Archivio per il 'Educazione e incitamento al disprezzo e all'odio'Categoria

Terrorismo multipronged ?

19 maggio 2012

Blog di Aldo Giannuli

Commento al post “L’attentato di Brindisi” del 19 mag 2012

Come il prof. Giannuli, davanti a questo fatto abbandono le remore metodologiche e dico anch’io la mia. Anzi, in parte l’avevo già detta:

“C’è la possibilità che questo governo “Vaticano-Loggia Continua”, che dovrà raccogliere quanto Berlusconi ha seminato, si avvalga di un qualche ritorno del terrorismo? Come standard negativo dal quale trarre credibilità, legittimità e consenso:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/ “

(Blog di Aldo Giannuli – Commento al post “Due parole sul nuovo governo” del 21 nov 2011))

“Vedo che tra i compiti del ministero attualmente diretto da [Cancellieri] c’è anche questo, di educare il popolo ad accettare le ruberie, gli abusi, le frodi, le violenze “legali” dei poteri forti dell’economia; educarlo a convincersi che quelle dei banchieri o degli assicuratori non sono ingiustizie e soperchierie che il cittadino ha il diritto e il dovere di contrastare, ma una realtà immodificabile; che non accettare è vano e stolto, e può anche essere pericoloso per il cittadino, esponendolo a rappresaglie. Educare il popolo a credere che gli unici grandi attentatori alla convivenza civile e alla giustizia sono la mafia e il terrorismo. Questo caso di estorsione, piccolo, ma sfacciato quanto una richiesta di pizzo, è un esempio dell’applicazione del principio che il Ministero degli interni difende a mano armata, e promuove con una zelante attività “pedagogica”. (Email a un importante manager italiano, il giorno prima della bomba ai liceali a Brindisi).

D’altra parte, analisi di esperti, come Giannuli qui, e Comidad sulla gambizzazione dell’AD di Ansaldo nucleare (Attentati false flag, attentati true flag e attentati flagless, 5 mag 2012), indicano per questi attentati con la didascalia (pistola Tokarev, Scuola Morvillo Falcone) anche un’altra pista non così ovvia: quella della predazione del pesce grande a danno del pesce medio; ipotizzando scenari che hanno evidenti analogie con quello degli attentati che nei primi anni Novanta aiutarono la transizione politica voluta dai poteri extranazionali. Le due ipotesi non sono incompatibili: gli attentati potrebbero essere operazioni “multipronged”, cioè “a più punte” (come le punte di un forcone); mentre non si può dire nulla sugli esecutori materiali, sembra di intravedere alcuni dei rebbi, cioè parte della molteplicità dei fini.

1) Siamo ai tempi nei quali i barbari ci chiedono sempre più oro, e lo pesano con bilance truccate; non c’è da stupirsi che per prevenire o reprimere malcontento e esitazioni aggiungano all’altro piatto il peso della spada. Quindi, le solite bombe pedagogiche, rivolte a noi Ciccioformaggio, cioè al popolo che non ha il coraggio neppure di parlare, per spingerlo a stringersi spaventato, sottomesso e riconoscente alle istituzioni corrotte che lo derubano e lo vendono; e che lo proteggono dall’uomo nero: la mafia, il terrorismo politico, qualche spostato. Dopo l’eruzione esplosiva, parte come al solito la colata di retorica che spazzerà via qualsiasi reazione democratica seria.

2) Inoltre, un messaggio ai Manutengoli, cioè la classe dirigente, perché da un lato continuino imperterriti a salassarci per loro conto, ma dall’altro si accontentino della paga e delle commissioni, stiano al loro posto e cedano qualche altro osso. Due giorni prima della bomba a Brindisi c’è stata una reazione dell’ABI, con toni fermi che è insolito sentire da istituzioni italiane, all’attacco straniero contro le banche italiane, e la Consob ha convocato Moody’s. “Un’aggressione, “all’Italia, alle sue imprese, alle sue famiglie, ai suoi cittadini”, che conferma il ruolo di “destabilizzazione” delle agenzie di rating con i loro giudizi “parziali e contraddittori” “ (M. Meggiolaro, Il Fatto).

3) Con l’occasione, anche un messaggio contro le Impurità della magistratura, con un attentato pochi giorni prima della ricorrenza dell’assassinio a Capaci di un magistrato di eccezionale spessore. Un’intimidazione verso eventuali elementi che invece di servire i padroni del mondo vorrebbero fare i magistrati. Perché si fermino, o comunque non passi per la testa alla massa dei loro colleghi di imitarli, o di muovere qualche passo in quella direzione. A proposito di “anarchici informali”, una curiosità: tra le motivazioni del premio che l’FBI ha conferito a De Gennaro c’è quella di essere stato un “consigliere informale” degli ambasciatori USA in Italia.

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Blog Il Corrosivo

Commento al post di M Cedolin “Bomba a Brindisi, utilità della tensione” del 19 mag 2012 

Segnalo il post “Terrorismo multipronged ?” sull’attentato avvenuto nella città che è il porto d’imbarco per la Grecia:

http://menici60d15.wordpress.com/2012/05/19/terrorismo-multipronged/

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Blog de Il Fatto

Commento al post di G. Chiesa “Il tempo dei Breivik” del 21 mag 2012 

Così se uno dà segni di insofferenza ai  taglieggiamenti legali eseguiti mediante il potere dello Stato, o con la complicità dello Stato, a favore di interessi privati; se uno non è sufficientemente mansueto nell’accettare di venire derubato di denaro buono ricevendo in cambio servizi mediocri o pessimi, quando ci sono; allora potrebbe essere classificato come un potenziale terrorista. Se uno dà in smanie per il pizzo legale eccessivamente pesante, per torti (o provocazioni) subiti da un potere che non lo fa campare; e,  come Renzo quando andava da Azzeccarbugli, a vederlo pare un matto, allora potrebbe essere uno che, nelle parole del PM Di Napoli “ce l’ha col mondo”, e quindi è capace di mettere le bombe.  Una tesi a dir poco azzardata (ma non è escluso che la “conferma” ad affermazioni così perentorie venga a posteriori) ma che è quella delle “istituzioni”, e che fa comodo alle “istituzioni”. La si potrebbe ribaltare considerando che la sua introduzione e diffusione sia una delle molteplici finalità dell’attentato di Brindisi; e anche di altri, come quelli di questi mesi verso Equitalia:

Terrorismo multipronged ?

http://menici60d15.wordpress.com/2012/05/19/terrorismo-multipronged/

Forse siamo “Al tempo dei Breivik” nel senso che ora ci si avvarrà di spostati più o meno autentici per tenere buono il popolo bue con la minaccia del terrorismo; anzi con la minaccia di essere etichettato come potenziale sovversivo, se non si sta zitti e chini nel farsi togliere diritti e opportunità, e se non ci si presenta a richiesta coi soldi in bocca. Un terrorismo che dà la possibilità di eliminare voci scomode trattandole come potenziali focolai generatori di crimini efferati. Che la tesi sviluppata da Giulietto Chiesa vada a sovrapporsi a quella delle “istituzioni”, che hanno una pratica pluridecennale nel terrorismo pilotato, potrebbe essere una coincidenza dovuta a grande capacità e grande onestà intellettuali; ma anche no.

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Blog di Aldo Giannuli

Commento al post “Lo “spostato” non fa più notizia” del 27 mag 2012

Nuovi terrorismi e sensibilità letterarie dei Carabinieri

Se avessi velleità accademiche, se fosse questo il mio campo e se non avessi altro a cui badare rivendicherei di essere stato in Italia il primo, o tra i primi, a indicare questa nuova forma di terrorismo, e a darne un’interpretazione, prima che avvenissero i fatti ai quali viene comunemente legata:

Leopardi, Unabomber e altri eversori

http://menici60d15.wordpress.com/leopardi-unabomber-e-altri-eversori/ (2010)

Oggi, con gli inquirenti che parlano come prima ipotesi di attentatore isolato che “odia il mondo” per la bomba a Brindisi (e poi nascondono il braccio), si può dire che il concetto sia stato ormai efficacemente inoculato nell’opinione pubblica; tanto da “non fare più notizia”. Diversi commentatori anche progressisti, come G. Chiesa, hanno dato il loro profondo contributo all’affermazione culturale del tema del terrorismo alla “se perdo la pazienza mi scatta la iulenza”:

Terrorismo multipronged ?

http://menici60d15.wordpress.com/2012/05/19/terrorismo-multipronged/

Sempre su “il Fatto” la scrittrice Lidia Ravera ha sostenuto (“Il massacro senza ragione di una persona “normale”) la tesi nella sua forma forte, per la quale anche una persona normale può lanciare una bomba a casaccio, es. contro delle ragazzine, senz’altra motivazione che un generico ma smisurato odio. Il più votato dei commenti al suo articolo online: “Avvisate gli investigatori! la Ravera ha risolto il caso: l’assassino è un uomo normale. Si dia inizio alla caccia. Avvisate anche la comunità scientifica, il tratteggio della patologia criminale è servito: è un portatore sano di odio. Sicuramente misogino.”

Non si può dire che questo e altri crudeli sbeffeggiamenti la Ravera non se li sia meritati. Ha perso un’occasione; gli scrittori, esperti di sentimenti e passioni, potrebbero dare un loro contributo sull’argomento distinguendo i concetti che si sta tentando di unificare in un grottesco e immondo pastone. Potrebbero trattare di una distinzione preliminare fondamentale: quella tra l’odio endogeno, che nasce da oscure alchimie interiori, e l’odio indotto, che porta qualunque persona, se sufficientemente esasperata, a rispondere a sua volta con una zampata agli animali che non smettono di tormentarla. Possono sviluppare il tema di come evitare di accettare lo scambio che coloro che vogliono indurre l’odio, persone animate da un’aggressività ferina, miserabili da compiangere, cercano di ottenere tra loro e chi riceve le loro persecuzioni; nel tentativo di appropriarsi di qualità e virtù delle quali sono sprovvisti.

Gli scrittori possono specificare quali sono le abissali differenze tra le dinamiche della ribellione sociale, di chi si dipinge la faccia e grida “Si se ‘ntosta a nervatura mett’a tutt’e ‘nfaccia o muro”, e quelle, precise come un congegno a orologeria, del terrore senza volto seminato dal potere. Possono raccontare come a volte si assecondino e incoraggino le reazioni all’ingiustizia per poterle meglio reprimere. Possono raccomandare la cultura come antidoto, indicando come avere letto qualche libro non alla moda, pensare contro l’opinione corrente, discutere contro sé stessi, aiuti a non cadere nella trappola. Potrebbero spiegare che chi si consuma sui libri e critica la follia umana come Leopardi – quel loro collega – è l’antitesi del terrorista; ed è tra i bersagli di chi confeziona il terrorismo e dei fiancheggiatori.

Questa concezione per la quale chiunque è sospettabile di essere un terrorista, soprattutto se è scontento, protesta o critica, nuova nella declinazione, che è adatta ai tempi, ma in fondo non una novità storica nella sostanza, ha un’evidente dimensione narrativa; credo sia interessante a questo proposito considerare il variegato rapporto che quelli che dovrebbero fermare la nuova minaccia, cioè i Carabinieri, hanno con la narrativa e le lettere. Nelle fiction sui CC si dà un’immagine dei custodi dell’ordine edulcorata e gigionesca fino allo stomachevole, che fa pensare a gusti letterari fanciulleschi; del resto, la figura di terrorista che è stata abbozzata dai commenti ai fatti di sangue recenti e pregressi è degna dei copioni su don Matteo e il maresciallo Frassica.

E’ opinione comune, rafforzata dalle barzellette, che i Carabinieri parlino male e scrivano male. Allo stesso tempo, sembra diano un’importanza perfino eccessiva alla forma. Sfogliando un libro di quiz per l’esame di ammissione a sottufficiale dei CC ho visto che ricorrevano le domande sui plurali dei nomi composti (“pescespada”, “cassaforte”), una delle parti più arzigogolate e noiose della grammatica italiana; pedanteria lievemente sadica, da caserma. I peggiori sono quelli che, intervistati da qualche emittente locale, si esprimono con termini inutilmente ricercati, e non appropriati, per fare vedere che non sono solo abili investigatori e uomini d’azione.

D’altra parte, i CC a volte fingono un’ignoranza che non hanno; per fare calare le difese all’interlocutore, o per fare passare per colpa ciò che è dolo. Il prof. Giannuli pochi giorni fa ha tacciato di inettitudine il ministro Cancellieri per le indagini sull’attentato di Brindisi; ma a volte fa comodo ai poliziotti “play dumb”, come il commissario di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” (1970), che storpia volutamente “via del Tempio” in “via del Tempo” dopo avere dato del cretino a un suo sottoposto per lo stesso errore. Così facendo si può meglio sostenere, ad esempio, che per “Gradoli” si intendeva in buona fede il paesino vicino al lago di Bolsena, non la via di Roma dov’era il covo dei brigatisti che ebbero parte nell’esecuzione di Moro; nonostante che proprio in via Gradoli il Sisde e anche il capo della polizia Parisi avessero intestati alcuni appartamenti.

Gli ufficiali dei Carabinieri che si occupano di analisi del crimine o di redigere comunicati si esprimono in buon italiano, presentando a volte, come i professionisti di altri campi, concetti istruttivi. Ma non sono solo gli alti gradi quelli dai quali si può apprendere. Piero Chiara, un maestro del narrare e dell’uso dell’italiano, dopo avere elencato i grandi scrittori dai quali ha imparato l’arte aggiunge: “Ma c’è stata una schiera di scrittori involontari che ho preso in considerazione durante gli anni nei quali ho lavorato nell’Amministrazione della giustizia: quella dei marescialli dei carabinieri. Ho letto migliaia di verbali nei quali uomini semplici e pieni del senso della realtà si studiavano di riferire i fatti nel modo più chiaro possibile. I marescialli dei carabinieri non facevano riflessioni né si abbandonavano a introspezioni psicologiche: riferivano puramente e semplicemente. Mi sono capitati sotto gli occhi dei piccoli capolavori di narrativa, dai quali ho imparato a raccontare vedendo nella mente i fatti come in un film e studiandomi di tradurli in parole semplici e precise”.

Tornando agli emuli di Breivik e di Kaczynzki, credo non sia irrilevante che i Carabinieri, nella loro rivista “il Carabiniere”, direttore il Comandante generale dell’arma, abbiano 15 anni fa ospitato un saggio (“Vi racconto Lord Jim”, Il Carabiniere, dic 1997) dell’italianista statunitense TJ Harrison, l’autore secondo il quale oggi un Leopardi, date le sue critiche, andrebbe considerato come un potenziale Unabomber (v. Leopardi, Unabomber…, cit.). Queste del pazzo furioso o del savio impazzito che ricorrono alle bombe per esprimersi, del normale che fa una strage gratuita, o dell’emarginato che avendo perso la fiammella della speranza perde anche quella della ragione, sono narrazioni che per andare in scena necessitano di violenze sanguinose e di forme meno evidenti ma anch’esse gravi di violenza illecita. Corrono su binari fissi allestiti già da diversi anni, imposti dai massimi poteri e sorretti com’è tradizione da complicità dei poteri dello Stato; credo, sulla base di quanto ho visto coi miei occhi, che siano narrazioni eversive che, per quanto contrastino col “senso della realtà” di un qualsiasi bravo maresciallo, e per quanto servano a costruire una diversa e ingiusta realtà sociale, le forze di polizia nazionali non possono che ripetere, astenendosi dall’applicare il loro sapere, se non per arricchirle e renderle più credibili; obbedendo agli ordini, nello spirito dell’allievo che deve conoscere che le parole “il capostipite”, “il caposquadra”, “la capoclasse”, “la capocuoca” seguono ciascuna una diversa regola per la formazione del plurale.

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@Giannuli. No, “Il Carabiniere “ non ha pubblicato il saggio ““Leopardi, Unabomber” di TJ Harrison, Dip. di italianistica, Columbia university, e Istituto italiano di cultura, New York, 1999. (Un’istituzione piuttosto diversa da com’era ai tempi di Prezzolini; una delle tappe delle visite ad limina dei personaggi italiani in cerca della benedizione USA, come Vendola). E’ consultabile in: Giacomo Leopardi: Poeta e filosofo , ed. Alessandro Carrera (Firenze: Cadmo, 1999), pp. 51-60. L’arma dei Carabinieri ha però mostrato interesse per questo singolare autore, Harrison, che su Il Carabiniere ha trattato il tema di Lord Jim, di Conrad. Harrison ha anche nel suo curriculum l’intervista televisiva “Mussolini’s Secret War”, one-hour documentary for The History Channel, 2001, che pure potrebbe interessarle.

Il pendolo di Foucault e il generatore di Kelvin

27 marzo 2012

Blog di Aldo Giannuli

Commento al post “Un altro spostato: l’eccidio di Tolosa” del 27 mar 2012 

Casseri, che si occupava di occultismo e teorie fasciste, campi che mi provocano l’orticaria, prima di morire ha accusato di plagio, con argomenti che non appaiono palesemente infondati, Umberto Eco, per “Il cimitero di Praga”, romanzo storico su occultismo e servizi segreti. Eco in precedenza aveva scritto “Il pendolo di Foucault”. Il pendolo di Foucault, comune nei musei di storia naturale, appartiene a quella classe di esperimenti fisici affascinanti, dove un apparecchio rilevatore di estrema semplicità svela la presenza di grandi forze naturali. Eco, “la pietra di Pappagone della cultura italiana” nella definizione di Marcello Marchesi, non si è fatto scappare il sottile senso del meraviglioso che emana dall’esperimento del fisico francese.

Il prof. Giannuli, nel considerare il caso Casseri e gli altri simili avvenuti in pochi mesi, ci ricorda giustamente che il metodo scientifico parte dalle ipotesi, e che qui siamo su “thin ice”. A volte si sa così poco che occorre un lavoro preliminare alla formulazione di ipotesi. Davanti a questi strani casi di “pazzia politica” credo che la prima ipotesi debba essere quella generalissima e altamente astratta di una black box: l’ipotesi che esistano dei meccanismi per produrre questi fenomeni, dei metodi a noi sconosciuti. Abbiamo cioè un problema di ingegneria inversa: data una scatola nera con certo output, cosa c’è dentro? Per tentare di risolvere un simile problema occorre studiare, prima di formulare ipotesi specifiche.

Se avessi il compito e il potere di indagare su queste schifezze – e se gli uffici del servizi non volessero confidarmi cosa sanno su queste cose – chiederei per es. ad uno storico del terrorismo e dei servizi come il prof. Giannuli di riscrivere una storia del terrorismo in Italia impostandola sotto il profilo della manipolazione dei terroristi neri e rossi da parte dei servizi. Di quali mezzi, di quali leve, di quali analisi, di quali risorse, di quali espedienti si sono serviti per le operazioni false flag? Quanto vi è stato di spontaneo, quanto di pilotato, quanto la mano dei servizi è intervenuta direttamente, e soprattutto, quali sono state le forme miste negli atti di terrorismo ?

Inoltre chiederei a uno psichiatra esperto di metodi di condizionamento mentale una relazione sulle tecniche psicologiche, farmacologiche, organizzative, con le quali si possono ottenere dati comportamenti. Nel frattempo leggerei, cautamente e con scetticismo, la letteratura corrispondente a quella delle due relazioni. Quindi cercherei di incrociare le due fonti, nella speranza di trovare un appiglio di una qualche consistenza che permetta di fare luce, o di formulare un’ipotesi, sul principio, o sui meccanismi, sui quali si basa il funzionamento della scatola nera che oggi sembrerebbe avere preso il posto delle operazioni degli Anni di piombo. (Chiederei anche i motivi e i mandanti di alcuni comportamenti ad alcune istituzioni dello Stato, e della città dove abito).

Può darsi che le sconcertanti notizie sui casi di strage, e forse anche quelle su alcuni tragici suicidi, rispecchino la nostra ignoranza e minorità rispetto ad alcune moderne tecnologie del potere, davanti alle quali siamo come dei primitivi davanti a un accendino, o a una radio. Può darsi che questi fatti terribili siano la forma estrema e rara di metodi di condizionamento e manipolazione diffusi, che più spesso prendono forme meno intense; si dovrebbe studiare l’esistenza di altre forme mirate ma meno cruente o incruente; ad esempio, esiste oggi, io ritengo, un pesante “mobbing di Stato” (commissionato, come altri delitti dell’Italia repubblicana) teso a condizionare chi ne è oggetto; fino a considerare le forme che sfociano nel condizionamento ideologico e culturale di massa coi media, “banale” forse, ma non da sottovalutare, viste le follie collettive cui storicamente può portare e sta portando.

Riguardo a ciò, nel brainstorming, o nel libero inventare, sui numerosi diversi congegni che ipoteticamente potrebbero stare nella scatola nera, si potrebbe immaginare tra i tanti anche qualche analogo psicologico del generatore di Kelvin; un apparato, la cui spiegazione si può trovare su internet, che è un altro di quegli oggetti scientifici che sono sbalorditivi per noi laici, per la semplicità con la quale ottengono effetti di larga scala. Nel generatore di Kelvin si riesce a produrre grandi differenze di potenziale, anche superiori ai diecimila volt, facendo gocciolare l’acqua da due taniche in due secchi, col solo fare passar le gocce attraverso due collari metallici collegati per via incrociata all’acqua dei secchi. Fino a che scoccano scintille tra gli elettrodi montati sui due secchi; inaspettatamente e come dal nulla agli occhi degli astanti, che pensano a qualche dispositivo elettrico nascosto che invece non c’è.

La generazione di alta tensione con mezzi elementari si trova non di rado in elettrostatica; e non è da confondere con una generazione sostenuta di corrente elettrica. L’accrocco comunque mostra, per metafora, come a volte bastano mezzi minimi e ingredienti in sé leciti e insospettabili per evocare potenti forze naturali; come disponendo in un certo sapiente ordine oggetti semplici e comuni e lasciando andare le cose sia possibile creare il fuoco con l’acqua; come con delle innocue goccioline, goccia a goccia, si può ottenere un accumulo di energia, fino a che alla fine non è che il vaso trabocca; ma parte una forte scarica elettrica; che in alcuni casi potrebbe incendiare del combustibile che qualcuno potrebbe avere messo a distanza utile.

La sinistra radicchiale

26 marzo 2012

Blog di Aldo Giannuli

Commento al post “Perchè sono comunista” del 26 mar 2012

“C’è sempre un puro più puro…” diceva Nenni. Quello che accomuna i comunisti ai peggiori capitalisti, e ai tanti opportunisti che stanno tra i due, è la bugia e l’omertà sul valore sociale ed etico del lavoro; non del lavoro come impiego e fonte di reddito, naturalmente; ma sul valore etico e sociale di ciò che viene prodotto. Per esempio, come ho osservato in questo sito (*), si auspica che la medicina divenga sempre più “motore della crescita del reddito e dell’occupazione”. Conoscendo questo settore dall’interno, vedo che l’enorme espansione e il successo economico della medicina sono il risultato di frodi strutturali, che tolgono sistematicamente, legalmente, sia salute sia denaro alle persone; ma alimentano così sia la speculazione finanziaria sia, in senso letterale, le famiglie dei portantini. Non ci sono forze politiche che contestino questa via cannibalistica al capitalismo.

La causa della crisi, crisi che prende forme primariamente economiche ma non è solo economica, risiede solo in parte nel fattore che, grazie soprattutto ai comunisti, di solito si indica, il capitale; ha le sue spore nascoste, o meglio taciute, anche nel lavoro; che grazie soprattutto ai comunisti è sacro e immune da critiche sulle sue conseguenze etiche e politiche. Il capitalismo ha così nel comunismo la sua cintura protettiva, consistendo quella che si presenta come un’opposizione radicale nel non chiedere al leone altro che di essere un po’ meno leonino nella spartizione delle prede: l’obiettivo presente, fatte salve le belle chiacchiere sul sole dell’avvenire che dovrà sorgere, è di “rifondare il patto sociale tra capitale e lavoro “ per “un sistema sociale un po’ più equilibrato”.

Io apprezzo la profondità di certe analisi marxiste; non contesto certo a nessuno il diritto di chiamarsi comunista e di professare qualsiasi dottrina; né di sostenere che posizioni come le mie sono utopiche, errate, etc. Solo rilevo questa consuetudine, comune a tante forze politiche, di presentarsi per gli autentici oppositori radicali quando si è un barbacane del sistema, un antemurale che protegge il capitalismo dal cambiamento radicale. Non si tratta di essere più puri dei puri; è valido in questo caso ciò che osservava Pascal sul radicalismo relativo, di come un moderato che non segua una deriva estremista appaia lui estremista: “Quando tutto si muove in modo uguale, in apparenza non si muove niente, come su una nave. Quando tutti vanno verso la dissolutezza, sembra che nessuno ci vada. Colui che si ferma mette in evidenza l’esagerazione degli altri, come se fosse un punto fisso.”

Questo per me è radicalismo, oggi: riconoscere che si sono spostate abnormemente le coordinate dell’etica pubblica e contestare ciò. Chi è portatore di questa soverchia “purezza”- anche se le sue posizioni sarebbero non troppo lontane da quelle di un ipotetico democristiano, o di un repubblicano, onesti – non “epura i meno puri”, come invece diceva Nenni; ma viene epurato lui. E i bravi sedicenti comunisti, forse anche per rinsaldare il patto sociale e riequilibrare la loro busta paga, spesso non si fanno pregare per svolgere quest’altro lavoretto extra per il nemico capitalista.

* http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/15/la-medicina-come-rimedio-ai-limiti-della-crescita-economica/

Soft air

17 febbraio 2012

Blog de Il Fatto

Commento al post di L. Franco ““Il ragazzo cileno colpito alle spalle”. Milano, il vigile accusato di omicidio volontario” del 17 feb 2012

Un agente di polizia che spara alle spalle a un disarmato che fugge è un violento e un vile. E’ il genere di viltà tipico di chi si arruolava nelle squadracce fasciste, che durante la Seconda guerra mondiale i nazisti a volte dovettero togliere dalla prima linea del fronte perché incapaci di combattere contro soldati armati.

Giochi su Galileo Galilei

29 dicembre 2011

Blog Appello al popolo

Commenti al post di Tonguessy “Strutture di potere – Galileo e la Chiesa” del 29 dic 2011

Postato su questo sito il 19 feb 2012 causa boicottaggio Telecom

Grazie a Tonguessy per l’ottimo articolo. E’ particolarmente interessante l’osservazione del progresso scientifico come ideologia che allontana il popolo dalla concezione medievale della vita frugale. La promessa di salvezza intramondana che allontana da quella concezione del limite che abbiamo perso, e che farebbe risaltare la Scienza nella sua vera grandezza.

Io sono tra quelli che quando sono in spiaggia sul Tirreno restano a guardare il tramonto sul mare. Uno spettacolo bello in sé, e che induce a riflessioni delle quali “Il silenzio” fuori ordinanza è l’equivalente musicale. La contemplazione del sublime che la nostra stella ci offre quotidianamente è temperata dal pensiero che non è il Sole che cala dietro l’orizzonte, spandendo colori regali attorno a sé; ma siamo invece noi che insieme alle sdraio e a tutto il resto ci stiamo lentamente ribaltando all’indietro.

Anche l’antagonismo Chiesa/Scienza si è evoluto, e credo occorra fare attenzione a non identificarlo con quello dei tempi di Galilei; come invece può essere interesse dei contendenti far credere:
http://menici60d15.wordpress.com/2008/01/21/diplomi-di-laurea-bruciati-sul-sagrato-tornano-i-roghi/

Resta l’antagonismo ideologico, con la Scienza e la Fede usate come armi; un esempio è dato da come entrambe le parti strumentalizzano la discussione sul darwinismo. Confronto che a volte sbotta in toni che tradiscono l’antica vocazione:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/16/i-preambula-fidei-di-san-tommaso-e-quelli-di-de-mattei-e-carancini/

Ma il clero attualmente ha anche interesse a favorire la scienza. Interessi “pastorali”, perché, preso atto che la nuova religione secolare è oggi quella che fa più presa sulla credulità delle masse, preferisce cooptarla e sfruttarla anziché attaccarla frontalmente. (E sa, vecchia volpe, che conviene dargli corda anche perché le magagne della degenerazione affaristica della scienza ne minano la credibilità dall’interno). Diventato lo scientismo un’ideologia parareligiosa, il clero col suo know-how può insegnare ai seguaci di Prometeo come ricavarne consenso e zecchini.

Interessi politici, perché il Vaticano deve trovare un punto di convivenza e alleanza con altri poteri che non può certo contrastare, e che fanno dell’ideologia scientista il loro credo. Appoggiando la scienza, evitando di attaccarla, se non per ridicole questioni teologiche, tacendo sulle strumentalizzazioni e storture dei modi nei quali è praticata, e fornendo servizi di supporto, il clero può acquisire meriti presso poteri che non lo amano.

Interessi economici, perché la “scienza” è in pratica la tecnologia commerciale, e il clero è tra le forze che investono molto denaro e ricavano molto denaro da essa; v. il caso San Raffaele, scoperchiato, nei suoi aspetti finanziari ma non in quelli “scientifici”, nell’anno del passaggio di governo da Berlusconi a Monti.

Così le occasionali rumorose baruffe e le frequenti gomitate non devono fare perdere di vista che tra le due chiese, che se potessero adotterebbero gli argomenti degli inquisitori da un lato e dei lanzi dall’altro, i rapporti sono articolati; come quelli dei famosi imprenditori di Pisa, che litigavano di giorno ma cooperavano di notte:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/12/i-futures-di-santa-lucia/

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@Lorenzo. Tra il primitivo che adora la luna e lo scienziato capace di mandarci un razzo (magari forte della pregressa esperienza pionieristica con le V2 naziste) c’è una grande differenza; ma non sarei così sicuro che ci sia un abisso. Il 23 dicembre scorso c’è stato il quarantennale della “Guerra al cancro” dichiarata da Nixon sull’onda dell’esaltazione per le missioni Apollo. La luna è sempre là, non più meta di visite a parte quelle innocue dei poeti, ma la guerra al cancro non è stata vinta. Invece, si è trasformata la lotta al cancro in una economia di guerra. La soluzione è stata brillante sul piano economico; inqualificabile su quello etico e politico.

La “comunità scientifica”, superiore alle diatribe ideologiche, lo sguardo fisso in alto verso il perseguimento della Conoscenza dell’ignoto, ma anche con un fine intuito per buste paga e pensioni, continua a pestare alacremente l’acqua nel mortaio così come si vuole che faccia. Il cancer burden continua ad aumentare. Dal 1998 al 2007 in Europa la spesa pro capite per i farmaci oncologici è cresciuta di sei volte, e attualmente si parla di aumento dei prezzi insostenibile per i nuovi farmaci “innovativi”; prodotti frutto di un metodo così galileiano che si discute apertamente nelle sedi ufficiali di come valutarne l’efficacia sui pazienti dopo che sono stati commercializzati, in carenza di dati sperimentali sufficienti; cioè di come chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati; e così efficaci che diversi medici scelgono di non assumere le terapie destinate ai pazienti se affetti da cancro. Gli analisti finanziari prevedono ulteriori enormi guadagni, e la gente continua a credere, anche se con qualche tentennamento, ai proclami di vittoria della “comunità scientifica”.

Lo scienziato non deve essere necessariamente “engagé”; ma deve essere onesto, e non può pretendere di essere considerato tale per dogma. Tra il primitivo e lo scienziato ideale in mezzo c’è l’acquitrino della scienza corrotta, e di quell’atteggiamento irrazionale, diffuso tra il pubblico e anche tra i ricercatori, prossimo alle credenze dei primitivi che il fisico Feynman (Il Nobel che scoprì la causa del banale errore tecnico che causò il disastro della navetta Challenger) ha chiamato “Cargo cult science”. Cioè l’adorazione di stampo tribale di ritrovati tecnologici e della scienza, che vengono visti come divinità benevole e onnipotenti.

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@Lorenzo. Grazie per questo esempio di teologia scientista.

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@Mincuo. Leggo che Bellarmino ebbe parte nel primo processo a Galilei, quello del 1616. Circa venti anni prima aveva partecipato al procedimento che aveva mandato sul rogo Giordano Bruno; alla figura del cardinale, e futuro santo e dottore della Chiesa, era quindi associata una notevole carica intimidatoria; se non altro da vivo. Assieme a teorie che oggi suonano esoteriche, veniva contestata a Bruno l’affermazione che “vediamo il sole nascere e tramontare perché la terra se gira circa il proprio centro”. Pare che a Bruno fosse stata offerta la possibilità di evitare la morte accettando qualche compromesso dottrinale; ma Bruno non volle. Questa fermezza, più ancora che le sue teorie, deve essere suonata inaccettabile alle orecchie dei preti.

Una posizione ancora oggi da giudicare negativamente per l’ethos nazionale: ricordo come Montanelli sul Corriere abbia scritto che in pratica Bruno, che comunque secondo lui era un pensatore che valeva poco, se l’era cercata con la sua cocciutaggine. La sua scelta credo fosse il frutto di un misto di consapevolezza intellettuale e carattere; e anche di stanchezza esistenziale, se non disgusto, per la sua vita travagliata e per la meschinità e viltà che vedeva nei suoi persecutori. Bruno divenne poi un simbolo di laicità; cioè in pratica di anticlericalismo massonico, che invece nei compromessi si trova a suo agio.

Come Campanella, se i suoi concetti mostrano un modo nuovo di pensare che muove i primi passi, fu un bravo poeta. Mi colpì su “the Crimson”, la rivista di Harvard (interdisciplinare), un detto a lui attribuito: “Lux umbra dei”, la luce è l’ombra di Dio. Un altro pianeta rispetto ai minuziosi sofismi di coloro che dicono di parlare in Suo nome; e rispetto alla loro nascosta ma non sopita propensione a scempiare quelli che non possono piegare; con qualsiasi mezzo, dalle dotte falsità dell’erudito alle pratiche di compiaciuta violenza degli sbirri e lacchè.

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@Mincuo. “L’ambasciatore della Corte medicea, Piero Guicciardini, ottimo conoscitore dell’ambiente romano, era ben consapevole dei pericoli incombenti sullo scienziato: «so bene che alcuni frati di San Domenico, che hanno gran parte nel Santo Offizio, et altri, gli hanno male animo addosso; e questo non è paese da venire a disputare sulla luna, né da volere, nel secolo che corre, sostenere né portarci dottrine nuove».[44]

Il 24 febbraio 1616, richiesti dal Sant’Uffizio, i teologi risposero unanimemente che la proposizione «il sole è il centro del mondo e del tutto immobile di moto locale», era «stolta e assurda in filosofia, e formalmente eretica», in quanto contraddiceva molti passi delle Sacre Scritture e le opinioni dei Padri della Chiesa; che la proposizione «la Terra non è il centro del mondo, né immobile, ma da sé si muove anche di moto diurno», era «censurabile in filosofia; riguardo alla verità teologica, almeno erronea nella fede». Di conseguenza, il 25 febbraio il papa ordinò al cardinale Bellarmino di «convocare Galileo e di ammonirlo di abbandonare la suddetta opinione; e se si fosse rifiutato di obbedire, il Padre Commissario, davanti a un notaio e a testimoni, di fargli precetto di abbandonare del tutto quella dottrina e di non insegnarla, non difenderla e non trattarla». Un documento datato 26 febbraio attesterebbe l’avvenuto precetto del Bellarmino e l’obbedienza di Galileo[45] mentre il 5 marzo era reso pubblico il decreto della Congregazione dell’Indice che proibiva e sospendeva «rispettivamente gli scritti di Nicola Copernico De revolutionibus orbium coelestium, di Didaco Stunica su Giobbe e di Paolo Antonio Foscarini, frate carmelitano».” (Wikipedia).

Lei chiama “raccomandazioni amichevoli” una convocazione dopo una procedura formale,  da parte di uno che aveva sistemato Bruno; il quale pare sia stato anche torturato (secondo Wikipedia). Qui bisognerebbe parlare della radice culturale comune a clero e mafia, evidente anche nei modi di esprimersi. Ma non vorrei essere ripreso da lei con accusa di andare fuori tema. Dovreste vergognarvi per quello che avete fatto, in quella e innumerevoli altre occasioni, e invece vi mettete in cattedra a dispensare menzogne e giudizi. Non so chi lei si creda di essere o cosa pensi di avere detto, ma ci vuole un po’ più di un pallone gonfiato per farmi “lasciare stare”.

Non sono di nessun partito, non difendo nessuna fazione, a differenza di lei. Non apprezzo Michele Serra, non leggo Repubblica, che elogia quanto ha prodotto in medicina e in campo culturale il suo degno correligionario Verzè. Vede, lei questo non può capirlo, ma ci sono persone che hanno opinioni forti pur non appartenendo a nessun gruppo. L’argomento del quale tratto non è Galileo, ma gli abusi di potere della Chiesa. Che lei giustifica con la situazione politica del tempo. No; posso testimoniare che avete la vocazione, come mostra anche il suo atteggiamento mistificatorio e arrogante. Lo mostra nella sua parte presentabile; i sudici scagnozzi dei quali allora come oggi vi servite completeranno i suoi auguri di lunga vita e la brillante lezione di filologia fraudolenta.

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Egregio Mincuo, difensore della Fede, cerchi di capire. Il clero si oppone sostanzialmente al progresso che emancipando l’uomo lo sottrae al giogo del potere. E nell’opporsi non si astiene da forme di violenza e di inganno; anzi eleva queste pratiche al rango di scienza, che è l’unica scienza che si può riconoscere alla massa di zeloti e farisei dei quali lei fa parte. Se fosse per Bellarmino o per quelli come lei staremmo ancora al Medioevo; agli aspetti negativi del Medioevo. Queste sono responsabilità molto gravi. Sono il primo a criticare le distorsioni dell’attuale tecnocrazia, alla quale i preti fanno da tirapiedi. Ma il progresso sano è salvezza dell’Uomo. Pensi ad esempio se non avessimo le fogne: quante malattie infettive. Certo, ci sarebbero anche aspetti positivi. Davanti a un vomitatore di insulti come lei, si potrebbe prendere il pitale, metterglielo davanti e dirgli “parla con questo”.

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Caro Stefano, grazie per il tuo intervento. Non ho nessuna voglia di riaprire la questione che hai chiuso, ma vorrei andare oltre evidenziando un aspetto che mi pare interessante. Un poco la storia si ripete. J. Schwartz, in “The creative moment”, 1992, sostiene che la Chiesa era orientata ad ammettere la teoria eliocentrica purché fosse nascosta entro l’oscuro linguaggio matematico, ferma restando la versione delle Scritture. Lo stesso Bellarmino, leader intellettuale dei gesuiti, istruiva i preti a stare lontano dalle dispute coi matematici sulla questione. Per questo autore, un fisico, lo scandalo è consistito non tanto nella soppressione della verità da parte dell’autorità, ma nell’avere imposto che la “chiarezza sovversiva” della fisica venisse avvolta in un linguaggio matematico inaccessibile ai più.

Oggi più di allora il rigore, la specializzazione, possono essere distorti in uno strumento per occultare e censurare il vero. O per propagare il falso. E’ nota la critica ai modelli matematici in economia; si parla meno di come alcune metodologie matematiche di base dell’epidemiologia clinica, di difficile valutazione per i non iniziati, a detta di statistici professionisti servano più ad ingannare che a trovare il vero. Qui sul blog è stato possibile screditare con toni sprezzanti chi proponeva tesi non gradite, col pretesto che non si può parlare che di un solo processo a Galilei, non contando nulla la raccomandazione di censura dei teologi nel 1616, e la conseguente disposizione del papa a Bellarmino di ordinare a Galileo di cessare di insegnare, discutere, difendere le sue tesi se non voleva essere arrestato. (Che a me sembra anche peggio di un regolare processo). Tizio spara a Caio con una calibro 9, e Caio, sopravvissuto, lo accusa di avergli tirato una revolverata. L’avvocato di Tizio, rispondendo che per il perito balistico è una sciocchezza chiamare “revolver” la calibro 9, che invece è un arma semiautomatica, non sta servendo il rigore e la precisione; se adotta questi argomenti si vede che non può che buttarla in chiasso.

Ci sono molti modi per reprimere voci non gradite. Dall’omicidio fisico a quello morale all’attacco verbale all’appello al metodo; da usarsi diversamente a seconda delle circostanze. Nell’affresco del quale il caso Galilei è parte appaiono le varie tipologie. Mentre qui tutto lo spazio è stato invaso e occupato da ciò che potrebbe costituire l’oggetto di una nota a piè pagina, se correttamente riportato. Spaccando la pagliuzza in quattro si può ignorare il quadro generale; dalle pugnalate, si ritiene per mano di sicari della Chiesa, all’amico di Galilei Paolo Sarpi, difensore dell’indipendenza della Repubblica di Venezia; alle migliaia di donne che in quegli anni in Europa venivano bruciate per stregoneria.

Patologizzazione surrettizia e materiale

15 dicembre 2011

Blog di Aldo Giannuli

Commento al post “Breivik e gli altri: siamo sicuri che siano tutti (e solo) matti ?” del 14 dic 2011

Postato su questo sito il 15 feb 2012  causa bocottaggio Telecom

Il prof. Giannuli vede un possibile fattore causale comune tra le stragi del norvegese Breivik e quelle avvenute nelle stesse ore ieri a Liegi e Firenze. Mi pare significativo che Breivik abbia citato l’Unabomber statunitense, portatore di un messaggio ideologico molto diverso, come ispiratore. Sulle ultime due stragi e la loro coincidenza – e sulle reazioni, come quella a cacio sui maccheroni di Sofri – sono possibili diverse ipotesi; questi episodi (come pure alcuni strani suicidi) spingono ad una serie di congetture che gli esperti dovrebbero studiare. Può essere utile, in questo bell’argomento di come la caratteriopatia sociopatica di chi ha potere possa usare come arma la psicosi, la distinzione tra patologizzazione surrettizia e patologizzazione materiale, che ho considerato a proposito dell’Unabomber del NordEst:

http://menici60d15.wordpress.com/leopardi-unabomber-e-altri-eversori/

Nella patologizzazione surrettizia si fa figurare come pazzo chi non lo è. Con la simulazione, come forse è avvenuto nel caso dell’Unabomber del NordEst. O con la calunnia; spesso aiutata da torti e provocazioni che provocano comportamenti rappresentabili come disturbati; così come ad un osservatore esterno doveva sembrare un matto Renzo Tramaglino mentre, roteando le braccia, e con esse i capponi che teneva in mano, andava dall’Azzeccagarbugli.

Non è così difficile simulare l’opera di un pazzo; o applicare l’etichetta di pazzo. In USA mi è stato insegnato che nella diagnosi microscopica dei tumori occorre tener presente che se si esaminano le cellule normali ad ingrandimento troppo elevato si tende a vederle come cancerose. Riflettei che avviene lo stesso con gli umani; Basaglia ha detto che “da vicino nessuno è normale” e lo “scrutiny” è elencato tra i sistemi per mobbizzare i whisteblowers. Benigni nel “Il mostro” fa dell’umorismo sulla pratica della parafrasi psichiatrica di comportamenti normali, e di come questa provochi un circolo vizioso. Gli effetti di stigma di questa forma di patologizzazione, e le forme illegali di controllo che spesso l’accompagnano, sono favoriti dalle ricorrenti notizie di stragi commesse da folli: tra le numerose valenze di queste notizie c’è anche quella di favorire la patologizzazione surrettizia di chi è inviso al potere.

Nella patologizzazione materiale gesti folli possono essere ottenuti “eccitando e incanalando i nuclei psicotici di qualche sventurato” (cit.). C’è una letteratura complottista, e anche mi pare una più attendibile, su queste pratiche. Anche qui è possibile una similitudine con la biologia dei tumori. La cancerogenesi appare essere un fenomeno “multistep”, avviene cioè per stadi. Fattori mutageni diversi possono agire sul DNA: quando la somma dei danni multipli raggiunge una soglia si ha la trasformazione neoplastica. Analogamente, in un soggetto predisposto, che ha già salito per cause diverse alcuni gradini della scala verso la psicosi, stimoli successivi, applicati in maniera deliberata e mirata, possono portare alla psicosi franca o innescare una crisi psicotica. Sono anche possibili giochi e intrecci tra le due forme di patologizzazione.

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Il fattore psicofarmaci evidenziato da Nicola Mosti è uno di quelli che hanno un rapporto efficacia/attenzione altamente favorevole dal punto di vista di chi potrebbe organizzare tali atti. Gli psicofarmaci sono tra i determinanti strutturali invisibili dell’attuale società. I magistrati tendono ad evitare l’argomento, nonostante abbia pesante rilevanza in gravi reati contro la persona. Otto anni fa segnalai rispettosamente l’utilità che la magistratura se ne occupasse al Procuratore Guariniello, specializzato in inchieste sulla sanità, che ha condotto diverse importanti indagini, e attualmente sta conducendo un’indagine sull’ingannevolezza delle affermazioni circa la capacità della Crescina di fare tornare il capillizio a precedenti splendori. Ne scrissi a proposito del caso Pantani:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/25/le-perizie-ballistiche/

Ma il ruolo degli psicofarmaci in esplosioni inattese di violenza non è nella fitta agenda degli interventi dei magistrati sulla medicina:

Il PM Nicastro come assessore alla sanità: la non complementarietà tra magistrati e tangentisti. Par. 17. http://menici60d15.wordpress.com/2010/02/27/1322/

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Nella cassetta delle ipotesi non può mancare la “patsy”, il capro espiatorio al quale attribuire l’esecuzione, e da esibire ai media, mentre la strage è stata materialmente compiuta da altri, da soli o in concorso con la patsy. Come è avvenuto per Lee Oswald, incastrato per l’assassinio di JFK; e, secondo le recenti ricostruzioni, anche per la strage di Portella della Ginestra, dove la patsy era il bandito Giuliano con la sua banda. C’è chi pensa che l’esperienza di Portella sia stata applicata a Dallas. Si è ipotizzato che Breivik sia una patsy consapevole.

Anche in altri fatti di terrorismo, come la dinamica del rapimento in Via Fani dello statista che non piaceva a Kissinger, e la successiva gestione, sembra possibile sospettare che vi siano stati più esecutori con piani diversi. Per diversi omicidi politici, la mafia può essere stata una patsy dalle mani insanguinate. Per es. quello di Pio La Torre, nemico vero della mafia ma anche severo oppositore delle basi USA in Italia; ucciso con un’arma in uso non ai mafiosi, ma all’esercito USA. La patsy può anche essere immaginaria; una figura fantomatica creata dai servizi, come ritengo potrebbe essere l’Unabomber nostrano. Anche la Nave dei veleni di Cetraro, che denunciai come bufala prima degli accertamenti, ha alcune caratteristiche della patsy.

C’è un ampio spazio, che non bisognerebbe scavalcare a “Ponte sullo Stretto”, tra i rettiliani e le labirintiche ambiguità di quelli che dovrebbero tutelare la legalità ma non si capisce da che parte stanno, o meglio lo si capisce ma si fa fatica a crederlo; o tra gli arcana imperii supertecnologici e i puttana imperii dei comunisti della varietà apprezzata da Kissinger, ai quali fa comodo una riesumazione del fascismo squadrista per fingersi di sinistra.

La scomparsa dei Calamandrei

5 novembre 2011

Blog de Il Fatto

Commento al post di S. Truzzi “Calamandrei, educazione italiana” del 5 nov 2011

Le sue parole, che emanano il “fresco profumo di libertà”, erano consentite negli anni del Dopoguerra. Oggi Calamandrei va bene come santo laico, al quale accendere una candela per poi voltarsi, tornare nel mondo alleggeriti da sensi di colpa e continuare a peccare contro l’etica pubblica con rinnovato vigore.

Persone come lui, o anche solo persone normali che seguono istintivamente la direzione che magistralmente indicava e descriveva, oggi possono essere attivamente eliminate, sul piano morale quando non fisico, da apparati dedicati. Con meccanismi che ottengono una selezione avversa della classe dirigente, inclusa del resto l’estinzione dei veri azionisti; che assegnano valore alle persone secondo una scala invertita, per poi fare in modo che tale perversa falsa misura si avveri. Come un processo dove la sentenza viene emessa per prima, e poi il procedimento e la realtà vengono ad essa adattati col dolo e la violenza, potrei dire a Calamandrei se fosse vivo.

Apparati ai quali non è estranea la magistratura, che anche in questo più che i suoi elogi merita la sua diagnosi di conformismo e di letargia morale. Oggi un Calamandrei verrebbe classificato come “un insopportabile importuno”, cioè un rompiscatole, se non peggio. Calamandrei contrastò ai suoi tempi tali capovolgimenti, ormai istituzionalizzati:

“[L’arcivescovo di Palermo Ruffini nel 1964] denunciò una diabolica congiura mediatica mirante a calunniare la Sicilia; una congiura che aveva tre teste. … Danilo Dolci … Giuseppe Tomasi di Lampedusa … e la mafia, la quale, affermava Ruffini, non era niente di grave”. J. Dickie, Cosa nostra. Storia della mafia siciliana, 2005.

“Sono insopportabili questi importuni che ricordano, con il loro esempio, fastidioso come un rimprovero vivente, che nel mondo esiste la onestà e la dignità”. P. Calamandrei, arringa in difesa di Danilo Dolci, 1956.

(da: http://menici60d15.wordpress.com/leopardi-unabomber-e-altri-eversori/)

La riesumazione dell’etica

27 ottobre 2011

Blog de Il Fatto

Comento al post di N. Dalla Chiesa “La vendetta dell’etica” del 27 ott 2011

 

Mi capita spesso di trovarmi d’accordo con gli enunciati di principio di Nando Dalla Chiesa, e di ammirare il modo in cui li formula; è con la loro estensione che spesso dissento. Sì, c’è una nemesi per aver trascurato l’etica, in particolare quella pubblica; che colpisce chi la calpesta rozzamente, a cominciare dai cittadini semplici che, ormai infettati dal corso storico, credono di poter scimmiottare il Principe, così come pochi anni fa pensavano di poter diventare milionari con la Borsa; senza sapere che senza etica sono un parco buoi anche in tema di diritti fondamentali.

Per andare a chi la trascura in nome di analisi politiche o economiche “oggettive”, pensando che dicendo “scevro da giudizi di valore” ci si qualifichi automaticamente come un serio studioso; che si bea di conoscere e applicare il termine “avalutativo”, ma non conosce o trascura la differenza tra “avalutativo” e “unprincipled”.

Per finire a quelli che la predicano per meglio razzolare, e sono i peggiori come si vede dai risultati; clero, sinistra, intellettuali, agenzie etiche come la medicina, il potere giudiziario, le forze di polizia. La loro ipocrisia è profonda e strutturata come il pozzo di S. Patrizio del Sangallo. Dalla Chiesa vede l’etica calpestata solo da B. e soci, ovviamente. Osservando gli effetti di quella che Illich chiamò la “Nemesi” medica, vedo che riguardo alla salute la parte che Dalla Chiesa difende non è seconda all’Amorale per antonomasia.

Ora che le cose si mettono male, probabilmente ci si ricorderà dell’etica pubblica; retoriche consolatorie si incontreranno con piagnistei di comodo. Ma l’etica non è un emolliente; sferza e brucia. Vorrei riportare un passo di Maccacaro, esempio raro di medico, scienziato, intellettuale e comunista che l’etica la sentiva in interiore homine, a differenza di tanti suoi compagni di partito e colleghi:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/27/la-lotta-ai-contronimi-ideologici-prevenzione/

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Blog de Il Fatto

Comento al post di M. Viroli “Letteratura della nuova Italia” del 4 dic 2011

Prevedibile…

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/27/la-riesumazione-dell’etica/

Le magie dell’Esselunga

24 ottobre 2011

Blog de Il Fatto

Commento al post di L. Franco “Cocaina e banane, trovati 25 chili di droga tra i bancali dell’Esselunga” del 24 ott 2011

Strane cose accadono all’Esselunga. Ora i 25 kg di cocaina tra le banane. E dire che la ditta è strettamente sorvegliata dalle forze dell’ordine. Per esempio, dopo aver postato questo:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/07/mafia-padana-e-magistrati/

e questo:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/17/salsa-cilena-allesselunga/

mi ci sono voluti 41 tentativi, nell’arco di un mese (mentre negli stessi giorni, vedo, avveniva il contrabbando di cocaina) per riuscire a compiere le poche centinaia di metri da casa all’Esselunga di via Volta a Brescia senza incrociare almeno un’auto di polizia. Per poi subire il solito comportamento gratuitamente provocatorio all’interno del grande magazzino. Oggi, appena pochi minuti prima di leggere l’articolo de Il Fatto, essendo passato in auto lì vicino, ho goduto della scorta di una Land Rover dalla Polizia provinciale, lo stesso modello di auto e lo stesso corpo di cui riferisco nel primo post, che mi si è messa dietro seguendomi a lungo per poi svoltare per una stradina che porta all’Esselunga.

Quasi sicuramente combinazioni prive di significato; oppure, dato il loro sapore onirico, opera del mago burlone sapientemente descritto da Tornatore nella sua recente apologia cinematografica dell’Esselunga. Oppure forse, attorno a forti realtà imprenditoriali come Esselunga le categorie onesti/criminali/tutori della legalità, presentate dai media e dalle forze di polizia, e sancite – o coonestate – dalla magistratura, e accettate come ovvie e naturali dal pubblico, sono solo parzialmente sovrapponibili a quelle reali; così che i ruoli e le alleanze reali sono talora opposti a quelli apparenti. I magistrati, inclusi quelli che si occupano di mafia, dovrebbero avere presente che vi sono oltre a quelle riconosciute anche forme sommerse di grande criminalità; e la possibilità che, come ho scritto più volte, con l’alibi della lotta alla criminalità si commettano reati non meno gravi.

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@Ecomostro. I fatti oggetto di denuncia si distinguono principalmente in veri o falsi, non in realistici o irrealistici. Io ho i filmati dei passaggi delle auto di polizia. (Né ci vuole molto, con la video sorveglianza, a fare eseguire un passaggio a una pattuglia al bisogno). Contra factum non valet argumentum. Argomento peraltro fallace: possono benissimo esserci fatti veri che suonano irrealistici. Se una denuncia venisse negata a priori perché secondo i gusti di qualcuno, o il sentire comune, non suona realistica, i critici cinematografici potrebbero fare le veci dei PM. Capisco che quanto denuncio possa essere accolto con perplessità. Però conoscere la differenza tra vero e verosimile fa parte del’abc del cittadino consapevole. Negare sicuri un abuso non conoscendo i fatti perché non corrisponde ai canoni Mediaset e Rai di rappresentazione del crimine è invece l’attività preferita dei boccaloni. Il “realistico” spesso non è che un nome rispettabile per “conformismo” e bigotteria. Io ad esempio ho forti dubbi che alla polizia manchi la benzina, visto che non mi riesce di uscire senza incrociarla. E la storia d’Italia è costellata di fatti “irrealistici”, inclusa l’invincibilità della mafia:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/17/italia-150-anni-di-conquiste-fiat/

Un piccolo test. Poniamo che sia stata commessa una strage terroristica nella piazza principale di Brescia, diciamo nel 1974. E diciamo che oggi, ottobre 2011, si attenda l’anno prossimo per un’altra tornata del relativo processo. E’ “realistico” che un processo per un fatto tanto grave si estenda al quinto decennio dalla commissione del reato, diverse epoche storiche e politiche dopo? Per me è un esempio della normale assurdità in cui viviamo. Di sicuro, è lo stesso ambiente dove avvengono i fatti che riporto; dei quali probabilmente dovrei discutere solo con chi non consideri “realistici” i tempi – e gli esiti – dei processi sul terrorismo.

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@ecomostro. Quello che non capisco io è come non ci possano essere eccezioni al “continuo via vai” in quel tratto; a Lei succede di incontrare senza eccezioni un’auto della Polizia ogni 500 metri ? E le capita di essere urtato al supermarket dallo stesso dipendente nello stesso punto per 4 volte consecutive?

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@n di zorro. Per proseguire il tuo “brainstorming”, forse non si sono lasciati scappare un quarto di quintale di coca; potrebbero anche averlo lasciato arrivare. Senza offesa. Le forze di polizia hanno precedenti di tutto rilievo nel doppio gioco sulla droga e nel non farsi scappare affari di droga (Ros di Bergamo); nel provocare e reprimere a fini di controllo politico (secondo gli insegnamenti di Cossiga); e nel pilotare l’eversione (attività sulla quale sono state scritte centinaia di pagine). E da quei professionisti che sono riescono a fare queste cose contemporaneamente senza fatica. Non come te che devi sforzarti per emettere contemporaneamente fesserie e insulti.

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@xenomars. A me pare che la polizia, e i servizi, siano anche troppo amici di Esselunga; e che abbiano una tendenza ad allestire insieme falsi scenari. (E che la Coop sia rivale in affari, ma non avversario ideologico di Esselunga, facendo parte dello stesso sistema).

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@pombo. Non mi seguono, si fanno vedere. Lo stalking Esselunga è cominciato a fine 2006, quando scrissi al comandante della municipale, promosso vicecomandante a Milano, e al difensore civico comunale, un magistrato emerito, commentando sulla circostanza, che è durata per tutto il 2006, per la quale ogni volta che entravo o uscivo da una biblioteca o da una libreria di Brescia incrociavo, senza eccezioni, un auto della polizia municipale, CC, PS, etc. E a volte sia quando entravo che quando uscivo.

Questo è l’esergo della lettera del 2006:

Questa specie, ora del tutto perduta, era allora floridissima in Lombardia…
(I Promessi Sposi. Commento sul modo dei bravi di farsi riconoscere dall’abito, dal portamento e dall’esibizione delle armi.)

L’accompagnamento culturale ha smesso di essere al 100%, ed è cominciato quello al supermarket; che è tenace e duraturo. Può darsi che a loro, e mi sa pure a te, siano più congeniali le banane che i libri.

Informazioni riservate su Black bloc e Indignati

16 ottobre 2011

Due analisi riservate sui Black bloc e su coloro che, tutto al contrario, civilmente manifestano contro le banche con la benedizione di Mario Draghi:

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Blog “Appello al popolo”

Commento al post “15 ottobre: un punto di vista diverso” del 17 ott 2011  

Beati i Black bloc, che vengono lasciati liberi di sfasciare tutto senza ombra di poliziotto attorno: a me per riuscire ad andare a comprare il pane all’Esselunga vicino casa senza incrociare auto delle forze di polizia, l’ultima volta ci sono voluti numero quarantuno tentativi, eseguiti in 11 giorni, nell’arco di un mese. Avendo la sorte di essere oggetto di un assillante e ostentato stalking di polizia, con associate provocazioni in borghese per giustificarlo e connivenze della magistratura perché resti impunito, forse vedo i fatti del 15 ottobre sotto una prospettiva un po’ deformata. Sono consapevole che suoni come una delirante calunnia sostenere che storicamente in Italia la violenza politica più cieca e insensata è salvo eccezioni pilotata dal Viminale e da Viale Romania, e dagli annessi servizi, che a tale fine con consumato mestiere infiltrano i gruppi adatti, e sobillano e lasciano liberi di agire i peggiori cialtroni, per poi presentarsi come paladini della legalità, in modo da preservare lo statu quo. Ma, tendendo ormai a vedere polizia dappertutto, aggiungo che ad essere manovrati non sono stati solo i facinorosi: il corteo può essere considerato come composto al 100% da infiltrati. Secondo me, oltre ai Black bloc, ai quali la polizia ha affidato in subappalto delicati compiti politici, anche i manifestanti pacifici sono riconducibili alla polizia: in quanto carabinieri spirituali. Chi, obbedendo agli ordini mediatici, si dichiara “indignato” per ciò che Altan raffigurerebbe come un ombrello piantato nel suo didietro, e rafforza l’espressione del suo sdegno con una educata camminata di gruppo in una bella ottobrata romana, è l’omologo civile dei CC delle barzellette.

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/29/le-ragioni-per-non-votare/

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Il ritorno dei samurai angolo via Labicana

Caro Stefano, a me fa molto piacere avere trovato persone che, da un percorso diverso, sono giunte, in forma più strutturata, ai miei stessi ideali di Giustizia sociale, Sovranità nazionale e Indipendenza. Anche se ammiro e supporto il voler tradurre tali ideali in azione politica concreta, non sono d’accordo nel credere che il popolo possa fare suo, con la necessaria intensità, un tale progetto politico. Lo si vede in questi giorni. Il potere fa fatti; il popolo non fa niente. Non i manifestanti violenti, col fuoco di paglia dei loro capriccetti futili e funzionali all’oppressione. Non gli indignati obbedienti, ai quali vanno bene tutti i politici, e l’attuale sistema, e qualsiasi ideologia, se assicurano il potere d’acquisto per i consumi e il quieto vivere. Forse questi nostri ideali sono un po’ come quelli di certi rivoluzionari risorgimentali, che non piacevano in primis a coloro che i rivoluzionari pensavano di emancipare.

Riguardo all’azione politica, fa molto poco anche quella. Pur nel mio pessimismo, penso che si dovrebbero chiedere le dimissioni del ministro dell’interno, per le sue evidenti responsabilità, se non altro omissive (ma non credo solo omissive), nell’accaduto (e magari organizzare una manifestazione a tale fine). E si dovrebbero chiedere indagini giudiziarie sulle responsabilità delle forze di polizia. O anche in questa (per me del tutto inverosimile) incapacità di controllare e fermare un pugno di ragazzini nel cuore di Roma non si vede nulla di colpevole? Invece tale elementare risposta politica non solo non c’è un 20% che la chiede, ma non c’è nessuno. Se si vuole conquistare il popolo, bisognerebbe mostrargli i valori di pregio che un movimento come il tuo può offrire: la tensione a vedere le cose chiaramente e il retto rispondere. La radicalità della ragione e la sostanzialità dell’azione contro la hubris mediatica.

Trovo deprimente che, dopo le centinaia di morti e i danni alla nazione causati dalla strategia della tensione, la gente comune, e anche chi “should know better”, continuino ad accettare, come per un riflesso automatico, lo stesso schema narrativo di quella che è la solita farsa. Che andrebbe chiamata dei “samurai invincibili”, secondo l’espressione di Tobagi. E alla quale il pubblico partecipa prendendo la parti ora dell’uno ora dell’altro degli attori, con pensosi distinguo ma in maniera prevedibile quanto per una sceneggiata napoletana.

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Stefano, il commento di Buzz che tu approvi mi sembra, per le parti che riesco a capire, un insieme di affermazioni sussiegose, apodittiche e sbagliate. “Partire dagli effetti per dedurne [inferire] una causa”, essendo note alcune premesse, come quella storicamente accertata dell’esistenza dell’eversione di Stato, non è “scientificamente scorretto”: si chiama “abduzione”, operazione che si fa coincidere con la generazione creativa di ipotesi scientifiche che consente il progresso della conoscenza sulle cause dei fenomeni. Ma qui non accorre grande creatività. E d’altro lato, dopo 70 anni di storia della Repubblica, parlare con cipiglio di dietrologia, pigrizia intellettuale, tesi comode, incapacità di apprendere dalla storia, gravi errori metodologici etc contro chi fa notare che esiste la strategia della tensione, richiede capacità e “metodi” che sono lieto di non possedere.

Quanto affermi sull’inizio di un nuovo periodo storico e su ciò che sono stati questi anni mi pare invece molto interessante. Ma non contrasta con quanto dico: il potere può avere anzi un interesse ancora maggiore a intervenire con l’esibizione mediatica di violenza pilotata, per orientare l’opinione pubblica contro possibili forme di violenza spontanea o politicamente organizzata, per spingere verso forme di protesta votate al fallimento, e per favorire leggi e prassi repressive.

Tornando all’epistemologo Buzz, c’è una fallacia gigantesca ed esiziale, che tutti tendiamo a commettere: di accettare l’assunto implicito che il ristretto ventaglio di opzioni che ci viene presentato dal potere e dai media esaurisca le possibilità. Oggi accettando il falso dilemma Indignados o Black bloc. I primi mosci e inconcludenti, gli altri finti e insensati. Se ci si fa dettare dal padrone, che ci mostra due scelte apparentemente opposte, la strategia per uscire dalla subalternità, la vittoria non è proprio assicurata. Lo spettro, sia dell’esistente che del potenziale, è molto più ampio: c’è la violenza che cova di chi è veramente oppresso, e che non si limiterebbe all’innocua Cinecittà dell’altro giorno; c’è la rabbia di chi non sfila a comando ma non ce la fa più e voterebbe qualcuno più serio delle attuali maschere della politica. Ci sono i modi nuovi, inediti da scoprire urgentemente – questa sì è pigrizia, oltre che errore politico madornale – di opporsi efficacemente al potere; senza cadere né nella trappola di chi ti vuole addormentare dandoti ragione a chiacchiere, né in quella che ti incita a fermare un Frecciarossa in corsa a spallate.

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Blog de “Il Fatto”

Commento al post di Travaglio “Prendo le distanze” del 20 ott 2011

Scusi Travaglio, ma qui si stanno prendendo le distanze anche dalla legalità. A proposito della mescolanza di farsa e tragedia in Italia (Pasolini, oggi citato per la sua difesa dei poliziotti, andrebbe citato per “L’Italia è un Paese ridicolo e sinistro. I suoi governanti sono maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue”); perché non chiedere le dimissioni di Maroni, per non avere saputo controllare e fermare un pugno di scemotti che ha guastato una manifestazione politica? E chiedere alla magistratura di indagare su responsabilità, che appaiono palesi, delle forze di polizia, sempre che il tema “poppe e natiche frequentate da B.” le lasci un po’ di spazio? C’era un giornalista, Tobagi, che contestava il dogma dell’invincibilità dei manovali del caos, ma purtroppo l’hanno ammazzato:

Il ritorno dei samurai angolo V. Labicana. In: http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/informazioni-riservate-su-black-bloc-e-indignati/

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Segnalato su:

Blog di A Giannuli

post “La manifestazione di Roma: solito dejavu?” del 15 ott 2011

Comunicato del SIU* n. 1

Colendissimo Signor Lunnai

Due documenti riservati su Black bloc e Indignati, che mi auguro non cadano nelle mani di complottomani e dietrologi:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/informazioni-riservate-su-black-bloc-e-indignati/

Suo fratello in Iside

Clisma 4

Guardia scelta del SIU*

* Scatorchiano Intelligence Unit.

e post ” Ancora su Piazza San Giovanni” del 18 ott 2011:

Riguardo ai consigli di Cossiga nel 2008:

http://menici60d15.wordpress.com/2008/10/29/incudine-e-non-martello/

Blog “L’aria che tira” di M. Cedolin 

Post “Dietro il fumo dei lacrimogeni e delle camionette che vanno a fuoco, c’è una società in cancrena” del 21 set 2011:

C’è una fallacia gigantesca ed esiziale, che tutti tendiamo a commettere: accettare l’assunto implicito che il ristretto ventaglio di opzioni che ci viene presentato dal potere e dai media esaurisca le possibilità. Oggi accettando il falso dilemma Indignados o Black bloc. I primi mosci e inconcludenti, gli altri finti e insensati. Se ci si fa dettare dal padrone, che ci mostra due scelte apparentemente opposte, la strategia per uscire dalla subalternità, la vittoria non è proprio assicurata. Lo spettro, sia dell’esistente che del potenziale, è molto più ampio: c’è la violenza che cova di chi è veramente oppresso, e che non si limiterebbe all’innocua Cinecittà dell’altro giorno; c’è la rabbia di chi non sfila a comando ma non ce la fa più e voterebbe qualcuno più serio delle attuali maschere della politica. Ci sono i modi nuovi, inediti da scoprire urgentemente – questa sì è pigrizia, oltre che errore politico madornale – di opporsi efficacemente al potere; senza cadere né nella trappola di chi ti vuole addormentare dandoti ragione a chiacchiere, né in quella che ti incita a fermare un Frecciarossa in corsa a spallate.

In:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/informazioni-riservate-su-black-bloc-e-indignati/

Blog Metilparaben

Post “I garantisti delle leggi speciali” del 20 ott 2011 

Gatta ci cova…

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/informazioni-riservate-su-black-bloc-e-indignati/
20 ottobre 2011 17:09

Blog Dietro il sipario

Post “Gli Indignados, strumenti inconsapevoli del Lucis Trust” dell’8 nov 2011

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/informazioni-riservate-su-black-bloc-e-indignati/

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Segnalazioni censurate: 

Blog de Il Fatto:

Post di P. Ojetti “La legge Irreale” del 17 ott 2011:

Ecco fatto. Bravi:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/informazioni-riservate-su-black-bloc-e-indignati/

Post di Claudio Fava “Le leggi liberticide non servono” del 18 ott 2011:

I comportamenti liberticidi servono:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/informazioni-riservate-su-black-bloc-e-indignati/

Post della Redazione “Roma, cortei in centro vietati per un mese. Solo “una manifestazione statica” per la Fiom” del 17 ott 2011:

C’è qualcosa che non quadra…

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/informazioni-riservate-su-black-bloc-e-indignati/

I magistrati e gli USA

8 ottobre 2011

Blog de Il Fatto

Commento al post di Bruno Tinti “Meredith, il verdetto del popolo sovrano” dell’8 ott 2011

Al dr Tinti le discussioni sull’assoluzione della Knox e di Sollecito fanno venire in mente che il popolo ciancia senza capire nulla di diritto, e che i magistrati italiani sono superiori a quelli USA perché motivano le sentenze. Pur condividendo il giudizio sulla gente e sul sistema giudiziario USA, posso testimoniare che quando si tratta di dare impunità o appoggio ai crimini dei poteri forti, a partire da quelli coi quali gli USA mantengono il loro dominio sull’Italia, i magistrati italiani non sono migliori della gente e dei colleghi USA. Si può assistere alla “parallelizzazione” dei gradi di giudizio, che, sequenziali nel tempo, vengono affiancati sul piano spicciolo creando doppie verità; così che gli imputati sono assolti però si lascia intravedere, magari anche dallo stesso giudice che ha smentito il giudizio di colpevolezza del grado precedente, che di fatto sono colpevoli (o al danneggiato viene data ragione formalmente mentre col grado successivo, senza negare il giudizio precedente, si fa in modo che il torto prosegua). Le perizie tecniche, che andrebbero ormai riconosciute come un magnifico mezzo per eludere la logica più elementare e la decenza dietro al paravento del “rigore” e della prosopopea scientifica, possono certificare che gli asini volano:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/25/le-perizie-ballistiche/

o i periti possono divenire degli imbranati fantozziani (v. la perizia genetica della polizia per l’assassinio dell’ispettore Donatoni, in “Mistero di Stato”, di M. Almerighi). E la luce non è mai giusta: o è quella abbagliante dei proiettori dello show mediatico, oppure magistrati e forze di polizia cercano di operare nell’oscurità, senza contraddittorio, con procedure anomale, e di dare meno motivazioni pubbliche possibile, agendo per vie informali e riservate, lasciando meno tracce possibile della loro concezione del diritto e della giustizia rispetto allo zio Sam o altri signori.

Francesco Pansera

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Blog de Il Fatto

Commento al post di  G. Costa “Tutti i giudici di Amanda Knox” del 10 ott 2011

Nella sua intemerata per difendere il suo clan in un caso dove certo il sistema giudiziario non ha brillato, come quello Knox-Sollecito, Costa ha ragione quando dice che a volte il pubblico è una bestia. Il fatto è che i magistrati, in casi dove poteri forti esercitano la loro influenza, non appaiono migliori del volgo, ma una sua espressione ripulita, che nella baraonda ci sguazza:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/08/i-magistrati-e-gli-usa/

Anch’io nel mio campo, la medicina, vedo come spesso siano sbagliate, distorte, assurde le pretese del pubblico; ma quelle proposte sfuocate e spesso controproducenti nascono da una percezione intuitiva negativa sulla medicina che non è infondata. Penso che se la medicina fosse onesta e pulita tali proteste mal dirette in gran parte controproducenti rientrerebbero, e tra quelle restanti verrebbero riconosciute e isolate quelle sbagliate.

Che l’avvocato Costa e i magistrati che difende facciano la loro parte per assicurare una giustizia imparziale, equa e efficiente, e vedranno che la gente non tenterà di indossare i loro roboni settecenteschi e i berretti col pon pon. Una giustizia che abbia il carattere della linearità. Per es. se davvero non si vogliono polveroni e cicaleccio, basterebbe, non dico invertire il rapporto capovolto tra effetto e causa, riportandolo alla sua forma naturale, ma almeno accorciare i tempi, attualmente di 3 mesi, tra la sentenza, che è una conclusione, e le motivazioni, che dovrebbero essere le premesse della conclusione stessa. A costo di posticipare la sentenza. Una giustizia che, esposte le conclusioni, ci mette un altro quarto di anno per esporre come ha raggiunto le premesse, e come da esse abbia inferito le conclusioni, mentre fuori il pubblico rumoreggia e straparla, non può dirsi estranea alla caciara, per quando solenni siano le pose che assume.

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La coppia “calculemus” e “ignorabimus” nell’attività giudiziaria

@Gioele28. Che brutta professione quella del giudice, sul piano intellettuale oltre che umano, se consiste davvero in ciò che tu dici. Credo che la verità, ai fini pratici, etici e giudiziari sia un’entità tangibile e unica *; la cui approssimazione, se non sempre è possibile, non è però neppure così terribilmente irraggiungibile. Viene dipinta come vaporosa soprattutto quando al contrario si è proceduto con l’accetta.

E’ un po’ buffo che parlando dell’attività dei tribunali, che dovrebbero essere il luogo della misura nel giudizio, dall’ottimismo positivista sulle perizie tecniche si passi a dolenti considerazioni sull’inaccessibilità della verità, dove la vita reale sembra un’entità noumenica che le mura dei palazzi di giustizia tengono separata dal lavoro dei magistrati. Dalla hubris scientista, dal “calculemus” leibniziano, ad uno “ignorabimus” che invoca smarrito la trascendenza a giochi fatti.

Credo che sarebbe utile per tutti, meno che per chi è colpevole, che ci fossero linee guida solide sulla prova scientifica nei procedimenti giudiziari; basate su una definizione non ingenua – non ingenua sotto il profilo epistemologico e quello della conoscenza di come va il mondo – del rapporto tra la ricostruzione “naturale” del fatto, considerato come fenomeno causato da azioni umane, e ruolo dell’analisi scientifica nella ricostruzione. L’analisi scientifica porta la ricostruzione ai piani ipogei o iperurani del non osservabile, e può approfittarne per sdoganarsi dalla razionalità e dal controllo di attendibilità; facendo le veci del Dio di cui parla Gioele28; o meglio venendo usata come un traballante deus ex machina che interviene tonante e cigolante per imporre il finale desiderato.

* http://menici60d15.wordpress.com/2009/06/03/contro-il-relativismo-etico-ed-epistemico/

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Avvocato Costa, ringrazio Lei per mostrarmi in cosa consiste il Vostro lavoro.

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Blog de Il Fatto

Commento del 27 gen 2012 al post di M. Imperato “Lobby al sole anche da noi?” del 27 gen 2012

postato su questo sito il 5 feb 2012 causa boicottaggio Telecom

Il PM Imperato invita a considerare di introdurre anche da noi il lobbismo, cioè la legalizzazione dei finanziamenti ai politici da parte di gruppi di interesse. Il magistrato invita a guardare al fenomeno senza ipocrisie. Si dovrebbe estendere il suo suggerimento al potere giudiziario: considerando il fenomeno USA dei finanziamenti legali alle campagne elettorali dei magistrati da parte delle multinazionali. Lì è legale comprarsi dei magistrati in questo modo. Ma anche in Italia, così come non è sconosciuto il fenomeno dei soldi passati sottobanco da potenti gruppi di interesse ai politici, esiste la magistratura “business friendly”, che fa carriera essendo compiacente col business:

I magistrati “business friendly” e la mafia come sineddoche tendenziosa
http://menici60d15.wordpress.c…

Reati contro l’economia

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27 gen 11 h 17:10

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Sito de L’Espresso

Commento all’articolo di P. V. Buffa “Così torturavamo i brigatisti” del 5 apr 2012

Sul fatto che i poliziotti, col coraggio dello sciacallo, quando non corrono rischi commettano abusi e i magistrati li coprano, non ho dubbi. Soprattutto se ci sono di mezzo interessi USA. Ciò che è sicuramente vero in questa storia è che polizia e magistratura di nascosto praticano e favoriscono forme abbiette di crimine a favore di interessi USA. Ciò che è sicuramente falso è l’implicazione che lo facciano solo per fini in sé leciti, e solo nei confronti di chi delinque.

Come chiamare la sinistra di potere ?

3 ottobre 2011

Postato su Apppello al popolo il 3 ott 2011

Su questo sito Simone Santini [1] ha di recente discusso del neologismo “rossobruni” applicato all’area antagonista. Non considero qui le categorie ideologiche risultanti dalla conflazione di marxismi e fascismi, o eventuali “nazimaoisti” in carne e ossa, ammesso che esistano, argomenti sui quali non so nulla; né tanto meno l’analisi dell’evoluzione attuale del marxismo, altro argomento sul quale non so niente; ma la tendenza della sinistra di potere ad attaccare gratuitamente anche con sistemi abietti chi è inviso ai suoi nuovi padroni; e a dare dell’estremista – rosso, nero, o magari milanista -  a chi non le garba, o non garba ai suoi nuovi padroni; e questo lo conosco benissimo per esperienza diretta.

Santini mostra come l’opposizione rossi/neri sia da superare. Non penso che “rossobruni” sia un complimento, da prendere come titolo del quale felicitarsi. Nè che gli antagonisti rossi vadano accomunati a quelli neri sotto la categoria “antisistema”: il modello ideale di società desiderato è, si presume, fondamentalmente diverso per le due posizioni, pur essendoci, oltre all’opposizione al capitalismo, punti di contatto ideologici, e psicologici. Ma sono d’accordo nel rifiutare la dicotomia sinistra/destra: sta divenendo sempre più evidente che questa contrapposizione orizzontale distoglie dalla divisione fondamentale, che è quella verticale potere/governati. E’ un’opera dei pupi, con Berlusconi che parla di pericolo comunista e la “sinistra” che si dice discendente dei partigiani, mentre entrambi fanno quello che vuole il puparo (la “sinistra” ancor più che Berlusconi, secondo alcuni commentatori); un pubblico di bambini guarda a bocca aperta, mai stanchi della stessa recita rassicurante. Come le botte tra Arlecchino e Pulcinella con Mangiafuoco alla cassa nella canzone di Bennato.

E’ proprio di questa “sinistra” attaccare chi è su posizioni progressiste vere; sia perché è questo il  lavoro per il quale è pagata: impedire una sinistra autentica in Parlamento occupandone il posto. Sia perché come tutti i rinnegati c’è un odio personale verso chi non ha tradito e può quindi testimoniare, anche con la sua sola esistenza, la loro falsità. Gli attacchi alla sinistra che, absit iniuria, qualcuno potrebbe chiamare “ingenua”, e in generale ai progressisti autentici, sono quindi sistematici e ben studiati.

L’epiteto “rossobruno” è sia interessante che impudente, perché proietta sugli oppositori la circostanza – e la vergogna – che sono la destra e la sinistra parlamentari a fondersi, e talora a scambiarsi i ruoli; così che chi critica la “sinistra” da una posizione di sinistra coerente, anche moderata, può essere rappresentato come di estrema sinistra se critica il loro praticare politiche di destra; e come di destra se critica le posizioni di finta sinistra. Il liberismo ha una dimensione anarchica, individualista, distruttiva e creatrice, che è possibile spacciare per progressista. Io lo vedo soprattutto in campo medico, dove alcune frodi, o alcune manovre liberiste liberticide vengono presentate come istanze progressiste e libertarie, così che chi le critica può essere fatto passare per reazionario.

Un esempio è il teatrino tra “laici” e quell’altra cattedra di doppiezza, il clero, sul testamento biologico, nel quale la “sinistra” finge di ignorare che un problema autentico, il diritto alla autodeterminazione sul proprio corpo in caso di malattia terminale o gravemente menomante, viene distorto e strumentalizzato per finalità malthusiane legate a quei poteri economici che vivono dello sfruttamento della popolazione; alla quale guardano come alle loro mandrie gli allevatori di bestiame, che abbattono i capi che non rendono più [2]. Anche criticare l’immigrazione come portato della globalizzazione liberista, che dietro alla melassa buonista è una trasfusione forzata di  persone che anemizza delle energie migliori i popoli dei paesi poveri e impoverisce il tessuto antropologico dei paesi ricchi [3], consente ai “sinistri” di servire il grande capitale e accusare farisaicamente di razzismo, rossobrunismo, etc. chi non si allinea. Oppure il dire che il fatto che Gheddafi (peraltro viscidamente appoggiato dai nostri governanti fino a poco prima dell’inizio dei bombardamenti) fosse un dittatore non toglie che l’occupazione coloniale della Libia, Stato sovrano, con le uccisioni di civili, sia una nefandezza; ciò dai marciapiedi di Assisi [4] viene visto come segno certo che a parlare è uno che ha i ritratti affiancati di Lenin e Goering sopra la testiera del letto. Di recente “il Fatto” ha ospitato un post dell’on. Fabio Granata sulla mafia. Il mio commento al post è stato censurato [5]. Troppo estremista? Questo collaboratore degli antifascisti de Il Fatto, Granata, seguace del pacato maestro di democrazia già delfino di Almirante, Fini , mesi fa ha difeso dalle critiche una sua militante, Lucia Alonzi, che si è presentata alla Camera con la croce celtica al collo. Ha difeso anche il simbolo. E’ interessante come: definendolo “segno di un’identità cattolica”. Anche i post-fascisti sono passati dalle posizioni “categoriche e irrevocabili” alla riposta a saponetta, scivolosa, fatta per sgusciare via.

Il tradimento della sinistra, con l’abolizione della opposizione autentica, quella che contrasta seriamente i partiti apertamente sostenitori degli interessi dei più forti, e con la sua trasformazione in un simulacro manovrabile, è un fattore determinante dello sgretolamento dei capisaldi di giustizia e di libertà raggiunti in secoli di lotte contro l’oppressione. Per chi ha creduto in certi ideali, una metamorfosi da farfalla in bruco, o in anellide. La “sinistra” odierna è una bolla che si regge per l’abilità di professionisti dell’ipocrisia. I fascisti erano più autentici. Lo stesso Berlusconi, pericoloso istrione, ha una distanza tra ciò che realmente è e ciò che finge di essere che è minore di quella della “sinistra”. “Se un ladro ha la faccia da ladro in fondo è onesto” dice un personaggio di Fellini.

Col suo doppio gioco, la sinistra di potere è la cintura di protezione politica della destra affarista, del clero, di Confindustria e degli altri feudatari dei poteri forti internazionali che reggono il Paese. Avendo voltato le spalle alla sua storia e sputato sui suoi ideali, ed essendosi convertita alla religione dell’antico nemico, priva com’è di una sua spina dorsale, di una sua identità forte, è considerata dai poteri forti sovranazionali più affidabile di altri signorotti locali, e si appresta a gestire direttamente il protettorato italiano.

Da bambino guardavo in televisione Saragat, del PSDI, declamare in continuazione “gli alti ideali della Resistenza”; da grande, leggendo scoprii che questo patriota era al vertice del partito americano – non diversamente dal presidente della Repubblica attuale – e ha fatto tanto per svendere l’Italia; anche in campo scientifico, es. con la vicenda della persecuzione di Felice Ippolito; e anche quella di Domenico Marotta [6], sorretta da una campagna diffamatoria de l’Unità. Negli anni ’70 i coetanei mi davano del fascista perché esprimevo dubbi sulla genuinità della decisione, pressoché unanime, di occupare il liceo, che mi sembrava una libera uscita goliardica pilotata dal PCI e permessa dalla DC; oggi gli ex compagni quando vogliono essere gentili mi definiscono anarchico. Le mie idee politiche, che sono sostanzialmente costanti nel tempo, sono accostabili a quelle di tipo repubblicano e all’antiutilitarismo; se mi trovo su posizioni “estremiste” non essendomi mosso è per lo spostamento a destra della “sinistra”.

La “sinistra” ora chiama “rossobruni” oppure – e questo è un classico – “anarchici” quelli che la intralciano nel suo ruolo di falsa sinistra. Ma come chiamare questa “sinistra”? Si sono tenuti un marchio che non gli compete più da molto tempo, e che favorisce la loro funzione di falsa opposizione. Propongo di non limitarsi a difendersi dagli appellativi che ci vengono appioppati, come “rossobruno”, ma di passare al contrattacco – soprattutto se ci si considera rivoluzionari – e trovare nomi appropriati per definire l’attuale “sinistra”. Qualcuno ha proposte?

Una interessante definizione è quella di “comunismo individualistico” [7]; non perché abbia “un vago sapore aporetico” come ha scritto chi l’ha coniata, Eugenio Orso, ma come ossimoro beffardo, efficace nel mettere in risalto l’ambiguità cialtronesca con la quale la “sinistra” vuole tenere il piede in due staffe. A proposito di contraddizioni che uniscono “fasci” e “compagni”, ricordo un discorso di Berlinguer che sosteneva che i comunisti erano rivoluzionari e conservatori; e come mi colpì sfavorevolmente, perché avevo da poco letto un passo di un discorso di Mussolini dove sosteneva la stessa cosa del fascismo. Forse un test per saggiare la consistenza, e la qualità, di un’idea politica, o di una posizione politica, è verificare la sua reattività: il suo non combinarsi facilmente con altre idee, formando nuovi composti, è in genere una caratteristica di pregio. In un paese abituato alla tecnica cattolica del potere di gettare ponti, o meglio estendere pseudopodi, verso le opposizioni, per poi inglobarle, usarle strumentalmente, dissolverle, andrebbe riconosciuto il valore positivo delle divisioni tra concetti e tra parti politiche.

Io la chiamo “sinistra gialla”, o “i gialli”, come erano chiamati “gialli” i falsi sindacati allestiti dai padroni. Oppure “sinistra smagnetizzata”, visto che mostra che il Piano Demagnetize degli anni ’50 ha funzionato, fino a fare della “sinistra” uno strumento dei poteri che dice di combattere, e che in passato hanno ucciso diversi dei suoi migliori esponenti [8]. Oppure “glaxocomunisti”, dati i finanziamenti della Glaxo a D’Alema e in generale le posizioni servili verso le multinazionali farmaceutiche e il businness biomedico, dove il liberismo raggiunge aspetti turpi [9].

Oppure “sinistra deuteragonista”, che serve da spalla teatrale al protagonista [10,11]. Oppure “sinistra metastatizzata” visto che, come un linfonodo invaso dal tumore, da elemento di difesa è divenuta focolaio del male. O anche “sinistra gellista”. “Gellista” non nel senso che ha raccolto l’eredità degli ideali dei giellisti, gli aderenti a Giustizia e Libertà; ma nel senso di Gelli Licio, del quale ha attuato i programmi per l’Italia.

Oppure, riconoscendo che destra e sinistra di potere sono una coppia di soci che per guadagnarsi la pagnotta servono il potere, anche inscenando liti; e riconoscendo che in quest’ultimo compito, dove si legittimano a vicenda spernacchiandosi a vicenda, mostrano elevata padronanza del mestiere, potremmo chiamare una “l’Augusto” e l’altra “il Bianco” [12].

Pubblicato anche su:

http://menici60d15.wordpress.com/

1.    Simone Santini. Rossobruni ? No, rivoluzionari! Appello al popolo, 30 set 2011.

2.   v. citazioni [9-11] in:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/05/16/sperimentazione-animale-uno-spoglio-etico-2/

3._http://menici60d15.wordpress.com/2009/05/24/immigrati-la-pieta-coi-numeri-e-altre-forme-minori-di-pieta/

4.   Commento a “La guerra in Libia non esiste per la marcia Perugia Assisi” in [8].

5.  Contro la legalizzazione della mafia. In http://menici60d15.wordpress.com/2010/06/08/i-professionisti-della-metamafia/

6.    http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/31/“se-la-canaglia-impera-la-patria-degli-onesti-e-la-galera”/

7.   Stefano D’Andrea. Comunismo individualistico post sovietico. Appello al popolo, 16 giu 2011.

8.   http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/03/la-sinistra-smagnetizzata/

9.   http://menici60d15.wordpress.com/2010/12/07/da-quali-minacce-va-protetta-la-glaxo/

10. http://menici60d15.wordpress.com/2009/05/11/il-deuteragonismo/

11.  http://menici60d15.wordpress.com/2009/05/19/deuteragonismo-di-lotta-e-di-governo/

12. http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/

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Blog di Aldo Giannuli

Commento del 18 feb 2012 al post “Caso Goracci. La risposta di Paolo Ferrero” del 17 feb 2012

@Santi. Sul simpatico epiteto “rossobruno”, o sulla croce uncinata che sarebbe nell’anima di chi dà noia ai rossi di mestiere:

Come chiamare la sinistra di potere ?
http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/03/come-chiamare-la-sinistra-di-potere/

Nella mia ricerca su come chiamare quelli della sinistra che conta, vorrei aggiungere “debenedettini”, data la loro devozione all’editore di Repubblica e agli interessi che rappresenta.

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V. anche: La sinistra radicchiale

Istituzioni ibride

22 settembre 2011

Blog  Il Corrosivo di Marco Cedolin

Commento al post “Quali sono i veri poliziotti?” del 22 set 2011

La polizia, che è fatta di Italiani, manifesta davanti a Montecitorio perché è voltagabbana: ha fiutato il vento e si stacca dal signorotto in disgrazia che prima ha aiutato con tutti i mezzi a spadroneggiare; e anzi gli va contro. Il Griso quando Don Rodrigo si ammala prende le distanze e poi lo tradisce accordandosi coi monatti, noterebbe qualcuno. Come fa spesso, Cedolin coglie un punto nodale: I poliziotti sono onesti e benemeriti lavoratori o sgherri del potere? Credo che il dilemma sia insolubile, posto così. Per trovare le coordinate che Cedolin giustamente chiede occorre superare le dicotomie semplici, e ammettere che alcune grandi istituzioni etiche, come la polizia, sono intrinsecamente ibride: hanno una funzione sociale positiva, ma anche una insopprimibile componente oscura. Un miscuglio, nel quale il primo aspetto, al quale ascrivere comportamenti corretti e esempi luminosi, viene sfruttato dal secondo, che si fa scudo dei casi nobili di aderenti all’istituzione che sono stati uccisi, che a volte sono casi di epurazione.

Come la salute, l’ordine quando c’è non si nota. Ci dimentichiamo che se non siamo in un Far West è perché c’è il lavoro delle forze di polizia. Non si può fare a meno di tale servizio pubblico. Questa azione però è carente là dove sarebbe più necessaria, come le aree del Sud dove la mafia è forte; e per i crimini dei colletti bianchi;  e solo chi ci è passato in prima persona può sapere quanto possono essere vendute le forze di polizia (soprattutto, posso dire, quando servono i poteri forti, come quelli che hanno commissionato gli omicidi politici); e quali reati possono impunemente commettere, quali abissi di infamia possono raggiungere; con la connivenza e a volte la complicità attiva della magistratura, altra istituzione ibrida.

La polizia dovrebbe difendere i cittadini: in realtà tende ad esercitare una protezione, arbitraria ed ineguale a seconda del cittadino, e che si riserva di ritirare a piacimento, regolandosi sulle convenienze e gli interessi in gioco, analogamente alla protezione mafiosa. Per il cittadino comune, la protezione si paga col pizzo della sottomissione al potere, che ha nei poliziotti i suoi campieri. Bisogna fuggire sia il rifiuto ideologico dell’istituzione, sia la tentazione di porvi cieca fiducia, come la propaganda martellante e la pavidità del cittadino medio spingono a fare:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/14/vogliono-i-poliziotti/

Ma da cittadini repubblicani occorre guardarla con distacco, esercitando il controllo democratico e pretendendo che nei suoi comportamenti si avvicini a ciò che dovrebbe essere, se vuole essere riconosciuta come istituzione, e non come una banda di soggetti descritti nel canto della mala:

“Prima faceva il ladro / e poi la spia / adesso è delegato di polizia”.

Quello dei Notav, in un’Italia piena di finte proteste pilotate dal potere, è un raro caso di lotta popolare genuina, e di risonanza nazionale, contro i soprusi del potere. Quindi sono in gioco non solo le grandi ruberie sull’Alta velocità, ma anche il principio che la gente deve stare buona mentre viene derubata; questo rifiuto di massa ad essere defraudati di beni essenziali è inaccettabile per la tirannia che aleggia dietro alla fictio democratica. Occorre che i resistenti della Val di Susa stiano attenti, perché se da un lato si cercherà di addormentare la protesta, dall’altro si farà di tutto per dipingerla come opera di violenti, esaltati, etc. E i poliziotti, che davanti a terroristi veri non brillerebbero, quando si tratta di bastonare brave persone divengono guerrieri implacabili e audaci.

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Grazie Marco. E’ vero che la polizia è immersa in una rete di relazioni istituzionali, che ne condizionano il comportamento;  e come altri poteri dello Stato è subordinata a forze come gli USA, le oligarchie finanziarie, il Vaticano. L’assorbimento, del quale parli, è un fenomeno passivo; ma le forze di polizia brillano anche di luce propria. Andrebbe forse maggiormente riconosciuto il ruolo attivo, silenzioso e sottovalutato, delle forze di polizia nel determinare la politica italiana, al livello intermedio del quale fanno parte. La difesa manu militari degli interessi illeciti del business medico è a mio parere un esempio di questa cogestione attiva. La gente non lo sa, ma la medicina che ha e che avrà

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/15/la-medicina-come-rimedio-ai-limiti-della-crescita-economica/

è una medicina imposta coi questurini e i militari dal budriere bianco; e anche con forme più sofisticate di poliziotto.

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Blog “Conflitti e strategie”

Commento al Post di Gianni Petrosillo “Dateci un taglio” del 23 set 2011

Questa immagine della polizia esasperata che assalta il Palazzo ricorda gli ammutinati della Corazzata Potemkin; e chi ci crede dovrebbe stare a sentire Fantozzi…

Non so quanto sia sincero questo attrito tra La Russa e i poliziotti, che di fatto ha gettato l’amo di una polizia che sta al fianco dei cittadini esasperati dal Palazzo, e non di fronte a difesa del Palazzo con i randelli e con gli uffici riservati; ma anche se lo fosse, non mi sembra quello tra un fascista e onesti lavoratori esasperati …

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/22/istituzioni-ibride/

Salsa cilena all’Esselunga

17 settembre 2011


Blog de “Il Fatto”

Commento cancellato dalla redazione al post “Il patron di Esselunga Caprotti condannato per il libro “Falce e carrello” di T. Mackinson del 17 set 2011

Salsa cilena all’Esselunga

Come riporta Thomas Mackinson su Il Fatto, Caprotti è socio e alleato di Rockefeller. Rockefeller è ritenuto da molti una forza determinante nel plasmare la medicina nella sua forma attuale, affaristica e di pochi scrupoli. (Un modello di medicina – che contempla che i farmaci si vendano al supermarket, come nei drugstore USA – abbracciato del resto anche da Coop). Secondo un’ipotesi, l’Unabomber veneto sarebbe un’operazione dei servizi, di provenienza anglosassone, appoggiata come già avvenuto in passato per altre forme di terrorismo dalle istituzioni italiane, volta a giustificare la repressione di chi si oppone in maniera civile a aspetti del liberismo come la medicina secondo Rockefeller:

http://menici60d15.wordpress.com/leopardi-unabomber-e-altri-eversori/

E’ singolare che l’autore dell’ipotesi, oppositore delle degenerazioni della medicina liberista, lamenti un comportamento anomalo di costante e gratuita molestia e provocazione in un punto vendita Esselunga:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/07/mafia-padana-e-magistrati/

Forse potrebbe essere interessante indagare su tale comportamento per comprendere meglio il significato dei muti attentati dell’Unabomber “nostrano”; e la reale posizione della grande distribuzione rispetto alla minaccia Unabomber. Ma la magistratura, con un locale Procuratore della Repubblica che in passato ha indagato a vuoto proprio su Unabomber, non sembra interessata a questa pista: è come assente, e lascia anzi che alle molestie si associ una costante presenza di polizia. In particolare dei Carabinieri; che nella loro rivista, direttore il Comandante generale dell’arma, hanno in passato ospitato (Il Carabiniere, dic 1997) l’italianista statunitense, TJ Harrison, secondo il quale oggi un Leopardi, con le sue critiche, andrebbe considerato come un probabile Unabomber.

Vogliono i poliziotti

14 settembre 2011

Sito Conflitti e strategie

Commento al post “Vogliamo i poliziotti” di Gianni Petrosillo del 13 set 2011

De Andrè diceva che bisogna fare tanta strada per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non esistono poteri buoni. Per quello che so le forze di polizia non sono la cura ma fanno parte della malattia, essendo al servizio dei poteri forti che determinano le disgrazie politiche della nazione. Forse De Andrè era ottimista, perché oggi con la disinformazione la gente, rincitrullita dal flusso continuo di sceneggiati sui PS e CC onesti, coraggiosi e intelligenti, e dalle innumerevoli campagne di marketing medico spacciate per programmi educativi, mette sicura la testa nel cappio stando comodamente seduta davanti alla tv:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/10/radiotossicita-mafiosa-e-legale/

Sito Blogghete

Risposta del 15 set 2011 a Gianni Petrosillo nel post “Vogliamo i poliziotti”

Sono di idee borghesi, e la cultura che vede il poliziotto come “sbirro” non mi appartiene. Neppure però condivido l’insopprimibile tendenza degli italiani a “voler fare la rivoluzione coi carabinieri” (Montanelli), e più in generale a cercarsi un protettore, e a cambiarlo a seconda delle circostanze storiche; né apprezzo queste piroette della “sinistra” italiana, dalle intricate e fumose analisi marxiste al poujadismo spicciolo. Non per contraddire Gramsci, ma per smentire la solita retorica vigliacchetta dei poliziotti buoni guidati dai vertici cattivi: posso testimoniare che il problema non sono solo i vertici, ma anche i quadri della polizia. I capi ordinano abusi e violenze che i sottoposti eseguono naturaliter; tanto da fare pensare che il mestiere di poliziotto sia il rivestimento sociale di un determinato tipo umano; ben diverso da quello che viene propagandato con la miriade di sceneggiati televisivi su commissari e carabinieri. Su questa consonanza tra capi e “obbedienti agli ordini” vedi i fatti del G8; o l’assassinio dell’ispettore Donatoni (M. Almerighi, Mistero di Stato), che dice anche dei criteri e dei metodi di selezione interni alla polizia. Prendono 1500 euro al mese, dicono, e si lamentano in continuazione che sono poche. Saranno poche per il lavoro di poliziotto, ma sono anche troppe per il lavoro che svolgono di fatto.

Sito Crisis Di Deborah Billi

Commento al post “Polizia, facciamo sciopero?” del 30 set 2011. Censurato

“Gli italiani vogliono fare la rivoluzione coi Carabinieri” (Montanelli)

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/22/istituzioni-ibride/

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/14/vogliono-i-poliziotti/

Guai ai vinti

22 giugno 2011

Blog della Redazione de il Fatto quotidiano

Replica al commento di Federico Derchi al post “Sclerosi multipla, in Italia la cura c’è, ma non per tutti” del 21 giu 2011

Per chi si trova nello stato di “chronic sorrow” la speranza è un ancora che evita il naufragio del sé; ma ci sono potenti interessi che speculano su questo bisogno, e guastano alla radice la ricerca sulla SM. Leggendo i commenti, vedo che tra alcuni dei malati di SM sta sorgendo una certa consapevolezza di ciò.

La teoria della patogenesi immunologica della SM è da tanti anni alla base delle lucrose “cure”, “innovative” e spesso dannose come quelle che Il Fatto pubblicizza. Mentre veniva lanciato l’interferone per la SM, pubblicai un articolo teorico che espone indizi che contrastano con tale teoria, e che puntano verso un agente causale chimico (Pansera F. Form and cause in multiple sclerosis. Perspectives in biology and medicine 36: 306. 1993). E’ stato come avere rigato con una chiave la fiancata dell’auto del capo dei capi: nella mia esperienza, la debole teoria autoimmune viene difesa con sistemi mafiosi, grazie anche ai ruffiani delle istituzioni italiane. La terapia basata sull’ipotesi della CCSVI, una grottesca trasposizione all’encefalo della stasi venosa delle caviglie delle nonne, mi sembra sia stata messa sul “fast track” perché gioca il ruolo di oppositore di comodo. Non migliore dei dogmi del Golia farmaceutico che sembra fronteggiare, aiuta a far sì che tutto resti come prima; e accresce i profitti.

Non so per certo quale sia la causa della sclerosi multipla, né tanto meno quali possano essere le terapie. Ma ho visto come i trattamenti attuali si basino su una “slothful induction” finalizzata al profitto che viene protetta con mezzi criminali. Mi pare quindi che la scelta di astensione dalle terapie farmacologiche (una scelta che diversi medici praticano per sé stessi e i loro cari anche per altre “cure”, es. gli antitumorali), e di attenzione agli ausili meccanici che “regalano autonomia” sia saggia, cioè razionale e dignitosa; date le circostanze, che sono squallide e vergognose.

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Blog de il Fatto quotidiano

Commento del 28 lug 2011 al post ” Ferrara, nuova cura per la sclerosi multipla. Ma il ministero non concede i fondi” di Marco Zavagli

L’articolo conferma che gli standard deontologici de il Fatto sulle notizie mediche non sono migliori degli standard etici del governo Berlusconi, al quale il giornalista dà la colpa della crudele omissione di cure della sclerosi multipla. Ma il ministro Fazio ha dichiarato interesse e apprezzamento, a mio parere infondati, per l’ipotesi CCSVI. Sembra un gioco tra compari.

La CCSVI è un’idea balzana osteggiata per finta. Vive di propaganda e aiuti istituzionali. Anche il nome “Brave dream” suggerisce un marketing ploy. Il giornalista adduce come prova di efficacia la circostanza che la CCSVI è accettata a scatola chiusa all’estero; dove secondo Il Fatto sarebbero più scientifici, onesti e caritatevoli di noi. In realtà, molte frodi mediche sono di provenienza estera, in particolare anglosassone; e da noi godono dell’aiuto della parte “sana”: centrosinistra, media “progressisti” come il Fatto, e istituzioni insospettabili; che stanno vendendo i malati al grande business internazionale più ancora della parte palesemente corrotta, Berlusconi e c.

La CCSVI appare come una alternativa di comodo alle terapie immunologiche, che secondo il Fatto sarebbero pure colpevolmente trascurate pur essendo “innovative”:

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Si tratta di innovazione “schumpeteriana”, cioè volta al profitto: variazioni commerciali sullo stesso presupposto errato. Credo che la nuova terapia-marketing, onirica – ma non esattamente coraggiosa, visto ciò su cui specula – non scalzerà le terapie farmacologiche, non essendo efficace; il suo ruolo è di affiancare le terapie “ortodosse” rappresentando un’aggiunta, anch’essa falsa, che dia sfogo ai sentimenti di malati e familiari per l’inefficacia e la dannosità dei farmaci. Fa pensare all’anatocismo, gli interessi sugli interessi applicati dagli strozzini e dai banchieri. Ostacolerà inoltre l’innovazione scientifica autentica, occupandone il posto.

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Risposta 8 ago 2011

@Marco Nazaro. Lei ha fatto male a perdere tempo a leggermi. Chi ha esperienza annusa subito un ciarlatano.

Al di sotto del cuore occorre un lavoro per vincere la forza di gravità e assicurare il ritorno venoso; mentre al di sopra il ritorno venoso ha la forza di gravità a favore. Il semplice mettersi in piedi dal letto provoca un aumento della pressione venosa alle caviglie di 100 mm Hg, e allo stesso tempo un aumentato deflusso dal circolo cerebrale, dove si può avere ipoperfusione. Ci sono meccanismi specifici per il ritorno venoso dalle gambe. Se falliscono si ha insufficienza venosa. E’ grottesco capovolgere l’emodinamica del “venous pooling” applicandola al distretto sovracardiaco ipotizzando una “insufficienza” in grado di causare danni analoghi a quelli cutanei da vene varicose (Zamboni JRSM, 2006), es. necrosi. L’anatomia delle vene presenta spesso anomalie prive di significato clinico. Il letto venoso è piuttosto elastico quanto a compenso di una stenosi mediante circoli collaterali. Ma se si verifica un’ostruzione significativa del deflusso venoso del cervello le conseguenze sono catastrofiche: è contraddittorio che l’ipotizzata stasi venosa non provochi emorragie e necrosi nel delicato e suscettibile parenchima cerebrale. Soprattutto in clinostatismo. Sarebbe così miracolosamente selettiva da palesarsi invece solo contribuendo, inspiegabilmente, alla patologia della SM.

Potrei continuare, ma neanch’io amo perdere tempo: divido le letture in “bianche e “nere” a seconda che edifichino o avviliscano, e per me è la CCSVI a costituire una lettura nera. Nonostante il mancato reperimento di dati fisiopatologici solidi a conferma di un’idea tanto peregrina, sono già partite, per le ragioni già dette, non solo le sperimentazione cliniche, ma anche la pratica chirurgica; della quale dovrebbero occuparsi forze di polizia e magistratura; il cui potere repressivo scorre però anch’esso capovolto, al servizio delle frodi strutturali del business medico.

I magistrati e l’effetto Bokassa

21 aprile 2011

Blog di Alessio Liberati su Il Fatto

Commento al post “OK, sono un terrorista. Ma di destra o di sinistra ?” del 18 apr 2011

Salvo eccezioni, dr Liberati, lei e i suoi colleghi non siete “antropologicamente diversi”:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/03/antropologicamente-diversi/

Quanto al nuovo adynaton di Berlusconi che i magistrati sono brigatisti, dovreste avere motivi di gratitudine. E’ l’effetto Bokassa, cioè l’adozione di uno standard negativo: Previti è un fine statista, rispetto a Bokassa. Rispetto allo standard rappresentato da Berlusconi, voi siete 20 volte meglio.

E questo permette di dimenticare che rispetto allo standard dettato dalla Costituzione siete in media 20 volte peggio. Sia per quel che riguarda il doppio Stato; penso a quanto il doppio Stato commette oggi, impunemente, e anzi aiutato dai tre poteri dello Stato, es. gli affari del grande capitale sulla biomedicina; sia per l’andamento routinario della amministrazione della giustizia.

B. e voi duellate come Brancaleone con Teofilatto; ma alla fine andrà tutto bene, per entrambi i contendenti. Le conseguenze di ciò che la politica e la magistratura hanno ignorato e protetto in questi anni, penso alla medicina, le sentiranno i cittadini in futuro.

Con questa differenza: B. è un uomo di spettacolo, un istrione; voi magistrati, che dovreste essere abituati a giudicare secondo standard fissi e alti come la Costituzione, dovreste riconoscere e non accettare il gioco degli standard negativi di comodo.

Credo che il terrorismo, e oggi la mafia, siano altri standard negativi che rendono più accettabili le infamie commesse in nome dello Stato. Gli standard negativi sono comodi per il potere; contribuiscono all’allontanamento dallo Stato di diritto.

Davanti a pagliacciate come questa, e alle convergenze che nascondono, apprezzo sempre più Ortega y Gasset: “La barbarie è l’assenza di standard a cui appellarsi”. Un corollario è che una forma sofisticata di barbarie è la loro sostituzione con standard negativi costruiti ad arte.

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Blog di Aldo Giannuli

Commento del 22 apr 2011 al post “Caso Asor Rosa: è peggio ancora di quel che sembrava” del 20 apr 2011

Il bianco e l’augusto

Il prof. Giannuli ha “messo a posto” da par suo l’appello a un golpe di polizia di Asor Rosa e degli altri della “gauche caviar”. Mi chiedo però se avvalersi del suo intervento non sia stato come essere costretti a fare spiegare a Rubbia che non è il sole che gira attorno alla terra.

L’impressione è rafforzata dalla contemporanea uscita di un berlusconiano, Lassini, che ha affisso manifesti sui magistrati che sarebbero brigatisti; e anche lì, alte grida per affermare che non è vero che i magistrati appartengono alla principale banda armata dichiarata che ha impestato l’Italia.

A me pare uno scambio di cortesie, perché con questi standard negativi – la sinistra alla generale De Lorenzo, un premier che sbraita come l’ultimo magliaro – si conferisce alla controparte una credibilità relativa, che fa le veci di un autentico prestigio:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/

Ormai invece che a “destra” e “sinistra” bisogna assistere alle performance di due artisti che si fanno reciprocamente da spalla sull’arena;  e si deve scegliere tra “il Bianco” e “l’Augusto”.

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Blog L’anticomunitarista di Gabriele Sensi

Commento del 12 set 2011 al post “On. Torazzi, Lega Nord: “I magistrati meridionali favoriscono la mafia” del 7 set 2011

Le ammuine leghiste

Zac, è la solita sceneggiata. I leghisti, che dovrebbero includere Mario Merola tra i loro intellettuali di riferimento, lanciano affermazioni da avvinazzati, come questa che la colpa della mafia è dei magistrati meridionali; e magistrati e “sinistra” ci imbastiscono un caso per atteggiarsi a senatori romani indignati e nascondere le loro responsabilità reali:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/

Così intanto il servizio giustizia, e la lotta per la legalità, continuano ad andare alla deriva. I compagni di partito dall’attuale ministro dell’Interno inscenano le loro ammuine con quelli come te, non come me (v. Il bianco e l’augusto, stesso post). Non penso sarebbe giusto censurare i commenti che non seguono il canovaccio. Forse si dovrebbero cancellare le ingiurie che sono offensive per categorie di soggetti svantaggiati, come i cerebrolesi. Sono sicuro che Zac ha nella sua faretra tutta una serie di espressioni alternative per esprimere lo stesso acuto argomento; espressioni per le quali non mi offendo, finché implicano che io da un lato, lui e i tanti altri corifei dall’altro, siamo su versanti intellettuali e morali opposti.

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Blog de Il fatto 

Commento al post di A Beccaria “Ustica, Giovanardi sui giudici: “Come aver condannato Tortora per droga” del 13 set 2011

Sia l’adulazione della magistratura per una sentenza di risarcimento quando i colpevoli restano come al solito ignoti e impuniti, sia le accuse palesemente infondate di Giovanardi ai magistrati per una sentenza che almeno va nella direzione giusta, favoriscono la favola ufficiale di una magistratura non ambigua, strenua avversaria dei poteri forti responsabili delle stragi di allora e delle operazioni sporche di oggi.

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/

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Blog de Il Fatto

Commento al post di M. Imperato “Le Br in procura e il silenzio al Ministero” del 18 nov 11  

Il prestigio relativo

Non ci si è ancora chiesti dei rapporti tra il governo Monti, appena insediato, e la magistratura. A me pare che abbiano in comune quanto meno l’avvalersi dell’effetto Bokassa:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/

Cioè il trarre prestigio dal paragonarsi a standard negativi; e appare che non occorra meno che le pulcinellate berlusconiane, come questa dei magistrati brigatisti, per ottenere un gradiente sufficiente. Come dico nel post linkato, l’assumere standard di comodo mi pare alla radice di quella istituzionalizzazione dell’illegalità che il giudice Imperato dice di voler combattere.

Ma, al tempo della società dello spettacolo, il prestigio relativo può surrogare quello autentico; e pretendere governanti e magistratura che non abbiano bisogno di propaganda comparativa ma brillino di luce propria sembra un voler chiedere il ritorno alla tv in bianco e nero e con due soli canali.

Comunque massima solidarietà ai magistrati per l’ostruzionismo al procedimento per vilipendio alla magistratura denunciato dal giudice Imperato; anche, penso, da parte di altri cittadini che magari non hanno badato a questo immondo oltraggio, ma conoscono bene il significato della locuzione “le lentezze e i silenzi della giustizia”.

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Blog di Aldo Giannuli

Commento al post “Due parole sul nuovo governo” del 21 nov 2011

21 novembre 2011 alle 08:48

C’è la possibilità che questo governo “Vaticano-Loggia Continua”, che dovrà raccogliere quanto Berlusconi ha seminato, si avvalga di un qualche ritorno del terrorismo? Come standard negativo dal quale trarre credibilità, legittimità e consenso:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/

I “Preambula fidei” di San Tommaso e quelli di De Mattei e Carancini

16 aprile 2011

Blog di Andrea Carancini
Commento del 16 apr 2011 al post “Sbagliata la petizione contro Roberto De Mattei” del 16 apr 2011 . Cancellato senza avviso al 25 apr 2011

La tesi di De Mattei non è illogica: è infatti esente da vizi logici evidenti. Come quella di quel pastore anglicano che cercò di contestare l’evoluzione dicendo che i reperti fossili ce li aveva messi Dio stesso, che li aveva creati fossili fin dall’inizio: i ragionamenti religiosi hanno spesso logicità, cioè coerenza interna, e a volte sono ingegnosi.

Ma quanto afferma De Mattei non è razionale; le affermazioni sulle cause dei fenomeni naturali si richiede siano di carattere scientifico per essere considerate razionali; e per essere di carattere scientifico devono essere almeno “falsificabili”, secondo la nota espressione di Popper. La tesi che Dio faccia provocare terremoti, osserva Carancini, non è “dimostrabilmente falsa”; nel senso che non è possibile dimostrarne la falsità; ma questo è esattamente il criterio generalmente stabilito per considerare un assunto non assurdo, o privo di valore o di significato, ma estraneo al discorso scientifico.

E siccome si sta parlando di terremoti è impressionante che un alto funzionario dell’istituto pubblico che dirige anche la ricerca sul tema indulga in spiegazioni causali non falsificabili. Le spiegazioni non falsificabili di disgrazie sono tipiche di maghi, fattucchiere e profittatori vari; il clero stesso è prudente nel dosare questo strumento di persuasione. Attribuire una natura divina alle calamità naturali non lascia sperare che si farà tutto il possibile per prevenire gli strazi e i danni che provocano, e per porvi rimedio. Non si vorrebbe percepire una morbosa approvazione per le sciagure in chi avrebbe l’incarico di contrastarle.

Oltre a ciò va rilevata una carica di fanatismo che allontana ancor più le affermazioni di De Mattei dalla razionalità (e anche dalla carità): per es. per De Mattei il terremoto sarebbe anche segno della misericordia divina, perché, pur meritando noi di venire uccisi, essendo peccatori, Dio ci risparmia. Questo più che razionale suona come indice di una mentalità sadica e prevaricatrice. E’ da notare che sul sito “Pontifex”, dove si sono minacciate azioni legali a difesa di De Mattei (citando anche miei passi), nel post “Riflessioni su catastrofi e castighi” si afferma, a proposito dello Tsunami del 2004 nel Sud Est asiatico, che:

“purtroppo, anche molti uomini di Chiesa hanno detto che non era certamente da considerarsi come un castigo. Ora è innegabile che il “turismo sessuale”, che si commetteva in molti di quei luoghi, è proibito dalla legge di Dio; basta leggere la Bibbia (sia il Vecchio che il Nuovo Testamento) per rendersi conto che Dio non transige su certi comportamenti.”

Cioè Dio avrebbe punito il turismo sessuale spazzando via con un’ondata le vittime del turismo sessuale e le loro povere abitazioni. Se questa è razionalità, è una razionalità che darebbe tanto lavoro a uno psicanalista.

Sono comunque d’accordo che una petizione contro De Mattei sia errata; in sé, perché per principio non si può votare l’ostracismo verso il singolo che esprime opinioni; sia perché avvantaggerebbe l’altra chiesa, quella scientista; che poi col clero è in buoni rapporti d’affari; affari seri che spesso beneficiano di queste baruffe per i gonzi:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/12/i-futures-di-santa-lucia/

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Blog di Andrea Carancini
Commento non pubblicato con la motivazione di essere inerente a un commento ritirato

Ho ricevuto il seguente interessante commento email (del quale posso esibire copia):

“Non tutto ciò che è razionale è scientifico, almeno rispetto alla percezione comune di ciò che è scientifico. Di sicuro, quanto detto da De Mattei non solo non è irrazionale ma è coerente con il concetto cattolico di razionalità, che ha sempre postulato la CONOSCIBILITA’ di Dio tramite la conoscenza della natura. La logica dei ciarlatani non può certo essere paragonata a quella di un S. Tommaso.
Nessuno si può permettere di tacciare di ciarlatanismo i preambula fidei di S. Tommaso. Per me la discussione finisce qui.”

Ritengo utile rispondere:

I Preambula fidei del tredicesimo secolo dell’Aquinate non sono “ciarlatanismo”; ma non sono neppure i criteri sui quali si basa la ricerca scientifica nel mondo. Alcuni, come la prova “ex fine” dell’esistenza di Dio sono tipi di ragionamento esplicitamente negati dalla metodologia scientifica ufficiale. Secondo il criterio di falsificabilità cui si attiene universalmente la ricerca scientifica per essere riconosciuta tale, quanto dice il vicedirettore del CNR De Mattei dei terremoti non è razionale; è libero di dirlo ovviamente, ma si tratta di affermazioni non compatibili con una posizione di dirigente di ricerca.

Francesco Pansera

La religione non è una rapina

10 aprile 2011

Blog Malvino

Commento al post “:-D)” del 10 apr 2011

E’ vero che il messaggio dei preti è spesso una loro arma, funzionale ai loro interessi: mi sono chiesto come mai, tra tante belle filosofie e spiritualità, soggetti di potere e presumibilmente colti e sensibili come i magistrati abbiano sentito l’impulso di aderire al “nebuloso misticismo mondano” di Giussani, la cui parola “spicca più per il suo essere costruita attorno al perseguimento di soldi e potere che per una grandezza teoretica o morale”:

http://menici60d15.wordpress.com/2008/05/18/pubblicare-la-lista-dei-magistrati-di-cl/

Parlando di CL non si dovrebbero trascurare le accuse di essere stata finanziata dalla CIA. Sicuramente si comporta come se lo fosse.

Dei radicali, filoUSA quanto CL, non mi sono mai fidato, e trovo capziose le loro distinzioni, mutuate dai preti, chiesa/gerarchia, Cattolici/Vaticano, etc. Però, come dicevo qui qualche post fa su Capezzone e il Panopticon, non bisognerebbe rinunciare a concetti che hanno una loro validità, dei quali si impossessano, e lasciarli a loro che ne fanno un uso distorto, fino a capovolgerne il significato.

Credo che sia necessario riconoscere che i preti non scrivono su una tabula rasa quando convincono i credenti, ma interagiscono con un sistema predisposto. In una rapina, c’è un soggetto attivo e uno passivo, ben distinti. Invece nelle truffe il truffato è spesso parte della truffa con la sua avidità e credulità. Non ci sarebbe traffico di droga se non ci fossero nel cervello i recettori delle endorfine o il sistema dopaminergico, e sostanze capaci di legarsi opportunamente a tali entità biologiche. E’ a questo carattere di reciprocità, di legame tra criminale e vittima, con una sua affinità che può essere elevata, più che a una diabolica abilità di truffatori e drug lords, che le truffe e il traffico di droga devono il loro successo.

Analogamente, credo che sulla religione occorra sia distinguere tra fonte, messaggio e ricevente; sia considerare la loro integrazione. Clero, messaggio religioso, e religiosità naturale o altri loci psicologici del pubblico sono soggetti diversi e interagenti. Una dissezione, qui abbozzata, della religione nelle sue componenti, aiuterebbe tra l’altro ad attribuire le giuste responsabilità ai vari attori, e a distinguere tra diritti e doveri. Per esempio, il clero sfrutta la mancata corretta distinzione chiedendo “libertà” religiosa e allo stesso tempo opponendosi al reato di plagio da manipolazione religiosa. La sfera psicologica, forse con una base biologica, della religiosità naturale non può essere negata o conculcata; ma va protetta da manipolazioni e abusi, che possono raggiungere facilmente forme gravissime per l’individuo e la società.

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Blog Gians

Commento del 7 apr 2011 al post “Vi mostro il mio pollice” del 7 apr 2011

Penso che occorra distinguere nettamente tra religione e clero. Lo stalking, la molestia continua deumanizzante, non dichiarata e attuata con mezzi obliqui, è, posso testimoniarlo, uno strumento pretesco dei nostri giorni; ma ha a che fare con la religione quanto gli strumenti del boia che i preti usavano liberamente nei secoli scorsi.

Nel dibattito sulla libertà di religione andrebbe detto che i preti, uno dei vari gruppi di potere terreni, spesso e volentieri violano e calpestano anche il naturale senso religioso delle persone.

Segnalo il commento “I preti sciamani furbi” sul proclama di Radio Maria delle calamità naturali come meritati e misericordiosi castighi di Dio:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/

Questa è gente pericolosa, che non scherza, disposta a spazzare via con qualsiasi mezzo, quando può, chi ritiene vada tolto di mezzo. Se si vuole sopravvivere, anche in un cantuccio, bisogna resistere.

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Grazie a te, Gians. Accettare la distinzione tra “credenti” e “atei”, noi/loro, può essere una trappola. Forse si potrebbe stabilire che tutti hanno diritto al rispetto della loro sfera religiosa, o meglio spirituale come dice Nicoletta; inclusi gli a-tei, che vengono definiti in negativo rispetto ai “credenti”, e dipinti quindi come degli esseri privi di spiritualità; quindi vuoti, o malvagi; o instancabili libertini. Gli atei non sembrano peggiori dei credenti; e a volte si costruiscono una loro ricca spiritualità, senza farsela iniettare come un vaccino dalle religioni confessionali.

Accanto a ciò, si potrebbe stabilire anche che, dato ciò che la storia insegna, l’adesione a una religione o a una qualsiasi credenza comporta pericoli almeno potenziali per la società: non è un merito in sé. Non può mai essere un lasciapassare, che fa entrare in una casta di “eletti” e che consente di commettere le porcherie grandi, piccole e medie che da sempre i professionisti della religione e i loro seguaci commettono in nome di un dio.

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Gians, a volte più che ingerenze bisogna dire “ricatti” e “violenze”. Non è solo proselitismo o attivismo politico. Qui in Lombardia, feudo CL, i preti hanno portato il loro principio “nulla salus extra ecclesia” a livelli più vicini alla mafia che alla vecchia DC.

Surrogati della giustizia: la kermesse mediatica

9 aprile 2011

Blog di Beppe Grillo

Commento al post “Il  David a ‘E’ stato morto un ragazzo’” del 9 apr 2011

Il caso Aldrovandi mostra come invece dell’ingiustizia totale, con insabbiamento e impunità assoluta, e invece della giustizia, con ricostruzione fedele dei fatti e giusta punizione, si ricorra a volte a una sofisticata terza via. Il Davide al film di Vendemmiati è un altro anello della kermesse mediatica sul caso Aldrovandi.

Come per altre morti per mano di polizia, la ricostruzione postula entità inedite e vergognosamente inverosimili; qui l’essere montati sulla schiena di Federico, atto in grado di provocare la morte per asfissia, avrebbe ucciso causando, incredibilmente, un ematoma della parete cardiaca, incredibilmente non notato, ma fotografato, all’autopsia.

Per quell’Ecce homo di 18 anni non è stata riconosciuta che una responsabilità minima, per “eccesso colposo”. La pena per i colpevoli sarà comunque nominale. Il dogma di forze di polizia costituzionalmente sane, necessario agli abusi e alle violenze intenzionali di polizia, viene riaffermato. Chi si oppone ai falsi sulla ricostruzione e alla manipolazione ideologica è minacciato come può fare chi può contare sulla connivenza della magistratura.

Gran bel film. Dietro al quale la polizia potrà continuare, sicura dell’impunità, il mestiere, o il secondo lavoro, di togliere vita a soggetti sgraditi, con forme di violenza meno rozze. Non chiamatelo trionfo della giustizia.

La maestria del film, il buono e il bello che espone, contrapposti alla bruttezza del male, fanno le veci di una giustizia che corregga davvero. Qualcosa del genere è avvenuta anche con la Strage di Brescia; una Piedigrotta di celebrazioni, una montagna di produzioni artistiche, impunità per gli esecutori, e collaborazione sottobanco coi mandanti:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/03/la-sinistra-smagnetizzata/

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Blog di Eleonora Bianchini su Il Fatto

Commento del 13 apr 2011 al post  ’“E’ stato morto un ragazzo”, i silenzi di polizia e stampa sull’omicidio di Federico Aldrovandi? del 13 apr 2011

Il film di Vendemmiati su Aldrovandi porterà il coraggioso regista, e i genitori dell’ucciso, al Quirinale; quale migliore sede per celebrare il loro impegno civile contro gli abusi delle stanze del potere. Purtroppo, insieme a questa bella notizia è giunta quella che la madre dovrà subire un processo per diffamazione. “Strano paese …”, commenta Vendemmiati sul blog degli Aldrovandi (dal quale sono stato bannato). Anch’io avrei qualche sospiro sul modo col quale in Italia si contrastano le violenze e gli omicidi di polizia.

Nella speranza che possa recare sollievo al rimescolamento provocato da questa seria, molto seria, contraddizione, segnalo da questo blog a lui e agli altri indignati il breve racconto “Quel generale romano” di Achille Campanile; è un commento su quel generale che come padre abbracciò il figlio che disobbedendogli aveva vinto la battaglia; ma come generale lo condannò a morte. (Si trova nel libro “Vite di uomini illustri”).

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/09/surrogati-della-giustizia-la-kermesse-mediatica/

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Blog di Beppe Giulietti su Il Fatto

Commento del 14 apr 2011 al post “Chi ha paura di Federico Aldrovandi” del 14 apr 2011

Il caso Aldrovandi sta venendo istituzionalizzato; non fa paura alle istituzioni, ora in prima fila al funerale e nel corteo di protesta; non ai poliziotti responsabili, che la passeranno liscia; non agli altri poliziotti, ai quali la magistratura ha mostrato di poter scodellare a volontà equivalenti del “malore attivo” di Pinelli (stavolta con l’ematoma del fascio di His diagnosticato in fotografia). Non alla “società civile”, che potrà sentirsi coraggiosamente impegnata guardando in poltrona un’altra pellicola su “mele marce e deviazioni combattute dai poteri buoni”, senza mettere in discussione sul serio il potere.

Domani 15 apr 2011 a Brescia c’è un corteo autorizzato di vigilantes a sostegno di una guardia giurata che da qualche giorno è in carcere per avere abbattuto 2 rapinatori armati di taglierino che fuggivano, scaricandogli un caricatore alle spalle. Politici leghisti e del PDL hanno fatto l’apologia del gesto e offerto sostegno. Molti nella popolazione vorrebbero dargli una medaglia. Non so quante guardie giurate comprendono quanto sia vile un tale comportamento, proprio di coloro che nel Ventennio trovavano la loro collocazione naturale nelle squadracce. Non so quante comprendono che c’è un interesse a dargli il ruolo dei cani da guardia rabbiosi. Voi “progressisti”, voi difensori dello Stato di diritto, oppositori della destra violenta, becera e volgare, zitti e muti. E vero che non c’è neppure uno straccio di spettacolo, una poesia, una canzone, una conferenza colta. Una tartina.

Non solo Aldrovandi non fa paura, ma in tanti guadagneranno dall’utilizzo del suo caso per rafforzare lo status quo. Gli unici che dovrebbero avere paura di questi riti sono coloro che conoscono in prima persona gli abusi di polizia, e che vedono che così gli abusi potranno continuare meglio di prima.

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/09/surrogati-della-giustizia-la-kermesse-mediatica/

Giornalisti e mafia a Brescia

2 aprile 2011

Blog di Giorgio Meletti su il Fatto

Commento al post “L’ordine dei giornalisti e la libertà” del 2 apr 2011

Tolstoj diceva che i giornalisti sono prostitute intellettuali. Con tutto il rispetto per il Grande russo, non posso seguirlo su posizioni tanto radicali: alcuni giornalisti mostrano gravi lacune di cultura generale, e sono sgrammaticati.

Mesi fa a una guardia giurata di una ditta bresciana saltò la mosca al naso, e sparò un colpo in testa a un ragazzo disarmato. Scrissi una riga di commento all’articolo online di “Brescia oggi” del 15 nov 2011 che riportava l’accaduto: “Se Tizio spara in testa a Caio, non è corretto usare il termine “sparatoria”, come hanno fatto Brescia Oggi e Teletutto”. In precedenza avevo scritto un breve commento sul blog di Beppe Grillo:

http://menici60d15.wordpress.com/2010/11/14/nobili-battaglie-e-quieto-vivere-a-brescia-nel-nov-2010/

Il giorno dopo: a) “Brescia oggi” titolò “La sparatoria di Sarezzo”; b) le pattuglie dei vigilantes della “Città di Brescia” colleghi dell’omicida cominciarono a sbucarmi davanti come mosche quando uscivo. Durò qualche giorno. Non che lo stalking di polizia sia per me un’evenienza eccezionale.

Della sorte del ragazzo, dato allora per non ancora morto, i media non hanno detto più nulla secondo Google. Né è concepibile che parlino della mafia bresciana; quella che, forte dell’appoggio delle istituzioni dello Stato, si sente libera di intimidire con personale armato un cittadino che parla troppo. (Prefetto: Brassesco Pace. Sindaco: Paroli. Procuratore della Repubblica: Pace).

A quanto vedo, con l’iscrizione all’ordine si può meglio impossessarsi non solo dell’attività di denuncia civile, per poi essere omertosi; ma addirittura del linguaggio, distorcendolo in modo da favorire nella maniera più servile le viltà e i reati del potere e dei suoi bravacci. “Brescia oggi” sarà tra i media che ora gridano alla “colonizzazione” mafiosa della Lombardia; ma forse gli ndranghetisti hanno da imparare dai bresciani.

Copia viene inviata al Pres. dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia

Il celibato dei magistrati

1 aprile 2011

Blog di Alessio Liberati su Il Fatto

Commento al post “Io giudice  irresponsabile” dell’1 apr 2011

Credo sia giusto che l’attività dei magistrati abbia un margine di non punibilità giudiziaria delle responsabilità colpose maggiore di quello di altre professioni. Questa immunità però dovrebbe essere bilanciata, oltre che da un efficace sistema interno di punizioni e ricompense, dal divieto di legge di appartenere a gruppi di interesse, e da sanzioni severe ed effettive per chi viola la regola. Non è interesse dei più deboli avere un magistrato timoroso o ricattabile rispetto ai potenti; ma lo è ancor meno una magistratura che da un lato ha poco da temere per le conseguenze dei suoi atti, dall’altro “collabora” con la massoneria:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/11/massoni-e-legalita/

Massoneria, partiti, gruppi religiosi, organizzazioni sindacali, cliques informali, cordate etc. dovrebbero essere per i magistrati come le mogli per i preti. Lo status di magistrato non può contemplare solo le diversità vantaggiose, ma deve ammettere anche quelle pesanti. Oggi in certe città del Nord, dove si freme di sdegno al solo sentire nominare la mafia, può accadere che consorterie locali facciano precedere alla commissione di alcuni reati l’avvertenza che tanto possono contare su magistrati “allineati”; e magari facciano apparire come per caso qualche magistrato in carne e ossa a sostegno dell’avvertimento.

La proibizione “enforced” all’appartenenza a gruppi, per quanto poco naturale, soprattutto in un paese di clan, o di bande, come il nostro, accrescerebbe inoltre la credibilità e il prestigio della magistratura. E in certi casi eviterebbe che sia l’imputato o il danneggiato a dovere fornire, portandosele da casa, la dignità e la decenza necessarie all’amministrazione della giustizia delle quali a volte le corti sono sprovviste:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/31/“se-la-canaglia-impera-la-patria-degli-onesti-e-la-galera”/

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@AndreaC. Non è che possa spingere la metafora alla castrazione dei magistrati… Quello che vorrei dire è che nel caso dei magistrati, date le caratteristiche di “terzietà”, e la gravità delle conseguenze del loro lavoro, anziché un controllo mediante sanzioni a posteriori il grosso del controllo dovrebbe avvenire a monte, essere cioè di natura essenzialmente preventiva. Si porta in genere l’esempio delle professioni liberali: ma anche lì, non è che convenga molto, es. per la chirurgia, “prendere l’uomo per quello che è, lasciargli la massima libertà” e poi una volta sventrati chiedergli di essere risarciti per come nuovi. Meglio un’oncia di prevenzione che il giudizio sui giudici, che porta alle conseguenze logiche della “regressio ad infinitum”; e in chi non ha a disposizione una muta di legulei può portare alle conseguenze pratiche del “vediamo questo stupido dove vuole arrivare”.

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Blog de Il Fatto

Commento al post di Daria Lucca “Nitto Palma vuole che i giudici paghino” del 12 ott 2011. Censurato. Pubblicato il 14 ott 2011.

In una democrazia dove nessuno è al di sopra della legge, coloro che esercitano il controllo di legalità, i magistrati, è bene che entro certi limiti non paghino per gli errori, se commessi in autentica buona fede; però in una democrazia laica dove nessuno è al di sopra dell’etica, e nessun potere va sottratto al sistema di controlli, di pesi e contrappesi, bisognerebbe anche impedire ai magistrati  di mettere a reddito tale impunità:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/01/il-celibato-dei-magistrati/

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Blog de Il Fatto

Commento al post di Daria Lucca “Nitto Palma vuole che i giudici paghino” del 12 ott 2011. Censurato.

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/01/il-celibato-dei-magistrati/


“Se la canaglia impera, la patria degli onesti è la galera”

31 marzo 2011

Blog di Andrea Carancini

Commento al post”Giovannino Guareschi, o la patria degli onesti” del 31 mar 2011

“No, niente Appello. Qui non si tratta di riformare una sentenza ma un costume”

Guareschi

Giovannino Guareschi, con la sua penna leggera e acuminata di umorista e galantuomo, è una di quelle figure che danno ristoro e indicano la via “se la canaglia impera”. Il suo caso mostra quanto sia sottovalutato il costume delle nostre classi dirigenti di vendere l’Italia e gli italiani a interessi esteri:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/21/c’e-la-parola-compradora/

E quali sentimenti omicidi possano nutrire i preti e i loro agenti verso la gente che vogliono dominare:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/

Vorrei accostare a Guareschi Domenico Marotta, già direttore dell’Istituto superiore di sanità; un italiano di valore che stava rendendo grandi servigi all’Italia quando fu messo in galera dai DC e dai magistrati a beneficio dei padroni esteri. Guareschi rifiutò di ricorrere in appello e di chiedere la grazia; Marotta, alto burocrate, rifiutò di presentarsi ai giudici. Di recente c’è stato un altro caso di disconoscimento a proprie spese del potere giudiziario con Parmaliana. Quando impera la canaglia, bisogna difendersi non davanti ai magistrati, ma difendere sé stessi e la società dai magistrati.

Qui tam pro domino rege http://menici60d15.wordpress.com/2010/03/27/qui/

http://menici60d15.wordpress.com/2010/04/30/il-ladro-e-il-viandante/

Antimafiosi

25 marzo 2011

Blog de “Il fatto”

Commento al Post “Il nuovo sport nazionale? Attaccare Saviano” di Dino Amenduni del 24 mar 2011.

Cancellato dalla redazione  1 ora dopo essere stato pubblicato

Dr Peter Gomez
Direttore de “Il Fatto”

Egr. Dr Gomez

Il 24 mar 2011 alle 19:13 ho pubblicato sul blog de Il Fatto di Dino Amenduni, il seguente commento, composto solo da due titoli coi link, al post “Il nuovo sport nazionale? Attaccare Saviano”:

I professionisti della metamafia
http://menici60d15.wordpress.com/2010/06/08/i-professionisti-della-metamafia/

Lotta alla mafia nell’anno domini 2010: Saviano e Lea Garofalo
http://menici60d15.wordpress.com/2010/10/23/lotta-alla-mafia-nell’anno-domini-2010-saviano-e-lea-garofalo/

http://menici60d15.wordpress.com/

Il commento, il primo ad essere postato, è stato cancellato dopo pochi minuti, e non c’è stato verso di postarlo di nuovo.

Il primo dei due articoli è un commento alle critiche mosse a Saviano da Dal Lago. L’altro trae spunto dalla diffida del Centro studi Peppino Impastato all’Einaudi per le affermazioni di Saviano su come emerse la verità sull’assassinio di Impastato.

Gradirei mi venisse detto cosa rende inaccettabile il contenuto degli articoli linkati. E’ vero, faccio ciò che Amenduni addita come esecrando: critico Saviano; e la sua posizione di intellettuale “embedded”, e anche i suoi fan; ma in termini non più accesi o meno corretti di quelli che il Fatto usa quotidianamente contro i suoi avversari. Ho criticato la cecità che il culto di Gomorra aiuta quando non lo faceva nessuno:

http://menici60d15.wordpress.com/2007/08/30/commento-all’articolo-«-casalesi-operazione-gomorra-»-di-gianluca-di-feo/

Mentre il post aizza i coristi contro chi critica il Saviano-pensiero, la redazione de il Fatto non permette al lettore di sentire l’altra campana. Credo che, mediante tecniche spregiudicate di costruzione dell’immagine, il potere stia facendo della lotta alla mafia uno strumento di propaganda per ottenere consenso; è interessante che l’articolista sia un professionista del marketing, al servizio di Bersani e Vendola.

Cordiali saluti

Francesco Pansera

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Blog “L’aria che tira”

Commento del 13 apr 2011 al post “Travaglio Sachs e Goldman per tutti” del 13 apr 2011 

Grazie per questo articolo. Converge con quanto avevo notato a proposito della degenerazione dell’antimafia, e a proposito di Saviano; che mi pare un personaggio paravento, il cui gigantismo mediatico maschera i servigi che le forze di polizia (ufficiali e non), la magistratura, e l’intellighenzia della sinistra “smagnetizzata” rendono, bene uniti, al primo livello indicato da Paolo Barnard.

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/25/antimafiosi/

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/28/antimafia-e-cultura-dellemergenza/

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/25/ndrangheta-e-privatizzazione-della-sanita/

I preti sciamani furbi

21 marzo 2011

Blog Malvino

Commento al post “L’idea della Provvidenza” del 21 mar 11

Questo documento, la tesi del vescovo Manzella e del vicepresidente del Consiglio nazionale delle ricerche De Mattei che le grandi catastrofi come oggi il Giappone o Messina nel 1908 sono giusti castighi, esigenze della giustizia di Dio, e “benevola manifestazione della misericordia di Dio” per i sopravvissuti, dovrebbe aprire gli occhi sul pericolo culturale, sociale e politico rappresentato dal clero e dai suoi zeloti. Il caso mostra anche come gli “scienziati” oggi possano allearsi al clero, e spendere l’autorevolezza della scienza per sollecitare bassamente le corde funeste dell’irrazionale.

La gente è smarrita, impaurita, e i preti possono tirare fuori gli antichi ferri del mestiere per sottometterla. Credo che sia giunta l’ora di esaminare le loro prese di posizione su un piano etnopsichiatrico. Il mondo è pazzo, noi siamo fatti di un legno storto; ma sembra che la pazzia umana sia raccolta, amplificata, sistematizzata e istituzionalizzata dai preti. Come per gli sciamani, la funzione di prete pare esigere un assetto psicologico e caratteriale non equilibrato; che consente di aprire bocca e profferire senza vergogna simile spazzatura.

Se Dio è la proiezione di desideri umani, i preti proiettano e razionalizzano gli incubi e i fantasmi depositati nella sentina della nostra psiche, in virtù di una distorsione mentale che unita alla loro lucida bramosia di potere forma una miscela la cui pericolosità andrebbe riconosciuta. Mentre hanno i piedi ben piantati nel fango, e sono ben zavorrati dai soldi che traboccano dalle loro tasche, i preti sono psicologicamente pre-morali e pre-razionali; quasi sempre furbi, qualche volta intelligenti, frequentano il mondo dei simboli e delle ombre. Sono quindi capaci di giustificare, e commettere, le peggiori nequizie, salvo spennellarle con bugie e giustificazioni che in altri farebbero pensare a un delirio religioso.

http://menici60d15.wordpress.com/

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@PLM. Il clero è dotato di queste posizioni catamarano, dove può sostenere sia una tesi sia il suo opposto, poggiando su uno scafo oppure sull’altro a seconda di dove soffia il vento. Ma la rotta è sempre quella dei suoi interessi particolari, che dietro le scene non difende con la discussione, ma con la violenza, l’inganno e il dileggio, in una forma talmente sistematica e accanita da escludere che sia il frutto di ipotetici insegnamenti evangelici.

Dipingersi come perseguitati, accusare di essere oggetto di “repulisti” aiuterà i loro autentici repulisti; attività che hanno svolto apertamente per secoli, e che oggi, grazie all’alleanza tra aspersorio e manganello, cioè alla subordinazione delle forze di polizia al clero, conducono in modi coperti, illegali, vili e fascisti.

martedì, 22 marzo, 2011

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Blog Metilparaben

Commenti del 29 mar 110 al post “Certi paesi non hanno proprio speranza”

@Luca Venturini. I toni millenaristici dell’evangelico Collins sul Progetto genoma sono stati portati a esempio del culto secolare della tecnologia (Noble, Religion of technology). Ci sono stati scienziati mistici, a partire da Newton; Keplero viveva di oroscopi. Oggi ci sono anche scienziati religiosi e un po’ fregoni. Il pio e potente Collins è stato coinvolto nella falsificazione di articoli scientifici; nelle false affermazioni di avere trovato e poi di stare per trovare una cura genetica per la fibrosi cistica; in forme di propaganda ai lucrosi test genetici predittivi considerate scorrette dagli stessi genetisti. E anche nella protesta per l’estromissione dei ricercatori delle case farmaceutiche dall’aggiornamento dei medici: un po’ come De Mattei, Collins dirige la ricerca pubblica e fa il tifo per la “concorrenza”.

Andrebbe riconosciuto che la scienza può degenerare, divenendo “neaoalchimia”, finendo per sostituirsi alle religioni convenzionali; e che entrambe possono convergere e allearsi, propalando falsità per ottenere soldi e potere soddisfacendo la naturale sete di religiosità e la dabbenaggine diffusa:

http://menici60d15.wordpress.com/2008/01/21/diplomi-di-laurea-bruciati-sul-sagrato-tornano-i-roghi/

La sismologia sciamanica di De Mattei e la genetica gnostica di Collins sono abnormi rispetto allo statuto epistemologico della scienza; lo sono molto meno rispetto al suo attuale statuto politico e socioeconomico, almeno in campo biomedico.

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@ Luca Venturini. “Di norma” le carriere dei responsabili di frodi scientifiche che riguardano grandi interessi non vengono stroncate: si trovano giustificazioni e capri espiatori (come nel caso degli articoli con dati falsi co-firmati da Collins); o sono stroncate le carriere di chi denuncia le frodi; come nel caso di Margot O’Toole, “vilified and effectively driven out of the profession” (senatore USA J Dingell) per aver rivelato la falsificazione dei dati da parte di Imanishi-kari e del Nobel Baltimore. Un caso celebre sul quale ho un piccolo ricordo personale:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/05/16/sperimentazione-animale-uno-spoglio-etico-2/

Sono d’accordo con te che non bisogna usare espressioni non necessarie; però l’insistenza sullo smorzare i toni davanti a una situazione marcia, che provoca danni gravi alla salute delle persone, mi ricorda un po’ quel dialogo di Altan: “I ladri sono ladri” – “Lei non può colpevolizzare così un’intera categoria”.

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Il fatto che i risultati di ricerca di un medio ricercatore siano stati “criticati” (Nature) contraddice la mia posizione? Se l’impunità non è del 100% è esagerato parlare di sistema corrotto ?

Un vicepresidente dell’istituzione dello Stato che amministra la ricerca scientifica afferma insieme a un vescovo che :

a)I terremoti sono provocati dalla volontà di Dio.

b)Ci fanno bene spiritualmente e fisicamente.

c)Sono una forma di giustizia di Dio.

d)Sono un castigo giusto per colpe personali o collettive.

e)E’ inevitabile che Dio colpisca così anche innocenti, ma ciò va accettato perché Dio è padrone della vita e della morte.

f)Sono manifestazione della misericordia di Dio, per noi superstiti che non veniamo ammazzati pur meritandocelo, essendo colpevoli.

Andrebbe notato, con voce sommessa quanto vuoi, così come è sommessa quella di De Mattei a Radio Maria, che queste sono le tipiche enormità malate che i preti e i loro accoliti esprimono con voce agnellata. E’ sbagliato perdere la calma, ma non va taciuto che queste maledizioni sussurate (e a volte accompagnate da forme occulte di quella violenza del potere che tanto attrae gli “uomini di Dio”) appartengono alla patologia del pensiero e della cultura.

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Blog Malvino

Commento del 30 mar 2011 al post “Un pizzico di faccia tosta”

Segnalo altri commenti sulle esternazioni di De Mattei, che ho postato, dopo che su Malvino, su altri blog:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/

Nella mia esperienza, la “risposta” dei preti e dei “pretofili” a chi contesta loro quel diritto a sopraffare che è insito nel messaggio di De Mattei viene data nella vita reale più che sui blog; ed è coerente col Dio di morte che hanno dentro.

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Blog di Eleonora Bianchini su Il Fatto

Commento del 30 mar 2011 al post “Se per il vicepresidente del CNR lo tsumani è ‘una voce della bontà di Dio’ “

Sull’etiologia e la teleologia dei sismi secondo il vicepresidente del CNR De Mattei:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/

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Blog “Gians- Sono io”

Commento del 7 apr 2011 al post “Vi mostro il mioPollice” del 7 apr 2011

Penso che occorra distinguere nettamente tra religione e clero. Lo stalking, la molestia continua deumanizzante, non dichiarata e attuata con mezzi obliqui, è, posso testimoniarlo, uno strumento pretesco dei nostri giorni; ma ha a che fare con la religione quanto gli strumenti del boia che i preti usavano liberamente nei secoli scorsi.

Nel dibattito sulla libertà di religione andrebbe detto che i preti, uno dei vari gruppi di potere terreni, spesso e volentieri violano e calpestano anche il naturale senso religioso delle persone.

Segnalo il commento “I preti sciamani furbi” sul proclama di Radio Maria delle calamità naturali come meritati e misericordiosi castighi di Dio:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/

Questa è gente pericolosa, che non scherza, disposta a spazzare via con qualsiasi mezzo, quando può, chi ritiene vada tolto di mezzo. Se si vuole sopravvivere, anche in un cantuccio, bisogna resistere.

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Grazie a te, Gians. Accettare la distinzione tra “credenti” e “atei”, noi/loro, può essere una trappola. Forse si potrebbe stabilire che tutti hanno diritto al rispetto della loro sfera religiosa, o meglio spirituale come dice Nicoletta; inclusi gli a-tei, che vengono definiti in negativo rispetto ai “credenti”, e dipinti quindi come degli esseri privi di spiritualità; quindi vuoti, o malvagi; o instancabili libertini. Gli atei non sembrano peggiori dei credenti; e a volte si costruiscono una loro ricca spiritualità, senza farsela iniettare come un vaccino dalle religioni confessionali.

Accanto a ciò, si potrebbe stabilire anche che, dato ciò che la storia insegna, l’adesione a una religione o a una qualsiasi credenza comporta pericoli almeno potenziali per la società: non è un merito in sé. Non può mai essere un lasciapassare, che fa entrare in una casta di “eletti” e che consente di commettere le porcherie grandi, piccole e medie che da sempre i professionisti della religione e i loro seguaci commettono in nome di un dio.

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Gians, a volte più che ingerenze bisogna dire “ricatti” e “violenze”. Non è solo proselitismo o attivismo politico. Qui in Lombardia, feudo CL, i preti hanno portato il loro principio “nulla salus extra ecclesia” a livelli più vicini alla mafia che alla vecchia DC.

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Gians, non per aggravare il sintomo ma per  manifestare solidarietà:

http://menici60d15.wordpress.com/2008/05/18/pubblicare-la-lista-dei-magistrati-di-cl/

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Blog di Fabio Marcelli su Il Fatto

Commento del 23 apr 2011 al post “Il Cnr, prima di Talete
e dopo De Mattei” del 23 apr 2011

Secondo i difensori di De Mattei, anche lo tsunami del 2004 è stato un castigo di Dio; ed è stato la giusta punizione per il turismo sessuale nel Sud Est asiatico. Ovvero, Dio avrebbe punito il turismo sessuale spazzando via con un’ondata le vittime del turismo sessuale e le loro povere abitazioni:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/

Penso che questo caso offra l’occasione per studiare la psicopatologia del potere clericale.

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Blog di Andrea Carancini 

Commento del 16 apr 2011 al post “Sbagliata la petizione contro Roberto De Mattei” del 16 apr 2011 . Cancellato senza avviso al 25 apr 2011

La tesi di De Mattei non è illogica: è infatti esente da vizi logici evidenti. Come quella di quel pastore anglicano che cercò di contestare l’evoluzione dicendo che i reperti fossili ce li aveva messi Dio stesso, che li aveva creati fossili fin dall’inizio: i ragionamenti religiosi hanno spesso logicità, cioè coerenza interna, e a volte sono ingegnosi.

Ma quanto afferma De Mattei non è razionale; le affermazioni sulle cause dei fenomeni naturali si richiede siano di carattere scientifico per essere considerate razionali; e per essere di carattere scientifico devono essere almeno “falsificabili”, secondo la nota espressione di Popper. La tesi che Dio faccia provocare terremoti, osserva Carancini, non è “dimostrabilmente falsa”; nel senso che non è possibile dimostrarne la falsità; ma questo è esattamente il criterio generalmente stabilito per considerare un assunto non assurdo, o privo di valore o di significato, ma estraneo al discorso scientifico.

E siccome si sta parlando di terremoti è impressionante che un alto funzionario dell’istituto pubblico che dirige anche la ricerca sul tema indulga in spiegazioni causali non falsificabili. Le spiegazioni non falsificabili di disgrazie sono tipiche di maghi, fattucchiere e profittatori vari; il clero stesso è prudente nel dosare questo strumento di persuasione. Attribuire una natura divina alle calamità naturali non lascia sperare che si farà tutto il possibile per prevenire gli strazi e i danni che provocano, e per porvi rimedio. Non si vorrebbe percepire una morbosa approvazione per le sciagure in chi avrebbe l’incarico di contrastarle.

Oltre a ciò va rilevata una carica di fanatismo che allontana ancor più le affermazioni di De Mattei dalla razionalità (e anche dalla carità): per es. per De Mattei il terremoto sarebbe anche segno della misericordia divina, perché, pur meritando noi di venire uccisi, essendo peccatori, Dio ci risparmia. Questo più che razionale suona come indice di una mentalità sadica e prevaricatrice. E’ da notare che sul sito “Pontifex”, dove si sono minacciate azioni legali a difesa di De Mattei (citando anche miei passi), nel post “Riflessioni su catastrofi e castighi” si afferma, a proposito dello Tsunami del 2004 nel Sud Est asiatico, che:

“purtroppo, anche molti uomini di Chiesa hanno detto che non era certamente da considerarsi come un castigo. Ora è innegabile che il “turismo sessuale”, che si commetteva in molti di quei luoghi, è proibito dalla legge di Dio; basta leggere la Bibbia (sia il Vecchio che il Nuovo Testamento) per rendersi conto che Dio non transige su certi comportamenti.”

Cioè Dio avrebbe punito il turismo sessuale spazzando via con un’ondata le vittime del turismo sessuale e le loro povere abitazioni. Se questa è razionalità, è una razionalità che darebbe tanto lavoro a uno psicanalista.

Sono comunque d’accordo che una petizione contro De Mattei sia errata; in sé, perché per principio non si può votare l’ostracismo verso il singolo che esprime opinioni; sia perché avvantaggerebbe l’altra chiesa, quella scientista; che poi col clero è in buoni rapporti d’affari; affari seri che spesso beneficiano di queste baruffe per i gonzi:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/12/i-futures-di-santa-lucia/

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Blog di  Andrea Carancini

Commento non pubblicato con la motivazione di essere inerente a un commento ritirato

Ho ricevuto il seguente interessante commento email (del quale posso esibire copia):

Non tutto ciò che è razionale è scientifico, almeno rispetto alla percezione comune di ciò che è scientifico. Di sicuro, quanto detto da De Mattei non solo non è irrazionale ma è coerente con il concetto cattolico di razionalità, che ha sempre postulato la CONOSCIBILITA’ di Dio tramite la conoscenza della natura. La logica dei ciarlatani non può certo essere paragonata a quella di un S. Tommaso.
Nessuno si può permettere di tacciare di ciarlatanismo i preambula fidei di S. Tommaso. Per me la discussione finisce qui.”

Ritengo utile rispondere:

I Preambula fidei del tredicesimo secolo dell’Aquinate non sono “ciarlatanismo”; ma non sono neppure i criteri sui quali si basa la ricerca scientifica nel mondo. Alcuni, come la prova “ex fine” dell’esistenza di Dio sono tipi di ragionamento esplicitamente negati dalla metodologia scientifica ufficiale. Secondo il criterio di falsificabilità cui si attiene universalmente la ricerca scientifica per essere riconosciuta tale, quanto dice il vicedirettore del CNR De Mattei dei terremoti non è razionale; è libero di dirlo ovviamente, ma si tratta di affermazioni non compatibili con una posizione di dirigente di ricerca.

Francesco Pansera

La misandria dei Simpson

12 marzo 2011

Blog “Blogghete!” di G. Freda

Commento al post “Pasionarie e pure paracule” del 7 mar 2011

Le donne hanno i loro dolori e i loro stratagemmi, e noi i nostri. Sembra che in effetti ci sia un’intenzione ideologica di svalutare, dopo la figura del padre, quella dell’uomo in generale. Avendo letto l’eccellente articolo di G. Freda sulla democrazia di Topolino, mi piacerebbe leggerne uno sulla “misandria” dei Simpson: un cartoon ben fatto, ma dove i personaggi maschili valgono poco o nulla rispetto alle donne, le uniche con un po’ di buon senso, acume e determinazione. E’ uno stereotipo frequente nel cinema d’oltreoceano recente. Donne mostruosamente toste, es. la protagonista di Kill Bill, e uomini completamente scemi. Un’esagerazione.

‘O guerriero

3 marzo 2011

Blog di Beppe Grillo

Commento al post “La via del guerriero –  Piercamillo Davigo” del 2 mar 2011

“Dovere di un guerriero.. è combattere … Non te ne deve importare niente … se sei dalla parte giusta o dalla parte sbagliata, meno che mai ti deve importare di quali saranno le conseguenze ultime delle tue azioni…”. P. Davigo, citando il Mahabharata.

Anche il prefetto di Brescia, Brassesco Pace, ha raccontato in tv che un politico le ha detto “Lei è un guerriero”. Io invece nel mio idioletto, quando vengo molestato da auto della polizia o sfiorato da auto in borghese, cosa che mi capita ogni giorno, la chiamo “Mezzastriscia”:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/04/la-mezzastriscia/

Dalle sale biliardo si è esteso ai manager e ora a chi esercita il potere dello Stato il paragonarsi a un guerriero. I guerrieri si giocano la vita. Haldane, uno scienziato che aveva combattuto nei commando, ha scritto, citando come Davigo la tradizione indù, che il gioco d’azzardo si addice al guerriero perché simboleggia quanto facilmente egli possa giocarsi la vita e perdere. Chi è garantito dallo Stato a volte gioca con la vita degli altri e fa carriera pugnalando alle spalle per conto del Principe; arrivando sano e salvo alla pensione. Atteggiarsi a guerriero, ridicolo a parte, può costituire una razionalizzazione narcisistica di atti e reati che meriterebbero una punizione per codardia, non una medaglia al valore.

Non è degno di chi amministra la giustizia predicare che non importa se si sta dalla parte del torto o della ragione, né quali sono le conseguenze ultime del proprio operato, purché si combatta. Ce ne sono già troppi che appiccicano questa filosofia alle loro gesta. Sono i mercenari che si trovano sempre miracolosamente dalla parte del più forte, a lottare per i fatti propri. I magistrati, anzichè degradarsi a guardiani nella repubblica platonica, e sentirsi “corruschi d’armi ferree”, dovrebbero smettere di fingere di non vedere quali disegni spesso e volentieri servono, e di quali conseguenze deleterie si fanno così responsabili.

Francesco Pansera (menici60d15) 03.03.11 08:55|

 

Estremisti e renitenti

1 marzo 2011

Blog “L’aria che tira”

Commento al post “Ribelli e ribellione” del 28 feb 2011

“Ed era contro di essi che in realtà erano accesi i fuochi delle montagne, attizzati del resto da uomini assai simili a quelli che nei conventi vivevano, fanatici come  essi, chiusi come essi, come essi avidi di potere, cioè, com’è l’uso, di ozio.”Tomasi di Lampedusa .

“Quando tutto si muove in modo uguale, in apparenza non si muove niente, come su una nave. Quando tutti vanno verso la dissolutezza, sembra che nessuno ci vada. Colui che si ferma mette in evidenza l’esagerazione degli altri, come se fosse un punto fisso.” Pascal.

“Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda. A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera. Io mi oppongo.” Luciano Bianciardi.

Alle tre specie della tassonomia di De Benoist – rivoltoso, rivoluzionario, ribelle – se ne possono aggiungere almeno altre due. Una è quella dell’estremista: chi abbraccia i programmi più drastici, e a volte la violenza. L’estremista è combattuto dal potere, ma non è sempre malvisto dal potere, che può aiutarlo sottobanco. Lo status quo imposto dal potere è spesso esso stesso estremista, e c’è quindi un’affinità; e l’estremismo di chi si oppone legittima l’estremismo del potere.

Vi è poi, volendogli assegnare un‘etichetta , che non gli piacerebbe, il renitente; costui adotta semplicemente la morale comune, le dottrine ufficiali; ma resiste alla manipolazione e al degrado dei principi che ufficialmente regolano la vita sociale. Senza compromessi (al contrario del “riformista”). Non costruisce ideologie, non sogna “Marsigliese e mitragliatrici”. Si limita ad applicare le direttive prime. A volte viene dal mondo dei libri o dei teoremi, come Lampedusa, Bianciardi, e Pascal.

La sua opposizione è solo relativa: sono gli altri che si spostano; lui si limita a stare fermo, non condividendo la direzione del movimento della folla. Questa posizione è inaccettabile per il potere, perché sbugiarda  il sistema dall’interno. Ed è antipatica alla folla, votata a seguire i capobranco, nei quali si proietta. Né piace agli oppositori di altro tipo, portati al movimento. Il renitente è oppositore suo malgrado, ma “in interiore homine”; è spesso un isolato, ed è facile isolarlo ulteriormente.

Oggi di ribelli, rivoltosi o rivoluzionari veri se ne vedono pochi. Sono visibili quelli ufficiali, bene incasellati nel sistema. La ribellione sta divenendo ormai anch’essa una merce. Le posizioni estreme, che riflettono il potere essendo speculari a quelle del potere, non sono necessariamente radicali. Né sono sempre le più difficili da abbracciare e da mantenere. Forse, all’opposto di quello che ci hanno fanno credere, la radicalità sta nel mezzo. E’ nella medietà, nel quieto recuperare la ragione classica e i vecchi principi etici, e tenerli stretti, che si nasconde a volte l’opposizione più netta all’ingiustizia. Come è confermato dall’impegno vile e criminale col quale le istituzioni, prontamente aiutate da cialtroni di ogni ordine e grado, possono distruggere l’opera e la persona di chi segue l’ideale pre-ideologico di una società giusta e pacifica.

http://menici60d15.wordpress.com/

Paranoia e ebefrenia

24 febbraio 2011

Blog di Nicola D’Elia e Luigi Piccinini – Il Fatto

Commento al post “Il dittatore che c’è in noi” del 24 feb 2011

Congratulazioni a Luigi d’Elia per quanto dice sulla presunta schizofrenia di Berlusconi. La sua continenza dovrebbe essere presa a modello da giornalisti, commentatori, magistrati, politici etc. Seguendo il suo esempio ne guadagneranno in statura professionale e umana, o almeno in stile; e i loro argomenti, se ne hanno, spiccheranno meglio. Invece purtroppo va di moda tagliare corto dando del pazzo.

E’ stato scritto, a proposito di diagnosi psichiatriche fatte da psichiatri, che “la medicalizzazione della devianza ha come conseguenza l’annullamento dei diritti politici del deviante” (Pitts, JR). Lo stesso può essere detto della medicalizzazione dell’avversario, del dissidente, di chi dice cose non gradite: roba da fascisti o stalinisti veri. Una diagnosi, o etichetta, di psicosi è una cosa seria. L’abuso è una forma abbastanza vigliacca ma grave di violenza. La patologizzazione strumentale dovrebbe essere perseguita come reato.

Curiosamente in genere la diagnosi che viene lanciata è di schizofrenia del tipo paranoide; molto meno comune è l’uso della forma più frequente, la schizofrenia ebefrenica, che secondo Bateson è la risposta alternativa alla paranoia. E’ curioso perché “ebefrenia” vuol dire in pratica imbecillità patologica, e se non ci fossero tanti volgari coglioni per i dittatori e i prepotenti sarebbe molto più difficile riuscire a soddisfare la loro sete di potere.

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Blog di Aldo Giannuli
Commento al post “Due parole sul nuovo governo” del 21 nov 2011 

23 novembre 2011 alle 07:56

Quando i paranoidi ci azzeccano

Il dr Mosti “tongue in cheek” riferisce che un suo paziente gli ha raccontato che l’Italia è oggetto di un attacco speculativo da parte di poteri esteri, che possono contare su una classe dirigente venduta; e si chiede se non deve dargli le gocce di aloperidolo, efficace deliriolitico; pensa inoltre di assumerlo pure lui, come quei medici del Far West che, ripreso il flacone del laudano che avevano porto al paziente, ne prendevano anche loro. In Vietnam alcuni medici militari di ospedali da campo USA si iniettavano la morfina destinata ai feriti, dato quello che vedevano e vivevano.

Come psichiatra pisano il dr Mosti deve essere stato influenzato da Cassano, psichiatra cattedratico dell’Università di Pisa, nume tutelare in Italia del consumo di massa delle pilloline per sentirsi bene. Pochi giorni fa uno studio ha mostrato che nel 2010 in USA un adulto su 5 ha assunto almeno una volta un farmaco psichiatrico (nelle donne la proporzione è risultata di 1 su 4). Mi permetto di consigliargli, invece di assumere il neurolettico, di leggere o rileggere “Il Parnas”, scritto da un altro psichiatra pisano, Silvano Arieti. Narra un fatto realmente avvenuto a Pisa: l’uccisione di una famiglia ebraica e di cristiani da parte dei nazisti al passaggio del fronte (dietro delazione). Il “Parnas” (titolo onorifico sefardita), Giuseppe Pardo Roques, persona stimabile, già prosindaco di Pisa, era affetto da fobia per gli animali, in particolare i cani; e Arieti ipotizza che negli istanti del massacro la sua fobia lo abbia portato ad una allucinazione, così che vedeva, correttamene sul piano morale, gli assassini come animali feroci.

Questo aspetto delle situazioni di complementarietà tra patologia mentale e realtà andrebbe maggiormente considerato nelle diagnosi di paranoia relative a situazioni politiche. A volte è la realtà – o chi la influenza – che è paranoica, così che il linguaggio e la sensibilità paranoidi non vengono delusi, ma, “right for the wrong reason”, sono adatti a descriverla. Il delirio non sbuffa sempre dal basso, ma può percolare dall’alto. I complottologi sul crollo delle Twin towers, che annoverano tra loro figure come il giudice Imposimato, potrebbero considerare anche questo aspetto etnopsichatrico, di un delirio paranoico che si fa realtà e sparge la sua follia sulle popolazioni. Si parla sempre della paranoia di chi indica soprusi e crimini del potere; e mai o molto raramente della psichiatria del potere. Il tema della sociopatia del potere, della diffusione del disturbo antisociale di personalità tra chi comanda, identificato a suo tempo da Alex Comfort, oggi è tabù. Converrebbe quindi rileggere anche “Authority and delinquency”, di questo autore.

C’è inoltre da dire che se un Paese come l’Italia si riduce a dover temere così per il futuro, e ci si aggrappa allo stile sobrio dei nuovi addetti al governo per continuare a giustificare la propria ignavia, se non si riesce a fare a meno di ricorrere alle categorie psichiatriche forse occorrerebbe considerare altre forme, più comuni della paranoia:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/24/paranoia-e-ebefrenia/

Forse quella che Mosti ha sentito raccontare con accenti esagerati dal suo paziente è una storia vera. Una storia di ladri che si approfittano di fessi; semplice nella sostanza; solo, intricata nei dettagli, e su massima scala. Ma nel DSM, l’influente manuale diagnostico dei disturbi mentali, ancora non è stata inclusa come patologia psichiatrica la cazzonaggine collettiva; e difficilmente lo sarà, sia per ragioni di sproporzione epidemiologica; sia per l’asservimento della nosografia psichiatrica a Big Pharma, una Spectre che vuole i cittadini impasticcati e derubati, ma convinti di essere persone consapevoli e responsabili.

Francesco Pansera

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Sito Come don Chisciotte

Commento al post di C. Preve “La demenza generalizzata del popolo italiano” del 27 dic 2011

Lo psichiatra Tobino descrive nei suoi libri come le persone siano spesso scaltre nelle loro attività quotidiane, e ingenue davanti al resto. Il fattore fondamentale della stupidità della gente, attenta e astuta nei rapporti personali e babbea davanti alle vessazioni del potere, è stato troppo a lungo ignorato. Nei commenti si discute di quanto quella che Preve chiama “demenza generalizzata del popolo” (e io ho chiamato meno elegantemente, allo scopo di evitare per quanto possibile diagnosi psichiatriche, “cazzonaggine collettiva”) sia innata e quanto invece derivi da una condizione di sudditanza agli USA. Tra le cause di questa “silliness” ci sono i limiti intrinseci del popolo, la nostra storia secolare di sudditanza, l’influenza culturale del clero, etc.

Inoltre a tale stupidità di base si può aggiungere quella indotta, secondo quanto teorizzato da Gregory Bateson, legato peraltro ai servizi segreti anglosassoni. Per Bateson, davanti a un atteggiamento di “doppio legame”, dove il bambino riceve sistematicamente dai genitori messaggi emotivi altamente contraddittori, sono possibili o la reazione paranoica (ogni messaggio nasconde un significato segreto) o quella ebefrenica (ogni messaggio non è importante e lo si può ignorare con atteggiamento frivolo). (O la risposta catatonica, dove qualsiasi messaggio è totalmente ignorato). Forse tale teoria ha maggior valore per la psicologia delle masse che per i meccanismi della schizofrenia autentica.

Trasferendo tale schema sul piano collettivo, in una nazione che sia sottomessa a poteri esterni che la condizionano pesantemente ma ufficialmente sono non esistenti, come gli USA, o meglio i grandi potenti economici dei quali la politica estera degli USA e di altri pochi Stati forti sono il braccio, i governanti lanceranno messaggi altamente ambigui di doppio legame; dicendo di volere il bene del popolo, e al tempo stesso servendo il suo sfruttamento, e aiutando sottobanco i suoi nemici, v. mafia e terrorismo. Può così accadere che il popolo risponda sul piano politico secondo le alternative di Bateson. Ed è probabile, a quanto si vede in giro, che il potere favorisca la risposta ebefrenica, quella che rende un popolo una massa controllabile, intenta solo a badare al proprio particolare e ad assorbire le scemenze della tv; e che tenti di incanalare la minoranza più critica verso la risposta paranoica, anche favorendo la diffusione di notizie di complotti che vanno oltre la realtà dei complotti veri; per poi accusare di paranoia chi muove critiche che guardano oltre le teste di legno messe a fare da bersaglio, quelle della nostra vendutissima classe istituzionale. Resta il viottolo della ragione, incerto, tortuoso e arduo, che può portare alla salvezza dell’anima, se non a quella materiale.

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/24/paranoia-e-ebefrenia/

La pasionaria

18 febbraio 2011

Commenti ai post “Il contrario del PD che vorrei”, blog Metilparaben e “Il film horror della sinistra: la bellissima e intelligentissima Bindi premier”, blog Il fazioso,  17 feb 2011

Osservando il suo comportamento come ministro della sanità, es. la protezione arcigna e cieca della chemio per i tumori, una terapia che oggi comincia ad essere criticata perfino nelle sedi ufficiali, ho avuto l’impressione che la Bindi fosse il tipico esempio di “cattolico di sinistra”; quelli che sono di una bravura pretesca nel servire grandi poteri, inclusi gli interessi più neri e trame inconfessabili, mentre recitano il ruolo di “puliti”; in questo caso, di pasionarie integerrime. Ci sono elementi che avvalorano questa opinione. Es:

Bindi,  come Vendola che la propone, sembra una cosa ed è tutt’altro. Non rassicura questa affermazione: “Capace … di finti moralismi… alla Rosy Bindi, la quale finge di non sapere che i soldi per le sue campagne elettorali furono Andreotti… e Citaristi a darglieli. Lo sa perché la Bindi fu candidata la prima volte alle europee? Per battere Tina Anselmi, che … Andreotti voleva punire per come aveva gestito la commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2. … fecero avere alla cara Rosy tutti i voti necessari per fare giustizia della giustiziera Anselmi …” (Cossiga, Fotti il potere, 2010). La fonte è dubbia, ma sembra che la Bindi favorisca lo status quo simulando la figura dell’Anselmi, donna tutta di un pezzo, e prendendone il posto; così come Vendola “narra” un appassionato leader “rosso” per ottenere il favore degli ingenui. Il cerone non è solo quello di Silvio.

Ai poteri forti la Bindi, come gli altri “comunisti”, non dispiace, e il teatrino di Berlusconi che fa l’ignorante, o impersona sé stesso, e insulta la Bindi, mi pare un fare da spalla a chi potrebbe dare il cambio al rozzo bauscia con la sceneggiata del ritorno alla civiltà dopo l’era berlusconiana.

@ Sergione1941. Grazie. Istintivamente, trovavo accattivante la figura della Bindi. Ma alcune volte le apparenze ingannano. In una prefazione del 1998 la Bindi sottoscrive la visione statunitense per la quale la bioetica sarebbe “un ponte verso il futuro”. Cioè una retorica di supporto alla crescita della medicina commerciale, che giustifichi abusi e distorsioni là dove non si può censurare. Il futuro del cancro è stato e sarà quello di una crescita di tipo esponenziale della spesa, e dei profitti: (http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/23/reati-contro-leconomia/ ). Tale futuro è stato favorito e viene favorito da diversi rispettabili “pontieri”. Tra i quali nella mia esperienza spicca la Bindi. In questi giorni sono usciti un articolo che mostra l’inutilità di una chemio prolungata in alcune diagnosi di tumore della mammella, e un altro che conferma l’esistenza della “chemofog”, il declino cognitivo da chemioterapia. Io non trascurerei il merito. Trascurerei invece le distrazioni dal merito: http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/09/manco-con-gli-occhiali/ . Oltre al sesso e ai rapporti tra i sessi, ci sono altri organi anatomici e altri problemi.

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Blog di Beppe Giulietti su Il Fatto

Commento del 15 apr 2011 al post “Cicchitto si vergogna della P2?” del 15 apr 2011 

La pseudoAnselmi

No, io credo che Tina Anselmi sia una figura positiva, e che, come ha detto Cossiga, si voglia accostare alla sua figura quella solo superficialmente simile della Bindi; che è un altra cosa, rispetto alla P2, l’organizzazione segreta che difende quegli interessi che in campo medico hanno trovato ampio ascolto in cattolici di sinistra come la Bindi:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/18/la-pasionaria/

La mezzastriscia

4 febbraio 2011

Blog di Beppe Grillo

Post “La caccia al pedone” dell’ 1 feb 2011

A Brescia, in via Bissolati, hanno risolto non rimettendo le strisce pedonali dopo che, 4 mesi fa, hanno riasfaltato l’ultimo tratto della strada. Tanto non servono: le auto e i bus in genere non si fermano, e qualcuno ti punta pure. Sulla via, trafficata nelle ore di punta, si affollano i cantieri della Coop edilizia, di un nuovo centro commerciale, della metropolitana, di una Radioterapia. Milioni e milioni di euro, ma non i quattro soldi per ripristinare le strisce. I passaggi di auto civili e della polizia del Comune si sprecano, ma niente strisce.

Sarebbe lungo discutere i diversi motivi per i quali le strisce non andavano tolte. Uno semplice e importante è che su quel tratto c’è anche un grosso ospedale. Le “Suore ancelle”, orgogliose custodi della opulenta e tecnologica Poliambulanza, trovano a misura d’uomo la cancellazione delle strisce davanti all’ingresso di un ospedale, in un punto dove attraversano pazienti e loro familiari. Una mezza cancellazione: perché a differenza delle altre due strisce, scomparse del tutto, qui è rimasta la striscia, sbiadita, su una sola delle due carreggiate, oltre uno spartitraffico. Uno scherzo da preti.

La mezzastriscia, la striscia sospesa, che ti porta in mezzo alla strada e ti lascia lì, è metafora delle forme abusive e malevole del potere istituzionale, che predica ipocrita e perfido “le regole” per poi negarle a chi le ha seguite. La sorte di tanti cittadini, e pazienti. Simboleggia bene quelle situazioni ibride e insidiose, metà e metà, tra ordine e caos, tra legalità e legge della giungla, forse peggiori dell’assenza totale di leggi, dove crescono bene le larve della mentalità mafiosa.

Copia della presente viene inviata al Prefetto di Brescia Brassesco Pace, all’Assessore comunale al traffico e mobilità Nicola Orto e al Presidente di Brescia trasporti Andrea Gerardi.

Antropologicamente diversi ?

3 febbraio 2011

Il Fatto quotidiano

Commento all’articolo “La provocazione di Pasquale Profiti, magistrato ‘eversore e disturbato’ “ del 29 gen 2011

Gli insulti iperbolici di Berlusconi consentono orazioni encomiastiche anch’esse immeritate. Quando indagano il capo del governo avendo avuto notizia di reati, o si oppongono alla sottomissione della magistratura ai politici, i magistrati non sono eversori; né eroi: fanno il loro dovere o difendono insieme ai loro interessi principi democratici. Ma è pure vero che stanno facilitando un avvicendamento che rafforzerà il liberismo, del quale proteggono aspetti torbidi (*);  similmente a quando nel ‘92 si svegliarono e perseguirono i tangentisti. Il ruolo di catalizzatori dei cambiamenti politici voluti da poteri forti sopranazionali, e di protettori degli interessi di tali poteri, non è agli antipodi dell’eversione.

Secondo Castoriadis, per il capitalismo “tipi antropologici” antichi come “il giudice incorruttibile, il burocrate weberiano” non sono “matti inoffensivi” ma anomalie scampate all’omologazione. I magistrati ovviamente non sono matti; ma salvo eccezioni non sono neppure portatori di quelle diversità antropologiche che il capitalismo ha quasi estinto e chiama pazzia nei pochi superstititi. In media i magistrati sono fin troppo normali, per un lavoro al quale andrebbero destinati “oi aristoi”. Rispetto al potere vero sono allineati e coperti; tanto che se richiesti si fanno complici nell’eliminare come possibile eversore o disturbato chi sia portatore di valori, argomenti e denunce non graditi. Porre nel ruolo di pericoloso malato di mente o eversore un tipo antropologico proibito dal sistema economico o politico è uno dei crimini più gravi e più bassi, e chi se ne macchia non vale più di Berlusconi.

* Il pornografico e l’osceno http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/30/il-pornografico-e-l’osceno/ .

Il come e il cosa http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/02/il-come-e-il-cosa/ .

Reati contro l’economia http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/23/reati-contro-leconomia/ .

Il pornografico e l’osceno

30 gennaio 2011

Blog “Uguale per tutti”

Commento al post “L’inevitabile punizione della storia” di Felice Lima del 22 gen 2011

1. Distinguere tra il pornografico, cioè lo sconcio esibito, e l’osceno, cioè lo sconcio tenuto nascosto fuori scena (Scarpinato), permetterebbe di comprendere meglio cosa sta accadendo e cosa seguirà; es. la scarsa reazione del pubblico contro la guerra di Berlusconi per soggiogare i magistrati. Il Rubygate è il pornografico. Per me che mi occupo di medicina l’osceno invece è l’affermazione dell’AIRC, in occasione della giornata delle “arance per la salute”, che “E’ stato ampiamente dimostrato che il 30% dei tumori nasce a tavola” “a causa di cattive abitudini alimentari” (AGI, 27 gen 2011). (Su queste raccolte fondi v. “La questua delle multinazionali”). Tanto il Rubygate è esibito, da Berlusconi per primo, dai magistrati, dal centrosinistra, dai media, altrettanto questi stessi attori proteggono e tengono nascosta la falsità e la gravità dell’affermazione dell’AIRC.

2. Come spesso avviene, l’annuncio della “scoperta” (espressa in termini sufficientemente generici da apparire come un dato pacifico e allo stesso tempo da consentire retromarce al bisogno) ha preceduto la prova: già nel marzo 2010 il presidente della LILT, Schittulli, spiegò a Palazzo Chigi che la prima causa del cancro (35%) è la cattiva alimentazione. I meccanismi di tale legame sarebbero stati svelati ora, in occasione della giornata “arance per la salute” 2011: “L’oncologia si decide a tavola“, (In: Cibo e tumori, scoperto il meccanismo che li collega. GSK informa, 28 gen 2011. Fonti: Corriere della sera, La Repubblica, Sole 24 ore).

3. Se fosse vera, si tratterebbe di una scoperta epocale. Ma più che una scoperta è una forma di revisionismo; anche l’oncologia la scrivono i vincitori. Nel 1964 l’OMS attribuì all’inquinamento l’80% dei casi di cancro nelle società industrializzate. C’è stato chi ha criticato la stima come troppo bassa, mentre le industrie che venivano ad essere accusate hanno spinto con le loro potenti leve perché fosse ridotta. Decenni di ricerca hanno pienamente dimostrato che il cancro è causato principalmente da agenti ambientali: prima di tutto l’esposizione a sostanze chimiche prodotte dall’uomo, nell’aria, nell’acqua, e – da non sottovalutare – nell’agricoltura e nel cibo. Una causa trascurata sono le radiazioni ionizzanti, incluse quelle degli esami diagnostici. Un altro importante gruppo di cause della recente esplosione dei casi di cancro, il più osceno, quello che non si deve far sapere al volgo, e neppure all’inclita, sono le sovradiagnosi per fini commerciali (v. es. SOS cancro nei bambini e sovradiagnosi). Il peso di queste cause viene così ridotto; e nell’informazione al pubblico viene annullato, perché si minimizza o si tace sul ruolo schiacciante dei prodotti chimici industriali nella cancerogenesi, sui tumori da cibi industriali, da esami radiologici, e sulle diagnosi come cancro di formazioni che biologicamente o clinicamente non sono cancro.

4. I costumi alimentari sono da aggiungere alla lista delle cause di cancro false, o descritte come enormemente più potenti di quanto siano in realtà; peraltro ben supportate dalla magistratura: es. le onde radio, con l’inchiesta su Radio Vaticana, del progressista Procuratore Amendola; o il telefonino, dichiarato in grado di provocare tumori dalla Corte d’appello di Brescia del “P2+1” Marra. Come ad Alì Agca e alla sua banda è stata accollata anche la scomparsa di Emanuela Orlandi, così l’obesità, importante fattore di rischio per diverse malattie, es. il diabete, e fattore di rischio minore per alcuni tumori (peraltro discutibile), viene elevata a causa principale del cancro.

5. Questo da un lato depista dai veri colpevoli; non si agirà contro fattori cancerogeni veri né contro eventuali relative responsabilità politiche, morali e giudiziarie; dall’altro scarica la responsabilità sulla vittima, il paziente, inducendolo a provare quel timore e senso di colpa che spinge a fare controlli “preventivi”, favorendo le sovradiagnosi; e comunque a varcare la soglia del sistema cancro col capo chino, nell’atteggiamento impaurito e sottomesso che si conviene. E’ un aspetto particolare del fenomeno della trasformazione della medicina in religione, dove la malattia non ha cause esogene, che non possiamo controllare, come il mare di veleni nel quale viviamo; ma ha cause endogene, cause in ultima istanza morali; non accusiamo la pagliuzza altrui per assolverci dalla nostra trave: il cancro viene per “stili di vita” sbagliati; è il castigo per il peccato; per non aver seguito gli amorosi precetti dei medici-prete. Si esalta e si stira la parte fisicamente fondata dell’ideologia colpevolizzante, es. i danni da fumo di sigaretta, per coprire le enormi responsabilità sulle cause industriali e commerciali.

6. L’affermazione outrageous dell’AIRC passa senza che nessuno fiati. Sul cancro le fonti ufficiali possono sostenere qualsiasi cosa, sparare qualsiasi enormità, senza alcun controllo. Aveva ragione mio nonno, calabrese, che diceva che “il peggior delinquente è quello che si fa i fatti suoi”, cioè che agisce in silenzio e indisturbato. Contro una notizia falsa e tendenziosa che danneggerà gravemente la salute del pubblico si dovrebbe agire sul piano politico e tecnico; forse anche su quello giudiziario. Ma tale dinformazione, che sarebbe di primaria importanza contrastare per il benessere dei cittadini, non solo non è esaminata, e se del caso perseguita; è attivamente sostenuta dallo Stato, e da forze locali; che oltre a favorirne le diffusione la proteggono mediante un sistema di stampo mafioso.

7. Berlusconi e i magistrati lottano all’ultimo sangue, o almeno così sembra; ma sulle cose più importanti, come la definizione del cancro, abbassano i coltelli, e anzi li puntano assieme contro lo stesso nemico. So per esperienza che il solo chiedere all’AIRC e all’AGI le referenze scientifiche che comprovino l’affermazione avrebbe come unica risposta un immediato incremento dello stalking nei miei confronti da parte delle forze di polizia; per dirne solo alcuni, CC e PS; e la temibile polizia municipale di Brescia, la città che lavora; gente che i gurkha gli fanno il solletico. Passano e spassano ovunque vada, come al Sud fanno i picciotti quando vogliono esercitare l’azione intimidatoria; o come devono avere già fatto negli Anni di piombo quando bisognava esasperare gli animi, per eccitare l’antagonismo contro lo Stato in modo da “destabilizzare per stabilizzare” (es. il Viminale sotto Cossiga); forti della posizione di scomunicato senza credito e senza diritti assegnatami in precedenza dalla magistratura; e della connivenza o partecipazione della magistratura rispetto a misure supplementari di censura. La “lotta” al cancro nello Stato di diritto funziona così; pestando l’acqua nel mortaio quanto a cure vere, cercando invece di accrescere ulteriormente il business tramite il falso, e recludendo chi guasterebbe questa fantastica macchina stampasoldi.

8. Le telefonate dall’alto – delle quali è intessuta la storia dell’Italia repubblicana – in questi casi passano senza problemi: a differenza del caso di Ruby in Questura. Ho sperimentato la disponibilità dei magistrati ad esaudire i desideri dei poteri forti quando vogliono che sia colpito qualcuno; adottano un formalismo e un immobilismo da mandarini confuciani; capisco perciò come vi siano analisti che per spiegare la scattante e vigorosa azione giudiziaria sulle mignotte del premier ipotizzano, analogamente a Tangentopoli, qualche “telefonata” da un alto più in alto che ha detto di cacciare il satrapo. Ma forse tra i magistrati o poliziotti e chi detiene il potere sommo c’è un’intesa naturale che non necessita di telefonate.

9. Quindi, a proposito delle responsabilità storiche di cui parla il dr Lima, se un giorno si dovessero stabilire quelle sul disastro cancro in Italia, i magistrati andranno accomunati a Berlusconi (ed entrambi a Prodi & c., che hanno fatto lo stesso). La sanità lombarda ha i suoi angeli custodi internazionali, che sono in sintonia con le toghe “rosse” sul tema di quali tra le tante forme di corruzione vanno combattute: la corruzione degli amministratori pubblici a favore di sé stessi o dei partiti. E’ una sanità che ha un bisogno vitale di disinformazione e mistificazione, es. questa sul cancro che si prende abbuffandosi; in una scala di priorità etiche e politiche, e anche giudiziarie, la vergognosa – e rivelatrice – presenza nei banchi di Nicole Minetti è in realtà tra gli ultimi aspetti dei quali ci si dovrebbe occupare guardando alla Regione Lombardia. Una sanità che deve il suo successo non solo alla giunta berlusconiana di Formigoni ma anche agli uffici giudiziari che hanno fornito impunità, repressione e propaganda. Per non parlare dell’appoggio dei “Glaxocomunisti” (v. Da quali minacce va protetta la Glaxo).

10. A meno che non sia palesemente infondata, e questo non è certo il caso, non si ha il diritto di attaccare i magistrati perché esercitano l’azione penale. Ma è lecito comparare ciò che fanno legittimamente con ciò che omettono, o che non potrebbero fare e invece fanno. Se la lotta al pornografico straripa dalle prime pagine e quella all’osceno non occupa neppure un trafiletto viene meno l’autenticità. La gente non capisce cosa avviene nel campo dell’oncologia; né, lo vedo su di me, in chissà quanti altri campi dell’economia; ma spesso vive direttamente sulla propria pelle una parte dell’osceno, e percepisce a naso che questi scandali pornografici sui media sono integrati in una situazione distorta e falsa, dove i problemi principali non si toccano, dove non ci si spinge oltre il secondario, il collaterale; ciò provoca disincanto per l’impegno sulla sfera pubblica, in una popolazione che ha già una scarsa tensione civile.

11. Il tema sessuale, sfruttato anche all’estero, es. con Clinton (v. Noemi e la nascita della sanità integrativa), colpisce nuclei psicologici profondi, dando così l’impressione di una incisività dell’azione del sistema di controllo del potere; di un profondità etica e politica che invece è latitante. L’etica non risiede nelle mutande; tanto meno l’etica pubblica. Con tutti i suoi grandissimi meriti in altri contesti, meriti per i quali le lodi non saranno mai troppe, la vulva non può occupare il posto centrale nel discorso politico. L’enfasi sui reati a sfondo sessuale nell’opposizione a Berlusconi appare come un modo, che può far comodo anche all’astuto brianzolo, di ritagliare tra lui e quelli che attualmente vogliono mandarlo via una differenza che ad un esame globale è più modesta di quanto venga cantata, date aree nere di collaborazione, come questa sugli affari sporchi della medicina.

12. Il danno che il berlusconismo – che ha avuto l’appoggio del clero – ha fatto alla costruzione di una società sana, giusta e civile è incalcolabile; il sexgate perlomeno porta alcuni a chiedersi fino a dove si spingerà l’aver messo il mercimonio alla base dei rapporti sociali. Le “pornae” nude, le prostitute di basso livello, oscurano forme moralmente più basse di prostituzione in giacca e cravatta. Si sta inoltre affermando un tipo di prostituzione più evoluto. Tomatis ha scritto di come l’industria chimica pagasse gli scienziati per nascondere gli effetti cancerogeni di sostanze chimiche. Ora forse c’è meno bisogno di corrompere tramite denaro. Con la videocrazia, con la mutazione culturale, cambiate le teste delle persone sta prendendo piede il costume, a rigor di termini impossibile, per il quale vi è chi si prostituisce gratuitamente; chi batte senza farsi neppure pagare.

13. La critica è quindi complicata dal fatto che focalizzando l’attenzione sui festini, forse più vantati che reali, dell’anziano premier, se da un lato si svia, e si alimenta ciò che andrebbe soffocato, dall’altro sotto un certo aspetto si mette il dito nella piaga: il berlusconismo, che va ben oltre Silvio, ha inoculato nella nazione l’ethos dell’harem. Il sesso che condisce qualsiasi interesse e lubrifica le relazioni sociali. Il bene e il male sostituiti dal piacere e dalla punizione, decisi da chi comanda. Un messaggio che attecchisce tra i giovani, e nelle moltitudini di adulti stupidi. Mediaset, e alla sua ruota la RAI, sicuramente hanno corrotto e corrompono en masse minorenni normali col loro messaggio. E’ OK usare il sesso perfino per la propaganda istituzionale di trattamenti medici, che invece andrebbero criticati (v. L’amore come forza antiegualitaria).

14. Il berlusconismo è l’adolescenza del liberismo. La vendita del corpo come oggetto sessuale anticipa una più ampia liberalizzazione. Nel liberismo maturo mettere legalmente sul mercato corpo e anima è ammesso, e incoraggiato come unica salvezza. Lo American journal of kidney disease (2009. 54:1145) ha pubblicato un articolo che propugna forme legalizzate di vendita di un proprio rene da parte dei poveri; per mettere fine al traffico d’organi, dicono. Si pone rimedio al male istituzionalizzandolo, al disordine con un ordine patologico; credo che questa sequenza, dalla fase selvaggia a quella regolata, avverrà anche col berlusconismo, che è propedeutico come sono propedeutici i suoi scandali: il resto del lavoro lo faranno i compassati successori di Silvio. Forse dopo il bauscia, con le sue storie di letti trafficati come negli stanchi sogni di qualche pensionato, arriveranno usurai dai modi sobri, che considereremo dei liberatori.

Copia della presente viene inviata con racc online a Piero Sierra, presidente dell’AIRC, Maria Ines Colnaghi, direttore scientifico dell’AIRC, e Roberto Iadicicco, direttore dell’AGI.

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Blog di Bruno Tinti

Commento al post “La parte lesa” del 29 gen 2011

Commovente. Come la Piccola fiammiferaia. Mi permetto di suggerirle di segnalare alla polizia o alla magistratura un possibile caso di prostituzione minorile. Però siamo seri, i bambini rendono. Ricordo una bambina di 11 anni che scappava letteralmente dai CC, che la cercavano per obbligarla alla chemio; su ordine dei giudici, ai quali l’avevano chiesto i medici. La bambina non conosceva la medicina né il diritto, ma aveva tutte le ragioni, mediche e morali, per scappare. Portava al collo una di quelle collanine ottenute da una molla fatta di un filo di plastica bruno, che aderiscono alla cute tanto da dare l’impressione di un tatuaggio. La moda di quelle collanine durò poco. Quanto la bambina. Quando morì in diversi avrebbero dovuto rispondere di omicidio; allora gli zeli si spensero, o si capovolsero, e si mise a tacere tutto. I bambini rendono:

Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi
http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/

E gli sconci non hanno tutti la stessa fortuna. Ci sono quelli esibiti e quelli occultati:

Il pornografico e l’osceno

http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/30/il-pornografico-e-l’osceno/

http://menici60d15.wordpress.com/

Brescia non solo bombe

23 novembre 2010

Blog di Aldo Giannuli

Commento al post “La sentenza di Brescia: lo Stato e le stragi” del 22 nov 2010

“La questione è una città che con la forza del muratore e lo sguardo ampio dell’architetto, sappia costruire fondamenta sociali solide”. (Giornale di Brescia, conclusione del fondo del direttore, 16 nov 10, giorno dell’assoluzione per la Strage)

Ho già commentato sulla sentenza di assoluzione (v. La Leonessa, sul sito menici60d15). Il commento del prof. Giannuli contiene molti aspetti istruttivi e coraggiosi. Avrei volentieri evitato di criticare altri aspetti di quanto scrive una persona delle sue conoscenze e capacità, alla quale si deve gratitudine per la sua opera di studioso, per la luce che ha fatto sull’eversione, e apprezzamento per la sua disponibilità alla discussione coi “quisque de populo”. Ma sull’impunità dell’eversione a Brescia mi considero una “persona informata dei fatti”, o meglio una vittima; e davanti ad alcune analisi mi sento come un tale al quale abbiano sparato, che dice che gli hanno tirato una revolverata, e che si sente rispondere da un ottimo perito balistico che è falso, in quanto è stata usata un’arma semiautomatica, non un revolver.

Alcuni contemporaneisti e altri analisti dell’eversione pare non ci tengano a trovare un principio unificante, ciò che in altre scienze viene considerato il più appetibile dei traguardi: es. l’origine microbiologica delle malattie contagiose, la tavola periodica degli elementi chimici, la deriva dei continenti, l’unificazione delle forze fisiche, l’identificazione delle pulsioni di base della psiche. Non che tale principio unificante debba esserci necessariamente (a volte anche per alcuni campi delle scienze “hard” si è concluso – ma dopo averlo cercato – che non esiste). Pare che chi si occupa di storia del terrorismo consideri dilettantesco e antiscientifico ricercare ciò che in altre discipline è il “Santo Graal”.

Prevale la visione “folignocentrica” dell’eversione (dal detto folignate “Foligno è lu centru de lu munnu”), per la quale l’eversione è un fenomeno essenzialmente locale: nazionale, e a volte addirittura provinciale; visione che è uno degli effetti della “tuboscopia”, l’analizzare meticolosamente singoli eventi uno a uno, come guardando con un occhio attraverso uno stretto tubo, orientando il tubo nelle direzioni opportune; e poi mettendo i fatti così selezionati uno accanto all’altro per sostenere una tesi, spesso preordinata; ma senza perseguire una sintesi complessiva, che, assegnate per quanto possibile a tutte e ad ognuna delle tessere disponibili le reali relazioni con le altre, si sforzi di scoprire cosa rappresenta la figura incompleta che emerge dal mosaico; in questo caso, un“pantocratore” terreno. Prassi che, spacciate per rigore, davanti ad alcune generalizzazioni consentono di gridare alla “dietrologia” anche quando si tratta di segreti di Pulcinella.

Ne consegue un’aderenza a un canone, a una regola di bon ton, o forse di sopravvivenza, che impone che l’eversione sia stata un fenomeno endogeno nazionale, dovuto a scontri di inenarrabile complessità tra DC-PCI, neri-rossi, Franza-Spagna, etc., animati da 4 coglioni esaltati che però, all’opposto dei buoni che avrebbero dovuto fermarli, erano incredibilmente abili e fortunati nel fare danno; con l’aiuto, a volte, di alcuni strani figuri delle istituzioni, peraltro sostanzialmente sane. Chi parla di mandanti esteri es. sull’uccisione di Moro è un “pistarolo” (ho assistito a una conferenza, al circolo bresciano “A. Moro”, dove tale tesi, sostenuta da un autorevole esperto e primo cittadino, DS, di Brescia, è stata corretta, non da un anarchico del Ponte della Ghisolfa, ma, sia pure blandamente, dall’allora ministro degli Interni, Pisanu, che ha citato a supporto l’Hyperion). Alcuni concedono che vi sia stato qualche influsso estero; però non si sa, e non è detto fossero solo e sempre gli USA, anzi… e poi neanche i vertici Usa sono monolitici… e così ad infinitum.

Venendo incontro alla storica soggezione del popolo e della classe dirigente italiche verso i forti, alla storica tendenza ad accettare chi sta in alto con la frusta e lottare solo sull’asse orizzontale, tra bande; e producendo un enorme fascio di dati slegato, privo di un principio informatore, difficile da maneggiare, dal quale si può estrarre e nel quale si può tenere nascosto ciò che si vuole, la “tuboscopia” e il “folignocentrismo”, nelle varianti accademica e giornalistica, ipertrofici a scapito della sintesi e del taglio pratico che l’importanza vitale dei temi imporrebbe, sono da contare tra i fattori che hanno favorito l’impunità. Fuciliamo i brigatisti; ora e sempre Resistenza; ma scherza con i fanti e lascia stare i santi. Anche se l’abbondante produzione saggistica e di denuncia ha costituito una qualche barriera, come un muro di libri, contro la strategia delle bombe e degli assassini politici.

Personalmente, estraneo sia ai rossi che ai neri che a qualsiasi fazione, senza competenze professionali specifiche ma avendo dovuto interessarmi obtorto collo all’argomento, credo, grazie all’ampia produzione di storici e analisti, e per esperienza personale in USA e in Italia, che con tutti i distinguo, le pieghe, le eccezioni, i fattori ausiliari, le convergenze d’interessi, le giravolte, i buchi neri, i cerchi concentrici, i burattini senza fili etc. vi sia un principio alla base di tutta l’eversione, di tutta l’eversione che ha contato e che ha fatto ciò che ha voluto; e che questo principio sia l’influenza della politica estera statunitense; a sua volta determinata, prima che dalla geopolitica, dai grandi poteri economici dei quali il governo USA è il braccio operativo. E penso che, oltre a chi ne ha scritto, moltissimi altri sanno, cento volte meglio di me, che il re è nudo.

Il principio unificante dei voleri degli USA può spiegare ad esempio quanto considera il prof. Giannuli, che il terrorismo rosso sia stato perseguito più efficacemente di quello nero, anche oggi che i magistrati non hanno simpatie per la destra; data l’inclinazione diffusa tra politici, magistrati e forze di polizia a compiacere, chi pancia per terra, chi facendo il pesce in barile, il potere vero, e quindi gli americani: il terrorismo nero era più vicino, sul piano ideologico e operativo, non solo ai servizi ma anche ai veri mandanti.

Quello che vorrei testimoniare, anche avendo visto – e sentito – da vicino alcuni dei protagonisti della “battaglia” per la verità sulla Strage, è che a Brescia, più ancora che nel resto del Paese, tali interessi di Stati Uniti e altri paesi influenti vengono serviti, almeno da dopo la caduta del Muro, col maggior zelo; con una partecipazione massiccia unanime e omertosa da fare invidia al più mafioso dei paesini del Sud. Interessi che vengono serviti anche quando consistono in interventi “deviati” volti a modificare, con metodi sporchi, con reati ignobili, l’andamento delle cose nel senso voluto; modifiche che ieri si ottenevano con la guerra a bassa intensità, con inequivocabili bombe in piazza o con clamorosi omicidi politici, e oggi con forme di violenza “a bassissima intensità” e perciò invisibile: oggi si persuade col lento veleno dei media; e si eliminano soggetti scomodi col lento veleno di forme di boicottaggio, discredito e logoramento camuffate da interventi legali, oppure occulte.

Credo che occorra distinguere nettamente tra onda d’urto fisica di una bomba, che dura una frazione di secondo, e onda d’urto politica, che può durare decenni; tra gli attentati e la lunga scia di ripercussioni; queste ultime possono avere effetti paradossi; sembra che chi ha fatto mettere le bombe avesse una profondissima conoscenza dei meccanismi di psicologia sociale che avrebbero messo in moto. Per me la reazione cittadina alla strage a Brescia rappresenta una delle vette dell’arte di rappresentare un’opposizione alta e vibrante dietro alla quale meglio servire i potenti.

A Brescia oggi operazioni eredi di quella stagione di eversione vengono servite, dietro la maschera dell’indignazione per la Strage, da chi ha responsabilità istituzionali ma anche da volontari. Da persone “serie e importanti” come dall’ultimo spalamerda raccomandato. Oggi l’omicidio politico, non solo morale ma fisico, viene compiuto con mezzi più sottili e subdoli, e simulando di aborrire ciò che nascostamente si aiuta. Brescia, addestrata alle doppiezze pretesche, e a suo agio anche con le doppiezze dello spirito protestante, è particolarmente adatta a ciò. Per avere un’idea di quello cui mi sto riferendo, e che non è né piacevole né facile da raccontare e spiegare, si può vedere il mio sito menici60d15; questa assoluzione, secondo la quale sopra la linea d’orizzonte del conosciuto non risulta alcun responsabile neppure per una folla di persone fatte letteralmente a pezzi da una bomba nella piazza principale, dice anche della credibilità di chi ignora tali denunce come opera di un mitomane.

Operazioni oggi aiutate, a Brescia e in Italia, dalla sinistra non meno che dalla destra. Sofri, oggi apertamente filoamericano e filosionista, che il prof. Giannuli cita, mi pare il prototipo della sinistra ambiguità della sinistra.

Così, paradossalmente, dopo la sorpresa ho accolto con sollievo la pur spiacevole notizia che la montagna non ha partorito nemmeno un topolino; sia perché una condanna due o tre fasi storiche dopo l’accaduto sarebbe stata ormai inutile rispetto al quadro sociopolitico; sia perché avrebbe condannato – a pene teoriche – dei manovratori più che i mandanti; ma soprattutto perché l’assoluzione evita di alimentare la doppiezza di istituzioni e società civile sull’eversione; il gesuitismo di laici e cattolici, di fascisti mascherati che danno lezioni di democrazia e di postcomunisti ridotti ad allearsi col delfino di Almirante nel servire poteri esteri che, come ha scritto una volta il prof. Giannuli, non ci sono amici.

La sentenza evita di riconoscere un risultato qualificante ad un sistema falso e corrotto, e con ciò di rafforzarlo. Evita di favorire ulteriormente la pratica dell’occultamento dell’eversione dietro al suo opposto, e di favorire ulteriormente i danni che agli epurandi di 40 anni dopo derivano da tale doppiogiochismo. Lascia uno sfregio che rende meno credibili i languori di “riconciliazione” dei discendenti dei Partigiani, e che risparmia forse all’Italia qualche altro dispiacere. Nello stato in cui siamo, meglio che la memoria della Strage e della reazione ad essa non siano completamente coperte dagli interventi cosmetici, ma resti un’impronta in negativo, come il pilastro scheggiato dall’esplosione a Piazza Loggia.

Nobili battaglie e quieto vivere a Brescia nel nov 2010

14 novembre 2010

Blog di Beppe Grillo

Commento al post “Poliziotti con la carta d’identità” del 13 nov 2010

Intorno al 1970 all’università c’erano spesso manifestazioni e scioperi per il Vietnam. Fui sorpreso, quando andai all’università, di trovare nonostante tali rivolte il potere baronale vivo e virulento. L’occuparsi altruisticamente dei diritti altrui scavalcando le ingiustizie domestiche consente di fare bella figura mentre ci si ingrazia il potere fornendo l’opposizione che vuole. La Sinistra fa un favore alla Destra dando del razzista e dell’imbecille a chiunque critichi l’immigrazione, e relegando così la protesta per i disagi che crea alle voci grevi e incivili della Lega. La Destra fa un favore alla Sinistra non trattando gli extracomunitari con onestà e rispetto, e dandole quindi l’estro di ergersi a paladina di alti princìpi e acquisire così potere. Ma sia Destra che Sinistra che clero sono proni al modello liberista, che vuole lavoratori e consumatori immigrati, e implica sfruttamento sia in Italia che nel Terzo mondo. La polizia sta al gioco. Finora c’è stata più scena ad uso delle telecamere che sangue; speriamo che non si voglia rendere la scena più realistica. Intanto alle porte di Brescia una guardia giurata ha sparato in testa a un ragazzo per una lite automobilistica. Mentre si grida al fascismo battendosi all’ultimo sangue per i dannati della terra, nessun interesse sul caso della guardia privata che ha ritenuto appropriato bucare da parte a parte la scatola cranica di un locale. La società civile è affaccendata in ben altre battaglie. Le guardie giurate, buoni iscritti al sindacato e buoni aiutanti di CC e PS, non sono estranee a forme di repressione antidemocratica che non vedrete su Anno zero. Il pistolero, un altro che ha premuto il grilletto di un un’arma portata legalmente sapendo di stare dalla parte di chi comanda, verrà probabilmente tolto dai guai dalle istituzioni, e la violenza occulta di polizia continuerà più forte di prima.

° ° °

Bresciaoggi.it – Commento all’articolo “Gardone, ore d’ansia per il giovane ferito” del 15 nov 2010

Se Tizio spara in testa a Caio, non è corretto usare il termine “sparatoria”, come hanno fatto Brescia Oggi e Teletutto.

L’amore come forza antiegualitaria

7 novembre 2010

 

Commento al Post “L’amore e la legge” di Felice Lima del 31 ott 2010

Mi piace lì…”.

(Slogan della campagna dell’autunno 2010 per lo screening del tumore al seno, mentre tiene banco lo scandalo sulle prostitute minorenni di Berlusconi)

Sosterrò che l’ideologia dell’amore confligge con l’art. 3 della Costituzione, che dà il nome al blog. Per rendersene conto basterebbe leggere gli aspri insulti apparsi nei commenti all’indirizzo di quelli che non la pensano come Felice Lima sull’amore e la legge. E’ impressionante la prontezza con la quale molti dei sostenitori del primato dell’amore stabiliscono gerarchie e recinti, definendo come esseri inferiori e disperati coloro che mettono in dubbio la liceità e l’utilità di tale primato. Non è la prima volta che vedo chi si dice mosso dall’amore rimuovere dalla discussione come prive di identità, e quindi non esistenti, le persone che non sono d’accordo con lui. “Amore”, come “libertà” è un termine eterologo: quante ghigliottine si erigono in suo nome.

Con tutto il rispetto e la stima per Felice Lima, non sono affatto d’accordo con quanto egli, trasportato da convinzioni cattoliche accoppiate a un’evidente buona fede, afferma. Tutti, anche i migliori, se sono vicini al potere, se abitano nelle stanze ben riscaldate del Palazzo, come i giudici, mentre acquistano alcune sensibilità ne perdono altre, e se per alcuni aspetti vedono ciò che la gente comune non vede, non sempre vedono quanto lontane dalla realtà siano alcune loro concezioni. Ricordo che quando un questore di Brescia se ne andò, a dirigere la sicurezza che lo Stato italiano fornisce al Vaticano, nel conferirgli la massima onorificenza cittadina il sindaco – uno specialista della retorica buonista a favore dei potenti e dei loro crimini – disse che il questore aveva un “supplemento d’anima”. Io invece tra me consideravo che avesse una “picana elettronica”, per il suo costume di farmi puntualmente incrociare pantere della polizia ogni volta che mi muovevo, cioè che uscivo di casa; con un supplemento di volanti quando scrivevo qualcosa che volevano non scrivessi.

A onor del vero, il primo e miglior vaccino contro la retorica dell’amore, cavallo di battaglia dei preti e di tanti malfattori, l’ho ricevuto da una suora, che era stata amica d’infanzia di mio padre, e che venne a trovarci dopo tanti anni. Nata in una famiglia poverissima – poverissima per gli standard di un paese della Calabria del dopoguerra – si era laureata in medicina, e in farmacia. Psicoanalista junghiana, dirigeva un ospedale psichiatrico della provincia di Roma. Chiacchierando in salotto, saputo che volevo iscrivermi a medicina mi chiese perché volevo fare il medico. “ E’ una missione”dissi. “No, fare il medico non è una missione. Ricorda, è un lavoro” rispose lei. La suora continuò a parlare, sulla necessità di rimanere casti fino al matrimonio, ma io non l’ascoltavo molto, sia perché su quest’altro argomento avevo convinzioni tassative; sia perché avevo sentito il cozzo inatteso della sua risposta, e la stavo elaborando. Non so se la suora mi abbia presentato quell’affermazione avendo intravisto nell’adolescente che aveva di fronte una tendenza all’idealismo che andava smorzata, o perché nel suo lavoro aveva sentito tante volte, e analizzato, la filastrocca del medico mosso da nobile amore verso l’umanità e volesse mettermi sull’avviso, sapendo cosa copre nei fatti il più delle volte, oppure semplicemente perché la pensava così; ma la ricordo con la gratitudine che si deve a chi ci dà quelle “dritte” che ci fanno modificare il nostro modo di vedere la vita.

A me il ruolo dell’amore nella società ricorda quelle forze attrattive descritte dalla fisica, come le forze di Van der Waals o la forza nucleare forte, che sono efficaci, o fortissime, a distanza ravvicinata ma decrescono molto rapidamente con la distanza, e pertanto il loro raggio d’azione è molto breve; così che sono un fattore di coesione e stabilità, insieme ad altre forze, ma porterebbero al caos se si pretendesse di farne l’unica forza organizzatrice. L’amore è come la forza – la più forte delle forze fondamentali della natura – che riesce a tenere insieme i protoni nel nucleo nonostante abbiano carica elettrica dello stesso segno e tendano quindi a respingersi; ma non muove il sole e le altre stelle: quella è la forza gravitazionale, immensamente più debole. Quando il nucleo è troppo grosso la forza nucleare forte non riesce più ad impedire che perda pezzi, e si ha il decadimento radioattivo.

Oltre a decrescere rapidamente, la forza dell’amore al crescere della distanza può cambiare segno, perché l’amore per chi si ha caro può implicare l’odio per gli estranei; l’amore, sentimento etereo che origina dalla cruda necessità animale della riproduzione e della protezione della prole, è il primo dei contronimi, delle parole con opposto significato. Può volere dire amore senile per le lolite anziché servire il popolo, come osserva Felice Lima a proposito dell’ultimo squallido siparietto di Berlusconi e dei suoi comprimari della sinistra; non solo, ma più in generale può voler dire egoismo, possesso, dominio, sottomissione, calpestare i diritti altrui in nome delle proprie voglie, del legame di sangue, del gruppo, vs. l’amore oblativo, che si cancella per il bene altrui.

L’amore materno, il primo degli amori, cieco, indulgente e lupesco, è considerato da alcuni il fattore caratteristico della psicologia mafiosa (S. Di Lorenzo, La grande madre mafia. Psicoanalisi del potere mafioso); è stato detto, e andrebbe ripetuto con regolarità, che Filumena Marturano, “E figl so piezz ‘e core”, è anche la madre della corruzione in Italia. Gli studi sul familismo amorale italiano, e quelli di Fornari sul principio materno del clan in Italia, mostrano come quando a dettare legge è l’amore allora l’estraneo al gruppo può divenire un nemico da odiare; e come anche lo Stato possa divenire un nemico (se non fosse che lo Stato è occupato da tanti figli di Filumena, che con “l’eccesso di codice materno” ci vanno a nozze). Oppure si può avere un unico clan, una società che diviene ecclesia, con i reprobi e gli ammessi, come ha scritto Alvaro.

Appare invece rilevante per la sfera politica, e fondato su basi biologiche se si pensa che il comportamento materno viene suscitato dall’ormone prolattina, il proverbio meridionale “Chi ti vo’ bene cchiù da’ mamma o ti trade o ti ‘nganne”. Da grandi non c’è la mamma. E non bisognerebbe cercare surrogati. Né si può essere padre o madre, o figlio, o innamorati di tutti. L’amore quindi può indicare cose diversissime, e andrebbe sempre qualificato: amore adulto, che può essere benefico per la società indirettamente o direttamente, amore viscerale per sé stessi e la propria cerchia che può essere un veleno sociale, amore di tipo paterno, materno, filiale, fraterno, amore erotico, etc. Amore che dà senza chiedere e amore che vuole solo esigere e dominare.

Nel privato, forse è vero che “All you need is love”. Ma nel pubblico l’appello all’amore suona come l’ammissione che non può esservi giustizia, e che l’ultima spiaggia è sperare nella personale benevolenza e compassione di chi comanda. Credo invece che si debba cercare un mondo giusto, tenendo presente che la giustizia è una cosa, l’amore un’altra. E tenendole sempre il più possibile distinte. Appare molto pericoloso voler fare dipendere la giustizia dall’amore come diceva il Vangelo 2000 anni fa e come dicono i preti; un tema caro ai politici verbosi, es. Berlusconi o il suo possibile successore Vendola. Ambedue amici e soci di don Verzè, “business, amore e sanità”, sponsor di quelli tanto fanatici dell’amore che sugli amori altrui raccolgono dossier, per mestiere. “Pane, amore e sanità”, slogan commissionato dal Ministero della salute,  è invece la versione statalista (ma non troppo).

In questi giorni la campagna nazionale di screening per il tumore al seno è impostata su ammiccamenti erotici, come lo slogan in epigrafe. Non una parola sulle gravi riserve scientifiche circa l’efficacia e la dannosità dello screening (es. R. Volpi, L’amara medicina. Perché il “sistema” della prevenzione non funziona. Mondadori 2008). Alle donne piace lì, va bene, ma per il resto sono delle minorenni, delle sciocchine non in grado di prendere decisioni sulla propria salute, e pertanto è meglio che non vengano esposte ad informazioni stonate, agli arzigogoli puerili di certi che tentano così di uscire dal Nulla al quale li condanna la loro assenza d’amore. Cosa c’entrano le zone erogene col cancro? Il sesso fa vendere, e questo non è l’unico caso dove viene usato come strumento di marketing per il business della medicina, anche se è uno dei più cialtroneschi e squallidi. Il maggior esperto italiano di tumore alla mammella, il senatore del PD Veronesi, ha appena annunciato al pubblico che con la “prevenzione” ci si sta avvicinando alla risoluzione finale del problema. Ciò è contraddetto da un rapporto della “Decision resources”, uscito pochi giorni prima, rivolto agli investitori, che prevede che le vendite di sette farmaci emergenti per il tumore della mammella in un mercato costituito da sette paesi ricchi tra cui l’Italia raggiungeranno i cinque miliardi di euro nel 2019. Nell’epoca del consumismo la civiltà dell’amore a volte prende la forma della civiltà dell’harem, dove il Bene, e l’amore, sono sostituiti dal piacere. Una tendenza che si sta insinuando anche nel campo del business medico. “Cicciolina”, la fondatrice del “partito dell’amore”, è un’educanda paragonata a certi, per i quali la medicina sarebbe una forma di amore, e addirittura sarebbe un sacerdozio. A dire che i magistrati sono “sacerdoti civili” è stato invece Andreotti.

L’amore varia più che proporzionalmente con la distanza, come quelle forze della fisica; l’amore che agisce uniformemente erga omnes è un gatto che abbaia: è logicamente possibile, ma, salvo forse qualche strano fenomeno, non si dà nella realtà, è un’altra entità che dovrebbe chiamarsi con un altro nome. L’amore non è, non può essere, se non per un’invenzione retorica, uguale verso tutti; al contrario, tende per natura e per definizione a concentrarsi e a escludere; è una forza antiegualitaria. Il mondo dove tutti si amano è verosimile come il mondo dove tutti sono miliardari. La giustizia serve ad assicurare a tutti il poter coltivare l’amore privato lecito, che tiene insieme la società agendo a breve distanza. Non è un’estensione dell’amore, ma una protesi e un correttivo: supplisce là dove l’amore non può arrivare o è negativo. L’amore può essere simboleggiato da un nido, che vuole essere accogliente per una famiglia, un piccolo gruppo; la giustizia dalle cellette di un alveare, tutte uguali e monotone, un po’ inquietanti, ma dalla forma ottimizzata per una collettività. Entro quel perimetro esagonale, dato dai diritti degli altri, che ognuno si costruisca il suo nido e il suo mondo, e lo esprima e lo comunichi agli altri come crede. In fondo tutto questo citare l’amore è anche l’ennesima intrusione del potere nella sfera privata. Un voler mettere sullo stesso piano gli affetti del focolare con le relazioni della piazza.

Mi pare che la legge, la giustizia, l’impegno civile, siano un tentativo razionale di trascendere forze come l’amore e il suo doppio l’odio, creando forze che regolano positivamente i rapporti sociali basandosi sulla ragione; forze non così intense a breve distanza, forze molto più deboli sul piano psicologico, ma efficaci su un maggior ambito sociale. L’equilibrio sociale dovrebbe derivare dalla coesistenza di forze diverse. Non si amano i propri cari e le comunità di cui si è parte per decreto del giudice; e non ci si deve astenere dal fregare il prossimo perché invece si deve irradiare amore, ma perché così si viola il patto sociale, e perché se si insiste si va in galera. Le regole se le danno i gruppi di animali, se le danno le bande di criminali osservava Platone, quindi non c’è da stupirsi che se le diano senza altro fondamento che una necessità pratica di sopravvivenza anche le comunità. Può darsi che il senso di responsabilità verso gli altri sia sul piano psicologico un’evoluzione dei sentimenti infantili di amore scambiato coi genitori; ma nella vita adulta deve assumere una forma autonoma, indipendente dal sentimento, e cristallizzarsi nella ragione. Un conto è l’ontogenesi psicologica e culturale, un altro l’assiologia. Nell’organizzazione sociale, l’amore dovrebbe venire dopo la giustizia, non prima. Dovrebbe intervenire dopo che sono stati messi i picchetti, e non decidere, emotivo, volubile e mezzo cecato com’è, la posizione dei picchetti; che può infiocchettare, se vuole, ma non deve oltrepassare.

Senza dubbio si vive meglio là dove non la paura della sanzione, ma una convinzione interiore detta l’aderenza alle giuste regole; ma non si può affidare la società alla “kindness of strangers”, né si dovrebbe elargire correttezza e solidarietà, o giustizia, a piacimento come un elemosina. Intendo rispettare gli altri ed essere rispettato non in nome dell’amore, ma in nome della civile convivenza. Può e deve esserci rispetto anche senza amore, e viceversa non si possono ledere i diritti altrui con l’esimente dell’amore. E’ curioso, e un po’ sospetto, che i giuristi, mentre in genere tendono a negare o minimizzare i legami del diritto con l’etica, a volte esaltino i legami del diritto con la religione. Ho sentito diversi magistrati citare l’amore evangelico a proposito del loro lavoro; a volte letteralmente da pulpiti di chiesa, nel corso di funzioni religiose. Qualcuno l’ho anche sentito dire che la moralità alta può derivare solo dalla fede religiosa, e che la moralità senza fede è comunque di una qualità inferiore. Nella mia esperienza di vita, è più difficile trovare magistrati che emettono decisioni rapide, oneste e imparziali, che non magistrati che predicano l’amore cristiano.

Ci sono persone che in buona fede vogliono estendere l’amore al sociale; un progetto rischioso, che può portare a divenire dei benefattori dell’umanità, oppure a fare pasticci. Non siamo chiamati alla santità – un’altra pelosa esagerazione – ma abbiamo l’obbligo della decenza, se vogliamo essere uomini e non bestie ripulite. Sul piano dell’esperienza, quelli che insistono a parlare di amore come forza sociale, e ad assegnargli un primato, mi fanno paura, a cominciare dai preti, che sembrano avere distillato una mistura di enunciati dal sapore zuccherino e di sentimenti reali di perenne aggressività, di desiderio di sopraffazione, di subdola violenza distruttrice verso chi non si sottomette loro. Gli esperimenti politici che hanno creduto di poter fare completamente a meno dell’amore in nome di qualche geometria teorica della società sono falliti; ma l’annunciare l’era della civiltà dell’amore spinge la politica verso il nucleo primigenio dell’amore, cioè verso la regressione infantile. L’appello all’amore nella vita pubblica andrebbe letto come una codeword per un appello alla via soft all’assolutismo, all’arbitrio dei potenti e dei santoni, dove capi-genitori danno “amore” e vogliono essere obbediti per amore. Dove istituzioni patrigne e matrigne tolgono “l’amore” cioè i diritti, a coloro che non fanno i bravi, che fanno i capricci anziché fare i compiti, mangiare la pappa stabilita e guardare i cartoni in tv.

L’amore preme prepotente sul sociale, e una modica quantità di tale amore, bene orientata, è, come legante e catalizzatore, tra gli ingredienti indispensabili in una società; e dobbiamo sollecitarci a provare un qualche sentimento d’affetto anche per il prossimo sconosciuto, per i lontani, per l’ultimo essere dalla Terra, dopo aver riconosciuto che oggettivamente ha dei diritti indipendenti dalla nostra disposizione nei suoi confronti; ma se si esagera con l’amore la giustizia finisce a puttane.

I magistrati “business friendly” e la mafia come sineddoche tendenziosa

16 ottobre 2010

Blog Uguale per tutti

Commento al post “A Reggio deve venire Zù Ntònu” del 19 set 2010

Forse lo Zù Ntònu, il contadino calabrese retto e faticatore descritto dall’avvocato Siciliano, non sarebbe così restìo a battersi per la giustizia se davvero vedesse un gruppo col quale schierarsi: da un lato c’è un esercito di mafiosi, di collusi con la mafia, di appaltatori di business sterminati alla mafia; ma nell’ampio campo non mafioso Zù Ntò non vede una brigata di galatuomini. E nemmeno un reggimento o una compagnia.

A proposito delle forze sane e della fiducia nella giustizia, segnalo l’articolo “Usa, si può comprare il giudice” di Marcello Foa, Il Giornale, 14 ott 2010. In USA la doppiezza della democrazia traspare più chiaramente che in Europa. Col sistema delle lobbies si tende a legalizzare ciò che da noi si fa sottobanco. Lì i magistrati li elegge il popolo, nominalmente; all’atto pratico le multinazionali sono grandi elettori dei magistrati, finanziando legalmente le campagne elettorali di candidati graditi. In futuro le multinazionali potranno comprarsi i magistrati, riferisce l’articolo, grazie a una recente sentenza della Corte suprema che abolisce il tetto dei finanziamenti. Si prevede che il volume della campagna acquisti passerà dai 100 milioni al miliardo di dollari.

Il tema dei rapporti tra magistratura e multinazionali è in genere risparmiato dall’infuocato dibattito nostrano sulla giustizia; nella lotta furibonda che i media ci fanno vedere in continuazione tutti i contendenti stanno attenti a rispettare davanti al pubblico il canone teatrale per il quale il massimo livello di potere equivale a quello oggi impersonato magistralmente da un bravo caratterista come Berlusconi; e Il Male sono le mafie, che sono viste come un Kilimangiaro solitario, anziché una vetta ben integrata nella catena imalaiana delle grandi forze criminali che menomano la vita degli Zù Ntò. Gli altri “8000” essendo dati, tra gli altri, dai business che portano le corporations ad ottenere di poter acquistare magistrati, e a investire negli acquisti. Zù Ntòni, che è un po’ avanti con l’età, statisticamente ha da temere più da qualche sofisticato schema diagnostico-terapeutico nato a Boston o a Basilea e imposto su scala mondiale con le buone e con le cattive, che dal cannemozze del mafioso a cento passi da casa. E forse anche l’omicidio del moroteo dr Fortugno, avvenuto fanno oggi 5 anni, non è solo una questione locale.

Al contrario di Zù Ntòni, che non ha perso del tutto il legame con la visione contadina del mondo spazzata via dall’omologazione, chi si appassiona alla Commedia dell’arte recitata dalla politica, e ai suoi canoni, non si sente sovrastato da poteri senza volto che hanno una consistenza quasi ontologica; ma accetta la finzione secondo la quale viviamo in un Paese sovrano, dove a comandare sono comunque le strutture descritte nella Costituzione; e accetta la sineddoche tendenziosa che identifica tutto il grande crimine con le mafie.

Credo che i rapporti tra magistratura e i potentati economici, nazionali e internazionali, che in buona parte coincidono con le multinazionali, siano rilevanti per la comprensione del cattivo stato di cose attuale, e che le conseguenze di tali rapporti contribuiscano a spingere gli Zù Ntòni a non accordare alle istituzioni il credito che sarebbe necessario. Segnalo anche un mio scritto, che un poco parla dei magistrati, o della magistratura, “business friendly” in Italia:  “Leopardi, Unabomber, e altri eversori”; postato il 12 u.s. sul mio sito menici60d15.

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Blog de Il Fatto

Commento del 27 gen 2012 al post di M. Imperato “Lobby al sole anche da noi?” del 27 gen 2012

postato su questo sito il 5 feb 2012 causa boicottaggio Telecom

Il PM Imperato invita a considerare di introdurre anche da noi il lobbismo, cioè la legalizzazione dei finanziamenti ai politici da parte di gruppi di interesse. Il magistrato invita a guardare al fenomeno senza ipocrisie. Si dovrebbe estendere il suo suggerimento al potere giudiziario: considerando il fenomeno USA dei finanziamenti legali alle campagne elettorali dei magistrati da parte delle multinazionali. Lì è legale comprarsi dei magistrati in questo modo. Ma anche in Italia, così come non è sconosciuto il fenomeno dei soldi passati sottobanco da potenti gruppi di interesse ai politici, esiste la magistratura “business friendly”, che fa carriera essendo compiacente col business:

I magistrati “business friendly” e la mafia come sineddoche tendenziosa

Reati contro l’economia

http://menici60d15.wordpress.c…

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Blog de Il Fatto

Commento al post di A. Liberati “E la responsabilità civile dei politici?” del 13 feb 2012

Non è nell’interesse dei cittadini una magistratura esposta al ricatto dei potenti tramite la responsabilità civile. Occorrono però dei pesi e contrappesi per evitare che i magistrati operino per interessi diversi da quelli della giustizia, come invece di fatto avviene.

Il celibato dei magistrati http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/01/il-celibato-dei-magistrati/

 Il giudice Liberati, che nel difendere la sua categoria dallo spauracchio della responsabilità civile cita la “mancata applicazione di norme comunitarie, rispetto alle quali l’Italia si è impegnata aderendo all’Unione Europea”, ricorda quel posteggiatore che, sotto il fascismo, scacciato dagli avventori come importuno, intonò al violino “Giovinezza”. Così nessuno poté dirgli nulla.

In questi giorni due ricercatori, l’inglese Wynne e la norvegese Wickson, hanno paragonato la Commissione europea alla rana pescatrice abissale, quel pesce mostruoso che attira le prede con un’esca luminescente che penzola da un filamento che le protrude dalla testa (The anglerfish deception, EMBO reports, 13 gen  2012). Questo perché la Commissione vorrebbe che in tema di sicurezza degli OGM sia vietato agli stati nazionali avanzare critiche di carattere scientifico, l’unica voce scientifica ammissibile essendo quella degli esperti scelti dalla UE.

Ci si dovrebbe interrogare sul contrasto tra norme sovranazionali e giustizia. E anche sul costume di compiacere la UE, e i poteri economici dei quali è espressione, con misure informali, per acquisire meriti da spendere in sede nazionale. Dovrebbero farlo anche i nostri bravi magistrati, ricordando che cos’è la cosiddetta “difesa di Norimberga”. E anche cos’è l’eccesso di zelo nel favorire gli ordini criminali dei potenti.

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Blog de Il Fatto

Commento del 19 feb 2012 al post di M. Imperato “Mani pulite: vent’anni sembrano pochi” del 18 feb 2012

Credo che i magistrati non combattano la corruzione in sé, ma ne combattano alcune forme favorendone altre. Mentre si oppongono alla bribery dei signorotti locali, favoriscono – e a volte attivamente aiutano – l’istituzionalizzazione della grande corruzione, quella dei poteri forti. E’ un poco come la lotta tra piccoli feudatari e potere centrale, al tempo per esempio di Richelieu:

La magistratura davanti alle frodi mediche di primo e secondo grado
http://menici60d15.wordpress.c…

Il PM Nicastro come assessore alla sanità: la non complementarietà tra magistrati e tangentisti http://menici60d15.wordpress.c…

Questo è confermato da magistrati come il PM Imperato che oggi loda “Mani pulite” e pochi giorni prima ha prospettato in termini positivi la legalizzazione delle lobbies (Lobby al sole anche da noi?, 27 gen 2012), uno dei più nefasti focolai di corruzione e degenerazione della politica interna e internazionale.

La rivoluzione coi Carabinieri

25 settembre 2010

Blog di Beppe Grillo

Commento al post del 23 set 2010 ”E’ stato morto un ragazzo” – Intervista al regista Filippo Vendemmiati

Bisogna avere il coraggio di guardare anche alle responsabilità delle “mele sane”. Sulla base non di posizioni ideologiche, ma di una triste constatazione empirica. La protezione istituzionale dei 4 agenti, i tentativi di insabbiamento, la creazione in sede giudiziaria di una entità nosologica nuova, non provata e inverosimile che attenua le responsabilità dei poliziotti (un vizio che sta dilagando tra i magistrati, quello di scrivere coi medici pagine di nosografia false ma gradite al potere), dovrebbero essere per il cittadino aspetti politicamente non meno gravi del bestiale omicidio. Invece si enfatizzano gli aspetti personali e privati, e, forti di ciò, si annacqua la critica politica alle istituzioni. Non mancano mai le giaculatorie “non generalizziamo”, “massimo rispetto per la polizia…” etc.; e le lodi alla magistratura, che ha riconosciuto la legittima difesa ai poliziotti, condannandoli in quanto avrebbero ecceduto. Io vedo ogni giorno i poliziotti per strada molestare sistematicamente cittadini che sono troppo onesti per i gusti loro e di chi li comanda; come Bravi assoldati per difendere le mascalzonate di poteri forti; spalleggiati da “istituzioni” Azzeccagarbugli che all’occorrenza “attaccano in criminale” la vittima che denuncia, per “mettergli una pulce nell’orecchio”. Montanelli diceva che gli italiani vogliono fare la rivoluzione coi Carabinieri. Non c’è bisogno di fare la rivoluzione, ma, se si vuole vigilare sulle istituzioni repubblicane, non si dovrebbe permettere che casi terribili ma epifenomenici come quello di Aldrovandi favoriscano l’ideologismo dell’abuso di polizia come fenomeno patologico in un sistema sano. Un dissenso monocorde sta coprendo il fattore fondamentale: le istituzioni sono malate, e gli abusi e le violenze di polizia di vario genere e grado sono una prassi di potere strutturale e routinaria, che ha piegato e piega la storia d’Italia a voleri anticostituzionali.

Privacy, sicurezza e panottismo

10 maggio 2010

Segnalato il 10 mag 2010 sul blog “Uguale per tutti” come commento al post “Tutela della libertà di corrispondenza nell’era di internet: anno zero?” del 7 mag 2010

È difficile vivere nei tempi in cui la società si trasforma in Ecclesia, coi reprobi e gli ammessi, e con un onnipotente che sa tutto

Corrado Alvaro, Quasi una vita

“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione, e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni ed idee attraverso ogni mezzo”.

Art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (ONU, 1948)

Il dr Saracino usa parole che avevamo quasi scordato, ricordandoci che abbiamo un fondamentale diritto al segreto secondo l’art. 15 della Costituzione, che tutela la libertà e la segretezza delle comunicazioni. Oggi invece nel parlato comune, e anche nel linguaggio delle istituzioni, si usa “privacy”, eufemismo soft, e non va di moda citare il diritto alla segretezza. La diade privacy/sicurezza viene usata retoricamente: si parla di privacy per bloccare le intercettazioni dei birboni, e di sicurezza per piazzare telecamere, schedare, limitare diritti, etc. Pigiando come un bravo organista ora su uno ora sull’altro di questi due pedali, si ottiene una musica che configura un mondo dove il singolo è sempre più controllato, e il potere è sempre meno soggetto a controllo. Penso che volendo discutere di questi temi – diritto alla riservatezza; intercettazioni; videosorveglianza; database che registrano atti amministrativi, consumi, spostamenti, dati sensibili, etc. – sia oggi divenuto indispensabile introdurre un terzo parametro, una terza “grandezza”, etica, politica, giuridica, che chiamerò “panottismo”, e che rappresenta la asimmetria tra controllori e controllati.

Il Panopticon, progettato da Bentham, è una costruzione che ottimizza il controllo. E’ composta da un anello di celle con al centro una torre di guardia. Nel modello puro di panopticon le celle sono aperte verso l’interno, senza la porta e senza l’intera parete della porta, così che il prigioniero sia costantemente esposto allo sguardo dei guardiani nella torretta. Il panopticon è stato assunto da Foucault, in “Sorvegliare e punire”, come simbolo della relazione asimmetrica di potere costituita dal controllo invisibile, che vede senza essere visto; simbolo dei “dispositivi disciplinari” che impalpabilmente permeano l’intera vita dei controllati. Platone, nella Repubblica, usa la leggenda dell’anello di Gige, che rende invisibili, per mostrare come l’essere invisibile tra i visibili porti all’empietà, perfino se si è giusti. Uno psichiatra, Abreu (Come diventare un malato di mente, Voland, 2005) parla dell’asimmetria di potere basata sul controllo che si sta instaurando ai nostri tempi. Per Abreu, come per altri prima di lui, il segreto è la fonte del potere. Il potere difende con le unghie i suoi segreti, anche istituzionalizzandoli: segreto di Stato, bancario, professionale, istruttorio etc.. Allo stesso tempo, pratica forme crescenti di intrusione nella sfera privata che portano a gravi conseguenze, politiche  e psicologiche: forme derivanti da una volontà di “trasformare ogni persona in un elemento manipolato, senza spazi di autonomia né di critica”. Abreu consiglia: “non fidatevi di chi vuol sapere tutto di voi senza raccontarvi niente in cambio”. L’opposto dell’insegnamento della trasmissione “Il grande fratello”, che spinge i giovani ad accettare e agognare giulivi di vivere sotto una rete di telecamere; beccandosi tra di loro in continuazione come polli, cercando di fregare i compagni, e, notare, confessandosi regolarmente all’autorità. Un bel modello di vita. L’ocaggine popolare che si sposa con la paranoia del potere.

Il controllo mediante strumenti tecnologici può essere una forma di oppressione internalizzata erga omnes, ma può anche servire a fermare determinati soggetti invisi al potere. Usato con ostentazione, può divenire una forma di intimidazione, di condizionamento degli oppositori. Non più il lebbroso, cioè l’isolato, ma l’appestato, cioè il controllato, scrive Foucault. Il controllo esibito, nel quale al soggetto viene fatto sentire che ogni suo passo è sotto l’occhio di un guardiano. Così che sa che a quell’incrocio incontrerà quel certo mezzo; che non potrà entrare o uscire da una libreria o una biblioteca senza incrociare sulla porta un paio di CC o di PS o di vigili urbani; che la spesa ai supermarket la si va a fare solo con una “scorta” di polizia; che non tornerà mai a casa senza avere incontrato almeno un mezzo della polizia; sa che quando dice o fa qualcosa di sgradito oltre al silenzio ufficiale troverà puntuali per strada microincidenti sibillini ai quali non farebbe molto caso se non fossero costanti e prevedibili; dal Carabiniere così maldestro che nel cuore di Brescia, in Piazza Paolo VI, di fronte al duomo, ti punta inavvertitamente il mitra addosso; agli spazzini della municipalizzata che in pieno giorno, sempre solerti con le spazzatrici stradali, al punto di impolverarti con quello che sollevano da terra, soprattutto davanti al duomo, sono però così sbadati che ti schizzano con le lance ad acqua ad alta pressione, con le quali si scrosta anche lo sporco più tenace. (Poi ci sono anche le operazioni interforze, a tenaglia, dove si resta presi tra spazzatrice e poliziotti, che quindi ti chiedono i documenti; sempre davanti al duomo). Decine di varianti su questi schemi, ripetute centinaia e centinaia di volte, possono essere usate senza tregua per porre una persona formalmente libera in uno stato non dichiarato di detenzione e di privazione dei diritti; uno stato simile, non solo metaforicamente, a quello del Panopticon. Questo controllo è anche uno strumento capace di provocare, invisibilmente, danno fisico. Può così trasformare la persona più distratta ed estraniata in un braccato che si aggira per la città come se fosse in una giungla abitata da belve e cannibali. Ai tempi della cavalleria si diceva che l’arco, che colpisce da lontano, è l’arma dei vigliacchi. Spero un giorno di poter raccontare per esteso come l’arma dei vigliacchi oggi siano le telecamere.

Il panottismo odierno è conseguenza delle nuove tecnologie, che hanno permesso forme di controllo ben più potenti di quelle pensate da Bentham, l’eccentrico padre dell’utilitarismo. Ricordo in USA una sera a un party del reparto di anatomia patologica dove lavoravo, che un tecnico di laboratorio, una donna, dopo avere attinto alla coppa del punch un po’ di volte raccontò che col marito avevano comprato per poche decine di dollari uno strumento che permetteva di captare le conversazioni dei vicini, e quanto ciò fosse divertente. Una piccola telecamera oggi costa pochi euro; e le telecamere possono facilmente essere collegate a computer, che possono conservare i dati ed effettuare potenti elaborazioni. Le telefonate sono facilmente controllabili da chi ha ne ha i mezzi, mentre è estremamente difficile impedirlo. Le onde elettromagnetiche sono una fondamentale realtà fisica; noi coi nostri sensi  non percepiamo che una minima parte del mare di onde elettromagnetiche nel quale siamo immersi; oggi con la tecnologia si è trovato il modo di produrre e imbrigliare tali onde, e di rilevarle quando siano usate per comunicare. Esiste lo “spazio hertziano”, e ora che lo abbiamo colonizzato facciamo fatica a comprendere che in esso valgono leggi fisiche e conseguenze di leggi fisiche differenti da quelle del mondo macroscopico che conosciamo per stato di natura. Si è trovato il modo di rilevare anche le altre forme di comunicazione; inclusa, come osserva Abreu, buona parte della comunicazione con noi stessi. A ciò si è aggiunto il trattamento digitale, che permette di conservare e processare quantità a piacere di informazione in maniera altamente flessibile e a basso costo. Va riconosciuto che viviamo letteralmente in un altro mondo rispetto a pochi anni fa; viviamo in una “infosfera”, dove le informazioni vengono emesse, e anche raccolte, con grande facilità; dove quindi mantenere la riservatezza è divenuto oggettivamente difficile. Al tempo nel quale furono sanciti i princìpi sulla segretezza e sulle relative eccezioni in nome della sicurezza vi era un mondo possibile, parallelo al mondo reale, dove era facile controllare le comunicazioni. Ora siamo passati in tale mondo; è questo nuovo mondo reale che ora abitiamo che l’etica e il diritto devono considerare.

Secondo il famoso saggio di Walter Benjamin, col sopraggiungere della sua riproducibilità tecnica l’opera d’arte ha mutato la sua essenza; e anche la sua funzione e il suo ruolo sociale. Oggi è accaduto qualcosa di simile con il progresso tecnologico nella sorveglianza e nella intercettazione. Prima, fino a pochi anni fa, il diritto alla segretezza corrispondeva al divieto di superare gli ostacoli materiali e tecnici che si frapponevano tra la volontà di sorvegliare e intercettare e l’esecuzione di tale volontà. Oggi con lo sviluppo dell’elettronica e del digitale, per il potere, e in alcuni casi anche per i comuni cittadini, tra la volontà di spiare o controllare e il suo soddisfacimento non c’è che un passo. Le innumerevoli registrazioni video sono eseguite a tappeto, così che solo una percentuale infinitesima viene utilizzata per le indagini giudiziarie; per le aziende telefoniche registrare le telefonate è un gioco da ragazzi. In alcuni casi, come per le email, raccogliere le informazioni è in pratica consustanziale al servizio. Le tecniche di marketing di datamining e profiling sono ad uno stadio avanzato. E’ esperienza comune che se si cerca un prodotto online, poi per un periodo la pubblicità di quello stesso genere di prodotti apparirà aprendo pagine web che prevedono pubblicità. Non si è distanti da una situazione dove tutto ciò che viene prodotto o scambiato per via elettronica viene conservato e catalogato (e con “Echelon” si è già in questa situazione).

L’espressione “diritto affievolito” per me ha il suono di una moneta falsa; ma qui c’è un diritto, quello alla riservatezza per il semplice cittadino, che è stato oggettivamente affievolito, non da abili annacquatori dei patti costituzionali, ma dalla realtà storica e materiale. Giuristi e filosofi del diritto hanno senza dubbio studiato questi casi, nei quali un mutamento epocale “spiazza” alcuni diritti, e la loro tutela. Pensiamo a come muterebbe il dibattito sulla morte pilotata, o quello sul “testamento biologico” che lo maschera, se, ipoteticamente, il nostro corpo fosse provvisto di un “bottone di spegnimento” e bastasse premerlo per darsi la morte; o si potesse programmarne l’azionamento in funzione di alcuni parametri vitali, es. l’attività elettrica cerebrale. Un bottone rudimentale di questo genere è già stato inventato da molto tempo: le armi da fuoco, che hanno una “levetta di spegnimento” con la quale è possibile spegnere la vita, soprattutto l’altrui, sia pure con alcune limitazioni come la disponibilità di un’arma, il dover prendere la giusta mira, trovarsi a distanza utile, etc. Secondo alcuni storicamente sarebbe stato proprio il mutamento dei rapporti di forza provocato dalla relativa disponibilità delle armi da fuoco, che permettono di colpire a distanza, ad avere spinto verso forme di governo più democratiche. In effetti, già Machiavelli, nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, aveva avvisato il Principe di non tirare troppo la corda nello spogliare i sudditi della “roba” e dell’onore, perché un coltello è alla portata di tutti; con le armi da fuoco il potere ha dovuto farsi più guardingo. Così un progresso tecnologico che ha generato dei mali, paradossalmente ha anche causato un parziale riequilibrio di forze tra governanti e governati, tra oppressori e oppressi. Sono un obiettore di coscienza, non porto armi, e sono contento di questa scelta, anche se Machiavelli predice la “ruina” ai disarmati. Ma il diritto a portare armi di difesa previsto dal secondo emendamento della Costituzione USA mi appare meno sinistro e barbaro ora che conosco il mondo un poco di più di quando avevo vent’anni. Le strumentazioni tecnologiche di controllo hanno alcune somiglianze con le armi da offesa, e costituiscono forme di difesa dalle armi; e c’è il rischio che, come con le armi nei paesini del Sud, alla fine ad averle e adoperarle siano solo i delinquenti; oltre alle forze di polizia, naturalmente.

Il film “Il mestiere delle armi” di Olmi racconta la morte di Giovanni dalle Bande Nere nella imbelle Italia rinascimentale. Il condottiero fu ferito ad una gamba da un colpo di falconetto, un pezzo di artiglieria leggera, arma modernissima per quell’epoca. (A dare i falconetti ai luterani era stato il duca di Ferrara Alfonso d’Este. I lanzichenecchi ebbero così via libera per Roma, che misero a sacco. Del resto, ad appoggiarsi a potenze straniere a danno di italiani al duca glielo doveva avere insegnato, con l’esempio, il papato, che anche in questo ha una tradizione millenaria). Il film si conclude con una citazione dell’epoca, che condanna le nuove armi da fuoco come disumane e vili, e augura che vengano bandite. La storia mostra che le armi da fuoco non vennero soppresse in quanto poco cavalleresche, e che quello in realtà era appena l’inizio. E’ illusorio cercare di fermare con argomenti di principio, o anche con leggi, progressi tecnici che danno potere; occorre trovare altri modi per contrastarli. Ciò vale anche per il nuovo scenario delle forme di intercettazione e sorveglianza.

Il problema non è più solo l’equilibrio tra riservatezza e sicurezza; ma è anche quello del panottismo, dell’equilibrio tra l’essere controllati e il controllare nei rapporti tra il cittadino e lo Stato, e tra il cittadino e i soggetti forti. Una grandezza non assoluta ma relativa: data dal rapporto tra i due controlli. La difesa della sempre più risicata “privacy”, e della segretezza tutelata dalla Costituzione, è necessaria ma da sola è insufficiente, perché ora col panottismo contano i rapporti relativi, oltre che gli assoluti; è illusoria, perché per chi ne ha i mezzi spiare è diventato facile come camminare; è ingannevole, perché l’affermazione ufficiale che non si sta spiando non può essere facilmente smentita; ed è controproducente perché quando i politici oggi chiedono che ci sia maggiore “privacy” intendono essenzialmente il diritto dei potenti a farsi i fatti loro senza essere disturbati da polverose ubbie sul dovere di non versare né intascare tangenti, di non vendersi a poteri maggiori, etc. . D’altro lato, è in nome della sicurezza, si sa, che spesso viene tolta la libertà; aveva ragione Franklin a dire che chi cede libertà fondamentali in cambio di un po’ di sicurezza non merita nessuna delle due.

Credo che una risposta realistica alla nuova insidia a diritti inalienabili vada cercata in forme di reciprocità: nel ridurre lo squilibrio rappresentato dal panopticon. Se prima il potere controllava 100, e veniva controllato 10, oggi che controlla 1000 non può chiedere di essere controllato 3. Se si è in un paesino del Far West, che non si può pensare divenga per decreto una comune di gandhiani, allora che tutti possano portare la Colt al cinturone è il male minore. E’ stato osservato che le tecnologie avanzate a volte sono indistinguibili dalla magia; se Tizio e Caio giocano a carte, e Tizio ha acquisito una vista magica, che gli permette di sapere che carte Caio ha in mano, allora la richiesta di Caio di vedere le carte di Tizio, in modo da giocare entrambi a carte scoperte, è equa, anche se superficialmente appare come una pretesa assurda. Se difficilmente si può impedire al potere di esercitare un maggior controllo sul popolo, allora si deve riconoscere al popolo, tramite le istituzioni che agiscono per lui, un maggior controllo sul potere.

Pertanto le intercettazioni giudiziarie nell’ambito di indagini su un reato non solo non vanno ridotte, ma, su giuste e rigorose motivazioni giuridiche, vanno potenziate e rese più facili, come forma di controllo democratico sul potere, al fine di riequilibrare lo scompenso informativo. Massima cura va posta nel rispettare la sfera puramente privata dei potenti, che da questo punto di vista sono come tutti gli altri (e sarebbe ora di finirla di divulgare intercettazioni a contenuto piccante e grassoccio sui potenti, che danno loro l’appiglio per chiedere la “tutela della privacy”); massima cura va posta nell’impedire che i poteri che possono intercettare legalmente facciano un uso strumentale di questo mezzo, intercettando solo chi gli conviene, quando gli conviene; ma andrebbe stabilito che, essendo cambiato il mondo, i potenti, che da questo cambiamento traggono i maggiori vantaggi, devono anche loro essere esposti a maggiori controlli rispetto al passato, per ciò che attiene alle loro prerogative pubbliche. Andrebbe stabilito che la comunicazione interpersonale e la privacy sono state rese più permeabili al controllo, ad opera del potere, e che quindi non solo il potere non può chiedere maggiore opacità per sé, ma deve adeguarsi al corso che ha creato. In generale, all’introduzione di ogni nuova forma di controllo da parte del potere dovrebbe corrispondere una nuova forma di controllo sul potere. Altrimenti si torna indietro rispetto alla democrazia; allo squilibrio che c’era prima delle armi da fuoco e prima ancora. Il panottismo tecnologico appare far parte di una tendenza alla restaurazione, mediante tecniche modernissime e sofisticate, di forme di potere che parevano consegnate ai libri di storia. Si parla di aggiornamento della Costituzione; ma spesso con ciò si intende indebolimento anche formale dei già malconci diritti costituzionali. Un vero aggiornamento della Costituzione e delle leggi dovrebbe servire ad adeguare la salvaguardia degli stessi princìpi fondamentali ai mutamenti storici.

La constatazione del nuovo stato di cose può portare a distinguere più nettamente tra raccolta, utilizzo e divulgazione dei dati. Come detto, un tempo il problema principale era la raccolta, e i divieti e i regolamenti facevano perno su tale difficoltà. Oggi tale barriera si è abbassata, e per alcuni non esiste più; bisogna prenderne atto, anziché proseguire su una linea ormai anacronistica; e correre ai ripari, che possono consistere in un riposizionamento su posizioni più difendibili. Per l’utilizzo e la divulgazione le regole, se non dovrebbero essere indebolite, come chiede Berlusconi, e come piacerebbe anche a molti altri, non dovrebbero neppure cambiare radicalmente; l’interesse del pubblico ad avere informazioni su reati e comportamenti di chi li governa va contemperato con quello alla riservatezza, e anche col diritto alla solidità delle informazioni divulgate. Va osservato che la tecnologia, se da un lato facilita la raccolta, dall’altro permette di separarla più nettamente dall’utilizzo e la divulgazione, e quindi di controllarne almeno gli effetti. Si potrebbero introdurre registrazioni crittografate, dove i dati vengono fin dall’inizio trascritti in memoria in forma crittata (e non crittati successivamente). Informazioni “desemanticizzate”, private del pur minimo significato, che può però essere recuperato, ma non da chi le raccoglie o da altri: solo se così disposto dai magistrati, che dispongono materialmente delle chiavi per decrittare. Se per esempio un commerciante vuole inquadrare con una telecamera un tratto di strada  pubblica per proteggere la saracinesca del suo negozio dagli scassinatori, e così facendo inquadra h24 anche i passanti e il parcheggio davanti a un’abitazione privata, allora dovrebbe essergli permesso di impiantare una camera, ma solo di un modello che critti i dati, in maniera che questi possano essere decrittati solo con chiavi custodite dall’autorità, e quindi possano essere letti non da lui stesso o da altri a piacere, ma solo su disposizione del magistrato per motivi d’indagine.

La facilità di raccolta non può essere impedita, ma il panottismo che provoca va contrastato. Per riportare entro un sistema di “checks and balances” il panottismo che oggi si aggira selvaggio nell’attuale infosfera si può pensare, se ciò non travolge troppi princìpi giuridici stabiliti, a forme  di raccolta di massa di dati, es. le telefonate, ma nella forma crittata detta sopra. Occorre pensare a tale inedita varietà di informazione: non si ha un filmato o una registrazione, né assenza di dati; ma una nuova varietà di informazione, un’informazione in potenza, che i metodi crittografici permettono di controllare. I dati andrebbero raccolti non solo, come già avviene, da privati o da forze statali “deviate”, ma anche dallo Stato; senza che però nessuno, incluso lo Stato – neppure a scopo preventivo – possa leggerli se non con l’autorizzazione del magistrato, che ordina la decrittazione in base alle motivazioni classiche consolidate. Non dovrebbero esserci eccezioni al controllo “desemanticizzato” per le “alte cariche“;  che anzi dovrebbero essere le prime; insieme ai magistrati, i poliziotti, i servizi, anche loro custodi che dovrebbero essere meglio custoditi. Se si forma, inevitabilmente, una raccolta di dati sensibili, anche in chiaro, come i database commerciali, tale raccolta deve essere messa in qualche modo sotto il controllo dei cittadini mediante lo Stato; al quale a sua volta va impedito il più possibile libero accesso a tali dati. L’obiettivo dovrebbe essere quello di evitare lo squilibrio informativo, l’invisibilità che osserva, soprattutto a favore di soggetti forti. Qualcosa di in fondo non molto diverso avviene già con acquisizioni da parte degli inquirenti di registrazioni in chiaro delle telecamere di sorveglianza che nessuno guarda normalmente, ma che hanno registrato immagini su un’area che casualmente è divenuta rilevante per le indagini su un reato; o con quelle dei tabulati telefonici. Non bisogna sottovalutare neppure la capacità della tecnologia di fornire strumenti per questo riequilibrio. Penso sia possibile un sistema di crittografia che impedisca, non in forza del dettato della legge, ma fisicamente, letture non autorizzate, con un sistema di chiavi distribuite a più soggetti istituzionali; con le solite eccezioni di fatto delle forze che comunque se ne fregano anche della parvenza della legalità, facendosi vanto di infrangere i segreti (e che se potenti, es. NSA, sono comunque coinvolte ab initio nel disegno degli algoritmi di criptazione). Ma la democrazia e le sue leggi non possono rimanere con l’arco e le frecce davanti a chi ha i fucili.

Occorre inoltre riconoscere al singolo cittadino un maggior potere di sorveglianza su ciò con cui viene a interagire. In USA vidi un nero ben vestito estrarre una macchina fotografica davanti a un massiccio poliziotto che aveva messo la sua faccia, che protrudeva da una testa di dimensioni bovine, a pochi centimetri da quella di un esile ragazzino nero; evitando così al negretto, che i poliziotti avevano fermato perché insieme ad altri si divertiva a rotolarsi sui cofani della auto in sosta, ammaccandoli, guai che minacciavano di divenire maggiori di quelli che si meritava. Posso testimoniare per esperienza personale che avere una macchina fotografica o una telecamera in mano può ridurre, anche se non eliminare, gravi forme di abusi e di molestie gratuite da parte di chi può usare il potere dello Stato, e può abusare dei mezzi per la sicurezza e delle tecnologie legali di sorveglianza; portare una telecamera è un peso e un vincolo, ma può evitare che le provocazioni trascendano in incidenti veri e propri. Penso che i cittadini dovrebbero, per equilibrare almeno parzialmente il panottismo, potersi dotare, se lo desiderano, di forme di controllo elettronico personali. Per esempio, minitelecamere che registrino tutto ciò che appare “in soggettiva” nel loro campo visivo quando escono di casa. Se il tabaccaio può filmarmi mentre passo davanti al suo negozio, se altri possono farlo, pare, senza dover neppure chiedere alcuna autorizzazione a nessuno, così che vengo filmato in continuazione da decine di telecamere a mia insaputa, dovrei potere a mia volta registrare ciò che avviene davanti a me. Il mio campo visivo, e ciò che vedo, è il bordo tra la mia persona e il mondo esterno e gli altri, è qualcosa sulla quale ho dei diritti e posso quindi esercitare tutele adeguate e proporzionate alle circostanze. Oggi invece tale bordo, tale terreno comune, è oggetto di “enclosure” da parte del potere. Si potrebbe regolare il permesso all’uso, e potrebbe essere estesa anche a tali strumenti la differenziazione tra permesso di raccolta crittata, di visione in chiaro e di divulgazione; limitando la raccolta a luoghi esterni, o subordinandone l’uso alla presenza di una situazione di pericolo o a un fumus persecutionis; o forse alla fine si dovrebbe liberalizzarli del tutto. Pensiamo a come sarebbero utili nelle situazioni di stalking; da parte di un ex partner fuori di testa (o anche per documentare lo stalking di polizia, tanto monotono quanto capace di acuti creativi). Potrebbero essere di fondamentale utilità contro i reati convenzionali. Forme regolamentate di controllo elettronico personale potrebbero prevenire crimini, facilitare ricostruzioni, appianare dispute legali, evitare errori giudiziari. Ho sentito Luciano Lutring, l’ex “solista del mitra” che ora tiene conferenze, commentare, col tono dell’artigiano che dice “ormai le costa meno comprarla nuova che farla riparare”, che oggi con le telecamere i rischi nel rapinare le banche sono tali che per i professionisti seri e con la testa sulle spalle è meglio mettersi a lavorare. Ma se gli strumenti elettronici che difendono le banche dai rapinatori, e, genericamente, chi sta meglio da chi sta peggio, ormai costituiscono una florida industria, strumenti analoghi volti a difendere il debole dal forte stentano ad essere sviluppati e commercializzati.

C’è anche il panottismo medico. Siccome poco importa, applicando la reciprocità, poter all’evenienza sapere che il medico di famiglia ha i calcoli alla cistifellea, o il CEO della multinazionale e il politico che hanno architettato l’ennesima truffa da bambini facevano la pipì a letto, bisognerebbe ridurre questo panottismo in radice, chiedendosi caso per caso se le mirabolanti innovazioni informatiche vanno nell’interesse del paziente o del business. (Comunque, un manuale di medicina anglosassone consiglia al medico di non parlare mai del proprio stato di salute ai pazienti). Nel dibattito pubblico si ammette che i database sanitari possano pregiudicare il diritto alla riservatezza su dati particolarmente delicati, e portare a situazioni di discriminazione, ma questo non è l’unico pericolo. Il fascicolo sanitario elettronico, dove sono raccolti tutti i dati sanitari del singolo, che trasforma in “fatti” indiscutibili dati che a volte sono frutto di errori più o meno legati a interessi illeciti, appare come un pericoloso strumento del prossimo venturo “Stato terapeutico”; un controllo accoppiato a autentiche forme di censura  istituzionalizzata delle informazioni al pubblico e a volte ai medici (es. la European Medicines Agency ha rifiutato a un cittadino irlandese l’accesso a dati sulla sicurezza di un farmaco che  appariva provocare tendenze suicide, sostenendo che le regole della UE sulla trasparenza non si applicano alle reazioni avverse da farmaci).  Mentre abbondano gli stucchevoli discorsi sull’umanità delle cure, non ci si preoccupa di come queste nuove tecnologie possano portare il processo di cosificazione del paziente verso livelli ancora più alti. Va considerato anche che la registrazione digitale consente manipolazioni che erano più difficili col cartaceo e coi supporti analogici. Non ci si chiede con quali misure si preverranno falsificazioni della cartella clinica elettronica e degli esami per eliminare le tracce di reati. Si parla invece allegramente di “medicina virtuale”, e si attende impazienti la colonscopia virtuale (una nuova tecnica radiologica basata sull’elaborazione digitale delle immagini). Per evitare dolorosi dispiaceri ancora peggiori di quelli che possono derivare dalle tecniche tradizionali sarebbe meglio avere un atteggiamento scettico e diffidente sull’utilizzo dei mezzi elettronici nelle cure mediche.

Evviva, siamo nel mondo nuovo. La proposta che abbozzo sul contrasto al panottismo non aumenta la civiltà, perché allontana dalla natura umana, ma vorrebbe limitare i danni. Persa l’innocenza originale, non si può ricrearla, ma occorre costruirne una artificiale. La richiesta di potenziare le intercettazioni suona giacobina. L’idea di conservare tutte le comunicazioni mi dà lo stesso sconforto degli scritti di Borges che descrivono situazioni simili, con biblioteche sconfinate che contengono tutti i libri scrivibili di 410 pagine, e mappe in scala 1:1, che si sovrappongono esattamente al territorio che descrivono. Dotarsi di una videosorveglianza personale è una conclusione che, oltre a generare a sua volta altri grossi problemi giuridici, è triste, ricordando quel grottesco personaggio di un film di Almodovar, che girava con una telecamera fissata sulla sommità della testa. Stiamo comunque andando verso il cyborg: la propaganda stimola le nostre speranze mostrandoci esseri ibridi parte uomo parte macchina. Sui media sono celebrati sempre più spesso atleti con protesi meccaniche, ed esiste anche una saggistica accademica che giustifica ed esalta queste chimere. Ne beneficiano trapianti e protesi, terapie delle quali al pubblico vengono fatte conoscere solo le luci. Un recente studio ha riscontrato che le aspettative dei pazienti sulle protesi articolari sono superiori a quelle dei chirurghi che le impiantano.

E’ un po’ singolare che a proporre una tale simbiosi, a proporre di affiancare agli occhi e alla mente una telecamera e una scheda di memoria, sia uno come me, che è fortemente contrario all’esaltazione acritica delle tecnologie ingegneristiche applicate al corpo; che non ha messo neppure lo spioncino alla porta di casa, e per strada, se proprio un elefante non gli tagliava la strada barrendo, non si accorgeva di ciò che avveniva attorno a lui; che è tra coloro che apprezzano come uno dei maggiori piaceri della vita il camminare per il gusto di camminare, muovendosi liberi, senza impacci e impicci, senza una meta precisa, assenti rispetto alla quotidianità, seguendo la topografia dei pensieri più che quella delle vie; il piacere di sentirsi immersi nel mondo senza essere del mondo; sulle strade bianche e lungo i mattoni rossi del senese, dove la bellezza assume un volto semplice e naturale; tra i resti di quello che per tanti secoli fu il maggior faro, la Roma entro le Mura Aureliane, sciatta e sontuosa; sulla groppa di ordinati viali anonimi e senza fine del New England; e perfino nell’affannato reticolo di strade, che trasuda grettezza, del quadratino di Bassa lombarda dove ora abito. Ma questo appartiene a un mondo perduto, al quale non è possibile ritornare.

v. anche:

Sovranità popolare e informazione

La riduzione al sintattico nella lotta al Principe

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Blog Malvino

Commento del 9 apr 2011 al post “Panopticon” del 9 apr 2011

Mi dispiace che della metafora del Panopticon si sia impossesato Capezzone; per me rappresenta, piuttosto efficacemente, l’asimmetria tra controllori e controllati, come detto da Foucault:

http://menici60d15.wordpress.com/2010/05/10/privacy-sicurezza-e-panottismo/

Asimmetria che è proprio quello cui mira il padrone di Capezzone.

Su Wikileaks la penso come Tarpley, che ha scritto trattarsi di un’operazione di “limited hangout”:

http://menici60d15.wordpress.com/2010/12/07/da-quali-minacce-va-protetta-la-glaxo/

Ora non resta che aspettare che Capezzone o un altro scagnozzo parlino di limited hangout a danno di Berlusconi, mentre il dissenso blogger si attiene scrupolosamente alle linee guida dettate dall’alto, come il riconoscimento di Assange come voce libera.

Bentham era un eccentrico. Volle che il suo cadavere, imbalsamato, fosse esposto in una sala dell’University college di Londra, dove tuttora si trova. Speriamo che il dissenso italiano prenda un poco d’esempio da lui, e non si limiti a ripetere quello che gli viene propinato da Mediaset, Rai e c. come “antisistema”.

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Blog de Il Fatto

Commento del 26 dic 2011 al post di S. Santachiara “Accuse di plagio, rischia il progetto web antipedofilia del tycoon berlusconiano” del 26 dic 2011

postato su questo sito il 5 feb 2012 causa boicottaggio Telecom

Nel post “Privacy, sicurezza e panottismo”, del maggio 2010, ho proposto anch’io di conservare in forma crittata, e inaccessibile salvo procedura formale dell’autorità giudiziaria, tutto ciò che passa per i canali elettronici:

http://menici60d15.wordpress.c…

come conclusione di una riflessione teorica sulle violazioni della privacy e della libertà personale commesse col pretesto della sicurezza. Riflessione scaturita dall’indebito monitoraggio e stalking cui ero e sono oggetto; grazie a una magistratura a dir poco compiacente. I dati crittati andrebbero però tutelati nella maniera più rigida, incluso un sistema a chiave multipla, distribuita tra più soggetti istituzionali, come ho scritto. Neppure ai magistrati si può consentire di avere un controllo esclusivo su dati del genere. Lasciarli poi nelle mani delle forze di polizia, o di certi soggetti con le insegne della Telecom, che nella mia esperienza sono strettamente integrati con le forze di polizia in questi abusi, è come mettere il lupo a guardia dell’ovile. Francesco Pansera

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Il giornalista Santachiara sarebbe ancora più grande se producesse la documentazione e le date che mostrano come siano state presentate “molto prima del Maggio 2010” le idee che l’ing. Corradi accosta alle mie rivendicandone la priorità, es. la conservazione crittata delle riprese di videosorveglianza: affermazioni per le quali non ho trovato riscontri né nel suo articolo né su internet. Ciò per completezza e correttezza di informazione, tanto più che il tema è quello della corretta documentazione e registrazione dei fatti pregressi a fini di giustizia; in modo inoltre da riconoscere “unicuique suum”, tanto più in un articolo che parla di plagio; e anche perché, come Santachiara mette in luce, in tema di controlli per la sicurezza è facile che se ne occupino persone interessate a tutt’altro che la tutela dei diritti; ed è quindi necessaria un’informazione chiara e precisa, che consenta di evidenziare le finalità autentiche e il valore politico delle varie proposte sui metodi di controllo.
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Gentile ingegnere Corradi, il mio recapito è : F. Pansera, Via Tosetti 30, 25124 Brescia. Non ho detto che Lei abbia commesso un plagio col suo sistema Antares; anche se mi è successo in passato di pubblicare un’idea, e poi vederla, dopo molti anni, oggetto di diversi brevetti internazionali (i cui autori hanno comunque citato la mia pubblicazione nella domanda di brevetto); es. “Prophylactic and therapeutic treatment of the ductal epithelium of a mammary gland for cancer” Sukumar et al. J Hopkins university school of medicine. Patent 7196070, 2005.Tra l’altro io non mi sono riferito specificamente alla navigazione su web dei dipendenti di aziende private, ciò che il sistema Antares controlla, ma ad un generale riequilibrio, sotto il controllo dello Stato, di quella condizione che chiamo panottismo, cioè la crescente asimmetria del controllo tra popolo e potere (e che è cosa diversa dalla privacy). Lei sarei grato se mi mostrasse anche come e quando è sorta l’idea di registrare in maniera inaccessibile la videosorveglianza, pratica che avrebbe risolto il caso Gambirasio Lei dice, e che invece ho considerato espressamente. Non sono in affari, ma credo sia importante evitare che l’implementazione non corretta di simili accorgimenti aggravi una situazione già antidemocratica invece di risolverla.
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Il suo acido commento si potrebbe ribaltare: spesso una volta generata un’idea, implementarla non è così difficile. La crittografia delle registrazioni non è una invenzione epocale, ma, in linea di principio, l’elementare trasferimento e adattamento di tecniche già esistenti. Tanto che un non addetto ha potuto concepirla, e una moltitudine di informatici potrebbe metterla in atto. La teoria retrostante che la motiva sul piano etico e politico, che naturalmente attende di essere sviluppata, forse è più complessa. Io però mi astengo da simili comparazioni, perché ho grande rispetto per quelli che si occupano di tecnologia “hands-on”, e per i risultati che possono raggiungere. Ne ho di meno per chi ripete l’ideologismo tecnocratico che le idee (degli altri, non le loro) sono poca cosa, sono res nullius, che si trova per terra; che confonde il “come” costruire una cosa col “cosa” costruire e “perché” costruirla; o col perché non costruirla. E’ da oltre vent’anni anni che osservo che il plagio (parlando in generale) è a volte anche una forma efficace di censura: alcune proposte concettuali possono essere disinnescate togliendole a chi le ha avanzate con certe motivazioni, con certi fini, e mettendole in mani sicure; come quelle del Tiger team Telecom, per esempio.

La barbarie, la giustizia e la fogna

20 febbraio 2010

Segnalato il 20 feb 2010 sul blog “L’Errico” come commento al post del 18 feb 2010 “Un saluto dalla fogna”


Il Procuratore Minna viene attaccato per aver definito “fogna mediatica” il clamore attorno al caso Aldrovandi. Io invece, che conosco in prima persona di cosa sono capaci poliziotti e magistrati, gli sono grato, perché la sua espressione permette di dare un nome alla situazione doppia che si è creata sul caso Aldrovandi, della quale nessuno parla. La fogna è un luogo fetido e ributtante, ma è anche una struttura propria delle civiltà evolute, utilissima e sottovalutata come poche: dobbiamo alle fogne buona parte dei miglioramenti delle condizioni generali di salute della popolazione. Senza le fogne, feci e urine si spandono per le strade, dove oltre alla brutta vista, al puzzo e al rischio di inzaccherarsi si può essere esposti a malattie come il tifo o la poliomielite. La fogna, data la sua doppia valenza, negativa e positiva, offre la metafora adatta a rappresentare la situazione di ibrido morale che si è creata in questo come in altri casi: non una situazione come quella di certe polizie sudamericane, con violenza libera, totale impunità e censura, la disseminazione di sterco allo stato puro; e neppure una situazione pulita di giustizia e legalità. Ma un sofisticato ibrido, discosto tanto dalla barbarie che dalla giustizia. Un ibrido negato dai tanti, cittadini semplici o dotti magistrati, che vedono in buona o in cattiva fede solo le dicotomie “guardie e ladri”, “delinquenti e onesti”. La fogna non come situazione estrema, ma come fattore d’ordine, come sistematizzazione del male e del suo fluire.

L’ibrido per il quale sul piano dell’informazione i media ufficiali non hanno nascosto questa triste storia, né l’hanno del tutto inquadrata nel suo significato politico; l’hanno diffusa, contro la volontà dei coinvolti, esponendo i responsabili a una condanna morale che farà da freno; ma in termini soft, e cercando di mettere in buona luce le istituzioni anziché criticarle. Per esempio, “Un giorno in pretura”, RAI 3, ha pubblicizzato il processo, ma ha rappresentato il caso sottolineando un’omissione di soccorso e minimizzando il pestaggio e i suoi effetti, dilungandosi sul dibattimento intorno al carattere non degli imputati ma della vittima; e ha fuorviato gli spettatori anche sulla risposta giudiziaria, riferendo di condanna per “omicidio colposo”, mentre è stata una condanna per eccesso di legittima difesa, con una pena (virtuale) proporzionata ad un eccesso colposo non grave. Nelle notizie e nelle denunce giornalistiche così trasmesse è incorporato anche il vecchio messaggio di intimidazione, come lo scappellotto che si dava ai figli portati ad assistere alle esecuzioni capitali in piazza, o la pistola posata in bella vista sulla scrivania del commissario in Sud America, per ricordare che con la polizia se non si sta muti e rassegnati si finisce male.

Sul piano giudiziario, i magistrati, dopo l’insabbiamento iniziale, e fallito il tentativo (che ho visto andare in porto in altri casi) di occultare reati di appartenenti a categorie privilegiate, hanno ricostruito alcuni fatti, hanno dissipato alcune cortine fumogene concettuali, hanno perseguito e condannato i colpevoli; hanno evidenziato e stigmatizzato alcuni gravi aspetti sociali e politici del comportamento dei poliziotti; hanno creato un certo deterrente per gli altri poliziotti maneschi, e un avvertimento su cosa i poliziotti non devono fare materialmente quando immobilizzano, o bastonano, qualcuno. Un risultato di portata storica: i magistrati hanno fatto il loro dovere, e in certi punti anche di più, pur essendo i colpevoli cittadini diversi dagli altri. Così facendo hanno recuperato prestigio nell’opinione pubblica, mentre si sono esposti al risentimento delle armate degli intrepidi tutori del diritto, che vogliono per sé la più ampia franchigia sull’assassinio di cittadini inermi. Ma i magistrati non hanno fatto tutto il loro dovere, e i poliziotti che vogliono la licenza di uccidere hanno anche motivi di gratitudine nei loro confronti. Chi subisce in prima persona gli abusi di polizia si è chiesto se deve essere loro grato, o se si deve anche a loro la prosecuzione immutata delle persecuzioni. I magistrati hanno ricondotto una condotta palesemente dolosa degna di teppisti strafatti entro un alveo formale di colpa professionale moralmente lieve. Hanno inventato una spiegazione fisiopatologica che imputa la morte ad una tragica fatalità; dando solo una simbolica tiratina d’orecchie come punizione; hanno depurato la ricostruzione da alcune verità fondamentali. Così, da un lato possono sostenere di non aver mandato impunito questo genere di crimini, e di meritare le lodi che raccolgono da questo popolo di servi, che del resto non merita di meglio del cerchiobottismo giudiziario; allo stesso tempo, per certi versi hanno costituito dei precedenti pericolosi che rafforzano l’impunità sostanziale per questi abusi. Hanno stabilito il principio che anche se non li si può mandare del tutto assolti, le colpe riconosciute e le pene inflitte sono comunque una funzione logaritmica delle responsabilità reali dei poliziotti.

Sul piano della ricostruzione tecnica delle cause di morte, i magistrati hanno meritoriamente demolito la “Excited delirium syndrome”, una spiegazione di comodo che è stata costruita a beneficio dei responsabili delle morti in custodia; i magistrati hanno invece riconosciuto, come fattore, l’asfissia da compressione, ciò che si cerca di negare in questi casi. Ma, dopo avere fatto piazza pulita di questo trabocchetto, ne hanno introdotto un altro, smorzando l’evidenza, indebolendo la ricostruzione dell’asfissia da compressione, che qui era chiara, e alleggerendo quindi le responsabilità morali degli agenti di polizia omicidi, quelli presenti al processo e quelli futuri: addirittura proclamando ad auctoritatem una nuova entità nosologica, la “morte improvvisa da blocco atrio-ventricolare per ematoma del fascio di His da compressione nelle immobilizzazioni”; una entità per la quale non sono stati riportati casi precedenti, dalla plausibilità fisica pressoché nulla, la cui base anatomopatologica non è stata notata quando sarebbe stato difficile non notarla all’autopsia, ma è stata diagnosticata o meglio percepita su una foto, saltata fuori dopo. Sostenuta dal giudice mediante una imbarazzante litania di lodi al solitario perito, il luminare che ha avanzato la tesi temeraria (e che in origine era della difesa …). Per chi è del mestiere questa eccelsa acquisizione “scientifica” vale quanto valeva “La corazzata Potemkin” secondo Fantozzi.

Sul piano politico, inteso come dibattito pubblico sull’accaduto, se la vicenda non è stata nascosta lo si deve alla battaglia degli Aldrovandi, che, forse con l’istinto del poliziotto, seguono con tenacia l’unica via percorribile per lenire il loro dolore senza farsi togliere la parola dal potere; le loro scelte sulla loro pena non possono che essere rispettate col cappello in mano; ma i familiari delle vittime uccise non possono essere presi come dirigenti, ideologi e guardiani dell’opposizione politica sul vasto argomento generale degli abusi di polizia, secondo la generalizzazione che si tende scorrettamente a seguire in Italia in questi casi (v. “La sindrome di Peppa nei familiari delle vittime”). C’è la giusta indignazione per gli aspetti umani, un figlio di 18 anni strappato alla vita e agli affetti con cattiveria cieca, ma si evita rigorosamente, a cominciare dal blog degli Aldrovandi, di parlare e di far parlare dell’uso politico, sistematico e illecito degli abusi dei corpi di polizia, dell’abuso di polizia come strumento di potere, del quale omicidi come questo sono un’accidentale emanazione. Si combatte anzi tale accusa. Così si ingloba e si sostituisce con la sacralità del privato la sacralità del sociale. Ignorando la storia dell’Italia repubblicana, si rispetta e si riafferma il dogma, imposto dal potere e foriero di altri lutti, delle poche “mele marce” in un sistema sano, dell’equivoco tra individuo ed elemento, tra persona e apparato.

Per me “fogna” è proprio la parola giusta per la circostanza che anche in questa storia, dove pure si ammettono alcune colpe, è stato drenato con la prepotenza e con la penna, riducendone la presenza a velati accenni, il tema chiave delle pratiche di provocazione della polizia. “Insultare e chiamarsi offeso, schernire e chieder ragione”. Il tema centrale della molestia di polizia, che nella forma iperacuta diviene omicidio di Stato, come in questo caso; nella forma cronica stalking di Stato; uno stalking che è pure violenza fisica, anche se il più delle volte senza contatto meccanico, e che nel tempo ha gli affetti lesivi della violenza fisica. Sono le tecniche coperte da rigida omertà con le quali lo Stato esercita un potere che a volte corrisponde alla descrizione del potere contenuta nel 416 bis. La magistratura che le permette è complice. E a volte non c’è bisogno di ricorrere al sistema fognante. Gravi abusi e crimini scompaiono nel nulla, inghiottiti dai cassetti delle Procure così come alcune vittime della mafia spariscono nei plinti di cemento. Quando ci sono grandi interessi, e reati commessi da mele che appartengono a cesti privilegiati, a volte la magistratura rimane al di sotto del livello fogna, e fa cose che è difficile descrivere, e che necessitano di termini più forti, e non metaforici ma letterali.

La “fogna mediatica” ha i suoi perseguitati ufficiali; vistosamente querelati, nonostante il più delle volte abbiano seguito i dettami del potere non attaccando ma proteggendo il nocciolo politico dell’abuso di polizia. Queste voci in alcuni casi risultano legate a gruppi di potere che sono dalla parte degli imputati, e che beneficiano dei loro abusi: il potere se la canta e se la suona. Attingendo al pozzo senza fondo del dolore altrui, operano una spinta verso l’irrazionale, con santificazione della vittima, appelli lirici alla spiritualità, damnatio dei pochi reprobi sui quali scaricare la colpa, apologia delle istituzioni coinvolte e, immancabile conseguenza, il bavaglio per i profanatori che dicono cose fuori dal coro; l’aspersorio che fa un predicozzo al manganello al quale è alleato per poi assolverlo. Con interventi che spesso fanno le veci della risposta della società civile, ma monopolizzando il dissenso evitano che passino e si diffondano critiche meno roboanti ma meno accomodanti. Nel sottosuolo, nella fogna vera che governa la città, non si querela ma si provvede a fermare quietamente per altre vie chi può testimoniare sull’abuso di polizia e riconosce le mistificazioni tecniche mediche delle versioni ufficiali sull’omicidio; censurando, screditando, e incarcerando senza processo senza sentenza e senza sbarre, con una sorveglianza continua di polizia che andrebbe bene per uno di quei mafiosi che lasciano indisturbati. Lo stesso Minna partecipa all’incanalamento dei liquami, fornendo ai media e ai blogger, dopo le querele, una ulteriore patente di critici accaniti delle istituzioni, patenti che in genere non hanno meritato. Un’ammuina spettacolare con tante parole grosse, ora anche dalla parte istituzionale, e poco arrosto, che preserva, al di là del mugugno e del lancio di contumelie, lo status quo del diritto del più forte.

Bad cop e good cop; magistrato cattivo, Minna e altri, e magistrati buoni, Proto, Caruso e forse altri che seguiranno. Il Procuratore Minna ha usato espressioni ingiuste e crude, che sorprendono e impressionano; ravvivando così il racconto rassicurante dello “arrivano i nostri”, dei poteri buoni che si oppongono a quelli cattivi; chissà se si è reso conto che nell’aula di tribunale dove autorevolmente sedeva ha ripreso, capovolgendolo, un concetto espresso dalla vittima mentre veniva ghermita dalla polizia, e dalla morte. Soltanto chi ci passa, soltanto il “poveraccio” – nelle parole del magistrato – che senza giusta causa si ritrovi in prima persona circondato da poliziotti, da una poveraglia maligna e soffocante di poliziotti, sa che quel carosello che gli scorre attorno e che gli toglie vita non è questione di buoni e di cattivi. Ma di Stato di diritto e di “Stato di merda”, nelle parole di Federico al tribunale dello Stato che sulla strada lo stava sottoponendo a processo sommario.

Copia della presente viene inviata firmata con racc. a/r online al Procuratore Minna c/o Procura di Ferrara e al Presidente della Corte di appello di Bologna.

Altri commenti sul caso Aldrovandi

Indipendenza della magistratura e pneumatici

21 settembre 2009
Panchina del parco Gallo Di Brescia. 15:01 del 17 set 2009

Panchina del parco Gallo. Brescia, 15:01 del 17 set 2009

Segnalato il 21 set 2009 sul blog AldoGiannuli.it come commento al post  “Una nuova questione morale…” del 16 lug 2009


Seduto su una panchina del parco Gallo di Brescia in una bella giornata di settembre. Penso agli avvenimenti del giorno. Oggi, 17 set, risulta finalmente consegnata la racc. online che ho inviato con internet 8 giorni fa al PM di Lecco Del Grosso sul ruolo della magistratura nel caso Englaro (L’azione giudiziaria non euclidea). Ed è arrivato contemporaneamente anche il consueto schiaffo di “ricevuta di ritorno”, sotto forma di mobbing trasversale. Chi si rivale sulle donne annega in uno sputo.

Oggi il TAR del Lazio si è espresso a favore dell’interruzione dell’idratazione e alimentazione quando si sia “ricostruita” la volontà del paziente comatoso. Secondo i giudici amministrativi l’essere umano medio sarebbe in grado di scegliere liberamente di morire di sete e fame, e a tale stoica capacità corrisponde il diritto fondamentale di morire volontariamente in questo modo; diritto “incompressibile” dall’autorità pubblica, anche in presenza di una volontà solo putativa, espressa in precedenza in condizioni diverse (che “Altro è parlare di morte, altro è morire” sembra se ne siano dimenticati tutti), o anche desunta da dichiarazioni di testimoni. Un’altra specie si aggiunge così a quella categoria di giustificazioni funebri che comprende il famoso “Dio sa che è lui che ha voluto farsi uccidere”. E’ da poco uscito un editoriale che condanna le preoccupazioni espresse in Inghilterra da gruppi di disabili: temono che questo viraggio ideologico, dal sollievo della sofferenza alla promozione della scelta personale di morire quando si soffre, possa favorire la loro eliminazione prematura; e vengono pertanto rampognati per questa loro fisima, che viene giudicata irrilevante per la discussione (Delamothe T. Assisted dying: what’s disability got to do with it? British medical journal, 26 ago 2009). Per rassicurarli viene citata la baronessa Warnock, che spiega pazientemente che si tratta di due concetti diversi. La baronessa è la stessa bioeticista che ha affermato che i pazienti affetti da demenza senile hanno il dovere di morire per non pesare troppo sui familiari e la società.

Pochi giorni fa, l’11 set, il CSM ha approvato la pratica a tutela di magistrati della Cassazione in relazione alle accuse ricevute dai politici sul caso Englaro. Il giorno dopo il portavoce vaticano ha dato indicazione, sul testamento biologico, di “trovare un compromesso che non umili nessuno”. Una frase che per me conferma che il paziente è una figura secondaria nella meschina disputa tra superbi al suo capezzale. Oggi le nostre truppe in Afghanistan, aggregate agli interessi di chi domina il mondo, vedono cadere sei dei loro compagni per un’autobomba. E’ giusta la causa per la quale sono morti, e per la quale uccidiamo civili in terre lontane? Oggi a Brescia si è riaperto, dopo il ristoro estivo, il nuovo processo di primo grado per la strage di 35 anni fa. Dietro la panchina c’è una scuola intitolata a una delle vittime. Nei giorni scorsi funerali di Stato per Mike Bongiorno.

Devo interrompere i miei pensieri. La pantera della polizia si avvicina con lentezza esasperante. Ci mette 20 secondi a raggiungermi da quando mi accorgo di lei, a una quarantina di metri, e accendo la camera. Le lettere di scatola della scritta “Polizia” sulla fiancata mi scorrono davanti grandi e colorate, come quando compitavo i cartelloni all’asilo. Poco dopo avermi oltrepassato la pantera si ferma e resta a lungo immobile… riparte…  si riferma. 3 minuti per un centinaio di metri nel parchetto semideserto. Senza dubbio a caccia di malfattori. Palmo a palmo. Giammai per la quotidiana rottura di c… a una persona onesta, ma non allineata, e scomoda per chi gestisce l’illegalità istituzionalizzata. Oltre a ricordare il periodo felice di quando imparavo a leggere, ho così anche l’opportunità di osservare da vicino i pneumatici della potente Alfa Romeo che i poliziotti mi strusciano davanti. L’altezza del copertone sarà una decina di centimetri. Ripenso all’uccisione di Sandri, il tifoso laziale, sulla quale ho già scritto (La coltivazione della viltà: Giuliani e BagnaresiLa lama e il manico: la violenza indirettaLa sinistra calvinista e il “fair game”). E’ di pochi giorni fa anche la notizia che nelle motivazioni della sentenza di condanna di Spaccarotella a sei anni i magistrati affermano che è “irragionevole” considerare che l’agente volesse fare altro che fermare la macchina, sparando alle gomme.

Poliziotti e magistrati quanto a pneumatici non hanno il senso della misura. O troppo lontano o troppo vicino. Anche per i pneumatici, usano una geometria deformante. In precedenza, applicando semplici relazioni trigonometriche, ho controllato che, trascurando eventuali fattori legati alla fisiologia della visione, a 66 metri, la distanza di Spaccarotella dall’auto con Sandri, mirando alle gomme un bersaglio utile che corrisponda a un cerchio del diametro di 15 cm apparirebbe grande come una moneta da 1 centesimo posta alla distanza di 7 m. Apparirebbe come appare dalla porta di un campo regolamentare un pallone da calcio sulla porta opposta. Un tiro di precisione, da campione o da tiratore scelto con armi adatte. Quello che un buon tiratore può fare a mano libera con la Beretta d’ordinanza è mirare all’intera auto, o vicino all’auto. A 66 metri una Renault Megane vista di fianco appare pressappoco come il lato più grande di una scatola da scarpe a 5 metri. In movimento. Un tiro invitante, se si è al tirassegno del luna park. Sulla Autosole colpire dove si è mirato è ovviamente più difficile che con la scatola da scarpe, dato che la maggiore distanza reale amplificherà l’errore.

Perché ha sparato Spaccarotella? Sentiva le voci o presentava altri sintomi psicotici ? No. Allora non si può credere che avrebbe accettato di uccidere o ferire un uomo in quelle circostanze. Deve avere pensato che sarebbe andata a suo favore la sinergia tra la bassa probabilità di avere al momento dello sparo la pistola puntata esattamente in modo da colpire un bersaglio umano tanto distante e gli intrinseci limiti di accuratezza e precisione dell’arma. Non sapendo con chi aveva a che fare: non sapendo di come le probabilità possano essere sottili, quanto facilmente possano umiliare le nostre supposizioni. (Anche senza reti che deviano il colpo; reti del resto visibili, e i cui possibili effetti sono comunque ben noti ai poliziotti, visto che ostacoli che deviano il colpo spuntano immancabilmente in queste ricostruzioni). Ignoranza, presunzione, l’esaltazione del momento, pulsioni inconsce. Ma c’è stato alla base un concreto fattore permissivo, che è stato determinante. La valutazione e l’atto non sono stati del tutto separati dal normale operato di polizia. Sono stati l’applicazione di un potere istituzionale non scritto; nel senso che l’esibizione di forza non necessaria, la violenza simulata, e quindi l’atto illegittimo e irrazionale, verso determinati gruppi o singoli, sono attività istituzionali non scritte, consentite e protette. Vale per i giovani convogliati a sfogarsi nelle tifoserie, e vale per chi osserva, legge, pensa e poi scrive cose che i potenti non vogliono siano dette né tanto meno divulgate. Categorie molto diverse, accomunate dall’essere entrambe “attenzionate”: per le quali occorre alimentare o inventare una tensione che ne giustifichi il controllo.

In generale, il gradino tra le due fattispecie giuridiche, colpa cosciente e dolo eventuale, appare artificiosamente alto: mi sembra che, pur dovendo tenersi conto dell’ampia varietà di circostanze possibili, sia per se la morte causata da una scommessa sulla vita degli altri a dover essere adeguatamente punita. L’omicidio “probabilistico”, una categoria più vasta di quanto non si dica (La lama e il manico: la violenza indiretta), l’omicidio che sollecita quella oscura e pervasiva complicazione sulla cui natura si discute e si tribola da secoli, la probabilità, contro la quale l’uomo combatte da sempre per assicurarsi la sopravvivenza, mi sembra una forma criminale a sé stante; che può avere gradi diversi, ma non avrebbe dovuto essere spaccata in due parti, segregate assegnandole come sottotipi all’omicidio colposo o al doloso in base agli odds – oggettivi o percepiti dallo scommettitore – più o meno rischiosi. E’ singolare che l’omicidio preterintenzionale sia stato tenuto fuori da questa spartizione, mentre è quello che come fattispecie generale più si avvicina all’omicidio che spinge la vittima nelle mani del Caso. Se però le leggi e il diritto sono questi, non credo si possa protestare perché i giudici non hanno ravvisato l’omicidio volontario per dolo eventuale.

Ma è inverosimile che Spaccarotella volesse tentare un’azione allo stesso tempo praticamente impossibile, illecita e illogica come quella del fermare l’auto a fini di ordine pubblico bucando le gomme con un colpo di pistola. La spiegazione di gran lunga più probabile per me è che volesse spaventare – e allo stesso tempo divertirsi – facendo fischiare le pallottole vicino all’auto o facendole conficcare su qualche bersaglio inanimato. Ho visto centinaia di volte quel ghigno di soddisfazione dello stipendiato di polizia che ha appena commesso la sua piccola vile bravata, e si sente  “tosto” per questo, sapendo che non rischia nulla, ma verrà premiato. Non si tratta di “mele marce”; è un atteggiamento diffuso e coltivato, verso determinati cittadini.

Se il livello dell’attività di provocazione è sufficientemente alto, è statisticamente inevitabile che in una minoranza di casi tali pratiche assumano forme più gravi, e diano luogo ad incidenti, fino all’omicidio. Omicidi che allora appariranno strani, incomprensibili, per chi ha della polizia l’immagine del maresciallo Rocca e de “La squadra”. O anche solo l’immagine che un cittadino onesto e amante della legalità vorrebbe avere della polizia. Poi, non andrebbe dimenticato, nell’ambito delle attività di repressione e provocazione ci sono anche gli atti pienamente volontari, gli omicidi di polizia pianificati o ricercati, come Giorgiana Masi; e forse Carlo Giuliani. Viviamo in questa realtà, con questa polizia.

Per Sandri non si è trattato quindi di sola colpa, sia pure con previsione: l’abuso volontario, l’atto di sopraffazione fine a sé stesso è una prassi, e l’omicidio appare essere stato un incidente rispetto a tale attività di polizia, non rispetto allo svolgimento del dovere. Spaccarotella non voleva uccidere, ma ha allestito e giocato una lotteria che prevedeva un’uccisione tra gli estratti; e, fatto grave ma trascurato nel processo, e poi espressamente negato nella sentenza, le intenzioni che l’hanno indotto a fare ciò se non erano omicide non erano neppure volte a tutelare la legalità, ma erano deliberatamente volte in senso opposto; erano illecitamente aggressive, ma di fatto consentite; spiegabilissime, per chi conosce certi modi operandi degli agenti sulla strada.

Insistere sul dolo eventuale, come ha fatto anche il PM, è una forzatura che potrebbe fare il gioco di chi ha interesse a mantenere lo status quo: limitando la discussione alla peraltro discutibile dicotomia colpa cosciente-dolo eventuale, si trascura che vi è stata una preterintenzionalità. Proprio quella che bisogna temere quando i poliziotti fanno i guappi; proprio quella che sarebbe stato dovere dei magistrati individuare e reprimere. Adempimento del dovere che sarebbe stato utilissimo e altamente meritorio. Lo scandalo maggiore risiede in questa affermazione dei magistrati, sulla “irragionevolezza”, che è funzionale ai reali motivi che possono spiegare il tiro al bersaglio di Spaccarotella. I magistrati stigmatizzano spiegazioni più semplici e prossime alla vita reale, ma che corrispondono ad un elemento doloso – di altra natura rispetto al dolo eventuale – che deve restare coperto. Un dolo impresentabile, perché è sistemico e cronico, e serve il potere conculcando diritti fondamentali “incompressibili” protetti dalla Costituzione. Riguardo a questo aspetto importantissimo i magistrati non solo non hanno fornito un grado decente di giustizia, ma al contrario hanno protetto e quindi perpetuato una situazione di ingiustizia istituzionale deleteria per la democrazia.

Seduto sulla panchina, al tepore del sole di settembre, mi interrogo sul rapporto di causalità tra i severi giudici che chiamano irragionevole non accettare le improbabili scusanti che hanno emesso per un terribile abuso di polizia che non è stato possibile insabbiare subito, e i ragazzotti che ogni giorno usano le costose pantere o gazzelle blindate e la benzina dello Stato per lo stalking e i gesti di scherno e intimidazione verso chi ha scritto per criticare, fuori dagli schemi consentiti, quanto, in ottemperanza a poteri maggiori e contro gli interessi del cittadino, preti, magistrati e politici stanno decidendo sulla morte pilotata. Tra le gomme di cui raccontano i giudici di Spaccarotella e quelle che mi fa esaminare la Questura di Brescia. Quando si tratta di temi come i grandi interessi del business medico, tanti magistrati sembra non ci tengano alla loro indipendenza e libertà di giudizio; e sostanzialmente lasciano fare – e spesso e volentieri danno una mano – alla tutela da parte della polizia del loro conformismo, della loro dipendenza e subordinazione rispetto al pensiero unico. Una tutela attuata screditando e zittendo con sistemi da bravaccio voci di critica al dibattito giocattolo che i magistrati animano, alle idee preconfezionate che i magistrati coonestano. Per quanto mi riguarda, questa è medicina, scienza, bioetica con la pistola. L’ignoranza armata. L’intimidazione di denuncianti e testimoni istituzionalizzata.

Non mi stupisce quindi che un omicidio come quello di Sandri venga spiegato dai magistrati con tesi che il legale della famiglia Sandri definisce “assurde”; tesi che non rispettano la sintassi del mondo reale. Forse se non ci fossero sentenze “politiche” del genere, che coprono e assolvono più di quanto non accertano e sanzionano, sarebbe meno difficile poter riavere la mia libertà, e camminare libero per strada, o sedere in un parco, senza  la ostentata sorveglianza, assillante e insultante, della polizia. Forse se i magistrati smettessero di arrampicarsi sugli specchi per mantenere impuniti i reati derivati dalle soperchierie dei poliziotti, allora pneumatici e camere d’aria, a Badia al Pino a Brescia e ovunque tornerebbero a occupare il corretto angolo visivo.

La provocazione, la molestia e la minaccia gratuite, i rituali di degradazione, per intimidire e avvilire, o esasperare e aizzare in modo da poter giustificare la repressione, mascherate da dovere, da tutela della legalità, sono un instrumentum regni di questa pseudodemocrazia. Un metodo adatto a un paese permeato di mentalità mafiosa e di doppiezza clericale a tutti i livelli. Uno strumento del reale esercizio del potere tanto importante quanto ignorato. Un’entità storica che potrebbe spiegare tanti fatti, tanti reati, tanti comportamenti; dai drammi della strategia della tensione a quelli del G8 di Genova, a quelli dei poveri cristi che non escono vivi da un incontro con corpi armati dello Stato. Forse può dare una spiegazione, da aggiungere alle altre, anche a chi si lamenta che non si sentono più voci di critica intellettuale libere da appartenenze. Riconoscere, sul piano sociale, politico e giudiziario, questo pesante fattore di condizionamento preverrebbe molte ingiustizie, e altri lutti. Ma fa comodo a tanti, non ultimi i magistrati, non ultimi i pifferai e i cattivi maestri che talora guidano i movimenti, che la provocazione e le molestie di polizia rimangano una variabile nascosta. Mi alzo dalla panchina e penso che dovrei preparare una lettera da inviare ai magistrati che tacciano di irragionevolezza chi dubita che il fine che ha mosso Spaccarotella fosse quello di fermare l’auto. Titolo provvisorio: “Davvero i magistrati non ne sanno nulla dell’azione di provocazione della polizia?”.

Copia della presente viene inviata con racc online al Procuratore della Repubblica di Lecco, ai magistrati dell’omicidio Sandri c/o il Procuratore generale di Firenze, alla famiglia Sandri c/o il loro legale, ai Consiglieri del CSM della pratica a tutela dei magistrati di Cassazione per il caso Englaro.
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Il 30 set 2009 copia del presente commento, “Indipendenza della magistratura e pneumatici”, viene inoltre inviata al Provveditore agli studi Maria Rosa Raimondi, responsabile locale di un’istituzione che sta raggiungendo le cime più alte nella costante opera di censura di quanto denuncio, mediante il ricatto la provocazione e il logoramento: non bastando gli attacchi personali, che ormai mi fanno un baffo, si aggiunge il mobbing trasversale. Una tecnica mafiosa (ma universale: anche ne “Il nemico del popolo” (1882), dello scandinavo Ibsen, i politici attuano una vendetta trasversale, tramite l’amministrazione scolastica, su una insegnante che è una familiare del medico che sta denunciando un pericolo per la comunità). Un’altra infamia che dà la misura dei meriti di chi comanda. Se uno scrive di reati a un Procuratore generale non si aspetterebbe di ricevere in risposta un gesto ostentatamente gratuito e illecito, che molti delinquenti disprezzerebbero come vile, a danno della propria compagna da parte delle istituzioni dello Stato; anche questo dovrebbe far parte del prestigio della magistratura. L’ignobile episodio di mobbing trasversale va a iscriversi, oltre che nella censura del dissenso biomedico, anche nella storia giudiziaria del processo a Spaccarotella; facendo parte integrante della procedura penale, la procedura penale reale con la quale si costruisce la “verità” giudiziaria. A proposito di ciò che la Procura generale di Firenze manipolò sull’omicidio di polizia di Franco Serantini, Stajano ha parlato di cultura medievale. Un commentatore straniero ha descritto l’Italia come “una società feudale molto evoluta”. Credo che in Italia, e soprattutto nella clericale Brescia, grazie agli alti livelli di ignavia, connivenza e collusione delle istituzioni viga indisturbata e rampante una forma di potere che, avvalendosi degli strumenti della modernità, attua forme medievali di governo mascherate da legalità democratica.
(racc. a/r online a Raimondi, Brignoli)

La fagocitosi dell’opposizione

6 giugno 2009

Blog “Uguale per tutti”

Commento al post “Contro il relativismo etico ed epistemico” del 4 giu 2009. Postato il 6 giu h 14:05

Ritengo di essere stato oggetto di dileggio e di insinuazioni calunniose gratuiti sul blog. Non credo che sia tolleranza dare spazio a tesi che vanno contro grandi interessi e contro il senso comune, se dall’altro lato si permettono attacchi ad hominem secondo i quali in base all’esperienza professionale di un direttore di carceri si dovrebbe diffidare di me; che avrei ”4 nemici” (?) che mi obbligano all’anonimato; o bisognerebbe usare il mio pseudonimo come passatempo per svelare i miei inconfessabili retroscena; e il mio è latinorum da analizzare con la psicoanalisi.

Questo è tiro al piccione, è buttarla in caciara. Un blog, anche se tenuto da magistrati, non è altro che una specie di speaker’s corner, uno sfogatoio dove uno può dire ciò che vuole e gli altri sono liberi di rispondergli qualunque cosa? E’ “La corrida”, con libertà di diffamazione e calunnia? Io credo che la libera discussione non possa tollerare attacchi ad personam gratuiti, da parte di gente che parla di querele e che dice cose come se per lei il codice penale fosse un fantoccio che si può eludere con qualche accortezza.

A me ha fatto molto piacere ricevere l’approvazione di Felice Lima, e vedere un commento pubblicato come post; comprendo e non invidio la sua delicata posizione, e mi dispiace che le cose abbiano preso questa piega; anche perché questo mio piccolo caso ripete una situazione generale che rattrista entrambi: poca giurisdizione, tanta sorveglianza. La democrazia carceraria.

Però non è che se uno riceve una medaglia poi è un ingrato se si lamenta perché dopo gli dipingono la faccia di blu. Credo che tale conto sia un esempio del costume della “contabilità etica creativa”, dell’ “etica algebrica”. In questo modo si hanno simulazioni malate di democrazia: tu puoi esprimere dei concetti, e io posso commentare che tu sei un delinquente e un soggetto da psicoanalisi. E’ davvero uguaglianza? Questo è il modo migliore per girare a vuoto.

Sono esattamente queste situazioni doppie, di matrice cattolica, che permettono la cronicizzazione dei mali del Paese; dove la presenza di forme di discussione consente la delegittimazione dell’avversario; l’antimafia delle istituzioni, l’appoggio istituzionale alla mafia; le elezioni, l’omicidio politico; le indagini pluridecennali sulle stragi, l’impunità quasi totale sulle stragi. Il “buono” che rende presentabile il “cattivo”; tutti e due a braccetto. Quando si induce a perdonare gli eversori impuniti, “purché si inginocchino”, sono i funerali della democrazia quelli che piangendo si stanno celebrando. Proprio questo manca nella litigiosa Italia, la divisione: è tartufesco unire ciò che dovrebbe essere separato. Invece creare una continuità con la critica è una delle prime regole; si chiama dialogo, ci si illude che sia dialogo, ma è fagocitosi.

Quanto al non rispondere pubblicamente alla prosecuzione dietro le scene di attacchi pubblici, come Morsello, che mi ha scritto che sarei un trafficante di cocaina, no, questi sono lussi da persone alle quali non sono stati tolti i diritti fondamentali; un Morsello al giorno per 16 anni non fa ridere. Sono in condizioni di pressione continua da parte di gente che differisce dai delinquenti comuni per il vestire abiti istituzionali e per usare i mezzi delle istituzioni. E’ il principale pensiero della mia vita; e ritengo di avere il diritto di difendermi. Il diritto del prigioniero a rispondere ai suoi aguzzini. Dopo il 1943 c’è stato un generale dell’esercito che a Regina Coeli rispose a pernacchie ai suoi torturatori. Lo fucilarono, ma almeno non ebbero la faccia tosta di dirgli che era scorretto.

Psicoanalisi e budella

5 giugno 2009

Blog “Uguale per tutti”

Commento al post “Contro il relativismo etico ed epistemico” del 4 giu 2009


Caro “Besugo”, sull’enigmistica sul mio nick e sulla mia persona (“nemici”, “micine” “4 nemici che obbligano il signore in questione all’anonimato”) mi riservo di rispondere; non ho capito bene cosa c’entra la psicoanalisi con la ricerca razionale del vero e del buono. Poche ore prima un iscritto al blog mi ha mandato un’email per farmi sapere che, lui se ne intende, sono letteralmente un delinquente da galera; meglio allora parlare di psicoanalisi, che tanto si può sempre sostenere che c’entra. Solo, bisogna vedere come.

Per esempio, pur rispettando questa disciplina, non condivido una delle sue applicazioni di maggior successo: la cosiddetta “alleanza terapeutica”, alla quale secondo la vulgata si deve ispirare la relazione medico-paziente nella medicina clinica. L’alleanza terapeutica è un concetto introdotto in psicoanalisi da Zetzel nel 1956 (Current concepts of transference. International journal of psychoanalysis, 37; 369-76). Riguarda in pratica la relazione di transfert tra il terapeuta e il paziente. Il transfert è quella relazione psicologica che può servire a curare le nevrosi, ma che quando è affettuosa permette di sfruttare in modi anche gravi il forte ascendente che lo psicoanalista esercita così sul paziente.

Penso che la relazione medico-paziente, per ciò che riguarda le malattie organiche, dovrebbe invece essere una relazione non ispirata a relazioni di tipo psicologico; il modello dovrebbe essere quello tra “agente e principale”, descritto in economia; il modello tra cliente e professionista. Qualsiasi relazione di dipendenza psicologica, che viene istintivamente ricercata, e incoraggiata, fino ad assumere forme profonde di autentica “alleanza terapeutica”, è oltremodo rischiosa, nella medicina commerciale odierna. E’ vero che si ha un bisogno di affidarsi ad un guaritore, bisogno che è alla base della medicina; se ci si affida al medico o al chirurgo come a una figura genitoriale si alleviano le proprie ansie, che è già un risultato terapeutico (“Il medico è la prima medicina” secondo il medico psicoanalista Balint); ma si rischia così di accettare terapie che sono nell’interesse dell’offerta anziché nell’interesse della domanda. Evitare l’alleanza terapeutica aiuta anche a non cadere nell’eccesso opposto, o apparentemente opposto, la “libertà di cura”; ma di questa parlerò in qualche altra occasione, se sarà possibile.

Si tratta di casi dove il “relativismo gnoseologico sussunto a pulsioni transferiali può essere esiziale”; esiziale per le Vostre budella: avete presente, stomaco, polmoni, vescica, fegato, cuore, colon, reni etc. Io queste cose le vorrei dire; solo farle presenti, solo lasciarle scritte da qualche parte, sottoposte al libero giudizio del lettore, senza cercare di vendere nulla; se non si condividono o non interessano, basta ignorarle; molto sinceramente, non mi strapperò i capelli per questo; oppure si può discutere nel merito.

Ma non ha senso parlare di questi argomenti venendo insultati al volo ogni volta che si apre bocca, tra battutine, o accuse e insinuazioni che per essere respinte richiederebbero di presentare il certificato del casellario giudiziario (non ho mai ricevuto accuse penali formali, anche se attiro l’attenzione incessante delle tante varietà di poliziotti; che nella mia esperienza quotidiana hanno, contrariamente a quel che si dice, benzina e tempo da vendere). Se dò tanta noia non mi costa nulla occuparmi d’altro; fate un po’ come vi pare. Se volete che parli lasciatemi parlare in condizioni di decenza, almeno nella “blogosfera”; per farmi desistere ci sono già fior di galantuomini pagati per questo nella vita reale.

Il deuteragonismo

11 maggio 2009

Blog “Uguale per tutti”

Commento al post “Elio e le storie tese” del 10 mag 2009


Gentile dr Lima, quanto Lei scrive critica ciò che avevo scritto nel Suo blog il giorno prima sullo stesso argomento, sotto un altro post (I 18 anni di Noemi e la sanità integrativa): mi permetta di dissentire amichevolmente, e poi di andare oltre a quanto da Lei affermato, e, senza più alcun riferimento a Lei, trattare il tema, che mi pare davvero fondamentale, da un punto di vista generale.

Non condivido neppure le posizioni di Mauro C., che nel congratularsi con Lei per le Sue posizioni, contrappone il Suo dubbio alla certezza degli imbecilli. Ammiratore di Cartesio, il filosofo del dubbio metodico e, non meno importante, della molteplicità del reale, a Mauro C. dico che col dubbio bisogna convivere, ma in certi casi, per esempio per le notizie scandalose e anomale di Novella 2000, è più equilibrato che il dubbio assuma la forma di un ragionevole scetticismo. L’appello al dubbio unito all’accusa di dogmatismo (o di imbecillità) è tipico degli ufologi.

Se anche, come Lei sostiene, la relazione di Berlusconi con Noemi e il suo annunciato divorzio non fossero vicende private, credo che ciò nonostante sarebbe preferibile astenersi dal discuterle.

Non credo che un politico esperto come Bill Clinton non abbia preso precauzioni per prevenire la possibilità che una ragazzina potesse ricattarlo; ma se dopo avere scalato la massima cima della politica mondiale avesse commesso tale errore da principiante, e se la ragazzina fosse stata tanto matta da tentare realmente di ricattarlo, un’agenzia apposita che protegge i presidenti USA, il “Secret Service” (non è la CIA), avrebbe provveduto a disinnescare il problema. Se il presidente degli Stati Uniti avesse dovuto fronteggiare un ipotetico ricatto di un’amante, a lui e alla nazione non sarebbe accaduto proprio nulla; così come non è accaduto nulla quando Clinton ha detto che gli USA non c’entrano con la strage di Ustica. Roma locuta. A J.F. Kennedy dovettero sparare; non lo estromisero rivelando il suo maniacale “womanizing”, o facendolo cadere in qualche scandalo sessuale.

Parimenti, non credo che quanto Lei ipotizza sia verosimile: che la famiglia di un usciere sia in grado di ricattare uno degli uomini più ricchi, un piduista, presidente del consiglio, di pochi scrupoli, etc. La famiglia Letizia sembra piuttosto al totale servizio di Berlusconi, come tanti.

Quello che a me pare del tutto anomalo è che la notizia del fattaccio provenga dai media del colpevole, dalla famiglia del colpevole, dalle esibizioni del colpevole. Questa singolare situazione, nella quale la fonte e i responsabili dello scandalo coincidono, o sono vicini, è frequente; nonostante ciò, o forse per questo, i commentatori non sembra ci facciano molto caso; e non vedono analogie con le attricette che protestano perché fotografate in effusioni dopo che il fotografo l’hanno chiamato loro. Capisco il dubbio sistematico, che non deve mai essere azzerato; ma “certa evidenza circostanziale è molto forte, come quando trovi una trota nel latte” (Thoureau; si riferiva alla pratica dei lattai di annacquare il latte).

Occorre proteggere le minori da Berlusconi ? Fino a quando una fonte degna di ascolto, come la magistratura, non ci documentasse ciò, resto dell’idea che sia svantaggioso accettare di scendere in questo gioco di specchi con un fregoli come Berlusconi, quando gli si possono muovere contestazioni più fondate e sostanziose. Non si può essere ignari e fiduciosi come bambini su temi come la sanità integrativa e amletici su “Verissimo”.

E’ vero che l’argomento avrebbe risvolti politici degni di attenzione, es. la nostra immagine internazionale; ma allora il tema dovrebbe essere “Perché ci facciamo sputtanare all’estero da questo istrione ?”; invece così si continua a permettere che Berlusconi detti gli argomenti da contestargli. Mentre c’è solo l’imbarazzo della scelta per contestargli altre cose, politicamente molto più rilevanti.

Credo che questa sia stata un’occasione perduta. Al tempo della serie del presidente manager, operaio, intellettuale, buon padre di famiglia, capobanda, etc. a Roma c’era un grande manifesto con Berlusconi e la scritta “Per un presidente contadino”. Qualcuno con la bomboletta di vernice aveva aggiunto “Allora va a zappà la terra”. Cosa sarebbe accaduto alla credibilità di Berlusconi se la reazione all’agghiacciante rivelazione di Berlusconi-vecchio-satiro, degna del miglior Beautiful, fosse stata uno sbadiglio; seguito da una discussione a occhi aperti su cosa sta facendo per la crisi economica, l’occupazione, i giovani, la giustizia, l’equità sociale, la sanità, l’ambiente, i servizi al cittadino.

Penso che quanto avvenuto sia espressione di un problema endemico, che chiamo di “deuteragonismo”. E penso che questo sia un problema cruciale, pari a quello della DC, del craxismo, e oggi del berlusconismo; ma non riconosciuto, o largamente sottovalutato. Col deuteragonismo anziché fare un’opposizione vera, un’opposizione antagonista, che sceglie lei cosa contestare e come, si fa da secondo a chi è al potere, accettando di ribattere, in termini prevedibili, ai temi che vengono scelti da chi comanda; e di trascurare i temi che devono restare fuori dal dibattito, e quindi devono sembrare inesistenti.

Il deuteragonista fa l’opposizione che il potere vuole che si faccia; assicura così la fictio democratica; fa da spalla, da contraltare, per dialoghi che devono avere una conclusione predefinita; e allo stesso tempo è parte integrante di quella forma di controllo detta “agenda setting”. Ha inoltre l’importante funzione di inibire forme di opposizione non gradite, prendendone il posto e combattendole, come dirò.

Invece di correre platealmente in soccorso al vincitore, si può fargli l’opposizione che lui desidera, per ottenerne la benevolenza e ricompense. Penso che la posizione del deuteragonista sia per molti una vocazione, connaturata a tratti caratteriali, e a tratti culturali nazionali, che viene abbracciata con convinzione e sincerità. Guardando a certi casi, come quello dell’attuale opposizione dei DS, penso che per molti sia anche un mestiere. Comodo, ben retribuito e di un certo prestigio.

Antagonista non vuol dire estremista, e deuteragonista non vuol dire blando. Antagonista può voler dire: “abbiamo capito, Berlusconi ci tiene a far sapere che alla sua età va ancora a donne; mah; cosa vuol fare sulla sanità integrativa ?”. D’altro canto, il terrorismo, che ha fatto così comodo al potere, potrebbe essere guardato anche come una forma di deuteragonismo, inconsapevole (ma non sempre). Forse Pasolini si riferiva a ciò quando scrisse “essi credono di spezzare il cerchio e non fanno altro che rinsaldarlo”. Il magistrato Giovanni Tamburino ha scritto, considerando il ruolo dei servizi nel terrorismo, una pagina illuminate su questa tecnica del potere, che “A livello di maggior sofisticazione costruisce la propria opposizione” (In: G. De Lutiis, Il golpe di Via Fani, 2007. Pag 19). Solgenitsin, reduce dal gulag, ha scritto che il regime sovietico favoriva critiche su fatti circoscritti, purché non venisse messo in dubbio il sistema.

Certamente non tutte, ma alcune delle numerose “persecuzioni” o minacce ufficiali, tanto clamorose ed esagerate quanto senza conseguenze, sembrano fatte per creare dei curricola credibili di dissidente per il lancio di deuteragonisti di riferimento. Mentre per chi dev’essere veramente censurato si cerca di lasciare meno tracce possibile. Così ci sono dei “censurati” che tengono banco, mentre altre persone scompaiono dalla loro attività apparentemente senza motivo, senza grandi disturbi. Forze di polizia e magistrati che si occupano di queste manipolazioni a volte operano come dei truccatori, che dipingono sul viso di coloro che devono avere le credenziali di perseguitato i segni delle percosse; per quelli che vanno zittiti davvero ma non si deve sapere, sono come sbirri che picchiano coi sacchetti di sabbia.

E’ una forma cronicizzata e irredimibile di subalternità l’opporsi a chi comanda nei termini da lui dettati. Mettersi contro in maniera autonoma e netta, impermeabile ai condizionamenti del potere, facendo il punto della nostra posizione non sull’avversario, ma rispetto ai problemi reali sul tappeto e ai princìpi fermi nei quali crediamo, non è ciò che sappiamo fare meglio. Forse per questo sia il potere, sia i sudditi, fanno presto a tacciare di eversione, di terrorismo, di anarchia o almeno di eccessivo spirito libertario o eccentricità chi non si attiene al canovaccio del dissenso scritto dal potere.

Eppure una delle regole base dell’autodifesa è di non farsi dettare la difesa dall’assalitore: se ti afferra alla gola, consigliano i manuali, non cercare di togliergli le mani, come viene istintivo fare, ma colpirlo a nostra volta nella maniera più dolorosa in qualche parte del suo corpo per fargli mollare la presa.

In questo modo invece l’opposizione acconsente a comportarsi come il protagonista prevede si comporterà; il potere può così ad esempio sollevare ad arte degli scandali, volendo ottenere una certa modifica nell’opinione pubblica. Come le vergognose manovre sui clandestini (Animalità razionale): credo che per gli immigrati alla fine tutto andrà come vuole il Vaticano, al quale entrambi i contendenti fanno riferimento. Né più, né meno. Mi pare che questa tecnica, di suscitare una convinzione sostenendo la tesi contraria in forme rozze e deboli, fosse chiamata “ductus subtilis” dagli antichi rètori.

Un’altra tecnica di convincimento consiste nel partire alto per poi fingere di fare concessioni. Va bene, non candido una fila di ballerine. Hai vinto. Ti candido una squadra di anonimi yes men forchettoni. O la variante “bad cop, good cop”: non votate quel maiale; votate noi, (che gli abbiamo “portato l’acqua con le orecchie” (Guzzanti)); e vi daremo un berlusconismo serio, e con lo sconto.

Si ha l’impressione che di scandalo in scandalo, di meraviglia in meraviglia, di angoscia in angoscia, si trovi il modo di non parlare mai delle questioni di routine che riguardano i cittadini comuni e la loro vita quotidiana, o di parlarne il meno possibile, come di un argomento tra i tanti. I temi discussi, inclusi i temi del dissenso, ormai formano un reality continuo, tanto accattivante quanto vuoto. Richiamare alla realtà è sconveniente come per uno spettatore irrompere sul palcoscenico durante la recita.

L’opposizione parlamentare è arrivata al punto di necessitare di storie squallide come questa di Berlusconi e la diciottenne per darsi un tono. Il centrosinistra non solo pratica il deuteragonismo, come è suo diritto, ma è nemico acerrimo di coloro che sono su posizioni magari “artigianali”, ma comunque antagoniste, ovvero di opposizione genuina, senza inciuci, senza contropartite sottobanco.

L’opposizione antagonista mostra, per comparazione involontaria, o per denuncia diretta, la non autenticità del deuteragonismo del centrosinistra; inclusa in molti casi la non autenticità personale. Viene così contrastata dal centrosinistra, che dovrebbe essere un alleato, non meno che dal centrodestra. Ed è odiata più dal centrosinistra, per il quale potrebbe essere motivo di imbarazzo o di vergogna anche personali, che dai poteri reazionari, che sanno di poterla schiacciare, e coi quali il contrasto è aperto e dichiarato. In questo modo il centrosinistra va a costituire una cintura protettiva per il centrodestra, che è un compito primario del deuteragonismo. Sembra che ciò risalga ad un’antica tradizione, anche se sta prendendo forme caricaturali negli ultimi anni.

Il risultato è che l’opposizione in Italia è libera di scorrere, ma incanalata in argini di calcestruzzo. Il convento passa periodicamente dei temi, dei disegnini da colorare, ma guai a variazioni o a proposte alternative. Basta deviare di poco, basta voltare la testa davanti al pastone quotidiano, che subito i pennini del sensibilissimo sismografo di qualche professionista del dissenso rilevano il tremito di un presuntuoso, un imbecille, che si permette di criticare la velina del regime su quale infamia il regime stesso ha commesso questa settimana. Su certi blog si può ottenere di farlo bannare; su altri, gli si può fare la guerra. Il disturbatore viene sistemato, e l’opposizione, così depurata, prosegue il suo corso serena, con il vigore tipico delle popolazioni “inbred”, quelle dove gli incroci avvengono ripetutamente all’interno dello stesso ceppo.

Contemporaneamente allo scandalo su Berlusconi ordinato da Berlusconi, e al libro bianco sulla sanità integrativa, c’è stata in questi giorni la stretta di mano tra Licia Pinelli e Gemma Calabresi. Anche a me questo incontro è parso bello, sul piano umano. Si dovrebbe però avere il coraggio di parlare anche di cose come la lista degli 800 che firmarono contro Calabresi, esempio storico delle terribili insidie del dissenso conformista. Questo argomento invece è di cattivo gusto, è da astiosi; espone quei meccanismi strutturali che permettono che, mentre le parti si riconciliano per fatti di 40 anni fa, commettano insieme azioni impresentabili proprie del “doppio Stato”, delle quali si parlerà forse tra 40 anni. La lista è stata rimossa dalla memoria; ed è anche difficile trovarla. Su internet ho trovato solo una lista parziale. In quella lista c’erano pecoroni, opportunisti e cattivi maestri, ma anche persone oneste, e maestri autentici come Bobbio e Pasolini. Mi sono chiesto se non avrei firmato anch’io, e torno su questa domanda ogni volta che si parla di Pinelli e Calabresi. E’ un esercizio che mi permetto di consigliare a tutti i commentatori.

Il potere non è solo più forte di noi; io credo che, nella sua perfidia, sia più furbo, di me e di molti altri. Se non possiamo impedirgli direttamente di fare ciò che vuole, possiamo però rifiutare di pensare come lui vuole che pensiamo. E questa libertà, se l’abbiamo raggiunta, non ce la dovremmo fare togliere. Né dal Berlusconi di turno, né dai suoi volenterosi oppositori certificati.

Commento agli auguri di Pasqua 2009 del vescovo di Brescia su Youtube

13 aprile 2009

YouTube

Nella Resurrezione di Piero della Francesca Cristo si presenta vittorioso agli uomini, rispondendo così alla croce, che tra gli attrezzi del boia è quello col maggior carattere ostensivo: la crocifissione è supplizio e esposizione del supplizio. Issato in alto come un’insegna, il crocifisso proclama la morte e sofferenza che il potere infligge a chi lo sfida. Invece nella città del papa gradito alla P2 i sovversivi sono eliminati con mezzi obliqui e sotterranei.

Parmaliana ha inciampato?

16 marzo 2009

Blog “Uguale per tutti”

Commento al post “Nessuno vuol fare il Pm in Sicilia: 4 domande per 55 posti” del 14 mar 2009


Titolidicoda.org, sotto l’articolo sui magistrati dissuasi dal chiedere di fare i PM in Sicilia, attribuisce all’isolamento la morte di Parmaliana, che annovera tra coloro che “combattono, contro la mafia e a volte inciampano e cadono”. Questa figura retorica dell’inciampare si presta ad ambiguità. Parmaliana non è stato solo isolato: ha anche ricevuto altri trattamenti che come l’isolamento agiscono per via indiretta. E’ stato mascariato da alcuni magistrati, con una botta che è andata a colpire esattamente là dove si doveva colpire uno come lui volendo neutralizzarlo senza esporsi. Scambiandolo di posto con coloro che denunciava lo si è ferito, sconfessato, screditato; lo si è esposto al ludibrio dei mafiosi e del pubblico imbevuto di cultura mafiosa. Se proprio si vuole dire che “ha inciampato” allora si deve anche dire che ha inciampato dopo che i magistrati gli hanno dato uno scappellotto che in quelle circostanze equivaleva a una randellata. Che è inciampato mentre lo stavano obbligando a ballare coi mafiosi la quadriglia delle accuse reciproche. Anche se trovo incomprensibile la scelta del suicidio, credo che il Prof. Parmaliana non abbia perso la testa, ma abbia piuttosto mescolato il dolore al tipo di ragionamenti ai quali era abituato come scienziato. Per ragioni che vanno esposte dettagliatamente, direi che sul viadotto il Prof. Parmaliana ha bilanciato la sua ultima equazione. L’equazione mafiosa che gli avevano appena consegnato.

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Blog  de Il Fatto

Commento al post di  F. Fabbretti e M. Di Gianfelice ” Un suicidio per arrivare alla verità” del 29 feb 2012

“Solo il chimico può dire, e non sempre, quale sarà il risultato della reazione….”

Non comprendo il suicidio del prof. Parmaliana, un uomo di valore braccato da una muta di ominicchi che non meritavano che disprezzo. Tra gli elementi endogeni, credo che oltre al suo carattere due altri fattori possano avere agito congiuntamente. Uno è la formazione scientifica. Il rifiuto innato dell’anomia, dell’assenza di regole, e l’orrore e lo sconforto per dover subire l’illegalità da chi rappresenta la legalità, possono essere stati acuiti dalla formazione scientifica, che vede l’andamento del mondo regolato da leggi; come Trainor il farmacista di Spoon river. Portando così al “suicidio anomico” descritto da Durkheim.

L’altro fattore può essere stato quello culturale dell’atavica sfiducia meridionale, non infondata, nella giustizia dello Stato davanti all’alleanza tra questo e i malvagi. Sfiducia che porta taluni meridionali, incapaci di accettare il giogo della prepotenza, a sostituire, a proprie spese, la richiesta formale di giustizia con l’esposizione dell’ingiustizia, della propria condizione di vittima. Il ritorno a una forma primitiva di difesa sociale della giustizia, l’unica possibile davanti alla paludata barbarie delle latitanze e complicità istituzionali; nella quale ci si sacrifica, si mostra l’infamia nuda anziché farla nascondere sotto carte bollate e sofismi, esponendo così i carnefici e i loro complici alla condanna nell’opinione popolare. Il ragionamento di tipo scientifico e quello della antica cultura subalterna possono essersi fusi in una deliberazione che nella terra dell’inconcludenza e del compromesso ha ottenuto, al massimo costo, un notevole risultato.

v. Parmaliana ha inciampato?
http://menici60d15.wordpress.c.

Incudine e non martello

29 ottobre 2008

Forum www.marcotravaglio.it

Commento al post “Cossiga: ho fatto picchiare a sangue gli studenti”

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Studenti e manifestanti, non vi spaventate alla parole di Cossiga, ma attenti alle provocazioni e ai provocatori. Botte, atti vandalici etc. oltre a svilire il Movimento farebbero il gioco di Francesco “Via Fani” Cossiga. Farebbero comodo a molti, non solo a destra. Non so se il PCI di Berlinguer approvò le bastonature, ma non è un mistero che in generale collusioni politiche ci sono state. I togliattisti di oggi, i DS di Veltroni, che stanno mettendo l’università in mano ai privati insieme alla destra, continuano questa tradizione di obiettivi convergenti dietro la facciata: “Università: Mussi, ‘novità Gelmini cose già fatte da noi.’ ” (AGI 17 giugno 2008). Le novità Gelmini dell’articolo sono in linea con l’attuale programma di stampo liberista sull’università di Veltroni. Le violenze di piazza permetterebbero di screditare l’anima spontanea e popolare del Movimento, come vuole la destra, che mal tollera questa novità del popolo che manifesta per esprimere opinioni politiche. Ma ne trarrebbero vantaggio anche quelli del centrosinistra, che non è che siano tanto entusiasti dell’autonomia popolare, e che così potranno presentarsi “pacatamente, serenamente” come dei ragionevoli riformisti, per mettere in atto il programma di passaggio dall’università dei baroni all’università delle multinazionali che è attualmente in corso; e che è espressione degli ottimi rapporti tra il capo dei gladiatori Cossiga e i capi degli antifascisti D’Alema e Veltroni. Speriamo che non accada nulla, ma in ogni caso che la bestialità e il sangue dei quali si vanta Cossiga rimangano monopolio suo e dei suoi poliziotti. Ricordate ciò che è stato detto davanti a personaggi ben più feroci: “Noi siamo incudine e non martello”.
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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia

Gasparri contro l’indottrinamento dei bambini

25 ottobre 2008

Forum www.marcotravaglio.it

Commento al post “Gasparri diffama i genitori e offende i bambini!”

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E’ vero che non bisogna strumentalizzare i bambini. Portandoli con sé a manifestazioni politiche si rischia di inculcargli un’ideologia sbagliata. La foto famosa del bambino del ghetto di Varsavia con le mani in alto davanti ai fucili puntati dei soldati tedeschi è stata la conseguenza, sul piano iconografico, delle inquadrature di bambini con la bustina della Wehrmacht o con la svastica al braccio nei filmati sulle adunate naziste negli anni Trenta. Si possono fare altri esempi, con altri colori politici, altre forze nazionaliste, altre fazioni.

Gasparri, che di recente ha rivelato di essere in realtà antifascista, e che quindi probabilmente scuote la testa e arriccia il naso quando vede le immagini dei Balilla col moschetto di legno, ha acutamente indicato un nodo centrale e trascurato della questione dell’affossamento della scuola pubblica: l’indottrinamento dei bambini. Con le misure del PDL si favorirà, a spese del contribuente, l’indottrinamento dei bambini nelle scuole cattoliche, le principali scuole private in Italia. La protesta contro la riforma Gelmini non dev’essere generica. La scuola pubblica, che è buona fino alle elementari; è mediocre nei gradi intermedi; ed è corrotta, e collusa con grandi interessi illeciti privati, in importanti aree del livello universitario, non è da difendere acriticamente. La demagogia che vorrebbe tutti scienziati, assurda come Lake Wobegon, l’immaginaria città del Minnesota dove tutti i bambini sono sopra la media, va denunciata come una mistificazione che illude il singolo e danneggia la società. Ci vuole sempre grande cautela nel coinvolgere i bambini in manifestazioni politiche; ma qui li si sta proteggendo dal lupo. Ben diverso infatti da una passeggiata in corteo per la difesa della scuola pubblica è il livello di manipolazione delle coscienze infantili e giovanili che il clero è capace di raggiungere una volta che ottiene un’egemonia in campo educativo. L’avversione radicale al pensiero che non si sottomette a dogmi teologici; l’induzione di un torpido fanatismo a favore degli interessi del clero, che giustifica con l’appello a Dio l’uso del disprezzo, della falsità e della violenza; l’educazione all’ipocrisia sotto cui nascondere e alimentare gli istinti peggiori.

Non si dice a sufficienza che le attuali misure volte a spezzare le gambe alla scuola pubblica e a favorire l’espansione della scuola privata si tradurranno, tra qualche tempo, in un’educazione confessionale, nella quale i bambini si troveranno continuamente immersi in un’atmosfera catechistica. Il travaso di finanziamenti pubblici e potere nelle scuole private, cioè cattoliche, condurrà ad un indottrinamento obbligato, pena la ghettizzazione in scuole pubbliche sfasciate. In entrambe le scuole non si provvederà ad aumentare l’autonomia della persona, ma si farà in modo di coartarla. Chi frequenterà le scuole cattoliche imparerà qualche cosa (non troppo, ché il sapere rende superbi) ma dovrà subire condizionamenti psicologici e ideologici volti a farne un fedele suddito della Chiesa; chi frequenterà le disastrate scuole pubbliche sarà svantaggiato per il resto della vita. Una buona scuola emancipa socialmente, conferisce cittadinanza effettiva: “Un vocabolo in più che imparate oggi è un calcio nel culo in meno che prenderete domani” diceva Don Milani ai suoi alunni. La scuola pubblica derivante da questa riforma avvierà, come in USA è da decenni, a posizioni subalterne nella vita adulta, indipendentemente dalle effettive capacità dello studente.

La Chiesa non è l’unico pericolo: ci sono altre forze non meno potenti interessate ad esautorare la scuola pubblica, e a indottrinare, sotto le sembianze della modernità, i futuri consumatori. L’educazione impartita dalla scuola privata, dalle scuole cattoliche, non è necessariamente malvagia, e può dare il suo contributo alla convivenza civile, quando sia posta nella condizione di dover competere lealmente, e senza oneri per il contribuente, con la scuola pubblica per convincere le famiglie alle iscrizioni. Ma quando, come sta avvenendo, la scuola privata ottiene un’adesione forzosa, impossessandosi delle risorse e del ruolo primario della scuola pubblica, con sistemi sovversivi oltre che incostituzionali, allora dispiega la sua anima deteriore.

Sembra che la Chiesa dati i tempi stia rispolverando il suo tradizionale atteggiamento bellicoso e prevaricatore, la sua connaturata pretesa di controllare la conoscenza e l’educazione. I berlusconiani si dicono scandalizzati per i bambini portati dai loro genitori alle manifestazioni democratiche, quelle della gente comune che scende in piazza quando la misura è colma; così recitando distolgono l’attenzione dalla trave nel loro occhio. La trave dell’indottrinamento scolastico dei figli degli altri, reso possibile abusando della forza dello Stato, volto a modellare le giovani menti secondo l’inestinguibile sete di potere propria dei clericali. Mesi fa ho commentato su questo forum l’episodio dei diplomi di laurea che sono stati bruciati sul sagrato di una chiesa nel bresciano. Erano presenti “alcune decine di bambini che, accompagnati dagli insegnanti di catechismo, sventolavano le bandierine del Vaticano con l’immagine del pontefice” (I cattolici bruciano le lauree. Qui Brescia, 20 gennaio 2008). Una bella ora di catechismo. Per ciò che riguarda gli adulti, il piccolo rogo di Mairano, come ho scritto, è stato una gomitata tra poteri forti, che sono consociati, anche se litigano nelle ore diurne; ma cosa è stato quel falò agli occhi dei bambini messi a fare corona alle fiamme, a ingentilire quel cupo sbuffo di fumo? Che cosa avranno imparato sulla religione, lo Stato, l’istruzione universitaria, l’argomentare a difesa delle proprie posizioni, il rispetto dell’altro, l’ordine pubblico, e i roghi nella storia europea, vedendo il prete che fa bruciare da quattro politicanti, all’ingresso di una chiesa, le lauree statali, sotto l’occhio benevolo delle forze di polizia, mentre si inneggia allo Stato pontificio? E’ questa “l’educazione civica” che si vuole introdurre. Speriamo che ciò che è stato così inoculato ai bambini di Mairano non attecchisca.


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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia

La lama e il manico: la violenza indiretta

11 aprile 2008

Forum www.marcotravaglio.it

Commento al post “La coltivazione della viltà: Giuliani e Bagnaresi”

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Per quale motivo, per quali interessi, cambi le mie parole e falsifichi quanto ho scritto? Non ho scritto che l’autista abbia mirato e investito volutamente Bagnaresi. Ho scritto che non si sarebbe dovuto cancellare a priori l’ipotesi che l’autista abbia voluto compiere un gesto violento contando sulla improbabilità che andasse a segno; e che ci sono evidenze in questo senso, a fronte di una apparente volontà degli inquirenti di ignorarle. Penso che è possibile che l’autista abbia voluto far vedere a Bagnaresi di avere il coltello dalla parte del manico, in risposta all’atteggiamento minaccioso degli ultrà parmensi. L’atteggiamento da pilota di carro armato che hanno a volte gli autisti di mezzi pesanti contro la guapperia della domenica dei tifosi. Questa ipotesi di base, preliminare alla ricostruzione degli eventi, e cioè che l’autista possa aver messo in atto volutamente un comportamento pericoloso, “scommettendo” che non sarebbe esitato in un danno fisico per Bagnaresi, corrisponde esattamente a ciò di cui viene accusato dai magistrati l’agente Spaccarotella per l’omicidio di un altro tifoso, Sandri, commesso pochi mesi prima sulla piazzola di un altro autogrill. I magistrati hanno infatti contestato a Spaccarotella l’omicidio volontario accusandolo non di aver voluto deliberatamente uccidere Sandri, ma del cosiddetto “dolo eventuale”. L’accusa ad un poliziotto di essersi messo volontariamente a sparare ad altezza d’uomo in un luogo affollato fa bofonchiare i colleghi dell’agente, che parlano come te di ricostruzioni fantasiose, con i tuoi stessi toni da caserma. Per Spaccarotella si tenta di introdurre la solita deviazione del proiettile. Non è fantasioso ipotizzare che anche nel caso di Bagnaresi non si sia trattato di mera colpa. Non ha mai sentito di qualcuno che voleva solo fare un gesto di minaccia e invece con quel gesto ha ucciso? Non ha mai sentito dire “non l’ho fatto apposta”, e non ti sei accorto che la giustificazione era in parte sincera e in parte falsa? Non hai mai sentito dire: “come avrebbe potuto il mio cliente fare una cosa del genere, le cui conseguenze lo avrebbero danneggiato?”. Si chiama “argomento di Corax” dal nome di un retore del V sec. AC che è considerato il padre della retorica: è una difesa retorica che ha 2500 anni. Se fosse valida, nei casi di dubbio su se l’imputato ha effettivamente commesso il fatto, bisognerebbe automaticamente assolvere tutti coloro che commettono reati per idiozia. Ti giunge nuovo che sulle strade c’è chi mette a rischio la vita altrui per il gusto di fare una bravata, e che a volte finisce male? Che quando le persone sono al volante scattano strani meccanismi psicologici, che nelle liti sulla strada c’è spesso una sproporzione tra la questione e la reazione? Che quando gli animi si scaldano si possono fare fesserie, e non solo per paura, ma anche per rabbia, o perché elettrizzati dalla situazione? Pensi che gli autisti sono tutti invariabilmente buoni e saggi padri di famiglia, e i tifosi per definizione “zecche”, che se la cercano, e se la meritano, di finire schiacciati come zecche?

I giuristi conoscono bene queste situazioni intermedie tra l’omicidio per mera colpa e quello pienamente volontario; nelle quali l’omicida non agisce per togliere direttamente la vita alla vittima, ma volontariamente mette a rischio la vita della vittima. A seconda del grado di intenzionalità e di previsione e accettazione del rischio, le suddividono in “dolo eventuale” (es. un tiro di roulette russa con la testa di un altro) o “colpa cosciente”, detta anche “colpa con previsione” (es. chi si lancia con un automezzo contro un pedone solo per intimidirlo, certo della sua abilità di scartarlo all’ultimo istante, e invece lo colpisce). Come si vede, sono omicidi che spesso sono figli indesiderati del disprezzo e della malignità, omicidi derivati da carognate. Gli specialisti discutono su come distinguere le due gradazioni, che si prestano a varie ambiguità (per una discussione tecnica v. su internet “Maggiorazione della pena per colpa cosciente” del Sost. procuratore P. Mondaini. Associazione italiana familiari e vittime della strada. Atti del convegno “Giustizia per la vita”). I magistrati tendono a scambiare la precisione per l’accuratezza, e se a volte si perdono nell’analisi fine tra i due sottotipi, altre volte tralasciano la sostanza, che è comunque quella di un omicidio indiretto, non riconducibile né alla sola colpa né alla volontarietà diretta, se non con forzature. Appare che si sia regolato così Gerardo D’Ambrosio per il volo di Pinelli da una finestra della Questura. Impose l’ipotesi di partenza di omicidio volontario, sostituendola a quella di omicidio colposo. Escluse quindi l’omicidio volontario, e con una specie di sillogismo disgiuntivo saltò i gradi intermedi per affermare positivamente che era stata una fatalità (cfr. M. Calabresi. Spingendo la notte più in là. Mondadori, 2007. A. Giannuli. Bombe a inchiostro. BUR, 2008). D’Ambrosio è un magistrato dai comportamenti altrimenti lodevoli; ma quando ci sono di mezzo gli affari sporchi della polizia anche i migliori magistrati segnano il passo. (Figuriamoci i giornalisti e i blog).

Non c’è dubbio che questo genere di omicidi esista, anche se ci sono difficoltà nel definirne l’essenza e i limiti, e nel dargli un nome; e non c’é dubbio che non vada ignorato, come possibilità, in un caso come quello di Bagnaresi, che è come l’eco di quello di Sandri: scartarlo a priori è scorretto, sia che lo faccia un questore, o un PM, o un mitb. Si tratta di una categoria di reati spinosa, non solo per le difficoltà classificatorie, e della definizione dell’elemento psicologico; ma per le implicazioni politiche. E’ il genere di omicidio dei potenti, dei prepotenti; dei grandi furbi; oltre che dei furbi così piccoli che sono praticamente scemi. E’ l’omicidio degli incidenti sul lavoro causati dalla subordinazione della sicurezza al profitto: di recente il PM Guariniello ha contestato l’omicidio con dolo eventuale ai vertici della Thyssen, per i sette operai morti bruciati. Una decisione simbolica, che rinfresca la faccia alla magistratura e che difficilmente si tradurrà nella corrispondente condanna. Questo ricordare da parte di un magistrato la sostanza di molte responsabilità nelle “morti bianche” stona rispetto alle favole mediatiche sul potere buono, e ha suscitato gli irosi rimbrotti del radicale Mauro Mellini, esponente degli pseudoprogressisti che servono i poteri forti (v. su internet M. Mellini e A. Di Carlo. “Thyssen: premesse per una futura indignazione” 27 feb 2008). Sapessi quanti ce ne sono in Italia, mibt, di quelli come te che praticano l’arte di apparire contro il potere per meglio servire il potere. (L’avv. Mellini è anche uno dei sostenitori della tesi che c’è un autentico problema di patologie psichiatriche tra i magistrati). E’ l’omicidio del poliziotto che spara alla “ndo cojo, cojo”, sapendo che se va male poi avrà l’insabbiamento, o in subordine l’assoluzione perché è inciampato o per legittima difesa; o che reagisce alla legge come un ultrà (“L’imputato, invero, nella circostanza di cui è processo, si rese ben conto della particolare posizione in cui era venuto a trovarsi il vigile Z., incastrato tra lo sportello e l’abitacolo della vettura, e ciò nonostante avviò improvvisamente la marcia dell’auto, determinando la rovinosa caduta del predetto e le conseguenti lesioni, che vanno addebitate all’agente quanto meno a titolo di dolo eventuale.” Cassazione, sez VI penale, 21 giugno-27 ottobre 2006, n. 36009; qui l’errore del poliziotto è stato non tanto di replicare rompendo le ossa, ma di averle rotte a un altro agente di un altro corpo di polizia; e così il fatto è emerso ed è stato correttamente rappresentato). L’ipotesi del dolo eventuale è stata sollevata, per alleggerire la posizione di Placanica, anche per l’omicidio di Giuliani. E’ anche il genere di omicidio di chi non dovrebbe guidare essendo sotto l’effetto di sostanze voluttuarie ad azione farmacologica, o fa lo spaccone guidando (l’omicidio per colpa cosciente di recente è stato riconosciuto per Ahmetovic, l’ubriaco che ha falciato 4 persone; c’è una corrente di pensiero che vorrebbe considerare alcune tipologie di omicidio o lesioni da incidente stradale come prossime per gravità all’omicidio volontario; ma, dati i circa 7000 morti e gli oltre 100000 feriti all’anno per incidente stradale, questo progresso giuridico contrasta con gli interessi dell’industria automobilistica; la cui pubblicità sembra un catalogo di deliri psichiatrici, di sollecitazioni per frustrati, o di giocattoloni per bambini). E’ l’omicidio dell’atto gratuito e dei cialtroni (v. su internet “La differenza tra dolo eventuale e colpa con previsione ha determinato la sentenza contro Scattone e Ferraro”. G. Mola. Repubblica, 1 giu 1999). E’ l’omicidio di chi oggi inquina l’ambiente o adultera il cibo per fare soldi e domani dirà “non lo sapevo”. Vi si possono far rientrare alcune delle morti che derivano da decisioni politiche o amministrative. Non parlo qui del dolo eventuale in medicina, un capitolo troppo importante e complesso; e che toccare è pericoloso come per i tabù religiosi, e come per i fili dell’alta tensione.

E’ insomma una categoria delittuosa importante, inestricabilmente legata al modello socio-economico, che i potenti hanno interesse a coprire con l’omertà e con l’ignoranza. E’ anche uno di quegli argomenti accademici che non vengono studiati adeguatamente rispetto alla loro centralità, anche se ovviamente su di esso esiste una letteratura, più nelle scienze giuridiche che in quelle sociologiche e politiche. Gli studi etici lo annegano nel mare delle varie teorie. Il potere ha buon gioco in questa forma di censura culturale e intellettuale, potendo disporre di un esercito di persone che ragionano per stereotipi, come mitb; che dice che solo la morte di Bagnaresi non sarebbe dovuta accadere, mentre a Genova “in ballo” c’era una “guerriglia urbana” “vera e propria”. La guerriglia urbana è quella di tante città del mondo dove si è costretti a combattere davvero, per ragioni vitali, e le persone muoiono come mosche. C’è stata in Italia durante la Resistenza. I disordini sanguinosi in occasione di manifestazioni per ideali umanitari più o meno sentiti non sono guerriglia urbana. A Genova c’è stata una simulazione di guerriglia urbana, con la regia delle forze di polizia, e con le comparsate volontarie di quelli che si imbottivano come giocatori di football americano, sfasciavano cassonetti, vaneggiavano di assaltare la zona rossa che li separava dai capi del potere militare che ha in mano il mondo. L’avere avuto un morto, Giuliani, non conferisce di per sé alcuna patente di serietà o di valore ai “combattenti” sopravvissuti. Senza l’ala “militarista” dei no global, le responsabilità della polizia sarebbero apparse nitidamente. Così invece hanno potuto giocare sulla condanna degli “opposti eccessi”, come avviene da decenni. I vili della polizia l’hanno chiamata guerriglia in modo da poter credere e far credere di aver combattuto, in conformità con l’onore militare; e non di aver fatto gli squadristi, calpestando l’onore militare. I vili con la bandana, che hanno seguito i soliti pifferai, si sentono “veri e propri” “guerriglieri” (anzi, “guerriglieri-però-per-la-pace”) per giustificare il loro pecoronesco fare da spalla al sistema e permettergli di riprodurre il suo potere repressivo. Gli scontri per strada al G8 di Genova sono stati la solita farsa italiana esitata in tragedia. Non è stata una guerriglia; “poche macchie di sangue sulla veste buffonesca” (Lampedusa). E’ ottima cosa manifestare, purché con criterio: evitando di cadere nella trappola dello scontro “guerrigliero”. La tua pretenziosa “guerriglia” sta alla guerriglia vera che insanguina il mondo come la dieta per presentarsi in spiaggia sta alla fame di chi non ha da mangiare. E’ grazie anche ai bigotti di sinistra che non sanno quello che dicono parlando di guerriglia urbana, che rimaniamo sempre immobili, nello stesso stato di arretratezza politica. Tanta retorica bolsa, ma nessuna mobilitazione, dopo Genova, per avere anche in Italia una legge che preveda il reato di tortura, e l’identificabilità dei poliziotti mediante codici sulle uniformi nelle manifestazioni. I “guerriglieri” “veterani” della “Battaglia di Genova” potrebbero ricordare Giuliani e le vittime delle cariche, della Diaz e di Bolzaneto organizzando una campagna per avere anche in Italia il reato di tortura e l’identificabilità dei poliziotti alle manifestazioni. Ma forse gli va bene così.

La violenza indiretta è la violenza silenziosa tipica del potere ai tempi della democrazia formale. Non è limitata all’omicidio o alle lesioni. E’ la violenza di chi ha il coltello dalla parte del manico. Quando ci sono di mezzo interessi rilevanti, amministratori corrotti, politici corrotti, poliziotti corrotti, preti, magistrati corrotti possono abusare del proprio potere e impostare una situazione ricattatoria di dolo eventuale, certi che le persone cederanno: “Non ci importa che tu sia nel tuo buon diritto. Devi fare quello che vogliamo noi, altrimenti ti schiacciamo”. E pigiano l’acceleratore, sapendo che nella quasi totalità dei casi la gente si spaventa, si tira indietro e rinuncia al suo diritto. Qualche rara volta qualcuno resiste, e viene schiacciato. Poco male; gli stessi che hanno trasformato il potere istituzionale loro affidato in potere mafioso faranno presto ad addebitargli la colpa: chi non riconosce il superiore diritto che si crea con l’impugnare il coltello per il manico, è come chi pretenda di opporsi al coltello puntato impugnandolo dalla parte della lama: se l’è cercata. L’autista che marcia col suo automezzo contro il pedone per obbligarlo a spostarsi è anche la metafora di questa legge del più forte che il potere applica di continuo. L’omicidio indiretto è il modo di uccidere della borghesia mafiosa, o meglio del vasto generone mafioso che regge il Paese; il metodo per uccidere dei vili, degli ipocriti, degli opportunisti; quindi a volte è anche il modo di morire di chi è troppo pulito per il sistema. E’ una fattispecie che viene protetta in quanto legata all’esercizio del potere. L’autore di “Toghe rotte”, il Procuratore aggiunto di Torino Bruno Tinti, ad una conferenza ha spiegato che in altri paesi il potere ha formalmente stabilito un’organizzazione giudiziaria che gli assicura l’impunità; per il resto, cioè per la routine che riguarda il comune cittadino, il sistema giudiziario funziona; mentre in Italia l’impunità per i vari intoccabili viene ottenuta per via informale, mediante un’inefficienza e un lassismo giudiziario generalizzati (pilotato anche dai magistrati; ma questo Tinti non l’ha detto). “La legge è moscia per tutti” (che poi non è del tutto vero, perché la stessa “legge” con alcuni è di una ferocia bestiale). Deve essere moscia per tutti affinché non sia uguale per tutti. Per esempio, se incriminassero l’autista per colpa cosciente o dolo eventuale, poi sarebbe loro più difficile sottrarre alle sue responsabilità Spaccarotella, un caso con lampanti analogie, e più grave. Può darsi che l’autista stia beneficiando di questo sistema informale che assicura mani libere alle varie caste. Un beneficio di tipo epifenomenico, che ricade sulle spalle dei cittadini comuni. Ma se un autista facesse il bullo contro un potente che si parasse davanti al suo automezzo, e se per disgrazia o nell’esaltazione del momento lo uccidesse, il problema non sarebbe quello di spaccare il capello in quattro tra dolo eventuale e colpa cosciente; sarebbe se e quando l’omicida uscirebbe dal manicomio giudiziario di Aversa.

Quindi, mitb, sei in buona compagnia. Non solo i poliziotti sboccati quanto te e anche di più, ma anche politici, fini giuristi e commentatori, e di conseguenza anche parte dell’opinione pubblica, approverebbero le tue posizioni arroganti, superficiali e sguaiate, come princìpi autoevidenti. Manca invece su questo tema dell’omicidio indiretto una discussione pubblica civile e proporzionata alla sua importanza. Coloro che lo liquidano come fai tu, berciando insulti alla vittima e a chi tenta di parlarne, possono contare inoltre sul sostegno di quello che si vuole sia il maggior tribunale morale: la Chiesa. Nel suo catechismo ufficiale, spiegando il V Comandamento, “Non uccidere”, la Chiesa stabilisce che Dio quando ha imposto di non uccidere si riferiva solo ad alcuni atti, particolarmente gravi, e non ad altri. Secondo il catechismo Dio non si riferiva all’omicidio colposo, e questo può essere comprensibile; si riferiva all’aborto, e questa appare come una forzatura, perché l’aborto è una di quelle cose che hanno la proprietà di non avere analoghi: di non essere riconducibili ad altri oggetti o atti, data la natura particolare e unica dell’embrione o del feto, che non sono semplici tessuti, ma neppure piene persone, costituendo il passaggio dal biologico all’umano. Forse ciò cui un aborto assomiglia di più è un’amputazione. E’ innegabile che l’aborto pone problemi etici, ma equiparare le donne che abortiscono a delle assassine appare errato e ingiusto. Se per l’aborto il catechismo della Chiesa pone una soglia dell’omicidio artificiosamente bassa, e inventa un’analogia con l’omicidio volontario della persona formata, lo stesso catechismo per l’omicidio indiretto pone una soglia infinitamente alta, e qualsiasi connessione con l’omicidio volontario viene arbitrariamente soppressa. Il catechismo sostiene infatti che la proibizione del V Comandamento è limitata all’omicidio “diretto e volontario”. Si elimina dal precetto divino fondamentale la categoria enormemente importante dell’omicidio indiretto, una delle maggiori forme di male del mondo moderno. I giuristi ci insegnano che il dolo eventuale può in alcuni casi essere non meno grave dell’omicidio volontario. Invece secondo la Chiesa un Dio sbadato non proibisce come peccato mortale l’omicidio che, commesso accettando la possibilità di trasgredire il V Comandamento, sia fisicamente o moralmente mimetizzato da colpa o da incidente incolpevole. Si crea un Dio un po’ troppo a immagine e somiglianza dell’uomo. Un Dio onnisciente viene trasformato in un pensionato sempliciotto e debole di vista; un Dio buono in un dittatore, che è severissimo con le donne che si trovino nel tormento del conflitto con la loro gravidanza mentre legifera spregiudicatamente a favore dei potenti e dei prepotenti. Abbiamo un politico, Berlusconi, che ripete di essere simile a Gesù, e ne avremo ancora di leader politici che scoprono di avere affinità col Padreterno. Tanto più se si fa figurare che Colui che ha fatto l’universo ha presentato a Mosè sul Sinai Tavole della legge truccate, come colui che ha fatto “Milano 2” trucca a Palazzo Chigi le leggi dei codici.

Ho chiesto pubblicamente al teologo che ha compilato il catechismo, e che nel frattempo è divenuto Papa, di spiegare questa singolare posizione sull’omicidio indiretto; gliel’ho chiesto in occasione di una protesta dove si asseriva che gli sarebbe stata negata la libertà di discussione accademica alla Sapienza, perché alcuni professori hanno espresso critiche sulla scelta del rettore di fargli tenere proprio la lezione che segna l’inizio dell’anno accademico; il Papa avrebbe dovuto parlare della pena di morte (“Professor Ratzinger, qual è la definizione di omicidio?“). Non ho ricevuto risposta. Non pretendo naturalmente che mi risponda il Pontefice in persona; mi basterebbe uno qualsiasi dei tanti moralisti cattolici, o l’ultimo curato. Credo che prima o poi la risposta arriverà, speriamo dotta e mite come si conviene a degli uomini che predicano il dialogo in nome di quel Dio del quale editano i Comandamenti. Per ora è arrivato, su questo blog, il laico commento di mitb: quanto sollevo ammonta a “una cagata colossale”. Gli aspetti teologici, filosofici e pastorali verranno dopo.
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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia

La coltivazione della viltà: Giuliani e Bagnaresi

5 aprile 2008

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Post del 5 apr 2008

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Carlo Giuliani, sul cui corpo è passata più volte la Land Rover dei CC dalla quale era partito il colpo di pistola che l’aveva mortalmente ferito, e Matteo Bagnaresi, l’ultrà del Parma travolto lentamente da un pullman il 30 marzo 2008, sono stati schiacciati da un’entità misconosciuta, ma importante: la coltivazione della viltà. Governanti, poteri dello Stato, amministratori, praticano la viltà: pensano ai propri interessi, si vendono con una disinvoltura da marciapiede, strisciano davanti a chi è più forte e azzannano chi non può difendersi. Questo è risaputo. E’ meno noto che, oltre a praticarla, la viltà la promuovono nei cittadini, e in particolare in chi non ci sta e, in modi diversi, si oppone. Cittadini e oppositori con le carte a posto, che esprimano critiche razionali e forme civili di protesta e contrasto, metterebbero in crisi il sistema. Ne mostrerebbero la viltà. Com’è proprio dei criminali, il potere tende a compromettere le sue vittime e i propri sottoposti, coinvolgendoli in atti negativi, e togliendo quindi loro l’integrità morale, per poterli meglio controllare. La coltivazione della viltà nei costumi è un formidabile strumento di soggezione.

Approfittare di una manifestazione politica per commettere atti che in condizioni di stato di natura, o sotto una piena dittatura, verrebbero ripagati con una revolverata, fidando nei limiti alla reazione imposti dalle leggi, è vile (e anche ingenuo, perché confidare nel rispetto della legge da parte delle nostre autorità per commettere atti illeciti è come andare a rubare in casa dei ladri). E’ vile sfogare la propria voglia di menare le mani in occasione di partite di calcio, magari in un branco di dieci contro uno sconosciuto. Le autorità favoriscono questi atti di viltà. Probabilmente Pasolini percepiva la viltà pilotata di alcune espressioni del Sessantotto, e ammoniva anche contro questa trappola, quando scriveva che stava dalla parte dei poliziotti negli scontri di piazza. Se si compiono azioni vili, si facilita al potere l’esercizio della propria viltà. Come è avvenuto a Genova, che è stata un’imboscata per i movimenti. A piazza Alimonda avrebbero dovuto esserci carabinieri esperti e coi nervi saldi, che non provocassero quella minoranza di manifestanti affetti da smanie guerresche adolescenziali, e che eventualmente rispondessero in maniera proporzionata. Nelle altre zone le forze dell’ordine avrebbero dovuto arrestare i black block, anche se questi avessero mostrato un tesserino da poliziotto. Invece hanno lasciato fare i black block e hanno provocato gli altri manifestanti; e hanno messo in prima linea un ausiliario, che ha ammazzato un ragazzo che pensava di poter giocare alla guerra con l’arma dei Carabinieri. Poi le forze di polizia hanno mostrato quanto rispettino la divisa che portano avvalendosene per mettere in atto i vili pestaggi a freddo della Diaz e di Bolzaneto. Ci sono i delinquenti “in divisa da ladro”. Ce ne sono altri che si travestono da agenti per commettere reati. Quando i reati sono commessi con la mimetizzazione di divise che sono portate legittimamente, il cerchio tra guardie e delinquenti viene chiuso. Dopo Genova, il duetto tra opposte viltà é stato coltivato da un lato con i falsi e l’autocommiserazione vittimista cui la polizia fa ricorso in questi casi, e con l’impunità per l’omicidio di Giuliani; e dall’altro con atti come l’intitolazione di un aula parlamentare a Giuliani; che a dire il vero, anche se è da compiangere per la sua fine tragica, ha fatto poco per meritarsi un onore del genere. Solo politici che vogliano perpetuare la catena della viltà possono celebrare e porre a modello l’effige di un ragazzo che col volto coperto da un passamontagna accetta la zuffa in piazza coi CC.

La viltà si ammanta di ideologia. Nel caso dello Stato, l’ideologia della difesa dell’ordine costituito e del prestigio delle istituzioni. L’opposizione alle ingiustizie del potere, per chi esprime il dissenso con atti violenti; come se il terrorismo, che può essere considerato una serie di atti di viltà favoriti dal potere, non abbia insegnato nulla. (Qualcosa sembra abbia insegnato, perché dopo l’imboscata di Genova non ci sono state risposte violente da parte del movimento, che è in massima parte pacifico, e che ha mostrato maturità, frustrando i piani di chi sperava di poter costruire, con la vile provocazione delle sevizie della Diaz e di Bolzaneto, un’opposizione violenta e anch’essa vile, come gli era riuscito nei decenni precedenti). Anche la legalità può essere una copertura per la viltà. Un leghista, pare Maroni, ha detto che lui lascia passare i pedoni se hanno il verde, ma se hanno il rosso li mette sotto. Una nobile metafora, tipica dei leghisti, quelli che sentono il bisogno di immaginare pallottole, guerre di secessione e cannoneggiamenti di barconi di immigrati mentre mescolano la polenta. Poi si accontentano di montare la bull-bar sul muso del SUV, nell’indifferenza dello Stato.

Un’ideologia piuttosto ridicola per atti di viltà è la passione sportiva. L’omicidio di Gabriele Sandri da parte di un agente di PS è stato un altro atto non proprio da medaglia, scaturito nel clima di viltà degli scontri per il calcio; un clima dionisiaco, cioè “gasato”, che contagia anche coloro che dovrebbero mantenere l’ordine. All’omicidio Sandri sono immediatamente seguiti i vili atti di teppismo che gli ultrà sono stati lasciati liberi di compiere in risposta all’omicidio, e che hanno consumato senza farsi troppo pregare. Accettando di rincorrere quest’osso hanno accettato di venire segregati moralmente nel recinto dei teppisti, portandosi dietro anche la figura di Sandri, e aiutando quindi la difesa del poliziotto, che è la difesa degli apparati e dei loro abusi. La prassi della violenza legata al calcio semplicemente non dovrebbe esistere, eliminata dalle misure di sicurezza e dalla repressione giudiziaria; mentre in Italia questa viltà viene artificialmente mantenuta in vita dal potere. Dopo l’omicidio Sandri e i successivi disordini gli ultrà hanno presentato allo stadio uno striscione con una scritta inaspettatamente profonda, che non vedremo su “Striscia” ma dovrebbe essere ricordata: “Lo Stato uccide in silenzio”. E’ proprio vero; ed è per questo che bisognerebbe essere attenti a rifiutare le sue insidie; non solo le sue provocazioni, ma anche, e soprattutto, il suo lassismo strumentale; come il consentire le risse tra tifosi e i danneggiamenti nei “circenses” di fine settimana. Se non ci fossero questi sfoghi della domenica forse il lunedì i tifosi si chiederebbero quali sono le responsabilità del sistema, e quali le proprie, per la loro insoddisfazione.

I magistrati hanno parte in questa coltivazione delle viltà. Se dipendesse solo dal magistrato medio, atti vili gravissimi come il pestaggio mortale in quattro di Federico Aldrovandi verrebbero tenuti nascosti e impuniti, a spese della figura della vittima; come stava appunto avvenendo anche per Aldrovandi. Ma, per un atto di viltà che viene lasciato emergere, in maniera controllata, con più fumo che arrosto sul piano della definizione delle responsabilità e delle sanzioni, molti sono quelli che i magistrati contribuiscono ad occultare, condividendo così la viltà coi poliziotti che spalleggiano. La coltivazione della viltà è un potente fattore antidemocratico e di illegalità: non solo è intrinsecamente contraria allo spirito democratico, non solo porta con sé la propensione ad accettare l’illegalità, ma crea una volontà popolare che a sua volta desidera cose vili. La coltivazione della viltà può spiegare alcuni apparenti paradossi delle preferenze degli elettori, che sembrano rivolte a farsi comandare dai peggiori. Dove si coltiva la viltà, cresce una “democrazia” mutante, che esprime il peggio della volontà popolare. La coltivazione della viltà è uno dei modi, come il controllo dell’informazione, coi quali il potere nega la democrazia che formalmente riconosce. La viltà nel cagionare morte o lesioni andrebbe considerata come una precisa aggravante, per le sue conseguenze politiche.

Per le ragioni dette, la viltà viene protetta non solo nelle istituzioni, ma anche nelle sue forme consentite ai cittadini. Nel caso Bagnaresi, il Questore di Asti ha stabilito subito che è stata “solo una fatalità”. La nozione che gli automezzi possono essere facilmente usati come armi improprie, per intimidire se non per colpire, soprattutto nei disordini di piazza, è stata esclusa a priori dalla polizia, che invece su questo tema dovrebbe saperne qualche cosa. Anche i magistrati della locale Procura si sono affrettati a giustificare l’autista con argomenti da avvocato della difesa. Argomenti basati sulla codardia: l’autista si sarebbe messo paura percependo un clima “di grave pericolo” (Bus assaltato, meno grave posizione autista. Ansa 31 mar 2008). Pare, non è certo, che i parmensi si siano tolti le cinghie dei pantaloni e che alcuni siano usciti dall’autogrill brandendo delle bottiglie, e che forse ne abbiano lanciata qualcuna. Per sapere se si sono picchiati bisognerà attendere ancora: non dev’essere stata una grande rissa, se c’è stata. L’autista si sarebbe tanto impaurito al pensiero delle cose tremende che stavano per succedergli da imboccare l’autostrada lasciando a terra alcuni juventini nelle mani dei parmensi. I magistrati scusano con questi argomenti un autista che ha fatto avanzare alla cieca in un assembramento un mezzo per passeggeri del peso di diverse tonnellate. Chi ha la responsabilità di condurre un pullman, un mezzo lento ma pesante, che può sviluppare una quantità di moto sufficiente ad abbattere una folla di persone come birilli, è in una posizione non molto diversa, quanto a responsabilità, da quella di un pilota d’aereo; e non può comportarsi da fifone, comandando al mezzo manovre inconsulte come una vecchia signora che si spaventa per un lavavetri mentre va a fare la spesa con l’utilitaria. L’accusa per l’autista è di omicidio colposo, come per i quattro poliziotti che hanno massacrato Aldrovandi. Ma la sua posizione potrebbe alleggerirsi ulteriormente. Speriamo che almeno cambi mestiere, e ne scelga uno più adatto.

Appaiono esserci stranezze nella dinamica ufficiale dell’incidente: un giovane, in buona forma fisica, che in quel momento non poteva avere la testa tra le nuvole, si fa travolgere da un pullman in partenza, che è rumoroso, ha una grande sagoma e una bassa accelerazione. Bagnaresi si trovava all’angolo anteriore sinistro, sotto il naso dell’autista. I soggetti, l’autista e il pedone, sono come assenti. In un post che non è stato pubblicato osservavo che l’ufficialità produce spiegazioni acrobatiche e “senza soggetto” quando vuole giustificare alcune uccisioni (Federico Aldrovandi: un altro omicidio senza soggetto? ). Non si parla della possibilità che l’autista degli juventini, in quell’atmosfera eccitata, abbia voluto dare il suo contributo al piccolo rito di viltà che con la benedizione del potere si stava celebrando sul piazzale dell’autogrill, come in decine di altri luoghi essendo domenica di campionato. Ovvero, la possibilità che, avendo a sua disposizione uno strumento potente, che conosceva bene, l’autista abbia fatto corpo unico con questo strumento, per compiere volutamente un gesto violento, contando sull’improbabilità che andasse a segno; come ha fatto l’agente Spaccarotella con la sua pistola nell’omicidio Sandri. Il codice non scritto della strada prescrive che ha diritto di precedenza chi ha il mezzo più grosso; gli autisti di mezzi pesanti, anche quelli di aziende pubbliche, applicano a volte questo codice dei vigliacchi; e i magistrati lo sanno. Esempio classico di esercizio di viltà al volante è quello dell’autista che procede a passo d’uomo contro un pedone, o un ciclista, dandogli tutto il tempo di scansarsi, ma obbligandolo a spostarsi se non vuole essere spinto dal mezzo e alla fine cadere e venirne travolto. (Lo fanno, con chi se ne sta andando per i fatti suoi, anche i CC; provocare e vilipendere per cercare di trasformare il dissenso e la denuncia in devianza ed emarginazione è uno dei loro compiti non ufficiali; e continueranno a farlo, con questi magistrati).

Una pistola, e anche un automezzo, hanno effetti di amplificazione della viltà; macchine magiche che tramutano i sogni dei vili in fatti. Basta accoppiare alla pulsione violenta una forza pari a qualche etto sulla leva del grilletto o su quella dell’acceleratore o sul volante perché la maledizione sia esaudita, e un ghiribizzo mentale di morte si trasformi nella marmorea realtà della morte. In una società giusta quegli etti una volta posti sul piatto della bilancia della giustizia tornano ad essere i macigni che in effetti sono; non vengono ulteriormente ridotti a grammi. Quanto sono materni invece questi PM con l’autista che ha schiacciato Bagnaresi; c’é il dubbio che stiano giustificando la viltà con la viltà. Un sospetto non infondato visto che la ricercata versione che esclude qualsiasi componente dolosa è stata da loro avallata ancor prima di raccogliere e valutare tutti i dati, incluse le testimonianze; introducendo quindi un vizio metodologico irreversibile. Se fosse così, i magistrati starebbero attuando quello che i magistrati attuano molto più spesso di quanto non si dica: la conservazione dello status quo criminogeno. In questo caso, la coltivazione della viltà, con la quale lo Stato può meglio uccidere in silenzio.

Giuliani e Bagnaresi si sarebbero volentieri dedicati ad attività più elevate, se fossero stati ben indirizzati. Sono morti per essersi trovati in una scena vile, nell’ora della viltà, in una veste vile; ma non con un animo vile, tutt’altro: erano lì per una loro generosità, mal riposta; e forse, all’interno di questa cornice di viltà, sono morti per avere dispiegato, nei brevi istanti della loro uccisione, un certo coraggio fisico, che ha fatto scattare la viltà altrui come per un riflesso condizionato. Sono vittime esemplari della coltivazione della viltà; vittime di chi ha fatto loro abbracciare, sfruttando l’inesperienza della giovinezza, le scelte fondamentali, essenzialmente vili, dell’hooliganismo, e delle facili scampagnate barricadere contro un potere che è colpevole di altre sudicerie, ma non è quello del Cile di Pinochet o del Messico della macelleria di Tatletololco; vittime di chi ha fomentato anche nel fronte opposto, quello delle persone “perbene”, il clima di viltà dal quale sono scaturiti gli atti vili che li hanno uccisi. Sono morti nella morsa della cultura della viltà, che opprime e a volte alla fine schiaccia. I loro casi paradigmatici mostrano quanto sia pericolosa la spirale e la gabbia della viltà. Mostrano come non vada sottovalutata la costante azione del potere volta a degradare e svilire, a indurre i cittadini a mandare in vacca la propria dignità umana; di come vada temuto l’apparente permissivismo dello stesso potere che poi punterà l’indice per accusare, e si arrogherà il compito di “educare alla legalità” mentre ciò di cui è maestro è il malaffare. Un modo per trasformare la tragica e ingiusta morte dei due giovani in qualcosa di positivo è prendere atto di questa funzione antipedagogica dell’establishment: la coltivazione della viltà. Se la conosci la eviti. Occorre non cadere nel fango nel quale vorrebbero trascinarci quelli che ci sguazzano.
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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia

Diplomi di laurea bruciati sul sagrato. Tornano i roghi?

21 gennaio 2008

Forum www.marcotravaglio.it

Post del 21 gen 2008

sito chiuso


A Mairano, nella bassa bresciana, alcuni giovani dottori hanno bruciato le loro lauree in un bidone sul sagrato della chiesa parrocchiale di Sant’Andrea, col consenso del parroco. Un segno di solidarietà al Papa secondo “Petrus”, il quotidiano online sul pontificato di Benedetto XVI. Naturalmente i testimoni della Fede, alcuni dei quali amministratori locali di scuola UDC, hanno bruciato delle fotocopie, non gli originali. Questo gesto mette in luce due aspetti. La tirata antiaccademica del clero è appagante per chi non prova un’attrazione eccessiva per la conoscenza. Nel Bresciano, zona ricca e a basso tasso di scolarizzazione, chi è sazio e ignorante guarda con antipatia a tutto ciò che sa di intellettuale. Mentre sarà comprensivo vedendo bruciare il simbolo degli studi universitari, che anche nelle migliori condizioni sono una fatica, per molti peggiore di quella che si fa tirando su muri di mattoni. Così come dev’essere una bella soddisfazione per quei questurini, carabinieri e vigili urbani che da studenti non eccellevano, essere mandati a fare sentire il fiato sul collo a chi legge e poi scrive cose che spiacciono a chi dirige i loro superiori. Il pontefice ha lanciato un appello “ad asinum” contro i riottosi che avendo letto qualche pagina pensano di potersi sottrarre all’autorità della Chiesa e dei suoi sapienti. Da oggi per molti invece di dover dire a sé stessi “avevo poca voglia di studiare” sarà più facile dire: “i miei princìpi mi impongono di difendere la libertà di espressione del Santo Padre”. Un appello al miscuglio di disprezzo e invidia del fascismo piccolo borghese verso qualunque tentativo altrui, per quanto debole e incerto, di emanciparsi e realizzarsi umanamente tramite un po’ di cultura.

Un secondo aspetto è la manipolazione. Si è già visto che i professori della Sapienza sono stati presi in contropiede, che si è montato un caso mediatico, principalmente grazie al tradimento del rettore. Sorprende che si faccia anche un rogo: il clero, che ha già bruciato libri, e persone in carne e ossa, e anche persone in effige quando non riusciva ad acchiapparle, dovrebbe avere i “carboni bagnati” su questo argomento. Forse invece di guardare al fuoco bisogna guardare al fumo: la Chiesa e i poteri connessi stanno spingendo per allestire un teatrino che vede uno scontro laici-cattolici. Oltre all’ovvio fine di creditare e intimidire per estendere quanto più possibile il dominio e il controllo clericale anche sull’università, può essercene un altro, più sottile ma non secondario: definire il dibattito sulla libertà di ricerca come limitato allo storico contrasto tra laici e clero, escludendo fattori più recenti e più importanti, ma che a nessuno dei contendenti conviene presentare, a partire dagli interessi economici.

Non siamo più nel Seicento di Galilei, ma nell’era della big science quotata in Borsa. Oggi all’oscurantismo della Chiesa si affianca quello della ricerca commercializzata. Lo scientismo è una seconda chiesa, che al di fuori della provincia italiana ha un potere comparabile a quello della chiesa di Roma; una chiesa col suo clero, i suoi bigotti, i suoi miracoli, le sue necessità di censura. In alcuni campi della ricerca, dove è stretto il legame col profitto, si è ormai affermata una “neoalchimia”: una forma moderna di mescolanza tra sperimentazione empirica e superstizione magica. La scuola di fisica della Sapienza è un serio centro di scienza. Mentre, è noto a molti, la scienza delle multinazionali farmaceutiche, che domina l’intera biomedicina, il settore della ricerca più ampio e politicamente più sensibile, è pesantemente inquinata dagli interessi commerciali e finanziari, tanto che può divenire fraudolenta. Il prestigio che la scienza ha ottenuto con successi medici reali sta venendo speso per operazioni speculative. E’ interessante osservare che con questo particolare tipo di scienza, con la chiesa scientista, il Vaticano ha buoni rapporti. Fanno affari insieme, anche se durante il giorno mostrano di litigare. Lo scopo del revival dell’ingerenza del clero sugli studi accademici, con numerosi aspetti grotteschi e gratuiti come questo delle lauree bruciate, potrebbe essere anche quello di falsare i termini della questione, sostituendo un anacronistico e semplicistico scontro di sapore ottocentesco alla contrapposizione maggiormente rilevante, che oggi è quella tra la scienza per fare soldi e la scienza disinteressata.

In questo modo, le buone ragioni della difesa dell’autentica libertà della ricerca aiuteranno il cattivo obiettivo della difesa della ricerca commerciale e manipolata. La Chiesa ha forti interessi nel business della biomedicina. Mentre ha poco da temere, e tanta pubblicità da ricavare, dalle recriminazioni del gracile laicismo italico. Anche perché, non va dimenticato, coi suoi protetti di CL e Opus Dei è già insediata in maniera inespugnabile nell’università. Invece, una difesa della laicità della scienza ingenuamente incentrata sulle ingerenze clericali lascerà deserto il dibattito di massa sul fronte più attuale e importante: i conflitti di interesse commerciale che corrompono la ricerca. L’intento di costruire un pluralismo bipolare, nel quale le due uniche posizioni legittime sono da un lato quelle dei cattolici e dall’altro quelle di chi considera l’attività scientifica come un valore in sé, per definizione giusto e positivo, può spiegare perché il fuoco della polemica è stato fatto avvampare, anche con interventi contrari ai doveri istituzionali, da Napolitano, Prodi, Mussi, Turco e dagli altri professionisti della politica di quasi tutti gli schieramenti. La lobby per la ricerca come fattore di profitto è trasversale e interessa le più alte cariche.

Il fatto che il clero nutra tradizionalmente sospetto e ostilità verso la scienza non implica che al contrario sia buono tutto ciò che “la scienza” – in realtà la tecnologia avanzata commerciale – ci vuole propinare. Ad esempio, gli sbandierati annunci all’opinione pubblica della speranza nelle staminali appaiono come un bluff laico, che ha fondamenta più solide nel marketing che in conoscenze scientifiche acquisite (Stem cell hopes distorted by arrogance and spin. Guardian, Sept 5, 2005). La Chiesa, mentre solleva obiezioni sulle staminali embrionali, partecipa all’affare con suoi centri di ricerca. A Mairano si bruciano i diplomi di laurea davanti alla casa di Dio, ma a pochi chilometri, in Brescia città, lo stesso clero gestisce, mediante le suore Ancelle della carità, un centro di ricerca sulle staminali. Bisognerebbe riflettere sulla qualità della ricerca che può provenire da laboratori controllati da un’istituzione che fa bruciare, in effige, le lauree emesse da università che non controlla pienamente; e bisognerebbe riflettere anche sulla circostanza che si tratta di una ricerca allineata a quella “laica” sulle staminali; la stessa ricerca che è difesa, spesso sulla fiducia, dalla maggioranza di coloro che difendono i 67 firmatari della lettera sul Papa alla Sapienza.

I preti tendono anche ad assumere su di loro la veste dello scienziato e quella del medico, sapendo che sono queste le figure ieratiche convincenti nella cultura contemporanea. Quando il cielo si spopola di dei, la terra si riempie di idoli, è stato detto. A ben vedere, quando degli scienziati ripetono al pubblico l’annuncio fantascientifico che possiamo attenderci la venuta di un’era dove sarà possibile ricostituire con le staminali parti di cuore e cervello, si è nel territorio della manipolazione magico-religiosa. Non c’è solo una “esagerazione”, cioè un errore quantitativo, ma un salto qualitativo nell’antiscientifico. Un ambito nel quale in fondo i cattolici si trovano più a loro agio che i laici. Come tutti, anche i “laici”, ammesso che in Italia ce ne siano, se la fanno sotto al pensiero nudo e secco della morte e della sofferenza fisica, e accettano il sollievo di un velo, costituito dalla speranza di una salvezza, magari camuffata da verità scientifica. Andrebbe accettato, come un’evidenza empirica, valida almeno sul piano pratico, che il senso religioso è un carattere costitutivo dell’uomo. Bisogna vedere con quali credenze lo si soddisfa. In effetti, per vedere all’opera il naturale istinto religioso basta guardare alla fiducia cieca nella medicina “scientifica” da parte di molti di coloro che si proclamano tranquillamente atei; e d’altra parte, con tutto questo cinico maneggiare concetti religiosi, con questo impastarli ai soldi e al potere, sono i chierici a dare un bell’esempio di superamento dell’illusione sulla divinità.

Non bisogna quindi lasciarsi impressionare dai roghi sui sagrati, o dalle grida di lesa maestà, e neppure da coloro che, difendendo giustamente la ricerca dall’attacco papale, sostengono di difendere così una scienza pura come giglio. Certo, è utile ricordare che i preti in tasca non hanno la verità; e che invece dalla tasca della tonaca possono estrarre uno Zippo.
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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia.

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Blog Appello al popolo

Commento al post di Tonguessy “Strutture di potere- Galileo e la Chiesa” del 29 dic 2011

Grazie a Tonguessy per l’ottimo articolo. E’ particolarmente interessante l’osservazione del progresso scientifico come ideologia che allontana il popolo dalla concezione medievale della vita frugale. La promessa di salvezza intramondana che allontana da quella concezione del limite che abbiamo perso, e che farebbe risaltare la Scienza nella sua vera grandezza.

Io sono tra quelli che quando sono in spiaggia sul Tirreno restano a guardare il tramonto sul mare. Uno spettacolo bello in sé, e che induce a riflessioni delle quali “Il silenzio” suonato da Nini Rosso è l’equivalente musicale. La contemplazione del sublime che la nostra stella ci offre quotidianamente è temperata dal pensiero che non è il Sole che cala dietro l’orizzonte, spandendo colori regali attorno a sé; ma siamo invece noi che insieme alle sdraio e a tutto il resto ci stiamo lentamente ribaltando all’indietro.

Anche l’antagonismo Chiesa/Scienza si è evoluto, e credo occorra fare attenzione a non identificarlo con quello dei tempi di Galilei; come invece può essere interesse dei contendenti far credere:

http://menici60d15.wordpress.com/2008/01/21/diplomi-di-laurea-bruciati-sul-sagrato-tornano-i-roghi/

Resta l’antagonismo ideologico, con la Scienza e la Fede usate come armi; un esempio è dato da come entrambe le parti strumentalizzano la discussione sul darwinismo. Confronto che a volte sbotta in toni che tradiscono l’antica vocazione:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/16/i-preambula-fidei-di-san-tommaso-e-quelli-di-de-mattei-e-carancini/

Ma il clero attualmente ha anche interesse a favorire la scienza. Interessi “pastorali”, perché, preso atto che la nuova religione secolare è oggi quella che fa più presa sulla credulità delle masse, preferisce cooptarla e sfruttarla anziché attaccarla frontalmente. (E sa, vecchia volpe, che conviene dargli corda anche perché le magagne della degenerazione affaristica della scienza ne minano la credibilità dall’interno). Diventato lo scientismo un’ideologia parareligiosa, il clero col suo know-how può insegnare ai seguaci di Prometeo come ricavarne consenso e zecchini.

Interessi politici, perché il Vaticano deve trovare un punto di convivenza e alleanza con altri poteri che non può certo contrastare, e che fanno dell’ideologia scientista il loro credo. Appoggiando la scienza, evitando di attaccarla, se non per ridicole questioni teologiche, tacendo sulle strumentalizzazioni e storture dei modi nei quali è praticata, e fornendo servizi di supporto, il clero può acquisire meriti presso poteri che non lo amano.

Interessi economici, perché la “scienza” è in pratica la tecnologia commerciale, e il clero è tra le forze che investono molto denaro e ricavano molto denaro da essa; v. il caso San Raffaele, scoperchiato, nei suoi aspetti finanziari ma non in quelli “scientifici”, nell’anno del passaggio di governo da Berlusconi a Monti.

Così le occasionali rumorose baruffe e le frequenti gomitate non devono fare perdere di vista che tra le due chiese, che se potessero adotterebbero gli argomenti degli inquisitori da un lato e dei lanzi dall’altro, i rapporti sono articolati; come quelli dei famosi imprenditori di Pisa, che litigavano di giorno ma cooperavano di notte:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/12/i-futures-di-santa-lucia/

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@Lorenzo. Grazie per questo esempio di teologia scientista.

Commento al topic: 27 luglio – cominciamo male

28 luglio 2007

Blog www.federicoaldrovandi

rimosso dal webmaster


Caro Giorgio 12:15AM,Grazie per la stima, ma non ho nessuna competenza giuridica. So però come funziona, e dalla trasmissione non mi aspettavo nulla di diverso. C’è stato un prologo sui giovani sbandati e sui genitori che non li sanno educare. Mirabella ha introdotto il caso di Federico citando, senza apparente motivo, i “figli di papà”. Quindi, mentre i genitori ribadivano la loro piena fiducia nelle istituzioni, Giovanardi, importante figura istituzionale, ha detto che i processi non si fanno in TV, e infatti davanti a chissà quanti telespettatori ha incollato sulla vittima l’etichetta “eroinomane”. Infine Mirabella ha commentato su Bolzaneto che i giovani “sono passati dalla parte del torto” insultando i poliziotti. Ha sorvolato sul dettaglio che se Tizio insulta un poliziotto sarebbe giusto fermare regolarmente Tizio, non spaccare la faccia a Caio andando a prenderlo mentre dorme. La trasmissione ha segnato un regresso, favorendo presso l’opinione pubblica un alleggerimento delle responsabilità degli imputati a spese della figura della vittima, e confermando negli spettatori concezioni illiberali sui poteri della polizia. Devo dire che in una cosa mi sono trovato d’accordo con Giovanardi: la critica dell’intitolazione a Giuliani di un’aula in Parlamento. Credo che anche queste esaltazioni ingiustificate della vittima in realtà non facciano che giustificare il sistema e farlo andare avanti, mentre si evita di mettere mano a provvedimenti seri. Ritengo altrettanto aberrante e controproducente dare un seggio parlamentare a qualcuno in quanto familiare di una vittima.

Riguardo al tuo post di giovedì 26 lug 3:46 PM in “17 lug 2007: 20 anni”: ho sempre accluso il mio indirizzo email quando ho inviato un commento. Autorizzo te, o qualsiasi altro, ad ottenerlo dai genitori di Federico e scrivermi, volendo valutare, come dici, “la serietà o meno di intenti”. A proposito di favorire i documenti, non sarebbe utile chiedere che i poliziotti portino un codice identificativo, come fanno in Germania ?. Avrebbe anche un effetto di deterrenza psicologica, del quale alla fine beneficerebbero anche quegli agenti che non hanno da temere di dover essere chiamati a rispondere. Se ti occorrono altri riferimenti su di me, potrei darti la targa della macchina dei poliziotti con i quali poco tempo fa ho avuto un incontro ravvicinato, la sera dello stesso giorno di un’amabile seduta in Questura, dove ero stato convocato. Maggiori informazioni su di me le potrai ottenere lì, dove pure apprezzano quanto scrivo. (Non che abbia fatto altro che scrivere, né che mi siano mai state rivolte contestazioni formali). Peccato che quanto scrivo non sempre viene visto con tanta benevolenza. Mi capita spesso di vederlo scomparire; come in questo caso, dove però per fortuna ci sei stato tu che hai commentato anche ciò che non era possibile leggere. Sono confuso dai tuoi ripetuti complimenti, ma non è che la mia sia pura teoria, o che mi occupi degli abusi delle “istituzioni”- per esempio le tecniche di disinformazione, come quella che si è vista a “Cominciamo bene” – per partito preso. Anch’io come tanti posso vantare integerrime figure di poliziotti nell’albero genealogico, e le mie idee politiche, repubblicane, forse hanno proprio il torto di assegnare eccessivo credito allo Stato e alle sue amministrazioni. Né tanto meno ho voglia di “fare salotto”: il silenzio, che spesso, con sistemi diversi, mi viene imposto, è anche il mio desiderio, perché lenisce il mio disgusto.

Che cosa si prova quando una pattuglia de “le istituzioni” – io le chiamo “gli apparati”, avendo capito che chi riveste cariche pubbliche il titolo “istituzioni” se lo deve meritare – assume comportamenti gratuitamente scorretti lo so per lunga diretta esperienza. In questo senso, mentre parrebbe che sia separato dallo spirito del blog che mi inviti a rileggere, sono vicino a Federico, che non ho mai conosciuto; così come sono vicino a chiunque abbia subito e subirà cattive attenzioni da parte delle forze di polizia. Si è adombrata la possibilità, non so quanto fondata, che ci fosse un interesse mirato verso Federico, a favore di soggetti privati. Ciò che posso fare è testimoniare – se qualcuno volesse ascoltarmi – che un tale abuso non è così eccezionale, ma appare essere una prassi di potere, consolidata e protetta. Che di tanto in tanto finisce male.

I rischi della diversità

25 luglio 2007

Blog www.federicoaldrovandi

Commento al topic: 17 lug 2007: 20 anni.

rimosso dal webmaster

Ezio (24/07/07, 11:42) dice molto giustamente che quando si controbatte bisogna guardare l’interlocutore negli occhi. Ci sono comunque delle eccezioni. Una delle poche nozioni che mi sono rimaste dalla lettura di un manale di autodifesa, scritto da un istruttore militare (G. Manunta, Mondadori) è quella di evitare di guardare fisso negli occhi un aggressore armato. Bisogna però anche evitare di voltargli le spalle, spiega il parà: “di fronte, si è considerati una persona; di spalle un ‘condannato’ “. Se l’aggredito è di spalle, quindi anche se è prono a terra, cessa di essere una persona. Diventa “altro”.

Sembra che in Italia la “diversità”, l’essere considerati “altro” sia un notevole fattore di rischio anche per la morte violenta, oltre che per una nota sfilza di guai. La mafia ha cura di isolare socialmente e screditare le sue vittime prima di ucciderle. Leggendo la storia degli omicidi “eccellenti” che hanno insanguinato il Paese, ho notato che una condizione di diversità accomuna vittime che sono tra loro differenti. In numerosi casi le vittime, politici, magistrati, funzionari di polizia, giornalisti, erano diverse dal resto del gruppo professionale o sociale del quale facevano parte, tanto che a volte, da vive, erano state avversate all’interno dal gruppo stesso. Nell’ambito dei pestaggi, chi più diverso di Pasolini, non solo per i costumi sessuali ma per ciò che scriveva come intellettuale cristiano e di sinistra. Stajano ne “Il sovversivo” racconta la storia di un altro segnato, Serantini, un ragazzo di 20 anni mite e candido, che aveva sofferto. Morì per il pestaggio col calcio dei fucili ricevuto dalla Celere. “Tu sei una vittima predestinata, stai attento” gli aveva detto un ingegnere suo amico. Anche in quel caso, la magistratura fece più di ciò che è in suo potere pur di proteggere i poliziotti. Con successo. Un commissario di PS, Pironomonte, che aveva cercato di impedire il pestaggio, volle dimettersi dalla polizia, e si ridusse a vivere come un modesto impiegato.

L’Italia, paese a tradizione non democratica, è molto rigida verso la diversità antropologica, verso chi non rientra nei gruppi permessi. Non è solo “a destra” che non si può sgarrare: anche esprimere posizioni progressiste, “disobbedienti”, critiche, va fatto entro limiti ristretti. Questo dettare i termini e gli stili della manifestazione di un pensiero dissidente è tra i fattori principali del ripetersi di ingiustizie come quella che due anni fa ha spento la vita di Federico.

Federico quella mattina era solo. Mi chiedo se questo elemento, la diversità, possa aver avuto un peso nella dinamica del suo omicidio. Era senz’altro un ragazzo normale. Mi chiedo com’era riguardo alla sopportazione dei torti. L’unico dato che ho sono la forza e la determinazione nel chiedere giustizia che i suoi genitori stanno mostrando. Se Federico aveva preso da loro, l’essere maltrattato, il ricevere abusi, può averlo portato ad una reazione di indignazione, che molti purtroppo, a differenza che in altri paesi, avrebbero considerata impropria. In un paese dove l’atteggiamento servile nel trattare con chi è in una posizione di potere è un articolo della costituzione non scritta, può essere un handicap non nascere con l’animo del servo, e crescere da persona libera. Federico anziché assumere un atteggiamento da “inferiore” può avere rifiutato la sottomissione agli abusi, indispettendo il gruppo di agenti, e portandoli a identificarlo come un ragazzino che si permette di non stare alle regole, che non accetta il ruolo del prigioniero, e magari il ruolo di persona che viene picchiata dall’Autorità. Un diverso, per i loro standard, e anche per quelli di tanta gente. Con alcuni basta il modo di esprimersi, una protesta che minacci le loro certezze, il tono della voce per essere così classificati. Può essere sufficiente fissare negli occhi, o voltare le spalle.

No Dal Molin ~ Il tricolore italiano

16 maggio 2007

Forum www. altravicenza.it

Post del 16 mag 2007

cancellato con l’azzeramento del forum


Per fortuna noi Italiani siamo vaccinati contro la retorica nazionalista; sembra però che cadiamo nell’eccesso opposto. Nella lista dei siti amici di AltraVicenza.it, è davvero amico il sito – leccato come se fosse stato disegnato da professionisti – “nodoaltricolore” che spiega dettagliatamente come protestare facendo un nodo alla bandiera italiana? Se, grazie ad una massa di rivenduti, viene lesa la nostra sovranità nazionale, volgere la protesta proprio sul simbolo che la rappresenta è un buon consiglio? “Right or wrong is my country” dicono gli anglosassoni. Noi invece sembriamo ansiosi di tornare a dissolverci in “un volgo disperso che nome non ha”. Sfigurare la propria bandiera perché si sta subendo un torto che favorisce una bandiera altrui ricorda quel marito che si evirò per fare un dispetto alla moglie. Questo gesto autolesionistico e vacuo dell’annodare la bandiera non rientra tra le forme di protesta simbolica creative e originali; e nemmeno tra quelle radicali e impegnative, come la restituzione del documento elettorale, un segnale che invece avrebbe una sua concretezza e colpirebbe i responsabili, mostrando il loro distacco dal popolo che li legittima, e il distacco dai loro doveri. E poi, che fare nelle uniche occasioni nelle quali c’è un tripudio di tricolori, le partite di calcio: sciogliere il nodo o lasciarlo? In entrambi i casi sarebbe ridicolo.

La bandiera nazionale del resto da noi è già fin troppo maltrattata. I campanilismi e la fondata diffidenza popolare verso il governo centrale si sono incontrati con gli interessi della classe dirigente. Per la Chiesa il tricolore rappresenta un potere che storicamente l’ha spodestata dal dominio temporale, e che ora deve restare subalterno. A sinistra fino a ieri la bandiera rossa era sovrapposta a quella italiana nel simbolo del maggior partito. Dicono di amare la bandiera i fascisti, e le forze di polizia dello Stato; che, da Portella della Ginestra a Calipari, hanno mostrato di onorare contemporaneamente due diverse bandiere nazionali, l’altra essendo quella USA: il che è peggio che non onorarne nessuna, soprattutto per degli uomini d’arme.

La recente proposta dell’austera intellighenzia di Sinistra di rivolgerci, a nostra scelta, ad un senatore della Louisiana o ad un deputato dell’Alaska per scongiurare la base militare a Vicenza può indurre alcuni a ritenere che a questo punto forse la cosa migliore è premere per farci annettere agli Stati Uniti a pieno titolo, piuttosto che restare colonia; in questo caso diverremmo “la cinquantunesima stella”. Come città statunitense a tutti gli effetti, a Vicenza verrebbe risparmiata la base, anche se solo per motivi urbanistici. Oppure c’è la secessione, e anche in questo caso niente base: gli americani non oserebbero posare un mattone in una città dove sventola feroce il leone di San Marco. Se non si riesce a tirare questo bidone agli USA, se non si crede davvero che le autonomie di cartapesta dei vari leghismi e localismi ci salveranno dai dinosauri della globalizzazione, e se si pensa di non voler proseguire sulla linea della ruffianeria che ha finora regolato i rapporti con gli USA, allora occorre recuperare il tricolore, e portalo integro alle manifestazioni; non come simbolo di patriottismo o grandeur, di partiti vecchi o nuovi o altri movimenti di parte, del governo o degli interessi delle forze armate, ma come simbolo di una nazione, cioè una grande comunità, pacifica e solidale con le altre ma definita e cara a sé stessa.

Rispettare il tricolore non è questione di vilipendio, ma di preservare l’identità nazionale quando andrebbe irrobustita e messa a frutto. In un’Italia libera, gli uffici preposti alla sicurezza farebbero luce sulle finalità di questa singolare insistenza a esporre una bandiera che sembra come deturpata da una cicatrice; ma nell’Italia reale è il tricolore, come la Costituzione, che fa parte della “normalità eversiva”. Credo che la Digos temerebbe più una marea di tricolori che i soliti quattro gatti che inneggiano alle nuove BR. Il dimostrante chic non porta la bandiera verde bianca e rossa, o come minimo la modifica o l’abbina a qualche altra bandiera. Alle colorate manifestazioni come quella del 17 febbraio scorso – dove c’erano Italiani da tutta Italia – osano portarla, senza alterazioni o connotazioni aggiuntive, solo pochi, che di conseguenza possono apparire come persone semplici o eccentriche. Credo che dovremmo riappacificarci col tricolore italiano, riappropriarcene, ed esibirlo in massa senza complessi. Si potrebbe addirittura pensare di fare della nostra bandiera la nostra bandiera.

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