibili, ma è la migliore pietà possibile date le circostanze. Quanti sono i bisognosi del Terzo mondo? Di quanto denaro hanno bisogno procapite? E in assoluto? Quanto possiamo dargliene? Come allocare queste risorse limitate? Quanti pesci e quante canne da pesca? Dobbiamo “tirarne su” alcuni, o dobbiamo “scendere” noi dal nostro livello di benessere, e tentare di salvarci tutti? Stabiliamo che una quota delle entrate statali è loro, definiamo tale quota, e decidiamo come impiegarla. Dall’astratto al concreto, si può passare a calcolare in quali forme, mediante quali soluzioni, con migliaia di domande quantitative, sempre più dettagliate. E agire di conseguenza.

Ho l’impressione che questo approccio farebbe emergere questioni imbarazzanti. Per coloro che dicono di non volere immigrati, e però vogliono usarli come manodopera e consumatori, potrebbe venire fuori che la migliore soluzione al problema, e quindi anche alle loro ambasce, è semplicemente che l’Occidente smetta di sfruttare, ovvero di derubare, il Terzo mondo; potrebbe risultare che se rispettassimo il loro, di diritto a essere padroni a casa propria, i popoli del Terzo mondo se la caverebbero benino anche senza le nostre premure. Chi parla commosso dei boat people, non so come reagirebbe se gli si rispondesse che, per mantenere anche il resto dell’iceberg nell’Africa infuocata, si dovrebbero decurtare le entrate di tutti gli abitanti dei paesi ricchi, e quindi anche le sue, di una bella fetta, e ridurre sostanzialmente il suo livello di vita.

Quando ad essere coinvolti sono interi popoli, il barcone non è il livello di intervento appropriato; né sul piano demografico, né su quello etico. E’ ottimo sul piano della manipolazione mediatica. E’ inoltre un buon metodo di selezione del prodotto. Anche nella tratta degli schiavi il mare e le navi negriere servirono a selezionare i soggetti più forti. Qui la selezione maggiore avviene nel riuscire a trovare un posto; ma non finisce una volta a bordo. I barconi sono una vergogna anche se nessuno li respinge e approdano senza problemi.

Così invece, occupandosi solo di una minoranza – che è la minoranza che serve all’economia occidentale – si fa come per i miracoli, dove non si capisce perché la benevolenza divina ne deve salvare solo pochi. Ci si pone nella posizione di santi, o quasi.

Il rapporto tra etica e numeri, fondamentale nella nostra società tecnologica e tecnocratica, è in uno stato disastroso. Da un lato, si adorano gli “idola quantitatis” che servono come “instrumentum regni” per il capitalismo; l’applicazione inappropriata del quantitativo domina la medicina (Greene J. A. Prescribing by numbers. Drugs and the definition of disease. The John Hopkins university press, 2008); nell’ammirazione dei bioeticisti (e tale ignoranza viene attivamente tutelata). Dall’altro, quando ad un problema etico servirebbero i numeri e le altre entità matematiche, si ricorre invece ad argomenti persuasivi da fare invidia a Francis Ford Coppola.

Il vecchio espediente dello “stato di eccezione”, dell’emergenza per fare passare una tesi o un blocco di tesi. Curiosamente, la situazione ha somiglianze con la propensione padana per il soccorso; irridono quelli si chiamano Salvatore, ma gli piace fare i salvatori. Qui al Nord durante la settimana si lavora per fare soldi, nel week-end si fa i soccorritori. In carenza di disgrazie, si simulano, con esercitazioni. Il soccorritore volontario, di professione promotore finanziario, è anche lui, come il colonnello Kilgore di Apocalypse now, in mezzo a fumogeni accesi e con l’elicottero che gli volteggia sulla testa, e i morti e i feriti sono finti. Dice pacato nella ricetrasmittente gracchiante “roger, abbiamo uno spinale, atterrate”. La generosità della nostra gente, commenta il cronista mentre sullo sfondo l’elicottero si allontana con dentro il manichino macchiato di vernice rossa. Un’ottima cosa in sé, il soccorso volontario; meno buona se sostituisce ed esaurisce la questione dei doveri verso gli altri. Business senza guardare in faccia a nessuno nei giorni feriali, e nel dopolavoro il volontariato altruista. Ma non ci sono solo le emergenze, i traumi acuti, le catastrofi, i bambini da strappare alle fiamme. Ci sono anche i cronici, per i quali c’è molto meno entusiasmo, e carenze nell’assistenza. Ci sarebbero anche i sani da rispettare e aiutare: da non fregare, almeno. La carità è divenuta un sostituto dell’etica. E forse per questo, e per la frustrazione del lavoro inquadrato, assume forme spettacolari.

Andrebbe ricordato che la carità non è un sostituto dell’etica. Come osserva Scarpinato a proposito dell’elemosina in “Tra mafia e democrazia, tra oppressori e oppressi, tu, Chiesa, da che parte stai?”. Brecht, nell’Opera da tre soldi, fa dire a un personaggio che per ricevere l’elemosina non conta la condizione autentica del bisognoso, ma occorre che questi rappresenti la miseria in una forma teatralmente efficace, in modo che dare l’elemosina sia appagante. L’aiuto agli altri, quel poco che si può e si deve dare, andrebbe prima di tutto incorporato, fino a renderlo inapparente, nelle scelte di vita e nel lavoro. Il supererogatorio è facoltativo, e non esenta affatto dall’eticità nelle opzioni di base. Non compensa eventuali carenze etiche. Invece si è affermata la pratica di una contabilità etica creativa. Soprattutto nella Lombardia ciellina. Guardo con rispetto e ammirazione a coloro che praticano la carità avendo le carte in regola sull’etica delle attività personali. Ma davanti a certi altri slanci – soprattutto in campo medico – ritorna l’immagine di Apocalypse now, con la carità paranoide del comandante che fa evacuare in ospedale, col suo elicottero, dal villaggio che ha appena messo a ferro e fuoco per uno sfizio, un bambino vietnamita ferito.

Oltre alla pietà coi numeri, sulla questione degli immigrati esistono altre forme anch’esse fredde, o minori, di pietà o di carità negate. Chi non accetta gli immigrati è xenofobo o razzista o intollerante. Ma esistono delle pulsioni antropologiche, alla territorialità, alla comunità, all’identità culturale, al senso di appartenenza, che spingono a difendere il proprio territorio, il proprio gruppo, la propria cultura; alcune paure dei non garantiti di essere scalzati o danneggiati socialmente o economicamente dai nuovi arrivati; paure istintive, ma che non sono proprio del tutto campate in aria nella società “competitiva” e globalizzata. Il rifiuto dello straniero è avvenuto innumerevoli volte nella storia, nelle forme del malumore, dell’avversione, della protesta. E’ scorretto evocare subito i pogrom. Sono esistite anche situazioni di convivenza pacifica e armoniosa; che sono appunto citate come casi edificanti. Qui invece si dà per assunto che tali reazioni di rigetto siano patologiche. Si confonde tra risposta fisiologica ad un agente esterno e malattia. Trascurare il fisiologico paradossalmente può favorire degenerazioni patologiche; bollare aprioristicamente come razziste o xenofobe tali reazioni può essere una profezia che si autoavvera.

Gli immigrati, non in quanto “inferiori”, ma semplicemente in quanto irriducibilmente “diversi”, possono disgregare ulteriormente un tessuto sociale già degradato, possono ridurre quella zavorra di tradizioni che dà stabilità, aumentare l’atomizzazione sociale, che favorisce i consumi e la docilità popolare, ma rende tutti più vulnerabili e più egocentrici; la realtà del “melting pot” e del sogno americano mostrano ciò. “Give me your tired, your poor, your huddled masses…” declama solenne la poesia di accoglienza agli immigrati ai piedi della Statua della libertà. Ne abbiamo già troppe, sul globo, di masse che vogliono “to pursue happiness”, cioè fare soldi. Ovviamente noi siamo più buoni e più saggi; ma il rischio non andrebbe fatto passare sotto silenzio.

Quando sento che bisogna superare diffidenze e restrizioni mentali, mi chiedo se a dirlo siano persone che hanno una visione straordinariamente elevata, tanto da dimenticare questi fattori prossimi agli istinti primitivi, oppure – caso che mi sembra più frequente – persone che trascurano questi fattori o se ne fregano. Nel dibattito esistono solo leghisti sbraitanti, e ora anche schizzati di sangue, e pii discepoli di San Francesco. Nessuno tra i progressisti che dica che lo sfondamento dei confini antropologici forse è una necessità, ma è anch’esso una violenza; che non si mescolano culture lontane, non si innestano genti su territori occupati da altre genti, impunemente, così come non si trasfonde meccanicamente il sangue: ci sono fattori invisibili ma concreti che fisiologicamente si oppongono a tali commistioni.

Se non si vuole riconoscere ciò, se non si crede che la tendenza a difendere la territorialità e l’identità comunitaria e culturale vada rispettata, la si rispetti lo stesso: come forma di pietà verso gli autoctoni meno aperti e progrediti; non dovrebbe essere difficile, visto che propugnando l’abolizione delle frontiere che segnano le etnie si sta parlando dalle sfere superiori della moralità. In effetti in certe insofferenze gratuite e quasi maniacali verso l’immigrazione affiora una nota di frustrazione, di vigliacco sfogo esistenziale avendo trovato qualcuno ancora più sfigato rispetto al quale definirsi per contrasto. Ma non si tratta solo di questo. Pare che la nostra psiche sia stata tarata dall’evoluzione per una vita come membri di piccole comunità. Il cosmopolitismo non ha forti basi antropologiche, e non credo che possa pretendere un primato etico (forse non ha queste qualità neppure l’idea di nazione, alla quale sono attaccato). Il discorso che la Terra è di tutti l’ho sentito, in forme elaborate, anche per scusare, esprimendo rammarico, la cacciata degli indiani nativi dalle loro terre in Nord America ad opera degli europei, che “erano solo arrivati un po’ dopo”. Non l’ho sentito fare per le proprietà della Chiesa, o per le “dacie” degli apparatnik di sinistra, le proprietà di quelli che insieme esortano le masse a superare lo stantio concetto di “casa mia”.

Se si riconoscesse questa dimensione calpestata, oltre a fare un’opera buona verso i propri connazionali si aiuterebbe l’integrazione e si svelenirebbe la politica. Oggi infatti l’unica possibilità di rappresentazione politica del disagio per l’immigrazione è quella, ributtante, della Lega; che in realtà vuole gli immigrati, ma nelle forme che servono a interessi economici, come manodopera e consumatori; li vuole sottomessi e maltrattati, perché li si possa meglio sfruttare; verde fuori ma nera dentro, fa appello agli istinti più gretti e vili, alla paura e all’odio, diseducando l’elettorato mentre fa bottino di consensi; deuteragonista, presenta argomenti facilmente confutabili, caricaturali, alla “Catenacci” di Bracardi, con discorsi a base di “bingo bongo”, cannoneggiamenti di barconi, maiali sui suoli dove erigere moschee etc.

Dall’altro lato, per chi si indigna per i discorsi, e ora per gli atti, vergognosi dei leghisti, l’unica alternativa è il surreale buonismo cattolico, o di matrice cattolica, che esorta  all’amore totale, a un improbabile inesauribile amore per gli sconosciuti, ridicolo se si guarda a come ci vogliamo bene; e d’altro canto esclusivo e un po’ mercantile: con una forte predilezione per quelli abbastanza in gamba da salire sul barcone, e in grado quindi di produrre reddito, e acquistarsi una tv al plasma entro qualche anno. Una predica condita di accuse di egoismo, di avidità, di durezza di cuore, che viene dal pulpito dei preti.

Nel dibattito sono rappresentati, e quindi sono leciti, sotto i camuffamenti ideologici che attirano sostenitori in buona fede, solo due degli interessi maggiori, entrambi a favore dell’immmigrazione: quelli economici degli industriali e della finanza, con la Lega e il PdL, e quelli di politica internazionale del Vaticano – che gioca sullo scacchiere mondiale e vuole tessere rapporti col miliardo di mussulmani e con altre forze – mediante il centrosinistra e i progressisti. Posizioni alleate, in parte sovrapponibili, che trovano una sintesi che soddisfa entrambi. Seguono, in posizione subalterna, gli interessi di forze intermedie, come i politici che hanno bisogno di poveri che li ascoltino. Opposizione vera al potere, nisba. I cittadini comuni, zitti brutti razzisti; e leggetevi le pagine di Lévinas sul riconoscimento dell’altro; oppure andate a fare le ronde.

“C’uno la fugge, l’altro la coarta”: sull’immigrazione il deuteragonismo è reciproco, e le contrapposte esagerazioni provocano un vuoto al centro. Un vuoto che è una voragine di senso, che non viene riconosciuta dai più ma viene percepita, e si traduce in disaffezione – giusta – per la politica. Il successo del leghismo, determinante per la caduta della nostra democrazia, è dato dall’assenza di intellettuali e politici progressisti critici di quell’aspetto della globalizzazione che è l’immigrazione; dall’assenza di portavoce progressisti del disagio degli italiani per l’immigrazione; voci critiche invece migrate, come uno stormo di colombe, a fare il controcanto angelico ai leghisti diavoleschi. E così per cercare l’ottimo stiamo perdendo il buono, e finiamo per essere noi una repubblica bananiera; dalla quale forse si dovrebbe andarsene, se ci fossero ancora terre vergini; vergini della poderosa abilità umana di incasinare tutto.

Bisognerebbe che chi è ascoltato come autorità morale smettesse di confondere la gente dicendo in pratica che chi non vuole gli extracomunitari è una carogna. Dovrebbero invece esserci intellettuali e politici progressisti che riconoscano che l’immigrazione ha cause economiche e soddisfa finalità economiche; che provoca negli autoctoni reazioni di rifiuto che sono del tutto fisiologiche; e che possono progredire verso la patologia se trascurate. Intellettuali e politici progressisti dovrebbero considerare che i vantaggi dell’avere un supplemento di lavoratori, di consumatori, di futuri elettori in cerca di protezione, di tesserati nei sindacati, di legami con forze etniche e religiose emergenti a livello mondiale, non vanno tutti necessariamente a favore dei cittadini, e i loro risvolti etici non sono solo positivi.  I progressisti dovrebbero occuparsi anche della cura di questi problemi. Sarebbero così in una posizione più equilibrata per parlare di un altro discorso, quello dell’esistenza di altri doveri, verso gli altri popoli, oltre a quelli verso sé stessi, la propria famiglia, la propria comunità.

Ci vorrebbe maggior considerazione anche per i paesi di provenienza. Non siamo molto curiosi di sapere da dove vengono quelli che vorremmo salvare trasferendoli da noi. Siamo invece molto critici. Anche in questo, la penso al contrario dei progressisti: credo che da un lato, per lo stesso motivo già citato a proposito degli italiani, quello della consistenza dei fattori antropologici, ci vorrebbero maggior cautela e rispetto prima di sputare sentenze sui costumi di altri paesi che ci appaiono sbagliati, e di volerli sostituire con quelli della nostra superiore civiltà; es. la critica dell’obbligo per le donne del velo o di altre coperture del volto. Anche perché, come ha osservato Massimo Fini, forse dovremmo prima preoccuparci delle donne esposte “a quarti di bue” nella nostra televisione. D’altra parte, penso che chi vive da noi dovrebbe conoscere un minimo d’italiano, e accettare in generale i nostri usi e costumi, oltre che ovviamente le leggi; non vivere come dentro a un burqa, in una bolla portata dal paese d’origine. Ogni tanto ho l’impressione che, mentre procede tra padani che pensano “tel chi el negher”, qualche extracomunitario, soprattutto se portatore di credenze religiose forti, pensi a sua volta nella sua lingua “ ’sti zulù”. Non credo che un pasticcio etnico, un passare da Roma a Bisanzio, sia un vero arricchimento.

Altro caso è quello del rispetto dei diritti umani. Dovrebbe essere un assioma, in qualunque situazione, ovunque, per chiunque. I centri di raccolta non possono essere gabbie; né gabbie chiuse, nè gabbie aperte. Se è vero che i respinti in Nord Africa sono seviziati, lo si proibisca: si mandino degli osservatori, si mostri l’arma delle sanzioni, la si applichi se necessario. Lo stesso si faccia per qualunque violazione indiscutibile dei diritti umani che venga commessa in quei paesi. Ma il rispetto dei diritti umani, l’art. 1, non dovrebbe essere l’unico articolo del codice delle norme morali sugli extracomunitari.

Altra pietà minore. Il problema come detto non può essere affrontato a livello delle situazioni individuali, ma delle popolazioni; ma esistono anche problemi che riguardano l’individuo, una dimensione certo non secondaria. Gli immigrati sono anche degli emigrati; degli sradicati. Per alcuni trapianti, oltre al rigetto dell’organo trapiantato, c’è anche il rischio del rigetto “graft-versus-host”, del tessuto trapiantato contro l’organismo ricevente. Siamo sicuri che gli facciamo questo grosso favore a farli vivere da noi, anziché aiutarli nei loro paesi? Ad alcuni, sì. Forse, se si potesse misurare la felicità, credo che nella vecchia Italia la tipologia di persone più felice risulterebbe quella di alcune coppie giovani di immigrati; che hanno un buon lavoro; provenienti da situazioni difficili, perciò energiche e senza grilli, forti della loro cultura d’origine, pronte ad assorbire anche quella del paese ospite, che ha tanto da offrire; e che quindi vivono quella particolare felicità che è data dall’avere una chance di emancipazione, e dal coglierla pienamente. Alcuni extracomunitari sentono l’odore della vittoria personale nella costruzione, materiale e morale, della propria famiglia e di sé stessi mediante l’operosità pacifica; la felicità di quando il presente diventa ricco e l’avvenire diviene ben delineato; condizione che è possibile solo in alcune circostanze storiche. Ma per altri l’Italia può essere dolore pena sfruttamento e alienazione. Ricordo un giovane nordafricano, disteso in un’aiuola con gli avambracci spezzati. Era andato via da tutto, passando per una finestra dei piani alti dell’ospedale.

Quel suicidio, mi pare fosse un detenuto, non venne reso noto dai media locali. I media presentano sotto una luce filtrata gli immigrati. Pochi giorni fa i media locali hanno celebrato l’estensione di un bonus bebè di 1000 euro anche agli immigrati, negato dalla giunta comunale di centrodestra, imposto da un giudice dopo che sindacati e preti sono scesi in campo. Il bonus bebè è simbolico, per gli italiani; darlo anche quando il bambino nasce in famiglie di extracomunitari, nell’appartamento della porta accanto, dove può non essere solo simbolico, è semplice decenza, negarlo è meschino. Olio sul fuoco della disputa deuteragonista. Però non si parla di quella che è di gran lunga la prima causa di infertilità per gli italiani, la sterilità sociale, causata dalla difficoltà di formare una famiglia e fare figli. Ha le dimensioni e gli effetti di una vera epidemia, ma  al contrario di certe epidemie finte è un’epidemia silenziosa. I giovani oggi non fanno figli perché sono egoisti; meglio un pezzo sulla nostalgia della badante dell’Est per il suo paese e i suoi nipotini. Forse ci vorrebbe un po’ di carità anche per i giovani di casa nostra; per chi paradossalmente nella sua condizione ha meno prospettive di quelli che gli sbarcano davanti casa; per i guai che opprimono la gente comune, che stentano a trovare posto nei titoli dei giornali, che vengono sempre dopo qualche altra notizia.

Queste pietà, e altre simili, si potrebbe metterle assieme in un principio, anch’esso freddo e antipatico: quello della scissione, scissione concettuale, tra aiuto umanitario al Terzo mondo e il venire a lavorare in Italia da parte di extracomunitari. Le due entità, che ci sembrano unite perché così ce le presenta la propaganda, andrebbero considerate come entità distinte, quali in effetti sono; e tenute ben separate nei ragionamenti. Non si dovrebbe più dire che facendoli venire a lavorare qui aiutiamo i diseredati. L’importazione di lavoratori è determinata da ferrei meccanismi economici, e dovrebbe essere regolata da norme di accesso, da selezioni e da contratti, che la rendano equa e vantaggiosa per entrambe le parti, e per la terza parte, la cittadinanza, con le dovute tutele e garanzie per tutti. Si possono unire materialmente le due diverse entità: si potrebbe pensare a contratti nei quali una quota della retribuzione va a chi è rimasto a casa nella miseria, direttamente o in forma di aiuti; o riservare una quota di posti di lavoro agli extracomunitari, con l’obbligo di rientrare dopo alcuni anni, importando conoscenze e competenze nel proprio paese, anziché lasciarlo dissanguato delle energie migliori.

Anziché lasciare Sud il Sud del mondo. Non scambiamo il Vangelo con “l’effetto San Matteo”, così detto da una frase del Vangelo di Matteo (25:29), per il quale i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri. Oltre ai danni da immigrazione, ci sono anche i danni causati ai popoli dall’emigrazione. Ricordiamoci dei meridionali saliti a lavorare nelle fabbriche del Nord, da regioni già anemizzate da decenni di emigrazione: di come hanno arricchito il Nord e di come sta oggi il Sud. La propaganda invece dice di ricordarci, a proposito degli immigrati dal Terzo mondo, che siamo figli di immigrati. Veramente i figli di italiani immigrati degni di questo paragone oggi vivono, a decine di milioni, in Argentina, Australia, Canada, Galles, etc; e in effetti sarebbe interessante ascoltare la loro opinione. Noi siamo i discendenti di quelli che restarono in Italia, o al massimo di quelli che tornarono, o che si spostarono all’interno, tra disagi ma senza problemi di permessi di soggiorno, o rischi di finire ai pesci. (Io stesso, italiano, sono stato classificato come “immigrato” dall’anagrafe locale quando, vincitore di un concorso pubblico per un posto di ruolo, dovetti trasferirmi al Nord e fare il cambio di residenza; un uso puntiglioso e non necessario nelle comunicazioni all’utente di un termine tecnico che ha un significato non neutrale nel linguaggio comune; una distinzione dai nativi che in seguito non mi è dispiaciuta). Quelli che restano non sono necessariamente i migliori, e hanno lo spirito e le abilità dello stanziale. Come si vede dai governanti che si danno. Tanti di noi conoscono le storie di immigrazione, per averle sentite da parenti. Per esempio, ho ascoltato bambino da un signore anziano una testimonianza in prima persona di cosa aveva voluto dire attraversare l’Atlantico in nave negli ultimi anni dell’Ottocento, all’età di 13 anni, da soli, essendo stati spediti a parenti di New York. Sono racconti molto utili, ma non inventiamoci, guardando i barconi, trascorsi avventurosi e falsi cameratismi. Consideriamo piuttosto quale danno è stato, per le regioni di provenienza, la selezione avversa derivata dall’emigrazione massiva dei soggetti più validi.

Con questa scissione tra lavoro e aiuti si eliminerebbe tanta retorica su entrambi i fronti, ricatti morali da un lato e pretese “celtiche” dall’altro (che poi, come ho detto, ritengo siano settori diversi dello stesso lato; quello del potere); e sarebbe più facile capire cosa fare. La filantropia dovrebbe essere esercitata su base razionale, tenendo conto delle necessità oggettive e delle risorse; erga omnes; e ordinatamente, senza picchiare la moglie e poi fare il galante fuori; senza la mostruosità, sommersi e salvati, di applicare alla solidarietà i criteri della selezione lavorativa: dentro chi è abile, pollice verso a chi non è redditizio; senza negare, con tutto l’amore che certi hanno per “gli ultimi”, qualsiasi attenzione a chi non corrisponde alla maschera teatrale dell’Ultimo, come si dice nell’Opera da tre soldi; senza la pietà coi paraocchi, che fa pensare che come al solito non ci viene chiesto di combattere per degli assoluti morali, ma per delle chiese, al di fuori delle quali non vi è salvezza.

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Blog di Trarco Mavaglio su il Fatto

Commento del 31 mar 2011 al post “Ferrara e i “30 milioni di immigrati” di D’Alema” del 31 mar 2011

La cifra di D’Alema dei 30 milioni di immigrati necessari all’economia era riferita all’Europa, non all’Italia come gli ha rinfacciato G. Ferrara.

Enzo Biagi ha raccontato che uno dei pochi casi che ha visto di giornalista licenziato per incapacità fu quello di un redattore che riportò la notizia di un paese bruciato coi suoi abitati perché un’autocisterna, nel tentativo non riuscito di schivare un cane, si era ribaltata andando a fuoco. Il giornalista aveva titolato “Tragica morte di un cane”.

Se c’è uno che sa fare il giornalista questi è Travaglio. Ma qui la notizia mi pare un po’ focalizzata sul cane. E chissene del battibecco tra Ferrara, a libro paga CIA, e D’Alema, legato a Licio Gelli.

Si ammette finalmente che è per ragioni economiche che occorre iniettare milioni di persone dai paesi poveri in Europa: volete dirci la cifra pianificata o prevista per l’Italia? E’ possibile parlare pacatamente di questo dato: della sua reale ineluttabilità; di quali sono i vantaggi e gli svantaggi, chi ci guadagnerà e chi ci perderà, quali riflessi ciò avrà sulla vita delle persone comuni, e sul Terzo mondo, senza i finti nazismi leghisti e gli ipocriti piagnistei pretesco-buonisti?

Consideriamo finalmente l’etica e la politica dei numeri dell’immigrazione:

http://menici60d15.wordpress.com/2009/05/24/immigrati-la-pieta-coi-numeri-e-altre-forme-minori-di-pieta/


@Armando D. E’ curioso che tu mi metta in guardia dal mescolare alcool e psicofarmaci: si vocifera che lo facesse Cossiga, che nel suo ultimo libro “Fotti il potere”, pag. 181, ha dichiarato di avere garantito lui per D’Alema presso gli USA. Invece ne “Il borghese piccolo piccolo” il liquido misterioso del giuramento massonico era l’amaro Petrus.
@s42 a me piace più leggere che scrivere, ma ho difficoltà ad accedere alle biblioteche pubbliche di Brescia; sia sotto il dalemiano Corsini che sotto il berlusconiano Paroli. Sarei curioso di vedere l’archivio Gelli, curato dalla moglie dell’attuale presidente del Copasir e da lei inaugurato con grande passerella di piduisti ed elogi delle doti di poeta del Venerabile. Qualche minuto, perché dev’essere di una noia; e poi ho l’impressione che se proprio voglio leggere roba di sbirri venduti basta leggere le articolate confutazioni che quelli come voi danno su Il Fatto a chi stona.

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Blog de Il Fatto

Commento al post di Pallante e Bertaglio “L’ipocrisia leghista è l’arroganza occidentale” del 4 ott 2011

  “Per coloro che dicono di non volere immigrati, e però vogliono usarli come manodopera e consumatori, potrebbe venire fuori che la migliore soluzione al problema, e quindi anche alle loro ambasce, è semplicemente che l’Occidente smetta di sfruttare, ovvero di derubare, il Terzo mondo; potrebbe risultare che se rispettassimo il loro, di diritto a essere padroni a casa propria, i popoli del Terzo mondo se la caverebbero benino anche senza le nostre premure.”

Da:

http://menici60d15.wordpress.com/2009/05/24/immigrati-la-pieta-coi-numeri-e-altre-forme-minori-di-pieta/

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@Adamitaly. Giusto, la transizione demografica; e il “drilling and killing”, in Nigeria e altrove ?

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@giustizialista. Questo “ontolologizzare” la volontà dei poteri più forti, o le conseguenze della loro volontà, per cui la globalizzazione liberista, e le relative migrazioni, vanno prese come un dato di realtà non modificabile altrimenti è propaganda, mi pare un’impostura blasfema:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/24/il-doppio-cielo/

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@Giustizialista. Ricordo, nel 1981 come studente in scambio culturale in Israele, un Paese che ammiravo, che gli accompagnatori insistevano che Israele voleva la pace. A Metulla, al confine con Libano, chiesi a uno di loro a cosa servissero allora i giganteschi carri armati che portati su autotreni venivano ammassati in campi militari. Mi fu risposto che lì la sera si cuocevano salsicce e si suonava la chitarra attorno al fuoco. Il lato negativo delle salsicciate fu tempo dopo l’invasione del Libano. Tu mi hai ricordato questo episodio, equiparando, rubricandoli sotto lo stesso titolo “globalizzazione”, la scelta, arricchente ma facoltativa e libera, si spera, di aprirsi ad altre culture, con l’obbligo di salire su un barcone, abbandonare la propria terra, togliendosi di mezzo per favorirne lo sfruttamento, e divenire se si sopravvive degli sradicati, e spesso degli sfruttati; e equiparando il “siamo tutti fratelli” con l’obbligo per chi riceve di vedere il proprio lavoro messo a rischio da stranieri; l’obbligo per tutti di venire ridotti a consumatori isolati, omologati, privi di una cultura e di una storia comune profonde che li caratterizzi, tutti uguali rispetto al mercato; l’obbligo di credere,  se non si vuole essere chiamati gregge, alle colorate retoriche del “melting pot”, smentite dalla Storia in USA. Non mi sembra che con questa propaganda tu vada contro il liberismo e gli interessi economici sui flussi migratori forzati, che a parole dici di “aborrire”.


La sindrome di Peppa nei familiari delle vittime

2 gennaio 2009

Forum www.marcotravaglio.it

Post del 2 gen 2009

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Lusingata da una cittadinanza onoraria, la vedova di Paolo Borsellino si trova al fianco di Sgarbi e opposta al fratello e alla sorella del magistrato. L’Associazione nazionale vittime di mafia per dissuaderla dall’accettare ha fatto appello al rispetto per lo Stato e alla dedizione alle istituzioni. La vedova ha affermato di Sgarbi: “vedo nel suo lavoro un’azione missionaria”. La Sicilia, terra di bianchi che per duemila cinquecento anni sono stati colonia (Lampedusa), dovrebbe sperare nella caritatevole evangelizzazione di Sgarbi. La vedova sembra sia stata conquistata, e contagiata, dal carattere dannunziano del personaggio. Sgarbi è affetto da un pernicioso estetismo simile a quello col quale il Vate sedusse i suoi ammiratori, cioè dalla concezione della vita come opera d’arte, e dalla conseguente illusione che si possa mutare la realtà con lo scilinguagnolo, la magia della parola e i gesti altisonanti, uniti a spirito di sopraffazione. D’Annunzio fornì al fascismo il ciarpame propagandistico, le pratiche della sostituzione della realtà con la parola e l’immagine, che lo aiutarono a durare due decenni e poi favorirono il disastro, inducendo a credere di poter fare con le uscite a effetto anche la guerra. D’Annunzio non pagava i creditori, e messo alle strette se la svignava; Sgarbi è stato condannato per truffa aggravata e continuata perché non andava al lavoro. D’Annunzio (al quale il coraggio fisico non mancava) occupò Fiume e vi istituì la “Reggenza italiana del Carnaro”. Mentre era sotto l’occhio delle cancellerie delle potenze vincitrici, si occupò di stilare per i suoi legionari uno statuto che prevedeva che tra l’altro dovessero saper tirare sassi, fischiare e fare la capriola. Sgarbi si è fatto eleggere sindaco di Salemi, e per risolvere i problemi della Sicilia ha cominciato con l’istituire “l’Assessorato al nulla”. E’ da notare che nell’impresa di Fiume, che ebbe l’approvazione politica di Gramsci, il carisma di D’Annunzio convinse e attrasse avventurieri, sciocchi e sbandati, ma anche persone di valore, alcune delle quali sarebbero diventate eroici partigiani; qualcosa di simile può oggi accadere anche a siciliani validi ma inesperti o culturalmente indifesi davanti ai numeri dell’affabulatore Sgarbi. Sgarbi ora ha assunto come se nulla fosse atteggiamenti progressisti e antimafia; D’Annunzio, anch’egli parlamentare, era passato dai banchi dell’estrema destra a quelli della sinistra (“Vado verso la vita”). Su D’Annunzio è stato scritto che conquistò un successo letterario sproporzionato ai meriti reali grazie a una buona pubblicità, e ciò può essere ripetuto per Sgarbi. L’appellativo di “missionario” sarebbe piaciuto anche a D’Annunzio, che amava posare da monaco. Ho letto le immaginifiche dichiarazioni di Sgarbi, che oppone al problema mafioso tesi come quella che il pensiero della mafia non può essere che perdente perché i siciliani sono degni abitanti della terra degli Dei (ripresa, stravolgendone il senso, dal Gattopardo; “Vengono per insegnarci le buone creanze ma non lo potranno fare, perché noi siamo dèi” ironizza amaro Fabrizio Salina; anche D’Annunzio saccheggiava a man bassa le opere di altri autori). Penso che le cassate siciliane di Sgarbi avranno successo; quel successo di massa che D’Annunzio, esteta di altro livello, riscosse con le sue rime orecchiabili e i suoi romanzi torbidi nella piccola borghesia che voleva darsi un tono. Temo che per la Sicilia Sgarbi non sarà il nuovo Colapesce che una buona parte degli isolani evidentemente aspetta, ma un altro piombo che la tira giù.

Mi è dispiaciuto vedere la foto di Sgarbi che cinge protettivamente la vedova Borsellino. E’ molto interessante che Sgarbi abbia affermato che la vedova Borsellino gli avrebbe detto che assomiglia come nessun altro al marito. Oltre al dannunzianesimo ci sono forse anche ragioni più profonde per questo sodalizio. La notizia rende meno difficile parlare di un argomento iconoclasta, che però credo vada discusso, essendo convinto che il conformismo dell’opposizione è il primo male politico del Paese. L’argomento è quello della cooptazione da parte del potere dei familiari delle vittime di omicidi politici, di mafia, dello stragismo, o di altri omicidi nei quali lo Stato ha avuto responsabilità. Il familiare diviene simbolo dell’ucciso; infatti in questo caso si conferisce ad una signora una cittadinanza onoraria non per meriti propri, ma per il fatto di essere stata la moglie di un caduto valoroso. Cooptando la vedova, si trascina dalla propria parte anche il marito, che non può più parlare. C’è chi tiene ad affermare, giocando sui due significati, “ucciso” e “gravemente danneggiato”, che l’ucciso è “la vittima” e i familiari sono “le vittime”. La fusione simbolica tra il caduto e i suoi familiari è generosa ma impropria, e può essere fuorviante. I familiari della vittima non sono la vittima. Agnese Piraino Leto non è Salvatore Borsellino, e non è detto che la vedova di Borsellino necessariamente reincarni il marito. Anche per i familiari consanguinei, vale una legge della genetica, detta “regressione verso la media”, che lascia prevedere che nella grande maggioranza dei casi i familiari non condividano le eccezionali doti dell’ucciso. Nulla di cui vergognarsi. Soprattutto, i familiari hanno ricevuto una tremenda mazzata che li rende vulnerabili.

L’assassinio da parte del potere di una persona di valore, o di persone innocenti, è solo il primo passo di un’opera di manipolazione. La manipolazione prosegue con la prima corona di fiori al funerale mandata dai responsabili, in una lunga scia, che a volte dura decenni, con le commemorazioni ipocrite, e anche con la manipolazione dei familiari. Il potere tende a offrire ai familiari la scelta tra due opzioni. Possono rifiutare lo Stato che ha contribuito, con omissioni o attivamente, all’uccisione del loro caro. In tal caso saranno destinati al silenzio e all’oblio. Oppure possono essere cooptati, con pressioni psicologiche, con risarcimenti (o promesse di risarcimenti) in denaro o altri vantaggi, con la possibilità di un poco di fama, e assumere più o meno inconsapevolmente posizioni che sono funzionali agli interessi degli uccisori del loro caro, sotto mentite spoglie. I casi come il cambio di fronte della vedova Borsellino sono solo un aspetto eclatante. Più spesso i familiari vengono istituzionalizzati, e mentre condannano gli attentati impediscono però di condannare le istituzioni o le parti politiche che ne sono corresponsabili, divenendone severi garanti e indiscutibili testimonials. Ciò spiega perché lo Stato e i media, mentre hanno cura che sugli arcana imperi che hanno portato al delitto trapeli il meno possibile, sostengono e promuovono l’azione dei familiari delle vittime. Purché non parlino troppo.

La cooptazione si avvale di lusinghe e ricompense, che trovano nei familiari delle vittime soggetti che il trauma ha reso predisposti. Un omicidio da parte di un potere forte può avere una ramificazione di effetti, come uno di quei colpi di stecca al biliardo che non si limitano a mandare una palla in buca, ma cambiano il quadro. Andreotti una volta ha detto che lui gioca di sponda. Oltre agli effetti sul bersaglio, ci sono gli effetti sui vivi. Tra questi, anche quello di atterrare psicologicamente chi è prossimo alla vittima. In USA un tale mi disse di un metodo col quale i Berretti verdi riuscivano a spezzare la resistenza dei guerriglieri Vietcong catturati e farli parlare. Li mettevano in due per cella, e al mattino quello che era stato scelto per essere interrogato svegliandosi si trovava accanto il compagno sgozzato. La sopravvivenza al male non lascia intatti. Ne parla Primo Levi in quella spietata analisi dell’orrore, e allo stesso tempo potente antidoto alla retorica del dolore, che è “I sommersi e i salvati”. Nel lager chi sopravvive, i salvati, tra i quali Levi pone sé stesso, sono toccati dal male; sono capaci di gesti elevati, ma possono anche finire in quella che Levi chiama “la zona grigia”, e collaborare con gli aguzzini. Le vittime sono dei sommersi, ma i familiari delle vittime possono essere equiparati ai salvati, cioè a degli scampati. Anche chi viene ferito e sopravvive, e perfino chi subisce un omicidio morale, venendo fisicamente risparmiato, sul piano psicologico è un salvato. Non voglio dire che i parenti delle vittime divengono dei collaborazionisti, ma che sono stati posti in uno stato che li rende vulnerabili alle manipolazioni. Ciò non significa che si lascino sempre manipolare, ma che può accadere. Ricordando la differenza tra i sommersi e i salvati si può evitare la confusione tra la vittima e chi gli è sopravvissuto, senza negare che sia partecipe degli effetti della violenza che il congiunto ha subito pienamente. Il congiunto riceve una forma di violenza qualitativamente diversa, e meno intensa, ma non meno perversa.

Tra i possibili esiti di questa condizione di vulnerabilità c’è quello di subire una regressione psicologica che ha alcune analogie con la nota “sindrome di Stoccolma”. Potrebbe essere detta la sindrome di Peppa, dalla novella di Verga “L’amante di Gramigna”. Quando i Carabinieri catturano il bandito Gramigna, dopo avergli rotto una gamba con una fucilata, Peppa, l’amante del bandito, lo segue in città per stare vicino al carcere dove è rinchiuso. Poi il bandito viene trasferito lontano, al di là del mare. Peppa resta in città, e finisce per fare la serva ai Carabinieri che le avevano tolto il compagno, nutrendo per loro un attaccamento sincero. Qui gli uccisi sono l’opposto di un bandito, e i familiari non hanno la primitività di Peppa; ma il nostro inconscio è a-morale e primitivo, e le pulsioni che spingono Peppa a restare con le persone più prossime alla sparizione dell’oggetto d’amore possono essere le medesime pulsioni inconsce che operano un transfert dalla persona amata all’ordine costituito che ha avuto un ruolo nella sottrazione. Fare leva su questi meccanismi psicologici è una tradizione che si può fare risalire alla polizia di Mussolini, che alternava tecniche psicologiche alla violenza. La povera vedova Matteotti, smarrita e sotto il regime, fu tenuta sotto strettissimo controllo dalla polizia, e allo stesso tempo venne sostenuta finanziariamente dal fascismo stesso. Finì col permettere che si dicesse che imputava al Fato il colpo di lima da falegname col quale era stato barbaramente ucciso il coraggioso parlamentare: dopo anni di trattamento, il capo dell’OVRA Bocchini poté riferire che la vedova aveva affermato che il marito era stato “vittima di un momento storico”.

Ai nostri tempi un segno tipico e grave di assestamenti psicologici di questo tipo è la diffusione, da parte dell’autorevole voce dei familiari delle vittime, dell’argomento del “sacco di mele”, che nega la natura strutturata delle istituzioni. Una tesi che è musica per le orecchie di chi avrebbe da temere dalle loro affermazioni, sulla quale è opportuno soffermarsi: le responsabilità delle istituzioni sarebbero circoscritte ad alcune “mele marce” presenti al loro interno. L’argomento ha rilevanza particolare per magistratura e le forze di polizia; i politici hanno da tempo perso la vergogna. Le istituzioni non vengono viste come entità che, se non sono monolitiche, sono comunque fortemente strutturate, ordinate gerarchicamente, e collegate tra loro; ma vengono rappresentate come un insieme, un sacco, di singoli individui o di parti discrete. E’ come cancellare le linee che congiungono le componenti di un complesso organigramma, lasciando i nodi isolati. Ma un’organizzazione non è solo una collezione di persone, e il suo agire non è semplice conseguenza di scelte personali, che pure hanno un peso notevole. Per di più, le organizzazioni sono impalcate attorno al formalismo impersonale, che segmenta e sminuzza le responsabilità individuali, così che a volte basta “l’atto dovuto” per venir meno al proprio dovere, come scrisse Ambrosoli. Come sistema strutturato, provvisto di capacità di autocorrezione, un’istituzione se è sana è robusta: un sistema sano che per decenni presenta al suo interno poche mele marce che commettono atti gravissimi è una contraddizione in termini, un oggetto impossibile. Le dinamiche di un’organizzazione sono complesse, e possono permetterle di praticare il male e continuare a dimostrare di essere virtuosa. Se una parte cruciale dell’organizzazione è marcia, l’intera organizzazione viene ad essere corrotta, anche se alcuni dei suoi componenti sono onesti e capaci. Corrotto in qualsiasi sistema complesso non significa 100% marcio, ma marcio quanto basta a impedirne il corretto funzionamento. Nelle organizzazioni, che hanno dinamiche non lineari, per mantenere una corruzione efficiente bastano pochi aggiustamenti nei punti giusti; purché, elemento da non trascurare, vi sia anche la scarsa reattività a tali aggiustamenti di una massa critica di altri appartenenti. Qualche pescecane e tanti pesci lessi. Assicurata una tale configurazione, si può consentire una quota di competenti e onesti, che è anzi utile per non fare crollare la credibilità dell’istituzione. Per le organizzazioni dunque le responsabilità non sono solo personali, e dire che vi è anche una responsabilità oggettiva collettiva non significa dire che vi è una uniforme responsabilità personale di tutti e di ciascuno quando l’istituzione funziona all’incontrario: ci sono anche le responsabilità “collettive non distributive”, che corrispondono al funzionamento globale medio dell’apparato. Sulle responsabilità collettive non distributive delle istituzioni, in un sistema dove il popolo fosse sovrano i cittadini avrebbero il diritto di esprimere valutazioni, e accuse, purché fondate, e di chiedere correzioni. Con la teoria delle “mele marce” si nega speciosamente questo diritto, accusando chi critica di “fare di tutta l’erba un fascio”: sono sempre dei singoli soggetti, delle monadi, che sbagliano o fanno il male; e poi ci sono anche i buoni; le istituzioni non si criticano. Si privilegia il particolare, una scelta che fa venire in mente la casuistica gesuitica. La generalizzazione, operazione logica fondamentale, delicata ma senza la quale il pensiero è azzoppato e non si dà conoscenza scientifica, nel linguaggio corrente è divenuta un errore, una sconvenienza, un peccato: “non si può generalizzare”. Questa inversione di valore è una vera forma di censura, la censura di un importante strumento di analisi politica tramite la manipolazione culturale. La parola “statistica” viene da “Stato”. La generalizzazione è l’essenza della statistica, che, scienza quantitativa, prende il nome proprio dall’esigenza non solo quantitativa, indispensabile al potere e indispensabile anche ad una democrazia, di sintetizzare la situazione dello Stato per capire dove ci si trova e cosa bisogna fare. Si può e si deve generalizzare, o tentare di generalizzare; solo, bisogna farlo correttamente. Una generalizzazione illegittima è quella che considera le istituzioni sane per assioma, adducendo a sostegno figure istituzionali altamente positive. Quando si sente discutere di magistratura o di polizia spesso è come guardare un fumetto d’avventura, o un serial Mediaset. Considerando solo i Traditori e gli Eroi si considerano solo le esili code speculari della curva di distribuzione di aderenza al dovere, che appare essere, nell’ipotesi più caritatevole, una gaussiana; si parla troppo poco della pancia della curva, dove risiede la maggioranza, e del valore medio intorno al quale è fissata. L’avvincente visione primitiva dei Buoni contrapposti ai Cattivi sostituisce lo spettacolo dell’ambiguità che permea in toto la struttura istituzionale, il grigiore diffuso rispetto al quale gli epurati rappresentavano luminose eccezioni.

Occorre pertanto superare la tendenza a riconoscere nei familiari delle voci che sono per definizione sorgente di insegnamenti alti come è stato alto l’esempio dato della vittima. Mi rendo conto di quanto è delicato, insidioso e strumentalizzabile l’argomento. Si potrebbe accusarmi di bestemmiare, e accostare le mie parole a quelle di Craxi, che, anche a proposito dei familiari delle vittime, parlò di “una più nobile mafia”. E’ chiaro che va ai familiari un rispetto costante per il loro dolore, rispetto che non può essere mutato dalle loro prese di posizione. E’ però ingiusto e falso permettere che la sacralità del lutto privato impedisca di criticare e respingere, se del caso, le prese di posizione che riguardino la dimensione pubblica, cioè politica, degli attentati. C’è da rispettare anche un lutto pubblico, per la perdita di persone preziose. Il potere in Italia ha lo stile del buonismo: chi oserebbe contraddire un familiare della vittima? Ci si sente sgomenti al solo pensarci; si approva o tutt’al più si resta in silenzio. Il familiare della vittima può essere così preso in ostaggio e essere usato come scudo sacro per fare passare senza contraddittorio le tesi desiderate, stemperando l’opposizione in recriminazioni contro gli “spezzoni” “deviati” di un potere altrimenti sano; e facendone quindi un asset del potere, per proteggere le responsabilità dei piani alti e quelle istituzionali collettive. Siamo un popolo di baciapile, pronti all’inchino e all’occhio umido ma refrattari a restare in piedi e a guardare il male negli occhi. Un popolo sensibile all’estetica e quindi alle apparenze, che vota una persona di successo anche se è pregiudicata; che vede un maitre-à-penser in uno smanioso intellettuale di provincia come Sgarbi. Un popolo familista, che non vuole distinguere tra la sfera privata, governata dai sentimenti, e quella pubblica, dove i sentimenti possono essere controproducenti. Non ci vuole molto a capire che se uno è un pregiudicato è nel proprio interesse di elettore, di padre di famiglia, non votarlo e non votare il partito che si permette di candidarlo (è da notare che Borsellino, il cui modo di ragionare mi pare diametralmente opposto a quello di Sgarbi, spiegò come sia semplicistico considerare per certi politici l’assenza di condanne giudiziarie come prova di non mafiosità). Ma, se si vuole un Parlamento che funzioni correttamente, bisogna anche ammettere che l’avere avuto un familiare ucciso non è di per sé titolo di merito per l’alto compito di parlamentare, che non può essere un risarcimento o una consolazione. Non è raro che l’elezione sia accoppiata all’impunità giudiziaria per il delitto; questo è un falso ripristino della giustizia e dell’ordine, che permette di riprodurre l’ingiustizia e aumenta il disordine. I tanti familiari delle vittime mandati a riempire i banchi del Parlamento non è che in genere si siano distinti come mosche bianche dalla massa dei loro colleghi nell’azione legislativa. I familiari delle vittime possono essere onorati in altro modo. Vanno eletti solo se hanno capacità adeguate; invece vengono cooptati dalle segreterie dei partiti per iniettare un po’ di sacralità in un consesso di soggetti poco raccomandabili.

Ho quindi imparato a non stupirmi vedendo che i familiari delle vittime, una volta messi in cattedra, in genere non impartiscono grandi insegnamenti. Con alcune eccezioni. Mesi fa ho ascoltato una conferenza del fratello di Borsellino, Salvatore. Ha parlato in un modo chiaro e netto, degno della memoria del fratello. Un modo che impressiona, essendo privo di prudenze e bizantinismi, un modo diverso da quello siciliano, italiano o “di sinistra” cui i media ci hanno abituato. Non credo che sia solo perché di professione è ingegnere. Ha detto con calma cose terribili che riguardano anche la magistratura. Non gli improperi sbraitati da Sgarbi su Mediaset. Cose peggiori, e non inventate. Descrive Mancino, l’attuale capo esecutivo dell’organo di autogoverno dei magistrati, come una persona indegna. Salvatore Borsellino descrive un legame tra il colloquio che Paolo Borsellino ebbe con Mancino, allora ministro degli Interni, colloquio dal quale uscì sconvolto, e la strage di via D’Amelio 18 giorni dopo (S. Borsellino, 2008. La memoria ritrovata. Reperibile su internet). I bloggers si interessano dei magistrati che vengono attaccati dai politici dei quali hanno svelato le ruberie, ma trascurano le dirigenze apicali che i magistrati si danno o si lasciano imporre. Negli stessi giorni che la memoria di Borsellino subiva questa “sgarbata”, si è spento, presidente di sezione della Cassazione, Claudio Vitalone; era amico dei cugini Salvo, mentre Pecorelli gli stava antipatico. Sempre in questi giorni, emergerebbe dalle intercettazioni dell’indagine dei magistrati napoletani sulla Global service che i politici coinvolti potevano pilotare non solo le assegnazioni degli appalti, ma anche le sentenze del Consiglio di Stato sugli appalti. Osservando più attentamente le mele supreme si potrebbe capire meglio lo stato del sistema giudiziario.

Nando Dalla Chiesa, professore di sociologia, coi suoi libri ha puntato un riflettore sulla perfidia di quel potere che gli tolse il padre; anche se nella pratica politica non sembra avere avuto la stessa combattività. Maria Ricci, la vedova del poliziotto che guidava l’auto di Moro in via Fani, ci ha indicato che il re è nudo. Nella disgustosa farsa delle surreali dichiarazioni attorno all’omicidio Moro, in quel sostenere che lo si è sacrificato per salvare lo Stato, è stata una delle poche persone coinvolte a pronunciare parole sensate e autentiche, e che superano il suo interesse personale: “liberateli [i brigatisti dei quali era stata chiesta la scarcerazione] e poi girato l’angolo, salvato Moro, li riprendete…questo pensavo come madre e moglie che stava soffrendo”. Via Fani fu un golpe, e in guerra si tratta, se ciò occorre per vincere la guerra. Non era per ragioni umanitarie che il Paese doveva salvare un suo Presidente del consiglio. Ma il destino di Moro era stato deciso, ed era stato siglato proprio con l’assassinio della scorta. Sicuramente si possono fare numerosi esempi di familiari che indicano la strada segnata dai caduti; ma nei discorsi di altri familiari si trova anche tanta retorica che porta acqua al mulino dei responsabili.

Bisogna liberarsi dal buonismo, e cessare di comprare a scatola chiusa le posizioni dei familiari delle vittime. I familiari non rappresentano necessariamente uno standard al quale adeguarsi, seguendo ciò che dicono o fanno. Il modello esemplare è rappresentato dall’ucciso. Ovviamente non vanno attaccati sul piano personale, come fa il missionario Sgarbi, e come può accadere con un qualsiasi altro interlocutore nel dibattito politico. Il fatto che possano talora più o meno “passare al nemico” non ci deve scandalizzare, ma farci riflettere sul terribile stress psicologico che hanno subito, e farci considerare la fragilità del singolo quando si scontra col viscido muro del potere; che è la nostra stessa fragilità. I sentimenti di solidarietà e di affetto verso di loro possono anzi uscire rafforzati da questa consapevolezza. Ma il rispetto per il loro dolore non deve fare venire meno il rispetto per la comunità che ha perso leader che potevano davvero aiutarla.

Per parte loro, credo che le Associazione di familiari delle vittime di mafia, terrorismo e di altre violenze nelle quali è implicato lo Stato dovrebbero prendere coscienza del problema, distinguendo nettamente tra privato e pubblico e dandosi delle linee guida per gli interventi pubblici degli associati. I familiari e noi dovremmo riconoscere quanto la situazione nella quale sono stati posti sia terribile, essendo non solo tragica, ma anche difficile. Oltre al dolore, oltre al vedere il valore di un proprio caro ripagato con la morte, il rischio di commistioni nocive, e di conflitti, tra le necessità del dramma privato e la nobile opera di denuncia. La differenza tra intervento pubblico e sentimento privato può essere paragonata metaforicamente a quella tra il passare gli anni a mostrare al pubblico le diapositive dell’autopsia e l’andare al cimitero a tenere la tomba linda e ornata di fiori. Sulle loro spalle è stata posta una croce che non possono togliere, se vogliono intervenire nella sfera pubblica: in questo ambito, il loro compito primario dovrebbe essere come quello del patologo e non dell’imbalsamatore. Il compito di perseguire la verità, diffonderla e fare memoria, non di fare la plastica alle ferite. La loro sacra esigenza personale di riparare lo squarcio provocato dall’attentato può essere subdolamente sfruttata per nascondere responsabilità e conseguenze. Occorre che i familiari non facciano più da ponte, venendo usati strumentalmente per istituire una continuità tra le vittime e il sistema che le ha fatte uccidere; se non si vuole che, di compromesso in compromesso, accadano cose come questa, che l’azione antimafia di Borsellino e di altri caduti venga usata per il lancio dell’antimafia berlusconiana di uno Sgarbi.

Il male non si è esaurito con quello che hanno subito loro, e può avvalersi del loro dolore. I familiari dovrebbero considerare quali sono le conseguenze quando parlano, riecheggiando la vedova Matteotti, di periodo storico superato e della necessità di voltare pagina; quali sono le conseguenze quando montano il cavallo di battaglia del buonismo, il perdono pubblico, come se su fenomeni come la mafia o la P2 fossimo in una situazione post festum, mentre in realtà così si perdonano i delitti pregressi di forze criminali e antidemocratiche ancora attive, che intascato il perdono continuano a picchiare; quando ci mostrano una commovente rimpatriata con i terroristi, che uccidendo dei singoli hanno rovinato l’Italia; quando non si lasciano sfuggire occasione per cantare l’apologia delle istituzioni, dimentichi delle complicità e debolezze che hanno reso possibile il delitto, delle successive impunità giudiziarie, e dell’oscurità perenne sui mandanti. Quando vengono spinti a fare cose come queste, dovrebbero considerare che c’è la concreta possibilità che stiano inconsapevolmente contribuendo al rinnovamento della tradizione del boia, conferendo legittimità a chi esercita forme di violenza politica proprie dei nostri giorni.

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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia

Il découpage ideologico del centrosinistra

26 ottobre 2008

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Commento al post “Gasparri diffama i genitori e offende i bambini!”

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Bruna ha scritto:
@menici60ecceteraA parte che il paragone che fai nella prima parte è orripilante e improponibile, ti rispondo che, da genitore, ritengo che la partecipazione dei ragazzi alla vita sociale e politica del proprio Paese debba necessariamente passare attraverso delle scelte e delle prese di posizione su tutto ciò che incide sulla loro vita. E in questo, debbono essere aiutati e guidati, che non vuol dire indottrinati dato che la famiglia, prima agenzia educativa, non è un partito politico. Questo vuol dire che io, da genitore, sento forte la responsabilità di far crescere in mia figlia una coscienza civile, in una dimensione fatta di valori e di principi che, per forza di cose, saranno impregnati della mie personali convizioni. Ma, siccome mia figlia, come tutti i ragazzi, è un essere sociale, che sa anche ragionare con la sua testa, non vuol dire che sarà la mia fotocopia, nè è questo che io voglio che sia. Ciò non toglie che un giorno potrò dire di aver cercato di fare un buon lavoro, di aver provato a trasmetterle qualcosa di cui, se vorrà, potrà fare tesoro.

Cara Bruna,

in effetti il mio nick è un po’ lungo, ma non c’è bisogno di storpiarlo in una forma derisoria: si può abbreviarlo chiamandomi “menici”. Bruna, non capisco perché mi tratti con tanta malagrazia, né perché hai sentito di dover ribattere a quanto ho scritto come se fossi tu ad essere attaccata: non difendiamo la stessa causa, da posizioni diverse? Perché ignori il soggetto del mio intervento, l’indottrinamento clericale dei bambini, e cerchi il pelo nell’uovo? Per gli outsider come me è sempre difficile all’inizio capire le sofisticate posizioni della politica italiana. E’ noto che non è solo il partito di Gasparri ad aver subito una sbalorditiva metamorfosi. C’è anche chi da farfalla è tornato bruco. Riflettendoci, forse hai ragione tu: siamo su fronti opposti.

L’argomento riguardava i bambini portati dai genitori alle manifestazioni politiche, non i ragazzi o gli adolescenti, come quella tua figlia che, hai scritto in precedenza, ha sedici anni. L’idea di una mamma che vuole accompagnare il figlio adolescente a occupare la scuola fa pensare, nel migliore dei casi, al tentativo di sellare una zebra. Le manifestazioni, nel bene e nel male, le fanno soprattutto i giovani, com’è naturale. Neppure Gasparri, che ha un passato da attivista missino, ha considerato la liceità della partecipazione dei ragazzi e degli adolescenti alle manifestazioni politiche. Lo fai tu, senz’altra ragione evidente che quella di contraddirmi. Questa appare anche essere la ragione per la quale mi rispondi come se io avessi paragonato la partecipazione dei bambini alle manifestazioni contro il decreto Gelmini a quella alle adunate naziste. Mi pare di avere invece scritto che mentre portare i bambini alle manifestazioni politiche degli adulti andrebbe evitato, in questo caso la partecipazione è comprensibile, e ha delle giustificazioni.

Ho sostenuto che per principio il coinvolgimento dei bambini andrebbe evitato in quanto comporta dei rischi. Come esempio del pericolo ho ricordato un caso didascalico, scelto perché è estremo negli effetti, e perché purtroppo non è estremo nelle cause. E’ “orripilante” nel senso che illustra le conseguenze orripilanti alle quali può portare il banale coinvolgimento dei bambini. Ma non è un caso “improponibile”: mostra la ben nota legge, che non è valida solo per gli altri, non è valida solo per “i cattivi”, ma per tutti noi, secondo la quale il male può essere funzione della banalità. Il nazismo poté vantare un’adesione di massa, come da noi il fascismo. Considerare questo insegnamento della storia “improponibile” non è indice di apertura mentale e di disponibilità a mettersi in discussione. Le mamme con in braccio i bambini vestiti da SS non erano mostri, anche se parteciparono a rappresentazioni che generarono mostruosità. Favorirono carneficine, ma non erano valchirie, le divinità nordiche della guerra che decidevano chi doveva morire in battaglia e chi tra i caduti era stato il più eroico. Erano qualcosa di più spaventoso: persone normali.

Magari erano brave donne, non troppo sveglie, che, sostenitrici più o meno convinte del regime, volevano soprattutto accattivarsi le grazie dei potenti per ottenere dei vantaggi. Una promozione di carriera, un appalto, o anche solo un posto di lavoro per dare da vivere alla propria famiglia, sollecitati con prove di entusiasmo e zelo. Con manifestazioni di sentimenti dapprima simulati, e poi interiorizzati nel sistema di credenze, per giustificarsi con sé stessi. Ciò che fanno da sempre i clientes. I clientes, che pensano ai loro figli ma non si rendono conto del danno che possono provocare ad altri bambini. Come i galoppini che, per esempio, diffondono le veline del PD, la sinistra fantoccio che è la fortuna dei Gasparri e dei clericali; e che mostrano una solerzia “tedesca” nel prestare servizio d’ordine attorno all’untuosa linea di partito, spintonando immediatamente chi presenta posizioni diverse, per allontanarlo e isolarlo dal gruppo, e per ricordare al gregge che il dissenso perbene è solo quello che segue il copione stabilito dal partito.

A quanto pare, gli interessi dei clericali nella scuola e i giochi sporchi attorno all’università sono argomenti non graditi per il PD, paladino della scuola pubblica “ma anche” amico del Vaticano e delle lobbies economico-finanziarie che vogliono avere in pugno l’università. Questo è il significato della tua risposta, che non stupisce se si pensa a cos’è il PD; che oggi è in piazza a recuperare credito, a tentare di fare scordare che con le sue omissioni latitanze e voltafaccia è la quinta colonna di Berlusconi; che, per limitarsi alle prodezze più recenti, dà colpa alla Gelmini pure del buco, che ha raggiunto i 110 milioni di euro, della rossa università di Siena (C. Gatti. Un buco di 4 anni fa? Colpa della Gelmini. Giornale, 12 ott 2008), una bancarotta che prelude alla privatizzazione; che ha lasciato solo il Professor Parmaliana, una perla nel verminaio dell’università di Messina che combatteva la mafia e la borghesia mafiosa, un iscritto al partito che ci credeva veramente, e che perciò è morto come un pesce fuori dall’acqua.

La tua posizione sulla scuola, o meglio la posizione che ripeti, è un esempio del “découpage ideologico” del centrosinistra: la capacità virtuosistica di ritagliare, seguendo un tortuoso contorno, da un’istanza di tipo progressista ciò che fa comodo, ed esaltarlo; classificando come spazzatura il resto, anche se in realtà sarebbe parte integrante del discorso. Anche se ciò che viene scartato sarebbe tra le prime cose da imputare alla destra. In questo caso, l’indottrinamento cattolico forzoso che deriverà dalla riforma è fuori dal contorno. La discriminazione a carattere confessionale dei bambini, anche e soprattutto italiani, la discriminazione nella qualità dell’insegnamento a seconda della confessione della scuola che frequentano è pure fuori dal contorno; per il capitolo discriminazione c’è entro il recinto del bravo dissidente il tema apposito sul quale sfogare la propria fremente indignazione, quello delle ipotetiche e improbabili classi differenziali per i bambini degli immigrati. Tu parli di ragionare con la propria testa. Il PD tende piuttosto a gestire una specie di asilo infantile ideologico per cresciutelli, senza l’affettuosa indulgenza della finora ottima scuola dell’infanzia pubblica: bacchettate se si esce col pennarello dallo spesso contorno del disegnino già pronto da colorare. Guai a debordare col pensiero dalle anse, dalle brusche rientranze che il contorno disegna attorno a interessi da proteggere. Non è una battuta: le migliori forbici, i migliori censori per la tutela dei piani della destra li fornisce il PD.
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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia

Professor Ratzinger, qual è la definizione di omicidio ?

19 gennaio 2008

Forum www.marcotravaglio.it

Post del 19 gen 2008

sito chiuso


Lo scritto che segue era stato postato su “Altravicenza” il 19 dicembre 2007. Essendoci difficoltà nel forum registrato dei No Dal Molin (spam, azzeramenti, pop-up sul link), cerco asilo qui, negli stessi giorni in cui rimbombano le grida per la censura antidemocratica che il Papa sta subendo per finta, e che chi comanda in Italia applica silenziosamente per davvero. Il post sostiene che vi è un uso strumentale e ipocrita dell’opposizione alla pena di morte da parte dei politici, e considera una singolare affermazione del catechismo ufficiale della Chiesa cattolica a riguardo dell’omicidio (Catechismo della chiesa cattolica. Compendio, Libreria editrice vaticana, 2005. Introduzione di Joseph Card. Ratzinger. n. 470. Che cosa proibisce il quinto Comandamento ?).

No Dal Molin – Contro la pena di morte o contro l’omicidio ?

Inviato: Mer dic 19, 2007 5:08 pm

C’è contraddizione tra il sì alle guerre degli USA, il sì alle loro basi militari, e la richiesta di moratoria della pena di morte? C’è contraddizione tra l’andare a bombardare civili nella regione europea della Bosnia, mentre l’ONU sta a guardare, e l’esortare i paesi del mondo ad abolire la pena di morte nei loro ordinamenti? Qual è il fattore comune che sottende le due posizioni? L’arte del possibile, che è l’essenza della politica? O il meccanismo psicologico della scissione tipico delle personalità narcisistiche, una caratteriopatia frequente tra i potenti ? Ci sono elementi che indicano che non c’è contraddizione, ma costanza di comportamento, tra il Napolitano e il D’Alema yes men a Washington sulla base militare USA la settimana scorsa, e quelli che oggi vengono celebrati come apostoli della non violenza.
L’astensione dalla pena di morte è spesso accompagnata da vistose contraddizioni. Un grande pacifista, oltre che grande scrittore, Tolstoj, racconta (in “Hadji Murat”) della pena che lo zar doveva infliggere ad uno studente di medicina che in una crisi di nervi aveva aggredito con una penna un suo professore, producendogli ferite lievi. Per sua sfortuna lo studente era un cattolico proveniente dalla Polonia, l’equivalente, per lo zar, di uno “Stato canaglia”. Lo zar scrive che lo studente meriterebbe la pena di morte, che in Russia “grazie a Dio” non c’ è. E aggiunge che non sarà lui ad introdurla. Decreta che lo si faccia correre per 12 volte tra due file di 1000 soldati armati di verghe. Lo zar Nicola, spiega Tolstoj, sapeva che quella pena significava una morte non solo certa e dolorosa, ma anche eccessivamente crudele. “Ma gli piaceva essere implacabilmente crudele, e gli piaceva anche pensare che non c’ era pena capitale in Russia”.
Contro la pretesa di uccidere legalmente si sono esercitate forme di ipocrisia più sottili. Un libro famoso, “Sorvegliare e punire” di Foucault, descrive la strana parabola discendente del controllo tramite la forza. Nei secoli si è passati dallo “splendore dei supplizi”, che erano spettacoli pubblici, offerti come divertimenti, a forme di controllo sempre più discrete, sottili ed efficaci, fino all’attuale “biopolitica”: il controllo della persona tramite il controllo sul corpo. Pena e controllore devono diventare invisibili, affinché il potere permei la società in forme impalpabili e impersonali. Secondo Foucault, le spinte a ridurre la pena di morte per ragioni umanitarie sono quindi state accolte strumentalmente, per affinare il controllo. Cesare Beccaria, uno dei primi teorici della umanizzazione delle pene, proponeva di sostituire la pena di morte con la schiavitù perpetua, scrive Foucault. Questo non è un gran progresso, a meno che non si ritenga che vivere in ginocchio fino alla morte sia un grande progresso rispetto al morire prematuramente; ma l’evoluzione del potere nel mondo occidentale sta andando verso la razionalità illuminista del nonno di Alessandro Manzoni. Oggi in effetti nella nostra società il potere mira al controllo delle anime, coi media e gli altri strumenti di persuasione; al controllo dei corpi, al controllo economico e tecnologico, etc. Non più attimi di terrore, ma un ergastolo senza sbarre. E ci sono molti modi incruenti di sopprimere gli indesiderati.
Il potere non sta diventando “piu’ buono”, ma solo piu’ accorto nel dosare la violenza. La sua contrarietà alla pena di morte non solo è strumentale; è anche parziale. No al boia, ma sì agli stermini della guerra, che creano un numero di vittime maggiore di molti ordini di grandezza a quello delle esecuzioni. Le azioni formalmente legali che, sulla base di qualche ridicola scusa pseudogiuridica com’è avvenuto in Iraq, partiranno da Vicenza e daranno la morte senza processo a moltitudini di civili, non toccano le corde umanitarie dei nostri politici. Primi della classe nel seguire Bush nelle sue guerre, e primi della classe nell’indicare agli altri la via dei diritti umani. Con la differenza che le bombe di Bush sono concrete e vengono usate, mentre quella dell’ ONU è una dichiarazione di principio. Un altro ovvio squilibrio è che le condanne a morte sono forme esecrabili di punizione di responsabili di reati, mentre le uccisioni di civili sono massacri di innocenti. Le esecuzioni capitali non cesseranno, e se si ridurranno sarà a causa del processo storico descritto da Foucault, di sostituzione del boia con lo schiavista di Beccaria, in ossequio alle necessità del capitalismo. Nel regno delle vetrine scintillanti, delle promesse di benessere e sicurezza, la violenza ufficializzata può allontanare alcuni clienti. Si preferisce sostituirla con forme subdole, riservando le sue forme classiche e orripilanti a paesi lontani. E’ probabile che la tendenza ideologica descritta da Foucault si estenderà ulteriormente con l’avanzare della globalizzazione. Forse riguarderà anche la terra dove la violenza è una specialità locale quanto la torta di mele. Anche senza l’impegno gandhiano di D’Alema e compagni.
I nostri politici concorrono nell’innalzare materialmente strumenti di morte come la nuova base USA a Vicenza, e, sul piano ideologico, nell’ottimizzare la violenza del potere adattandola a tempi e situazioni. La discordanza è dunque più apparente che reale. Gli stessi politici interpretano simultaneamente il ruolo di Creonte e quello di Antigone. Rappresentare personaggi moralmente opposti nello stesso film era una delle bravure di Totò: Il monaco di Monza, Totò diabolicus, eccetera. In entrambi i casi, i politici furbescamente si allineano, e corrono in soccorso al vincitore. Sia come sostenitori dei cannoni al posto dei fiori a Vicenza, sia come promotori del processo secolare di dematerializzazione della violenza del potere nel mondo occidentale. Mentre la prima posizione appare negativa, con la seconda fanno bella figura. Un’ottima occasione di rifacimento dell’immagine per chi come l’ONU ha diversi peccati di omissione da fare dimenticare, o per chi in Italia, inanellando vergogne su vergogne, ha un urgente bisogno di “dire qualcosa di sinistra”. In questo senso è vero che i politici italiani, con la loro iniziativa sulla pena di morte, stanno dando al mondo una lezione. Una lezione di paraculaggine buonista. Coi punti guadagnati chiedendo di risparmiare la vita a qualche scellerato, a qualche poveraccio, a qualcuno come noi, potranno lavorare in santa pace su grande scala. E anche noi ci sentiamo tutti più buoni, partecipi di quella che sta venendo celebrata come una grande vittoria, ed esentati pertanto da ulteriori sforzi verso la non violenza.
Allontanandoci dai fasti dei nostri politici, esaminiamo il cuore del problema: la differenza tra la contrarietà alla pena di morte e la contrarietà alla violenza dello Stato è radicale. La prima posizione è arbitraria, e fortemente indebolita e distorta, essendo ritagliata attorno ad un’opportunità politica, attorno alle attuali tecniche di potere. La seconda è la naturale conseguenza dell’opposizione all’omicidio tout court, a tutte le forme di offesa al corpo, unita alla concezione dello Stato come strumento di civiltà. Include ovviamente le esecuzioni capitali, ma anche altre forme di omicidio e violenza da parte dello Stato e del potere in generale; e prevede che ogni sua limitazione o eccezione, come la legittima difesa, debba essere ampiamente giustificata prima di poter essere accettata. Invece si tende a credere che l’opposizione a quella singolare forma di assassinio che sono le esecuzioni capitali equivalga alla lotta alla violenza legalizzata. Lo spettro della violenza del potere è molto più ampio, e può paradossalmente trarre efficacia dal restringersi con la cessazione delle esecuzioni capitali per assumere forme coperte o che non sono percepite nella loro gravità. Se si ferma il boia e si fanno partire i bombardamenti di civili, si tratta l’umanità come lo zar trattò lo studente polacco. Paradossalmente, con la loro ipocrisia i nostri politici offrono un argomento forte, di tipo empirico, contro la pena di morte: al di là degli argomenti teorici, come può essere etica la condanna a morte di un essere umano quando nella pratica l’apparato che l’emette ha le mani macchiate di sangue innocente ?
Sentiamo una voce autorevole: il Quinto comandamento. Non uccidere. La civiltà in due parole. Il miglior articolo di legge mai scritto. L’attuale catechismo della Chiesa cattolica precisa però che il comandamento riguarda “l’omicidio diretto e volontario”. Quindi lo zar, Napolitano e D’Alema hanno un appiglio, se per ipotesi fossero accusati di non aver rispettato il Quinto comandamento. Allo stesso modo possono ritenersi innocenti rispetto al Quinto comandamento, appellandosi al catechismo ufficiale, i responsabili delle morti sul lavoro dovute alla precedenza data al profitto rispetto alla sicurezza; dei morti per inquinamento o per adulterazioni alimentari legati al profitto; dei morti per le distorsioni commerciali della medicina; i responsabili delle azioni ed omissioni che rendono possibili le guerre di conquista. Nel complesso mondo odierno, le responsabilità sono spesso indirette, distribuite e sfumate. Eliminando solo la pena di morte si toglie solo lo splendore dei supplizi, ma si continua a suppliziare senza essere visti. Il Comandamento delle Tavole dice “Non uccidere”. I distinguo come questi sono le aggiunte a penna di chi ha interesse ad affievolire ed eludere la legge che sta sopra di noi.
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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia.

Federico Aldrovandi: un altro omicidio senza soggetto?

30 settembre 2007

Blog www.federicoaldrovandi

Inviato il 30 set 2007. Respinto per la pubblicazione. Autore bannato.


Non è dai volgari insulti di maleducati o provocatori che i genitori di Federico devono temere di essere sporcati. Ma dal potere che ha il male di contaminare anche le sue vittime. Le poesie (e le parolacce) abbondano in questo blog. Vorrei rispettosamente fare presente che altri tipi di commento vengono un po’ evitati. Ad esempio, è pronta la concreta possibilità che una “asfissia posturale” di Federico Aldrovandi vada ad aggiungersi al “malore attivo” di Giuseppe Pinelli, e alla collisione tra il proiettile e un sasso di Carlo Giuliani, nella lista di quelle morti che andrebbero chiamate da “violenza senza soggetto”. Decessi per i quali sono stati accusati poliziotti, che le ricostruzioni ufficiali spiegano con meccanismi impersonali che sono concettualmente, e anche fisicamente, acrobatici; e che portano così all’assoluzione dei poliziotti, o a condanne lievi; e, soprattutto, alla conservazione del regime degli abusi. (Dubito che sia stato Calabresi ad uccidere Pinelli; di sicuro rimase vittima di un’altra manipolazione, e forse fu scelto come capro espiatorio). La poesia allevia il dolore, e restituisce un senso di civiltà, ma c’è il rischio che alla fine anche Federico risulterà essere stato ucciso, poeticamente, dal diavolo, che ci ha messo la coda, nella specie di un portentoso meccanismo fisiopatologico, visibile solo ai tecnici, che è stato solo involontariamente innescato dall’uso macroscopico e smodato della forza da parte dei poliziotti.

Un altro aspetto prosaico è che se i genitori di Federico, in una battaglia riguardante i diritti personali del cittadino, cioè il diritto alla libertà e all’incolumità fisica, si ergono a difensori delle istituzioni, sostenendo, insieme a Bertinotti, che sono pulite, che si è trattato solo di singole persone, di mele marce, gli abusi istituzionali continueranno ad essere giustificati come aberrazioni in un sistema sano; a qualcun altro poliziotto scapperà ancora la mano, e altri familiari piangeranno.

La verità è che una polizia che commetta impunemente abusi sui cittadini (senza strafare come invece è accaduto in questo caso) fa comodo alla classe dirigente: come braccio armato per alcuni suoi affari, e per ottenere col timore quel rispetto che non può avere per autorevolezza e prestigio. La “sacralità” delle istituzioni viene di fatto ottenuta tramite i soprusi, e la violenza, dei suoi bassi ranghi. Uno dei giovani pestati al G8 ha raccontato che si è sentito sollevato dal trovarsi davanti al magistrato, in qualità di indagato, dopo il trattamento ricevuto dai poliziotti. Eppure era indagato ingiustamente.

Vorrei sommessamente chiedere ai genitori, che stanno dando una lezione di perseveranza e abilità nella richiesta di giustizia, di non favorire senza volerlo altri abusi, di non calpestare inavvertitamente altrui orticelli di sofferenze, ponendo la loro immagine a difesa delle istituzioni della polizia, della magistratura e della politica; e di astenersi quindi per quanto è possibile da proclami tranchant, come quelli contenuti nel post “Giustizia uguale per tutti!”, a favore di quelle stesse istituzioni che avrebbero dovuto prevenire la morte di Federico, e che avrebbero già dovuto emettere la ricostruzione dei fatti e la punizione dei colpevoli. La richiesta delle autorità di rispetto per il proprio ruolo e funzione istituzionali è spesso associata a mancanza di rispetto verso l’umanità dei propri simili.

F4402

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