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Sovradiagnosi II. Il business medico mira alla pancia

14 maggio 2012

Blog Appello al popolo

14 mag 2012

 

Voglio vendere farmaci a tutti. Voglio vendere farmaci ai sani. Voglio che i farmaci si vendano come caramelle
H. Gadsen, uno degli amministratori delegati della Merck, Sharp & Dome, la casa farmaceutica che nel 1958 lanciò il primo antipertensivo di massa con una campagna di marketing
Il paziente perde i diritti costituzionali scritti da Thomas Jefferson: alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità”.
Sir G. Pickering, regius professor di medicina a Oxford, sugli effetti dell’introduzione del trattamento farmacologico di massa dell’ipertensione

 

Nell’introduzione Welch e al. [1] chiariscono che la loro critica non riguarda la diagnosi su chi è davvero ammalato; ma “il nostro entusiasmo per la diagnosi” sui sani, la diagnosi preventiva. Welch fa una lista delle sovradiagnosi alle quali sarebbe esposto come paziente (ad un’età di circa 55 anni):

- Episodi isolati di elevazione della pressione arteriosa (PA). Diagnosi: ipertensione borderline.

- Peso 94 kg, altezza 182 cm. Diagnosi: sovrappeso.

- Ogni tanto bruciore di stomaco dopo i pasti. Diagnosi: malattia da reflusso gastroesofageo.

- Si alza una volta a notte per urinare. Diagnosi: iperplasia prostatica benigna.

- Al risveglio rigidità articolare, che si dissolve dopo un po’. Diagnosi: artrosi.

- Mani fredde, soprattutto se beve caffè. Migliora quando beve alcolici. Diagnosi: malattia di Raynaud.

- Deve scrivere la lista delle cose da fare, dimentica i nomi delle persone, non ricorda PIN e passwords. Diagnosi: early cognitive impairment. (Indicatore di Alzheimer incipiente).

- Ci tiene che tazze e bicchieri stiano su scaffali separati, così che corregge il lavoro della moglie quando questa scarica la lavastoviglie. Vuole in contenitori separati i calzini per il lavoro, quelli per lo sport e quelli invernali. Diagnosi (non probabile): disturbo ossessivo-compulsivo.

Se facesse una radiografia del torace, Welch non sarebbe sorpreso se mostrasse il reperto incidentale di un nodulo polmonare (sospetto cancro del polmone); né sarebbe sorpreso se una TAC addominale trovasse una cisti renale, una colonscopia un polipo, una biopsia prostatica un piccolo cancro. L’analisi genetica mostrerebbe varianti genetiche di tutti i tipi. Tutti reperti che porterebbero a ulteriori esami e con una probabilità consistente a terapie.

Welch considera questi come esempi di cattiva medicina; e commenta che la riduzione dell’aspettativa di vita sana che si sta osservando nei baby-boomers rispetto ai loro predecessori può derivare anche da queste pratiche, che creano malattia e disabilità. La diagnosi è un’arma a doppio taglio, avverte.

Welch e al. passano quindi a considerare la madre di tutti i programmi di estensione della medicina ai sani mediante sovradiagnosi: il trattamento dell’ipertensione arteriosa di grado lieve e moderato. Fino agli anni Cinquanta, solo l’ipertensione grave veniva considerata malattia e veniva trattata. Il trattamento dell’ipertensione grave è un intervento medico che ha un autentico valore curativo e preventivo: l’ipertensione grave provoca con elevata frequenza, e spesso in breve tempo, patologie importanti come lo scompenso cardiaco, l’ictus, l’infarto del miocardio; e altre gravi patologie vascolari.

Welch et al. mostrano come gli effetti preventivi benefici della riduzione della PA siano netti negli studi clinici per l’ipertensione grave, ma sono sfumati [fino a essere evanescenti] per elevazioni medie o lievi; mentre il rischio di effetti avversi da farmaci resta consistente. Il bilancio benefici/danni, favorevole nei casi gravi, diviene quindi sfavorevole in quelli lievi, dove il trattamento coi farmaci è peggio della malattia, o meglio della variazione identificata come patologica. Welch porta ad esempio due suoi pazienti. Il primo, Mr Lemay, si presenta con episodi ricorrenti di dolore toracico. La PA risulta 202/117. Il paziente viene ammesso in terapia intensiva, dove la PA viene abbassata. (Welch nota che il paziente risultò negativo per infarto del miocardio, mentre oggi, coi nuovi esami ematici, gli sarebbe stato diagnosticato un infarto; l’introduzione del dosaggio della troponina ha fatto aumentare del 25% la positività ai criteri di diagnosi di infarto; attualmente, nel 2012, si parla di abbassare la soglia di positività per i valori della troponina; ciò porterebbe a un ulteriore incremento della diagnosi di infarto miocardio del 47%; e delle conseguenti angiografie coronariche del 42%). Il paziente in seguito proseguì la terapia antipertensiva; che probabilmente gli ha salvato la vita.

Un secondo paziente, Mr. Bailey, un agricoltore 82enne, ad una visita risultò avere una PA sistolica di 160, con la diastolica nei limiti. Welch gli prescrisse un diuretico, in osservanza alle linee guida. In un’umida giornata di sole il paziente, disidratato, ebbe un collasso, favorito dal farmaco. Welch, clinico ed epidemiologo, fece questo discorso al paziente: il 19 casi su 20, in base alla letteratura  [quella ufficiale, condizionata da chi vende i farmaci] egli non avrebbe avuto alcun beneficio dalla terapia antipertensiva nei successivi cinque anni. Mentre sarebbe rimasto esposto al rischio di collassi, e alle conseguenze delle cadute, che a quell’età possono avere effetti disastrosi. Il paziente scelse di non curarsi. “Perfettamente razionale” commenta Welsh.

Il paziente da un lato fu fortunato ad essere seguito da un medico competente e onesto. Ma dall’altro, occorre chiedersi se l’onere della decisione debba ricadere sul paziente, qui di 82 anni, e non debba invece essere del medico, nell’ambito dei suoi compiti professionali, valutati anche, ma solo entri i limiti del vero e del razionale, i valori e le preferenze del singolo paziente. Welsh e coautori ritengono che sia il paziente a dover scegliere la strada, posto davanti alle statistiche. Questa posizione, criticabile, perché il medico fornisce consulenza e guida, non solo un campionario di opzioni, è una posizione illuminata rispetto a ciò che accade di solito, dove i rischi vengono taciuti e i benefici esagerati; e le statistiche in forma completa, comprensive degli effetti avversi, non solo non vengono presentate al paziente, ma il medico neppure le conosce, anche perché non vengono fornite di routine ma occorre costruirsele. Lo stesso Welsh, che è in questo campo competente come pochi, non dice a Mr. Bailey, per carenza di dati specifici, qual è il rischio che assumendo il farmaco cada, si fratturi il collo del femore e quindi in pochi mesi muoia. A questa carenza ha supplito il buon senso del vecchio fattore del Vermont.

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Perché non stabilire in anticipo di curare coi farmaci i Mr Lemay e astenersi coi Mr Bailey? Perché per un Mr Lemay, nel New England e anche da noi, ci sono 10 o 20 Mr Bailey. La PA ha una distribuzione di tipo normale, spostata e stirata a destra nelle popolazioni occidentali, fig. 1.

Fig. 1. Distribuzioni della PA sistolica in uomini di mezza età. Linea tratteggiata: nomadi kenioti. Linea continua: impiegati statali londinesi [2].

I farmaci antipertensivi possono ridurre di una certa quota (non azzerare, va notato) il rischio di scompenso cardiaco e accidenti cardiovascolari. Se si tratta coi farmaci solo la classe a rischio maggiore, quella nella quale i vantaggi sono netti, cioè la coda destra della curva, si ha un mercato piccolo. Spostamenti verso sinistra anche piccoli della soglia dalla quale la PA viene trattata provocheranno un  forte incremento del numero dei soggetti ai quali vendere trattamenti, coinvolgendo la “pancia” della curva, quella dove è concentrata la maggior parte dei soggetti, con valori che si discostano poco dalla media – e dalla normalità fisiologica -  e che beneficeranno meno o nulla dal trattamento e anzi ne avranno in media più danno che beneficio. Quando nel 1984 il Joint national committee USA spostò la soglia della PA diastolica da 95 a 90 mmHg per la diagnosi di ipertensione, il numero di statunitensi considerati ipertesi quasi raddoppiò. Spostando la soglia verso la pancia si catturano molti più pazienti; inoltre, così come una ciliegia tira l’altra, aumentano le prescrizioni di altri esami, e di altre terapie; e aumentano gli affetti avversi, cioè il carico iatrogeno sulla popolazione; effetti che sul piano dei profitti dell’Offerta sono tutti positivi.

Fino agli anni Cinquanta si trattavano le ipertensioni gravi, considerando soglie di 160/120, o maligne, 200/130. I clinici della prima metà del Novecento mettevano in guardia dal trattare l’ipertensione allora chiamata “benigna”. Nel 1931 il professor Hay scrisse che “c’è del vero nel detto che il maggior pericolo per un uomo con la pressione elevata risiede nella scoperta di ciò, perché qualche stupido cercherà di abbassarla”. La frase non è più attuale, perché fortunatamente le cure non sono quelle pesantissime di allora e dei decenni successivi; ma come si vedrà siamo arrivati al punto che in molti casi converrebbe riconsiderarla. Le soglie si sono progressivamente abbassate negli anni, fino a livelli così bassi da provocare qualche protesta, poi rientrata. Nel 1999 centinaia di medici di una sessantina di paesi firmarono una lettera aperta indirizzata all’OMS contro le sue nuove linee guida, che prevedevano l’abbassamento della soglia di normalità a 130/85, con 120/80 ottimale; accusando l’agenzia sanitaria dell’ONU di essere in combutta con la casa farmaceutica ASTRA:  l’OMS aveva interpretato lo studio sponsorizzato dalla ASTRA col quale si potevano giustificare le nuove regole al di là dei suoi risultati, che non mostravano benefici per tale abbassamento della soglia. Tra i firmatari il gruppo nazionale più numeroso era quello degli italiani. In Italia i medici di medicina generale, non pagati a prestazione, ricevevano con le nuove linee guida un aumento del carico di lavoro senza corrispettivo economico. Il controllo della PA è la prestazione più frequente negli ambulatori dei medici di famiglia.

Oggi a qualsiasi valore superiore ai 120/80 è attribuita una crescente valenza patologica (“pre-ipertensione” per i casi più lievi) e quindi una serie di accertamenti e trattamenti. I casi di pressione sistolica superiore a 160 mmHg sono il 4% della popolazione USA. Abbassando la soglia di 40 unità, a 120 mmHg, il mercato passa al 40% della popolazione; i valori della PA aumentano con l’età, e oltre il 90% dei soggetti di età superiore ai 65 anni ha valori superiori a 120/90 [3]. Per tagliare la testa al toro, alcuni esperti hanno proposto di trattare il 100% della popolazione di età superiore a 54 anni. Il mercato si va espandendo verso i giovani, gli adolescenti, e i bambini dai 3 anni in su; la terapia è cronica, a vita, e prima la si comincia meglio è, soprattutto per chi la vende. Skrabanek e McCormick argomentano che”l’ipertensione è forse la più diffusa e dannosa delle non-malattie contemporanee” [4].

Negli anni Cinquanta in USA i produttori di case farmaceutiche erano preoccupati che l’efficacia dei farmaci per le malattie acute, come gli antibiotici, avrebbe tarpato le prospettive di crescita della loro industria. Si pensò allora di ampliare il mercato, adattandolo alla mutazione epidemiologica secolare portata dagli effetti benefici della crescita economica: la riduzione delle malattie infettive e l’ascesa di quelle degenerative. L’ipertensione, malattia tendenzialmente asintomatica, offriva la possibilità di iniziare a trattare persone senza sintomi. Un team congiunto di scienziati della Merck, casa farmaceutica forte nella ricerca, e di esperti di marketing della casa farmaceutica Sharp & Dome, che invece aveva sviluppato questo altro settore dell’industria medica, lanciò il Diuril per l’ipertensione, in un’operazione che viene considerata il cippo che segna il cambiamento generale di paradigma, l’introduzione delle cure preventive, cioè la vendita di prodotti medici ai sani. Le due aziende si fusero, in quella che divenne la più grande casa farmaceutica del mondo, in un matrimonio che ha fatto scuola e nel quale ben presto il marketing è divenuto il coniuge dominante. E’ impressionante come già in quell’era lontana vennero usate tecniche propagandistiche sistematiche di coinvolgimento dei media e degli esperti per convincere medici e pubblico [5]. Il successo a sua volta portò a una ridefinizione dell’ipertensione come malattia e a progressivi abbassamenti della soglia di trattamento, che consentirono l’ingresso nel mercato di altri farmaci, in un’espansione esemplare dal punto di vista della crescita industriale.

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La medicalizzazione della PA nella popolazione generale può essere esaminata, secondo una nota tripartizione, a livello concettuale, politico-istituzionale e dell’interazione medico-paziente. Sul piano concettuale, il modello epistemologico razionalista, che studiava le cause delle malattie per trovare misure o terapie che agissero sulle cause, è stato sostituito da quello empirista [6]; nella definizione, nella categorizzazione nosografica e nella dottrina clinica. Conta il fenomeno, i valori di PA, e le outcomes degli interventi, cioè i risultati degli studi clinici di abbassamento della pressione mediante un dato farmaco. Nonostante l’importanza che l’ipertensione essenziale, la forma comune, ha assunto nella medicina attuale, le sue cause, e i meccanismi che la collegano o nei casi lievi-moderati la collegherebbero alla malattia restano in penombra o avvolti nell’ombra.

Si considera una singola variabile, la PA, e la si tratta come una variabile di tipo continuo. Ma andrebbe chiesto se i due assunti sono corretti. Come è stato osservato, le vasculopatie possono essere determinate da covariate dell’ipertensione, indipendenti rispetto ad essa, piuttosto che dall’ipertensione in sé. L’ipertensione può essere quindi solo un indicatore; un marker surrogato [7]. In questo modo non si distingue tra malattia ipertensiva, dove l’ipertensione appare avere un ruolo causale, e ipertensione come fattore di rischio; “fattore di rischio” è un’espressione epidemiologica che vuol dire “indicatore di rischio”, ma è usata come se volesse dire “fattore causale”. Altri possibili fattori vengono considerati solo in senso aggiuntivo. A parte le forme secondarie, non è scontato che sia lecito considerare in un’unica categoria di “ipertensione numerica” sia l’ipertensione grave, che ha i caratteri di una malattia, sia l’ipertensione fattore di rischio, sia l’ipertensione sintomo, che a volte è secondaria a stress, le uniche eventuali differenze essendo quelle quantitative del valore di PA. Appare che si dovrebbe anzi distinguere nell’ambito di queste categorie, su base etiopatogenetica. In molti casi, es. in oncologia, la sottoclassificazione fine aiuta a congiungere artificiosamente benigno e maligno. Qui, al di là di alcune suddivisioni generali, è convenuta la strategia opposta.

Questa monodimensionalità di tipo riduzionista rende possibile e facilita lo scorrimento verso sinistra lungo l’ascissa della curva gaussiana, verso la pancia della popolazione, sulla base dei risultati dei trial clinici. Questi ultimi, nota Welch, mentre sono netti per gli interventi sull’ipertensione grave, anche in studi piccoli, hanno necessitato di studi di grandi dimensioni per estrarre i ridotti effetti che giustificano l’estensione del trattamento all’ipertensione lieve e moderata. Spesso i risultati prodotti da tali giganteschi e costosissimi studi mostrano benefici risicati in maniera sconcertante; per spostarsi verso la pancia della curva, la montagna degli studi partorisce topolini. Una stima della riduzione del rischio di ictus nella fascia d’età 60-69 ha mostrato che secondo i dati ufficiali la terapia fa salire la probabilità di non subire un ictus dal 99.3% al 99.5% [3], un quinto di punto percentuale. Gli studi clinici, anche quando appaiono rigorosi, hanno una lista di limitazioni tecniche e di riserve, es. la validità esterna, cioè l’applicabilità al mondo reale. Gli studi clinici rispondono nei fatti anche agli investitori; che sembra siano stati di frequente singolarmente fortunati, ad avere, tra studi contraddittori e negativi, studi scientifici che mostrassero un minimo appiglio col quale giustificare il trattamento. La “scienza” ufficiale appare protesa a cancellare il più possibile la distinzione tra normale e patologico per i valori di PA; con una serie di espedienti.

I risultati “scientifici” minimi e dubbi vengono poi amplificati in più stadi, da quello scientifico alle informazioni al paziente passando per i media. Sul piano scientifico si presentano i risultati in modo da dare loro risalto. Così invece di dire “miglioramento di 0.2 punti percentuali” per riferire della stima citata, si potrebbe dire, usando come è consuetudine il rischio relativo, “riduzione del rischio del 28.6%”, che è matematicamente corretto ma forviante.

Fig. 2. v. testo.

La fig. 2 mostra un grafico a pag. 2 della traduzione italiana di un importante testo statunitense sull’ipertensione [8]. Un volume di oltre 500 pagine, col titolo mantenuto in inglese; primo capitolo, intitolato “Ipertensione nella popolazione generale”; incipit: “L’ipertensione è fonte di sconforto e al tempo stesso di speranza”. La figura, tratta da un importante articolo pubblicato su Lancet,  riassume la giustificazione teorica dell’abbassamento della PA anche per valori di elevazione ridotti, mostrando come la mortalità per cardiopatia ischemica decresca all’apparenza linearmente col ridursi della PA. Può sfuggire al lettore che la scala delle y non è lineare, ma logaritmica in base 2, mostrando, dice il testo, ma senza spiegarlo, come il rischio raddoppi per ogni decade di età. Questa trasformazione linearizza le crescite, e le decrescite, di tipo esponenziale; è di tipo esponenziale l’incremento generale con l’età dei danni e dei rischi da invecchiamento. La trasformazione è utile soprattutto quando c’è un range di valori ampio, di diversi ordini di grandezza.

Fig. 3. v. testo.

Fig. 4 v. testo.

Il grafico log- normale sulla relazione tra ictus e PA, fig. 3, è simile a quello della fig. 2. La situazione sarebbe stata rappresentata più fedelmente usando la comune scala lineare, come hanno fatto alcuni ricercatori che lo hanno ridisegnato [9], fig. 4. In questo modo il grafico racconta una storia molto diversa, mostrando che la correlazione tra elevazione della PA sistolica e ictus in realtà è inesistente o scarsa per i gruppi d’età meno anziani fino a circa 140 mmHg. E che c’è un netto punto di inflessione attorno ai 150 mmHg, con aumento del rischio, molto più marcato per i più anziani. Ovvero, che per la prevenzione dell’ictus non ci sono vantaggi teorici sostanziali nel trattare innalzamenti moderati della PA sistolica fino a 70 anni, e che anche dopo quell’età resta da vedere se conviene, dati gli effetti avversi dei farmaci, trattare elevazioni moderate.

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Questo tipo di informazione scientifica aiuta a immaginare di quale livello sia l’informazione a riguardo diffusa dai giornalisti che campano facendo da cassa da risonanza ai lanci dei nuovi prodotti medici, e di che livello sia quella propagandistica, basata su tecniche di persuasione da call-center che i medici utilizzano avendola ricevuta, a volte assieme a benefici come gadget, regali o semplicemente denaro, dagli emissari delle case farmaceutiche, gli “informatori scientifici” che li curano uno ad uno. Sul piano politico-istituzionale si mira alla pancia anche nel senso del crasso interesse. La pancia degli inciuci e della corruzione. L’American heart association ha stimato in 76 miliardi di dollari i costi diretti e indiretti per l’ipertensione in USA nel 2010. Nel 2004 gli antipertensivi hanno costituito il 10% della spesa per farmaci in USA. Anche in Italia gli antipertensivi sono in vetta alle classifiche dei farmaci più prescritti, con l’ACE inibitore ramipril al primo posto. Ci sono stati casi che hanno mostrato che gli esperti incaricati di dettare le linee guida sull’ipertensione hanno ricevuto cifre dell’ordine degli 800۠000 dollari dalle case farmaceutiche interessate. Da noi la magistratura è intervenuta con qualche tirata d’orecchie ai medici che a centinaia  ricevevano mazzette in cambio di prescrizioni, e alle ditte produttrici che pagavano i medici per lucrare. Di recente c’è stato il caso della maggiore casa farmaceutica italiana, Recordati, che produce l’antipertensivo lercanidipina.

Ci furono nei primi anni del lancio della terapia di massa per l’ipertensione opposizioni tecniche ed etiche; che poi sono rientrate. I tanti bioeticisti stanno alla larga da temi che sarebbero fondamentali, ma che trattare e pubblicizzare può tradursi in quello che molti considererebbero un suicidio professionale. Posso testimoniare che le voci scomode che sono percepite come una minaccia dal business e non obbediscono agli avvertimenti vengono eliminate dalla scena professionale con metodi sostanzialmente fascisti, mediante le istituzioni dello Stato. Anche la natura sociale dell’ipertensione, discussa negli anni Settanta, è tra gli argomenti proibiti. Mentre girano voci esagerate, o fantasiose, sulla capacità della mente di causare malattie organiche, come il cancro, si tace in genere sui determinanti psicosociali dell’ipertensione [6, 10]. Su come sia associata al modo di vita capitalista, su come aumenti nelle società competitive, e in condizioni di stress (incluso il mobbing); su come sia associata alla disoccupazione, e sia frequente nelle persone spaventate. Non si parla di come condizioni di vita più umane migliorerebbero lo stato di salute dell’intera popolazione anche attraverso l’abbassamento della PA, o di ciò che i valori della PA rappresentano sul piano fisiopatologico. Non si parla dei danni personali e sociali, derivanti dall’imposizione dell’etichetta di malato, e dell’assunzione del “sick role”, con le diagnosi di massa di ipertensione. Così si incanala il disagio psicologico che il sistema sociale crea verso la categoria classificatoria della malattia organica, che permette di sfruttarlo economicamente. Non si butta via niente.

Fin dai suoi esordi il lancio dell’ipertensione si è basato sulla stretta collaborazione tra industria privata e politici. I politici non si chiedono se questo uso delle risorse sia nel miglior interesse dei cittadini, e sono al servizio di questo strano trattamento collettivista imposto da interessi privati. Né l’insana partnership è limitata agli USA, ma riguarda anche la UE [11]. Uno studio norvegese ha mostrato che l’applicazione delle linee guida europee del 2007 sull’ipertensione comporterebbe un carico di lavoro che avrebbe effetti dirompenti sull’intero sistema sanitario del paese [12]. La sollecitudine amorevole con la quale si cerca di aiutare i sani a non ammalarsi comprando per loro (coi loro soldi) le medicine scompare quando nonostante i farmaci – e a volte a causa dei farmaci – una persona subisce ad es. un ictus. Allora per l’assistenza lo Stato si fa arcigno o latitante, e conteranno la capacità personale di fare le scelte giuste, le conoscenze e le disponibilità economiche, i fondi pubblici essendo stati spesi in questo e in tanti altri interventi “preventivi”.

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La pancia prende le forme della visceralità a livello dell’interazione medico-paziente. La PA è una grandezza biologica che si presta sotto vari aspetti a espansioni di mercato; anche e soprattutto perché, come gli studi di marketing verificano in questi casi, il suo controllo incontra il favore psicologico del pubblico. E’ stato detto che gli screening, come quello per l’ipertensione, più che di una “medicina basata sull’evidenza” sono espressione di una “medicina basata sull’invadenza”. Questo è in parte vero, ma non si tratta di una pura forma di “imperialismo del corpo”. Appare essere un’annessione consensuale più che un’invasione: piace al pubblico [11]. Al quale non si rende chiaro che la PA non è da considerare come un valore soglia che non andrebbe mai oltrepassato, come può essere – approssimativamente – per i valori degli esami clinici di laboratorio, ma è fisiologico e entro ampi limiti benefico che la PA, adattandosi di continuo alle richieste dell’organismo, si innalzi temporaneamente quando le richieste di perfusione degli organi aumentano. Richieste che possono aumentare anche per stimoli psichici; da questo punto di vista la PA è il parametro fisiologico adatto a convertire l’ansia, il disagio, in un segno “obiettivo” di malattia, passibile di cure materiali, e quindi motivo di commercio di beni e servizi.

Le cure sembrano concedere giovinezza, riportando i valori numerici della PA a quelli dei 20 anni; ma non è la stessa cosa che riportare l’apparato cardiovascolare, e gli altri, alla primavera della vita. La misurazione della PA è stata definita da un internista come un “gesto sacro” al quale spesso annette più importanza il paziente che il medico. Alcuni soggetti sviluppano forme ossessive che li portano a controllarsi la PA molte volte al giorno; secondo una statistica sarebbero 7 italiani su 100. L’illusione di controllare facilmente salute e malattia controllando, con l’assumere qualche pillola, un valore puntiforme, che si può misurare anche da soli o in farmacia, soddisfa il bisogno di controllo sulla propria sorte. Si ottiene così la medicina cosiddetta “euboxica”, da “eu-“, “bene”, e “-box”, “casella”: dove il paziente ha tutte le caselle degli esami nei limiti di normalità; e si ammala e muore lo stesso ma con gli esami in ordine, si è osservato commentando i risultati di studi che mostravano che all’abbassamento della PA era corrisposto non una riduzione ma un aumento dei decessi; l’equivalente in campo medico del detto sulla chirurgia “l’operazione è riuscita il paziente è morto”.

Così in ambulatorio avviene spesso una commedia degli equivoci. L’ipertensione può essere sovradiagnosticata anche perché la sua misurazione è soggetta a un considerevole errore di misura: la misurazione della PA è tradizionalmente manuale piuttosto che di laboratorio come per gli esami ematici, e si basa tra gli altri fattori su una variabile qualitativa come l’auscultazione dei toni arteriosi. Non è impensabile che capiti di misurare 95 mmHg invece dei 90 reali, la variazione che raddoppiò il mercato potenziale in USA nel 1984. Studi hanno mostrato che errori non sono rari, ma non se ne tiene conto come si dovrebbe. Si sono tolti dal mercato gli sfigmomanometri a colonna di mercurio, per ridurre l’inquinamento da mercurio (ma, nonostante sia stato formalmente bandito dalla UE, non si è ancora eliminato l’amalgama dentale, dove il mercurio va in bocca); a favore di quelli elettronici che non danno le stesse garanzie di oggettività. La PA può elevarsi transitoriamente per stress, per un’emozione o stati ansiosi, inclusa la visita medica e la misurazione stessa della PA; si tende però a trascurare l’aspetto funzionale, e a considerare anche l’ipertensione “da camice bianco” come una variante non innocua, da includere nelle forme da seguire e trattare. Non si avvisa il pubblico che diversi farmaci possono provocare innalzamenti pressori e precipitare eventi cardiovascolari; inclusi farmaci di uso comune come i cortisonici e alcuni antibiotici, farmaci non strettamente necessari come gli estrogeni per la menopausa, farmaci da banco che si mandano giù senza pensarci come gli antidolorifici e gli antinfiammatori. La semplice rilevazione della PA porta in caso di minima elevazione rispetto alle soglie draconiane a una serie di altri esami e accertamenti, che moltiplicheranno sia il rischio iatrogeno sia i fatturati. Welch e al. scrivono che con l’ipertensione lieve si trasforma la gente in pazienti; ma li si trasforma in parte anche in malati autentici.

L’aspetto più scorretto è quello sulla consapevolezza e la comunicazione del bilancio benefici/danni della terapia farmacologica nell’ipertensione lieve e moderata. Le varie classi di antipertensivi possono dare una varietà di effetti collaterali fastidiosi e pesanti. Disturbi dell’umore e del sonno, cefalea, riduzione della memoria, disturbi gastrointestinali, impotenza. Alcuni di questi effetti peggiorano ciò che dovrebbero migliorare; gli antipertensivi possono provocare, con meccanismi diversi, innalzamento dei lipidi nel sangue, squilibri elettrolitici, edemi, disturbi della funzione cardiaca, aritmie, sincopi, angina, infarto, TIA, ictus. Gli antipertensivi migliorano i parametri emodinamici nell’iperteso autentico; ma possono peggiorarli se vengono assunti quando in realtà non ci sono migliorie da ottenere. Gli abbassamenti di pressione eccessivi sono causa di infarti miocardici e cerebrali. Cuore e cervello sono protetti da tali abbassamenti da meccanismi dedicati, che però non sono insormontabili; e nell’anziano la capacità omeostatica si riduce. Negli anziani, la principale classe di consumatori, tali effetti avversi sono particolarmente frequenti e gravi. Gli antipertensivi possono interagire negativamente con altri farmaci, soprattutto nell’anziano, che spesso ne assume diversi. Possono influire negativamente sulle patologie e sui deficit dei quali l’anziano è spesso portatore. Si parla per gli antipertensivi di “curva J”: una curva a barca, come una J coricata, dove non solo la pressione elevata, ma anche il suo eccessivo abbassamento aumenta il rischio di malattia e morte. E sui valori ottimali di riduzione – quando si riesce a ottenerla – la dottrina non è chiara. Diversi studi non sono riusciti a mostrare che l’ipertensione sia un predittore di mortalità nell’anziano, e alcuni studi hanno mostrato che la PA elevata era un predittore di sopravvivenza piuttosto che di mortalità dopo i 75 anni d’età [3]. Parallelamente all’introduzione degli antipertensivi di massa c’è stato nei decenni un forte incremento dell’incidenza standardizzata per età di fratture del collo del femore; incremento che nell’ultima decade sembra stabilizzarsi. Ci si può aspettare un aumento di sincopi e cadute, e quindi di fratture ossee, da farmaci che deprimono i meccanismi fisiologici che normalmente assicurano il mantenimento di una PA sufficiente in caso di esercizio fisico, di emorragia o altre variazioni del volume ematico, di mutamenti meteorologici o del semplice assumere la statura eretta. Della relazione tra il consumo di antipertensivi e di vari altri farmaci assunti in massa dagli anziani e le cadute e le fratture non ci si cura molto; nonostante che la frattura del collo del femore nell’anziano sia una patologia grave, che molto spesso esita in una penosa anticamera del decesso.

L’ipertensione è adatta all’espansione delle cure ai sani anche perché rientra nel ristretto numero di alterazioni patologiche che sono in genere asintomatiche. Asintomatico non vuol dire completamente muto; la medicina ha sempre cercato segni oggettivi per definire una patologia, e per rivelarla se asintomatica. Nel caso di ciò che si considera ipertensione lieve isolata, il medico, esperiti gli esami di rito, non deve fare altro che titolare i farmaci  – venendo indotto a scegliere tra i più costosi, che a volte sono anche quelli che danno maggiori effetti collaterali – contro i valori numerici che risultano dal bracciale e dalla pompetta. Diviene così poco più di un tecnico specializzato dell’industria. Epidemiologi che hanno esaminato il tema del bilancio benefici/danni dei trattamenti osservano che le linee guida basate sui trials coartano a svantaggio del paziente il giudizio clinico sul caso individuale [13]. L’ipertensione, invece di venire inquadrata in un contesto fisiopatologico più ampio, è passata da malattia asintomatica a malattia virtuale; con l’alibi della “scientificità”, testimoniata dal giocare con qualche numero. Come recitava anche il titolo di una serie informativa di qualche anno fa del Ministero della sanità rivolta ai medici, si usa dire che si tratta di “prescrivere in base ai numeri”; che può essere inteso come una critica, ma anche come una lode. Ma questi non sono numeri, nel senso che si possa attribuire loro certezza matematica; sono statistiche, e statistiche parziali e distorte, di tipo promozionale. Le informazioni ai pazienti sono del genere di quelle di una brochure su un complicato titolo finanziario: sono generiche, esagerate e ottimistiche, e non mostrano i termini sui rischi, ben noti ai matematici che hanno creato il titolo. Rischi che invece dovrebbero essere esplicitamente misurati e considerati dalla dottrina medica, e incorporati nelle prescrizioni al paziente (fig. 5).

Fig. 5. Il grafico A mostra l’intersezione tra la possibilità di benefici del trattamento in funzione del rischio di base (linea continua) e il rischio di affetti avversi (linea tratteggiata). Mostra quindi la soglia di rischio dalla quale si può considerare il trattamento. Gli altri grafici tengono conto della diversa risposta individuale ai farmaci e della diversa suscettibilità individuale ai loro effetti avversi [13].

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I modi coi quali si è ottenuta l’espansione dell’ipertensione da malattia grave a una condizione diffusa che trasforma i cittadini in pazienti mi ricordano una frase della Storia della Colonna infame: “fecero come que’ ragni, che attaccano il capo del loro filo a qualcosa di solido, e poi lavoran per aria”. Oggi le delicate ragnatele dottrinali che permettono agli appetiti dell’industria e della finanza di raggiungere la pancia della gaussiana sono protette da birri e giudici. Nel libro la frase è riferita agli effetti del terrore imposto dai giudici su due delle vittime; quelli erano tempi feroci, nei quali si bruciavano pubblicamente le streghe e gli eretici; incluso, ottanta anni prima, Michele Serveto, uno dei primi studiosi della circolazione del sangue, messo al rogo dai calvinisti. Ma la tendenza a imporre e istituzionalizzare, anche con la violenza e la frode, credenze irrazionali e dannose è rimasta con noi, in forme che hanno perso la vistosità e sono divenute spaventosamente potenti. E non è mutata in chi amministra la giustizia la serva complicità nelle prepotenze criminali di poteri esteri, che allora erano gli spagnoli, mentre oggi sono i poteri forti dell’economia coi loro bracci politici, come gli USA, la UE, la NATO.

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Immagine iniziale. Curva di Gauss della variazione dell’altezza in un campione di 2193 bambine di 8 anni. Da: Valabrega E. Contando e ricontando. Avviamento al calcolo delle probabilità. Loescher, 1980; ripreso da Le scienze, Larousse, 1934.

Parti precedenti:

Sovradiagnosi I. Come la medicina nuoce.  http://menici60d15.wordpress.com/2012/04/12/sovradiagnosi-i-come-la-medicina-nuoce/

Note

[1] Welch H G, Schwartz L M, Woloshin S. Overdiagnosed. Making people sick in the pursuit of health. Beacon Press, 2011.

[2] Rose G. Sick individuals and sick populations. Int J epidemiol, 1985. 14: 32.

[3] Kaplan R M. Disease, diagnoses, and dollars. Facing the ever-expanding market for medical care. Copernicus books, 2009.

[4] Skrabanek P, McCormick J. Follie e inganni della medicina. Marsilio, 1995.

[5] Greene J A. Prescribing by numbers. Drugs and the definition of disease. Johns Hopkins university press, 2007.

[6] Kawachi I, Conrad P. Medicalization and the pharmacological treatment of blood pressure. In: David P, ed. Contested grounds. Public purpose and private interest in the regulation of prescription drugs. Oxford university press, 1986.

[7] Il salasso ieri e oggi. La sinergia tra malattia e terapia. http://menici60d15.wordpress.com/2012/01/15/il-salasso-ieri-e-oggi-la-sinergia-tra-malattia-e-terapia/

[8] Kaplan N M. Kaplan’s clinical hypertension. Ninth edition. Edizione italiana. Lippincott, Williams & Wilkins, 2007.

[9] Kaplan R M, Ong M. Rationale and public health implications of changing CHD risk factors definitions. Annu Rev Public Health, 2007. 28: 321.

[10] Greenberg G. Psychosocial factors and Hypertension. Br Med J, 1988. 296: 591.

[11] Sovranità sanitaria. In : Appello al popolo. http://www.appelloalpopolo.it/?p=5626

[12] Petursson et al. Current european guidelines for management of  hypertension: are they adequate for use in primary care? Modelling study based on the Norvegian HUNT2 population. BMC Fam Pract, 2009. 10:70

[13] Krawitz R L et al. Evidence-based medicine, heterogeneity of treatment effects, and the trouble with averages. Milbank Q, 2004. 82: 661.

Sovradiagnosi I. Come la medicina nuoce

12 aprile 2012

Non basta dire che, essendo il cancro maligno, occorre chiamare cancro ogni altra formazione maligna: sarebbe questo un circolo vizioso [...] Si deve determinare [...] l’istologia e la fisiologia dei tumori. […] Purtroppo tutto ciò non è facile

R. Virchow, 1858

Il test [del PSA per il cancro alla prostata] vale poco più che fare testa o croce

R. J. Ablin, co-scopritore del PSA. In: The great prostate mistake. New York times, 10 mar 2010

 

 

Il cancro purtroppo esiste, e fa paura. Ma nella nostra società sulla paura del cancro si innesta indisturbato un fenomeno di sciacallaggio. Così come le famiglie dei rapiti sono esposte a richieste di riscatto da parte di falsi rapitori, che vogliono sfruttare il loro stato di debolezza, chi ha il cancro, o teme di poterlo contrarre, deve fronteggiare non uno ma due pericoli: quello della malattia biologica e quello dei suoi simili disposti a sfruttare il suo stato di paura e di ricerca di aiuto. Uno sciacallaggio che può prendere un’ampia varietà di forme, ed è istituzionalizzato, come mostra il caso delle sovradiagnosi di cancro. Ciò vale anche per altre malattie, che l’attuale medicina tende a sfruttare economicamente prima che a curare.

Questo è il primo di una serie di articoli che riportano e commentano, integrandoli con aggiunte personali, i capitoli del libro “Sovradiagnosticati. Fare ammalare le persone nel perseguire la salute” di Welch, Schwartz e Woloshin [1]. La sovradiagnosi è diagnosticare una condizione morbosa attribuendole una gravità che non ha. La condizione falsamente rappresentata come molto più grave o potenzialmente più grave di quanto non sia realmente è in genere, anche se non sempre, reale: la sovradiagnosi è un’esagerazione interpretativa truffaldina; che come si può immaginare è a scopo di lucro. Si traduce in un danno per il paziente provocando ansie e paure, perdite economiche e cure inutili e spesso dannose, fino a configurare forme di lesioni gravissime e di omicidio. Può riguardare moltissime malattie, anche conclamate, ma assume aspetti epidemici nelle diagnosi precoci su soggetti asintomatici o con sintomi lievi o vaghi, eseguite per iniziativa individuale oppure nei programmi pianificati di screening di massa, in particolare di quelli per i tumori; dove vengono diagnosticate malattie, anche molto gravi, non in seguito alla richiesta della singola  persona già sofferente per una causa organica da definire, ma su soggetti sani.

Al lettore verrà alla mente il caso della casa di cura S. Rita. Ma lì le diagnosi erano falsificate grossolanamente, per una impostura personale di alcuni medici che, se non sono gli unici a praticare questo genere di medicina, non sono però rappresentativi della categoria. Il problema delle sovradiagnosi è legato al loro essere strutturali, cioè incorporate nella dottrina, e applicate legalmente e con tutti gli onori come routine nella prassi quotidiana, tramite sofisticate manipolazioni e una massiccia propaganda. L’operato di Brega Massone, Pansera Marco e gli altri sta alle sovradiagnosi di massa come un pusher che fa la cresta sulla merce tagliandola eccessivamente sta al traffico internazionale di droga [2]. Come dirò, le forze di polizia e la magistratura non combattono ma favoriscono illeciti come le sovradiagnosi strutturali, che non sono gli illeciti di balordi indisciplinati, ma espressione mainstream della medicina delle multinazionali e dei banchieri.

Il tema in Italia finora fa parte del proibito, di ciò di cui non si deve parlare al grande pubblico [3]. I programmi di screening, spesso appoggiati dallo Stato, in Italia e in altri paesi europei nascondono agli utenti quello che è il loro principale effetto avverso, la sovradiagnosi e il conseguente sovratrattamento. In USA, dove del resto il problema è ancora più grave, invece se ne parla. Su media che fanno opinione come il New York times e Newsweek sono comparsi diversi articoli “eye-opener”. Si sta considerando di avvisare anche formalmente gli utenti, introducendo quella liberatoria chiamata “consenso informato” anche per gli screening, scaricando così sull’utente la responsabilità, ma comunque inducendo almeno i più accorti a considerare di non sottoporsi ad alcuni esami. In USA il tema è stato fatto emergere per vari motivi, il principale dei quali è che in corso una manovra di frenata della spesa sanitaria. Lì, dove il sistema è disegnato per fare aumentare i costi, la spesa sanitaria sta divenendo un problema, e un po’ di marketing negativo mediante qualche spiffero di verità sulle sovradiagnosi, che sono un formidabile moltiplicatore, capace di incrementare capitoli di spesa per decine e centinaia di volte, può aiutare a rallentarne la crescita; senza certo fermare un volano che ha l’inerzia dei convincimenti di tipo religioso sulla medicina, e quella di alcuni trillions di dollari di PIL all’anno (un trillion sono mille miliardi). La spesa sanitaria USA ha raggiunto il 17.3% del PIL nel 2009 e si prevede che sarà del 19.3% nel 2019; se l’esuberanza del suo tasso di crescita, che è oggi intorno al 5% annuo, non verrà placata, la spesa secondo alcuni osservatori raggiungerebbe il 25% nel 2025.

Questo può spiegare perché il Chief medical officer dell’American cancer society, la principale fomentatrice della iatrogenesi in oncologia mediante quelle sovradiagnosi che calpestano il “primum non nocere”,  abbia pubblicato un libro gesuiticamente intitolato “How we do harm” “Come nuociamo” [4]. L’autore, Brawley, che mette in epigrafe una poesia di s. Ignazio di Loyola, e nel dilungarsi sulla sua ammirazione per i gesuiti raccontata come a scuola i gesuiti gli abbiano insegnato a chiamare “shit” la shit, fa vedere un pochino dello sterco dell’oncologia, stando attento a non mostrarne troppo; e fa anche, tra tanta retorica, qualche critica tecnica di notevole peso. Appare piuttosto che i gesuiti gli abbiano insegnato a camminare sul filo, per mettersi alla testa della denuncia delle gravi colpe dello stesso sistema che lo annovera tra gli appartenenti all’alto clero. Forse le confessioni involontarie, prima di quelle dei peccati ammessi come a imitazione di sant’Agostino, sono i passi più interessanti del libro. In Italia, che è spesso indietro di 5-15 anni,  il clero e i cattolici sono all’avanguardia nella produzione di quel lucroso materiale imbrattato di sangue sul quale oggi in USA si piangono lacrime di coccodrillo, pie o laiche.

Anche se forse questa, in USA ma per ora non da noi, è proprio la volontà di chi comanda, è utile diffondere il concetto di sovradiagnosi, che è tra i fattori maggiori di degenerazione della medicina. Il concetto è necessario sul piano politico: la vicinanza sul piano tecnico col modello USA di medicina, già stretta, sta aumentando, e vi è da noi chi auspica che si vada verso il modello USA di espansione della spesa sanitaria anche sul piano delle scelte politico-economiche [5]. La sovradiagnosi è uno dei modi principali di ottenere questo obiettivo. Purtroppo, anche se non dovrebbe mai, mai, essere così, perché ci si dovrebbe poter fidare della medicina, è necessario sapere del problema anche a livello personale, per meglio tutelare la salute della propria famiglia dai trabocchetti della medicina.

L’argomento oltre che vasto è intricato, derivando dalla commistione di due complessità tra loro eterogenee: la sovradiagnosi istituzionalizzata è il risultato di un impasto di alta tecnologia e pulsioni psicologhe primitive, opportunamente stimolate. Una mistura infernale di scienza sofisticata, ma distorta e manipolata in modo da combinarsi con alta affinità con un oscurantismo sostenuto dalla propaganda, che eccita gli eterni sentimenti e paure primordiali sulla salute. Il libro di Welch et al. consente un approccio relativamente semplificato al tema. L’autore principale, ricercatore al Dartmouth college, ha competenze sia cliniche che epidemiologiche, e ha fatto “a hell of a job” nel contestualizzare la sovradiagnosi nella realtà clinica e nel definirla in termini quantitativi sul piano epidemiologico. Glissa, e a volte è omissivo, sulle conseguenze iatrogene e sulla manipolazione ad hoc della dottrina fisiopatologica; pur descrivendo il movente economico, tende a scusare per quanto può le responsabilità morali dei medici, attribuendole in parte a fiducia in buona fede in ciò che prescrivono (nonostante studi abbiano mostrato che quando si indebolisce il “profit motive”, come la copertura di Medicare, calano come per incanto anche le prescrizioni inappropriate e nocive, emesse in scienza e coscienza, come quelle per il cancro alla prostata [4]). Del resto, considerate oggettivamente, le responsabilità sarebbero al livello di crimini contro l’umanità, e coinvolgerebbero una quantità di intoccabili del mondo economico e politico. Welch è comunque un autore che resta nell’ortodossia ufficiale, affiliato a un’istituzione il cui presidente di recente è stato messo a capo della Banca mondiale. Forse vuole anche evitare di essere sbranato dai colleghi, e di essere censurato dai poteri medici superiori, mostrando loro che anzi si è limitato. Ma in ogni caso il libro, che si sforza, riuscendoci, di rendere chiaro un soggetto un po’ complicato e soprattutto contrario al senso comune, ci offre la possibilità di comprendere un tema fondamentale, proibito in Italia.

Comincio dal considerare il capitolo su quello che è considerato come il caso più netto e chiaro di sovradiagnosi: lo screening per il cancro alla prostata.

 

La bolla del cancro della prostata

- Lo psichiatra: perché agita le braccia?

- Il paziente: per tenere lontano gli elefanti.

- Lo psichiatra: ma non ci sono elefanti qui.

- Il paziente: appunto, funziona.

Incredibilmente, in sei anni, dal 1986 al 1992, in concomitanza con l’introduzione dello screening per il cancro della prostata con il PSA, il tasso di diagnosi di cancro della prostata in USA è quasi raddoppiato. Il picco è stato preceduto da un aumento, cominciato nel 1975, legato all’esame istologico dei frammenti di prostata da resezione endouretrale per ipeplasia prostatica; ad esso è seguito un certo calo, ma con un tasso sempre superiore del 50% a quello pre-1975.

Il problema del presagire un male futuro per poi affermare di averlo evitato con un proprio intervento, dalle misure contro gli elefanti del paziente della barzelletta alle predizioni di cancro e relative cure alle predizioni e i relativi sortilegi delle fattucchiere, è che genera controfattuali: se non avviene niente l’oncologo o la maga possono dire che la loro azione ha salvato il cliente. Questo sul piano individuale; la singola persona diagnosticata come affetta da tumore difficilmente metterà in dubbio una simile diagnosi; e se anche lo facesse non saprà riconoscere, se non dispone di competenze specialistiche – che in alcuni casi non sono comunque sufficienti a dare una risposta certa – se aveva davvero un cancro. La sovradiagnosi si rivela sul piano epidemiologico, dove, scrive Welch, se il tasso di diagnosi positive per un tipo di cancro nella popolazione aumenta, e se si tratta davvero di cancro, aumenterà con una buona correlazione anche il tasso di mortalità per quel cancro (fig. 1). Invece la mortalità per il cancro alla prostata è rimasta sostanzialmente stabile, con qualche riduzione attribuibile al miglioramento delle terapie; o anche, paradossalmente, agli effetti iatrogeni delle terapie, che fanno morire il paziente per altre cause, cardiovascolari, prima di quando il cancro della prostata, ammesso che ci fosse, lo avrebbe ucciso [4]; mentre l’incidenza di diagnosi è passata da meno di 100 per centomila nel 1975 a circa 150 per centomila nel 2005, con un picco di oltre 225 per centomila nei primi anni Novanta (fig. 2).

 

Fig. 1 Evidenza epidemiologica di sovradiagnosi secondo Welch.

Fig. 2. USA 1975-2005. L’area scura è data dai cancri della prostata sovradiagnosticati. Welch, cit.

Un fautore dello screening, o anche per il suo campo Wanna Marchi, potrebbero rispondere che se non si vede nulla è perché il danno sarebbe stato maggiore, se non fosse stato sventato appena in tempo, proprio grazie al loro intervento. Ma questa spiegazione “forza la credibilità” commenta Welch. Invece che un fattore – la sovradiagnosi – ne richiede due: autentico incremento nel cancro e miglioramento nelle cure. Inoltre richiede un’ipotesi “eroica”: che l’autentico aumento del carico di cancro, l’introduzione dello screening e il miglioramento delle cure siano avvenuti tutti e tre in perfetta sincronicità. Questa ipotesi tripla è altamente implausibile, mentre come dirò ci sono altri elementi che non lasciano dubbi  che si sia trattato di sovradiagnosi.

Se lo screening fosse solo una diagnosi precoce di cancro autentico, il numero totale di individui diagnosticati sarebbe costante, limitandosi ad accumularsi nei primi anni dell’introduzione dello screening. Con lo screening c’è stato invece un incremento nel numero totale dei cancri della prostata, o meglio delle etichette con questa diagnosi, che Welch stima in un extra di due milioni di persone in USA tra il 1975 e il 2005. I tassi di incidenza sono rimasti elevati. Hanno ammesso che vi è stato un enorme problema di sovradiagnosi le stesse istituzioni Usa preposte. Nel 2008, sulla base di studi clinici, la US Preventive Services Task Force ha raccomandato contro lo screening sui sani per il cancro della prostata, ammettendo che il test sul quale si basa, il dosaggio del PSA, risulta in una riduzione della mortalità piccola o nulla ed è associato a danni; l’American cancer society ha ammesso a posteriori che “la ricerca non ha ancora provato che i potenziali benefici dello screening superano i danni del test e del trattamento” invitando a limitare lo screening ai soli pazienti sintomatici e con più di 10 anni di aspettativa di vita.

In Italia, già nel 1996 un documento di consenso sugli screening del CNR e della AIRC affermava che allo stato non era “lecito né etico realizzare lo screening” per il cancro della prostata. Ma al 2011, quando la non eticità e la non liceità sono risultate ancora più chiare, il nostro ministero della salute propone un test annuale del PSA dopo i 50 anni. Da noi il test ematico di screening a volte viene inserito di routine nei comuni esami del sangue, senza chiedere il consenso del paziente, e non informandolo preventivamente dei pesanti rischi del test. Sulle “problematiche” etiche, deontologiche, giuridiche e politiche di queste politiche e prassi, i nostri tanti bioeticisti, così facondi sui media, muti come pesci sono. I dati ISTAT riportano un quasi raddoppio dell’incidenza delle diagnosi di cancro della prostata tra il 1998 e il 2002. La situazione italiana [6] è un’importazione di quella USA. Ma noi non ce ne preoccupiamo, concentrati a osservare e commentare le vicissitudini mondane delle ghiandole sessuali di Berlusconi anziché pensare a salvare le nostre  [7].

Una diagnosi di cancro su una persona sana non è uno scherzo. Provoca danni gravi, e lesioni che possono arrivare a essere mortali. L’efficacia delle terapie precoci, che viene data per scontata nella mistica degli screening, dovrebbe invece essere la prima questione scientifica da accertare in questo campo, nota Brawley. Welch concede che alcuni tra i pazienti possano avere beneficiato dello screening per il cancro della prostata, anche se su questo non ci sono dati certi, e le istituzioni accreditate ammettono che i benefici potrebbero essere nulli anche per una fortunata minoranza di pazienti; ma calcola che per ogni paziente che ne ha beneficiato, non si sa in che misura, da trenta a cento sicuramente hanno sofferto le conseguenze di una falsa diagnosi di cancro della prostata: le conseguenze psicologiche e sociali della diagnosi, e le pesanti conseguenze fisiche delle cure. Uno studio di coorte ha mostrato che dopo una diagnosi di cancro della prostata i rischi relativi di suicidio e di attacco cardiaco mortale nel primo anno dopo la diagnosi raddoppiano, con un picco di rispettivamente 8 e 11 volte nella prima settimana dopo la diagnosi. Un giornalista del New York times, scrivendo della sua esperienza personale, ha commentato “ è più difficile scrivere del peso della depressione che del cancro della prostata in sé e delle indegnità fisiche che ne conseguono”.

La biopsia prostatica è dolorosa e comporta un certo rischio di sanguinamento e infezioni gravi. Le terapie in Italia tendono ad essere meno “aggressive” che in USA, ma non troppo. La sovradiagnosi ha portato nella maggior parte dei casi all’asportazione chirurgica della prostata e alla radioterapia. Dalla terapia derivano molto spesso impotenza, incontinenza urinaria, altri penosi disturbi alla defecazione. Se le cose si mettono male, la terapia può causare ulteriori complicanze, come la creazione di fistole tra il retto e la vescica, che porteranno a una colostomia e a una ureterostomia, così che le feci e le urine verranno emesse in sacche mediante tragitti che passano la parete addominale. A ciò si può aggiungere il sovratrattamento: venire curati con terapie più pesanti, pensate per il cancro avanzato [4]; blocco della produzione di ormoni maschili mediante farmaci, se non mediante asportazione chirurgica dei testicoli, con complicanze come fratture ossee, attacchi cardiaci, ictus. I milioni di false diagnosi, in USA e negli altri paesi occidentali, inclusa l’Italia, hanno avuto conseguenze inimmaginabili.

Le sovradiagnosi generano un forte spreco di risorse che poi mancano per interventi più utili ai malati. Distorcono la pratica medica e il mercato; in USA gli screening per il cancro della prostata vengono utilizzati per attrarre pazienti per ammortizzare il costo della chirurgia robotica per il cancro della prostata, che ha macchinari – chiamati “da Vinci” – e spese dell’ordine dei milioni di dollari per singolo centro con vantaggi non più che modesti rispetto alla chirurgia tradizionale. Una conseguenza avversa di questi screening, che viene trascurata, è il loro tendere a soffocare la ricerca di cure migliori. Se il cancro diviene un gigantesco affare diagnosticandolo falsamente con indagini di massa, riuscire a controllarlo nelle sue forme autentiche, che riguardano popolazioni molto più piccole, ridurrebbe i profitti rendendo obsoleti gli screening. Il saggio aforisma  “meglio un’oncia di prevenzione che una libbra di cure” è stato stravolto nella fraudocrazia nella quale viviamo; si è visto che non ottenendo una buona oncia di cure si può guadagnare su diverse libbre di falsa prevenzione.

 

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La prostata è una ghiandola normalmente delle dimensioni di una testa d’aglio, posta alla base della vescica, dove circonda il primo tratto dell’uretra. Contribuisce alla produzione dello sperma. Non è indispensabile alla sopravvivenza. Il cancro della prostata è la seconda causa di morte per cancro tra i maschi in USA, e la terza in Italia. E’ divenuto la neoplasia più frequentemente diagnosticata negli uomini. Il tasso di frequenza è basso fino all’età di 50 anni, per poi crescere fino a raggiungere livelli molto elevati sopra i 75 anni. Metà delle morti avvengono a un’età superiore agli ottanta anni; l’età mediana di morte per questo cancro è attualmente superire all’aspettativa di vita alla nascita. Quindi, il cancro della prostata è annoverato tra i quattro cancri “big killer”, ma causa la morte principalmente in soggetti con bassa aspettativa di vita. La sottopopolazione più esposta alla malattia, quella degli anziani, è anche quella nella quale misure preventive di massa anche se efficaci porterebbero ai minori vantaggi in termini di aspettativa di vita.

Il cancro autentico della prostata si sviluppa più spesso dalle cellule epiteliali dell’organo. Nelle forme aggressive può infiltrare gli organi vicini, la vescica e il retto, e dare metastasi, anche metastasi localizzate alle ossa, particolarmente dolorose. Si considera in genere, come fa anche Welch, che vi siano forme neoplastiche poco aggressive, molto più frequenti, che crescono così lentamente che restano asintomatiche e la persona muore per altre cause. Le sovradiagnosi deriverebbero dal reperire e trattare questi cancri a bassa aggressività. Questa rappresentazione può essere in parte vera, ma è incompleta e fuorviante.

 

L’assist e il bomber. O l’ubriaco e il paranoico

Vediamo ora i meccanismi che hanno permesso le sovradiagnosi di cancro della prostata; sono molto diversi dalle rozze invenzioni dei chirurghi della S. Rita. Le sovradiagnosi istituzionalizzate di cancro della prostata si basano su un meccanismo a due stadi: c’è un assist, il test del PSA, che passa la palla al bomber, la diagnosi bioptica, che va a segnare. Cominciamo dal bomber. Le sovradiagnosi predittive puntano a fare numero: a diagnosticare come malati il maggior numero possibile di soggetti. Lo fanno, per gli screening oncologici, sfruttando alcune variazioni biologiche comuni, molto più comuni del cancro autentico, che si sviluppano con frequenza elevata in alcuni organi e possono essere fatte passare per cancro. La prostata è tra gli organi che offrono questa opportunità commerciale. Con l’età tende a ingrossarsi, dando luogo a ostruzioni dell’uretra e quindi a difficoltà della minzione. Si tratta dell’iperplasia prosaica benigna, una condizione così comune che c’è chi, a ragione, sostiene che vada considerata come una manifestazione normale, anche se indesiderabile, dell’invecchiamento piuttosto che come una malattia. Oltre, e spesso insieme, a questa iperplasia, si verificano con l’età nell’organo una varietà di modificazioni microscopiche, che al microscopio assomigliano a quelle del cancro conclamato; e pertanto, seguendo e portando al parossismo un antico e anacronistico accademismo, che è una forma della comune fallacia dell’affermazione del conseguente, le si chiama cancro; essenzialmente sulla base del loro aspetto.

Da “se A (cancro autentico) allora B (quadro istologico x)”, si inferisce erroneamente “Se B allora A”, che può essere vero ma non è necessariamente vero. Inferire A da B è possibile, soprattutto su lesioni che hanno dato manifestazioni macroscopiche di sé, ed è estremamente utile quando ciò è possibile; ma non sempre ciò è possibile, soprattutto quando si cerca di farlo su modificazioni minime, precocissime e silenti. In soggetti con cancro conclamato della prostata il tessuto neoplastico avrà al microscopio una certa apparenza x; se ne deduce abusivamente, o sulla base di studi di validazione insufficienti, quando non compiacenti, che se si trovano focolai microscopici di aspetto x, o anche solo riconducibile a x, allora il paziente ha il cancro.

Non era questo che voleva fare Virchow, uno dei fondatori della moderna diagnostica istologica dei tumori, che studiava l’anatomia microscopica dei tumori nelle autopsie di pazienti morti per cancro. Virchow, grande scienziato, e politico progressista che diede un notevole impulso alla difesa della salute pubblica, a quanto scrive (v. epigrafe) sembra avesse intuito il pericolo insito nel nuovo paradigma che andava creando. Sembrerebbe che riguardo a questo concetto preliminare forse aveva maggiore sensibilità lui, che esplorava coi mezzi di allora territori ancora vergini, che i suoi successori di 150 anni dopo, che con tutte le conoscenze accumulate e la tecnologia avanzata, e i danni ai pazienti che sono derivati su larga scala dalla fallacia, non mostrano questa consapevolezza; se non in negativo, per impedire che questo nodo, alla base della loro professione, venga esplicitamente affrontato e risolto. Virchow non poteva immaginare che il paralogismo avrebbe attecchito e si sarebbe ingigantito fino a divenire parte dell’ossatura economica del mondo civile.

Queste modificazioni che sembrano cancro non si comportano come cancro, e nella stragrande maggioranza dei soggetti sono irrilevanti, venendo portate fino alla morte, come una tra la moltitudine di parti che compongono il nostro corpo e delle quali non sappiamo l’esistenza. A meno che non le si vada a cercare e le si proclami “cancro”. La loro frequenza è comparabile a quella della iperplasia prostatica; anzi appare essere anche maggiore di quella dell’iperplasia prostatica nelle classi più giovani: studi su autopsie di soggetti morti per altre cause hanno mostrato che la frequenza cresce con  l’età, passando da un 30% tra i 30 e 40 anni fino a superare l’80% tra i 70 e i 79 anni, il gruppo nel quale è relativamente elevata anche l’incidenza di cancro autentico. Il trucco sta nel chiamare cancro e trattare come tali queste modificazioni.

Volendo, in questo modo si potrebbe ottenere un’epidemia di cancro, falsa, tra i ventenni, tra i quali modificazioni che vengono definite come forme neoplastiche iniziali sono state trovate in uno studio nell’8% delle prostate di soggetti morti per incidente. In uno suo studio, Welch ha mostrato che con l’introduzione dello screening col PSA ha moltiplicato per 7 il numero di diagnosi di cancro della prostata nei soggetti sotto 50 anni; il cancro della prostata in questa classe d’età secondo le statistiche è aumentato di sette volte. Dalla dottrina ufficiale e da ciò che viene raccontato al pubblico consegue l’assurdità che esisterebbe una classe di tumori che da un lato insorgono con elevatissima frequenza e per di più in soggetti giovani, ma che dall’altro lato non danno mai segno di sé, fino a che i soggetti non muoiono per altre cause, spesso di vecchiaia. La rappresentazione più semplice e razionale di un tale fenomeno è che questo sottotipo di cancro della prostata non è cancro, per lo meno ai fini pratici, e pertanto non andrebbe chiamato cancro nella clinica.

Queste modificazioni microscopiche e asintomatiche sono multicentriche,  cioè si sviluppano contemporaneamente in più zone della ghiandola, come è tipico delle varianti parafisiologiche e delle forme degenerative; il cancro autentico invece, che ha origine monoclonale, derivando da una singola cellula, si sviluppa in un unico nodulo, che solo in un secondo tempo replica sé stesso, quando dà metastasi. La multicentricità, invece di costituire un’ulteriore ragione per rivedere la denominazione e classificazione di questi reperti, è stata sfruttata per la sovradiagnosi. Mentre per gli altri tumori si fa la biopsia mirata ad un nodulo o una massa per verificare al microscopio la sua natura, per il carcinoma occulto della prostata, non essendoci un nodulo sospetto (in un organo che spesso è già bozzoluto per l’iperplasia benigna) si eseguono biopsie multiple campionando l’organo; riuscendo così a pescare una di quelle aree che si prestano a venire etichettate come cancro. Studi hanno mostrato che più biopsie per paziente si prendono, più diagnosi di cancro si fanno. Portando il numero delle biopsie a 32-38 per paziente si è arrivati a ottenere una diagnosi di cancro ogni sette soggetti.

L’assist è dato dal test per il PSA. Nello screening le biopsie sono prescritte sulla base di una positività al test per il PSA, prostate specific antigen. Il PSA è un enzima che liquefà lo sperma dopo l’eiaculazione, per facilitare la motilità degli spermatozoi. Aumenta nel sangue in presenza di cancro autentico della prostata, e quindi si è pensato, anche qui con una classica fallacia dell’affermazione del conseguente, di dosarlo nel sangue considerandolo come un indicatore di possibile presenza di cancro iniziale della prostata. Come indicatore a questo scopo è pessimo: il suo livello ematico può aumentare per patologie non neoplastiche, inclusa la comune iperplasia benigna, e invece rimanere basso in presenza di cancro della prostata. Non è specifico non solo per il cancro, ma neppure per la prostata. E’ ciò che serviva per convogliare verso la biopsia non mirata, della cui affidabilità si è già detto. Così si è deciso, arbitrariamente, che livelli ematici superiori a 4 miliardesimi di grammo per millilitro sono un campanello di allarme (soglia che a volte viene ulteriormente abbassata); tali livelli sono presenti nel 5% della popolazione sopra i 65 anni: il test crea un vastissimo portafoglio clienti. Ci sono imprese commerciali che vantano il PSA come un test col 70% di falsi positivi, ed eseguito 45 milioni di volte all’anno nel mondo. Usare su milioni di persone un test sofisticato ma ubriaco, che è costante nel prendere fischi per fiaschi, per convogliare verso un esame di diagnosi istologica che ha tassi paranoici di positività per cancro, segue evidentemente una logica che non è quella della buona qualità delle cure, per non parlare della logica della scienza o di quella dell’etica.

Così come uno degli scopritori del PSA ha preso le distanze dal suo uso (v. epigrafe), anche Gleason, il patologo che negli anni Sessanta formulò con uno studio di correlazione anatomo-clinica il più usato sistema di gradazione istologica del carcinoma della prostata, in seguito rimaneggiato, propose poi, dopo il silenzioso disastro delle sovradiagnosi, di rinominare “adenosi”, termine che evita connotazioni allarmanti, le forme da lui precedentemente classificate come cancro a bassa e media aggressività. Ma non fu ascoltato; la parola fatidica, quella che in USA chiamano “the C word”, “cancro”, oppure “neoplasia” o almeno “atipico” magari con qualificazioni che permettono di usarle ambiguamente, inoculando la paura del cancro ma potendo negare di averlo fatto, “in situ”, “intraepiteliale”, deve essere presente per fare girare la macchina. E si vuole e si ottiene che venga usata sempre di più, mai di meno. La nosografia e la sua nomenclatura “scientifiche” obbediscono a esigenze di marketing, anche quanto sono opposte agli interessi e diritti dei cittadini su un bene come la salute.

Questa è una ricostruzione ridotta e semplificata della frode. Ci sarebbe molto altro da dire su argomenti come le manipolazioni dottrinali della diagnosi istologica del cancro, i possibili effetti causali di sostanze con azione ormonale, la propaganda mediatica, il ruolo attivo dei truffati nella truffa [8], le complicità istituzionali, la censura e la disinformazione gestite da forze di polizia e magistratura in obbedienza a poteri forti internazionali [9] per favorire l’introduzione e il mantenimento nella colonia italica di queste frodi mediche sanguinarie, che sono allo stesso tempo settori industriali, economici e finanziari strategici [10]. Ma quanto esposto può bastare per farsi un’idea di come, quanto facilmente, e quanto spesso, avviene che con la sovradiagnosi una persona in buona salute venga ridotta a un impotente col pannolone e con sulla testa la spada di Damocle della ricorrenza di un cancro, in realtà fantomatico. E può portare a interrogarsi, al di là del caso del cancro, sul peso dello sciacallaggio nel sistema socioeconomico in cui viviamo; e a chiedersi se tale costume sia maggiormente tipico del volgo, dell’inclita, o se non sia piuttosto un tratto trasversale, che sotto sembianze diverse accomuna tanti, dai medici che praticano questa medicina e i loro complici di altre corporazioni agli strati moralmente infimi della società; da coloro che godono della nomea di benefattori dell’umanità e di paladini della giustizia, a quelli che sono riconosciuti come brutta gente.

http://menici60d15.wordpress.com/

Note

  1. Welch H G, Schwartz L M, Woloshin S. Overdiagnosis. Making people sick in the pursuit of health. Beacon press, 2011.
  2. Voler guarire senza essere malati. http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/30/voler-guarire-senza-essere-malati/
  3. Giancarlo Caselli i NOTAV: il Negativo e il Proibito. http://menici60d15.wordpress.com/2012/02/23/giancarlo-caselli-e-i-no-tav-il-negativo-e-il-proibito/. L’articolo considera tra l’altro l’affermazione di G. Caselli che la magistratura sarebbe intervenuta chirurgicamente su una sanità sana in un caso di tangenti sui pannoloni. Questo è tipico della nostra magistratura, che attacca quelle che ho chiamato frodi di secondo grado, ma rispetta – e protegge – le frodi strutturali di primo grado sulle quali quelle di secondo grado si basano, chiamando “sano” ciò che è marcio; le frodi che hanno portato Brawley [4] a scrivere che “lo screening del cancro della prostata e il trattamento aggressivo forse salvano vite, ma di sicuro fanno vendere [legalmente] pannoloni” commentando la partecipazione di un’industria di pannoloni al finanziamento di un’associazione che propaganda lo screening con pratiche scorrette e disinformative.
  4. Brawley O W. How we do harm. A doctor breaks ranks about being sick in America. St. Martin’s Press 2011. (L’immagine del caduceo che proietta l’ombra del dollaro è presa dalla copertina).
  5. La medicina come rimedio ai limiti della crescita economica. http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/15/la-medicina-come-rimedio-ai-limiti-della-crescita-economica/
  6. Tombesi M. Il PSA avanza, ma il tumore non recede. Occhio clinico, apr 2007.
  7. Il mediatico e l’extramediatico. Il caso delle ghiandole sessuali maschili. http://menici60d15.wordpress.com/2009/05/13/il-mediatico-e-lextramediatico-il-caso-delle-ghiandole-sessuali-maschili/
  8. Dittatura a stampo e medicina. http://menici60d15.wordpress.com/2012/01/23/dittatura-a-stampo-e-medicina/
  9. La corruzione ghibellina di polizia e magistratura. http://menici60d15.wordpress.com/2012/03/24/la-corruzione-ghibellina-di-magistratura-e-polizia/
  10. D’Andrea S. I settori industriali strategici. Appello al popolo 31 mar 2012.

Aids: negazionisti vs non-riproducibilisti

26 gennaio 2012

Blog de Il Fatto

Commento al posti di A. Bellelli “Aids, l’epidemia che esiste” del 26 gen 2011

Postato su questo sito il 21 feb 2012 causa boicottaggio Telecom

Ho acquistato online (pur essendo un medico, la frequentazione delle biblioteche biomediche mi è di fatto interdetta da molestie e boicottaggi) l’articolo di Lohse et al (Annals of internal medicine, 2007, 146: 87) che secondo il prof. Bellelli dimostra la validità del principio che l’AIDS è causato dall’HIV. L’articolo non contiene alcun dato che consenta tale inferenza; infatti gli autori si astengono dal trarla. Al contrario, nella discussione dei risultati gli autori ammettono che la minore aspettativa di vita che, nel loro studio, risulta in coloro ai quali è stata attribuita una positività per l’HIV, può derivare da altri fattori, costituendo queste persone un gruppo esposto a maggiori fattori di rischio della popolazione generale. Lohse et al riconoscono esplicitamene che attribuire l’eccesso di mortalità all’HIV può essere una “overestimation” dovuta a tale fattore confondente.

Né gli autori, pur desiderosi di riconoscersi nell’ortodossia, si macchiano dell’affermazione che la riduzione di mortalità provocata dalle nuove terapie è una prova che l’HIV causa l’AIDS; consapevoli che così dicendo considererebbero dei farmaci altamente tossici, quelli delle prime terapie per l’AIDS, come controllo della prova ex adiuvantibus.

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Autori, Titolo, Rivista, Anno, Volume, Pagina.

Prof. Bellelli, forse è meglio che sia lei a rileggere quanto ha scritto. Appare che lei affermi e neghi le stesse asserzioni. E che adotti una forma imprecisa e ambigua che favorisce ciò; ad esempio, lei scrive “relazione Hiv-Aids” ma evita di dire, come invece dovrebbe visto che è ciò di cui sta parlando ai lettori, considerandolo un dato indiscutibile, “relazione causale Hiv-Aids”. Questo mi ricorda quel classico studio epidemiologico che trovò una strettissima correlazione positiva tra frequenza di nidi di cicogne e tasso di natalità tra le città di un paese del Nord Europa; mentre non ci sono studi che mostrino che tale fortissima relazione tra presenza di cicogne e nascite sia causale. Il fattore confondente era il benessere economico, che oltre che un incremento delle nascite portava a un maggior utilizzo dei riscaldamenti, e quindi favoriva la nidificazione.

E’ anche curioso che un professore di biochimica medica porti come prova di un’etiologia virale studi epidemiologici (interpretati arbitrariamente) anziché studi di laboratorio. Io non sostengo nulla; le dico solo “show me”: l’onere della prova è su chi afferma. Mi pare che lei sostenga che l’AIDS è causato dall’HIV. Se non è, come ora anche lei mi pare ammetta, la pubblicazione che lei ha citato a provarlo, la cosa più semplice, e anche quella doverosa, è che lei indichi per favore la pubblicazione o le pubblicazioni che riportano la prova di ciò: Autori, Titolo, Rivista, Anno, Volume, Pagina.

Grazie per l’invito nella biblioteca dell’istituto che dirige. Ne approfitterei se fossi a Roma anziché a Brescia, dove hanno metodi più spicci per acquisire meriti presso le multinazionali.

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Usare come prova ciò che poi si chiama “conferma” costituisce un petizione di principio. Se si ammette di non avere certezze non bisognerebbe trattare come visioni importune o pericolose le ipotesi alternative avanzate da numerosi scienziati accreditati. E il principio che bisogna provare ciò che si afferma vale anche per l’asserto che l’ipotesi Hiv-Aids sarebbe la più forte sul piano scientifico. Questa è una versione estrema del proclamare a priori un’ipotesi come la più forte e su questa base escludere le altre; i sociologi della scienza chiamano questa forma di profezia che si autoavvera “Effetto San Matteo”.

Neanch’io desidero continuare la discussione, perché mi sembra di ricevere la risposte che in “Totò Peppino e la Malafemmina” i fratelli Capone davano a Mezzacapo dopo averlo invitato a chiedere un risarcimento per il danno subito. E’ interessante che nella scenetta Totò, Peppino e Mezzacapo mentre parlano girano attorno a un tavolo; in un girotondo che ricorda il circulus in probando del prof. Bellelli e di tanti altri.

Dittatura a stampo e medicina

23 gennaio 2012

Blog Appello al popolo

Pubblicato col titolo “Sovranità sanitaria”

Postato su questo sito il 16 feb 2012 causa boicottaggio Telecom

I tempi mostrano come la democrazia possa degenerare in una “dittatura a stampo”: una forma di governo dove da un lato la democrazia politica è di facciata, e gli interessi reali del popolo sono violati, ma d’altro canto il potere conserva un consenso popolare imponendosi il vincolo di adattarsi allo “stampo” degli istinti profondi e degli umori del popolo; conformando ad esso la propria signoria invece di forzarla, e cercando semmai di farlo divenire per quanto possibile complementare al proprio volere tramite la manipolazione ideologica e mediatica. La medicina, alla quale ci si affida come un tempo alla religione, è uno dei campi dove la dittatura a stampo, efficace in sé oltre che adatta al governo dei mercanti, ha potuto maggiormente calzare, plasmare e quindi sfruttare la volontà popolare. In aderenza alle pulsioni e credenze del pubblico in tema di salute, opportunamente stimolate e pilotate, la medicina è stata trasformata in uno dei maggiori settori dell’imprenditoria liberista; un settore parassitario dove la Domanda è facilmente regolata da un’Offerta senza scrupoli, e sul quale si è sovrapposta l’economia fittizia della speculazione finanziaria.

Noti economisti auspicano che la quota sanità del PIL salga al 20%; ciò è ottenibile, ma sarebbe una disgrazia, perché già oggi per far diventare la medicina un motore di crescita economica la si è gravemente inquinata con deviazioni e con pratiche fraudolente; così che non fornisce ciò che potrebbe dare mentre storna risorse e crea danni iatrogeni. Ad esempio, la “prevenzione” oggi non consiste nell’assicurare un ambiente salubre, condizioni di vita equilibrate e cibi genuini, alla luce delle conoscenze biomediche; ma in trattamenti medici di massa ai sani mediante costosi programmi di screening, l’inutilità e la dannosità dei quali sta venendo riconosciuta in diversi casi anche in sedi ufficiali. Si favorisce la cronicizzazione delle malattie, per trasformarle in rendite assicurando il maggior consumo di costose scatolette di farmaci proclamati efficaci, e si lascia alle famiglie la gran parte di carichi sanitari essenziali come le cure odontoiatriche e l’assistenza ai non autosufficienti. E’ anche possibile che, ridotta la democrazia reale al lumicino, i futuri sviluppi, che potrebbero includere una maggiore privatizzazione della sanità, si avvalgano di forme più tradizionali di autoritarismo, per giungere allo “Stato terapeutico” preconizzato da alcuni commentatori. I meccanismi coi quali il potere ottiene ciò sono oscurati da fattori psicologici e tecnici, potenziati dalla propaganda e dalla censura; ma gli effetti negativi sono percepiti da una quota crescente di cittadinanza.

Le forze liberiste nel perseguire lo sfruttamento della medicina si sono poste il problema di geometria istituzionale: “volendo impossessarci del governo della medicina, come massimizzare la sua distanza dai due centri naturali di controllo democratico, lo Stato e il territorio ?”. Lo hanno risolto ottenendo dai politici la sovraordinazione della UE allo Stato e la devoluzione della sanità alle Regioni. La UE considera apertamente la medicina come un settore economico strategico, la cui tutela consente deroghe ai diritti fondamentali; spodesta un governo centrale occupato da politici “cùpidi di servilismo”. Le Regioni, ricettacolo di corrotti, traducono in interventi legislativi e amministrativi gli interessi dei poteri forti della sanità a livello locale. Anche se da solo non è sufficiente, e il servizio pubblico non sempre è superiore all’iniziativa privata, è necessario che sia lo Stato nazionale, al servizio razionale delle necessità e richieste delle realtà locali, a controllare la medicina. Ciò renderà possibile l’intervento più urgente, quello di emancipare i cittadini dalla loro condizione di stampo del potere mediante una corretta informazione; sollecitando in loro il meglio, anziché il peggio come fa la dittatura a stampo; in modo che sappiano ciò che devono pretendere dalla sanità e ciò che non possono chiederle.

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L’inquinamento come capro espiatorio

Grazie Tonguessy. Il post è la copia conforme di una proposta che ho mandato, da esterno, a Stefano D’Andrea per l’atto costitutivo dell’associazione “Sovranità”. E’ quindi succinto, e mette diversa carne al fuoco. In particolare spero che verrà approfondito il concetto della degenerazione della democrazia in “dittatura a stampo”.

La medicina può dare indicazioni fondamentali alla prevenzione: lo studio del mesotelioma e di altre patologie polmonari ha mostrato che occorre evitare di inalare fibre d’amianto. Il tema delle malattie causate dal capitalismo è un tema classico della sinistra, che ha raggiunto il suo apice intorno agli anni Settanta, quando si ascoltavano medici e scienziati di valore come Maccacaro, Tomatis, Lewontin. Poi però il capitalismo è andato avanti: la malattia da epifenomeno del sistema economico è divenuta una sua risorsa, da sfruttare; e da proteggere
http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/23/reati-contro-leconomia/

La sinistra invece è andata indietro: non solo non si è sviluppata e diffusa nei militanti l’analisi del nuovo fenomeno, ma i temi classici di sinistra sono stati prostituiti alla propaganda capitalista. Certo che lo smog fa male a bambini e adulti. Ma all’inquinamento vengono addossate anche le responsabilità dolose della medicina, impresentabili, come le sovradiagnosi; e con questi allarmi si innescano meccanismi che possono portare a un peggioramento della situazione, e a un incremento del business:
http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/

Secondo l’OMS Italia è il paese con maggiore incidenza al mondo di diagnosi di tumore nei bambini. Credo che tale record non sia dovuto tanto a un effetto cancerogeno straordinariamente rapido e potente delle nostre polveri sottili, quanto al ruolo di fattori umani, inclusa la misera abilità nazionale nel cambiare le carte in tavola con un po’ di retorica.

Su sovradiagnosi, sovratrattamenti, iatrogenesi, i pediatri stanno zitti, pur essendo questo un tema che li riguarda direttamente, preferendo puntare l’indice sui tubi di scappamento e le ciminiere. In USA la prevalenza di asma pediatrico è più che raddoppiata in 15 anni, dal 1980 al 1996. Si è poi assestata, sembra, in concomitanza di una variazione nei criteri di definizione nei questionari; ma le visite ambulatoriali – e con esse fatturati, redditi e rendite – hanno continuato a crescere; le visite si sono triplicate nel periodo dal 1989 al 2005. Il trend è comune ai paesi industrializzati.

E’ difficile pensare che lo smog non vi abbia alcun ruolo. Ci sono però altri fattori plausibili – e più facili da controllare che non lo smog – che vengono lasciati in ombra: es. gli allergeni nei prodotti di consumo. E i farmaci: alcuni studi indicano che gli antibiotici nel primo anno di vita, e il paracetamolo, la familiare tachipirina, aumentano nei bambini il rischio di sviluppare l’asma in seguito. Il mercato globale dei farmaci per l’asma ha superato i 15 miliardi di dollari all’anno, e continua a crescere. Gli antiasmatici sono essenzialmente dei sintomatici, i cui effetti iatrogeni impongono spesso altre cure. L’asma è un grosso mercato in crescita; che viene favorito indicando il pericolo di asma ai genitori apprensivi; non c’è invece troppo interesse a fermarlo con strozzature alla fonte, agendo sulle cause evitabili.

Mentre serve da capro espiatorio e da argomento di propaganda per gli aspetti meno presentabili della medicina e del liberismo, l’inquinamento viene a sua volta coperto nelle sue reali responsabilità enfatizzando il ruolo dei “lifestyles”, cioè alla fine dando la colpa alla vittima:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/30/il-pornografico-e-l’osceno/

Riguardo all’acuta osservazione di Marx Groucho sui posteri, l’occuparsi di chi verrà dopo mi pare un principio morale prezioso, che contribuisce a dare senso alla vita, e che, volendo sviluppare una religiosità laica, può prendere il posto della Speranza cattolica e della promessa di vita eterna.

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Blog de Il Fatto

Commento al post di V. Giannella “Bambini malati per lo smog: cercasi volontari ” de 25 gen 2011

Complimenti alla Facoltà di medicina dell’Università di Milano, ai suoi clinici, biostatistici, bioeticisti che insegnano agli studenti a fare ricerca in questo modo. Per una critica dell’assunto che sia nel miglior interesse dei bambini e dei genitori focalizzare l’attenzione sull’inquinamento tra i fattori causali dell’asma, v.:

http://www.appelloalpopolo.it/…

(Blog “Appello al popolo”. Post “Sovranità sanitaria”. Commento n. 2.)

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Blog de Il Fatto

Commento al post di G. Mazzella “L’Europa perde raccolto e salute. Grazie America ” del 16 feb 2012

“Non so più er ghepardo de na vorta”. “Sarà sto buco de l’azoto” (Supercafone, Er piotta, battuta finale).

Su Il Fatto Gian Luca Mazzella si chiede se il record di incidenza di diagnosi di tumori infantili in Italia non sia da attribuire all’inquinamento da eccesso di ozono. E’ prassi attribuire l’aumento di diagnosi di tumori infantili all’inquinamento. Ma ci sono altri fattori antropici, ancor meno confessabili, che non dovrebbero essere nascosti dietro agli allarmi sull’inquinamento:

Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi
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L’inquinamento come capro espiatorio. In: Dittatura a stampo e medicina
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@produttore. Il fatto che l’OMS (la cui credibilità ha ricevuto di recente un duro colpo a seguito della notizia che il suo allarme di pandemia mondiale da virus H1N1 è stato determinato dal pagamento di tangenti da parte delle ditte produttrici di vaccini agli scienziati dell’OMS) includa l’inquinamento tra le varie possibili cause di incremento di diagnosi di tumori infantili non consente di tacere sulle sovradiagnosi di tumore, un’entità ben nota agli addetti – e a chi vuole lucrare sulla medicina – ma tenuta nascosta al pubblico.

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@produttore. “Ripeto, i tumori infantili sono attribuiti proprio all’inquinamento”. L’incremento di diagnosi di tumori infantili è stato giustificato al pubblico attribuendolo all’inquinamento. Si tende a fare passare questa ipotesi per certezza ripetendola, come fa lei; trascurando fattori ancora meno presentabili come le sovradiagnosi.

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Blog de Il Fatto

Commento al post di M. Mingazzini ” Tumori in saldo ” dell’8 mar 2012

Questa dell’inquinamento dell’aria come Grande causa dell’incremento dei tumori nei bambini e del tasso di morbosità generale è la tesi politically correct, inculcata dai media. Una versione semplicistica che protegge fattori iatrogeni e interessi economici impresentabili:

Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi
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L’inquinamento come capro espiatorio. In: Dittatura a stampo e medicina
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Giochi su Galileo Galilei

29 dicembre 2011

Blog Appello al popolo

Commenti al post di Tonguessy “Strutture di potere – Galileo e la Chiesa” del 29 dic 2011

Postato su questo sito il 19 feb 2012 causa boicottaggio Telecom

Grazie a Tonguessy per l’ottimo articolo. E’ particolarmente interessante l’osservazione del progresso scientifico come ideologia che allontana il popolo dalla concezione medievale della vita frugale. La promessa di salvezza intramondana che allontana da quella concezione del limite che abbiamo perso, e che farebbe risaltare la Scienza nella sua vera grandezza.

Io sono tra quelli che quando sono in spiaggia sul Tirreno restano a guardare il tramonto sul mare. Uno spettacolo bello in sé, e che induce a riflessioni delle quali “Il silenzio” fuori ordinanza è l’equivalente musicale. La contemplazione del sublime che la nostra stella ci offre quotidianamente è temperata dal pensiero che non è il Sole che cala dietro l’orizzonte, spandendo colori regali attorno a sé; ma siamo invece noi che insieme alle sdraio e a tutto il resto ci stiamo lentamente ribaltando all’indietro.

Anche l’antagonismo Chiesa/Scienza si è evoluto, e credo occorra fare attenzione a non identificarlo con quello dei tempi di Galilei; come invece può essere interesse dei contendenti far credere:
http://menici60d15.wordpress.com/2008/01/21/diplomi-di-laurea-bruciati-sul-sagrato-tornano-i-roghi/

Resta l’antagonismo ideologico, con la Scienza e la Fede usate come armi; un esempio è dato da come entrambe le parti strumentalizzano la discussione sul darwinismo. Confronto che a volte sbotta in toni che tradiscono l’antica vocazione:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/16/i-preambula-fidei-di-san-tommaso-e-quelli-di-de-mattei-e-carancini/

Ma il clero attualmente ha anche interesse a favorire la scienza. Interessi “pastorali”, perché, preso atto che la nuova religione secolare è oggi quella che fa più presa sulla credulità delle masse, preferisce cooptarla e sfruttarla anziché attaccarla frontalmente. (E sa, vecchia volpe, che conviene dargli corda anche perché le magagne della degenerazione affaristica della scienza ne minano la credibilità dall’interno). Diventato lo scientismo un’ideologia parareligiosa, il clero col suo know-how può insegnare ai seguaci di Prometeo come ricavarne consenso e zecchini.

Interessi politici, perché il Vaticano deve trovare un punto di convivenza e alleanza con altri poteri che non può certo contrastare, e che fanno dell’ideologia scientista il loro credo. Appoggiando la scienza, evitando di attaccarla, se non per ridicole questioni teologiche, tacendo sulle strumentalizzazioni e storture dei modi nei quali è praticata, e fornendo servizi di supporto, il clero può acquisire meriti presso poteri che non lo amano.

Interessi economici, perché la “scienza” è in pratica la tecnologia commerciale, e il clero è tra le forze che investono molto denaro e ricavano molto denaro da essa; v. il caso San Raffaele, scoperchiato, nei suoi aspetti finanziari ma non in quelli “scientifici”, nell’anno del passaggio di governo da Berlusconi a Monti.

Così le occasionali rumorose baruffe e le frequenti gomitate non devono fare perdere di vista che tra le due chiese, che se potessero adotterebbero gli argomenti degli inquisitori da un lato e dei lanzi dall’altro, i rapporti sono articolati; come quelli dei famosi imprenditori di Pisa, che litigavano di giorno ma cooperavano di notte:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/12/i-futures-di-santa-lucia/

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@Lorenzo. Tra il primitivo che adora la luna e lo scienziato capace di mandarci un razzo (magari forte della pregressa esperienza pionieristica con le V2 naziste) c’è una grande differenza; ma non sarei così sicuro che ci sia un abisso. Il 23 dicembre scorso c’è stato il quarantennale della “Guerra al cancro” dichiarata da Nixon sull’onda dell’esaltazione per le missioni Apollo. La luna è sempre là, non più meta di visite a parte quelle innocue dei poeti, ma la guerra al cancro non è stata vinta. Invece, si è trasformata la lotta al cancro in una economia di guerra. La soluzione è stata brillante sul piano economico; inqualificabile su quello etico e politico.

La “comunità scientifica”, superiore alle diatribe ideologiche, lo sguardo fisso in alto verso il perseguimento della Conoscenza dell’ignoto, ma anche con un fine intuito per buste paga e pensioni, continua a pestare alacremente l’acqua nel mortaio così come si vuole che faccia. Il cancer burden continua ad aumentare. Dal 1998 al 2007 in Europa la spesa pro capite per i farmaci oncologici è cresciuta di sei volte, e attualmente si parla di aumento dei prezzi insostenibile per i nuovi farmaci “innovativi”; prodotti frutto di un metodo così galileiano che si discute apertamente nelle sedi ufficiali di come valutarne l’efficacia sui pazienti dopo che sono stati commercializzati, in carenza di dati sperimentali sufficienti; cioè di come chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati; e così efficaci che diversi medici scelgono di non assumere le terapie destinate ai pazienti se affetti da cancro. Gli analisti finanziari prevedono ulteriori enormi guadagni, e la gente continua a credere, anche se con qualche tentennamento, ai proclami di vittoria della “comunità scientifica”.

Lo scienziato non deve essere necessariamente “engagé”; ma deve essere onesto, e non può pretendere di essere considerato tale per dogma. Tra il primitivo e lo scienziato ideale in mezzo c’è l’acquitrino della scienza corrotta, e di quell’atteggiamento irrazionale, diffuso tra il pubblico e anche tra i ricercatori, prossimo alle credenze dei primitivi che il fisico Feynman (Il Nobel che scoprì la causa del banale errore tecnico che causò il disastro della navetta Challenger) ha chiamato “Cargo cult science”. Cioè l’adorazione di stampo tribale di ritrovati tecnologici e della scienza, che vengono visti come divinità benevole e onnipotenti.

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@Lorenzo. Grazie per questo esempio di teologia scientista.

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@Mincuo. Leggo che Bellarmino ebbe parte nel primo processo a Galilei, quello del 1616. Circa venti anni prima aveva partecipato al procedimento che aveva mandato sul rogo Giordano Bruno; alla figura del cardinale, e futuro santo e dottore della Chiesa, era quindi associata una notevole carica intimidatoria; se non altro da vivo. Assieme a teorie che oggi suonano esoteriche, veniva contestata a Bruno l’affermazione che “vediamo il sole nascere e tramontare perché la terra se gira circa il proprio centro”. Pare che a Bruno fosse stata offerta la possibilità di evitare la morte accettando qualche compromesso dottrinale; ma Bruno non volle. Questa fermezza, più ancora che le sue teorie, deve essere suonata inaccettabile alle orecchie dei preti.

Una posizione ancora oggi da giudicare negativamente per l’ethos nazionale: ricordo come Montanelli sul Corriere abbia scritto che in pratica Bruno, che comunque secondo lui era un pensatore che valeva poco, se l’era cercata con la sua cocciutaggine. La sua scelta credo fosse il frutto di un misto di consapevolezza intellettuale e carattere; e anche di stanchezza esistenziale, se non disgusto, per la sua vita travagliata e per la meschinità e viltà che vedeva nei suoi persecutori. Bruno divenne poi un simbolo di laicità; cioè in pratica di anticlericalismo massonico, che invece nei compromessi si trova a suo agio.

Come Campanella, se i suoi concetti mostrano un modo nuovo di pensare che muove i primi passi, fu un bravo poeta. Mi colpì su “the Crimson”, la rivista di Harvard (interdisciplinare), un detto a lui attribuito: “Lux umbra dei”, la luce è l’ombra di Dio. Un altro pianeta rispetto ai minuziosi sofismi di coloro che dicono di parlare in Suo nome; e rispetto alla loro nascosta ma non sopita propensione a scempiare quelli che non possono piegare; con qualsiasi mezzo, dalle dotte falsità dell’erudito alle pratiche di compiaciuta violenza degli sbirri e lacchè.

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@Mincuo. “L’ambasciatore della Corte medicea, Piero Guicciardini, ottimo conoscitore dell’ambiente romano, era ben consapevole dei pericoli incombenti sullo scienziato: «so bene che alcuni frati di San Domenico, che hanno gran parte nel Santo Offizio, et altri, gli hanno male animo addosso; e questo non è paese da venire a disputare sulla luna, né da volere, nel secolo che corre, sostenere né portarci dottrine nuove».[44]

Il 24 febbraio 1616, richiesti dal Sant’Uffizio, i teologi risposero unanimemente che la proposizione «il sole è il centro del mondo e del tutto immobile di moto locale», era «stolta e assurda in filosofia, e formalmente eretica», in quanto contraddiceva molti passi delle Sacre Scritture e le opinioni dei Padri della Chiesa; che la proposizione «la Terra non è il centro del mondo, né immobile, ma da sé si muove anche di moto diurno», era «censurabile in filosofia; riguardo alla verità teologica, almeno erronea nella fede». Di conseguenza, il 25 febbraio il papa ordinò al cardinale Bellarmino di «convocare Galileo e di ammonirlo di abbandonare la suddetta opinione; e se si fosse rifiutato di obbedire, il Padre Commissario, davanti a un notaio e a testimoni, di fargli precetto di abbandonare del tutto quella dottrina e di non insegnarla, non difenderla e non trattarla». Un documento datato 26 febbraio attesterebbe l’avvenuto precetto del Bellarmino e l’obbedienza di Galileo[45] mentre il 5 marzo era reso pubblico il decreto della Congregazione dell’Indice che proibiva e sospendeva «rispettivamente gli scritti di Nicola Copernico De revolutionibus orbium coelestium, di Didaco Stunica su Giobbe e di Paolo Antonio Foscarini, frate carmelitano».” (Wikipedia).

Lei chiama “raccomandazioni amichevoli” una convocazione dopo una procedura formale,  da parte di uno che aveva sistemato Bruno; il quale pare sia stato anche torturato (secondo Wikipedia). Qui bisognerebbe parlare della radice culturale comune a clero e mafia, evidente anche nei modi di esprimersi. Ma non vorrei essere ripreso da lei con accusa di andare fuori tema. Dovreste vergognarvi per quello che avete fatto, in quella e innumerevoli altre occasioni, e invece vi mettete in cattedra a dispensare menzogne e giudizi. Non so chi lei si creda di essere o cosa pensi di avere detto, ma ci vuole un po’ più di un pallone gonfiato per farmi “lasciare stare”.

Non sono di nessun partito, non difendo nessuna fazione, a differenza di lei. Non apprezzo Michele Serra, non leggo Repubblica, che elogia quanto ha prodotto in medicina e in campo culturale il suo degno correligionario Verzè. Vede, lei questo non può capirlo, ma ci sono persone che hanno opinioni forti pur non appartenendo a nessun gruppo. L’argomento del quale tratto non è Galileo, ma gli abusi di potere della Chiesa. Che lei giustifica con la situazione politica del tempo. No; posso testimoniare che avete la vocazione, come mostra anche il suo atteggiamento mistificatorio e arrogante. Lo mostra nella sua parte presentabile; i sudici scagnozzi dei quali allora come oggi vi servite completeranno i suoi auguri di lunga vita e la brillante lezione di filologia fraudolenta.

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Egregio Mincuo, difensore della Fede, cerchi di capire. Il clero si oppone sostanzialmente al progresso che emancipando l’uomo lo sottrae al giogo del potere. E nell’opporsi non si astiene da forme di violenza e di inganno; anzi eleva queste pratiche al rango di scienza, che è l’unica scienza che si può riconoscere alla massa di zeloti e farisei dei quali lei fa parte. Se fosse per Bellarmino o per quelli come lei staremmo ancora al Medioevo; agli aspetti negativi del Medioevo. Queste sono responsabilità molto gravi. Sono il primo a criticare le distorsioni dell’attuale tecnocrazia, alla quale i preti fanno da tirapiedi. Ma il progresso sano è salvezza dell’Uomo. Pensi ad esempio se non avessimo le fogne: quante malattie infettive. Certo, ci sarebbero anche aspetti positivi. Davanti a un vomitatore di insulti come lei, si potrebbe prendere il pitale, metterglielo davanti e dirgli “parla con questo”.

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Caro Stefano, grazie per il tuo intervento. Non ho nessuna voglia di riaprire la questione che hai chiuso, ma vorrei andare oltre evidenziando un aspetto che mi pare interessante. Un poco la storia si ripete. J. Schwartz, in “The creative moment”, 1992, sostiene che la Chiesa era orientata ad ammettere la teoria eliocentrica purché fosse nascosta entro l’oscuro linguaggio matematico, ferma restando la versione delle Scritture. Lo stesso Bellarmino, leader intellettuale dei gesuiti, istruiva i preti a stare lontano dalle dispute coi matematici sulla questione. Per questo autore, un fisico, lo scandalo è consistito non tanto nella soppressione della verità da parte dell’autorità, ma nell’avere imposto che la “chiarezza sovversiva” della fisica venisse avvolta in un linguaggio matematico inaccessibile ai più.

Oggi più di allora il rigore, la specializzazione, possono essere distorti in uno strumento per occultare e censurare il vero. O per propagare il falso. E’ nota la critica ai modelli matematici in economia; si parla meno di come alcune metodologie matematiche di base dell’epidemiologia clinica, di difficile valutazione per i non iniziati, a detta di statistici professionisti servano più ad ingannare che a trovare il vero. Qui sul blog è stato possibile screditare con toni sprezzanti chi proponeva tesi non gradite, col pretesto che non si può parlare che di un solo processo a Galilei, non contando nulla la raccomandazione di censura dei teologi nel 1616, e la conseguente disposizione del papa a Bellarmino di ordinare a Galileo di cessare di insegnare, discutere, difendere le sue tesi se non voleva essere arrestato. (Che a me sembra anche peggio di un regolare processo). Tizio spara a Caio con una calibro 9, e Caio, sopravvissuto, lo accusa di avergli tirato una revolverata. L’avvocato di Tizio, rispondendo che per il perito balistico è una sciocchezza chiamare “revolver” la calibro 9, che invece è un arma semiautomatica, non sta servendo il rigore e la precisione; se adotta questi argomenti si vede che non può che buttarla in chiasso.

Ci sono molti modi per reprimere voci non gradite. Dall’omicidio fisico a quello morale all’attacco verbale all’appello al metodo; da usarsi diversamente a seconda delle circostanze. Nell’affresco del quale il caso Galilei è parte appaiono le varie tipologie. Mentre qui tutto lo spazio è stato invaso e occupato da ciò che potrebbe costituire l’oggetto di una nota a piè pagina, se correttamente riportato. Spaccando la pagliuzza in quattro si può ignorare il quadro generale; dalle pugnalate, si ritiene per mano di sicari della Chiesa, all’amico di Galilei Paolo Sarpi, difensore dell’indipendenza della Repubblica di Venezia; alle migliaia di donne che in quegli anni in Europa venivano bruciate per stregoneria.

Nuove P2 e organi interni

8 dicembre 2011

Blog di Aldo Giannuli

Commento al post “Il caso Bisignani-P4″ dell’8 dic 2011

Il prof. Giannuli invita a non considerare le nuove Pn, con n>2, come una semplice prosecuzione della P2. E’ vero che ci sono differenze, forse legate a diramazioni: certi segni, come il magistrato che, denunciati meritoriamente i privilegi borbonici e gli abusi dei Consiglieri di Stato, invita a “una collaborazione sincera e duratura tra massoneria [buona] e magistratura” [1] portano a chiedersi se gli scandali giudiziari non riflettano una lotta intestina tra fazioni in lotta, portatrici di interessi e stili diversi. Inoltre, cambiato il periodo storico, occupandosi di affari invece che di “Guerra fredda”, forse le nuove Pn non si occupano più di sbudellamenti. Forse: v. Breivik. Però si occupano più di prima di budella, occupandosi di quel fondamentale settore dell’economia che è la medicina.

Forse è un caso, ma è stata la Corte d’appello di Brescia presieduta da Marra, poi dimessosi per lo scandalo P3, ad appoggiare la campagna sui cellulari che provocano il cancro, riconoscendo il nesso etiologico con una sentenza, la prima del genere in Italia. (Questa di scrivere pagine “acrobatiche“ di medicina – gradite al potere – è una delle attività improprie che distraggono i magistrati dal loro lavoro). La cancerogenesi a pile dei cellulari ha scarsissima plausibilità biologica, ma viene agitata in continuazione; in contraddizione col silenzio su radiazioni elettromagnetiche molto più potenti e che si sa per certo essere cancerogene, come quelle dei raggi X: i presunti e dibattuti pericoli dei telefonini sono noti al pubblico come lo erano gli unguenti degli untori sotto la peste, mentre gli si nasconde quanto gli addetti sanno, e scrivono nelle riviste scientifiche, che una quota non trascurabile e crescente di tumori sta venendo provocata da esami radiologici, spesso non necessari, in particolare le TAC. Ritengo che il cancro da cellulari sia un vero depistaggio etiologico. Peraltro attuato su scala mondiale; i piduisti nostrani di ieri e di oggi appaiono come gli operatori locali di movimenti di portata internazionale.

I nostri comunque fanno la loro figura all’interno di questa orchestra internazionale. Statistiche di questi giorni riportano che l’Italia ha la più alta incidenza al mondo di neoplasie dell’età pediatrica. Immediatamente, insieme all’inquinamento (fattore reale, negato o esagerato a seconda della convenienza) sono stati accusati i cellulari. Le Pn si occupano, insieme ai cugini delle forze di polizia, e agli zii della magistratura, di screditare e mettere a tacere chi indichi altri fattori, di tipo sociologico, e segnatamente criminologico, per questo record [2].

Va bene uno sguardo distaccato sui nuovi fenomeni piduisti; ma, soprattutto con una magistratura al 99% abituata, allora come oggi, a fare il pesce in barile, e a ingraziarsi i poteri forti, quando non è parte diretta della rete piduista, suggerirei ai comuni cittadini di non perdersi in distinguo eccessivamente sottili, e di non vedere con occhio più benevolo queste reti di potere; che mettono silenziosamente a rischio gli organi interni, cioè le budella, più di quando facevano fragorosamente esplodere le bombe o crepitare i mitra.

1. http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/11/massoni-e-legalita/
2. http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/

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@Laura. Noi viviamo immersi in un mare di radiazioni elettromagnetiche. La vita sulla Terra si basa sulla radiazione solare. Vedere significa rilevare mediante i fotorecettori della retina le radiazione elettromagnetiche emesse o riflesse dagli oggetti, da tutto ciò che vediamo, nello spettro del visibile (l’informazione è poi trasmettessa al cervello, che la elabora). La luce visibile ha una lunghezza misurabile in decimillesimi di millimetro, e non ci fa venire il cancro. C’è in genere una relazione inversa tra lunghezza d’onda ed energia, e quindi una relazione inversa tra lunghezza d’onda e dannosità. La propaganda mediatica ha invece fatto sì che la relazione tra lunghezza d’onda della radiazione e percezione del danno che essa provoca sia diretta. I cellulari usano “radiazioni” ad alta lunghezza d’onda e quindi a bassa energia, misurabili in decimetri; sono circa un milione di volte più lunghe della radiazione del visibile. I telefonini non sono, come invece ci sembrano, scatolette magiche eccezionalmente potenti: si chiamano “cellulari” perché non sono che delle piccole radiotrasmittenti, capaci di trasmettere in un raggio di qualche chilometro, che necessitano pertanto che il territorio sia coperto da “celle”, ciascuna centrata da un’antenna, che formano la rete attraverso la quale si trasmettono i segnali.

I raggi X, che sono circa diecimila volte più corti della radiazione del visibile, e circa 10 miliardi di volte più corti delle radiazioni dei cellulari, data la loro elevata energia sono capaci di ionizzare, cioè di “scassare” le molecole togliendo loro elettroni, formando così composti nocivi e provocando mutazioni nel DNA. Stime mainstream considerano che in USA il 2-3% dei tumori sia dovuto a radiazioni mediche. Si stima, secondo fonti ortodosse, che una singola TAC in una persona di 25 anni incrementi dello 0.6% il rischio di morire di cancro. Una angiografia coronarica su una donna di 25 anni dà una probabilità su 143 di sviluppare un cancro della mammella o del polmone (D. Johnson, CT Radiation and Cancer Risk.What Healthcare Providers Need to Know, 2011, reperibile su internet). Per dare un’idea, una probabilità simile a quella di spararsi scegliendo, per un singolo giro di roulette russa, tra 24 revolver con tamburo a 6 camere posti su un tavolo, uno solo dei quali contiene una singola pallottola. Si ammette che nella pratica le dosi, e quindi i rischi, siano non di rado maggiori di quanto riportato dai dati ufficiali.

Io non amo i cellulari, che sono utili ma riducono la privacy, e la mia distanza dall’industria della telefonia, che Lei cita, è ancora maggiore di quella che sullo spettro elettromagnetico separa ai raggi X dalle onde radio dei cellulari; ma non bado alle “radiazioni” dei cellulari, che Lei teme; mentre avrei paura a farmi irradiare ripetutamente la testa con le TAC, come Lei fa tranquillamente. Ci sono buone ragioni, delle quali non si parla, come quelle di ordine pedagogico che avanzò lo psicoanalista Carotenuto, per non dare il cellulare ai bambini. In letteratura, sia pure in ritardo, si sta cominciando a cercare di stabilire protocolli per limitare le TAC ai bambini. Invece affermare che “poco importa e poco cambia” tra le “radiazioni” dei cellulari e quelle dei raggi X, cioè tra un gatto e una tigre, mostra su quale genere di convinzioni e quale livello di disinformazione si appoggia la campagna istituzionale che concentra l’attenzione sui presunti danni da cellulare. Si parla sempre di “scientificità”, “rigore”, ma questa è una mistificazione essenzialmente quantitativa, che dalle alte sfere discende fino a fare sostenere degli sproloqui agli zelanti sostenitori di base. Mi chiedo dove sono gli esperti di fisica, ingegneria, biologia, che potrebbero meglio di me spiegare l’equivoco e muovere critiche su questo depistaggio.

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@Giandavide.

a) A seminare paura indicando falsi colpevoli ci si guadagna in controllo politico, denaro e impunità. Soprattutto sul cancro: si spingono le persone ad accettare il cancro come una fatalità, una quidditas che pervade ogni cosa, e ad entrare nei meccanismi dell’oncologia temendo di averlo. I cellulari cancerogeni sono inoltre parte di una campagna di colpevolizzazione delle vittime che trasferisce le responsabilità dal potere alla gente; dall’inquinamento, quello vero, e dalla iatrogenesi, ai “lifestyles”:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/30/il-pornografico-e-l’osceno/

Intanto i cellulari continuano a vendersi come il pane, ed è sorto un mercato complementare sulla protezione da elettrosmog.

Il rasoio di Occam è un accorgimento ottimo per le ipotesi filosofiche e per quelle sulla natura (incluse quelle sulla correlazione tra lunghezza d’onda e pericolosità delle radiazioni elettromagnetiche); ma semplificare è controindicato per le trame del potere. Il principio euristico che trovo utile in questi casi è che il potere è più scaltro di noi gente comune.

b) L’elettrosmog della stazione radio Vaticana, sul quale inutilmente ho chiesto ai magistrati e al loro perito dati raccolti rilevanti ma omessi nella perizia, contribuisce alla paranoia sulle onde usate dagli apparecchi radio civili come raggi della morte; e ha le caratteristiche del “fare la pecora”, cioè accollarsi un reato per scagionare altri; o dell’accusarsi di un reato non commesso mentre si nascondono propri reati più gravi e autentici. Pratiche alle quali i preti, che evidentemente non credono nel giudizio divino visto il loro tuffarsi negli orrori del business medico, si prestano, con poco danno e bilancio netto positivo date le loro cointeressenze nel business medico e nella gestione del potere. La manovra riguarda anche la campagna di disinformazione e propaganda sulla leucemia infantile:

http://menici60d15.wordpress.com/2010/06/16/se-voi-foste-lo-scienziato/

Leggendo le due perizie, quella dell’accusa e quella di Veronesi, spiace dover dare ragione a quest’ultimo, che ha gravi responsabilità nella involuzione dell’oncologia in un fattore di crescita economica, e ritenere innocenti, dei reati ascritti, i preti, che sulla tutela dell’infanzia appaiono più vicini a Erode che al Bambinello. Ma sembra vigere il principio di economia dei neuroni, per il quale gli unici complotti e gli unici scandali che esistono sono quelli dei quali anche un cretino sa comprendere lo schema, e che vengono sbattuti in faccia dai media.

c) Nel caos disinformativo, e quello sui cellulari è una pacchia per i falsi progressisti di sinistra, si prospetta anche che i cellulari facciano bene (“Fanno bene al cervello? Non bisogna escludere nulla, neanche un effetto benefico delle onde elettromagnetiche dei cellulari” Repubblica, 28 nov scorso, in un dossier sulla pericolosità dei cellulari sull’onda della trasmissione Report). Sostenere che “non bisogna escludere nulla”, incluso che le onde radio dei cellulari possano addirittura contrastare la perdita di memoria da demenza senile, mostra lo stato pietoso delle facoltà critiche in età anteriore alla senilità in quelli che dovrebbero costituire il nerbo dell’opposizione alle manipolazioni del potere.

Le P2 vecchie e nuove hanno buon gioco in questo campo nel difendere gli interessi del business medico. Non siamo molto cambiati dai primi decenni del secolo scorso. Nel 1909 a Verbicaro, in Calabria, durante un’epidemia di colera, avvenne l’ultimo caso di linciaggio di una persona considerata un untore, un milite della Croce rossa. Negli stessi anni in USA sull’onda dei successi scientifici della fisica si diffondeva la credenza che la radioattività avesse proprietà salutari. Ci fu chi beveva acqua tonica radioattiva per vivere più vigoroso e più a lungo, finendo a volte con la mandibola mangiata dal cancro; e chi si applicava lo “scrotal radioendocrinator”, il cui inventore, che si vantava di essere il maggior bevitore di acqua al radio, morì di carcinoma della vescica. L’aura taumaturgica attorno alle radiazioni spinse ad applicarle ai bambini, che sono quelli nei quali gli effetti cancerogeni sono più pesanti. Ricordo, in un ospedale di Boston dove ho lavorato, la gigantografia di una vecchia foto di un’infermiera che si protegge il volto con una mano mentre con l’altra abbassa la leva del macchinario puntato su un bambino. In quell’ospedale pediatrico, nato come nave ospedale per curare i bambini con l’aria di mare, negli anni Venti si trattava la pertosse con i raggi X. Dagli anni Venti agli anni Cinquanta si sono irradiati con raggi X i bambini per patologie benigne come la tigna del capo, o per non-malattie come le tonsille o il timo ingrossati (Hemplemann et al. “Neoplasms in persons treated with X-rays in infancy: fourth survey in 20 years,” Journal of the National Cancer Institute, 1975: 50, 519-530).

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@Laura.

Veramente è il concetto che fisicamente tanti piccoli urti non fanno niente e una singola fucilata sì (a parte il fatto che gli effetti delle radiazioni ionizzanti sono cumulativi) che è di immediata comprensione; lo capisce un bambino e lo applicò Einstein per la spiegazione dell’effetto fotoelettrico che diede inizio alla meccanica quantistica e gli valse il Nobel; dovremmo capirlo anche noi che siamo in posizione intermedia tra questi due estremi. Io non sono in missione per conto di Dio contro tutte le diavolerie del potere; tento di occuparmi di quelle che ho trovato, all’inizio con stupore e smarrimento, nel mio campo, la medicina, ed è anche troppo. Dell’abuso delle moderne tecnologie per il controllo, in campo generale e medico, ho parlato [1]. E pure sugli effetti sull’economia, e quindi anche sulle nostre borse, della frode medica strutturale [2]. Qui però stavamo parlando di altro: di come si cincischi sulla cancerogenicità di onde radio a debolissima energia per meglio tacere dei danni di quelle ad alta energia, e di altri fattori cancerogeni; e di come e perché le istituzioni dello Stato e quelle dello Stato parallelo aiutano e proteggono le credenze irrazionali che Lei, e scienziati accreditati, sostengono.

Continuando quanto ho detto a Giandavide sulle concezioni popolari irrazionali sulle onde elettromagnetiche, alla fine del Novecento si è sviluppato l’uso, che dura fino ai nostri giorni, degli screening per prevenire il cancro mediante immagini radiologiche. Cioè di prevenire il cancro esponendo masse di persone sane a cancerogeni. I tecnici, come Irwin Bross, che denunciarono la pericolosità di tale pratica, hanno perso, se non la vita come rischia Lei a quanto dice, il lavoro e la serenità. E’ di 3 giorni fa il più recente studio ortodosso che smentisce i precedenti trionfalismi degli studi “scientifici” sullo screening della mammella, ridimensiona i benefici, evidenzia i danni che comporta e auspica un cambio di trend [3] (mentre da noi si punta ad espanderlo [4,5]); stenta a decollare la proposta, sostenuta da interessi potenti, di sottoporre a TAC i fumatori per prevenire il cancro al polmone. Probabilmente questa resipiscenza sugli screening ha a che fare con quei mutamenti epocali economici e politici considerati dal prof. Giannuli; altre forme di sfruttamento della medicina, diverse, si stanno preparando. Può darsi che in futuro gli storici accomuneranno le bizzarrie che nella prima metà del Novecento vedevano nella radioattività una fonte di salute agli screening mediante esami radiologici di fine secolo e del secolo presente. E che pratiche come il sottoporsi fiduciosamente a ripetute irradiazioni delle mammelle a scopo diagnostico verranno viste come rituali apotropaici, che speculavano, come in una forma religiosa, sul desiderio di salute e sulla paura di morire. Questo scambio di opinioni tra Lei e me potrà mostrare i motivi e i meccanismi del successo di tali operazioni.

1. http://menici60d15.wordpress.com/2010/05/10/privacy-sicurezza-e-panottismo/
2. http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/15/la-medicina-come-rimedio-ai-limiti-della-crescita-economica/
3. E Hitt. UK study finds lack of net benefit for mammography, Medscape, 9 dic 2011
4. http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/teenage-cancer/
5. http://menici60d15.wordpress.com/2011/11/25/lo-sfruttamento-del-bias-da-sovradiagnosi-in-oncologia/

La generosità del governo Monti e del suo elettorato virtuale verso le multinazionali farmaceutiche

1 dicembre 2011

Blog Appello al popolo

16 dic 2011

Postato su questo sito il 14 feb 2012 causa boicottaggio Telecom

Mentre c’è la crisi, e il governo impone nuovi prelievi e restrizioni, un analista della Global Insight, società di “market intelligence”, ha definito “fairly generous” il tetto di spesa (62,5 milioni di euro) stabilito dalla nostra agenzia del farmaco, l’AIFA, nell’approvare il Brilique, un antiaggregante piastrinico. Gli antiaggreganti piastrinici costituiscono una classe di farmaci da prescrivere e dosare con cautela, potendo provocare emorragie; non da distribuire a vagoni. E’ una delle quattro classi di farmaci che, mentre non vengono comunemente considerate ad alto rischio, insieme risultano causare i due terzi dei ricoveri d’urgenza di anziani per effetti avversi da farmaci, ha evidenziato un recente studio. Anche le approvazioni e i pagamenti stabiliti nella stessa tornata per altri farmaci hanno sollevato giudizi positivi in chi cura gli interessi di chi riscuote: “L’Italia continua ad essere un mercato affidabile per i farmaci innovativi [nonostante le difficoltà economiche e gli alti livelli di debito pubblico]” ha aggiunto l’analista [1].

La segnalazione della Global Insight sembra dire alle case farmaceutiche che per i loro prodotti col nuovo governo italiano possono continuare ad andare a colpo sicuro, almeno finché ci sarà qualcosa da raschiare. Tra i prodotti farmaceutici approvati dall’AIFA considerati dalla Global insight, che frutteranno centinaia di milioni di euro nei prossimi due anni alle case farmaceutiche, c’è anche l’oncologico Jevtana, per il cancro della prostata; la casa produttrice Sanofi converrà con la Global Insight che “il sistema italiano rimane aperto in maniera rassicurante alle nuove terapie”, dopo che il suo farmaco nel settembre scorso è stato respinto in primo grado dal NICE, l’omologo britannico dell’AIFA.

Gli inglesi hanno così motivato il respingimento:

a) Il Jevtana avrebbe dimostrato di prolungare la vita di poco più di due mesi. Per il NICE (che sa come funzioni la “scientificità” della ricerca sui prodotti da 48 milioni di euro di fatturato a trimestre come il Jevtana) un prolungamento inferiore a tre mesi non è un dato sufficientemente robusto per provare l’effettiva capacità di prolungare la sopravvivenza.

b) Il prolungamento putativo della sopravvivenza è associato per certo al rischio di effetti collaterali ematologici, gastrointestinali e renali e quindi di una peggiore qualità di vita. Gli effetti avversi possono essere anche gravi o mortali.

c) Il rapporto costo/Qaly, cioè tra costo e guadagno di vita corretta per la qualità, ammettendo tale guadagno, sarebbe troppo alto: 89˙000 sterline per Qaly, quando il limite raccomandato dal NICE è di 30˙000 sterline per Qaly. Un ciclo di trattamento costa 22˙000 sterline.

In Italia invece, nonostante il vago sentore british dei nuovi governanti, le risorse vengono impiegate per l’uso eroico del Jevtana, per poi naturalmente mancare per interventi più utili. Sono d’accordo che Albione sia perfida; però un poco i fatti suoi se li sa fare. E’ possibile che, dato che comandano le oligarchie finanziarie, alla fine il farmaco passi anche là, ma a un prezzo minore, e con la nomea di ripescato, non di “miracle-drug”; per lo meno gli esperti dell’agenzia nazionale UK non avranno ceduto senza combattere; invece che vestirsi da fessi e raccogliere le lodi della controparte, avranno limitato i danni alla cittadinanza. In Italia il 50% dei bambini assume almeno un antibiotico all’anno – molto spesso inutilmente e con effetti nocivi – contro il 14% dei bambini inglesi.

“Farmaco innovativo” suona bene, ma il suo significato reale non è così positivo. L’innovazione è quella schumpeteriana, volta al profitto; che nel caso della medicina si congiunge alla speranza della novità, della buona nuova che porta la salute. E’ una categoria merceologica ben definita, della quale il Jevtana è un esempio tipico, che fa drizzare le orecchie agli operatori finanziari; e le dovrebbe fare drizzare, per ragioni diverse, anche al paziente. L’industria farmaceutica è orientata a emettere di continuo “novità” da quella che chiama la “pipeline”, in modo da lucrarvi; si tratta in genere di rimaneggiamenti dell’esistente, che spesso è di base non efficace o poco efficace; si riducono alcuni difetti e problemi ma ne introducono altri; l’effetto principale è il mantenimento o l’incremento degli introiti, a spese della Domanda. Due passi avanti e uno indietro, o uno avanti e due indietro. Siamo abituati ad attenderci l’ultima novità; nonostante vi siano esperti che, in campo farmacologico, lo sconsigliano espressamente, osservando che i farmaci nuovi possono essere peggiori di quelli vecchi [2]. I farmaci, a chi li deve assumere o fare assumere ad altri, conviene distinguerli in utili e dannosi, piuttosto che in vecchi e nuovi.

Con questa sua “generosità” e “apertura” verso i farmaci innovativi, il governo Monti conferma di non essere “donna di province” ma il governo dei grandi interessi finanziari. (Liberalità che si associa a metodi criptofascisti di repressione di chi è di ostacolo a questi interessi in campo medico). Si dice che questo governo sia illegittimo in quanto non derivante da elezioni democratiche. Però l’episodio mostra che, anche se non eletto, ha un suo elettorato virtuale: che i suoi comportamenti, pur contrari agli interessi nazionali e del popolo, riflettono le opinioni e la mentalità di parte non trascurabile degli italiani.

Infatti, se anche la notizia non fosse stata tenuta fuori dal palcoscenico mediatico, non è detto che avrebbe necessariamente ricevuto la condanna unanime dell’opinione pubblica. Sulla decisione del NICE devono aver pesato l’allarme lanciato da commentatori anglosassoni sui nuovi farmaci oncologici “innovativi”: sul loro costo insostenibile e sulla loro scarsa efficacia e i pesanti effetti avversi; e la discussione sulla futilità di dare farmaci tossici e costosissimi a pazienti che comunque hanno un’attesa di vita di settimane. I medici spesso scelgono per sé stessi l’astensione da ulteriori cure per lo stadio avanzato e terminale [3] . Ma in Italia all’idea di non rimborsare il “salvavita” alcuni griderebbero al nazismo, col sostenere che non è giusto togliere vita o almeno speranza ai malati di cancro, o argomenti del genere; invocherebbero il liberalismo contro la cultura clerico-crociana, magari citando Locke e Stuart Mill; e molti, pur stando zitti, assentirebbero. Rifiutando di pensare che alla fine starebbero chiedendo di aggiungere castighi come infezioni gravi e insufficienza renale alle ultime settimane dei malati di cancro alla prostata.

Probabilmente molti difensori del Jevtana sarebbero gli stessi che poi, per paura di soffrire, ambiscono, indotti dalla propaganda, a forme di interruzione delle cure, e magari anche dell’alimentazione per via orale, o all’eutanasia, ma mediante il “testamento biologico”, che sostanzialmente è una liberatoria che lascia che la decisione dipenda dal giudizio degli interessi medici, laici e preteschi, prima che dal loro interesse [4]; e che non rileverebbero alcuna contraddizione tra le due posizioni. Su Il Fatto, che ha trovato in Monti la soluzione alle angosce per la cafonaggine di Berlusconi, l’orientamento prevalente propugna sia il testamento biologico, e ora anche il suicidio assistito, presentati come alta manifestazione di pensiero laico; sia l’allocazione dei fondi disponibili per la sanità nell’incremento dell’acquisto delle “terapie innovative” oncologiche [5].

Non si parla di come molte situazioni di fine vita da non augurare a nessuno possono essere prevenute o ridotte evitando di ricorrere a cure commerciali come quella alla quale i successori di Berlusconi, continuatori della sua opera, spalancano le porte e le casse dello Stato. Si trascura che, se si vogliono avere trattamenti che guariscono, è altamente imprudente consentire all’industria e alla finanza di rendere la cura del cancro l’equivalente di un titolo a rendimento annuale elevato, crescente e che non scade mai.

I nostri governanti, amministratori, tutori della legalità, opinion makers più o meno consapevolmente si vendono e ci vendono, come hanno sempre fatto, a questi interessi. Nel popolo, la coerenza è quella del sottomesso che è costante nel credere che ciò che è meglio per i suoi interessi è quanto chi comanda gli dà o gli prospetta. In futuro tanti, a cominciare dai progressisti italiani rassicurati dal loden di Monti, avranno ciò che chiedono: sia i farmaci inutili e costosi che aumentano la sofferenza e tolgono risorse, sia il venire liquidati, non sempre con metodi rapidi e indolori, quando non saranno più convenienti economicamente come supporto ai prodotti medici.

pubblicato anche su http://menici60d15.wordpress.com/

  1. Taylor N. Italy announces reimbursement for innovative new drugs. Pharmatimes world News. 14 dic 2011
  2. Grady D. Cit. in http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/15/la-medicina-come-rimedio-ai-limiti-della-crescita-economica/
  3. Murray K. How doctors die. 8 dic 2011 Zocalo public square.
  4. http://menici60d15.wordpress.com/2009/06/24/il-riduzionismo-giudiziario-nella-frode-medica-strutturale-il-caso-del-testamento-biologico/
  5. Moccia F. La Sanità e gli sprechi del parto cesareo. Il Fatto, 15 dic 2011

§ § §

@Gengiss. Infatti non si dice che il governo Monti abbia privilegiato un singolo farmaco, ma che dopo il suo insediamento è passato un intero pacchetto con criteri tali che rassicurano, secondo un analista, produttori e investitori sull’orientamento generale del nuovo governo; mentre nel mondo occidentale le misure dei governi alla crisi economica stanno provocando da tempo le reazioni preoccupate delle case farmaceutiche.

Monti pare sia stato mandato al governo per arginare tale crisi; a costo di sacrifici a carico dei cittadini, con misure che sta varando celermente. Credo sia significativo che mentre per i cittadini il prelievo di ricchezza mediate lo Stato aumenta ulteriormente, i servizi forniti in cambio diminuiscono, e dilaga l’insicurezza, ci siano voci che considerano il governo Monti generoso e rassicurante; e che siano quelle potenti dell’industria farmaceutica; e per prodotti come il Jevtana.

E’ giusta invece l’enfasi sulla natura tecnica, quindi teoricamente indipendente, dell’AIFA. In questi giorni un ex direttore dell’agenzia “più o meno indipendente”, Nello Martini, è stato rinviato a giudizio per disastro colposo, avendo omesso, dietro pagamento di tangenti, di informare il pubblico sugli effetti avversi di alcuni farmaci. Per i magistrati quindi l’operato di un recente direttore dell’AIFA è da galera.

Addetti del settore considerano sinceramente i pesanti reati dei quali Martini è stato accusato come delle inezie; e in effetti sono poco cosa, rispetto al quadro generale del quale sono parte. Diversi commentatori, anche autorevoli, difesero Martini all’epoca dell’arresto di altre persone coinvolte nel caso, descrivendolo come relativamente più indipendente dalle pressioni dell’industria farmaceutica di chi gli è succeduto; non credo che avessero torto in questa valutazione comparativa.

Lo sfruttamento del bias da sovradiagnosi in oncologia

25 novembre 2011

Sito “Partecipasalute” (Ist. Mario Negri, aderente allo standard Honcode per l’affidabilità dell’informazione medica).

Commento al post di Anna Roberto “Tumori e sopravvivenza: dati rapporto AIRTUM 2011″ del 25 nov 2011. 

“Partecipasalute”, che vuole che i cittadini “partecipino e decidano consapevolmente”, e ha un comitato scientifico di tutto rilievo, dovrebbe spiegare che l’informazione dell’AIRTUM che riporta senza commenti è gravemente carente sul piano tecnico, etico e politico. La “sopravvivenza” di cui si parla è la sopravvivenza data una diagnosi di neoplasia; ed è diversa dalla mortalità, il tasso di decessi per tumore nella popolazione.

Il Sud ha una sopravvivenza statistica più bassa; ma ha avuto tassi di mortalità migliori del resto d’Italia: contrariamente a quello che l’articolo fa credere, al Sud si muore di cancro meno che al Nord (salvo progressi della ultim’ora). Il paradosso è spiegabile, tra gli altri fattori, con le sovradiagnosi di tumore, derivanti soprattutto da programmi di screening: nella mortalità le unità statistiche e la variabile in esame sono oggettive; nella sopravvivenza possono essere gonfiate.

Partecipasalute potrebbe informare su come nell’ortodossia internazionale stia crescendo la richiesta di informare i pazienti dei rischi di sovradiagnosi e altri danni dei programmi di screening. Richiesta rafforzata da studi recenti che hanno mostrato come ad es il principale screeening oncologico, quello per la mammella, salva non più che pochissime vite; contrariamente a quanto propagandato in Italia da studi e notizie come quelli in oggetto.

Sarebbe anche necessario, per un’informazione corretta, considerare il cancer burden e i DALY per cancro, cioè comparare quanta vita toglie il cancro, per morte e per menomazione della qualità di vita. Lo stesso meccanismo che fa ingannevolmente credere che si viva di più al Nord che al Sud dato il cancro, cioè le sovradiagnosi, che pongono in una condizione di malato ed espongono a rilevanti rischi iatrogeni, peggiora ulteriormente i DALY, cioè la qualità di vita e presumibilmente la longevità, al Nord.

Più che di un bias macroscopico inspiegabilmente trascurato, questa informazione tendenziosa, per non dire capziosa, appare come il riflesso di una volontà sistematica, volta a rafforzare, e ad estendere al Sud, la medicina commerciale e speculativa, inutile e dannosa per i pazienti ma redditizia e comoda per chi a vario titolo la gestisce.

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La negazione del conseguente

Che le statistiche di cancro al Sud, dove la sanità ha piaghe diverse, si sarebbero allineate a quelle del Centro Nord lo predissi anni fa [1], anche nel denunciare come bufala la rivelazione della “nave dei veleni” di Cetraro [2]. Ma non credo si possa ancora parlare di “sostanziale omogeneizzazione”, se non per alcune aree, come la Campania. Quando in questi anni ho detto che la mortalità per tumore in Lombardia risulta del 30% più alta che in Calabria [3], il più delle volte ho osservato, sui volti sia di calabresi che di lombardi, un’espressione di incredulità. Questo non è che uno degli effetti delle informazioni distorte presentate al pubblico, che hanno nell’equivoco semantico tra mortalità e sopravvivenza [1] uno dei loro fulcri. Il Rapporto AIRTUM 2011 in oggetto afferma nella prima pagina di prefazione che “al Sud si sopravvive un 4% in meno che al Nord e al Centro”. I citati dati AIRTUM [3] mostrano che al Nord si muore un 4% in più che al Sud. Non vi pare doveroso chiarire che dove “si sopravvive” di più si muore di più, e come è possibile? Forse introducendo il concetto di non-complementarietà tra mortalità e sopravvivenza [4]?

La comparazione della sopravvivenza tra aree con screening e senza screening invece che essere presentata come indice della superiorità della sanità (delle aree con screening), può servire a sviluppare un indice epidemiologico sulle sovradiagnosi, e quindi sulla iatrogenesi (delle aree con screening).

Grazie per avere trovato nella lettera spunti interessanti per leggere i dati, ma non dico novità: che la mortalità sia come indicatore generale più affidabile della sopravvivenza, e dell’incidenza, è stato spiegato da anni da cattedre autorevoli [5]. Al contrario, la monografia AIRTUM in oggetto non solo con la sua credibilità coonesta presso il pubblico l’equivoco tra sopravvivenza e mortalità, ma caldeggia l’impiego della “sopravvivenza oncologica” come strumento fondamentale della valutazione e quindi della programmazione sanitaria.

In realtà nella attuale epidemiologia dei tumori la sopravvivenza è un esempio da manuale di indice epidemiologico vistoso ma non autonomo, che non andrebbe considerato isolatamente, perché da solo è insufficiente e fuorviante al punto da essere gravemente dannoso. Assegnargli per se un valore politico centrale, per la “valutazione del sistema sanitario nella sua complessità” è deprecabile, per non dire sciagurato, equivalendo a legalizzare un artifizio contabile che, registrando le passività (iatrogene) come attivi, induce a una spirale perversa.

E’ meritorio che segnaliate anche i danni degli screening, e la propaganda su cui si basano; siete tra i pochi a farlo. Però in questo articolo di fatto sostenete radicalmente gli screening; come del resto fa esplicitamente la monografia in oggetto, che parla di “risultati eclatanti” per lo screening della mammella. E’ eclatante che in questi stessi giorni tra le varie voci qualificate di critica vi sia quella di una docente universitaria di ostetricia che spiega le ragioni scientifiche per le quali ha declinato l’invito a sottoporsi allo screening, nonostante sia portatrice di fattori di rischio [6].

Nel linguaggio comune questo si direbbe un “dare un colpo al cerchio e uno alla botte”. A me pare una pratica diffusa tra specialisti competenti che trattano di argomenti politicamente caldi, o meglio “hot”. L’ho osservata ad esempio tra gli studiosi più ferrati del terrorismo in Italia: che svelano e descrivono i legami di pochi sbandati con strutture dello Stato e poteri sopranazionali immensamente più forti; salvo poi minimizzare, quando non negare, il peso avuto da tali legami. La chiamo “la negazione del conseguente”, perché segue lo schema logico:

 - A

 - Se A allora B

- Non B.

Qui, semplificando:

 - Gli screening portano a sovradiagnosi, che aumentano i profitti a scapito della salute.

 - Se ci sono sovradiagnosi, l’uso dell’indice di sopravvivenza per la valutazione della qualità della sanità è ingannevole e aggrava la situazione.

 - L’indice di sopravvivenza mostra la qualità della sanità e deve guidare la programmazione sanitaria.

L’implicazione materiale porta spesso a errori logici, basati sullo scambio tra necessario e sufficiente; ma nella vita di tutti i giorni non si commette spesso un errore tanto evidente come la negazione del conseguente. Che perciò si potrebbe chiamare “la fallacia dei dotti”. O forse, dei dotti che sono uomini di mondo.

 30 nov 2011 h 8:15

1. http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/

2. http://menici60d15.wordpress.com/2009/10/28/la-magistratura-e-la-separazione-dei-valori-il-caso-della-“nave-di-veleni”/

3. Grande E. et al. Regional estimates of all cancer malignancies in Italy. Rapporto AIRTUM 2007. Tumori, 2007. 93: 345-351.

4. Reich J.M. Improved survival and higher mortality. The conundrum of lung cancer screening. Chest, 2002. 122: 329-337.

5. Bailar E.C. Cancer undefeated. NEJM, 1997: 336: 1569-1574.

6. Bewley S. The NHS breast screening programme needs independent review. BMJ 25 ott 2011.

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Blog de Il Fatto

Commento al post di F. Sylos Labini “I testi tossici dell’economia” del 17 dic 2011

I modelli matematici hanno nella loro parte verbale, e in particolare nei nomi delle variabili, un punto debole che si presta particolarmente a manipolazioni. Esiste un retorica quantitativa, che consente di mentire e ingannare coi numeri (in realtà, con le misure o i conteggi). Per es. in epidemiologia dei tumori si equivoca tra “mortalità” e “sopravvivenza”, riuscendo a fare figurare un aggravamento del cancer burden come un successo: v. Lo sfruttamento del bias da sovradiagnosi in oncologia. http://menici60d15.wordpress.com/2011/11/25/lo-sfruttamento-del-bias-da-sovradiagnosi-in-oncologia/.

Nonostante si sappia che nel valutare l’efficacia di interventi sanitari come gli screening di massa l’indice corretto è la mortalità, non la sopravvivenza: v. paragrafo 20, in: National lung screening trial questions & answers. National cancer institute. http://www.cancer.gov/newscenter/qa/2002/nlstqaQA

Basterebbe sostituire il termine ingannevole “sopravvivenza” con quello tecnicamente più corretto “case fatality ratio”. Ma anche le professioni scientifiche hanno i loro trucchi.

A nome di chi ancora crede nella sanità?

22 novembre 2011

Blog de Il Fatto

Commento al post di Francesca Moccia “A nome di chi ancora crede nella sanità” del 22 nov 2011

Francesca Moccia, coordinatrice del “Tribunale per i diritti del malato” chiede al Ministro della salute del governo Monti di difendere la Sanità pubblica; e lamenta che si deve “aspettare fino a 12 mesi per una mammografia”.

Chi pensa che lo screening mammografico salvi dal cancro ha buone ragioni per essere ottimista: questa pratica, la cui propaganda in questi giorni un USA viene criticata nelle sedi più ortodosse, sotto titoli come “Stop ‘selling’ cancer screening”, verrà favorita dal nuovo governo “tecnocratico”, che su questo punto non sarà un castigatore dei costumi ciellino-formigoniani.

Se invece si è disposti a prestare ascolto alla concezione per la quale la sanità – pubblica o privata – dovrebbe curare il cancro, anziché continuare a sfruttarlo con sistemi non esattamente limpidi avendone fatto un settore di punta dell’economia; se non si condivide la visione riportata nel sito del PD, per la quale “la sanità è un fattore di sviluppo per il Paese”, ma si ritiene che la sanità, almeno quella pubblica, debba essere un servizio, che spende le risorse disponibili nel miglior interesse dei pazienti, allora consiglio di leggere “The NHS breast screening programme needs independent review” British medical journal, 25 ott 2011; dove una donna, Susan Bewley, professore universitario di ostetricia, con una storia familiare positiva e multipli fattori di rischio per il cancro alla mammella, spiega i motivi scientifici per i quali ha rifiutato lo screening mammografico che le è stato offerto.

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/teenage-cancer/

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/27/la-lotta-ai-contronimi-ideologici-prevenzione/

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@alexei. Io invece mi sono chiesto perché, con tutti i problemi autentici, l’articolo della dirigente di “Cittadinanzattiva” evidenzi in grassetto “aspettare fino a 12 mesi per una mammografia”. Perché in un paese che pullula di mammografi si diffonde in continuazione la stessa storia che le mammografie sono troppo poche? Perchè non si parla di pinzillacchere come le critiche sulla loro scarsa utilità o dannosità; non si parla dell’inefficacia o dannosità delle costosissime terapie oncologiche; dell’impoverimento cui vanno incontro molti malati di cancro nel tentativo, spesso inutile e controproducente, di guarire? E di come, con la privatizzazione della sanità, il burden cancer, il carico di cancro, non diminuirà, ma il suo incremento sarà una provvidenza per gli investitori, che lo tradurranno in una ulteriore moltiplicazione della spesa? O magari, per prendere un altro argomento citato dal Tribunale, i “10 mesi per una TAC”, perché tribunali dei diritti e giornalisti stanno zitti sugli allarmi lanciati anche dall’ortodossia in merito all’eccessivo uso delle TAC, che esponendo a radiazioni ionizzanti sta contribuendo all’ incremento dei casi di cancro?

Contestare argomenti non graditi come irrilevanti nelle denunce sulla sanità non è solo “un limite”; è favorire una forma di censura, molto usata dai media, e da chi ha interessi personali su temi pubblici, che è la censura per tematizzazione. Per quale si parla ad nauseam di alcuni aspetti, che finiscono per essere identificati con il problema, mentre altri sono tabù, e suonano quindi come non pertinenti. E guarda caso gli argomenti propagandati sono le “carenze” di quei servizi che portano soldi a chi li vende, il fornisce e li sostiene; e gli argomenti proibiti i danni che questa inflazione di servizi a scapito di altri più utili causa ai cittadini.

Del resto, fanno così anche i magistrati veri:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/10/radiotossicita-mafiosa-e-legale/

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@alexei. Di che regione è la ASL che non concede la mammografia preventiva in tempi brevi? Perché, pensi invece c’è chi si lamenta delle sollecitazioni che riceve dalle ASL lombarde per fare la mammografia (v. La criminale medicalizzazione del corpo delle donne. Blog “agorà di cloro”, 13 nov 2011). Immagino che quindi per lei sarebbe del tutto fuori luogo parlare, in tema di problemi della sanità, di quanto bisogna aspettare, data l’allocazione delle risorse distorta a favore degli squali della salute, per avere le comuni cure odontoiatriche in cambio delle tasse pagate. O di quanto si deve sborsare se si ha in famiglia una persona affetta da demenza senile.

Ho l’impressione che lei sia tra coloro che tendono a confondere i problemi della sanità con gli interessi di chi trae guadagno dalla sanità. Credo che sostenere che l’allocazione delle risorse in sanità che obbedisca a criteri etici e razionali anziché speculativi, corporativi o sindacali non c’azzecca coi problemi della sanità sia peggio che un limite; ma è interessante, perché la forma alla medicina la dà il pubblico. Abbia fiducia che col nuovo corso il desiderio di ricevere da sani una periodica dose di radiazioni ed eventualmente un intervento chirurgico inutile o dannoso sarà esaudito (quello di sottrarsi realmente al rischio del cancro credo di no). E la verranno a cercare a casa, come già avviene nelle regioni a sanità civile come la Lombardia; dove infatti nel 2007 i tassi di diagnosi di cancro della mammella standardizzati per età nel 2007 sono risultati 110/100000 contro i miseri 74/100000 della arretrata Calabria. Solo, poi non bisognerebbe fare il piagnisteo quando si hanno problemi di salute seri e si viene lasciati a sbrogliarsela da soli.

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@alexei. “Non fare nessuna distinzione tra tempi di attesa” per i servizi utili, che non vengono forniti – favorendo così i privati – perché le risorse sono sprecate nell’inutile e nel dannoso, e i tempi di attesa per una “diagnostica di massa forse inutile se non addirittura pericolosa” [sue parole]? Immagino che prima di chiedere una summa in 2000 caratteri dello sterminato campo delle frodi mediche strutturali, e dare voti anziché argomentare, dovrebbe chiarirsi un po’ le idee.

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@alexei. Le frodi strutturali in effetti sono il nucleo portante, e trascurato, del malaffare medico. Ma sfortunatamente i ministri queste cose non le ascoltano, anzi: vedi quanto sta emergendo in questi giorni (ma dopo che non è più ministro) sui rapporti d’affari tra l’allora ministro Fazio e il bancarottiere Verzè. Per di più, gli enormi interessi in gioco, che ogni anno spendono cifre astronomiche in marketing e appoggi politici, riescono a lasciare tutto com’è; anche avvalendosi di quelli come lei, che tutto fanno per non chiarire, lanciando attacchi personali a chi denuncia ciò che va taciuto, mentre fingono di denunciare chissà quali scandali.

La richiesta di buon cibo

6 novembre 2011

Blog de Il Fatto

Commento al post di L. Mazzella “Tassare le bibite? Dovrebbero farlo su tutti gli alimenti in proporzione agli zuccheri aggiunti” del 6 nov 2011

Credo che lo sbandierato rapporto tra dieta e cancro, per il quale “il 30% dei tumori nasce a tavola a causa di cattive abitudini alimentari” sia un’esagerazione che colpevolizza le vittime e depista dai maggiori colpevoli, che sono da cercare nei cancerogeni chimici da inquinamento, in quelli presenti negli alimenti industriali, e nelle sovradiagnosi (*). Anche se è descritto un legame tra alcuni tumori e soprappeso, non penso sia la pastasciutta la responsabile principale dell’esplosione di diagnosi di cancro. D’altro canto, mangiare verdure è sano, ma non se sono cosparse di pesticidi cancerogeni.

Sono invece d’accordo sull’allarme sugli zuccheri e le farine raffinate come causa di diabete, di obesità e delle relative conseguenze cardiovascolari; rischio questo sottovalutato. In biochimica si dice che “i grassi bruciano al fuoco degli idrati di carbonio”. Ma anche la locomotiva industriale brucia zuccheri, la cui assunzione eccessiva fa venire fame, e pare provochi dipendenza, riempiendo di clienti i supermarket, e poi gli studi medici e le farmacie.

Andrebbe maggiormente considerato come in generale l’industria alimentare e la grande distribuzione impongano cibi che seguono logiche di mercato: invitanti sugli scaffali, ma spesso dannosi per la salute, sia per la presenza di sostanze tossiche, come i pesticidi, sia per la composizione biochimica, es. le farine raffinate.

Non viene notato, anche perché ormai tanti non hanno mai conosciuto il buon cibo, che si tratta spesso di alimenti dalle qualità organolettiche mediocri, che non soddisfano il palato e il senso di sazietà e quindi spingono a consumare di più. Invece di un’altra tassa sul cibo-spazzatura e sul cibo-droga, dovremmo chiedere prodotti di qualità, sul piano igienico e anche su quello gastronomico; richiesta fondamentale, che trascuriamo nella attuale dittatura occulta.

(*)http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/30/il-pornografico-e-l’osceno/

Lo screening del glaucoma coi paraocchi

2 novembre 2011

Blog de Il Fatto

Commento al post di D. De Felice “Dove ci guida la vista?” del 2 nov 2011

Lo screening per il glaucoma, nonostante gli interessi coinvolti, non è stato ancora proclamato efficace su basi scientifiche; per ora non è santo ma solo venerabile. Fo l’advocatus diaboli. A leggere le lunghe e complesse discussioni sui pro e contro dello screening per il glaucoma, la proposta di obbligarvi per legge tutti i guidatori non appare affatto “un modo semplice” né pacifico per prevenire i temibili effetti di questa neuropatia. Il glaucoma cronico, la forma più comune, ha uno sviluppo insidioso, ma non è detto che la misura della pressione intraoculare lo diagnostichi in fase precoce: il rapporto tra aumento della pressione e il danno al nervo ottico non è consistente. Tale incertezza sul nesso causale probabilmente spiega perché lo screening ha specificità molto bassa e bassa sensibilità; cioè dà luogo a tanti falsi positivi (in un’analisi bayesiana, su 4 positivi 3 sarebbero falsi) e anche a falsi negativi; con in più il rischio di provocare una forma acuta di glaucoma; solleva inoltre dubbi sui dati circa l’efficacia, peraltro anche ufficialmente non elevata, delle terapie preventive volte ad abbassare la pressione intraoculare. Terapie che possono avere effetti nocivi anche pesanti, e sistemici, e dare luogo ad una serie di interazioni pericolose con altre patologie e farmaci.

Il glaucoma conclamato può essere causa di incidenti da riduzione del visus e del campo visivo. Ma porta al non rinnovo della patente, per una piccola quota di automobilisti; a differenza della terapia preventiva di massa, che pure incrementa il rischio di incidenti automobilistici, es. causando ridotta visione con poca luce da miotici. Le visite oftalmologiche per il rinnovo della patente di guida con screening obbligatorio potrebbero così non ridurre ma aumentare gli incidenti d’auto. Il paradosso mostra come questi appelli sulle premalattie che suonano di buon senso lascino fuori dal campo visivo bilanci vantaggi/danni che sono intricati e poco entusiasmanti.

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Nella Baltimore eye survey oltre il 50% dei glacomatosi non avevano una pressione intraoculare elevata. Di converso, nello studio di Gordon et al, Archives of Ophthalmology 2002; 120:714-20 risulta che il 90% dei soggetti con la diagnosi di ipertensione oculare non trattati non ha sviluppato glaucoma nei successivi 5 anni. La pressione intraoculare è considerata un fattore di rischio per il glaucoma. Ma non una causa; per sostenere che ciò è falso occorrerebbe portare prove. La ricerca sta sondando numerose ipotesi etiologiche completamente diverse.

I due concetti, fattore di rischio, concetto statistico, e causa, concetto fisiopatologico, sembrano vicini; ma non andrebbero confusi, ma tenuti molto bene separati mentalmente. E la distinzione andrebbe rispettata e spiegata soprattutto nel lanciare allarmi al pubblico. Uno scambio che invece è ormai automatico, essendo uno dei dogmi, delle pietre angolari, della disinformazione medica al pubblico.

Riguardo alla sua posizione che lo screening di massa, magari obbligatorio, sia una scelta che distinguerebbe uno statista da un politico, sono d’accordo nel senso che temo che potrebbe interessare più i nostri politicanti in cerca di commesse che padri della patria immuni dal lobbying:

“Tools for screening for glaucoma are imperfect and there is no currently accepted screening program. It would not be cost-effective to screen the entire population, and many people who are suspected of having glaucoma initially are found not to have the disease on review by an ophthalmologist.” (Australian doctor, july 2011).

A proposito di confusione tra pressione arteriosa e intraoculare, i beta bloccanti preventivi per via locale, molto usati, possono abbassare entrambe, provocando una riduzione della funzione cardiaca; slatentizzando o aggravando un’insufficienza cardiaca (o respiratoria); non l’ideale per una guida sicura.

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Il problema degli effetti collaterali sistemici, e locali, delle terapie farmacologiche per il glaucoma non appare essere stato superato. Le opinioni personali dei medici in tema di nuove forme di medicina possono avere un loro peso, e io le ascolto con attenzione, soprattutto quando non confliggono con gli interessi professionali; ma nel formularle, in campi così difficili, dove spesso sono in gioco decine di variabili, penso venga spontaneo trovare aiuto nelle opinioni esterne. Oggi la Glaxo ha accettato una transazione di 3 miliardi di dollari col governo Usa per avere forzato l’espansione delle indicazioni di suoi farmaci, con effetti catastrofici per i pazienti. Il singolo medico che, convinto che i progressi della medicina lo consentano, voglia proporre sulla base di convinzioni personali una cosuccia come un nuovo screening di massa praticamente obbligatorio, potrebbe esaminare con attenzione le ragioni per le quali, nonostante se ne parli dagli anni ’60, nonostante questo furore per trovare sempre nuovi mercati medici che ha portato la Glaxo a incorrere in costi con cifre da manovra finanziaria, gli screening per il glaucoma non sono stati ancora introdotti, neppure su base volontaria; e controllare quali sono le molteplici condizioni comunemente ritenute indispensabili per proporre uno screening, e se questo insieme di condizioni sarebbe davvero soddisfatto oggi. Il rischio altrimenti è quello di una visione coi paraocchi, che nel caso del glaucoma sarebbe il colmo.

Voler guarire senza essere malati

30 ottobre 2011

Blog Il Fatto

Commento al post di D. De Felice “In sanità servono controlli sul lato umano” del 30 ott 2011

Le slot machine dovrebbero per legge riportare bene in vista l’aspettativa statistica di vincita; che sarà negativa, ovviamente: “Questa macchina vi farà vincere in media 80 centesimi per euro giocato”. Un indice statistico analogo, e non taroccato, dovrebbe essere consegnato, firmato dal clinico, e registrato per verifiche incrociate sull’esito degli interventi, a chi si sottopone a screening: “Questo screening vi farà guadagnare/perdere mediamente x anni di vita” (o di QALYs). Dati recenti mostrano che l’aspettativa soggettiva del pubblico per lo screening per il cancro del seno è stata gonfiata; e confermano che l’aspettativa reale, statistica, non è escluso sia del genere di quelle delle slot machine:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/27/la-lotta-ai-contronimi-ideologici-prevenzione/

 http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/teenage-cancer/

Le sovradiagnosi e gli interventi inutili oncologici sulla mammella sono legali, riveriti, e protetti manu militari, anche dalla magistratura; rientrano in quelle che chiamo “frodi mediche di primo grado”; una frode relativamente meno cruenta di quelle della S. Rita, ma endemica, basata su una forma più sofisticata dello stesso schema, per il quale si antepone alla ricerca del profitto l’utilità delle cure, la veridicità della diagnosi e il “non nocere”:

http://menici60d15.wordpress.com/2009/08/22/la-magistratura-davanti-alle-frodi-mediche-di-primo-e-secondo-grado/

Una frode istituzionalizzata, strutturale, che è come le frodi dei banchieri, come stampare denaro falso con cliché veri:

http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/

Invece le grossolane frodi della S. Rita sono frodi mediche di secondo grado: sono come banconote false fatte con la fotocopiatrice; come furbizie di bancari o pusher che fanno la cresta; e che vengono puniti per meglio proteggere le frodi di primo grado:

http://menici60d15.wordpress.com/2009/02/26/roba-da-chiodi/

F. Pansera

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Ringrazio il dr De Felice per le sue parole, e per l’opportunità che offre di esporre qualche commento, sperando di giungere così nel confronto a diradare in qualche punto per qualche istante un poco della fitta nebbia sulla medicina.

@precisa. Il discorso riguarda gli screening in generale: es. quello sui tumori della pelle, che ha portato ad un raddoppio delle diagnosi di melanoma in 20 anni con mortalità invariata. Riuscendo così inoltre a farsi dire bravi perché, curando i nevi per melanomi, il melanoma non risulta più quella neoplasia “cattiva” che in realtà è tuttora.

Non è che la gente “lo sopporta”. E’ indotta a credere dalla propaganda che al massimo dovrà sopportare un falso allarme, ed è propensa a sottoporsi a questi riti apotropaici; ma in realtà in una moltitudine di casi verrà classificata e trattata come malata di cancro non essendolo; con tutti i gravi danni che ciò implica; inclusi, oltre ai danni personali, quelli ai conti pubblici. (Se poi è malata veramente, non potrà contare sulla stessa sollecitudine missionaria per la sua salute, ma si troverà sola e alla ventura, soprattutto se non accetta supinamente le cure che sono concepite in funzione di chi le produce e le commercia, e che come tali possono essere anche peggiori del male).

Quindi la denominazione di “truffa” non è eccessiva, tutt’altro; e le si dovrebbe considerare forme particolarmente gravi di frode. Solo, sul piano psicologico si tratta di quelle che l’economista Galbraith ha chiamato “frodi innocenti” nel suo “The economics of innocent fraud”: frodi che sono integrate nell’economia e nel costume, e che tendono a non essere percepite come frodi perfino quando vengono svelate.

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Prima che ai pazienti, bisognerebbe rivolgersi al pubblico generale. Il sottoporsi regolarmente a interventi medici da sani appare rispondere, invece che alla razionalità, a una logica interiore che è il riflesso di moderne angosce esistenziali. Lo si potrebbe chiamare un voler guarire senza essere malati. Andrebbe spiegato e diffuso il concetto che sul piano pratico accettare di frequentare in continuazione l’ospedale, lo studio medico o la farmacia prima di ammalarsi può essere un grave sbaglio. Sia per il rischio iatrogeno; sia perché favorisce un sistema economico-politico di sfruttamento della medicina che poi quando ce ne sarà davvero bisogno non fornirà la migliore assistenza e le migliori terapie possibili, tutt’altro, ma estorcerà ancora maggior denaro.

Per una lotta ai contronimi ideologici: la “Prevenzione”

27 ottobre 2011

Blog Metilparaben

Commento al post “Minerva comincia col riprendersi le parole (e vi invita a fare altrettanto)” del 27 ott 2011 

Nel sito della Dante Alighieri ho cercato di propormi come “custode” della parola “prevenzione”. Ma non la considerano tra le parole da proteggere. Eppure è una parola che da benemerita è divenuta pericolosissima. E’ di questi giorni la notizia della proposta, abbastanza allucinante, di estendere ai preadolescenti maschi il vaccino HPV, autorevolmente criticato anche dall’ortodossia (v. “Dalla parte delle bambine”, documentario della tv svizzera); e per il quale occorre dubitare che sia anche solo teoricamente in grado di prevenire il carcinoma della cervice uterina:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/22/liceita-giuridica-del-battesimo-dei-neonati/

Si sta affermando finalmente che lo screening per il cancro della mammella non salva sostanzialmente vite, ma aumenta il peso del cancro diagnosticandolo precocemente o falsamente (Welch, Frankel, Likelihood that a woman with screen-detected breast cancer has had her “life saved” by that screening. Arch Int Med, oct 24, 2011). Da noi invece si cerca di espandere la frode alle donne giovani e alle adolescenti:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/teenage-cancer/

Gran parte di ciò è stato ottenuto con il misnomer “prevenzione”, che dovrebbe voler dire “Azione diretta a impedire il verificarsi o il diffondersi di fatti non desiderati o dannosi” (Devoto-Oli) e invece nella pratica significa l’opposto, medicalizzazione iatrogena della popolazione sana:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/25/anche-gli-psicologi-vogliono-le-spadare/

“Prevenzione” è così divenuta un “contronimo”, una di quelle parole che racchiudono due significati diametralmente opposti, spesso a causa di manipolazioni ideologiche. (V. “contronimi” nel mio sito). E’ un dato di fatto che attualmente per “prevenzione”, che dovrebbe voler dire “evitare di doversi curare da malati” si intende “sottoporsi a interventi medici da sani”; sottoponendosi a trattamenti che comunque li si voglia valutare di fatto esulano dal significato originario. Inviterei la Dante Alighieri e gli altri che hanno a cuore la lingua e la sua funzione sociale a considerare anche l’adulterazione della parole comuni; e in particolare la formazione di contronimi ideologici. Per ora, invito a riflettere sulle parole profetiche di Maccacaro, caso raro di medico e comunista che ci credeva davvero:

La diagnosi precoce, il check-up, gli screenings di laboratorio, i test multifasici: tutte queste cose che sono assordantemente propagandate e reclamizzate, […] sono assolutamente inefficaci e inopportune per la tutela della salute […]. La loro reale funzione è quella di tranquillante sociale, compiuta col dépistage di qualche “vero” malato organico (cancro, diabete, eccetera il cui destino resterà purtroppo immodificato) per dare agli innumerevoli altri la falsa rassicurazione necessaria al prolungamento nel tempo del loro possibile sfruttamento.

La vera medicina preventiva […], l’unica che abbia senso e verità, non è quella che il capitale ci propone ma quella cui il capitale si oppone. E’ la medicina che rintraccia le cause patogene e le elimina invece di trattenersi agli effetti e mascherarli con la finzione del loro riconoscimento precoce. Però se le cause sono nel modo di produzione, nella gestione sociale, nella costrizione di vita che il capitale ha imposto ed impone, cioè se il capitale è – come è – esso stesso patogeno, potrà mai combattere contro di lui e per l’uomo la medicina che si è fatta mediatrice del suo comando sull’uomo?” (In: Francese D. Sanità SPA, 2011).

Teenage cancer

16 ottobre 2011

Blog de Il Fatto

Commento al post di J. Piromallo “UnderForty: da Napoli contro il tumore al seno” del 14 ott 2011

Su il Fatto la giornalista Piromallo incita la rete perché si estenda lo screening per il cancro della mammella alle donne sotto i 40 anni. Voci autorevoli sostengono che le donne dovrebbero essere informate sul rischio di sovradiagnosi. Le statistiche, quelle mostrate al pubblico dai media compiacenti, mentono. Molte lesioni della mammella classificate istologicamente come cancro sono clinicamente silenti e non necessitano di trattamento. Più aumentano gli screening di massa, che catturano tali lesioni, fino al 46% in uno studio, più aumenta surrettiziamente l’incidenza; e più le cure sembreranno efficaci [1]. Due ricercatrici hanno calcolato che gli effetti degli screening sulla mortalità al netto di queste sovradiagnosi non sono più che minimi [2]. In realtà, più donne sane riceveranno l’etichetta di malate di cancro e i relativi danni fisici, morali, economici.

Ora tocca alle giovani; ma la lotta al cancro non dovrebbe essere affidata a “battaglie per la vita” dei blogger. Dovrebbe essere regolata dallo Stato. I cui occupanti favoriscono campagne mediatiche che alimentano un business miliardario che prospera svuotando seni, e fanno zittire chi dissente. Le forze che si presentano come “progresssiste”, legate alla grande finanza, sono in prima linea in queste campagne pseudoprogressiste.

Questo martellamento tendenzioso farà presa soprattutto sulle giovani che si trovano in una condizione di fragilità; costituzionalmente, o per circostanze di vita (stress, delusioni, solitudine, etc.). Tipico di queste operazioni è l’accostamento del cancro ad argomenti frivoli, come le borsette e i rossetti del link dell’articolo al NY Times sul Breast cancer awareness month.

1.http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/
2. Cutler, Burki. Overdiagnosis may further diminish mammographic breast cancer benefits minimized by elegant study. Climacteric. Journal of the International Menopause Society, apr 2011

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@Mir2011. Bisognerebbe darsi il coraggio morale di capire, e di spiegare se si comunica tramite i media, che gli esami diagnostici sono come le medicine: gli eventuali vantaggi vanno bilanciati coi possibili danni. Danni possono derivare anche da procedure non invasive: le informazioni generate dall’esame possono innescare una catena di interventi clinici nociva. Così come le medicine non sono caramelle, gli esami di imaging non sono fotografie, e possono essere pericolosi:

Screening could seriously damage your health. British medical journal 1997;314:533.

La medicina reaganiana dei DRG

5 ottobre 2011

Blog de Il Fatto

Commento al post di D. De Felice “Rimborsi sanitari: dubbi e certezze” del 4 ott 2011

Un economista conservatore, Ricossa, disse che il medico lo si dovrebbe pagare lo stesso indipendentemente dalla terapia: anche se non prescrive alcuna cura, purché sia la scelta più appropriata. La medicina è un “mercato imperfetto”, nel quale il paziente non sa ciò è bene per lui, e può accettare ad occhi chiusi prestazioni che sono nell’interesse dell’Offerta, ma che non lo aiutano o lo danneggiano. I pagamenti a prestazione come i DRG, introdotti da Reagan, spingono al consumo di esami e cure inutili o nocive su scala industriale. Prestazioni inappropriate che spesso inducono altre prestazioni, a catena. I DRG sono iatrogeni; premiano gli effetti avversi di esami e terapie, e la cattiva sanità: in USA ospedali che hanno ridotto le infezioni nosocomiali hanno visto ridurre le loro entrate da DRG. Paradossalmente, le truffe per “upcoding”, e a volte come per Poggi Longostrevi con pagamenti per esami non eseguiti, sono meno lesive, e meno gravi moralmente del lucro indebito ottenuto impunemente applicando quanto previsto dai DRG. Inoltre i DRG, consentendo l’arbitrio nel riclassificare la nosologia, e nell’attaccare alle varie classi pesi in denaro, vengono usati per favorire alcuni prodotti – in genere chirurgici a basso rischio, come le artroscopie di ginocchio- a scapito di altri a volte più utili, remunerandoli di più. Una mappatura dalla medicina reale a quella commerciale, deformante e irrazionale, dove le scelte del medico sono una variabile controllata dal business. In terzo luogo, i DRG consentono di agire come limitatori di spesa, per evitare che il sistema, costruito per produrre una spirale crescente di spesa medica, esploda. Questo aspetto, e l’irrazionalità della mappatura, sono quelli più contestati dai medici. Lamentele come quella del dr De Felice sono comuni. Si parla invece molto poco dei DRG come fondativi di un mercato falso e truccato che incentiva i consumi medici a danno della borsa e della vita.

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Risposta all’autore. Censurata.

@De Felice. Grazie per la risposta. Se si critica il sistema chiedendo di aumentare i consumi, è più facile “metterci la faccia”:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/09/2398/

Invece se le critiche minacciano sostanzialmente i profitti si ha una reazione istituzionale e corporativa che a mio parere è pienamente di ordine criminale. Fare la critica della medicina con L’Ordine dei medici è come “Fare la rivoluzione coi Carabinieri”, che secondo Montanelli è una tipica aspirazione degli italiani.

Audit clinici e orrori clinici

2 ottobre 2011

Blog de Il Fatto

Commento al post di D. De Felice “Proposte per evitare le “cliniche degli orrori” del 2 ott 2011 

Il feedback clinico, dove il medico curante vede gli effetti, anche non immediati, delle sue cure, sarebbe utilissimo per migliorare l’esperienza del medico. E’ diverso dal monitorare la sanità e prevenire orrori comparando come stanno i pazienti dopo le cure, che non è proprio di quelle idee che consentono di citare la frase di Proust sulla scoperta come capacità di avere “occhi nuovi”: “Clinical audit has been practised in some form or another for centuries” (McMaster R. 2003. The information society and health care: a sceptical examination of change in the UK’s NHS). Anzi, da un lato l’arretratezza nell’ottenere statistiche e nell’eseguire, come sarebbe necessario, controlli sistematici validi sugli outcome clinici è un anacronismo strumentale, una tacita deregulation che favorisce gli abusi. Dall’altro, il saggio di McMaster mostra come per sé gli audit non sono sufficienti, non essendo intrinsecamente oggettivi, ma facilmente pilotabili; e come non impediscano distorsioni e frodi – coi conseguenti orrori – ma possano anzi favorirle, nelle forme in cui vengono promossi dall’ortodossia. E’ un po’ come per i bilanci aziendali: ci vogliono, ma occorre sapere che mani esperte possono far dire loro quello che conviene anziché la verità. I dati quantitativi giusti sono indispensabili; ma, come in altri campi complessi, in medicina non ci sono “calculemus” che si possano sostituire alla valutazione politica e deontologica.

Per un’opinione non convenzionale sulle rozze truffe della S. Rita; su come i medici responsabili stiano pagando in quanto i loro crimini sono anomali rispetto alle procedure del sistema, piuttosto che gravemente devianti dal livello etico; e sulle protezioni e gli aiuti istituzionali di cui contemporaneamente godono le sofisticate frodi mediche strutturali, che non verrebbero rilevate dagli audit:

http://menici60d15.wordpress.com/

digitando nella casella di ricerca “S. Rita”, tra virgolette.

Sulle regole per la Roche

30 settembre 2011

Blog il Fatto

Commento al post di D. De Felice “Perché curarne di meno pagando di più?” del 29 set 2011

Secondo il dr De Felice ci sono due farmaci oftalmologici concorrenti: il Lucentis della Novartis, a 1700 euro “a fiala”, e l’Avastin della Roche, a 24 euro “a fiala”. Sono equivalenti, ma L’Aifa autorizza solo l’uso del primo. In realtà la Roche/Genentech ha sviluppato e commercializza entrambi i prodotti; ha dato il Lucentis in concessione alla Novartis fuori dagli USA. La molecola del Lucentis è stata ottenuta da quella dell’Avastin. L’Avastin, un antitumorale somministrato per via parenterale, per l’uso oftalmico appare più economico perché essendo iniettato localmente, nel vitreo, ne occorre una dose molto più bassa. Il prezzo a dose elevato del Lucentis è un caso mascherato di discriminazione di prezzo e di value-based pricing, volto a massimizzare i profitti. Studi che dissuadono dall’uso oculistico off label dell’Avastin riportando maggiori rischi sono finanziati dalla Roche, la stessa casa che lo produce e ha fatto carte false per estenderne l’uso (ma non alle patologie oculistiche). Politici e opinionisti stanno reggendo questa commedia, invece di esigere dalla Roche un comportamento commerciale corretto: che sgonfi il prezzo del Lucentis o offra l’Avastin in forma farmaceutica per l’uso oftalmico.

L’Avastin ha avuto appoggi politici e traversie che hanno sollevato scandalo anche tra gli scienziati mainstream: la sua approvazione per il tumore della mammella è stata concessa dalla FDA contro il parere dei suoi stessi esperti; 2 anni dopo è stata ritirata data l’inefficacia. E’ un antitumorale costosissimo che fattura miliardi di euro all’anno. In USA l’uso antitumorale off label, non rimborsato dalle assicurazioni, porta i pazienti a pagare sui 100000 dollari/anno. In generale l’uso off label è un’altra bieca tattica di marketing che danneggia i pazienti; tale trasgressione delle regole, che in alcuni casi è stata sanzionata in USA con multe di miliardi di dollari, non andrebbe fatta passare per qualcosa di positivo.

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Brescia, 14 nov 2011

Dr Enzo Iacopino

Presidente

Ordine nazionale dei giornalisti

Via Parigi 11

00185 Roma

racc a/r online

e

Dr.sa Adriana Bazzi

abazzi@rcs.it

email

Oggetto: grave disinformazione nell’articolo di Adriana Bazzi “Farmaci fuori indicazione quando è giusto rischiare”. Corriere della Sera, 13 nov 2011.

 “These are not always a victimless crime that’s just about money. These companies are engaged in actions in which there are times that result in people killing themselves or hurting others.”

Patrick Burns, attivista dei Taxpayers Against Fraud, sulla multa di 235 milioni di dollari pagata nel 2010 dalla Novartis per un caso di off label marketing

L’articolo in oggetto riporta una versione distorta e fuorviante della querelle bevacizumab vs. ranizumab. Vedi:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/30/sulle-regole-per-la-roche/ (allegato)

Invece di svelare la natura artificiosa della questione, l’articolo la “ontologizza”, come se i farmaci, anzi le preparazioni farmaceutiche, fossero un dato di natura immodificabile. Invece di denunciare un basso trucco delle multinazionali farmaceutiche a danno dei pazienti, l’ambiguo gioco delle parti delle agenzie regolatrici, e le conseguenze pericolose e a volte disastrose delle prescrizioni off label, attivamente ricercate per aumentare i profitti; invece di sensibilizzare cittadini e politici perché si faccia cessare un raggiro che pone l’alternativa tra il dover pagare un prezzo truffaldino o esporre i pazienti a un rischio iatrogeno, l’articolo accetta e amplifica la falsa rappresentazione; e ne trae la morale arbitraria e abusiva che l’off label può essere “giusto” anche se è un rischio.

Un sabotaggio terapeutico deliberato, volto alla ricerca amorale della massimizzazione del profitto, viene preso a pretesto per fare apparire accettabili forme ancora più nefaste di deregolamentazione e perseguimento del profitto. Questa posizione calpesta il diritto dei cittadini alla tutela della salute, e il diritto ad una informazione chiara, veritiera e corretta.

Sul sito del Corriere è stato rimosso un mio semplice commento (postato alle h 13:12) all’articolo online, che segnalava la radicale distorsione della versione dei fatti data dal Corriere e denunciava questo cavallo di Troia che invita a guardare con occhio positivo alle prescrizioni off label:

 “No, non è andata come dice la giornalista Bazzi. Il bevacizumab (Avastin) e il ranibizumab (Lucentis) provengono dalla stessa casa farmaceutica; la separazione e il caso non erano necessari, ma sono stati costruiti e montati ad arte per generare profitti; con lo spinoff di presentare al pubblico le prescrizioni offlabel, pratica antiscientifica e pericolosa, (per la quale pochi giorni fa la Glaxo ha pagato al governo USA una transazione di 3 miliardi di dollari), come un “giusto rischiare”:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/30/sulle-regole-per-la-roche/

Poche ore dopo, insieme a due commenti, è stata aggiunta la dicitura “Non è possibile inviare commenti a questo articolo”. Questa censura non depone a favore della giornalista e del Corriere, che dovrebbero rendersi conto, insieme agli altri giornalisti e giornali che pure diffondono e occultano notizie come se fossero dipendenti di big pharma, di quanto gravi sono le responsabilità che così si assumono.

Distinti saluti

Dr Francesco Pansera

All.

Le perizie ballistiche

25 settembre 2011

Blog “Blogghete”

Commento al post “Magistrati alzatevi. Stavolta gli imputati siete voi.” del 24 set 2011

Le perizie ballistiche

Mi fa piacere che il giudice Mori citi il principio euristico del rasoio di Occam: l’ho citato anch’io settimane fa in una lettera al presidente di una Corte d’appello nel denunciare le manipolazioni giudiziarie di una perizia che ha deciso un importante processo. I magistrati ottengono perizie addomesticate non solo per sostenere l’accusa, come dice il giudice Mori, ma anche per favorire colpevoli eccellenti. Perizie che a volte sostengono tesi demenziali e grottesche, ma vengono protette dalle critiche con sistemi massonico-mafiosi.

L’autopsia di Ketha Berardi, la bambina morta nel 1999 in seguito alla contesa tra dibelliani e l’oncologia ortodossa, non mostrò ciò che ci si aspettava, un organismo invaso dal tumore, ma un corpo devastato dalle terapie, con un midollo osseo svuotato; nonostante i media nazionali avessero detto al pubblico che la leucemia aveva addirittura invaso l’addome. I disturbi addominali erano dovuti a una colite neutropenica da chemio, incredibilmente non riconosciuta e mal curata, anello di una catena di equivoci che portò al decesso. Per nascondere ciò, i periti del PM – tra cui i medici legali che lavoravano per lo stesso ospedale e nella stessa università dei responsabili -  sostennero che se il cancro non si vedeva è perché era oscurato dal cancro stesso. Come la nebbia di Milano in “Totò Peppino e la malafemmina”: non la si vede perché quando c’è la nebbia non si vede. Qui bisognava proteggere i grandi interessi dell’oncologia ortodossa, e allo stesso tempo la tesi solo apparentemente contraria, la perniciosa “libertà di cura”, che in pratica vuol dire marketing diretto tra industria e pazienti. Andava nascosta la circostanza che la bambina aveva pienamente ragione a fuggire da giudici e CC che su mandato dei medici la braccavano con la siringa in mano; andavano nascosti gli effetti avversi di farmaci lucrosi ma dannosi, come il G-CSF. E andava aiutato lo sviluppo economico di quel pinnacolo di civiltà e scienza che è diventata l’oncologia pediatrica: http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/ .

Nel caso di Pantani, il perito (un massone) ha attribuito le cause del decesso alla sola cocaina. Non si è parlato del Surmontil, un farmaco trovato nella stanza dove il campione è morto, che appartiene ad una classe, quella degli antidepressivi triciclici, che risulta al primo posto in una graduatoria delle cause di morte per overdose da farmaci negli USA. Il rapporto dose letale / dose efficace di queste medicine è ben peggiore di quello della cocaina, con la quale condividono il meccanismo d’azione generale e con la quale interagiscono in maniera sinergica. Ma nello strano accanimento giudiziario e mediatico contro il fuoriclasse è rimasto costante il messaggio che i farmaci non fanno che bene: l’EPO (un farmaco pericoloso, usato criminalmente anche nella clinica, ma “raccomandato”:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/05/16/sperimentazione-animale-uno-spoglio-etico-2/ )

è stato presentato come un farmaco-talismano, che potenzia le normali capacità. Mentre quando si sarebbe dovuto parlare come concausa, forse determinante, di un farmaco che si vende in farmacia, il Surmontil, usato per curare la tossicodipendenza, che come molti farmaci può aggravare ciò che dovrebbe curare, silenzio. Non ha invece avuto problemi di doping, o meglio problemi giudiziari e di immagine per il doping di cui faceva uso l’eroe che ha preso il posto di Pantani, lo statunitense Lance Armstrong. Vittorioso anche sul cancro. Il cancro del testicolo, un’eccezione ai generali insuccessi dell’oncologia che è stata fatta passare per regola.

Nel caso Aldrovandi, la Corte d’appello di Bologna ha confermato sulla parola, senza uno straccio di evidenza, l’interpretazione di un luminare di una fotografia che mostrerebbe un ematoma nella parete del cuore non notato dai periti all’autopsia. Non vedere un ematoma, anzi due, che affiorano dalla parete del cuore all’autopsia mentre si sta cercando la causa di morte è come non vedere un’incudine mentre si setaccia un cumulo di paglia cercando un ago, ma il perito (passato dalla difesa all’accusa per nobili ragioni di coscienza) è stato dipinto dai magistrati come un sapiente: una fonte primaria di conoscenza. Dati sperimentali dimostrano che per ottenere una simile lesione agendo a contatto diretto col cuore occorre una pressione equivalente a una tonnellata e 4 quintali a decimetro quadrato. Bisogna essere Hulk per sviluppare questa forza manualmente, e ottenerla agendo dall’esterno; e anche Silvan, per riuscire a mantenere allo stesso tempo la parete toracica e la colonna vertebrale intatte, che è, per capirsi, come fracassare il regalo in un uovo di Pasqua comprimendo l’uovo ma senza romperlo. Qui i giudici proteggono come al solito i poliziotti, applicando la regola che per mano dei colleghi di Montalbano e del maresciallo Rocca i cittadini innocenti muoiono per incredibili e imprevedibili cause accidentali; non per un pestaggio bestiale. Si è difeso, aumentandolo, anche il fumo attorno all’asfissia da compressione, una causa di morte che non deve apparire in forma piana perché è associata a manovre di contenzione e forme di tortura da parte di polizia e infermieri. Sul piano ideologico, i giudici servono il principio della scienza ad auctoritatem; e della validità dell’imaging e del virtuale in medicina, che ha causato e causerà più morti di una guerra con le sovradiagnosi; oltre a produrre montagne di soldi.

Sembra che nelle perizie mediche giudiziarie sia possibile osservare il peggio del potere giudiziario e del potere medico, che proteggendosi a vicenda ed entrambi coperti dal latinorum tecnico gettano la maschera e si abbandonano a forme orgiastiche di abuso di potere. Purtroppo in Italia i magistrati o sono demonizzati dai malfattori istituzionali che vorrebbero mano libera, oppure vengono dipinti dai lecchini “progressisti” come i Buoni che ci proteggono. I magistrati non scippano le vecchiette, e tranne rare eccezioni non prendono bustarelle. Deve esserci tra loro una quota, non preponderante, che svolge il suo dovere correttamente e in silenzio (e che forse un popolo cialtronesco come il nostro neppure si merita). Ma il cittadino che vuole esercitare il potere di controllo democratico dovrebbe tenere ben presente che non esistono poteri buoni; e che quando sono in gioco gli interessi di poteri forti i magistrati per lo più tendono a ritornare alla posizione naturale, accucciandosi ai piedi del trono; e possono fare imbrogli e partecipare a trame che nei meccanismi e negli effetti non sono diversi da quelli dei Cattivi come la banda Berlusconi o la borghesia mafiosa.

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@sal. Esperimenti hanno mostrato che il cuore suino, che è paragonabile a quello umano, ha uno stress di rottura di 14 kg/cm^2 (Seki S, Iwamoto H. J Trauma, 1998. 45: 1079). In un decimetro quadrato, un’area dell’ordine di grandezza dell’area di compressione esercitata da una o più persone sul dorso di un soggetto prono a terra, ci sono 100 centimetri quadrati. (14 kg/cm^2) x 100 cm^2= 1400 kg = 1 tonnellata e 4 quintali (per ottenere la pressione utile di 14 kg/cm^2 esercitando una compressione su 4 decimetri quadrati occorrono 5 tonnellate e 6 quintali). E’ da notare che tale valore di pressione rientra nel range di pressioni che si sviluppano nei cilindri di un motore di automobile in moto: 10-60 kg/cm^2. Infatti gli ematomi del cuore si osservano in vittime di schiacciamenti del torace, dove hanno agito pesi rilevanti o energie elevate, es. da incidente automobilistico.

Con questo ematoma della parete cardiaca a torace integro ottenuto manualmente il perito e i magistrati hanno in pratica scritto una nuova, inverosimile, pagina di nosografia; non si capisce come mai tale evenienza non si verifichi nelle tante compressioni del torace da manovre rianimatorie, nelle quali può accadere di provocare fratture costali, e dove non c’è la colonna vertebrale di mezzo. Per spiegare i presunti ematomi il perito ha aggiunto alla pressione esterna quella arteriosa; ma questa, considerando una pressione arteriosa di 200 mmHg, equivale a circa 2 etti e 65 grammi per cm^2, un valore trascurabile, oltre 53 volte inferiore al carico di rottura.

Invece di introdurre questa acrobatica teoria dell’ematoma, che poi sarebbe andato a interrompere il fascio di His, sarebbe bastato considerare che la compressione toracica da immobilizzazione su Aldrovandi e lo stato di soffocamento sono stati comprovati da testimonianze, che ci sono segni autoptici di asfissia, e che “Kneeling on the chest or any other form of chest compression during restraint is now accepted as being potentially fatal, and both the police and the prison service in the UK teach their officers of the risks of such pressure.” (Sheperd R. Simpson’s forensic medicine, 2003. Capitolo sulle asfissie).

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Blog “Uguale per tutti”

Commento al post di Grazia Fenza “Il re è nudo … ma anche la magistratura italiana, purtroppo, non è granché vestita! ” del 26 set 2011

Davanti ai crimini del potere tanti magistrati, che dicono di indossare la toga di Falcone e Borsellino, sotto la loro toga portano la zimarra di Azzeccagarbugli:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/25/le-perizie-ballistiche/

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Blog de Il Fatto

Commento al post di Bruno Tinti “Meredith, il verdetto del popolo sovrano” dell’8 ott 2011

Al dr Tinti le discussioni sull’assoluzione della Knox e di Sollecito fanno venire in mente che il popolo ciancia senza capire nulla di diritto, e che i magistrati italiani sono superiori a quelli USA perché motivano le sentenze. Pur condividendo il giudizio sulla gente e sul sistema giudiziario USA, posso testimoniare che quando si tratta di dare impunità o appoggio ai crimini dei poteri forti, a partire da quelli coi quali gli USA mantengono il loro dominio sull’Italia, i magistrati italiani non sono migliori della gente e dei colleghi USA. Si può assistere alla “parallelizzazione” dei gradi di giudizio, che, sequenziali nel tempo, vengono affiancati sul piano spicciolo creando doppie verità; così che gli imputati sono assolti però si lascia intravedere, magari anche dallo stesso giudice che ha smentito il giudizio di colpevolezza del grado precedente, che di fatto sono colpevoli (o al danneggiato viene data ragione formalmente mentre col grado successivo, senza negare il giudizio precedente, si fa in modo che il torto prosegua). Le perizie tecniche, che andrebbero ormai riconosciute come un magnifico mezzo per eludere la logica più elementare e la decenza dietro al paravento del “rigore” e della prosopopea scientifica, possono certificare che gli asini volano:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/25/le-perizie-ballistiche/

o i periti possono divenire degli imbranati fantozziani (v. la perizia genetica della polizia per l’assassinio dell’ispettore Donatoni, in “Mistero di Stato”, di M. Almerighi). E la luce non è mai giusta: o è quella abbagliante dei proiettori dello show mediatico, oppure magistrati e forze di polizia cercano di operare nell’oscurità, senza contraddittorio, con procedure anomale, e di dare meno motivazioni pubbliche possibile, agendo per vie informali e riservate, lasciando meno tracce possibile della loro concezione del diritto e della giustizia rispetto allo zio Sam o altri signori.

Francesco Pansera

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Blog de Il Fatto

Commento al post di  G. Costa “Tutti i giudici di Amanda Knox” del 10 ott 2011

La coppia “calculemus” e “ignorabimus” nell’attività giudiziaria

@Gioele28. Che brutta professione quella del giudice, sul piano intellettuale oltre che umano, se consiste davvero in ciò che tu dici. Credo che la verità, ai fini pratici, etici e giudiziari sia un’entità tangibile e unica *; la cui approssimazione, se non sempre è possibile, non è però neppure così terribilmente irraggiungibile. Viene dipinta come vaporosa soprattutto quando al contrario si è proceduto con l’accetta.

E’ un po’ buffo che parlando dell’attività dei tribunali, che dovrebbero essere il luogo della misura nel giudizio, dall’ottimismo positivista sulle perizie tecniche si passi a dolenti considerazioni sull’inaccessibilità della verità, dove la vita reale sembra un’entità noumenica che le mura dei palazzi di giustizia tengono separata dal lavoro dei magistrati. Dalla hubris scientista, dal “calculemus” leibniziano, ad uno “ignorabimus” che invoca smarrito la trascendenza a giochi fatti.

Credo che sarebbe utile per tutti, meno che per chi è colpevole, che ci fossero linee guida solide sulla prova scientifica nei procedimenti giudiziari; basate su una definizione non ingenua – non ingenua sotto il profilo epistemologico e quello della conoscenza di come va il mondo – del rapporto tra la ricostruzione “naturale” del fatto, considerato come fenomeno causato da azioni umane, e ruolo dell’analisi scientifica nella ricostruzione. L’analisi scientifica porta la ricostruzione ai piani ipogei o iperurani del non osservabile, e può approfittarne per sdoganarsi dalla razionalità e dal controllo di attendibilità; facendo le veci del Dio di cui parla Gioele28; o meglio venendo usata come un traballante deus ex machina che interviene tonante e cigolante per imporre il finale desiderato.

* http://menici60d15.wordpress.com/2009/06/03/contro-il-relativismo-etico-ed-epistemico/

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Avvocato Costa, ringrazio Lei per mostrarmi in cosa consiste il Vostro lavoro.

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Blog di Panorama

Commento all’articolo della redazione “Da Perugia ad Avetrana: la debacle della scientifica” del 14 ott 2011

Può anche esserci un interesse della polizia a fare apparire le sue indagini scientifiche come opera di imbranati fantozziani; cfr. la perizia genetica della Polizia scientifica sulle macchie di sangue nell’assassinio dell’ispettore Donatoni in “Mistero di Stato” di M. Almerighi.

http://menici60d15.wordpress.c…..llistiche/

Radiotossicità mafiosa e legale

10 settembre 2011

Blog “L’anticomunitarista”
Commento al post “On. Torazzi, Lega Nord: “I magistrati meridionali favoriscono la mafia” del 7 set 2011.

Dall’articolo della Stampa del 10 set 11, citato dall’anonimo lombardo n.65 come “ennesimo episodio” che dimostrerebbe che la sopravvivenza della mafia è dovuta a insufficiente indipendenza dallo Stato. Titolo: “La galleria radioattiva ecco le prove dell’orrore”.Testo: “Senza alcuna pretesa di scientificità…”; “…0,41 millisievert [/ora] non è indice di pericolosità.”; “Resta il dubbio se possa essere un piccolo indizio.

Tutti sanno di ndrangheta e radiazioni cancerogene, e a parte Cetraro potrebbe esserci del vero. Ma dovrebbero sapere anche che con una TAC si assorbono, ufficialmente, 5-10 millisievert; o anche il doppio o più ancora in realtà; che il rischio di cancro da radiazioni ionizzanti da imaging medico, che la FDA ha classificato tra i cancerogeni, è a vita e si cumula nel tempo; che le stime ufficiali, quelle mostrabili al pubblico, attribuiscono alle radiazioni mediche il 2-3% dei cancri. (D.A. Johnson, CT Radiation and cancer risk, Medscape, 26 apr 2011). Equivalenti a 5000-7500 nuovi casi all’anno in Italia. E che tale esposizione deriva da esami clinici che a volte possono essere molto utili, ma spesso non lo sono affatto, venendo effettuati per fare soldi, avendo indotto il pubblico ad accettarli e pretenderli senza reale giustificazione.

Mafiosi, CC PS etc., magistrati, servizi, leghisti, benpensanti, preti, sindacalisti, politici “di sinistra”, giornalisti, bloggers non si risparmiano per esaltare l’esposizione a radiazioni cancerogene possibilmente causata dagli ndranghetisti; e allo stesso tempo per nascondere l’esposizione certa dovuta al business medico; risultato quest’ultimo che è ottenuto anche con tecniche censorie mafiose. Lo Stato conta poco. A manovrare i mafiosi, e insieme a loro anche tanti antimafiosi, sono poteri ad esso superiori; che ottengono che gli orrori autentici, e se non basta quelli inventati, della mafia, distolgano dagli orrori della criminalità economica istituzionalizzata.

Guai ai vinti

22 giugno 2011

Blog della Redazione de il Fatto quotidiano

Replica al commento di Federico Derchi al post “Sclerosi multipla, in Italia la cura c’è, ma non per tutti” del 21 giu 2011

Per chi si trova nello stato di “chronic sorrow” la speranza è un ancora che evita il naufragio del sé; ma ci sono potenti interessi che speculano su questo bisogno, e guastano alla radice la ricerca sulla SM. Leggendo i commenti, vedo che tra alcuni dei malati di SM sta sorgendo una certa consapevolezza di ciò.

La teoria della patogenesi immunologica della SM è da tanti anni alla base delle lucrose “cure”, “innovative” e spesso dannose come quelle che Il Fatto pubblicizza. Mentre veniva lanciato l’interferone per la SM, pubblicai un articolo teorico che espone indizi che contrastano con tale teoria, e che puntano verso un agente causale chimico (Pansera F. Form and cause in multiple sclerosis. Perspectives in biology and medicine 36: 306. 1993). E’ stato come avere rigato con una chiave la fiancata dell’auto del capo dei capi: nella mia esperienza, la debole teoria autoimmune viene difesa con sistemi mafiosi, grazie anche ai ruffiani delle istituzioni italiane. La terapia basata sull’ipotesi della CCSVI, una grottesca trasposizione all’encefalo della stasi venosa delle caviglie delle nonne, mi sembra sia stata messa sul “fast track” perché gioca il ruolo di oppositore di comodo. Non migliore dei dogmi del Golia farmaceutico che sembra fronteggiare, aiuta a far sì che tutto resti come prima; e accresce i profitti.

Non so per certo quale sia la causa della sclerosi multipla, né tanto meno quali possano essere le terapie. Ma ho visto come i trattamenti attuali si basino su una “slothful induction” finalizzata al profitto che viene protetta con mezzi criminali. Mi pare quindi che la scelta di astensione dalle terapie farmacologiche (una scelta che diversi medici praticano per sé stessi e i loro cari anche per altre “cure”, es. gli antitumorali), e di attenzione agli ausili meccanici che “regalano autonomia” sia saggia, cioè razionale e dignitosa; date le circostanze, che sono squallide e vergognose.

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Blog de il Fatto quotidiano

Commento del 28 lug 2011 al post ” Ferrara, nuova cura per la sclerosi multipla. Ma il ministero non concede i fondi” di Marco Zavagli

L’articolo conferma che gli standard deontologici de il Fatto sulle notizie mediche non sono migliori degli standard etici del governo Berlusconi, al quale il giornalista dà la colpa della crudele omissione di cure della sclerosi multipla. Ma il ministro Fazio ha dichiarato interesse e apprezzamento, a mio parere infondati, per l’ipotesi CCSVI. Sembra un gioco tra compari.

La CCSVI è un’idea balzana osteggiata per finta. Vive di propaganda e aiuti istituzionali. Anche il nome “Brave dream” suggerisce un marketing ploy. Il giornalista adduce come prova di efficacia la circostanza che la CCSVI è accettata a scatola chiusa all’estero; dove secondo Il Fatto sarebbero più scientifici, onesti e caritatevoli di noi. In realtà, molte frodi mediche sono di provenienza estera, in particolare anglosassone; e da noi godono dell’aiuto della parte “sana”: centrosinistra, media “progressisti” come il Fatto, e istituzioni insospettabili; che stanno vendendo i malati al grande business internazionale più ancora della parte palesemente corrotta, Berlusconi e c.

La CCSVI appare come una alternativa di comodo alle terapie immunologiche, che secondo il Fatto sarebbero pure colpevolmente trascurate pur essendo “innovative”:

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Si tratta di innovazione “schumpeteriana”, cioè volta al profitto: variazioni commerciali sullo stesso presupposto errato. Credo che la nuova terapia-marketing, onirica – ma non esattamente coraggiosa, visto ciò su cui specula – non scalzerà le terapie farmacologiche, non essendo efficace; il suo ruolo è di affiancare le terapie “ortodosse” rappresentando un’aggiunta, anch’essa falsa, che dia sfogo ai sentimenti di malati e familiari per l’inefficacia e la dannosità dei farmaci. Fa pensare all’anatocismo, gli interessi sugli interessi applicati dagli strozzini e dai banchieri. Ostacolerà inoltre l’innovazione scientifica autentica, occupandone il posto.

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Risposta 8 ago 2011

@Marco Nazaro. Lei ha fatto male a perdere tempo a leggermi. Chi ha esperienza annusa subito un ciarlatano.

Al di sotto del cuore occorre un lavoro per vincere la forza di gravità e assicurare il ritorno venoso; mentre al di sopra il ritorno venoso ha la forza di gravità a favore. Il semplice mettersi in piedi dal letto provoca un aumento della pressione venosa alle caviglie di 100 mm Hg, e allo stesso tempo un aumentato deflusso dal circolo cerebrale, dove si può avere ipoperfusione. Ci sono meccanismi specifici per il ritorno venoso dalle gambe. Se falliscono si ha insufficienza venosa. E’ grottesco capovolgere l’emodinamica del “venous pooling” applicandola al distretto sovracardiaco ipotizzando una “insufficienza” in grado di causare danni analoghi a quelli cutanei da vene varicose (Zamboni JRSM, 2006), es. necrosi. L’anatomia delle vene presenta spesso anomalie prive di significato clinico. Il letto venoso è piuttosto elastico quanto a compenso di una stenosi mediante circoli collaterali. Ma se si verifica un’ostruzione significativa del deflusso venoso del cervello le conseguenze sono catastrofiche: è contraddittorio che l’ipotizzata stasi venosa non provochi emorragie e necrosi nel delicato e suscettibile parenchima cerebrale. Soprattutto in clinostatismo. Sarebbe così miracolosamente selettiva da palesarsi invece solo contribuendo, inspiegabilmente, alla patologia della SM.

Potrei continuare, ma neanch’io amo perdere tempo: divido le letture in “bianche e “nere” a seconda che edifichino o avviliscano, e per me è la CCSVI a costituire una lettura nera. Nonostante il mancato reperimento di dati fisiopatologici solidi a conferma di un’idea tanto peregrina, sono già partite, per le ragioni già dette, non solo le sperimentazione cliniche, ma anche la pratica chirurgica; della quale dovrebbero occuparsi forze di polizia e magistratura; il cui potere repressivo scorre però anch’esso capovolto, al servizio delle frodi strutturali del business medico.

Sperimentazione animale: uno spoglio etico

16 maggio 2011

Blog “Appello al popolo” 18 mag 2011

Due colpi quasi simultanei posero termine alla silenziosa attesa; Arguto depose ai piedi del Principe una bestiola agonizzante. Era un coniglio selvatico: la dimessa casacca color creta non era bastata a salvarlo. … Don Fabrizio si vide fissato da due grandi occhi neri che, invasi rapidamente da un velo glauco, lo guardavano senza rimprovero ma che erano carichi di un dolore attonito contro tutto l’ordinamento delle cose… L’animale moriva torturato da un’ansiosa speranza di salvezza, immaginando di poter ancora cavarsela quando già era ghermito, proprio come tanti uomini … Don Fabrizio … aveva provato, in aggiunta al piacere di uccidere, anche quello rassicurante di compatire

(Lampedusa)

Il 50% dei soggetti non ha mostrato alcuna reazione dopo l’inoculazione. L’altro topo è scappato.

(Medawar).

C’è tanto di sbagliato e tanto di giusto nella sperimentazione animale. Non ho sensi di colpa per le dozzine di rattini neonati ai quali estrassi il cervello, dopo averli decapitati, nel laboratorio universitario di ricerca di base sul funzionamento del cervello dove, studente di medicina, ero interno, intorno al 1980. E’ un tema etico complesso e strumentalizzabile. In esso giocano fattori eterogenei; limiti tecnici, profondi moventi antropologici, grandi interessi economici e ideologici. Questo calderone produce situazioni intricate e a volte paradossali. Vorrei illustrare come la sperimentazione animale può essere una truffa, oltre che una crudeltà; ma che lo stesso può essere detto a ragione anche della sua abolizione. In particolare, vorrei mostrare che la lotta attuale alla sperimentazione animale è una di quelle battaglie progressiste dove si crede di opporsi al potere, e che in realtà sono favorite dal potere per fini nascosti.

In questi problemi di bioetica, dove all’etica si sovrappongono ragioni non dichiarate, non basta cercare se è “giusto” o “sbagliato”. Alla variabile a due valori “a favore”/”contro” è opportuno affiancarne un’altra, che rappresenti gli altri fattori, e le strumentalizzazioni che portano con sé: la variabile a due valori “per buone ragioni”/ “per cattive ragioni”. Ciò è ottenibile con una tabella 2×2, dove le righe indicano “a favore” e “contro”, e le colonne “per buone ragioni” e “per cattive ragioni”. Si otterranno così 4 caselle, ognuna denominata dal nome della riga più il nome della colonna che incrociandosi formano la casella. Mentre le righe sono oggettive, le colonne derivano da un giudizio.

 

Le coppie di caselle contrapposte lungo le diagonali: 1 e 4; 2 e 3; contengono in buona parte argomenti complementari, che possono essere discussi indifferentemente nel primo o nel secondo degli elementi della coppia: es. alcuni degli argomenti “contro per cattive ragioni” sono il negativo fotografico di argomenti “a favore per buone ragioni”, e li si può trattare nella prima o nella quarta casella. Vediamo come si può effettuare tale spoglio etico: come si possono riempire le quattro caselle nel caso della sperimentazione animale.

1. A favore per buone ragioni

La sperimentazione animale consente di applicare il metodo scientifico nella sua forma più rigorosa, l’esperimento controllato. Ha portato a grandi conoscenze, soprattutto nel campo della fisiologia. Ha anche permesso di individuare cancerogeni e altri agenti nocivi. La sperimentazione animale è entrata a far parte di protocolli standard di ricerca scientifica e di controllo amministrativo. Va annoverata tra le forme di sfruttamento del regno animale, come la zootecnia, l’industria delle pelli, l’uso di bestie da fatica per ottenere energia meccanica, etc., che hanno emancipato l’uomo dallo stato di natura. Da sola non è sufficiente al progresso della scienza, ma eliminarla sarebbe un regresso. Già oggi i farmaci vengono immessi sul mercato con controlli limitati sulla sicurezza e sugli effetti collaterali, fidando nella “farmacovigilanza”; anche detta “postmarketing surveillance”. Riducendo la sperimentazione animale si aggrava uno stato di fatto di sperimentazione disordinata e incontrollata sull’uomo. E si riducono ulteriormente i controlli sull’esposizione ad agenti tossici e cancerogeni.

2. A favore per cattive ragioni

I modelli animali si basano sull’analogia, forma di inferenza induttiva debole che già sul piano teorico può far cadere in trabocchetti; trabocchetti che la Natura non si è astenuta dal disseminare nel mondo materiale: ci sono sostanze che per l’uomo sono innocue mentre sono tossiche per alcuni animali, e viceversa. Alcuni “modelli animali” di malattia non sono fedeli; sono solo rappresentazioni, a volte caricaturali, che mimano superficialmente la malattia, ma sono causate da meccanismi diversi, che danno luogo a fenomeni diversi, da quelli della patogenesi della malattia umana che si vorrebbe studiare. I limiti metodologici della sperimentazione animale si fondono con manipolazioni intenzionali. Quando viene usata, come spesso è il caso, per estrapolare risultati terapeutici sull’uomo può produrre risultati errati o che confondono. E anche risultati di comodo, volutamente fraudolenti. Ogni settimana sui media appaiono mirabolanti progressi medici … ottenuti su animali. Si annuncia un altro passo avanti della medicina, ma quasi sempre non è vero niente. Basta scegliere la specie animale, o il modello animale di malattia, adatti, e voilà.

Mediante la sperimentazione sugli animali si possono ottenere, o selezionare, facilmente le pezze d’appoggio desiderate. Basta poco, qualche flebile e vago risultato su animali, per giustificare l’inizio della trafila sperimentale sull’uomo che lancerà un farmaco “prescelto dagli dei”. In questi giorni parte in Italia la sperimentazione clinica sull’efficacia dell’EPO, eritropoietina, nella sclerosi laterale amiotrofica (1);  sarebbe interessante cercare di comparare il peso dei risultati ottenuti su animali – per i quali l’EPO, una delle tante citochine pleiotropiche presenti anche nel sistema nervoso, avrebbe una generica attività positiva, “neuroprotettiva”, che si opporrebbe in qualche misura al danno mentre il tessuto nervoso viene distrutto -  con il peso della “fedina penale” dell’EPO; come i milioni di dollari pagati (legalmente, in USA) dalle case produttrici agli oncologi per fargli prescrivere il farmaco, che può causare gravi effetti avversi; col risultato che il farmaco è stato somministrato oltre le sue indicazioni e oltre i dosaggi corretti, a danno della salute dei pazienti, e anche della spesa pubblica per la sanità (2).

Il pur accomodante ente USA di controllo dei farmaci, la FDA, ha imposto per l’EPO un’etichetta di avvertimento che informi i pazienti sui rischi di “aumento della mortalità, eventi cardiovascolari gravi, tromboembolie e accelerazione della progressione dei tumori quando usata fuori dalle prescrizione e dai dosaggi”. Lasciando da parte altri episodi poco edificanti, questo dell’incremento dei consumi e del fatturato ottenuti corrompendo di fatto i medici, che si sono lasciati corrompere e hanno imbottito del prodotto i pazienti talora fino a farli schiattare, è un precedente poco rassicurante sulla serietà di questa estensione del farmaco, su basi teoriche robuste quanto il filo di una ragnatela, a una patologia neurologica completamente diversa da quelle, ematologiche, oncologiche e renali, per le quali è stato sviluppato e approvato e per le quali ha almeno una ratio teorica – dovuta a studi di fisiologia che hanno utilizzato ratti e conigli – solida e lineare.

La comparazione sarebbe interessante e utile, per valutare qual è la variabile indipendente: se gli interessi di chi è malato o quelli di chi cura; se, data la malattia SLA, sperimentare sulla terapia con EPO è davvero la scelta più razionale tra le vie possibili per arrivare a un trattamento; oppure se, dati gli interessi economici, sono i malati di questa malattia feroce, e la conseguente disperata ricerca di una speranza cui aggrapparsi, ad offrire un’opportunità agli spiriti animali di industriali e speculatori per espandere il mercato dell’EPO; opportunità inconsistente sul piano biologico, e al quale la sperimentazione animale ha contribuito a fornire un alibi o una foglia di fico. Opportunità che può aggiungere danno a danno nei malati.

Ma tale confronto critico sarebbe poco salutare per l’ipotetico autore, perché oltre che sui modelli animali i farmaci come l’EPO, “blockbuster” nei profitti, possono contare su altri ausili; incluse istituzioni dello Stato, che quando non si occupano di difendere la democrazia dalla mafia e da altri birboni pensano a mettere a tacere, con sistemi animaleschi, chi intralci il progresso scientifico; facendosi custodi volontari del sacro fuoco di Prometeo;  e anche del relativo sistema di distribuzione di plusvalenze, cedole, dividendi e mazzette.

Oltre agli aspetti tecnici e economici ce ne sono di psicologici e culturali. L’uccisione di animali è un rito che sollecita i nostri istinti di crudeltà e insensibilità; ciò in campi, la medicina e l’igiene pubblica, che se non sono guidati da sentimenti umani scivolano verso la banalità del male. Quando ero resident in neuropatologia a Boston una volta fui mandato nello stabulario con l’occorrente per le autopsie. Trovai degli studenti di medicina del primo anno (retta 27000 dollari all’anno, in genere prestati da una banca; era il 1992) che aspettavano lievemente eccitati in una delle salette chirurgiche, attorno a un cane lupo, già sedato e immobilizzato, testa compresa. Lì mi venne detto che avrei dovuto rimuovergli la calotta cranica, da vivo, e poi l’encefalo, e indicare le principali parti anatomiche agli studenti. Il valore didattico della dimostrazione sarebbe stato modesto; meglio farli assistere alle autopsie di routine, o a un intervento, oppure a un esperimento, di neurochirurgia stereotassica.

Più che altro, i patimenti dell’animale e gli schizzi di sangue di cane avrebbero fatto acquisire agli studenti un po’ di quella “callousness”, così la chiamerebbe qualche critico anglosassone, che viene scambiata per “essere tosti”; mentre è la durezza del callo: ci si è fatto il callo, si diviene incalliti; callosità d’animo che in certi eserciti viene ottenuta nelle reclute facendogli scannare maiali; e che i futuri dottori avrebbero proficuamente applicato nella professione, sotto la maschera grave del medico preoccupato per il bene del paziente, mentre si sbrigavano a pagare il prestito alla banca per cominciare a far fruttare l’investimento. Io avrei compiuto un gesto senza senso e degradante. Così tornai su a mani pulite, dai miei capi coi quali già ero ai ferri corti.

Il dipartimento ospitava Imanishi-Kari, la ricercatrice allora al centro di uno scandalo internazionale per una frode scientifica che riguardava lei e un Nobel, Baltimore (detto “il papa”), e del quale aveva fatto le spese la ricercatrice che li aveva denunciati, O’Toole, ostracizzata dalla professione; i due erano difesi con tutti i mezzi dall’establishment scientifico; ci volle un senatore USA per sputtanarli e dargli una tirata d’orecchie. Sulla porta della sua stanza Imanishi-Kari aveva messo la foto della faccia ghignante di una gargoyle: un mostro in pietra ottenuto antropomorfizzando un animale.

3. Contro per buone ragioni.

La coltivazione del senso di umanità comporta che si rispetti la vita in tutte le sue forme. Quindi anche quelle animali. E’ prudente porre quante più barriere all’esercizio della violenza fisica, che fa presto a trovare giustificazioni e scorciatoie.

La sperimentazione animale oltre che un modello biologico per le malattie può essere un modello esistenziale del problema del male nel mondo: l’animale non ha scampo, sotto la mano dell’uomo; così come non l’abbiamo noi in mano al Fato, che con cura scientifica somministra dolore, col contagocce, o a volte strazia con i suoi ferri; o per chi ci crede in mano a Dio, che fa la stessa cosa, ma per il nostro bene a sentire alcuni dei vertici della ricerca scientifica italiana (3). Rinunciare a questo potere è un resistere come si può contro l’ordinamento maligno delle cose; è un gettare a terra l’offerta di rivalersi sugli animali del nostro destino, per esorcizzarlo, per consolarsi; e chiedere invece conto al cielo, vuoto o abitato che sia, di tutto questo.

La sperimentazione animale è inoltre parte di quei parafernalia che danno un senso teatrale di scientifico, ma in sé non dà garanzie di scientificità, e può servire a propagandare il falso. Opponendosi alla sperimentazione animale ci si oppone anche a truffe pseudoscientifiche.

4. Contro per cattive ragioni.

E’ in corso da decenni un indebolimento della metodologia scientifica in medicina. La “scienza” oggi è il settore “ricerca e sviluppo” dell’industria medica, che è finalizzato al profitto, molto prima che alla conoscenza e al bene dei pazienti. L’industria farmaceutica è in realtà ben lieta di abolire i  controlli obbligatori di tossicità su animali; es. la Astra Zeneca, già accusata di avere soppresso dati preclinici sugli effetti collaterali di un farmaco oncologico, ha fatto propugnare tale abolizione a un suo ricercatore (4).

Beltz, l’inventore del primo farmaco che fu adottato per l’AIDS, l’AZT, si è detto pentito di averlo creato, avendo visto come è stato impiegato. L’AZT fu introdotto nella clinica sulla base di semplici esperimenti in vitro. Gli scienziati “eretici” che hanno evidenziato come l’AZT fosse un fattore causale della sindrome, piuttosto che una terapia efficace, hanno osservato che saltare la fase di sperimentazione animale sulla farmacodinamica ha contribuito all’equivoco: il risultato fu una somministrazione a livelli “prohibitively toxic” (5). In generale, la sperimentazione animale può dare elementi importanti – ma poco graditi a chi vende farmaci – sugli effetti paradossali, cioè iatrogeni, dei prodotti farmaceutici.

Non è stato quindi per le pressioni degli animalisti o per innata gentilezza d’animo che la UE nel 2007 ha messo al bando i test di cosmetici su animali, e nel 2008 gli USA hanno messo al bando i test tossicologici di inquinanti su animali. Si è pronunciata contro la sperimentazione animale in oncologia l’AIRC, che sulla patogenesi del cancro negli umani propaganda come verità scientifiche assodate affermazioni tendenziose (6) che sono il frutto di stime interessate; e, per stessa ammissione di chi li ha prodotti, non di dati stabiliti; e che vanno nello stesso verso di nascondere, assolvere e deregolamentare a favore dei grandi interessi.

C’è una convenienza a eliminare una metodologia, la sperimentazione su animali, che, con tutti i suoi limiti, può a volte dire “no”, “è falso”, a scoperte “scientifiche” finalizzate a fare alzare un titolo in Borsa; e può a volte dire “questo prodotto fa male”, “questo è mutageno e probabilmente cancerogeno”. La sperimentazione animale conviene al business quando appoggia le sue operazioni; è comoda per lanciare sui media la svolta epocale della settimana; ma dove porta a risultati sgraditi la si soppianta con la sperimentazione in vitro o i modelli matematici, che permettono ancora meglio di impapocchiare i risultati desiderati.

Non tutti, ma alcuni amanti degli animali sembrano frapporre psicologicamente gli animali tra sé e gli altri primati della loro stessa specie. Ci sono anche ragioni ideologiche, antiumaniste, contro la vivisezione, e in genere per la protezione degli animali: riconoscere pari dignità, o una maggiore dignità, agli animali favorisce una concezione più bassa della dignità dell’Uomo. Personalmente vedo il rispetto per gli animali non come un valore primario, ma come una conseguenza del rispetto per l’umanità. Se si mettono animali e persone sullo stesso piano, come alcuni apertamente predicano, può succedere che siano gli umani a essere trattati come animali. Appannando la distinzione tra uomo e animale, antropomorfizzando gli animali, si possono generare mostri; rischiamo di avvicinarci alla nostra natura zoologica, che incombe sotto di noi non meno del cielo stellato sopra di noi.

Gli animalisti fanno spesso parlare le immagini. Anch’io sono rimasto influenzato da ciò che ho visto; ma che non viene reso pubblico. Si freme davanti all’immagine neotenica di un piccolo di scimmia mentre viene “sacrificato”, secondo il termine usato negli articoli scientifici; non è difficile imbattersi in tali immagini. Ma le immagini dalla sala autoptica della “real thing”, di come vengono martoriati certi corpi dalla medicina commerciale; le immagini dei cadaveri dei bambini immolati sull’ara del business, degli esiti di forme cadenzate, sofisticate e controllate di macellazione, capaci di sviluppare un giro d’affari di diverse centinaia di migliaia di euro a persona trattata, non verranno mostrate.

Se si vogliono curare davvero le malattie c’è bisogno non tanto di immagini commoventi quanto di informazioni. La lotta alla sperimentazione animale va nel verso della tendenza a sopprimere le informazioni; quelle esistenti e le fonti che potrebbero produrle. Pochi giorni fa l’ombudsman dell’EU ha dato ragione, ma solo nel loro caso specifico, a due affermati ricercatori danesi che protestavano perché l’agenzia europea del farmaco, l’EMA, rifiutava da tre anni di consegnare dati relativi agli effetti avversi, anche mortali, di due farmaci antiobesità. L’EMA ha fornito comunque dati censurati, dopo avere addotto come spiegazione del rifiuto a qualsiasi rilascio l’argomento che l’informazione avrebbe danneggiato interessi commerciali; una deroga prevista al diritto fondamentale di accesso dei cittadini ai documenti dell’UE.

I due ricercatori commentano che l’EMA trattenendo i dati protegge interessi commerciali prima che la vita e il benessere dei pazienti; è la questione che ho posto prima a proposito della inversione della funzione “malattia ==> prodotto di cura” nel caso SLA-EPO. Concludono che il comportamento dell’EMA mostra come ci sia qualcosa fundamentally wrong nella scala di priorità della medicina (7). Da noi le autorità ce la mettono tutta per mostrare ai loro attuali padroni zelo implacabile nel proteggere i recessi sacri della ricerca medica. Così per alcuni tipi di medico anche ottenere articoli da una biblioteca medica universitaria diventa una penosa corrida, dati i boicottaggi, nel silenzio complice di tutti, compreso il Procuratore della Repubblica; e per il ficcanaso perfino l’accesso a biblioteche pubbliche generali deve avvenire con il monito di CC o di vigili urbani che arrivano regolarmente sulla soglia insieme all’utente, come se si trattasse di sventare una rapina alle Poste.

E’ difficile restare indifferenti alle immagini dei candidi piccoli di foca imbrattati del loro sangue mentre i cacciatori di pelli li massacrano a picconate sul pack; o al pathos del cane il cui sguardo continua a esprimere fedeltà all’uomo mentre muore legato al tavolo sotto l’attenzione perversa dei ricercatori. Intanto la FDA, e anche l’EMA, stanno mostrando interesse, dietro pressioni delle case farmaceutiche, che considerano “partners”, o “clienti”, per forme di approvazione parziale tipo “live license”, in analogia con quanto avviene col software: si consentirà l’entrata in commercio dei farmaci basandosi su ricerche “beta”, senza neppure completare i controlli, già fragili e aggirabili,  del trial clinico; come per i software, ci sarà un continuo “aggiornamento” a mano a mano che i dati sugli effetti arrivano dalla popolazione che assume il farmaco. Solo che qui i bugs non impallano un PC, ma possono consistere ad esempio nel caso dell’EPO nel blocco dell’afflusso di sangue ad aree del cervello o di altri distretti.  Ma gli anziani, i padri, le madri, i giovani, i bambini che fanno da cavie (cavie paganti) non commuovono quanto i cuccioli di beagle o di macaco.

Gli animalisti pensano di opporsi all’affarismo medico; sono spesso fautori delle medicine alternative. Non lo sanno, ma combattendo la sperimentazione animale accettano da quell’industria che credono di contestare una varietà dello stesso prodotto al quale deve gran parte del suo successo: il senso, una narrazione che soddisfi sul piano morale ed esistenziale. Mentre la medicina razionale in prima battuta suona meno umana delle storie suadenti confezionate per le masse; siano storie di farmaci miracolosi o di poveri animaletti.

I movimenti animalisti e antivivisezionisti costituiscono spesso una forma di dissenso romantico gradita al potere: fanno sfogare la sensazione diffusa ma indistinta che la medicina attuale comporti abusi e crudeltà; distraggono dagli orrori delle frodi della medicina sugli umani; facilitano l’eliminazione di strumenti di controllo ormai ingombranti, ottenendo in cambio consenso. Ci sono stati anche atti di violenza e attentati in nome dei diritti degli animali; queste forme terroristiche, non si sa quanto pilotate (8), facilitano la repressione del dissenso tecnico e democratico agli abusi commessi in nome della “scienza”; un gioco quest’ultimo che non dovrebbe suonare nuovo a chi abbia presente il “destabilizzare per stabilizzare” degli anni del terrorismo armato.

*    *    *

Personalmente concludo che la sperimentazione su animali è etica e raccomandabile in linea di principio, purché abbia finalità esclusivamente scientifiche e obiettivi positivi per l’umanità; purché sia condotta e interpretata con onestà e rigore, ed eviti quanto più possibile sofferenze agli animali. Condizioni che molto spesso nella pratica non sono rispettate.

Gli oppositori della sperimentazione animale dovrebbero considerare la tabella, e in particolare la casella n.4: il rischio che le loro sincere posizioni progressiste vengano strumentalizzate dal potere. Questo accade più di frequente di quanto si pensi; c’è una hidden agenda anche per la bioetica.

Anche per il testamento biologico e l’eutanasia è possibile costruire una tabella etica 2×2, e la casella “a favore per cattive ragioni” è tutt’altro che vuota, data la presenza di interessi materiali che il dibattito mediatico trascura (9). Anche lì lo spoglio porta a un quadro più complesso di quello dell’attuale dibattito, schematico e manicheo; e porta a considerare se sostenendo il testamento biologico, o opponendosi, nei ristretti termini imposti dal dibattito ufficiale, non si sta inconsapevolmente accettando un falso dilemma, che andrà a nostro discapito qualunque sia la scelta (10,11).

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1. Arcovio V. Sla, per rallentare la malattia ora si prova con l’Epo. Il Fatto quotidiano, 12 mag 2011. http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/12/sla-per-rallentare-la-malattia-ora-si-prova-con-lepo/110565/

2. Berenson A, Pollack A. Doctors reap millions for anemia drugs. New York Times, 9 mag 2007.

3. I “preambula fidei” di San Tommaso e quelli di De mattei e Carancini. http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/16/i-preambula-fidei-di-san-tommaso-e-quelli-di-de-mattei-e-carancini/

4. Robinson S. et al. A European pharmaceutical company initiative challenging the regulatory requirement for acute toxicity studies in pharmaceutical drug development, Regul. Toxicol. Pharmacol. (2008), doi:10.1016/j.yrtph.2007.11.009.

5. A Critical Analysis of the Pharmacology of AZT and its Use in AIDS.Eleni Papadopulos-Eleopulos et al. Curr Med res Opin 1999. 15: S1-45.

6. Il pornografico e l’osceno. http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/30/il-pornografico-e-l’osceno/

7. Gotzsche P.C, Jorgensen, A W. Opening up data at the European Medicines Agency. British medical journal, 10 mag 2011.

8. Leopardi, Unabomber e altri eversori. http://menici60d15.wordpress.com/leopardi-unabomber-e-altri-eversori/

9. Questionario immaginario ai magistrati sul testamento biologico. http://menici60d15.wordpress.com/2009/03/09/questionario-immaginario-ai-magistrati-sul-testamento-biologico/

10. Contro il relativismo etico ed epistemico. http://menici60d15.wordpress.com/2009/06/03/contro-il-relativismo-etico-ed-epistemico/

11. Il riduzionismo giudiziario nella frode medica strutturale: il caso del testamento biologico. http://menici60d15.wordpress.com/2009/06/24/il-riduzionismo-giudiziario-nella-frode-medica-strutturale-il-caso-del-testamento-biologico/

Radiazioni: spauracchi e trappole vere

14 aprile 2011

Blog “Blogghete”

Commento al post “I bambini atomici” del 13 apr 2011

Quando avevo circa 27 anni, 1-2 anni dopo Chernobyl, lavoravo saltuariamente nell’ambulatorio della direzione generale dell’ENEL (un appalto sontuoso a un tale, che non ci pagava, se non dopo 6-8 mesi e lunghe insistenze, le 60milalire/giorno pattuite). Fuori a volte c’erano i manifestanti contro il nucleare; e io, che ero non meno candido di quanto Freda dice dei suoi vent’anni, mi meravigliavo di come fossero tollerati, e anzi trattati amichevolmente nonostante le pesanti accuse che gridavano contro l’ENEL e i suoi capi.

Il 10 mag 2009, a Brescia, dopo una conferenza pubblica di uno studioso degli Anni di piombo, nel dibattito – saremo stati non più di una quindicina di spettatori – si è alzato Francesco Gironda, che ha detto di avere lavorato come “addetto stampa” di Gladio. Ha raccontato che dopo Chernobyl gli storni cadevano a mucchi nel suo giardino; e che dovere dello Stato “parallelo” è stato quello di tenere, responsabilmente, nascosta la notizia, che avrebbe provocato il panico. Questo per dire che tali notizie vengono considerate e manipolate (quando non create) dai famosi “servizi”. Che oggi si occupano meno di bombe e più di business, non ultimo il business della medicina.

Come osserva giustamente Freda, la notizia su Chernobyl fu tutt’altro che nascosta. Sono altre le notizie mediche che i colleghi di Gironda fanno in modo non emergano. Fa bene Freda, col suo fiuto, a non bersi le notizie mediche di fonti di parte come Repubblica; ma si tratta di un gioco di specchi complicato. Da un lato le radiazioni possono fare molto male, facilmente e in modo del tutto inapparente (e questa non è che una delle ragioni per opporsi al nucleare); dall’altro la loro grave pericolosità viene sia esagerata a dismisura, sia ferreamente censurata a seconda della convenienza; es. si sollecitano paure agitando fantasmi di radiazioni inesistenti, ma che paradossalmente, spingendo a fare accertamenti per la paura di essersi presi il cancro, tra i danni che provocheranno avranno quello di un aumento di esposizione alle radiazioni “buone”: le radiazioni mediche, che non sono affatto buone. Tutti sanno della “nave dei veleni” radioattiva di Cetraro, una brutta operazione di disinformazione (come scrissi prima che cominciassero le verifiche); ma ci si guarda dall’informare adeguatamente il pubblico sul rischio cancerogeno concreto derivante dal cumulo degli effetti degli esami radiografici o con isotopi radioattivi:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/15/pescatori-di-cancro/

In USA tutti sanno di Three miles Island, ma le cardio TAC “preventive”, che è stato calcolato provocano 75 nuovi casi cancro ogni 50000 soggetti, vengono pubblicizzate da cartelloni con l’immagine di un bambino che dice che per la Festa del papà regalerà al babbo una cardio TAC. L’allarme montante sulla radioattività dal Giappone potrebbe preludere a un nuovo allarme su un aumentato rischio di cancro e sulla necessità di farsi controllare; in particolare per alcuni tumori, come quello alla tiroide. Segnalo anche un altro mio commento, che include considerazioni sul cancro della tiroide, e sulla sua sovradiagnosi:

http://menici60d15.wordpress.com/2010/10/25/opere-e-omissioni-2/

Energia solare e take-over della Libia

29 marzo 2011

Blog di Dario Bressanini su Il Fatto

Commento al  post “Energia sostenibile senza aria fritta” del 29 mar 2011

“Vivere delle rinnovabili di altri paesi?

Se il Mediterraneo diverrà un’area di cooperazione o di scontro nel 21° secolo sarà di importanza strategica per la nostra sicurezza comune. J Fisher, Ministro degli esteri tedesco, 2004”

Titolo ed epigrafe del cap. 25 di “Sustainable energy – without the hot air.” Versione 3.5.2, 2008 di DJC MacKay, Chief scientific advisor del Dip. dell’energia UK. Reperibile su internet.

Il cap. illustra che nel deserto nordafricano si potrebbero installare impianti solari capaci di risolvere il difficile problema energetico europeo, inclusi i risvolti ecologici. Dal testo, le tabelle e i grafici si evince che la Libia è il paese ideale per la vicinanza, la bassissima densità di popolazione, l’elevata quantità di energia potenzialmente ottenibile.

cap. 30, sez. “tirate le somme”:

“Siamo realistici. Proprio come la Gran Bretagna, l’Europa non può vivere delle sue rinnovabili. Se il fine è quello di svincolarsi dai carburanti fossili, l’Europa necessita del nucleare, oppure dell’energia solare del deserto di altri popoli, o di entrambi.”

Sul piano politico, mentre il coriaceo Gheddafi potrebbe essere un problema per tale progetto, un governo fantoccio renderebbe la Libia una “sandbox” perfetta per lo sfruttamento energetico occidentale. Può essere utile annotare che lo scatolone libico è pieno di energia che non è solo quella del petrolio, e potrebbe essere un’area di fondamentale importanza per l’approvvigionamento di energia dell’Europa. Può darsi che la contabilità di MacKay spieghi anche l’intervento in Libia; di sicuro l’attacco è coerente con la filosofia riflessa da MacKay:

“La crescita è uno dei principi della nostra società: la gente diventa più ricca e quindi può giocare con più gadgets. La domanda per videogames ancora più superlativi…” (cap. 22).

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/20/l’obesita-energetica/

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/23/la-retorica-quantitativa/

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Blog di Giulietto Chiesa su Il Fatto

Commento del 3 apr 2011 al post “Southern Mistral 2011″ del  3 apr 2011

Forse le ragioni, al di là delle versioni ufficiali che tanto piacciono alla “sinistra”, sono molteplici; alcune ipotesi sono abbastanza ovvie:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/30/quando-e-lo-stupido-che-guarda-alla-luna/

Altre possibili ragioni attendono di essere portate alla luce dagli esperti. Tra le ipotesi si potrebbe anche considerare l’impossessarsi, oltre che dei pozzi di energia da fossili, di una fonte di energia rinnovabile, per sfruttarla o per toglierla ad altri o entrambe le cose:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/29/energia-solare-e-take-over-della-libia/

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Raccomando ai più saggi di pensare quello che vi dicono di pensare senza sgarrare, e di godersi le conseguenze di quest’altro bell’affare della Libia; altrimenti eretzdavide su Il Fatto vi dichiara fasciocomplottisti matti.

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Chi volesse i dettagli tecnici giusti legga il libro di MacKay che cito, reperibile su Internet, pag 177 e seguenti.

 

 

Ndrangheta e privatizzazione della sanità

25 marzo 2011

Blog de “Il Fatto”

Commento al post “Vendola-Formigoni, il primo: “Lombardia regione mafiosa”. L’altro: “E’ un miserabile” del 25 mar 2011

Vendola chiama mafiosa la sanità lombarda e Formigoni gli dà del drogato. Ieri sera 24 mar 11 a una conferenza di Nando Dalla Chiesa un economista dell’università di Brescia ha spiegato che le mafie prosperano sulla spesa pubblica (concetto importate); ma ha aggiunto che il modo per contrastare la ndrangheta in Lombardia è dunque privatizzare la sanità: buona conclusione per assicurazioni, fondi, banche, considerate dai tecnici tra le cause maggiori della cattiva sanità USA.

Sciascia ha scritto del “Potere che mette tutto e tutti insieme, che intesse tutto. Che assimila tutto. Anche l’opposizione, anche la contestazione”. Un modo per ottenere questo è di creare un nemico comune. Es. la ndrangheta, che avrebbe “colonizzato” l’onesta Lombardia con le sue forze, nonostante i decenni di esperienza di lotta alla mafia.

Penso che la mafia debba il suo successo ai poteri forti che la sostengono; e che questi poteri la stiano usando anche come spauracchio per ottenere risultati come la privatizzazione della sanità. Le stesse forze dello Stato che al Sud contrastano la mafia, al Nord la fanno passare, mentre si occupano di fare tacere le voci di critica alla medicina delle multinazionali. Ora, dopo che si sono lasciati scorrazzare 4 gangster, le voci più avvertite chiedono di fare scelte politiche fondamentali non in funzione di ciò che è bene per la salute dei cittadini, ma per sfuggire alla mafia.

La ndrangheta è divenuta quello che i critici cinematografici hanno chiamato, a proposito di pellicole come “Non è un paese per vecchi” , “il male invincibile”. Se vi piace il film, se davvero credete che Formigoni e Vendola, entrambi sostenitori della medicina liberista del prete dei servizi Verzè, siano davvero nemici, buona visione. Il risultato sarà una medicina delle banche; è una medicina che fa paura a chi sa cos’è, ma almeno così probabilmente non è di lupara che moriremo.

http://menici60d15.wordpress.com/

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Commento del 26 mar 2011 allo stesso post, censurato

Denuzzom dice che in Lombardia un malato di cancro ha delle possibilità, in Puglia no. La mortalità per cancro della popolazione generale, standardizzata per età, nel 2005 è stata di 157/100000 per la Lombardia e 136/100000 per la Puglia: in Lombardia risulta muoia di cancro un 15% in più. Altra cosa è la sopravvivenza di chi si è ammalato. Altra cosa ancora è la sopravvivenza reale di chi ha avuto una diagnosi di cancro: la sopravvivenza apparentemente migliore dei malati di cancro in Lombardia è dovuta almeno in parte a un artefatto dovuto a una maggior quota di sovradiagnosi:

http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/

In soldoni, se si diagnostica il cancro anche a soggetti sani, sembrerà che una percentuale maggiore di malati si salvi; in realtà si è peggiorato lo stato di salute della popolazione, medicalizzando dei sani. Il trattamento medico senza reale necessità è una truffa generalizzata nascosta, tipica della medicina liberista, che ha avuto nel caso della clinica S Rita un’espressione estrema e rozza. D’altro canto in Lombardia in genere gli aspetti organizzativi della sanità, che sono importanti per la condizione psicologica e morale oltre che fisica del malato, non toccano gli sconci che si incontrano spesso al Sud.

In Lombardia è maggiore il rischio di morire per cancro, di venire trattati essendo sani, e di venire sovratrattati da malati. Se si è malati, la qualità della vita legata agli aspetti organizzativi delle cure può essere migliore in Lombardia. La medicina di fatto è business; il livello etico è carente ovunque; l’arretratezza della Puglia, che si sta mettendo in pari, è commerciale:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/09/vincitori-e-vinti-nella-sanita-puglliese/

Dietro alla sceneggiata lumbard/terroni le cose sono diverse, e più brutte, di come sembrano:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/25/ndrangheta-e-privatizzazione-della-sanita/

La retorica quantitativa

23 marzo 2011

Blog di Dario Bressanini su “il Fatto”

Commento al blog “Vento, sole o aria fritta? Le energie rinnovabili fuori dal mito” del 22 mar 2011

“Certo quantificare non significa fare scienza”
P. Medawar

I numeri sono indispensabili in un discorso come la politica energetica. O meglio le misure numeriche, alle quali è errato attribuire la sicurezza matematica dei numeri puri (sull’onda dell’ideologia tecnocratica, si tende a confondere tra matematica pura e modellizzazione matematica) Le misure hanno es. il merito si sfatare alcune comode illusioni “verdi”. Ma la pretesa di togliere gli aggettivi, cioè di eliminare la discussione, e di fare parlare solo “i numeri”, oggetti che devono la loro efficacia alla carenza di significato intrinseco, è una forma di retorica. La retorica quantitativa dello scientismo, che nel proteggere interessi di parte – quantificabili in euro e dollari – pratica forme di antiscientificità come questa di dare la voce maggiore a certi numeri, tentando di zittire la critica col potere intimidatorio della matematica.

Sono necessarie entrambe le cose, le misure e il discorso politico. Come ho scritto (*), i primi numeri dovrebbero riguardare la scelta dei limiti dei kWh/d pro capite di una popolazione (mi fa piacere di avere pensato alla stessa grandezza dell’autore esaltato da Bressanini). Una scelta eminentemente politica. Senza numeri non si sa di cosa si sta parlando. Ma con il “Numeri, non aggettivi” in pratica si permette un modello incompleto, anzi acefalo, che finge che siano assenti gli interessi economici privati e i numeri della speculazione (e gli interessi corporativi degli esperti di numeri a cui il nucleare e la tecnologia danno lavoro); che la politica non sia che un consesso di cialtroni che friggono l’aria, e vanno guidati dagli scienziati. Un modello che può fare passare per oggettivo e scontato l’assioma della crescita illimitata, sul quale gli aggettivi e gli avverbi da usare sono davvero molti.

(*)http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/20/l’obesita-energetica/

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@Giumangi. I politici sono un consesso di venduti, che non si esimono dal ricorrere alla censura di voci tecniche critiche per spianare la strada a progetti “scientifici” che servono a fare soldi a scapito della popolazione. La politica è un’altra cosa, ma se chi legge non capisce cosa voglio dire allora è inutile spiegarlo.

Penso che possiamo convenire che nel dibattito pubblico, nella discussione tra persone comuni, es. nei blog, non si possano tralasciare gli aspetti tecnici. E’ per questo che sto segnalando il libro di Melis; faccio appello ai tecnici perché la critica delle politiche energetiche possa avere una bibliografia divulgativa sugli aspetti tecnici e quantitativi -a partire dal tema della limitazione della produzione di energia, del risparmio e dell’ottimizzazione dell’efficienza- non inferiore a quella del versante favorevole al nucleare e alle altre grandi strutture for profit del grande capitale.

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Blog de Il Fatto

Commento del 12 apr 2012 al post “Homo Sapiens 2.0. La mia esistenza in cifre” di Matteo Bittanti del 12 apr 2011

Pare che tra gli antichi ebrei fosse proibito contare le persone. Ma, anche per gli esseri umani, c’è la quantificazione buona e quella cattiva:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/23/la-retorica-quantitativa/

Pescatori di cancro

15 marzo 2011

Blog Il Fatto

Commento al post della redazione”Nave dei veleni, laDda di Catanzaro chiede l’archiviazione dell’inchiesta” del 15 mar 2011

 

La magistratura e la separazione dei valori: il caso della “nave dei veleni” (2009)

http://menici60d15.wordpress.com/2009/10/28/la-magistratura-e-la-separazione-dei-valori-il-caso-della-“nave-di-veleni”/

Quando “less is more”. Liste di attesa per le Tac, per i processi, e liste di priorità per il controllo dei cancerogeni in Calabria (2009)
http://menici60d15.wordpress.com/2009/11/18/quando-“less-is-more”/

@ mex silvio. La teratologia di Stato invece sull’inquinamento al Sud esibisce affermazioni con due teste, una vera e una falsa. Questo della nave radioattiva di Cetraro è uno di quei procurati allarmi di prim’ordine, ben congegnati, dannosissimi, e lucrosissimi; che anziché una condanna penale e ignominia fruttano soldi, carriera, fama ai signori delle istituzioni e ai free-lance che li lanciano e che li proteggono. Per il pubblico e i pazienti, ci sarà un’estensione alla Calabria di quella che ho definito la “pesca con le spadare” delle diagnosi di cancro:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/25/anche-gli-psicologi-vogliono-le-spadare/

La pesca dei pesci ne avrà un po’ risentito, ma l’oncologia fiorirà, e l’effetto economico netto sarà altamente positivo.

Anche gli psicologi vogliono le spadare

25 febbraio 2011

Blog di Luigi D’Elia e Nicola Piccinini – Il Fatto

Commento al post “Investire sulla prevenzione dei disturbi mentali conviene. E incide (positivamente) sul Pil” del 25 feb 2011

In soggetti che necessitano di cure, sostituire ai farmaci la psicoterapia può dare vantaggi clinici ed economici. Ma, perdonate, i programmi di “prevenzione” portano a un aumento della spesa, come dimostrato dagli effetti dei fallimentari e dannosi screening oncolgici, e come predetto dalla generalizzazione della legge di Roemer: non si avranno più psicoterapia e meno psicofarmaci, ma più psicoterapia e più psicofarmaci. La spesa pro capite potrebbe ridursi, ma il volume globale di spesa si impennerà. Questo sarà vantaggioso, su un piano puramente economico e occupazionale; tanto più che, come ha detto anche Ascanio Celestini, si può delocalizzare al Terzo mondo la produzione di scarpe ma non la cura dei matti.

In USA la “prevenzione”, supportata dalle multinazionali farmaceutiche, ha portato a un’esplosione di diagnosi psichiatriche di comodo, a una nazione di adulti e piccini impasticcati, agli screening psicopatologici obbligatori e ai TSO facili sui minori. Senza arrivare a questo, in Europa la prevenzione centrata sulla psicologia può essere un socio e un cavallo di Troia per andare verso lo “Stato terapeutico” predetto da Szaz.

Patologizzazione dei problemi personali e della vita quotidiana, eccitazione dell’ipocondria, istituzionalizzazione del sick role, controllo della devianza e controllo sociale in nome della prevenzione mediante etichette nosologiche, incanalamento verso gli psicofarmaci, etc. Con conseguente stigma sociale, al di là delle pose da oratorio: “Gli uomini sessuali sono gente come noi … noi normali” (ma gay, e narcisisti, funzionali al liberismo, hanno un trattamento di favore). Rafforzamento della spirale iatrogena sovradiagnosi-sovratrattamento. Una nazione di gente che “va seguita” anche dallo psicologo, oltre che dai tanti altri dottori. Gli indicatori della ricchezza reale più validi del vetusto PIL indicheranno un regresso.

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Grazie Nicola. Mi sento già meglio. In questi giorni in UK si piange lo NHS, il celebre sistema sanitario nazionale inglese; smantellato per aprire le porte alla medicina liberista, che ha nella prevenzione una delle sue armi più efficaci. Permettimi di segnalarti il libro “L’amara medicina. Come la sanità italiana ha sbagliato strada. Perché il “sistema” della prevenzione non funziona”. R. Volpi, Mondadori 2008.

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Caro Luigi, se fossi prevenuto non avrei scritto qui e non vi parlerei. Scusa, ma se lo hai letto, e conoscendo a fondo i pericoli dell’ipocondria, non pensi che il disastro descritto da Volpi possa estendersi, mutatis mutandis, al campo delle malattie mentali, come si è già esteso in USA secondo dinamiche di penetrazione economica? Oggi su Il Fatto si agogna la prevenzione; lì si parla da anni di “cruel fraud” per le campagne di screening della depressione. Come per la celeberrima Ruby, certi “successi” malati non si sa se a mostrarli si ottenga un effetto aversivo oppure emulativo. Forse può interessarti anche questo testo accademico – se non lo conosci già – che è ancora meglio: Disease, diagnoses and dollars. Facing the ever expanding market for medical care. RM Kaplan, Springer 2009. Presenta concetti interessanti anche per gli psicologi: le pseudomalattie; o una critica dell’assunto che le malattie vadano comunque trattate; i “disease reservoir”, i giacimenti di malattia da sfruttare economicamente. Però ho qualche remora. I giacimenti del disagio psicologico sono largamente intatti… Scherzo.

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@ Muffa. Il titolo del post è “Investire sulla prevenzione dei disturbi mentali conviene”, e tratta di cose come l’assunzione di 10000 psicoterapeuti per uno stanziamento di 800 milioni di euro. Questo mi pare si possa chiamare prevenzione secondaria; che ha attori economici, e interessi economici gemelli, o a volte in comune, rispetto alla prevenzione secondaria delle malattie organiche. O forse, secondo quanto ammetti, si potrebbe chiamare “psicoterapia di massa”; che però non suona bene. Davanti alle critiche, tu rispondi che ci si sta riferendo alla prevenzione primaria, che non ha nulla di medico né riguarda gli psicologi clinici. E allora gli 800 milioni ? Scusa ma è una posizione un po’ “bi-logica”, secondo il concetto di Matte Blanco; però ha il merito di evidenziare, in una fase “fondativa” della futura psicologia a tappeto, una di quelle ambiguità terminologiche che spesso sono presenti alla base di interi nuovi settori della medicina.

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E’ indispensabile distinguere tra “prevenzione primaria” e “prevenzione secondaria”, come dicevo a Muffa. Prevenzione primaria è es. ridurre l’esposizione a prodotti cancerogeni, e creare una società dove la gente non soffra più di quanto prevede la condizione umana. Prevenzione secondaria è rincorrere la malattia o il disagio dopo che la frittata è fatta.

Grillo non ha torto quando dice che “ci fregano con le parole”. Il significato comune di “prevenzione” è la prevenzione primaria, cosa ottima e sacrosanta; ma il referente della parola nel mondo reale è invece la prevenzione secondaria; in sanità, “programmi di prevenzione” è un ”misnomer”. In un linguaggio non mistificatorio si dovrebbe dire “diagnosi e trattamento precoce”.

Nell’attuale liberismo conviene ridurre la prevenzione primaria, antieconomica, e convertire il danno alla popolazione in profitti e posti di lavoro mediante la “prevenzione” secondaria. (Non sono di sinistra; ma chi lo è o dice di esserlo queste cose dovrebbe denunciarle; o ammetterle). La prevenzione secondaria, basata sulla paura e sulla sofferenza, e ben propagandata, è un prodotto che vende; così che, per ovvie ragioni di interesse, si svincola dalla missione originale, e tende a trovare malattia anche quando non c’è: dove è applicata, le statistiche di incidenza – cancro o disturbo mentale – schizzano in alto.

La sovradiagnosi da prevenzione secondaria porta a terapie inutili; non solo: terapie che producono malattia, es. chemio e psicofarmaci. Si crea così un circolo vizioso, o virtuoso sul piano economico. Sono discorsi poco chic nel salotto della rete. Ma contribuiscono a spiegare fenomeni come l’aumento di 6 volte del tasso di invalidità per disturbi mentali rispetto agli anni Cinquanta in USA, o il raddoppio dell’incidenza del cancro alla prostata in una manciata di anni in Italia, e altre cose che crescono a braccetto del PIL:

http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/

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Che sostituire ai farmaci lo psicologo possa essere un bene è la prima cosa che ho detto. Essendo tu d’accordo con le cose molto gravi che affermo, converrai che la diffidenza è giustificata. Per evitare categorie come malfidato, arruffone arraffone, etc. si può distinguere tra prescrittivo, come le cose dovrebbero essere, e descrittivo, come sono. Psicoterapia o farmaci? Nel prescrittivo studi scientifici onesti avrebbero già dovuto dare la risposta. Nel descrittivo, anything goes per fare soldi: infatti la psicoterapia è promossa insieme alla “prevenzione”. La prevenzione della polmonite è comparabile alla prevenzione di stati ansioso-depressivi ? Solo su aspetti organizzativi generali si possono accostare entità tanto lontane nel prescrittivo. Nel descrittivo, lo stesso leviatano, Glaxo, corrompe infettivologi e psichiatri per speculare su entrambe le forme di “prevenzione”:

http://menici60d15.wordpress.com/2010/12/07/da-quali-minacce-va-protetta-la-glaxo/

Depressione post partum. Faccio un esempio parallelo nel mio campo. Nel training in Usa, in una importante università bostoniana, mi dissero che il Pap test normale non esiste. Bisogna trovare sempre qualcosina, che spinga a controlli successivi. Ora leggo che la nascita di un figlio getta sempre in un profondo sconforto la donna, che quindi deve farsi trattare. Ma esistono donne con cervici uterine sane, e donne felici di avere appena avuto un figlio? Esiste il cancro della cervice, e i casi tragici di madri depresse che vanno a Castiglione delle Stiviere. Ma il prescrittivo sarebbe di partire in entrambi i casi dalla fisiologia e vedere dove davvero comincia la patologia seria. Il descrittivo è che si agitano i pericoli reali e si espandono i limiti del patologico fino a medicalizzare il 100% della popolazione. Casi di suicidi sono stati attribuiti agli psicofarmaci dati per depressione post partum. Lo psicologo sarà un argine o l’anticamera dell’intervento farmacologico ?

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E’ vero Nicola, quello che descrivo non è un paese per sani.

Ratio formigoniana

8 febbraio 2011

Blog di Beppe Grillo

Non accettato 7 feb 2011

Chi sta vicino al fuoco si scalda”

proverbio contadino

Davanti all’allarme inquinamento in Lombardia, e alle incombenti multe UE, Formigoni ha ripetuto al Tg regionale, 5 feb 11, la sua tesi che bisogna considerare “l’inquinamento pro capite” (Clima. Formigoni:”La UE consideri l’inquinamento pro capite. Sito Regione Lombardia. 2009). Dicendo “inquinamento procapite” non si spiega se si sta parlando dei tassi di inquinamento, cioè delle concentrazioni, come si può credere dato che è questo a cui comunemente, e giustamente, ci si riferisce; oppure delle emissioni pro capite, come sembra si tratti; queste sono appropriate non come la misura del livello del rischio locale di malattie dovute all’inquinamento in una data area, ma principalmente per comparare le emissioni di CO2 tra nazioni o aree, ed evidenziare il contributo, molto diverso, di differenti popolazioni – es. statunitensi, cinesi, europei, africani, bolognesi – all’aumento di CO2 nell’atmosfera e agli effetti sul pianeta, in particolare sul clima.

Sia che si tratti delle concentrazioni che dei valori assoluti, come misura del danno da inquinamento l’indice pro capite dà luogo a risultati demenziali. Per rendere l’idea, anche per una camera a gas, dove si muore per intossicazione acuta, si può sostenere che va considerato l’indice di inquinamento pro capite, dato dal rapporto tra quantità di gas immesso, oppure concentrazione di gas nell’aria della camera, e numero di persone che contiene. Più persone si stipano nella camera a gas, meglio stanno, secondo questo indice. Considerando l’inquinamento pro capite, un terrorista che irrorasse con una tonnellata di sostanze tossiche una metropoli farebbe molto meno danno di uno che eseguisse la medesima operazione con la stessa quantità di sostanze tossiche su un’area di pari estensione, ma occupata solo da un paesino con le sue frazioni. Esempi estremi e truculenti; ma non fuori luogo, perché, con modalità diverse, anche di inquinamento si può morire; esempi ai quali portano i ragionamenti di Formigoni, che hanno implicazioni grottesche e macabre.

Come ogni inverno, in Lombardia non piove, non c’è vento e i riscaldamenti vanno. I depositi di polveri sono visibili a occhio nudo: basta guardare le carrozzerie e i vetri delle auto. Mentre la Lombardia gronda polveri, il suo governatore si vanta che in Lombardia la produzione di polveri pro capite è la più bassa d’Europa. Siccome i livelli di inquinamento sono molto elevati, in realtà questo vuol dire, come per l’esempio della camera a gas, che in Lombardia un maggior numero di persone è esposto a livelli dannosi.Il rapporto tra inquinanti e numero di abitanti è inversamente proporzionale alla densità abitativa: più abitanti si affollano in Lombardia, migliore, secondo tale indice, sarà la situazione; ovviamente in realtà la situazione sarà peggiore, perché un numero maggiore di persone saranno esposte agli stessi livelli di inquinanti. Ovvero, all’aumento del denominatore del rapporto emissioni/abitanti, cioè all’aumento del numero di abitanti, corrisponderà sia un peggioramento della realtà, sia un miglioramento, falso, dell’indice che dovrebbe descriverla.

Alla riduzione del numeratore, considerato come dato dalle emissioni totali di inquinanti (misure che sono più facili da manipolare di quelle delle concentrazioni nell’aria), si avrà una riduzione dell’indice; riduzione che però può avere una significatività spuria. Se in una camera a gas si immette meno gas, ma i livelli di gas all’interno restano comunque al di sopra della soglia di letalità, l’indice di inquinamento pro capite della camera si ridurrà; ma non è migliorata la sorte delle persone nella camera; è aumentata l’efficienza della camera a gas. Se, come avviene, a parità di popolazione si riducono le emissioni ma non tanto da fare calare sotto livelli accettabili le concentrazioni, che restano alle stelle, le vanterie di Formigoni sono come i cannoli di Cuffaro.

Invece che dover dipanare le malsane contorsioni della Regione Lombardia sugli indici di inquinamento, sarebbe meglio discutere di risparmio energetico, che può fare abbassare drasticamente le emissioni e quindi le concentrazioni. E quindi migliorare la salute della popolazione. Può decurtare di una bella fetta la bolletta delle imprese, e qui Formigoni sarà d’accordo; e anche la bolletta e le spese di carburante del cittadino, effetto questo che dalla prospettiva dei politici e degli interessi che rappresentano non va molto bene. E può rendere la nazione meno dipendente dall’approvvigionamento esterno di energia. Ma anche questo è un obiettivo che la nostra classe dirigente, compradora, cioè abituata a prosperare vendendo la nazione a interessi stranieri, non vuole. Il risparmio energetico potrebbe essere la risposta al partito delle centrali nucleari.

Il libro “Mr Kilowatt. Alla ricerca dell’energia perduta” di Maurizio Melis, ben scritto, chiaro e approfondito, è illuminante sulle grandi possibilità di risparmio energetico che attenderebbero solo di essere sfruttate. E’ edito da “Anarchia oggi”. No, mi sbaglio: da il Sole 24 ore. Credo che in questo caso la Confindustria offra il buono che si può e si deve prendere dal “sistema”. Poi sta a noi saperlo usare, e chiedere che venga usato, per il nostro progetto e non il loro.

Tornando a Formigoni, sparare una formula non basta per essere scientifici; anzi può essere un ottimo espediente per impapocchiare la gente. La variabile “emissioni di inquinanti” non va confusa con la variabile “concentrazione di inquinanti”. L’efficienza nella riduzione delle emissioni, che l’indice adottato da Formigoni può rappresentare, non va confusa con la riduzione dei livelli di esposizione. Ciò che conta per la salute non sono le emissioni, né tanto meno le emissioni pro capite, ma le esposizioni. Queste ultime dipendono oltre che dalle emissioni da diversi altri fattori, es. dall’orografia e dalla meteorologia, nella Pianura padana particolarmente infelici sotto il profilo del ristagno degli inquinanti nell’aria.

Contano le concentrazioni nell’aria. Si può morire di asfissia anche con la testa dentro un sacchetto di plastica. Come indice del pericolo cui sono esposti i cittadini le emissioni pro capite sono un indice non valido, di comodo e capzioso, adatto a coprire la situazione anziché rivelarla: tanto che in alcune situazioni questo contatore legge al contrario, consentendo di dichiarare miglioramenti dove la situazione peggiora.

Per “inquinamento pro capite” Formigoni dunque non intende il carico di inquinamento che ogni singolo abitante della Lombardia subisce; ma l’inquinamento che ogni singolo abitante immette nell’atmosfera; è come se le emissioni totali derivassero dalla somma di una stessa quota che è prodotta da ogni abitante, e della quale ogni abitante è quindi ugualmente responsabile. E’ vero che le emissioni pro capite hanno in questa fase del capitalismo una correlazione positiva col reddito pro capite, cioè il reddito medio. Pare che con la crisi le emissioni pro capite si stiano riducendo; insieme al reddito pro capite e all’occupazione. Così funziona il modello socioeconomico nel quale viviamo. Ci dicono che non ce n’è uno migliore.

Il rapporto tra l’inquinamento e il numero di abitanti è anche una possibile misura del compromesso tra etica e denaro: è correlato con il rapporto tra immoralità istituzionalizzata e numero di persone che su quella immoralità istituzionalizzata ci mangiano. Sembra che quando ad azioni altamente immorali, come diffondere cancerogeni e altre sostanze nocive, corrispondono vantaggi per un numero sufficientemente elevato di soggetti, allora quei crimini divengano leciti, e vadano protetti, anche con frodi, abusi e violenze; anche da parte dello Stato. E anche i comuni cittadini beneficiari sono d’accordo.

E’ l’ideologia dell’utilitarismo. Che nella sua versione italiana, e padana, può degenerare ulteriormente in “mafia fordista”: una mafia vincente, accettata dal sistema legale, che redistribuisce una quota rilevante dei proventi alla popolazione; a differenza dei mafiosi col bollino di mafioso che egoistacci se li tengono quasi tutti per sé. Una mafia che non ha bisogno di sparare, ma che pratica forme di violenza occulta, nei suoi affari commerciali e nelle misure di repressione contro chi è troppo di ostacolo a tali affari, con l’appoggio dello Stato. Una mafia che a volte si mette in affari con la mafia meridionale, con la quale c’è dietro alla differenze una sostanziale affinità. La ndrangheta in Lombardia è più un gemellaggio che un’invasione di barbari.

L’indice scelto da Formigoni, di provenienza anglosassone, è un indice utilitarista, che si rivolge scaltramente alla cittadinanza: da un lato offrendole di salvare le apparenze e magari di vantarsi pure, chiamando fior di panna la morchia; e dall’altro ricordandole sottilmente che essa è complice nel sistema che gli toglie l’aria pulita. Con questa voglia di controllare l’inquinamento, il futuro economico di oncologia, pneumologia, cardiologia, chirurgia, servizi diagnostici etc. , già tanto beneficato per altre vie da Formigoni, sta in un ventre di vacca.

Formigoni vuole anche considerare come indice di inquinamento il rapporto inquinamento/PIL; un indice della stessa parrocchia dell’inquinamento pro capite. Secondo l’attuale critica al PIL come indice valido della ricchezza, l’inquinamento dovrebbe essere un fattore di riduzione nel calcolo del PIL. Invece nell’indice richiesto da Formigoni è il PIL che è un fattore di riduzione nel calcolo dell’inquinamento. Vespasiano disse “non olet” sollevando una manciata di soldi, e Formigoni dice “non avvelena” facendo lo stesso gesto.

Dagli indici di inquinamento che propugna si vede come Formigoni, piuttosto che come un amministratore che ha a cuore la salute della popolazione che lo ha eletto, si comporta come un capo di una potenza industriale che non deve essere intralciata più di tanto nella ricerca dei dané. Ai lombardi va bene. Nelle parole di Formigoni rintocca la nota funesta di un cinico realismo non si sa quanto cattolico, al quale deve il suo successo politico.

Comunque, magia dei numeri, Formigoni può manomettere indisturbato una misura elementare e fondamentale, che attiene alla salute, e chiedere che ciò divenga legge. Quando gli ostacoli sono troppo grossi per schiacciarli alla ciellina, Formigoni sostiene impettito degli elaborati sofismi. Della reazione della “opposizione” nelle sedi politiche non vale la pena parlare. La Lombardia, incapace di reagire a tanta sfrontatezza, o convinta che sia giustificata perché solo i soldi contano, non sta attraversando uno dei suoi momenti migliori.

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Blog “Blogghete!”

Commento del 9 feb 2011  al post “Mirate alla pancia (Non alla testa)” dell’8 feb 2011

“Mirare alla pancia” può avere anche un altro significato:

“La sua tesi può essere anche giusta, ma è sufficiente alludere al fatto che essa è in contrasto con l’interesse comune […] , che tutti gli uditori troveranno gli argomenti dell’avversario deboli e miserabili anche se sono ottimi, e i nostri giusti e centrati anche se fossero campati in aria; il coro si proclamerà a gran voce in nostro favore e l’avversario dovrà sgombrare il campo umiliato. Anzi, gli uditori per lo più crederanno di avere dato la loro approvazione per puro convincimento. Infatti, ciò che va a nostro danno, appare per lo più assurdo all’intelletto. ‘L’intelletto non è una luce che arde senza olio, ma viene alimentato dalla volontà e dalle passioni’ (Francis Bacon). Questo stratagemma […] di solito viene chiamato ‘argumentum ab utili’.”.
Schopenhauer, L’arte di ottenere ragione, stratagemma n. 35.

Si mira alla pancia sia nel senso di mirare alle emozioni, sia in quello di fare appello alla funzione digestiva. Sembra che in genere oggi, nell’era dell’utilitarismo trionfante, i persuasori mirino alla pancia sia con le potenti sollecitazioni irrazionali mediatiche, sia mediante l’appello alla pappa, in un mix che può spiegare certi successi politici altrimenti poco comprensibili. Come il cane di Pavlov alla fine secerneva succhi gastrici al solo suono della campanella, senza che vi fosse più associato del cibo, ormai si accorda il consenso a certi argomenti “ab utili” anche quando bisognerebbe chiedersi se è davvero nel nostro interesse:

Ratio formigoniana

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/08/ratio-formigoniana/

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Blog di Simone Perotti

Commento del 19 feb 2011 al post “Non basta sganasciare la dirigenza politica” dell’11 feb 2011

Segnalo il commento “Ratio formigoniana” : http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/08/ratio-formigoniana

Mentre lo scrivevo mi venivano in mente le predizioni de “La vita agra”: “E’ aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e procapite, l’occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram …l’età media, la valetudinarietà media, la produttività media …”.

Bianciardi non dovrebbe essere citato alla leggera come antesignano dei sessantottardi, o dell’attuale docile opposizione di massa. Quell’etilista che ha lasciato pensieri autentici, lucidi e accorati come pochi è un esempio raro, alto e toccante, di ribellione endogena e individuale, “in interiore homine” appunto. Fu un’ecccezione e un isolato, molto lontano dalle folle dei tanti eterodiretti o furboni che in fondo lavorano per Capitan Uncino.

 

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Blog Il Corrosivo

Commento al post “La giostra impazzita” del 15 feb 2011

Sono d’accordo:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/09/manco-con-gli-occhiali/

http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/30/il-pornografico-e-l’osceno/

Lei scrive “mancanza di prospettive per noi e per i nostri figli, destinati a vivere in un ambiente devastato, senza aria da respirare e con le corsie dei reparti oncologici infantili sempre più piene”.

L’inquinamento, importante causa di insorgenza dei tumori, viene tollerato per ragioni utilitaristiche:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/08/ratio-formigoniana/

Ma oltre all’inquinamento altre cause, peggiori, contribuiscono all’incremento dell’incidenza dei tumori, a cominciare da quelli infantili:

http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/

http://menici60d15.wordpress.com/

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Blog di Mario Agostinelli – Il Fatto
Commento al post “Una centrale al giorno leva il medico di torno” dell’1 mar 2011

Non sarebbe il caso di cominciare a pensare seriamente al risparmio energetico serio?

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/08/ratio-formigoniana/

 

Il come e il cosa

2 febbraio 2011

Blog di Piergiorgio Odifreddi su Repubblica

Commento al post “Grazie Minetti ora sappiamo” del 28 gen 2010

Non accettato 2 feb 2011 ore 9:25

Il prof Odifreddi nota che “le abitudini sessuali del premier hanno purtroppo trasformato gli italiani in un popolo di ossimorici guardoni-puritani”. Sono d’accordo, ma “l’ossimoro” è anche negli scandali, che sono allo stesso tempo roba secondaria e sviante, da guardoni o poco più, oppure gravissimi: a seconda da che li si guardi sotto il profilo, rispettivamente, del “come” politico o del “cosa” politico.

Se vogliamo ordinare una lista, ciò è il “cosa”. I diversi algoritmi di ordinamento possibili sono il “come”. Qui il “come” è come condurre il liberismo: se sobriamente oppure alla maialesca. Limitandosi a combattere le forme più pittoresche e svaccate del liberismo senza metterlo in discussione si fa una bella figura, ma in realtà si perfeziona e si tempra il liberismo, che prevede forme legalizzate di mercificazione della persona. Ed è questa la posizione degli ambigui censori di Berlu, già suoi alleati, e tuttora suoi sodali in altri campi. Il “cosa” è prendere il Rubygate come esempio della mignottificazione generale, fase adolescenziale del liberismo; e contrastare la tendenza storica prendendo lo scandalo a luci rosse come caso particolare delle conseguenze perniciose di un modello sbagliato.

A proposito segnalo il post:

Il pornografico e l’osceno

http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/30/il-pornografico-e-l’osceno/

http://menici60d15.wordpress.com/

Il pornografico e l’osceno

30 gennaio 2011

Blog “Uguale per tutti”

Commento al post “L’inevitabile punizione della storia” di Felice Lima del 22 gen 2011

1. Distinguere tra il pornografico, cioè lo sconcio esibito, e l’osceno, cioè lo sconcio tenuto nascosto fuori scena (Scarpinato), permetterebbe di comprendere meglio cosa sta accadendo e cosa seguirà; es. la scarsa reazione del pubblico contro la guerra di Berlusconi per soggiogare i magistrati. Il Rubygate è il pornografico. Per me che mi occupo di medicina l’osceno invece è l’affermazione dell’AIRC, in occasione della giornata delle “arance per la salute”, che “E’ stato ampiamente dimostrato che il 30% dei tumori nasce a tavola” “a causa di cattive abitudini alimentari” (AGI, 27 gen 2011). (Su queste raccolte fondi v. “La questua delle multinazionali”). Tanto il Rubygate è esibito, da Berlusconi per primo, dai magistrati, dal centrosinistra, dai media, altrettanto questi stessi attori proteggono e tengono nascosta la falsità e la gravità dell’affermazione dell’AIRC.

2. Come spesso avviene, l’annuncio della “scoperta” (espressa in termini sufficientemente generici da apparire come un dato pacifico e allo stesso tempo da consentire retromarce al bisogno) ha preceduto la prova: già nel marzo 2010 il presidente della LILT, Schittulli, spiegò a Palazzo Chigi che la prima causa del cancro (35%) è la cattiva alimentazione. I meccanismi di tale legame sarebbero stati svelati ora, in occasione della giornata “arance per la salute” 2011: “L’oncologia si decide a tavola“, (In: Cibo e tumori, scoperto il meccanismo che li collega. GSK informa, 28 gen 2011. Fonti: Corriere della sera, La Repubblica, Sole 24 ore).

3. Se fosse vera, si tratterebbe di una scoperta epocale. Ma più che una scoperta è una forma di revisionismo; anche l’oncologia la scrivono i vincitori. Nel 1964 l’OMS attribuì all’inquinamento l’80% dei casi di cancro nelle società industrializzate. C’è stato chi ha criticato la stima come troppo bassa, mentre le industrie che venivano ad essere accusate hanno spinto con le loro potenti leve perché fosse ridotta. Decenni di ricerca hanno pienamente dimostrato che il cancro è causato principalmente da agenti ambientali: prima di tutto l’esposizione a sostanze chimiche prodotte dall’uomo, nell’aria, nell’acqua, e – da non sottovalutare – nell’agricoltura e nel cibo. Una causa trascurata sono le radiazioni ionizzanti, incluse quelle degli esami diagnostici. Un altro importante gruppo di cause della recente esplosione dei casi di cancro, il più osceno, quello che non si deve far sapere al volgo, e neppure all’inclita, sono le sovradiagnosi per fini commerciali (v. es. SOS cancro nei bambini e sovradiagnosi). Il peso di queste cause viene così ridotto; e nell’informazione al pubblico viene annullato, perché si minimizza o si tace sul ruolo schiacciante dei prodotti chimici industriali nella cancerogenesi, sui tumori da cibi industriali, da esami radiologici, e sulle diagnosi come cancro di formazioni che biologicamente o clinicamente non sono cancro.

4. I costumi alimentari sono da aggiungere alla lista delle cause di cancro false, o descritte come enormemente più potenti di quanto siano in realtà; peraltro ben supportate dalla magistratura: es. le onde radio, con l’inchiesta su Radio Vaticana, del progressista Procuratore Amendola; o il telefonino, dichiarato in grado di provocare tumori dalla Corte d’appello di Brescia del “P2+1” Marra. Come ad Alì Agca e alla sua banda è stata accollata anche la scomparsa di Emanuela Orlandi, così l’obesità, importante fattore di rischio per diverse malattie, es. il diabete, e fattore di rischio minore per alcuni tumori (peraltro discutibile), viene elevata a causa principale del cancro.

5. Questo da un lato depista dai veri colpevoli; non si agirà contro fattori cancerogeni veri né contro eventuali relative responsabilità politiche, morali e giudiziarie; dall’altro scarica la responsabilità sulla vittima, il paziente, inducendolo a provare quel timore e senso di colpa che spinge a fare controlli “preventivi”, favorendo le sovradiagnosi; e comunque a varcare la soglia del sistema cancro col capo chino, nell’atteggiamento impaurito e sottomesso che si conviene. E’ un aspetto particolare del fenomeno della trasformazione della medicina in religione, dove la malattia non ha cause esogene, che non possiamo controllare, come il mare di veleni nel quale viviamo; ma ha cause endogene, cause in ultima istanza morali; non accusiamo la pagliuzza altrui per assolverci dalla nostra trave: il cancro viene per “stili di vita” sbagliati; è il castigo per il peccato; per non aver seguito gli amorosi precetti dei medici-prete. Si esalta e si stira la parte fisicamente fondata dell’ideologia colpevolizzante, es. i danni da fumo di sigaretta, per coprire le enormi responsabilità sulle cause industriali e commerciali.

6. L’affermazione outrageous dell’AIRC passa senza che nessuno fiati. Sul cancro le fonti ufficiali possono sostenere qualsiasi cosa, sparare qualsiasi enormità, senza alcun controllo. Aveva ragione mio nonno, calabrese, che diceva che “il peggior delinquente è quello che si fa i fatti suoi”, cioè che agisce in silenzio e indisturbato. Contro una notizia falsa e tendenziosa che danneggerà gravemente la salute del pubblico si dovrebbe agire sul piano politico e tecnico; forse anche su quello giudiziario. Ma tale dinformazione, che sarebbe di primaria importanza contrastare per il benessere dei cittadini, non solo non è esaminata, e se del caso perseguita; è attivamente sostenuta dallo Stato, e da forze locali; che oltre a favorirne le diffusione la proteggono mediante un sistema di stampo mafioso.

7. Berlusconi e i magistrati lottano all’ultimo sangue, o almeno così sembra; ma sulle cose più importanti, come la definizione del cancro, abbassano i coltelli, e anzi li puntano assieme contro lo stesso nemico. So per esperienza che il solo chiedere all’AIRC e all’AGI le referenze scientifiche che comprovino l’affermazione avrebbe come unica risposta un immediato incremento dello stalking nei miei confronti da parte delle forze di polizia; per dirne solo alcuni, CC e PS; e la temibile polizia municipale di Brescia, la città che lavora; gente che i gurkha gli fanno il solletico. Passano e spassano ovunque vada, come al Sud fanno i picciotti quando vogliono esercitare l’azione intimidatoria; o come devono avere già fatto negli Anni di piombo quando bisognava esasperare gli animi, per eccitare l’antagonismo contro lo Stato in modo da “destabilizzare per stabilizzare” (es. il Viminale sotto Cossiga); forti della posizione di scomunicato senza credito e senza diritti assegnatami in precedenza dalla magistratura; e della connivenza o partecipazione della magistratura rispetto a misure supplementari di censura. La “lotta” al cancro nello Stato di diritto funziona così; pestando l’acqua nel mortaio quanto a cure vere, cercando invece di accrescere ulteriormente il business tramite il falso, e recludendo chi guasterebbe questa fantastica macchina stampasoldi.

8. Le telefonate dall’alto – delle quali è intessuta la storia dell’Italia repubblicana – in questi casi passano senza problemi: a differenza del caso di Ruby in Questura. Ho sperimentato la disponibilità dei magistrati ad esaudire i desideri dei poteri forti quando vogliono che sia colpito qualcuno; adottano un formalismo e un immobilismo da mandarini confuciani; capisco perciò come vi siano analisti che per spiegare la scattante e vigorosa azione giudiziaria sulle mignotte del premier ipotizzano, analogamente a Tangentopoli, qualche “telefonata” da un alto più in alto che ha detto di cacciare il satrapo. Ma forse tra i magistrati o poliziotti e chi detiene il potere sommo c’è un’intesa naturale che non necessita di telefonate.

9. Quindi, a proposito delle responsabilità storiche di cui parla il dr Lima, se un giorno si dovessero stabilire quelle sul disastro cancro in Italia, i magistrati andranno accomunati a Berlusconi (ed entrambi a Prodi & c., che hanno fatto lo stesso). La sanità lombarda ha i suoi angeli custodi internazionali, che sono in sintonia con le toghe “rosse” sul tema di quali tra le tante forme di corruzione vanno combattute: la corruzione degli amministratori pubblici a favore di sé stessi o dei partiti. E’ una sanità che ha un bisogno vitale di disinformazione e mistificazione, es. questa sul cancro che si prende abbuffandosi; in una scala di priorità etiche e politiche, e anche giudiziarie, la vergognosa – e rivelatrice – presenza nei banchi di Nicole Minetti è in realtà tra gli ultimi aspetti dei quali ci si dovrebbe occupare guardando alla Regione Lombardia. Una sanità che deve il suo successo non solo alla giunta berlusconiana di Formigoni ma anche agli uffici giudiziari che hanno fornito impunità, repressione e propaganda. Per non parlare dell’appoggio dei “Glaxocomunisti” (v. Da quali minacce va protetta la Glaxo).

10. A meno che non sia palesemente infondata, e questo non è certo il caso, non si ha il diritto di attaccare i magistrati perché esercitano l’azione penale. Ma è lecito comparare ciò che fanno legittimamente con ciò che omettono, o che non potrebbero fare e invece fanno. Se la lotta al pornografico straripa dalle prime pagine e quella all’osceno non occupa neppure un trafiletto viene meno l’autenticità. La gente non capisce cosa avviene nel campo dell’oncologia; né, lo vedo su di me, in chissà quanti altri campi dell’economia; ma spesso vive direttamente sulla propria pelle una parte dell’osceno, e percepisce a naso che questi scandali pornografici sui media sono integrati in una situazione distorta e falsa, dove i problemi principali non si toccano, dove non ci si spinge oltre il secondario, il collaterale; ciò provoca disincanto per l’impegno sulla sfera pubblica, in una popolazione che ha già una scarsa tensione civile.

11. Il tema sessuale, sfruttato anche all’estero, es. con Clinton (v. Noemi e la nascita della sanità integrativa), colpisce nuclei psicologici profondi, dando così l’impressione di una incisività dell’azione del sistema di controllo del potere; di un profondità etica e politica che invece è latitante. L’etica non risiede nelle mutande; tanto meno l’etica pubblica. Con tutti i suoi grandissimi meriti in altri contesti, meriti per i quali le lodi non saranno mai troppe, la vulva non può occupare il posto centrale nel discorso politico. L’enfasi sui reati a sfondo sessuale nell’opposizione a Berlusconi appare come un modo, che può far comodo anche all’astuto brianzolo, di ritagliare tra lui e quelli che attualmente vogliono mandarlo via una differenza che ad un esame globale è più modesta di quanto venga cantata, date aree nere di collaborazione, come questa sugli affari sporchi della medicina.

12. Il danno che il berlusconismo – che ha avuto l’appoggio del clero – ha fatto alla costruzione di una società sana, giusta e civile è incalcolabile; il sexgate perlomeno porta alcuni a chiedersi fino a dove si spingerà l’aver messo il mercimonio alla base dei rapporti sociali. Le “pornae” nude, le prostitute di basso livello, oscurano forme moralmente più basse di prostituzione in giacca e cravatta. Si sta inoltre affermando un tipo di prostituzione più evoluto. Tomatis ha scritto di come l’industria chimica pagasse gli scienziati per nascondere gli effetti cancerogeni di sostanze chimiche. Ora forse c’è meno bisogno di corrompere tramite denaro. Con la videocrazia, con la mutazione culturale, cambiate le teste delle persone sta prendendo piede il costume, a rigor di termini impossibile, per il quale vi è chi si prostituisce gratuitamente; chi batte senza farsi neppure pagare.

13. La critica è quindi complicata dal fatto che focalizzando l’attenzione sui festini, forse più vantati che reali, dell’anziano premier, se da un lato si svia, e si alimenta ciò che andrebbe soffocato, dall’altro sotto un certo aspetto si mette il dito nella piaga: il berlusconismo, che va ben oltre Silvio, ha inoculato nella nazione l’ethos dell’harem. Il sesso che condisce qualsiasi interesse e lubrifica le relazioni sociali. Il bene e il male sostituiti dal piacere e dalla punizione, decisi da chi comanda. Un messaggio che attecchisce tra i giovani, e nelle moltitudini di adulti stupidi. Mediaset, e alla sua ruota la RAI, sicuramente hanno corrotto e corrompono en masse minorenni normali col loro messaggio. E’ OK usare il sesso perfino per la propaganda istituzionale di trattamenti medici, che invece andrebbero criticati (v. L’amore come forza antiegualitaria).

14. Il berlusconismo è l’adolescenza del liberismo. La vendita del corpo come oggetto sessuale anticipa una più ampia liberalizzazione. Nel liberismo maturo mettere legalmente sul mercato corpo e anima è ammesso, e incoraggiato come unica salvezza. Lo American journal of kidney disease (2009. 54:1145) ha pubblicato un articolo che propugna forme legalizzate di vendita di un proprio rene da parte dei poveri; per mettere fine al traffico d’organi, dicono. Si pone rimedio al male istituzionalizzandolo, al disordine con un ordine patologico; credo che questa sequenza, dalla fase selvaggia a quella regolata, avverrà anche col berlusconismo, che è propedeutico come sono propedeutici i suoi scandali: il resto del lavoro lo faranno i compassati successori di Silvio. Forse dopo il bauscia, con le sue storie di letti trafficati come negli stanchi sogni di qualche pensionato, arriveranno usurai dai modi sobri, che considereremo dei liberatori.

Copia della presente viene inviata con racc online a Piero Sierra, presidente dell’AIRC, Maria Ines Colnaghi, direttore scientifico dell’AIRC, e Roberto Iadicicco, direttore dell’AGI.

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Blog di Bruno Tinti

Commento al post “La parte lesa” del 29 gen 2011

Commovente. Come la Piccola fiammiferaia. Mi permetto di suggerirle di segnalare alla polizia o alla magistratura un possibile caso di prostituzione minorile. Però siamo seri, i bambini rendono. Ricordo una bambina di 11 anni che scappava letteralmente dai CC, che la cercavano per obbligarla alla chemio; su ordine dei giudici, ai quali l’avevano chiesto i medici. La bambina non conosceva la medicina né il diritto, ma aveva tutte le ragioni, mediche e morali, per scappare. Portava al collo una di quelle collanine ottenute da una molla fatta di un filo di plastica bruno, che aderiscono alla cute tanto da dare l’impressione di un tatuaggio. La moda di quelle collanine durò poco. Quanto la bambina. Quando morì in diversi avrebbero dovuto rispondere di omicidio; allora gli zeli si spensero, o si capovolsero, e si mise a tacere tutto. I bambini rendono:

Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi
http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/

E gli sconci non hanno tutti la stessa fortuna. Ci sono quelli esibiti e quelli occultati:

Il pornografico e l’osceno

http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/30/il-pornografico-e-l’osceno/

http://menici60d15.wordpress.com/

Reati contro l’economia

23 gennaio 2011

Blog di Bruno Tinti

Commento all’articolo “Il padrone dello Stato” del 22 gen 2011

La lotta antiberlusconista centrata sulla vulva finirà come è finita per gli operai FIAT che anni fa guardando “Drive in” in tv si sentivano degli arrivati. I culetti di Ruby e di Nicole, oggi in primo piano nella riflessione politica, scompariranno come “le nevi dell’altro anno”; resterà invece ciò da cui hanno distolto. Il dr Tinti va oltre il livello porchereccio, osservando che Berlusconi prima che un mignottaro e un corruttore di minorenni è “un uomo pericoloso, come tutti quelli che commettono reati contro l’economia”.

Il tema dei reati contro l’economia, di ciò che costituisce colpa verso l’economia, è fondamentale; ma è ampiamente trascurato dati alcuni suoi aspetti irriducibilmente equivoci. Es. pochi giorni fa uno studio su un’importante rivista scientifica USA (JNCI) ha previsto che tra 10 anni la spesa per la cura del cancro, già esorbitante, sarà cresciuta di due terzi (83 miliardi di dollari all’anno in più nei soli USA). Una crescita rigogliosa che è una benedizione per l’economia; mentre se il problema cancro sparisse o si riducesse sarebbe un brutto colpo. Nella vittoriosa economia liberista, il cancro è da decenni una materia prima preziosa. Le “riserve di cancro” (RM Kaplan. Disease, diagnoses and dollars, 2009) vanno coltivate e tutelate. Non si contesta formalmente l’art. 499 del C.P. a chi vi attenti. In questi casi “delicati” si esercita l’azione penale seguendo un altro codice; come si è fatto con Falcone, che anche secondo il suo superiore Pizzillo andava fermato per il bene dell’economia.

Berlusconi non danneggia ma protegge gli aspetti criminali del business medico. I suoi pacati “oppositori”, ancor più pronti di lui nel riconoscere ai poteri forti della finanza e dell’economia una signoria sullo Stato, preso il suo posto proseguiranno, accentuandola, l’opera di protezione dei crimini dell’economia legale. Il dio dell’economia verrà saziato sempre più attraverso la malattia e le cure.

http://menici60d15.wordpress.com

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Blog di Domenico Finiguerra – Il Fatto

Commento al post “Un altro agnello ?” del 3 mar 2011

[La sostituzione dell'art. 41 della Costituzione] E’ l’adeguamento della Costituzione formale a quella reale:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/23/reati-contro-leconomia/

 

Da quali minacce va protetta la Glaxo

7 dicembre 2010

Blog di Aldo Giannuli

Commento al post “Comunque vada, Wikileaks lascerà segni molto profondi” del 6 dic 2010

“What does the eight-hundred-pound gorilla do? Anything it wants to”
M Angell, The truth about drug companies.

1. Il prof. Giannuli spiega come lo “scandalo” Wikileaks servirà anche a controllare il Web. Quella futura sarà eventualmente un’accentuazione del controllo, che già esiste in forme non dichiarate; e che dovrebbe continuare in forme oblique, nelle quali la prima censura è negare che vi sia censura. Mentre ricorre di routine alla “character assassination”, e in casi estremi all’omicidio, lo stile censorio anglosassone è diverso da quello della tradizione autoritaria italiana: invece che il segreto assoluto, preferisce che si ventili parzialmente, si sfiati un poco la scatola dei segreti; ma che questi rimangano come voci isolate e sgraziate, “a few squeacky wheels”, frammiste a tanta fuffa, spontanea e artificiale, prodotta da appassionati di complotti e da disinformatori professionali; e disperse nell’armonioso e gradevole dissenso antisistema ufficiale, costruito con cura, che impera sul Web e i cui libri si vendono nei centri commerciali.

2. Colpisce la notizia di Wikileaks che una sede della Glaxo Smith Kline in Italia, specializzata in vaccini, sia stata considerata obiettivo sensibile; non si capisce a leggere gli articoli dei giornali se come azienda italiana spiata dall’intelligence USA (Unità, Repubblica, Radio Tv di San Marino) o, com’è più verosimile, come asset importante degli USA, da proteggere da “terroristi”. (Su questo genere di protezioni contro il terrorismo rivolto alla tecnologia e alla ricerca, e sul fatto che l’Italia non ne sapeva nulla come ha affermato Frattini, cfr. “Leopardi, Unabomber e altri eversori” sul mio sito menici60d15). Ricordo a Brescia un’eminente figura della burocrazia della ricerca biomedica e dell’università auspicare la chiusura dei siti web che denunciavano effetti collaterali del vaccino anti HPV, prodotto anche dalla Glaxo; mentre tali notizie continuano ad apparire su siti anglosassoni (ricordo anche, sulla via del ritorno, la pantera della polizia, intercettazione per me di prammatica quando vado a conferenze pubbliche su argomenti medici sensibili).

3. Va gridato che la Glaxo, multinazionale con base in Gran Bretagna che nel 2009 ha incassato 45 miliardi di dollari, è una delle grandi vittime del web, e si capisce che si voglia proteggere, sia nel mondo reale che nel cyberspazio, questa vitale risorsa etica. Presento una succinta selezione di alcune delle vergognose storie che è possibile raccogliere riguardo alla Glaxo su internet.

a- La Glaxo si è fusa alla Wellcome, azienda collegata a Rockefeller, la forza che ha avuto un peso determinante nel dare forma alla medicina moderna per come la conosciamo. Negli anni ‘30 lo studio legale che curava Wellcome e Rockfeller aveva tra i suoi avvocati Allen Dulles, poi direttore della CIA nella Guerra fredda.

b- Uno dei CEO della Glaxo, Bide, è stato presidente dell’Adam Smith institute, antisocialista. La Glaxo ha potuto contare sull’appoggio del New Labour inglese. Dev’essere vero che i vertici della Glaxo sono su posizioni di destra, perché in Italia Glaxo risulta avere finanziato la fondazione “Italianieuropei” di D’Alema. Forse è per questo che alle riunioni della Fondazione SmithKline, braccio culturale della Glaxo, partecipano esponenti dei DS come l’ex sindaco di Brescia Corsini, che in una di queste occasioni ha dichiarato “L’attenzione alla salute è il paradigma del nostro grado di civiltà”; come dargli torto. La Fondazione SmithKline è il think thank dove si coltivano idee come quella di fare evolvere le antiche forme di trattamento sanitario coatto in forme di persuasione adatte alla società liberale (M Valsecchi, direttore sanitario ASL 20 di Verona: La prevenzione in una società complessa). E forse è anche per questa simpatia dei “compagni” che per il lancio di nuovi vaccini della Glaxo, da molti considerati un caso di globalizzazione della truffa, l’Italia è la vigna dei fregnoni.

c- Alla Glaxo si deve l’AZT per l’AIDS, la malattia politica sostenuta dall’EIA, l’Epidemiological intelligence agency, un servizio segreto del governo USA che si occupa di medicina, anche determinando carriere (cfr. P Duesberg, Il virus inventato). Il farmaco, già scartato per l’attività cancerogena e l’eccessiva tossicità, ha l’interessante caratteristica di causare le lesioni e i sintomi dell’AIDS; la Glaxo stessa avvisava i medici di non confondere gli effetti del farmaco con le manifestazioni della malattia. Ciò spiega perché soggetti asintomatici, cioè che stavano bene, abbiano sviluppato la sintomatologia dell’AIDS una volta cominciato ad assumere l’AZT in seguito alla diagnosi di laboratorio di sieropositività (criticata come inattendibile da dozzine di specialisti). E alla fine siano morti. L’inventore della AZT, Beltz, ha dichiarato di essersi pentito di averla elaborata.

d- La Glaxo è stata accusata di avere nascosto la pericolosità dell’antidiabetico Avandia, anche perseguitando e denigrando il ricercatore J Buse. Il farmaco secondo la “Senate finance committee” USA è stato responsabile di circa 83000 morti per infarto miocardio.

e- Nel 2010 uno studio scientifico USA, esaminati 200 lavori e interventi scientifici, ha evidenziato che il 94% degli esperti che hanno scritto a favore di Avandia avevano legami finanziari con Glaxo.

f- Ha versato 2,5 milioni di dollari per chiudere un processo per frode, in USA, per avere occultato dati sull’inefficacia e gli effetti negativi su bambini e adolescenti del Paxil-Seroxat, un antidepressivo che potendo indurre comportamenti violenti ha causato suicidi e omicidi di familiari.

g- Il Paxil fu approvato dalla FDA mentre negli stessi mesi in USA sembrava fosse in corso un’epidemia della malattia, non identificata fino ad allora, per la quale si prescrive; una delle tante malattie nuove degli ultimi decenni, che secondo molti rientra nel novero delle malattie “corporate backed”, cioè inventate per fare soldi, es. medicalizzando le difficoltà dell’esistenza: il “Disordine da ansietà generalizzato”, a dire il vero già noto in ambito non scientifico come nervosismo, irrequietezza, angst, giramento di balle, etc.; inquadrato nella nosologia poco prima del lancio del farmaco da uno psichiatra della Columbia university, Gorman; che era inoltre a libro paga della Glaxo come consulente. Un altro che aveva lavorato come consulente scientifico per Glaxo è Breckenridge, membro della MHRA, l’ente di controllo dei farmaci UK, che evitò di investigare il caso dei sanguinosi disastri provocati dal farmaco. Non contenta, la Glaxo ha anche truffato Medicaid gonfiando le fatture del Paxil, e per ciò ha dovuto pagare una multa di decine di milioni di dollari.

h- Censurata 14 volte dalla FDA per pubblicità ingannevole di farmaci antiasma. L’FDA ha anche aperto contro la Glaxo procedure per la violazione delle buone pratiche di produzione dei farmaci.

i- Produttrice del vaccino trivalente MMR per morbillo, parotite, rosolia, che può dare gravi reazioni avverse neurologiche. Il vaccino MMR è stato criticato quanto a scientificità delle procedure di sviluppo, utilità, efficacia, dannosità, e reazioni avverse. Sarebbe in grado di provocare l’autismo nei bambini secondo un medico, Wakefield (un’ipotesi dubbia). Wakefield comunque non sbagliava quando osservò che gli studi di sicurezza sul vaccino erano insoddisfacenti. Le vendite del vaccino crollarono, e il ricercatore fu attaccato da una serie di articoli sul Sunday Times, posseduto da un membro del consiglio di amministrazione della Glaxo. Fu in seguito sospeso dalla professione, mentre chi difese la Glaxo fece carriera.

l- Ha pagato come esperti alcuni ricercatori che poi stesero le linee guida dell’OMS per il vaccino contro il virus H1N1. Sospettata di averli corrotti per lucrare su una falsa epidemia. L’OMS impose nel mondo il vaccino, il cui effetto è stato non medico ma economico, producendo profitti per miliardi di dollari. Analoga efficacia per l’antivirale Glaxo contro l’influenza aviaria.

m- In Olanda la multinazionale è stata accusata di comunicare coi giornalisti prima dell’approvazione di un farmaco anti-emicrania; e i giornalisti di fornire alla Glaxo una campagna di propaganda sul farmaco camuffata da informazione. Le tecniche di pubblicità della Glaxo fanno largo uso del direct marketing, il rivolgersi direttamente ai consumatori, a volte sotto le vesti dell’educazione sanitaria, es. sponsorizzando “la settimana dell’emicrania”.

n- Ripetutamente coinvolta in Italia in indagini per comparaggio, che hanno portato al rinvio a giudizio di migliaia di medici, anche illustri, a più riprese, con accuse di truffa ai danni dello Stato, associazione a delinquere, corruzione e falso. Decine di dipendenti della Glaxo Italia sono stati denunciati per associazione a delinquere; ci sono state richieste di interdizione dall’attività della Glaxo. Poi il buon senso ha prevalso e tutto si è dissolto.

o- Accuse di mazzette all’AIFA, l’agenzia del farmaco italiana, per evitare controlli sull’Aulin, ritirato in altri paesi per la sua capacità di provocare gravi lesioni epatiche.

p- Accusata dal Dipartimento di giustizia USA di aver pagato tangenti, oltre che in Italia in molti altri paesi, in alcuni dei quali è finita sotto indagine, es. in Turchia. Ci sono state anche accuse di tangenti a medici in USA. Di recente Glaxo ha avvisato il governo inglese che il nuovo “Bribery act” che come già fa la legislazione USA proibisce di corrompere funzionari esteri, danneggerà i suoi affari, in particolare nel nuovo grande mercato cinese.

q- Le bugie sulle mazzette della Glaxo trovano appoggio nella perfida diceria per la quale nei bilanci delle multinazionali farmaceutiche le spese di amministrazione e marketing, già superiori a quelle per la ricerca, nasconderebbero elargizioni a politici, amministratori, giornalisti, opinion makers, medici e altri addetti, indispensabili per fare girare il business dei farmaci dato il suo carattere fraudolento.

r- Cliente della maggiore multinazionale di pubbliche relazioni, la Burson Marsteller. L’agenzia, che si è occupata anche di curare l’immagine della giunta militare Argentina (sulle vittime degli squadroni della morte commentò “People gets killed everywhere”), è specializzata nella organizzazione di un falso dissenso che sembra partire spontaneamente dal basso e tira acqua al mulino dei potenti committenti (“Astroturf”); es. associazioni di pazienti che invocano un farmaco trattenuto nelle grinfie dei burocrati che non vogliono approvarlo o distribuirlo a spese del SSN perché dicono che non serve. Il dissenso grassroot falso o pilotato è una tecnica che appare rilevante anche per il rovello sulla genuinità dell’affare Wikileaks, e per l’arduo dilemma su chi saranno le vere vittime e chi i veri “villains” delle sue conseguenze future.

4. Queste notizie disponibili su internet mostrano quanto sia sensibile un obiettivo come Glaxo: quanto odio si è accumulato verso la multinazionale che cura i malati, verso questi novelli cavalieri ospedalieri. E’ giusto che la Glaxo si tuteli, a là Allen Dulles, e che in futuro simili calunnie, simili attacchi di cyberterrorismo siano stroncati sul nascere, e non appaiano se non come spazzatura e patologia dell’informazione.

5. E forse Glaxo è ancora più sensibile, coi piedi d’argilla direbbero i malevoli che la criticano, e quindi ancor più bisognosa di protezione. In Italia c’è perfino qualche medico invasato che conosco io (per fortuna messo aumma aumma in condizione di non nuocere da magistrati, poliziotti e altri amici delle multinazionali), che pensa che le cose stanno anche peggio di quanto trapela sui media e su internet; che ci sono elementi per sostenere che anche altri farmaci della Glaxo, es. per l’ulcera peptica, la sclerosi multipla, alcuni oncologici, e il vaccino per la prevenzione del tumore della cervice, sono basati su presupposti scientifici falsi e di comodo, essendo frutto del “corporate take over of science”; e che appare probabile che se si andasse ad esaminare scientificamente uno ad uno tutti i prodotti del catalogo Glaxo ci sarebbe da dare ragione a Roses, alto dirigente della Glaxo, che ha recentemente affermato che “più del 90% dei farmaci non funzionano”. (Roses lo ha detto per poi aggiungere subito che funzionano solo nel 30-50% dei soggetti; un’affermazione a effetto nell’ambito del lancio dell’ultimo grido della ricerca e del marketing farmaceutico, la farmacogenetica per la “tailored medicine”, il farmaco tagliato su misura, “ad personam”).

6. C’è come una buona stella che protegge il gigante Glaxo dalla macchina del fango: perfino gli attacchi sui farmaci per l’AIDS del Presidente sudafricano Mbeki, non un “keyboard warrior” ma un nero che ha speso la vita per la liberazione della sua gente, dipinto dalla stampa mainstream come un paranoico nemico dei bambini malati, sono rientrati. Chissà di quali argomenti si è avvalsa la Provvidenza.

7. Fosse per l’Italia, neppure ci sarebbe bisogno di un giro di vite sul web contro il partito dell’odio e dell’invidia. Il web è piombato sull’Italia come un oggetto fantascientifico proveniente da un altro pianeta; dipendesse da noi, trasformato in carrozzone pubblico al servizio di interessi privati, sarebbe stato imbrigliato da un pezzo; aprire un sito per il semplice cittadino sarebbe più difficile che ottenere il porto d’armi; e la rete non andrebbe molto oltre Radio Maria, i reality, C’è posta per te, le previsioni del tempo, le ricette, il calcio, la pubblicità palese e redazionale, es. i siti di educazione alla salute e sul corretto uso dei farmaci, pluralistiche rappresentanze di partiti e forze sindacali, etc.; l’angolo più estremista, luogo di feroci duelli tra bloggers, nell’ambito di quanto consentito dai moderatori, sarebbe il sito di Fabio Fazio.

8. Inoltre in un Paese tosto come il nostro la Glaxo e le sue sorelle, la loro immagine di benefattori, la loro libertà di ricerca e d’impresa, sono già protette contro questo nuovo terrorismo; potendo contare, per la liquidazione ad nutum di fonti percepite come un minaccia, sui servigi di persone serie e importanti, di corpi armati benemeriti; sui servigi di padroni delle ferriere che si sono improvvisamente scoperti una vocazione per la medicina accademica e vogliono acquisire meriti per entrare nel ramo, di soci italiani di Rockefeller, dei nostri servizi di sicurezza con la loro alta tradizione di indipendenza e abnegazione; tanti nobili signori che davanti a soldi e carriera arricciano il naso schifati, ma lottano a costo della vita per la salute dell’umanità; come quelli della Glaxo, essendo fatti della stessa pasta.

Sito web: menici60d15

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Blog de “Il Fatto”

Commento al post “Caso Pronzato, il botta e risposta tra Marco Travaglio e Massimo D’Alema sul Fatto” del 20 ott 2011

La fondazione Italianieuropei di D’Alema, il post-comunista che è a capo dell’organo di controllo dei servizi, ha preso soldi anche da case farmaceutiche come la Glaxo, che ne sono soci benemeriti. Questo legame sarà meno avvincente e meno politically correct di quelli con le storie di corruzione nazionale; ma dovrebbe essere più interessante, perché non riguarda solo “la questione morale”, ma anche la questione della salute dei cittadini, riguardando il modo col quale i politici controllano come vengono curati; per esempio, dovrebbe essere considerato se ci si volesse soffermare su quanto sta emergendo sui prezzi folli e la scarsa efficacia, per un usare un eufemismo, dei farmaci antitumorali “innovativi”:

par. 3b in http://menici60d15.wordpress.com/2010/12/07/da-quali-minacce-va-protetta-la-glaxo/

L’amore come forza antiegualitaria

7 novembre 2010

 

Commento al Post “L’amore e la legge” di Felice Lima del 31 ott 2010

Mi piace lì…”.

(Slogan della campagna dell’autunno 2010 per lo screening del tumore al seno, mentre tiene banco lo scandalo sulle prostitute minorenni di Berlusconi)

Sosterrò che l’ideologia dell’amore confligge con l’art. 3 della Costituzione, che dà il nome al blog. Per rendersene conto basterebbe leggere gli aspri insulti apparsi nei commenti all’indirizzo di quelli che non la pensano come Felice Lima sull’amore e la legge. E’ impressionante la prontezza con la quale molti dei sostenitori del primato dell’amore stabiliscono gerarchie e recinti, definendo come esseri inferiori e disperati coloro che mettono in dubbio la liceità e l’utilità di tale primato. Non è la prima volta che vedo chi si dice mosso dall’amore rimuovere dalla discussione come prive di identità, e quindi non esistenti, le persone che non sono d’accordo con lui. “Amore”, come “libertà” è un termine eterologo: quante ghigliottine si erigono in suo nome.

Con tutto il rispetto e la stima per Felice Lima, non sono affatto d’accordo con quanto egli, trasportato da convinzioni cattoliche accoppiate a un’evidente buona fede, afferma. Tutti, anche i migliori, se sono vicini al potere, se abitano nelle stanze ben riscaldate del Palazzo, come i giudici, mentre acquistano alcune sensibilità ne perdono altre, e se per alcuni aspetti vedono ciò che la gente comune non vede, non sempre vedono quanto lontane dalla realtà siano alcune loro concezioni. Ricordo che quando un questore di Brescia se ne andò, a dirigere la sicurezza che lo Stato italiano fornisce al Vaticano, nel conferirgli la massima onorificenza cittadina il sindaco – uno specialista della retorica buonista a favore dei potenti e dei loro crimini – disse che il questore aveva un “supplemento d’anima”. Io invece tra me consideravo che avesse una “picana elettronica”, per il suo costume di farmi puntualmente incrociare pantere della polizia ogni volta che mi muovevo, cioè che uscivo di casa; con un supplemento di volanti quando scrivevo qualcosa che volevano non scrivessi.

A onor del vero, il primo e miglior vaccino contro la retorica dell’amore, cavallo di battaglia dei preti e di tanti malfattori, l’ho ricevuto da una suora, che era stata amica d’infanzia di mio padre, e che venne a trovarci dopo tanti anni. Nata in una famiglia poverissima – poverissima per gli standard di un paese della Calabria del dopoguerra – si era laureata in medicina, e in farmacia. Psicoanalista junghiana, dirigeva un ospedale psichiatrico della provincia di Roma. Chiacchierando in salotto, saputo che volevo iscrivermi a medicina mi chiese perché volevo fare il medico. “ E’ una missione”dissi. “No, fare il medico non è una missione. Ricorda, è un lavoro” rispose lei. La suora continuò a parlare, sulla necessità di rimanere casti fino al matrimonio, ma io non l’ascoltavo molto, sia perché su quest’altro argomento avevo convinzioni tassative; sia perché avevo sentito il cozzo inatteso della sua risposta, e la stavo elaborando. Non so se la suora mi abbia presentato quell’affermazione avendo intravisto nell’adolescente che aveva di fronte una tendenza all’idealismo che andava smorzata, o perché nel suo lavoro aveva sentito tante volte, e analizzato, la filastrocca del medico mosso da nobile amore verso l’umanità e volesse mettermi sull’avviso, sapendo cosa copre nei fatti il più delle volte, oppure semplicemente perché la pensava così; ma la ricordo con la gratitudine che si deve a chi ci dà quelle “dritte” che ci fanno modificare il nostro modo di vedere la vita.

A me il ruolo dell’amore nella società ricorda quelle forze attrattive descritte dalla fisica, come le forze di Van der Waals o la forza nucleare forte, che sono efficaci, o fortissime, a distanza ravvicinata ma decrescono molto rapidamente con la distanza, e pertanto il loro raggio d’azione è molto breve; così che sono un fattore di coesione e stabilità, insieme ad altre forze, ma porterebbero al caos se si pretendesse di farne l’unica forza organizzatrice. L’amore è come la forza – la più forte delle forze fondamentali della natura – che riesce a tenere insieme i protoni nel nucleo nonostante abbiano carica elettrica dello stesso segno e tendano quindi a respingersi; ma non muove il sole e le altre stelle: quella è la forza gravitazionale, immensamente più debole. Quando il nucleo è troppo grosso la forza nucleare forte non riesce più ad impedire che perda pezzi, e si ha il decadimento radioattivo.

Oltre a decrescere rapidamente, la forza dell’amore al crescere della distanza può cambiare segno, perché l’amore per chi si ha caro può implicare l’odio per gli estranei; l’amore, sentimento etereo che origina dalla cruda necessità animale della riproduzione e della protezione della prole, è il primo dei contronimi, delle parole con opposto significato. Può volere dire amore senile per le lolite anziché servire il popolo, come osserva Felice Lima a proposito dell’ultimo squallido siparietto di Berlusconi e dei suoi comprimari della sinistra; non solo, ma più in generale può voler dire egoismo, possesso, dominio, sottomissione, calpestare i diritti altrui in nome delle proprie voglie, del legame di sangue, del gruppo, vs. l’amore oblativo, che si cancella per il bene altrui.

L’amore materno, il primo degli amori, cieco, indulgente e lupesco, è considerato da alcuni il fattore caratteristico della psicologia mafiosa (S. Di Lorenzo, La grande madre mafia. Psicoanalisi del potere mafioso); è stato detto, e andrebbe ripetuto con regolarità, che Filumena Marturano, “E figl so piezz ‘e core”, è anche la madre della corruzione in Italia. Gli studi sul familismo amorale italiano, e quelli di Fornari sul principio materno del clan in Italia, mostrano come quando a dettare legge è l’amore allora l’estraneo al gruppo può divenire un nemico da odiare; e come anche lo Stato possa divenire un nemico (se non fosse che lo Stato è occupato da tanti figli di Filumena, che con “l’eccesso di codice materno” ci vanno a nozze). Oppure si può avere un unico clan, una società che diviene ecclesia, con i reprobi e gli ammessi, come ha scritto Alvaro.

Appare invece rilevante per la sfera politica, e fondato su basi biologiche se si pensa che il comportamento materno viene suscitato dall’ormone prolattina, il proverbio meridionale “Chi ti vo’ bene cchiù da’ mamma o ti trade o ti ‘nganne”. Da grandi non c’è la mamma. E non bisognerebbe cercare surrogati. Né si può essere padre o madre, o figlio, o innamorati di tutti. L’amore quindi può indicare cose diversissime, e andrebbe sempre qualificato: amore adulto, che può essere benefico per la società indirettamente o direttamente, amore viscerale per sé stessi e la propria cerchia che può essere un veleno sociale, amore di tipo paterno, materno, filiale, fraterno, amore erotico, etc. Amore che dà senza chiedere e amore che vuole solo esigere e dominare.

Nel privato, forse è vero che “All you need is love”. Ma nel pubblico l’appello all’amore suona come l’ammissione che non può esservi giustizia, e che l’ultima spiaggia è sperare nella personale benevolenza e compassione di chi comanda. Credo invece che si debba cercare un mondo giusto, tenendo presente che la giustizia è una cosa, l’amore un’altra. E tenendole sempre il più possibile distinte. Appare molto pericoloso voler fare dipendere la giustizia dall’amore come diceva il Vangelo 2000 anni fa e come dicono i preti; un tema caro ai politici verbosi, es. Berlusconi o il suo possibile successore Vendola. Ambedue amici e soci di don Verzè, “business, amore e sanità”, sponsor di quelli tanto fanatici dell’amore che sugli amori altrui raccolgono dossier, per mestiere. “Pane, amore e sanità”, slogan commissionato dal Ministero della salute,  è invece la versione statalista (ma non troppo).

In questi giorni la campagna nazionale di screening per il tumore al seno è impostata su ammiccamenti erotici, come lo slogan in epigrafe. Non una parola sulle gravi riserve scientifiche circa l’efficacia e la dannosità dello screening (es. R. Volpi, L’amara medicina. Perché il “sistema” della prevenzione non funziona. Mondadori 2008). Alle donne piace lì, va bene, ma per il resto sono delle minorenni, delle sciocchine non in grado di prendere decisioni sulla propria salute, e pertanto è meglio che non vengano esposte ad informazioni stonate, agli arzigogoli puerili di certi che tentano così di uscire dal Nulla al quale li condanna la loro assenza d’amore. Cosa c’entrano le zone erogene col cancro? Il sesso fa vendere, e questo non è l’unico caso dove viene usato come strumento di marketing per il business della medicina, anche se è uno dei più cialtroneschi e squallidi. Il maggior esperto italiano di tumore alla mammella, il senatore del PD Veronesi, ha appena annunciato al pubblico che con la “prevenzione” ci si sta avvicinando alla risoluzione finale del problema. Ciò è contraddetto da un rapporto della “Decision resources”, uscito pochi giorni prima, rivolto agli investitori, che prevede che le vendite di sette farmaci emergenti per il tumore della mammella in un mercato costituito da sette paesi ricchi tra cui l’Italia raggiungeranno i cinque miliardi di euro nel 2019. Nell’epoca del consumismo la civiltà dell’amore a volte prende la forma della civiltà dell’harem, dove il Bene, e l’amore, sono sostituiti dal piacere. Una tendenza che si sta insinuando anche nel campo del business medico. “Cicciolina”, la fondatrice del “partito dell’amore”, è un’educanda paragonata a certi, per i quali la medicina sarebbe una forma di amore, e addirittura sarebbe un sacerdozio. A dire che i magistrati sono “sacerdoti civili” è stato invece Andreotti.

L’amore varia più che proporzionalmente con la distanza, come quelle forze della fisica; l’amore che agisce uniformemente erga omnes è un gatto che abbaia: è logicamente possibile, ma, salvo forse qualche strano fenomeno, non si dà nella realtà, è un’altra entità che dovrebbe chiamarsi con un altro nome. L’amore non è, non può essere, se non per un’invenzione retorica, uguale verso tutti; al contrario, tende per natura e per definizione a concentrarsi e a escludere; è una forza antiegualitaria. Il mondo dove tutti si amano è verosimile come il mondo dove tutti sono miliardari. La giustizia serve ad assicurare a tutti il poter coltivare l’amore privato lecito, che tiene insieme la società agendo a breve distanza. Non è un’estensione dell’amore, ma una protesi e un correttivo: supplisce là dove l’amore non può arrivare o è negativo. L’amore può essere simboleggiato da un nido, che vuole essere accogliente per una famiglia, un piccolo gruppo; la giustizia dalle cellette di un alveare, tutte uguali e monotone, un po’ inquietanti, ma dalla forma ottimizzata per una collettività. Entro quel perimetro esagonale, dato dai diritti degli altri, che ognuno si costruisca il suo nido e il suo mondo, e lo esprima e lo comunichi agli altri come crede. In fondo tutto questo citare l’amore è anche l’ennesima intrusione del potere nella sfera privata. Un voler mettere sullo stesso piano gli affetti del focolare con le relazioni della piazza.

Mi pare che la legge, la giustizia, l’impegno civile, siano un tentativo razionale di trascendere forze come l’amore e il suo doppio l’odio, creando forze che regolano positivamente i rapporti sociali basandosi sulla ragione; forze non così intense a breve distanza, forze molto più deboli sul piano psicologico, ma efficaci su un maggior ambito sociale. L’equilibrio sociale dovrebbe derivare dalla coesistenza di forze diverse. Non si amano i propri cari e le comunità di cui si è parte per decreto del giudice; e non ci si deve astenere dal fregare il prossimo perché invece si deve irradiare amore, ma perché così si viola il patto sociale, e perché se si insiste si va in galera. Le regole se le danno i gruppi di animali, se le danno le bande di criminali osservava Platone, quindi non c’è da stupirsi che se le diano senza altro fondamento che una necessità pratica di sopravvivenza anche le comunità. Può darsi che il senso di responsabilità verso gli altri sia sul piano psicologico un’evoluzione dei sentimenti infantili di amore scambiato coi genitori; ma nella vita adulta deve assumere una forma autonoma, indipendente dal sentimento, e cristallizzarsi nella ragione. Un conto è l’ontogenesi psicologica e culturale, un altro l’assiologia. Nell’organizzazione sociale, l’amore dovrebbe venire dopo la giustizia, non prima. Dovrebbe intervenire dopo che sono stati messi i picchetti, e non decidere, emotivo, volubile e mezzo cecato com’è, la posizione dei picchetti; che può infiocchettare, se vuole, ma non deve oltrepassare.

Senza dubbio si vive meglio là dove non la paura della sanzione, ma una convinzione interiore detta l’aderenza alle giuste regole; ma non si può affidare la società alla “kindness of strangers”, né si dovrebbe elargire correttezza e solidarietà, o giustizia, a piacimento come un elemosina. Intendo rispettare gli altri ed essere rispettato non in nome dell’amore, ma in nome della civile convivenza. Può e deve esserci rispetto anche senza amore, e viceversa non si possono ledere i diritti altrui con l’esimente dell’amore. E’ curioso, e un po’ sospetto, che i giuristi, mentre in genere tendono a negare o minimizzare i legami del diritto con l’etica, a volte esaltino i legami del diritto con la religione. Ho sentito diversi magistrati citare l’amore evangelico a proposito del loro lavoro; a volte letteralmente da pulpiti di chiesa, nel corso di funzioni religiose. Qualcuno l’ho anche sentito dire che la moralità alta può derivare solo dalla fede religiosa, e che la moralità senza fede è comunque di una qualità inferiore. Nella mia esperienza di vita, è più difficile trovare magistrati che emettono decisioni rapide, oneste e imparziali, che non magistrati che predicano l’amore cristiano.

Ci sono persone che in buona fede vogliono estendere l’amore al sociale; un progetto rischioso, che può portare a divenire dei benefattori dell’umanità, oppure a fare pasticci. Non siamo chiamati alla santità – un’altra pelosa esagerazione – ma abbiamo l’obbligo della decenza, se vogliamo essere uomini e non bestie ripulite. Sul piano dell’esperienza, quelli che insistono a parlare di amore come forza sociale, e ad assegnargli un primato, mi fanno paura, a cominciare dai preti, che sembrano avere distillato una mistura di enunciati dal sapore zuccherino e di sentimenti reali di perenne aggressività, di desiderio di sopraffazione, di subdola violenza distruttrice verso chi non si sottomette loro. Gli esperimenti politici che hanno creduto di poter fare completamente a meno dell’amore in nome di qualche geometria teorica della società sono falliti; ma l’annunciare l’era della civiltà dell’amore spinge la politica verso il nucleo primigenio dell’amore, cioè verso la regressione infantile. L’appello all’amore nella vita pubblica andrebbe letto come una codeword per un appello alla via soft all’assolutismo, all’arbitrio dei potenti e dei santoni, dove capi-genitori danno “amore” e vogliono essere obbediti per amore. Dove istituzioni patrigne e matrigne tolgono “l’amore” cioè i diritti, a coloro che non fanno i bravi, che fanno i capricci anziché fare i compiti, mangiare la pappa stabilita e guardare i cartoni in tv.

L’amore preme prepotente sul sociale, e una modica quantità di tale amore, bene orientata, è, come legante e catalizzatore, tra gli ingredienti indispensabili in una società; e dobbiamo sollecitarci a provare un qualche sentimento d’affetto anche per il prossimo sconosciuto, per i lontani, per l’ultimo essere dalla Terra, dopo aver riconosciuto che oggettivamente ha dei diritti indipendenti dalla nostra disposizione nei suoi confronti; ma se si esagera con l’amore la giustizia finisce a puttane.

Opere e omissioni

25 ottobre 2010

Blog Uguale per tutti

Commento al post “Il diritto costituzionale alla verità” del 24 ott 2010

 

E’ noto che la verità viene denegata con le omissioni più ancora che con gli atti positivi come una legge che conferisca immunità formale. I politici possono essere favoriti di fatto dai magistrati: ad esempio venendo tenuti fuori da un processo per strage che si trascina da decenni, e che riduce la giustizia a rincorrere i pesci piccoli.

La tv non dice tutto nella full immersion sulla povera Sarah Scazzi. Inventa e straparla su fatti e motivazioni, educando il pubblico a sragionare e a diffondere la calunnia; e tace sulle sue stesse responsabilità, sul suo seminare spazzatura, sull’influenza che possono avere sulle ragazzine di un paesino trasmissioni come Uomini e donne, X factor, Grande Fratello etc, che dipingono la vita come una lotta, frivola e senza quartiere, per il successo mondano.

Non è del tutto vero che nessuno si sogna di fare approvare una legge che dica che i chirurghi non possono essere processati perché non hanno tempo. C’è una tendenza ad assicurare una immunità ai medici in nome di interessi superiori. Il ministro Fazio ha detto che intende fare depenalizzare, per il bene dei cittadini, la colpa medica. In USA, Bush ha voluto ridurre le responsabilità giuridiche delle multinazionali farmaceutiche; lì, dove l’industria della malpractice parassita, in una catena alimentare, quella della medicina fraudolenta, attualmente si chiedono “Health courts” separate per i medici. In Italia, posso testimoniare, si va per vie informali, favorendo chi va protetto e ostacolando chi denuncia. E facendo anche di peggio. Si salvano così la forma e le apparenze, e si ottiene gratitudine: “Dieci anni fa i magistrati erano ferocemente critici nei nostri confronti; mentre oggi li troviamo profondamente consci del fatto che siamo una classe “perseguitata”, spesso per soli motivi economici. E riconosciamo che anche la stessa classe politica, al di là della facile demagogia, cerca oggi di cambiare le leggi per permetterci di lavorare meglio” Rocco Bellantone, segretario della Società italiana di chirurgia, esperto di chirurgia mini-invasiva della tiroide, 2009.

Anche l’immagine dei chirurghi che quando non sono dal giudice salvano vite trascura alcuni elementi. Per esempio, in Italia ogni anno si eseguono circa 40000 interventi alla tiroide. L’indicazione all’intervento, principalmente oncologica, appare gonfiata ad arte rispetto alla reale biologia degli ingrossamenti non neoplastici, delle neoformazioni benigne e delle forme aggressive di cancro della tiroide. La sovradiagnosi a fini di lucro può spiegare come è avvenuto che l’incidenza di diagnosi di cancro della tiroide in USA sia aumentata di 2.4 volte dal 1973 al 2002. Il cancro alla tiroide è tra quelli che autorevoli epidemiologi come Bailar ritengono siano sovratrattati. Un recente lavoro mostra che nei soggetti ai quali è stato diagnosticato un carcinoma papillare, la variante morfologica diagnosticata nell’80% dei casi, confinato alla tiroide, non ci sono differenze di sopravvivenza a lungo termine sia che venga asportata la tiroide sia che i soggetti non siano trattati (Arch Otolaryngol Head Neck 2010;136, 440-44). La differenza è che l’intervento può dare complicanze, e senza tiroide si vive peggio, ma intervenendo aumentano nelle tasche dei chirurghi i motivi per i quali alcuni li invidiano, e per i quali si dicono perseguitati.

Segnalo il mio commento “Lotta alla mafia nell’anno domini 2010: Saviano e Lea Garofalo“ sull’omessa protezione a Lea Garofalo. Ieri sera a “Caternoster” ho visto un cabarettista che, avendo denunciato che c’è la “mafia al Nord”, ha la scorta. Se servisse, rinuncerei alla sorveglianza di polizia, “assegnata”, vedo, per la profonda consapevolezza delle persecuzioni alle quali sono soggette certe classi. Temo che la “mafia al Nord” permetterà alle Istituzioni di nascondere e aiutare ancora di più la “mafia del Nord”; speriamo che il suo lancio non contempli altri omicidi.

Se voi foste lo scienziato

16 giugno 2010

Segnalato il 16 giu 2010 sul blog “Uguale per tutti” come commento al post “Riformare (ma seriamente) la Costituzione” del 10 giu 2010

Arriva l’estate, tempo di giochi e buonumore sotto l’ombrellone. Achille presenta sul blog la nuova Costituzione, composta da un solo articolo: “Il Presidente del Consiglio fa quello che cazzo gli pare”. Una blogger ha commentato che andrà a finire proprio così. Personalmente, ritengo che tra i primi responsabili vi siano gli elettori, che hanno permesso la “resistibile ascesa” di un modesto prepotente, votandolo, o votando la sinistra “gellista” (nel senso di Gelli Licio, non di Giustizia e Libertà). Siccome si scherza, avanzo un’altra proposta per la modifica della Costituzione: guardare alla Costituzione della effimera Repubblica romana del 1849, e adottarne l’art. 20, che prevede che il popolo elegga i suoi rappresentanti con voto pubblico. Non so valutare la portata degli effetti negativi della non segretezza del voto, che certamente vi sono, e saranno anche gravi. Ma il voto pubblico potrebbe servire da correttivo al degrado dell’elettorato, che oggi appare allo sbando, essendo deresponsabilizzato, rincitrullito, gasato dalla propaganda e incapace di tutelare i suoi interessi. Aristotele sosteneva che il popolo è anche lui una magistratura. Anche il famoso discorso di Pericle sulla democrazia ad Atene considera il popolo come una magistratura che ha delle responsabilità nella cura dello Stato; un discorso che a leggerlo viene da piangere, per il divario tra il fresco profumo di ciò che descrive e la nostra puzzolente condizione attuale. Col voto pubblico finirebbero molti piagnistei di furbi e sciocchi, e tanta gente non potrà che protestare con sé stessa davanti allo specchio, se non comincia a fare un uso meno dissennato del voto. Si potrebbe forse rendere facoltativa la pubblicità certificata del voto. Dichiarare quali forze si sono votate potrebbe divenire una prassi volontaria per coloro che comunicano al pubblico opinioni e critiche politiche (personalmente dal 2000 a tutte le elezioni restituisco il documento elettorale, con racc. a/r ; prima, alle politiche votavo, horresco referens, DC; poi PRI; poi scheda nulla; alle locali votavo candidati di centrosinistra, e me ne sono pentito). In USA, quando si cita un parlamentare si aggiunge al nome una “D” o una “R” per indicare se è democratico o repubblicano; si potrebbe almeno dire di quale partito sono i parlamentari non di primo piano quando li si cita, cosa che invece molti giornali evitano accuratamente; quale partito nominalmente, perché nella grande maggioranza dei casi si sa già che l’iscrizione vera è al Partito dei c. propri.

Sempre pour parler, per ingannare il tempo, propongo un quesito simile al “Se voi foste il giudice” della Settimana enigmistica. Però, in campo scientifico: “Se voi foste lo scienziato”. Poniamo che siate il direttore di un centro di ricerca e veniate incaricati di trovare una spiegazione per un altro di quei cluster di leucemia infantile che periodicamente vengono rilevati. Niente paura, potete farlo anche voi, visto che si incoraggia la gente affinché ogni “quisque de populo” dica la sua (meno alcuni, come vedremo): il quotidiano Il Giorno ha raccolto e pubblicato le ponderate opinioni del titolare di una cartoleria in merito alla patogenesi di un caso identico a quello che consideriamo qui (Leucemia a scuola il quartiere vuole la verità. Preoccupazione, ma senza psicosi. 11 giu 2010). E comunque, fare il direttore è più facile che fare il ricercatore … Immaginiamo allora che in una scuola si sia verificato un cluster di leucemia: quattro bambini, tre scolari e la sorellina di un altro scolaro, hanno avuto una diagnosi di leucemia linfoblastica acuta (LLA) a cavallo delle ferie natalizie, tra il 14 dic e il 22 gen. Nello stesso periodo ci sono stati altri tre casi di leucemia infantile nella metropoli dove è la scuola, Milano (ma, data la possibilità che tali cluster a volte siano degli artefatti statistici, per non sapere né leggere né scrivere scegliamo una forma semplificata del problema, circoscrivendolo ai quattro casi della scuola, che più facilmente e più nettamente possono mostrare o smentire l’individuazione di un fattore causale comune). Troppi casi nella popolazione composta dai bambini che frequentano la scuola e dai loro fratelli rispetto all’incidenza della malattia nella popolazione generale. Un vostro giovane collaboratore, Gianni, formula, dopo mesi di studio, un’ipotesi: i bambini che si sono ammalati avevano in comune una predisposizione genetica alla leucemia, che l’influenza H1N1 ha slatentizzato. Considerando solamente l’aspetto logico, vi sembra una buona ipotesi?  Cosa rispondereste al collaboratore ?

Altri quiz per i più interessati. C’è un vostro secondo ricercatore, Lorenzo, che commenta che l’ipotesi di Gianni così formulata dei due fattori, genetico e infettivo, assomiglia all’illusione cognitiva descritta da Tversky e Kahneman per la quale si tende erroneamente a credere che la probabilità di eventi congiunti che confermino nostri pregiudizi sia maggiore di quella degli eventi considerati isolatamente. Lorenzo aggiunge che l’ipotesi di Gianni appare come il classico caso nel quale per salvare le premesse si falsifica la conclusione; che è del tutto azzardato ipotizzare che un’infezione slatentizzi una neoplasia; che il campo delle relazioni causali tra virus e tumori umani è stato fortemente criticato quanto a solidità scientifica, e per la presenza di conflitti d’interesse e di condizionamenti politici; che sono astronomici i numeri per calcolare la probabilità che i casi dei bambini predisposti nei quali avrebbe avuto luogo la slatentizzazione, tra i tanti esposti alla pandemia, si siano casualmente concentrati nella scuola; e che se l’ipotesi – che intanto è apparsa sui giornali come l’unica al momento considerata – venisse corroborata dall’improbabile reperimento di una condizione di anomalie genetiche oncogene preesistenti comune ai quattro bambini si configurerebbe, caso non raro nell’odierna biomedicina commerciale, un “paradosso di Gettier” piuttosto sospetto. Cosa rispondereste all’irriverente ricercatore ?

Poniamo che si presenti un terzo ricercatore, un indipendente di passaggio, un “cultore della materia”, Mario, che vi facesse osservare che il cluster di leucemia infantile nella scuola non è stato solo un cluster, ma anche un cluster anomalo: con una distribuzione temporale e una distribuzione spaziale entrambe estremamente ristrette, e che riguarda un numero di soggetti basso relativamente alla popolazione potenzialmente esposta alle stesse cause. Un attacco repentino e simultaneo, che è apparso e si è spento velocemente tra quattro mura o poco più. Un fenomeno anomalo in quanto il cancro è una patologia a sviluppo biologico lento, della durata di anni, e qui si hanno soggetti in giovane età; quando il cancro è causato, come in genere avviene nei clusters, da una esposizione a cancerogeni ambientali, in genere gli incrementi di incidenza si distribuiscono con una dispersione non trascurabile nel tempo e nello spazio. Per la simultaneità e la ridotta estensione temporale, il cluster assomiglia a quelli dovuti a una causa infettiva, mentre sembra difficilissimo che possano averlo generato agenti cancerogeni; ma assomiglia a un cluster di tipo tumorale più di quanto non assomigli a un cluster infettivo per il basso numero di soggetti colpiti. La forte circoscrizione spaziale è possibile, ma atipica, rispetto a entrambi i generi di cluster. Appare quindi come un cluster particolare, che si potrebbe definire “cluster puntiforme”: netto e marcato, molto piccolo, di durata molto breve.

Mario aggiunge che esistono degli elementi semplici, noti ma gravemente trascurati e travisati, che consentono di costruire una spiegazione teorica coerente di questo genere di cluster di leucemia infantile, senza introdurre fattori ipotetici non ancora individuati, e inoltre dando conto delle sue peculiari caratteristiche di cluster puntiforme: a) la capacità di un contagio virale di provocare reazioni linfoblastomatose non neoplastiche, che mimano biologicamente il quadro diagnostico della LLA; capacità che forse si incontra con la predisposizione di alcuni soggetti, diffusa nella popolazione, a tali reazioni non neoplastiche; b) la tendenza storica, sempre crescente, della medicina a espandere le diagnosi di cancro, classificando o riclassificando il maggior numero possibile di varietà di proliferazione come più maligne di quanto non siano biologicamente; tendenza che nel caso della LLA ha assunto la forma della non volontà e dell’incapacità di discriminare, non sulla base di convenzioni o evidenze indirette, ma rigorosamente, su basi scientifiche indiscutibili, tra leucemia linfoblastica e reazioni linfoblastomatose non neoplastiche (un tema che, in un’agenda di ricerca seria e onesta sulla LLA infantile, avrebbe dovuto essere al primo posto nei trascorsi decenni di ricerca, anziché venire proscritto); c) fenomeni di suggestione e contagio psicologico innescati e propagati su genitori, bambini, e medici, dagli allarmi mediatici che vengono lanciati sui tumori infantili da alcuni anni (es. i recenti “SOS”, supportati da interventi della magistratura, sul rischio di contrarre la leucemia infantile per cause ambientali, come “l’elettrosmog” dei trasmettitori di Radio vaticana di S. Maria in Galeria; e sul rischio di contrarla a scuola, come il caso delle antenne di Monte Mario). Questi sono tre fattori che potrebbero interagire fino a dare luogo alla rilevazione di cluster puntiformi di diagnosi di leucemia linfoblastica, rilevazione dovuta in realtà a un insieme combinato di bias. Le cure chemioterapiche, coi  loro effetti di obliterazione del quadro biologico e di mimesi del quadro clinico fisserebbero poi l’errore (Pansera F. Relazione tecnica sull’omicidio doloso di Ketha Berardi, 2001. p. 15. consegnata al PM Mastelloni della Procura di Venezia in seguito a convocazione dei CC di Brescia, mediante il luogotenente Carrozza, il 26 set 2007).

Che ne fareste dell’ipotesi di Mario, tenendo conto che Mario ha un problema, ed è egli stesso un problema. Già in precedenza su altre malattie ha avuto ripetutamente uscite simili; per esempio, tanti anni fa scrisse un articolo dove mostrava che alcune caratteristiche morfologiche depongono contro una causa immunologica per la sclerosi multipla; senza volerlo, lo pubblicò proprio mentre veniva approvato, avendo superato “severissimi” requisiti, un nuovo farmaco, l’interferone,  che invece si basa sulla teoria immunologica (la pubblicazione dell’articolo fu ritardata, così che comparve negli indici bibliografici appena dopo il trial clinico sul quale si basò l’approvazione dell’interferone per la sclerosi multipla). In questi giorni, 3 giu 2010, il British medical journal pubblica un articolo, “Multiple sclerosis risk sharing scheme: a costly failure”, sul danno derivato dai salti mortali amministrativi che sono stati fatti in Inghilterra per pagare le multinazionali acquistando l’interferone, e un altro farmaco pure basato sulla teoria immunologia della sclerosi multipla, nonostante un’analisi dell’ente di valutazione dei farmaci britannico, il NICE, avesse mostrato nel 2001 che il loro rapporto costo/efficacia non ne giustificava l’uso.

(Nel “risk sharing” lo Stato riduce i pagamenti se il farmaco si dimostra inefficace; da un lato ci si chiede su quali basi scientifiche è stato allora introdotto un farmaco se si ammette che può darsi che non funzioni; ma ai pazienti e il pubblico queste domande non piacciono, e, facendo leva sulle loro umane ansie e paure, si può presentare il contratto come un pragmatico sistema di controllo. L’introduzione dell’interferone fu supportata anche da comitati di pazienti, così come ora alcuni comitati di genitori stanno involontariamente contribuendo al business dei tumori infantili contro l’interesse dei bambini. Quello che è accaduto in UK è che i pazienti andavano male, ma la commissione esaminatrice giudicava che era prematuro ridurre i pagamenti. E’ un escamotage per sbolognare farmaci che sono lucrosi ma che è particolarmente oltraggioso fare approvare come validi; assomiglia un po’ al “contratto con gli Italiani“ di Berlusconi. In Italia finora non c’è stato bisogno di simili moine per dare alle multinazionali farmaceutiche quello che è delle multinazionali farmaceutiche, ma di recente il risk sharing, che ha conseguito questi brillanti risultati altrove, è stato introdotto anche da noi, dall’AIFA, per il lapatinib, un farmaco di ultima generazione contro il cancro avanzato della mammella; il prezzo, ora è calato, 1800 euro a scatola; il NICE ha bocciato il lapatanib, e ha bocciato anche il risk sharing sul farmaco).

Se le multinazionali vengono favorite a tutti i costi, chi è loro d’intralcio riceve un trattamento opposto. Mario autofinanziava le sue ricerche col lavoro di assistente ospedaliero, non chiedeva né soldi né riconoscimenti né altro; riteneva che la discussione sulle tesi che avanzava andasse limitata – come per tutte le ipotesi mediche non dimostrate, incluse quelle più titolate – all’ambito degli addetti ai lavori nelle sedi deputate. Per questo, sempre secondo quanto dice lui, è stato segnato come un inetto, un disturbato, e cacciato dal lavoro, facendolo controllare da istituzioni dello Stato prostituite, che lo hanno trattato come un soggetto da tenere sotto stretta sorveglianza, ostacolandolo e screditandolo nelle maniere più basse, punendolo come un topo di Skinner ogni volta che apre bocca e dice qualcosa di sgradito agli interessi criminali del business medico. Un sistema che funziona: ora, se non fosse pestato a dovere  e screditato chiederebbe di avere più dati sul cluster di LLA, e cercherebbe di meglio definire la sua ipotesi, e di pubblicarla. Considerereste l’ipotesi di Mario insieme alle altre, verificandola, approfondendola e testandola? Oppure fareste finta di nulla, ignorando l’outsider, o giudicandolo inattendibile una volta informati della sua pessima reputazione ? Oppure vi sembra appropriato, a voi del gregge di Pericle, dare un giro di vite alle misure di contenimento di Mario ?

Vi sembra la cosa giusta da fare, dopo che il caso del cluster nella scuola è stato reso noto dai media, dichiarare che non ci sono risposte certe, imporre la censura sulle risultanze degli studi su ciò che è avvenuto nella scuola, in modo da impedire analisi come quella che potrebbe condurre Mario, e contemporaneamente dare fiato alle trombe e diffondere sui media l’ipotesi di Gianni, nonostante le critiche di Lorenzo, e nonostante che secondo l’ipotesi di Mario ciò potrebbe essere causa attiva, oltre che causa per omissione, della diffusione di quello che si dice di voler impedire, e quindi causa di danni alla salute di altri bambini ? E vi sembra corretto, mentre affermate che non si sa cosa sia accaduto nella scuola, sfruttare il caso della scuola per diffondere l’allarme mediante ipotesi tanto apocalittiche quanto lontane dall’essere sufficientemente provate su un effetto mutageno dell’inquinamento sulle cellule germinali dei genitori come causa di un ineluttabile aumento dei tumori infantili ? (Questo è ciò che è accaduto nella realtà).

“Sì, è tutto sotto controllo; non sappiamo bene cosa sia successo; certo, sembra proprio che a causa di questo maledetto inquinamento una quota di bambini sia predestinata a sviluppare il cancro, ma non alimentiamo psicosi collettive”: si sta allarmando o tranquillizzando? Si può anche allarmare fingendo di voler smorzare i toni e tranquillizzare: è una figura di pensiero che viene attualmente annoverata, col nome di “amblisia” (che originariamente si riferiva al preparare a una cattiva notizia nel dramma greco), tra quelle che si impiegano per ottenere un effetto comico.

Questi indovinelli sono interessanti anche per i giuristi, ai quali del resto a volte piace scambiare i ruoli con la corporazione cugina dei medici; si possono elencare diversi motivi di interesse. Del caso del cluster di leucemie nella scuola Cuoco Sassi si occupa la Procura di Milano, che ha formulato un’ipotesi di lesioni colpose. I giuristi citano Giolitti: le leggi si applicano coi nemici e si interpretano con gli amici. E’ bene che sappiano che anche in ambito scientifico valgono i due pesi: Tomatis ha osservato che gli standard di prova richiesti per il nesso causale tra agenti cancerogeni ambientali o occupazionali e cancro umano (nesso che quando stabilito ostacolerebbe i profitti dei grandi interessi) sono molto più severi di quelli coi quali si attribuisce il cancro allo stile di vita personale (che discolpano l’industria, e favoriscono il business del cancro spingendo le persone a fare accertamenti). In certi casi, si arriva alla divinizzazione di ipotesi di comodo gracili e deformi, mentre ipotesi alternative non gradite non solo non vengono verificate, ma divengono desaparecidos. E’ stato detto che il metodo di prova scientifico discende storicamente dal metodo di prova giuridico; e, contrariamente a quel che si può credere, i giuristi applicano nel lavoro giornaliero la logica più dei ricercatori biomedici (che infatti trarrebbero vantaggio dallo studio dei princìpi della prova giuridica). Le fallacie (e le frodi) cognitive sono pure d’interesse per i giuristi (Bona C. Sentenze imperfette. Gli errori cognitivi nei giudizi civili. Il Mulino, 2010). La medicina è un settore di primaria importanza dell’economia, della politica, della vita civile, dell’etica. Mi pare che l’influenza da H1N1 una parentela con il rigoglioso sbocciare del business della leucemia infantile di sicuro ce l’abbia; una parentela da manette: di recente è stato rivelato che la dichiarazione della pandemia, che ha fruttato fatturati di miliardi di dollari alle case farmaceutiche, è stata favorita da “kickbacks” (tangenti) agli esperti della OMS. La Costituzione, fino a quando non verrà ridotta alla versione di Achille, a favore di Berlusconi, sancisce anche la libertà della ricerca scientifica. Ma il comma è già di fatto cassato, e sostituito da un altro che stabilisce a riguardo l’applicazione del citato art. 1 di Achille, a favore non del brianzolo liftato e con la bandana, ma del potere senza volto dei grandi interessi consumistici che Pasolini preveggente indicava come il nuovo vero fascismo. Del resto, il magistrato Renzo Lombardi l’aveva già scritto con una perifrasi, e parlando seriamente: il potere, incluso in alcuni casi quello incarnato dai magistrati, “fa quello che gli pare, se gli pare e quando gli pare”.

Sempre per rilassarsi, un anno fa (4 giu 2009) su questo blog un commentatore proponeva come “passatempo per l’estate” di occuparsi della mia identità “così enigmatica e sfuggente”. Presentava a riguardo anche degli anagrammi. C’è un modo interessante di svolgere questo gioco: procurarsi il libro “La fiera della sanità” di Daniela Minerva, BUR, 2009; leggerlo, in modo da avere una buona panoramica sugli scandali noti della sanità italiana. Scorrere quindi l’indice analitico, cercando di individuare i cognomi identici di due medici che non sono parenti, ma sono accomunati dall’essere stati messi entrambi in carcere per bruttissimi reati. Il mio cognome è lo stesso, e anche la professione. E anch’io, come i due soggetti citati nel libro, rappresento una visione “estrema” della sanità non desiderata dal potere. Per esempio, una visione rigidamente contraria a provocare, per fare soldi o acquisire prestigio e potere, lesioni che possono essere mortali a bambini, trattandoli senza necessità con pesanti terapie oncologiche giocando sulla circostanza che la medicina è stata sciatta e sbadata, volutamente, nel definire sul piano dottrinale la leucemia linfoblastica del bambino (e in certi casi essendo i singoli clinici molto sciatti e peggio che negligenti nella diagnosi). Una visione della sanità che oltre ad essere contraria alla corruzione descritta nel libro è contraria anche ad un genere di corruzione strutturale della medicina che nel libro è solo accennata (v. La magistratura davanti alle frodi mediche di primo e secondo grado). Fatto curioso, anche io sostengo di essere stato privato dallo Stato della libertà personale, come i due omonimi.

Curiosamente, lo Stato ha in pratica tolto dalla circolazione tre medici omonimi tutti e tre rappresentanti di forme di medicina devianti rispetto al business della medicina; un business che vuole essere una forma di sfruttamento istituzionalizzata, né onesta, dietro la maschera, né identificabile in forme tradizionali di crimine -  alle quali peraltro può all’occorrenza appoggiarsi – come la crassa violenza mafiosa o le truffe grossolane. Dei tre medici, due sono stati eliminati dalla vita pubblica ufficialmente, perché si sono macchiati di gravi reati, e il terzo è stato epurato e messo agli arresti senza dichiararlo, perché può essere controproducente, oltre che essere illegale, la censura aperta delle sue posizioni. Posizioni come la tesi che oggi è antiscientifico e disonesto negare o trascurare la pesante influenza dell’Offerta di medicina – che è guidata da un interesse amorale a ottimizzare il profitto – sulle definizioni e sui criteri di diagnosi delle malattie, prima ancora che sulle terapie; o la tesi che è in corso una campagna di marketing per lanciare le malattie pediatriche e in particolare le neoplasie pediatriche; campagna che favorisce le sovradiagnosi di tumore su bambini (v. Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi; Mistero leucemia), con i banali orrori che ne conseguono. Una campagna che fa diffondere presso il grande pubblico da rinomati esperti spiegazioni ad hoc sulle cause dell’asserito incremento, presente e futuro, dei tumori in età pediatrica; che assicura a queste pezze d’appoggio teoriche, non importa quanto speculative, contorte, contraddittorie e pericolose, un monopolio, col sistema del racket: con la persecuzione subdola e implacabile di chi potrebbe contestarle sul piano tecnico avanzando temi, ipotesi, argomenti e critiche.

Le spiegazioni alternative e critiche devono essere represse sul piano scientifico, e non devono esistere nel dibattito politico  e nello spettacolo che si propina al pubblico. “C’è la possibilità … che le nostre conoscenze nel campo sono ancora troppo limitate per sapere in che direzione guardare” ha dichiarato l’epidemiologo che ha condotto l’indagine sul cluster della Cuoco Sassi. Quando ci si trova in questa condizione, di non sapere in che direzione guardare, propria dell’inizio di qualsiasi campo di ricerca (e non si dovrebbe essere ancora al “caro babbo” sulla LLA infantile, dopo tanti anni e così tanti soldi spesi in ricerca oncologica), si dovrebbe indagare “ a 360° ” prima di imboccare una o più direzioni. Ma in realtà si vuole che l’angolo visuale delle indagini resti sempre il più ristretto possibile, un sottile spicchio orientato in modo che si ottengano i risultati e i non-risultati che sono più vantaggiosi per l’Offerta, anziché per il pubblico e i pazienti. Il “bavaglio” non è solo quello delle intercettazioni, e non è applicato solo da Berlusconi.

Negli Anni di piombo ci sono stati alcuni magistrati e poliziotti che non abboccavano ai depistaggi, né facevano finta di abboccare per quieto vivere o perché collusi, e indagavano fuori dall’angolazione consentita; ed è accaduto che a questi inquirenti i pupi del terrorismo o della mafia gli abbiano sparato, o i superiori li abbiano messi sotto procedimento disciplinare. (E c’è stato qualche magistrato che ha ritenuto opportuno scriverle sotto pseudonimo, certe osservazioni sull’eversione). La campagna di marketing sui tumori pediatrici, che potrebbe essere chiamata “Operazione Erode”, è un esempio delle forme che l’eversione dall’alto assume al tempo della globalizzazione; un’eversione dall’alto che gode – non è la prima volta – della cooperazione della magistratura e delle forze di polizia, che hanno aiutato la campagna spendendo il loro prestigio a favore della diffusione del falso, dando credibilità coi loro interventi alle notizie e agli “scandali” adatti alla propaganda, e chiudendo nei cassetti le notizie e gli scandali che occorre tenere celati. E fermando un medico scomodo con lo stesso zelo, ma in silenzio, col quale hanno messo fragorosamente in galera l’omonimo medico mafioso e l’omonimo chirurgo della S. Rita; come se la legalità non fosse demarcata da una soglia ma da una finestra, una forchetta, con un limite superiore oltre che un limite inferiore, e il compito di  magistrati e poliziotti fosse quello di mantenere l’andamento delle cose entro questi due limiti, sia reprimendo l’illegalità che può danneggiare l’ordine desiderato dai grandi interessi, sia stroncando forme di impegno e di onestà che possono danneggiare gli stessi interessi.

Mistero leucemia

27 febbraio 2010

Commento all’articolo “Mistero leucemia” di Carra e Condorelli su l’Espresso del 25 feb 2010

Il caso del cluster di leucemie nei bambini a Milano nel gen 2010 apparirebbe meno misterioso se la ricerca, la dottrina e la propaganda da un lato, per favorire le sovradiagnosi, non avessero rimosso il tema delle reazioni linfoblastomatose da cause infettive (Diagnosis in pediatric haematology. Smith H. 1996); e dall’altro non agitassero paure e false piste etiologiche per giustificare e promuovere il business dei tumori infantili (SOS cancro nei bambini e sovradiagnosi. 2008. In www.menici60d15.wordpress.com).

Quando “less is more”

18 novembre 2009

Liste di attesa per le Tac, per i processi, e liste di priorità per il controllo dei cancerogeni in Calabria

Segnalato il 18 nov 2009 sul blog “Uguale per tutti” come commento al post “Il precariato delle leggi” del 15 nov 2009

Per dimostrare l’assurdità dell’ultima sparata dei governanti che questa infelice nazione si è data, Felice Lima paragona la legge “tronca processi” sulla prescrizione dopo 2 anni ad una ipotetica eliminazione delle code per le Tac ottenuta facendo decadere i pazienti dalla lista d’attesa se l’esame non è eseguito entro 30 giorni. Il paragone tra le code per le Tac e le code per le sentenze può essere ulteriormente sviluppato.

Le Tac sono un’industria che ha avuto una crescita esplosiva negli ultimi anni. Studi ufficiali USA stimano che un terzo delle Tac siano inutili sul piano diagnostico. Un noto articolo sul New England journal of medicine (cit. in La magistratura e la separazione dei valori: il caso della “Nave dei veleni”) afferma che in USA i cancri attribuibili alle Tac hanno raggiunto lo 1,5-2% del totale. Esperti italiani hanno ripetuto preoccupazioni simili. Le Tac in USA mostrano come una medicina veloce ed efficiente sul piano commerciale, che fa contenti investitori e clienti, può portare alla prescrizione della vita sana o della vita tout court.

La pericolosità delle Tac facili non viene resa nota al pubblico; non si parla di eliminare le Tac inutili, ottenendo così una riduzione dei tumori e delle code, e liberando risorse economiche per cure più utili alla popolazione. Tutti invece sanno del cancro proveniente dalle navi affondate dalla ndrangheta; e le forze  “progressiste” sono le più interventiste in questa apertura del nuovo fronte, quello della “guerra sottomarina” al cancro. Sul cancro che si prende  dietro l’angolo, andando dal bonario medico di famiglia a farsi scrivere l’impegnativa di una Tac “per sicurezza”, omertà da tutti i pulpiti. La maschera da sub è anche un buon paraocchi. In questi giorni il Procuratore nazionale antimafia Grasso ha detto che non bisogna più partire dai relitti ma dall’inquinamento e risalire alla fonte. E’ giusto, ma se davvero si vogliono identificare e definire gli agenti dell’incremento delle diagnosi di tumori bisogna considerare oltre alle cause ambientali anche le cause mediche, come la massa di Tac non necessarie, e le sovradiagnosi, che sono cause accertate, che incidono fortemente. Ma per lo Stato e per il suo acerrimo nemico l’antistato, questo tasto è tabù.

Le rivelazioni di navi dei veleni al largo di Cetraro e Maratea, operazioni di intossicazione dell’informazione in grande stile, mostrano che oltre alle “ecomafie” ci sono le “infomafie”. Che forse sono ancora peggiori. Le smentite di questi giorni, con le relative accuse di voler occultare la verità (dopo averla portata alla luce ?) confermano che “la smentita è un falso ripetuto due volte”. Le navi affondate e i depositi abusivi di rifiuti tossici sono un tema reale e serio, ma dai contorni non definiti; che diventa una farsa quando tecnici, inquirenti, politici e media stravolgono l’ordine delle priorità e lo gonfiano a dismisura, fino a fargli oscurare le altre cause antropiche, concrete e certe, di incremento del carico di cancro, prendendone il posto; una farsa tragica, per la sua capacità, nella veste mediatica e politica che gli si è fatta assumere, di spingere la popolazione verso quei fattori di rischio oncogeno certi che vengono ignorati, e censurati da poteri rispetto ai quali la ndrangheta è subalterna. Sono entrati in azione i professionisti – e il codazzo di  improvvisatori – dell’arte di servire interessi criminali del potere con proteste “contro il Palazzo” che sono in realtà sobillate dal Palazzo stesso, in quanto strumentali ai suoi interessi. A coloro che sono in buona fede,  e che non sono succubi della foga che proviene dal pensiero delle tante ingiustizie subite dalla Calabria (spesso con la complicità di calabresi), si può presentare un paragone tra le navi affondate e il bandito Giuliano. Era senza dubbio un esaltato assassino; ma gli storici hanno svelato che quel giorno a Portella, a sua insaputa, oltre a lui c’erano altri due gruppi di fuoco, mafiosi ed ex marò, che fecero i maggiori danni; gruppi anch’essi controllati da quel grumo appena formatosi, che non si è più sciolto, composto da servizi USA, Vaticano, Viminale, Carabinieri, politici assortiti e compagnia; i pupari che incastrarono Giuliano, addossando a lui, come era assolutamente verosimile a prima vista, tutta la responsabilità, e che orientarono con la strage il consenso a proprio favore. Si potrebbero fare altri esempi di questa “tattica di Portella”. Uno schema tattico che conviene avere presente, essendo più frequente di quanto non si pensi; e che oggi, vinta la Guerra fredda, gli operatori del settore applicano a grandi interessi dell’industria e della finanza, come la medicina e l’igiene pubblica. L’identificazione narrativa tra ndrangheta e cancro, tra ndrangheta e nemici della salute, tradisce il supporto poliziesco, e piduista, al business medico e ai suoi crimini. In futuro forse vedremo una speculare identificazione mediatica e ideologica tra medici, questurini, carabinieri e scienziati.

Se la questione è la salute delle popolazioni, prima di guardare alle cartine delle navi affondate bisognerebbe guardare ad altre mappe e ad altri dati. Di quanto è aumentata l’esposizione alle radiazioni mediche in Italia e in Calabria negli anni?  Quale è stato e sarà il peso dell’introduzione tuttora in corso dei programmi di screening oncologico nell’aumento di incidenza dei tumori in Italia e in Calabria? In USA si stanno ponendo domande come queste. Lì fanno mea culpa per la spesa pubblica (Medicare) pagata a prestazione per esami di imaging medico, che dal 2000 al 2006 è raddoppiata, raggiungendo i 14 miliardi di dollari, un incremento sostenuto principalmente da esami avanzati e costosi, come la Tac e la medicina nucleare; esami che fanno aumentare i tumori. Si ammette che si tratta di “overutilization”: molti di questi esami sono totalmente inutili, e beneficiano non il paziente ma chi li commercia. Esami eseguiti sotto l’azione della disinformazione e della paura disseminate ad arte. C’è dunque una situazione aberrante, nella quale una sorgente di radiazioni ionizzanti, un fattore cancerogeno riconosciuto, è anche un enorme fattore di profitto, sostenuto da tecniche di marketing e promozione del prodotto; questo dovrebbe spaventare non meno delle navi in fondo al mare. L’articolo citato conclude stimando che in USA ogni anno 20 milioni di adulti e “crucially” oltre un milione di bambini sono irradiati senza necessità, a dosi in grado di provocare il cancro. Prima di spingere le masse verso la sala raggi lanciando allarmi, bisogna chiedersi cosa si sta facendo: se non si stanno propagando notizie false o tendenziose, praticando la banalità del cancro in cambio di qualche miserabile ricompensa.

A settembre, mentre sulla costa calabra, immemori del gorgo che attende chi fugge ciecamente da Scilla, si gridava al mostro marino Cunsky a poche miglia da Cetraro, in USA l’ortodossia medica dubitava dei suoi stessi dogmi: la più potente rivista medica di categoria, per la quale fino a ieri ciò che loro chiamano prevenzione, ovvero la diagnosi precoce, era la via regia contro il cancro, o meglio la via sacra, da difendere con la spada da qualsiasi critica, ha parlato di “ripensare” i programmi di screening per mammella e prostata, che stanno avendo risultati controproducenti: “screening may be increasing the burden of low-risk cancers without significantly reducing the burden of more aggressively growing cancers and therefore not resulting in the anticipated reduction in cancer mortality.” (Kaplan JG. Rethinking breast and prostate screening. Jama, 2009;302(15):1685-1692). (La frase diviene più chiara e lineare sapendo che “low-risk cancers” è un eufemismo per indicare formazioni che sono classificate come cancro, ma che clinicamente in genere non si comportano come cancro, e restano silenti; ovvero, sono “cancri” che se non vengono cercati e scoperti è come non averli; i “more aggressively growing cancers” sono i cancri veri).

Questi sono fattori che aumentano l’incidenza di cancro sotto il nostro naso, e che sono spesso appoggiati, nascosti e protetti grazie ai servigi di quei tribuni della plebe, ex comunisti, ex missini, dipietristi, Udc, etc. che ora si stracciano le vesti perché si trascurerebbero le navi affondate; di quei politici e funzionari dello Stato che così stanno conducendo a capofitto, col vibrante incitamento dei vescovi e parroci, anche la Calabria nella situazione i cui effetti nefasti vengono ora riconosciuti in Usa. Il battage sulle cause di cancro ambientali, quelle vere, ma meglio ancora quelle presunte, o false, o hollywoodiane, sta non solo coprendo ma sta anche potenziando le cause iatrogene (v. Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi). Purtroppo il male non proviene solo dagli ndranghetisti e da luoghi tenebrosi, ma anche da fonti insospettabili e rassicuranti.

Tornando alle liste d’attesa, non viene ricordato a sufficienza che una coda quanto più è lunga tanto più genera scarsità, e quindi tanto più aumenta il valore unitario del bene. In un paese evoluto l’ingolfamento stabile non è un accidente, e non è solo una franchigia per chi si dà da fare; è anche uno strumento ben definito, efficace anche se un po’ antiquato, per ottenere ingiustamente potere, e ricchezza; per costringere i cittadini comuni nel ruolo di sudditi; di supplicanti. Condizione della quale i molli italiani si accorgono solo quando hanno necessità urgente dell’attenzione del giudice, o del radiologo. Come per il ruolo della ndrangheta nel rischio di cancro, le pirotecniche trovate di Berlusconi si sovrappongono ai quieti interessi di potere e corporativi, dominanti da decenni, che pure non vogliono un sistema sano.

Considerando il paragone tra code per le Tac e per le sentenze, una medicina che facesse meno Tac, facesse solo quelle necessarie, non solo eliminerebbe le code, ma sarebbe una medicina migliore: molto più rapida, molto più sicura, con maggiore offerta di servizi utili a parità di spesa. Per sospette lesioni della caviglia, del piede e del ginocchio sono disponibili le “regole di Ottawa”, volte a ridurre le radiografie inutili. Ma il concetto di miglioramento tramite protocolli di limitazione è estraneo alla attuale concezione culturale “eroica”, o infantile, o neonatale, della medicina nell’opinione pubblica. Né è popolare tra gli operatori: “stai praticando medicina difensiva o è una scusa per guadagnare di più?” conclude un recente articolo medico sui costi e i danni di quella che chiama “medicina massimalista”. Sospetto che anche per rendere “l’amministrazione della giustizia” degna di questo complemento di specificazione basterebbero norme procedurali, non costose, volte a ridurre l’afflusso, la lunghezza e la tortuosità del “tubo giudiziario”. Norme che avrebbero il difetto di non essere spettacolari, e di poter essere strumentalmente attaccate come lesive della nostra altissima tradizione di garanzie giuridiche; oltre al difetto di rompere le uova nel paniere a gruppi forti. Concordo con altri bloggers: una giustizia a tempo è un assurdo, ma lo è anche una giustizia senza tempo. Questa è una occasione perché magistrati e politici perbene indichino i provvedimenti concreti “a levare”, quindi attuabili senza spese e in tempi brevi, per finire l’indecenza; e li ripetano ad nauseam, prendendo esempio da Berlusconi.

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Blog “Blogghete”

Commento dell’1 apr 2011 al post “Fukushima è già tra noi” del 31 mar 2011

 

Vi diverte? A me no: penso che ci sia già troppo caos informativo sui rischi di cancro da radiazioni; es. i rischi da “elettrosmog” sono inventati o sopravvalutati per depistare dai rischi reali come quelli da radiazioni mediche, e da agenti chimici nei prodotti di consumo e inquinanti. Converrebbe stare attenti, perché a volte gli scherzi sulla radioattività che viene da lontano coprono gli scherzi della radioattività che si prende per appuntamento:

http://menici60d15.wordpress.com/2009/11/18/quando-“less-is-more”/

La magistratura e la separazione dei valori: il caso della “Nave dei veleni”

28 ottobre 2009

Segnalato il 28 ott 2009 sul blog “Uguale per tutti” come commento al post del 23 ott 2009 “Cari colleghi dove eravate?” di Gabriella Nuzzi


Innanzitutto occorrerebbe che la magistratura non si sentisse in dovere di dire la verità, e che lasci questo ruolo alla politica”  (Mino Martinazzoli, Giornale di Brescia, 21 dic 2004).

Mi spiace dirglielo, dr.sa Nuzzi, ma lei ha un serio problema come professionista del diritto. Lei scrive (in “Cari colleghi, dove eravate?”)  “La ricerca della verità accomuna Giustizia e Informazione.” (Per sua fortuna aggiunge “ma non è una lucina debole e fioca, che si accende e si spegne all’intermittenza della ipocrisia e della convenienza politica. E’ un faro immenso, luminosissimo…”). Lei non conosce o non accetta il principio della separazione dei valori. La Giustizia e la Verità sono entità separate e distinte. Le persone come Lei, o come me, che pensano che Giustizia, Conoscenza e Informazione siano legate, siano strettamente connesse, siano parte di un fascio di valori che non può essere smembrato, e forse nomi diversi dati alla stessa cosa vista da diverse angolature, sono prive di quella concezione equilibrata che nelle attività intellettuali conferisce professionalità e responsabilità, ed è quindi il prerequisito per il successo.

La separazione tra Giustizia e Verità configura un riduzionismo duplice: ideologico, che permette di parlare di giustizia mentre si calpesta la verità, e materiale, che consente di alterare la rappresentazione di fatti. Nel mio campo, la medicina, vige un rigido riduzionismo materiale, che dà luogo a ibridi lussureggianti quando si unisce al riduzionismo ideologico giudiziario (v. Il riduzionismo giudiziario nella frode medica strutturale: il caso del testamento biologico). In campo medico-legale i due riduzionismi vanno a nozze; di recente, nel caso Aldrovandi, periti e magistrati hanno distinto tra meccanismo di morte cardiaco e meccanismo di morte respiratorio. Il cuore e i polmoni sono separati e distinti nel caso dei bovini sul bancone del macellaio. Sono organi che sul piano fisiopatologico sono fortemente interconnessi, tanto che è possibile e a volte obbligatorio considerarli un unico blocco; ma così si è potuto saltare a piè pari gli effetti della bastonatura e della compressione toracica sul complesso cuore-polmoni, per andare a inserire il solito ingegnoso meccanismo alla “Wile Coyote” che spiega un crimine operato da persone in divisa come un atto di legittima difesa finito male per aver calcato la mano e per una sfortunata, incredibile, casualità.

In questi giorni è in prima pagina la vicenda della “Nave dei veleni”, sollevata dalle Procure di Paola e Catanzaro. Da una parte, meglio tardi che mai: si doveva intervenire molti anni prima su questa infamia e questo sfregio alla Calabria delle navi affondate al largo delle sue coste, che forse ha attinenza anche con l’omicidio di Ilaria Alpi. Ma l’azione giudiziaria non è solo tardiva; è anche prematura, nel senso che si parla e si grida sui veleni prima e non dopo avere accertato il contenuto della nave. Osservando da anni la manipolazione delle notizie di interesse medico, per me questo tirare fuori ciò che si è tenuto per tanti anni nei cassetti, e tirarlo frettolosamente fuori “half-baked”, proprio mentre è in corso una campagna mediatica su cancro e Meridione (v. infra)  suona come un campanello d’allarme; insieme alla presenza  di politici come Loiero, Pecorella, Minniti, Veltroni, a soffiare sul fuoco; e alla assidua copertura di giornali come Libero, che dovrebbe rappresentare i “cattivi”, assieme ovviamente a Manifesto e Unità, che invece sarebbero dalla parte dei “buoni”. La magistratura sta facendo finalmente Giustizia e Verità sul caso? Giustizia forse si. Verità no. E gli effetti complessivi saranno negativi: l’azione delle Procure di Paola e Catanzaro sarà un fattore di incremento delle diagnosi di cancro in Calabria.

Infatti, viene ignorato che in Calabria sono in gioco non una ma almeno tre noxae patogene in grado di fare aumentare gli indici epidemiologici del cancro. L’inquinamento focale, dovuto a una concentrazione di cancerogeni in aree ristrette, (esempi da manuale sono il cloruro di vinile monomero e l’amianto), è solo una delle noxae. Tali focolai seguiranno dinamiche dipendenti dalla distanza e dalla dose, fattori che, in genere, ne limiteranno l’effetto, anche se gli inquinanti dovessero diffondersi, es. tramite la catena alimentare. La Calabria, terra politicamente debole, è effettivamente a rischio di divenire una pattumiera di veleni, se non lo è già, e tale noxa va contrastata con la massima energia. Diverso è l’inquinamento diffuso, es. quello dell’aria nella Pianura padana, o quello legato agli alimenti industriali, che è a intensità più bassa di quello focale ma ha effetti di massa. Bisogna contrastare ovviamente anche questo inquinamento, guardando es. agli inceneritori, intorno ai quali girano molto denaro e potenti interessi.

La terza noxa, importantissima e trascurata, o meglio censurata, è quella che gli esperti di comunicazione chiamerebbero “memetica”. E’ una noxa che ha caratteristiche singolari. Cresce col crescere degli allarmi, fondati o falsi, sul rischio di cancro, e i suoi effetti sono rapidi, a differenza dei cancerogeni materiali. Come ho già esposto, agitare le notizie di rischio di cancro porta a un incremento di diagnosi spurie di cancro tramite specifici meccanismi di persuasione e inganno, in operazioni tipiche delle grandi agenzie di pubbliche relazioni che forniscono consulenza alle multinazionali (v. Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi). Questa noxa non segue leggi fisiche e biologiche, ma le leggi della disinformazione e della propaganda: da Rocca Imperiale a Melito Porto Salvo, tutti i calabresi vi saranno esposti. E’ una noxa immateriale, che non vuol dire inesistente o fumosa. Voi magistrati sapete bene che la penna o la parola ne ammazzano più della spada. Questa estate, uno studio sul Journal of the National cancer institute (Mulcahy N. Prostate Cancer Overdiagnosis in the United States: The Dimensions Revealed. Medscape medical news, 1 set 2009) ha riconosciuto che in USA ci sono stati negli ultimi 30 anni circa un milione di uomini ai quali è stato sovradiagnosticato il cancro della prostata, la diagnosi di tumore più frequente negli uomini (v. Il mediatico e l’extramediatico: il caso delle ghiandole sessuali maschili). Una massa di sovradiagnosi che ha riguardato anche pazienti relativamente giovani, sottostimata, e sovrimposta su statistiche che erano già inflazionate da falsi positivi, precisano gli autori. Almeno un milione di uomini che non avevano un vero cancro alla prostata, e che sono stati castrati e messi nella condizione di malato di cancro per fare soldi. Perfino la potente American cancer society, uno dei colpevoli del disastro, la cui auri fames l’ha portata in passato ad essere indagata e condannata dai magistrati statunitensi, ora denuncia che si è esagerato con le diagnosi di cancro della prostata. Mentre in USA, nelle roccaforti del business oncologico, si tirano i freni a un sistema che toglie la borsa e la vita e che sta divenendo insostenibile anche per lo stesso capitalismo laissez faire, la Calabria e il Meridione sono nel mirino di manovre volte a estendere a queste terre di frontiera dell’Occidente il business della medicina commerciale, e in particolare dell’oncologia commerciale.

Solo quest’anno, il 2009, ci sono stati, oltre al bombardamento giornalistico e a quello dei politici sulla sanità-inferno del Sud che deve diventare come la virtuosa sanità del Nord, interventi di istituzioni autorevoli e credibili. L’Airtum ha rassicurato: l’aumento di incidenza e di mortalità dei tumori è dovuto all’invecchiamento della popolazione; che è un poco come dire che la elevata frequenza di casi di pedofilia da turismo sessuale in certi paesi del terzo mondo è dovuta alla bassa età media di quelle popolazioni. Il quoziente generico di mortalità per cancro è una media ponderata dei quozienti per età, e come tale non è un artefatto, ma ha anch’esso rilevanza per descrivere il carico di cancro sulla popolazione. L’Associazione italiana registri tumori rileva inoltre che la minor incidenza di cancro nel Meridione va scomparendo, e attribuisce ciò “all’acquisizione di stili di vita urbanizzati” e “perdita dei benefici derivanti dall’alimentazione di tipo mediterraneo”. Una spiegazione apodittica, che ripete il catechismo ufficiale: il cancro, rectius una diagnosi di cancro, uno se la becca a causa dei propri peccati, come il mangiare male; non per i cancerogeni naturali, né, per l’amor di Dio, per cause umane esogene, molto più intense ormai di quelle naturali: l’inquinamento ambientale, l’esposizione a sostanze chimiche o a radiazioni ionizzanti, l’adulterazione degli alimenti, o la sovradiagnosi. Non una parola sugli screening, e sulla lievitazione di diagnosi di cancro che notoriamente comportano.

Di tale aumento parla invece il Libro bianco 2009 dell’Istituto di igiene dell’Università cattolica (Salute, le donne italiane stanno bene ma aumenta il divario fra il Nord e il Sud. Adnkronos salute, 16  set 2009). Premesso, con riferimento al carcinoma della mammella (che commercialmente e statisticamente è l’omologo femminile dal carcinoma della prostata) che “il gap tra Nord e Sud e’ ancora molto ampio – ha spiegato Walter Ricciardi, ordinario di Igiene e medicina preventiva all’universita’ Cattolica di Roma e autore del Libro Bianco – solo riguardo ai tumori si e’ avuto un miglioramento: piu’ screening, piu’ diagnosi, ma anche piu’ guarigioni. le donne del Nord, costantemente ‘bombardate’ da programmi di prevenzione, sanno cosa e’ giusto mangiare e quali sono gli stili di vita sani e le cose da fare per prevenire le malattie. Al Sud non e’ cosi’”, l’autore spiega che l’aumento di incidenza di cancro al Sud in seguito a screening, che porterà al pareggio dell’incidenza tra Nord e Sud, c’è, ma è da leggere anche in positivo, perché è dovuto allo svelamento di casi nascosti. Questa è una di quelle stupefacenti affermazioni, come il commento di Martinazzoli in epigrafe, che intimidiscono: provenendo da fonte autorevole, si ha paura di sembrare sempliciotti, poco intelligenti, a non riconoscerle come un acuto paradosso e rispondere: ma che sta dicendo. L’affermazione che vi sia un elemento positivo nell’aumento del livello di incidenza di cancro per screening è un paralogismo tutt’altro che onesto: gli epidemiologi hanno osservato che se il caso fosse questo, l’aumento di incidenza sarebbe un picco temporaneo. Non dovrebbe essere prevedibile che negli anni crescerà fino ad allinearsi alle altre regioni. Nei fatti quando l’incidenza di cancro aumenta in seguito a screening, per decenni rimane sostenuta, e anzi continua a crescere, fino a raggiungere livelli epidemici, come se i cancri miracolosamente spuntassero per il fatto di essere cercati; contro la biologia, ma come è caratteristico di un prodotto commerciale di successo. Andrebbe al contrario riconosciuto che alla capacità biologica del cancro di metastatizzare l’uomo ha aggiunto la capacità di moltiplicarsi tramite una sorta di disseminazione memetica.

Poi c’è stato il caso protesi-prostitute a Bari (v. La magistratura davanti alle frodi mediche di primo e secondo grado; Servizi segreti nella Sanitopoli barese? ). Gli aspetti relativi alla salute pubblica sono stati tralasciati; non si è quasi parlato dell’inutilità e dannosità degli interventi. In USA ignorare questa verità sarebbe stato un poco più complicato: è apparso un articolo del New York times sulla chirurgia vertebrale e le forniture di chiodi e protesi (The spine as a profit center, 30 dic 2006), che dice che “The evidence of wide spread corrupt practices is truly staggering.” Da noi invece per quel poco che si è parlato di questo aspetto, sottraendo attenzione alle mignotte, si sono diffuse notizie tendenziose: Santoro ad Anno Zero ha affermato che in Puglia la spesa per le protesi è aumentata dal 2001 ad oggi del 243%, contro il 55% dell’Italia; facendo credere che sia la Puglia la pecora nera, e che il Meridione dovrebbe prendere a modello il Nord. In realtà, per ciò che conta maggiormente per la salute pubblica in questo caso di corruzione, l’appropriatezza degli interventi di impianto di protesi, il Nord non può dare lezioni, ma dovrebbe essere lui il primo a essere messo nel gabbione degli imputati. Dai dati (Manno V, Masciocchi M, Torre M. Epidemiologia degli interventi di chirurgia protesica ortopedica in Italia. 2009. Rapporto Istituto superiore di sanità 09/22) si può ricavare, considerando 9,5 milioni di abitanti per la Lombardia e 4 milioni per la Puglia, che per l’intervento più frequente, quello di impianto di protesi d’anca, nel 2001 in Puglia il tasso di interventi in rapporto alla popolazione, per regione di appartenenza dell’ospedale, era circa il 50% di quello della Lombardia, e che nel  2005 questo tasso era salito al 57%. Lo stesso tasso per regione di appartenenza del paziente era per la Puglia il 62% di quello della Lombardia nel 2001, ed è salito al 73% nel 2005. Al Sud, con tutta la corruzione, non si fanno più interventi che al Nord, ma meno. Il tasso di incremento degli interventi nello stesso periodo è stato più elevato in Puglia che in Lombardia: 29% in Puglia vs il 13% della Lombardia per regione di appartenenza dell’ospedale; 27% in Puglia vs. 8,6% in Lombardia per regione di appartenenza del paziente. Anche qui, tassi di tipo commerciale, stabili e anzi fortemente crescenti. La Puglia sta rincorrendo il treno lombardo, che ormai è lanciato a velocità alle quali è sempre più difficile continuare ad accelerare. In Puglia, alla fase di lancio della medicina commerciale, nella quale si sono permesse le forme più voraci e paesane di corruzione, subentrerà l’austera frode medica di primo grado, nella quale i prezzi unitari si abbasseranno, e che per la popolazione sarà addirittura peggiore, con tassi di interventi impropri ancora più elevati. In questi giorni Verzè ha offerto a Vendola, il responsabile politico del puttanaio barese, la presidenza del San Raffaele del Mediterraneo, clone del San Raffaele di Milano, tempio della medicina vergine, della medicina come sacerdozio secondo il patron di Pio Pompa. Nessuna contraddizione, una semplice riconversione stilistica dell’adescamento: dalle escort locali al circuito “bene” della medicina scientifica internazionale; che è ancor meno soggetto a rossori; dalle donnine con le giarrettiere per i primari alla seduzione delle masse mediante i parafernalia dei laboratori. Viene presentata come moralizzazione quella che è una modernizzazione della frode. Anche in medicina c’è ormai un divorzio, una voragine, tra “Scienza” e Verità.

Mentre impazzava lo scandalo di Bari, il Censis, considerando la soddisfazione dei pazienti come una componente valida di un indice di qualità della sanità, ha concluso che per offerta di sanità l’Emilia-Romagna, dove i programmi di screening oncologico sono all’avanguardia, è la prima, e la Calabria è l’ultima. Accostando a questo risultato quello per il quale secondo il Censis anche la salute della popolazione è peggiore al Sud. Anche se spesso non hanno una buona assistenza sanitaria, i calabresi (che a tavola mangiano prodotti locali migliori di quelli che in altre regioni si comprano nei supermercati) hanno la più bassa incidenza e mortalità per tumore; sono gli indici più importanti secondo l’epidemiologia,  e a pensarci anche secondo il buon senso; gli epidemiologi onesti, che non ripetono la favola dei trionfi sul cancro, assegnano loro l’importanza dovuta; mentre nell’attuale vulgata si tratta di una quisquilia, che viene trascurata nelle analisi, e celata nelle informazioni al pubblico facendo anzi credere il contrario. Se ne parla solo per predire che questa indecenza, che è sputtanante per la fiaba dei meriti soteriologici della medicina “d’eccellenza”, e che deve indispettire alcuni italiani di razza superiore come se fosse un’altra manifestazione dell’infingardaggine e del parassitismo meridionali, è sul punto di finire.

Ora è arrivata un’altra voce attendibile e autorevole, la magistratura col bastimento carico di cancro. Sui media, nella politica, nella “società civile”, i furbi cavalcano l’onda formata dall’azione giudiziaria; e la popolazione si è mobilitata, senza sapere che protestando per una delle tante ingiustizie subite dalla Calabria verrà fottuta dall’altra parte, con una diversa, nuova, ingiustizia. Non ci sono santi, il cancro in Calabria deve crescere.

I servizi, che si sono occupati di traffico di rifiuti, si occupano anche di biomedicina. Siamo un Paese dove il covo di Via Gradoli, in un appartamento che era sotto il controllo dei servizi, non viene scoperto quando sarebbe stato utile alla democrazia scoprirlo, ma viene fatto scoprire, volutamente, in seguito, dagli stessi che lo avevano utilizzato. Eppure non abbiamo imparato nulla; qualsiasi minimo ragionamento che non accetti senza fiatare quello che ci raccontano, che consideri che vi possa essere una tattica dietro certe rivelazioni anomale, viene graniticamente respinto; e  seguiamo irremovibili come “Jugale” l’iperrealtà mediatica che ci viene ammanita. Non abbiamo visto forse le immagini delle telecamere subacquee? Non credere alla tv oggi è come non credere in Dio nel Medioevo.

Ammettiamo che la nave affondata al largo di Cetraro sia effettivamente carica, come è possibile, di scorie radioattive o di potenti cancerogeni chimici. Ammettiamo che tali agenti possano superare la barriera costituita dai 500 m di profondità e dalla distanza dalla costa. Anche in questo caso, limitare l’attenzione alla sola noxa focale favorirà la noxa memetica. Le persone si spaventeranno e entreranno nei programmi di screening di massa o cercheranno controlli individuali. La magistratura avrà così contribuito ad instaurare una spirale tossica: il pericolo della noxa focale favorirà la noxa memetica. L’incidenza dei tumori aumenterà per sovradiagnosi. Ciò a sua volta comporterà un cambiamento culturale che porterà a prendere atto dell’aumento di incidenza dei tumori, e quindi ad accettare come un dato di fatto gli eventuali effetti reali di noxae materiali focali e diffuse. La Calabria diverrà moderna, con indici epidemiologici sul cancro rispettabili, e magari brillanti. Non dovrà più temere gli insulti di Venditti.

Forse con l’avvento del nuovo alcune delle storiche sconcezze della sua sanità passeranno; ma ciò solo se anche in Calabria, finalmente, ci si metterà a produrre cancro su scala industriale, facendo decollare la moderna economia oncologica, e ci si metterà così in pari con le altre regioni. Geograficamente al centro del nuovo grande mercato mediterraneo, grazie all’industria medica, che è l’industria della paura e del dolore, forse un domani la Calabria non sarà più “in the middle of nowhere”. Dato l’aumento di incidenza del cancro da sovradiagnosi e da inquinamento, e l’importanza che l’oncologia acquisirà nella vita sociale, il nuovo stato di equilibrio, a tasso di tumori non più relativamente basso ma elevato, apparirà dopo qualche tempo naturale, completando la spirale. Le azioni giudiziarie sulla nave dei veleni e gli altri più probabili siti inquinati saranno servite, limitando il quadro, sia da innesco, sia da capro espiatorio non innocente, per una situazione più vasta e complessa, che verrà quindi aiutata. Condotta in questi termini, l’offensiva giudiziaria sui veleni in Calabria favorirà gli interessi dell’alta finanza in campo biomedico; che non sono molto distanti da quegli interessi responsabili della discarica abusiva delle scorie, e dell’inquinamento da crescita economica.

I magistrati si occupano di Bene e Male, pensa la gente. Non so cosa pensino i magistrati a riguardo, ma, se per loro la verità conta qualcosa, dovrebbero sapere e avere ben presente che in medicina, e soprattutto nella medicina attuale, spesso, soprattutto in quei casi giudiziari che vengono ripresi e amplificati e talora distorti dai media, invece che tra il Bene e il Male i magistrati dovrebbero discriminare tra “competing risks”: tra mali in competizione. Dove alcuni dei rischi, dei mali, sono di natura antropica, e a volte sono deliberati, fraudolenti e criminali. E, perseguendo soltanto quello che prima facie appare come Il Male contrapposto al Bene, in realtà si favorisce un male più grave e più subdolo.

Mostra ciò anche un caso simile, minore, che pure riguarda la disinformazione e gli effetti cancerogeni delle radiazioni, avvenuto a Bologna, dove ai primi di settembre del 2009 la Procura ha indagato per omicidio colposo 4 medici di diversa specializzazione che non hanno diagnosticato un tumore cerebrale a una bambina che accusava cefalea. “Sarebbe bastata una Tac” hanno ripetuto i media, es. il TG5. La cefalea essenziale nei bambini è decine di migliaia di volte più frequente di quella provocata dai tumori cerebrali. La Tac può provocare tumori cerebrali (Brenner DJ, Hall EJ. Computed tomography – An increasing source of radiation exposure. N Engl J Med, 2007. 357:2277-2284). L’effetto della notizia sarà quello di una maggior offerta e una maggior domanda di Tac nei bambini con cefalea. Così oltre al rischio di falsi positivi, e alle carenze nell’assistenza medica che deriveranno da allocazione irrazionale delle risorse, aumenterà l’incidenza reale dei tumori cerebrali, e di altri tumori. Il prof. Picano, direttore del Centro di fisiologia clinica del CNR, osservando che i tessuti dei bambini sono particolarmente sensibili agli effetti cancerogeni delle radiazioni, raccomanda: “I pediatri dovrebbero fare molta più attenzione del normale” nel prescrivere esami radiologici e in particolare Tac. Pochi giorni dopo la notizia dell’indagine, e della relativa propaganda alle Tac cerebrali ai bambini, il Lancet (Barclay L. Validated rules may predict children at very low risk for brain injury after head trauma. 22 set 2009) ha pubblicato uno studio dove si premette che  ”CT [computed tomography] imaging of head-injured children has risks of radiation-induced malignancy” e si cerca pertanto il modo di limitare l’uso della Tac sui bambini con trauma cerebrale.

Ma nella nostra cultura i familiari esami radiologici vengono sottovalutati – anche dai medici, mostrano alcuni studi -  come fonte di quelle radiazioni ionizzanti che sono in grado, con elevata probabilità, di causare tumori. Per tutta la penisola si invocano a gran voce “Cchiù Tac ppì ttutti”, anche se gli stessi radiologi ormai dicono, nei loro congressi, che se ne fanno troppe (salvo ai pochi pazienti che ne trarrebbero davvero utilità). La nave seppellita sott’acqua dalla ‘ndrangheta, o i telefonini, quelle sì che sono cose che di certo fanno venire il cancro. Non viene detto, ma lo si nasconde, alla faccia delle discettazioni dei giuristi e dei giudici sul consenso informato e del nugolo di fini bioeticisti ardenti guardiani della autodeterminazione del paziente: è un fattore di rischio per cancro, soprattutto in età premenopausale, oltre che sicura fonte di una valanga di sovradiagnosi (il 33% secondo il National cancer institute) anche la mammografia periodica di screening; alla quale le donne calabresi si sottoporranno in massa dopo l’attuale tambureggiamento mediatico sul rischio di cancro (ma non ci sono indagini e cortei su questo; il ricercatore che negli anni Settanta svelò il pericolo, calcolando che le mammografie ne uccidevano il doppio di quante ne salvavano, Irwin Bross del Roswell Park di Buffalo, ebbe la carriera stroncata).

I magistrati di Bologna inquisiscono i medici del caso in oggetto per un errore diagnostico gravissimo, nel quale col senno di poi appare evidente che una consulenza neurologica per eventuale diagnosi di sede e una risonanza magnetica si sarebbero dovute richiedere; un errore che appare essere la conseguenza, la nemesi, del riduzionismo diagnostico dei vari specialisti. Fanno bene, e fanno Giustizia. Ma non fanno Verità, valore dal quale i diritti costituzionali e il bene pubblico restano dipendenti non meno che dalla Giustizia; e anzi contribuiscono a propagandare il falso, e così a diffondere il danno ingiusto alla cittadinanza a vantaggio di interessi privati.

La separazione tra Giustizia e Verità è strategica per le fortune della casta giudiziaria. Con questo assioma si può produrre giustizia senza verità. Si può produrre una giustizia che non è un faro, ma è una lanterna magica che proietta le storie desiderate. Si può partecipare al gioco del potere senza apparire compromessi; anzi apparendo difensori degli interessi della cittadinanza. Si possono ad esempio servire gli interessi del grande business medico, quello delle multinazionali, ben più potente di Berlusconi, assicurando così alla corporazione un’alleanza che le copre le spalle. Del resto, fior di giuristi invocano il “diritto mite” il “diritto che deve fare un passo indietro” quando si tratta della Verità in biomedicina. Se la Verità è separata e distinta dalla Giustizia, allora è possibile non solo ignorarla, ma c’è anche modo di riuscire a combatterla lasciando intatta la Giustizia. Vale quindi la pena di salvaguardare la giustizia da commistioni improprie con la verità, a tutti i costi. Anche con qualche strappo, mediante abusi nei quali non c’è ombra né di giustizia né di verità, ma solo cavilli dozzinali e violenza di Stato. Se si riconoscono alcune informazioni, addio al gioco della giustizia con la testiera, la giustizia coi paraocchi e il morso. Pertanto certe informazioni sulla medicina i magistrati non solo non le scoprono e non le raccolgono, non solo quando le hanno davanti non le esaminano e le ignorano come se non esistessero, ma le censurano attivamente. Centinaia di km a Nord di Cetraro, nelle curie romane, e più a Nord, dove i boss locali non sono pittoreschi ndranghetisti ma pensosi intellettuali prestati alla politica, o padani che faticano e producono, una mafia vincente e compiuta, che veste la toga dello Stato e la divisa dello Stato, si occupa di sopprimere verità scomode, che modificherebbero le verità parziali come quelle alle quali i magistrati di Paola e Catanzaro porgono invece grande ascolto. I pentiti, i non pentiti, magistrati, forze di polizia, politici, amministratori pubblici, dita diverse della stessa mano. Questa necessità forte di stabilire come principio irrinunciabile la separazione dei valori forse può spiegare anche la punizione interna alla magistratura dei magistrati di Salerno, assurda agli occhi del pubblico laico, e davvero inusuale.

Copia della presente viene inviata alle Procure di Paola e Bologna, alla DDA di Catanzaro, e ai sindaci di Cetraro e Paola.

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Adesione all’appello alla Procura generale presso la suprema Corte di Cassazione ed alla Sezione disciplinare del CSM comparso su “Uguale per tutti il 29 ott 2009

30 ott 2009

Aderisco all’appello di “Uguale per tutti” affinché gli organi disciplinari della magistratura conformino la loro azione ai principi regolatori della giurisdizione nel ricorrere a misure cautelari. Non bisogna abusare del potere che si esercita per conto dello Stato, come dicevo avantieri su questo blog a proposito della “Nave dei veleni”, che ieri si è rivelata un decoy presentato dal pentito, probabilmente pilotato da qualche “manina”; e come ho ripetuto ieri mattina all’equipaggio della volante (GdF 197AZ) che mi sono trovato ferma davanti poco dopo l’uscita da casa, in un quartiere di periferia, e che, ricomparso a 3 km di cammino, nel centro di Brescia, dopo altri due passaggi mi ha chiesto i documenti (mentre leggevo un interessante articolo sulla “sindrome di Struldbrugg”, cioè i rischi di una eccessiva medicalizzazione dell’anziano; gli Struldbruggs sono gli anziani decrepiti ma immortali dei Viaggi di Gulliver). Altrimenti poi può divenire difficile distinguere i pentiti e i non pentiti dalle guardie e dai magistrati.

Tanto le azioni disciplinari strumentali che le intimidazioni di polizia appaiono seguire anziché la Costituzione il precetto del cardinale Mazzarino, riportato da Nando Dalla Chiesa nei suoi libri: l’arte del trasformare la vittima in colpevole, del trasformare chi accusa in soggetto da sorvegliare e punire. Più in generale, l’arte dello scambio dei ruoli.

Francesco Pansera

Via Tosetti 30 Brescia

Superperizie e superpoteri

9 ottobre 2009

Il Manifesto

Commento all’articolo del 7 ott 2009 “Tutti i ‘lodi’ di cui non si parla” di Valerio Evangelisti


Secondo il Manifesto il caso Aldrovandi farebbe eccezione al “lodo Guida”, che prevede l’impunità per le violenze della polizia. Le sapienti motivazioni della sentenza Aldrovandi rispettano il lodo Guida, evitando la preterintenzionalità; e ne applicano il corollario per il quale i meccanismi delle morti “per mano poliziotta” obbediscono alle leggi della fisica e della biologia non del mondo reale, ma a quelle del mondo dei fumetti. La sentenza Aldrovandi dà un contentino, ma rafforza il lodo Guida per il futuro, inquinando, come è interesse dei cattivi poliziotti, le basi dottrinali e la casistica sulla asfissia da compressione, con la tesi Caruso-Thiene di una morte per aritmia da ematoma del miocardio. Causato da un’energia cinetica di origine misteriosa, e visto in una foto con gli occhi ai raggi X.

Il riduzionismo giudiziario nella frode medica strutturale: il caso del testamento biologico

24 giugno 2009

Lettera ai magistrati del 24 giu 2009

Segnalata sul blog “Uguale per tutti” come commento al post “Contro il relativismo etico ed epistemico” del 4 giu 2009


in appendice:

L’azione giudiziaria non euclidea

Lettera racc online al PM Del Grosso del 9 set 2009


Il clero sembrerebbe aver trascurato l’insegnamento di Gesù ai suoi discepoli di essere “prudenti come serpenti”, se a contrastare i propugnatori del testamento biologico manda “Militia Christi”, un gruppo cattolico inquietante fin dal nome, che ha decorato il suo sito internet con immagini di santi armati da capo a piedi; come se non fosse storicamente provato che quando le religioni cingono la spada gli esiti sono sciagurati. Per alcune sue affermazioni sul caso Welby, pochi giorni fa questo gruppo è stato condannato in sede civile dal Tribunale di Roma a pagare 20.000 euro all’Associazione per la Liberta’ della ricerca scientifica Luca Coscioni dell’associazione la Rosa nel pugno, e altrettanti al dottor Mario Riccio, per diffamazione. Per altre affermazioni sul caso Welby il Tribunale di Monza, sez. di Desio, ha condannato in sede penale i giornalisti Belpietro e Lorenzetto per diffamazione a danno del dr. Riccio. Il loro quotidiano, “il Giornale”, berlusconiano, sta alla borghesia conservatrice illuminata  – ammesso che tale favolosa entità esista – come la “milizia di Cristo” sta al messaggio evangelico. I parlamentari Binetti e Volontè, dai quali la vedova Welby riferisce di avere ricevuto accuse velenose, si sono sottratti alle loro responsabilità ammantandosi dell’immunità parlamentare. La sinistra progressista ha esultato per questa condanna; si è plaudito la vittoria contro “una portentosa opera di disinformazione e manipolazione della verita’ a danno, anzitutto, dei cittadini che vengono ritenuti ‘popolo bue’ al quale dare a credere qualsiasi ciarpame pur di evitare che si formi una coscienza collettiva, basata sulla conoscenza, su temi quali il fine vita. E cosi’ l’opera volta a ristabilire la verità…” (Marco Cappato e on. Maurizio Turco, PD).

Presumo che la sentenza sia in sé equilibrata, corretta e ineccepibile; ma non si può dire altrettanto degli effetti politici e sociali della sentenza, anche come parte delle posizioni generali della magistratura in tema di testamento biologico. Credo, per  ragioni già esposte, che il clero non è così contrario al testamento biologico come fa mostra di essere; e che questa vittoria giudiziaria sia un altro episodio del teatrino laici-cattolici su questioni bioetiche; con la partecipazione, non neutrale sul piano politico, della magistratura. La sentenza, rimbalzando sui media, non diminuirà ma aumenterà, come intendo dimostrare qui, la disinformazione e l’oscurantismo a danno del pubblico; proprio come detto da Cappato e Turco; anzi peggio, perché si formerà nel popolo una coscienza collettiva, ma distorta e contraria ai propri interessi.

Se da un lato c’è “Militia Christi” dall’altro sta la “morte opportuna”, espressione usata dal dr. Riccio per dare il titolo al suo libro su Welby: le posizioni del dr. Riccio, destinate a prevalere, alle quali questa condanna fornisce ulteriore credibilità e autorevolezza, non sono meno estremiste, e a mio parere non sono meno dannose, di quelle dei suoi bellicosi diffamatori cattolici. Ho avuto modo di constatarlo l’11 giu 09, ascoltando una conferenza sul testamento biologico tenuta dal dr. Riccio nella città dove abito, mentre il Presidente del locale Ordine dei notai autenticava gratuitamente le firme del testamento biologico. Nel suo intervento – che ho registrato – il dr. Riccio, accanto ad alcune osservazioni condivisibili, e ad altre interessanti, ha fatto diverse affermazioni a carattere medico per me sorprendenti. Ne riporto solo alcune.

I casi Welby ed Englaro non sono eccezionali o unici, come vengono presentati; provocatoriamente sosterrò che di casi come Welby e Englaro ce ne sono 16.000 all’anno, circa una quarantina al giorno. Sono casi ordinari. Infatti, spiega il dr. Riccio, un quinto dei 150.000 ricoverati all’anno nelle terapie intensive muoino; di questi 30.000, 16.000 cioè il 62% [52%] muoiono per una decisione clinica: muoino perché la terapia viene limitata, ridotta, sospesa o non iniziata. Esattamente i casi Welby ed Englaro”.

E’ vero che Welby ed Englaro non sono casi eccezionali, né unici; ma non sono neppure casi ordinari. Si tratta di casi particolari, che riguardano poche migliaia di persone all’anno. La loro caratteristica specifica principale è lo stato di cronicità stabile in quella che ho definito come una “agonia statica”: che si può protrarre per molti anni. E’ capzioso paragonarli alle situazioni che si creano nelle terapie intensive, alle quali il dr. Riccio fa riferimento, dove giunge la massa dei casi che non sono né cronici né stabili, ma al contrario sono casi di persone che sono entrate da poche ore in una fase acuta grave che spesso porta inevitabilmente al decesso: es. un infarto miocardico esteso, politraumatizzati gravi da incidenti automobilistici, il precipitare di una malattia cronica come un’insufficienza respiratoria (per questo vengono chiamate anche “Critical care units”; l’opposto delle lungodegenze, che riguardano casi come quelli di Welby ed Englaro). Sono situazioni nelle quali, quando non c’è più nulla da fare, i rianimatori non insistono con interventi futili, che non andrebbero né nell’interesse del singolo paziente né, dati gli effetti sull’allocazione delle risorse, nell’interesse della comunità. Tali decisioni vengono prese insieme ai parenti. Ma anche qui esistono casi dubbi e problematici, sui quali non si dovrebbe essere tranchant in sede dottrinale.

Il dr. Riccio ha il merito di ricordare un altro contesto dei decessi medicalizzati, che non è il più comune, ma certo è importante, quello delle unità di terapia intensiva; ma è una forzatura ideologica equiparare Welby ed Englaro ai comuni casi di interruzione delle cure in terapia intensiva. Al contrario, sarebbe basilare riconoscere che le diverse condizioni cliniche portano a traiettorie di fine vita diverse (Chen J, et al. Terminal trajectories of functional decline in the long-term care setting. J Gerontology, 2007. 62A: 531-536. Al-Qurainy R, Collis E, Feuer D. Dying in an acute hospital setting: the challenges and solutions. Int J Clin Pract, 2009. 63: 508-515.); e che i problemi tecnici ed etici relativi a ciascun tipo di traiettoria non possono essere accorpati fingendo che le sottostanti condizioni e prospettive biologiche siano tra loro equivalenti. Traspare una volontà di usare i casi clinici di Welby ed Englaro come paradigmi per il problema di fine vita, per unificare le varie situazioni entro un’unica supercategoria; in modo da giustificare, come ho già detto in altri post e come esporrò qui, interventi analoghi su situazioni croniche superficialmente simili, sostanzialmente diverse, centinaia di volte più comuni e quindi molto più rilevanti economicamente.

L’eutanasia è considerata unicamente un atto volontario, diretto, col quale viene iniettata una sostanza atta a interrompere rapidamente l’attività cardiaca o respiratoria. Non esiste un’eutanasia indiretta o passiva come qualcuno sostiene”.

E’ come dire che non ci sono colpe o responsabilità per gli atti omissivi, se chi li subisce esprime o avrebbe espresso la volontà di subirli. Una riclassificazione arbitraria, che porta a ricordare che il testamento biologico (“living will”) è stato introdotto negli anni ’60 da un’associazione che si chiamava “Euthanasia society of America”, e che in seguito reputò opportuno ribattezzarsi “Society for the right to die”. Questo mostra sia le radici ideologiche del movimento pro testamento biologico, sia l’attenzione che pone nell’evitare denominazioni allarmanti.

Un linguista ha distinto tra parole “purr” e parole “snarl” (parole “fusa” e parole “ringhio”). Qui i “laici” stanno attenti ad adottare termini “fusa”, mentre i cattolici, con tutta la loro ricca tavolozza di sfumature sembra lo facciano apposta a usare parole, e posizioni, “ringhio”. La causa per diffamazione appare rientrare in questa singolare traslazione, dove i cattolici, mentre non presentano le buone ragioni contro il testamento biologico, risultano cattivissimi, e i “laici” moderati; una traslazione che fa apparire agli occhi dell’opinione pubblica come “civile” e auspicabile il testamento biologico, in particolare la richiesta di interrompere acqua e cibo; e come fanatica e codina qualsiasi critica a questi atti.

La morte naturale è un concetto privo di significato. La morte naturale non esiste. La morte naturale è un concetto del medico di fine Ottocento, che vedeva morire il suo paziente, non sapeva perché moriva, e quindi trovava un modo per nascondere la sua incolpevole ignoranza”. “Noi oggi tutti moriamo con una diagnosi e una terapia; la morte naturale è rimasta nel gergo giudiziario, nelle indagini sulle persone trovate morte”. “Welby non è morto di morte naturale, e neanche la signora che ha rifiutato l’amputazione del piede in cancrena diabetica”.

I magistrati vogliono sapere se un individuo è morto per cause naturali, e la domanda è pienamente sensata sul piano biologico. La patologia, con o senza diagnosi, è un’entità naturale. La morte è un fatto naturale: la longevità è un parametro fisiologico di specie, che obbedisce a stretti vincoli allometrici, es. quelli con la frequenza cardiaca. Gli esseri della nostra specie, nonostante ciò che si sente dire in tv, non possono arrivare a vivere 120 anni col miglioramento dello stato di salute della popolazione, come non possono arrivare ad essere alti due metri e mezzo col crescere dell’altezza media col benessere. Il dr. Riccio potrebbe chiamare a sostegno delle sue tesi il premio Nobel Montagnier, che portando il ragionamento alle sue logiche conclusioni ha sostenuto che “l’immortalità [tramite l’intervento medico] è un’ipotesi da prendere in considerazione” (F. Pierantozzi. L’immortalità. Colloquio con Luc Montagnier. Allegato al n. 48 di Liberal, 1999).

Il dr. Riccio confonde la “causa della morte”, ciò che causa i meccanismi fisiopatologici che portano alla morte, che può essere un fenomeno naturale, come un cancro, o può essere “antropica”, come una ferita da arma da fuoco, con la “manner of death”, ciò che ha provocato la causa della morte, che può essere naturale come una malattia, oppure dovuta all’uomo, come un omicidio, es. sparare a una persona o somministrarle senza valido motivo terapie cancerogene, o un suicidio. Per Welby ed Englaro la manner of death corrisponde sì ad una scelta umana, ponderata e permessa dai magistrati, di ritiro delle cure; ma che ha lasciato libera di agire una manner of death naturale, dovuta alla sottostante condizione patologica; che nelle sue forme specifiche è stata la causa di morte, pure di tipo naturale.

“Io ho una familiarità per malattie cardiache; se non controllo i fattori di rischio (soprappeso, vita sedentaria, alcool, colesterolo) e dovesse arrivarmi prematuramente una morte per danno cardiaco quella non sarebbe una morte naturale; naturale fino a un certo punto, sarebbe la conseguenza di un comportamento mio e sapevo benissimo a cosa andavo incontro”.

Il dr. Riccio confonde anche, seguendo un equivoco che è stato impressso nell’opinione pubblica, i fattori di rischio, che sono entità epidemiologiche a carattere meramente associativo, con i “lifestyle factors”, a carattere causale, che a volte coincidono coi fattori di rischio, che a volte non sono sufficientemente provati, e che spesso hanno la funzione, in quella religione gnostica che è la medicina attuale, di “peccati”. Il principale fattore di rischio per il cancro è l’età; ma non è che se un anziano sviluppa un cancro è colpa sua. Fattori come il fumo, il sovrappeso e la vita sedentaria sono effettivamente fattori di rischio e lifestyle factors per la cardiopatia ischemica; conviene ridurli, ma ci sono stati casi clamorosi di maratoneti magri morti d’infarto. Un livello ematico elevato di colesterolo è un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari (sopravvalutato; è un fattore di rischio forte solo per un piccolo sottogruppo), ma l’efficacia preventiva delle misure farmacologiche di massa per abbassarne il livello è a dir poco dubbia; solo, questa idea che con una pillolina si può continuare ad abbuffarsi e campare cento anni piace, e su di essa si è creato un business delle dimensioni di uno Stato, un Eldorado, per l’industria farmaceutica. In USA nel 2008, anno di vacche magre per l’industria farmaceutica, col tasso di crescita più basso mai registrato dal 1961, le statine, citate dal dr. Riccio tra i fattori che consentono di giudicare sorpassato il concetto di morte naturale, sono scese al secondo posto nella scala dei prodotti più venduti per fatturato annuo (al primo posto sono passati gli antipsicotici): dai 16.4 miliardi di dollari del 2007 a 14.5 miliardi di dollari. Il fatturato per le statine è così sceso dal 94° al 111° posto rispetto alla lista del 2008 dei PIL annui nazionali; continuando comunque a precedere Senegal, Albania, e un’altra sessantina di paesi.

Il dr. Riccio si presenta come laico, e condanna la vecchia medicina “ippocratica”. Ma propugna una medicina ancora peggiore, la medicina delle multinazionali dove la salute e la longevità te le dà la medicina, e se ti ammali o muori è colpa tua che non le obbedisci: una medicina non “paternalistica” ma “padreternalistica”. “Militia Christi” vuole, si legge nel suo sito, il “riconoscimento della Regalità Sociale di Cristo”; il dr. Riccio va verso una forma moderna, ma anch’essa totalizzante e teocratica, di medicina; una medicina che, come Dio, ti lascia la libertà di cadere nel peccato; ma solo seguendo la sua volontà ti salverai. E’ singolare sentir dire dagli stessi che propugnano la libertà di cura che l’osservanza dei precetti del medico dà la salvezza, addirittura emancipando dallo stato di natura, mentre la morte è causata dall’inosservanza dei precetti medici. Alla faccia della laicità.

Con la sentenza si dipingono come campioni della “difesa della libertà di ricerca” i sostenitori del neoliberismo USA come i radicali, e la magistratura, che in materia di violazione del primo comma dell’articolo 33 della Costituzione ha acquisito meriti presso le multinazionali, ma ha così scritto pagine di vergogna. E’ un autoritratto ribaldo, che capovolge la realtà. L’attuale business medico non può funzionare senza censura, e ha l’abilità di invocare per sé la libertà di ricerca mentre la fa togliere a chi gli è d’ostacolo, mediante i poteri dello Stato; anche con metodi violenti, che stravolgono la figura di chi deve essere messo a tacere fino a farlo apparire come un deviante o un delinquente. Questo scambio di ruoli tra persecutore e perseguitato, oggi di moda tra i potenti, mi ricorda un poco la fine di Fantozzi quando bussa alla porta del Paradiso. Ma le affermazioni come quelle del dr. Riccio su morte, natura e medicina suonano vicine a quelle di un’altra chiusura di film satirico; quella del “dr. Tersilli”, che citando un “prof. Stroganoff” sostiene che “La vecchiaia e la bruttezza sono malattie dalle quali si può e si deve guarire”.

Al medico non spetta valutare qual è una vita dignitosa per il paziente; o comunque non si può fare valere tale giudizio per il paziente”. “Abbiamo rianimato un killer mafioso, che poi ha ucciso ancora”. “Il rapporto fiduciario medico-paziente è una favola, salvo casi di amicizia personale”.

Al medico non spetta certo giudicare se una persona deve vivere o morire in base alle sue qualità morali, ed è sinistro sentire considerare tale ipotesi, sia pure per poi scartarla. Ma al medico curante dovrebbe spettare di formulare una valutazione su quali sono e saranno le condizioni biologiche del paziente rispetto alle aspirazioni a una vita dignitosa; nell’esclusivo interesse del paziente, rispetto al quale egli è non è né semplice prestatore d’opera né figura genitoriale o divina né amico, ma agente, che come tale ha degli obblighi. La professione medica esiste in quanto le persone ritengono di non poter fare da sole sui problemi di salute; il paziente (termine deprecato, ma che ritengo preferibile a “cliente”) non va lasciato solo, sotto il peso talora schiacciante della sua condizione, a decidere della sua sopravvivenza, proprio nei casi nei quali avrebbe maggior bisogno di un sostegno tecnico e morale; un sostegno impermeabile all’influenza di quelli che sono gli interessi dell’agente. E d’altra parte il paziente non può essere accontentato, in nome di una astratta posizione avalutativa, se chiede di essere ucciso in base a una sua personale e soggettiva opinione, indotto dalla disperazione o dalla propaganda; o costretto dai trattamenti che ha ricevuto.

L’accanimento terapeutico è un concetto inutile e pericoloso. E’ un termine che vi posso assicurare non troverete in nessun testo internazionale; è un ossimoro italiano non ben definito e indefinibile: il limite è personale”.

Concordo con quanto osserva il dr. Riccio a sostegno di questa sua tesi, che nel caso Welby era inappropriato parlare di accanimento terapeutico a proposito del respiratore che lo teneva in vita, come invece ha fatto la ministra Turco. Ma l’accanimento terapeutico non solo esiste, come si può verificare nei quotidiani problemi che pone; non solo è un concetto indispensabile per discutere i problemi di fine vita: ma si riferisce a un problema imprescindibile per l’analisi dell’intera medicina odierna: quello del sovratrattamento. Nella letteratura internazionale non si usa la nostra espressiva locuzione letteraria, ma si parla semplicemente di “overtreatment” o, soprattutto per i problemi di fine vita, di “overzealous treatment”. Ciò che non si trova comunemente nella letteratura medica internazionale è l’affermazione che il limite tra cure e sovratrattamento sia solo un problema personale. Il dr. Riccio considera come unico termine lecito la “futilità” cioè l’inutilità del trattamento; che è un caso particolare di sovratrattamento, che anche l’Offerta medica trova conveniente evitare, ma limitatamente al fine vita. Si tratta infatti di un’eccezione alla regola; per l’Offerta medica la regola è sovratrattare. Ci sono sovratrattamenti che non sono semplicemente futili o “overzealous”: sono sovratrattamenti fraudolenti, ingiustificati e dannosi, ma applicati in quanto economicamente redditizi. Per esempio, il lucroso sovratrattamento di massa di lesioni sovradiagnosticate come cancro, responsabile di crescite esplosive nelle statistiche d’incidenza dei tumori.

Il giorno stesso della conferenza del dr. Riccio avevo ricevuto per posta il libro “Overtreated” di Brownlee. Prima mi erano arrivati “”Overdosed America” di Abramson, e “Worried sick. A prescription for health in overtreated America” di Hadler. Sono libri “mainstream” e di buon successo, scritti da seri professionisti (che descrivono anche parte delle manipolazioni che hanno permesso di costruire un Eldorado con le statine). Mentre il dr. Riccio diceva che l’accanimento terapeutico non lo si deve neppure nominare, e lo scelto uditorio annuiva, pensavo che il sovratrattamento, attualmente molto discusso in Usa, almeno tra la parte più avvertita della popolazione, per i progressisti della provincia italiana invece non esiste, è uno dei nostri soliti svolazzi retorici. In realtà, c’è un mostruoso problema di sovratrattamento nella medicina attuale, dovuto al perseguimento del profitto; ma non si può dire; a sinistra, dove partiti sindacati e intellettuali organici sono al servizio di detto business, non meno che a destra.

Non si devono accostare le parole “accanimento” e “terapia” perché, dovendo spaventare il pubblico sulla possibilità di essere sovratrattati a fine vita, bisogna però stornare il sospetto che questo avvenga anche prima, che avvenga di continuo. Non bisogna cioè fare capire che il paziente, mentre gli viene fatto credere che è lui che decide, viene sovratrattato finché ciò è redditizio; e che quando diviene un peso, quando non è più un supporto valido per l’applicazione delle tante costose terapie, occorre toglierselo dai piedi, anche sottotrattandolo. Così abbiamo un medico che combatte il sovratrattamento negando che esso esista. Altro che “ossimoro”.

Stefano Rodotà, nella prefazione del libro di Riccio “Una morte opportuna” scrive “Riccio ci dà una lezione di moralità professionale”. L’impressione che ho tratto ascoltandolo è che il dr. Riccio non sia un maestro, né di moralità né tanto meno un maestro intellettuale, ma una persona pratica e grintosa, una specie di “rugbista” della discussione, inserito nel gruppo pro testamento accanto a teorici come Flores D’Arcais e Rodotà per la sua capacità di travolgere apoditticamente i concetti che sono d’impaccio.

La sentenza pro Riccio è un altro passettino verso l’orientamento desiderato. Aggrava lo stato di manipolazione culturale sul fine vita, e aggrava così il conseguente danno al pubblico, sia diretto per ciò che avverrà nei reparti di degenza, sia per il conseguente imbarbarimento della mentalità, e anche per l’imbarbarimento del diritto. La magistratura può sostenere, fondatamente ci mancherebbe altro, che lei ha solo giudicato sulla diffamazione, e che certo non può e non deve prendere parte alla contesa. Queste posizioni ricordano ciò che avviene nella ricerca biomedica, dove sostenendo il “riduzionismo” cioè la necessità metodologica (che in realtà è solo una strategia euristica) di occuparsi soltanto di aspetti parziali e ben definiti, poi, col mosaico dei dati così “rigorosamente” ottenuti, e quindi non contestabili, si costruisce un quadro complessivo preordinato, con vantaggi di carriera o finanziari “olistici” per gli scienziati “riduzionisti”. Un esempio è dato dai “trial” clinici, che hanno fortissime limitazioni di validità esterna, cioè di applicabilità al mondo reale, oltre ad una lunghissima lista di concreti pericoli di vizi e fattori confondenti: una volta che la loro “sentenza” (“trial” in  inglese vuol dire anche processo giudiziario) giunge sui media diviene indiscutibile; e acquista valore generale, ben al di là di quei limiti che lo studio si era posto in nome del rigore (e che gli hanno permesso di ottenere il risultato che la retrostante industria farmaceutica desiderava).

Come altre categorie, anche i magistrati di fatto fanno politica quando la loro azione riguarda temi politicamente rilevanti. E questo non è un male, anzi; è un bene che i magistrati mettano il più possibile le loro conoscenze e competenze al servizio del Paese; non solo nell’azione giudiziaria, ma anche come autorevole opinione, fra le altre, fuori dalle aule. Fare politica non significa sostituirsi al Parlamento o all’esecutivo. Può significare interessarsi, nell’ambito delle proprie competenze, o come cittadini, del bene pubblico; la parola “politica” però è un contronimo, perché può significare anche difendere gli interessi di una parte, legittimamente o illegittimamente, a scapito del bene pubblico.

Se, come nel caso del testamento biologico, i magistrati, emettendo sentenze (o omettendo sentenze o altre azioni giudiziarie) sono determinanti per il formarsi di quella opinione pubblica e per la costruzione culturale di quella realtà sociale che condizioneranno le leggi e le prassi, e fanno così politica; allora avrebbero il dovere non istituzionale, ma deontologico, di spiegare con commenti, con dichiarazioni informali, la differenza – o la concordanza – tra il loro ristretto operato giurisdizionale e le conseguenze pratiche e le implicazioni ideologiche, molto più ampie, del loro operato.

In questo come in altri casi i magistrati stanno operando in un modo, “riduzionista”, che guarda caso cristallizza il dibattito esattamente nei termini desiderati dalle parti forti; ma non intervengono per chiarire sui media, con visibilità pari a quella delle sentenze, il senso del loro operato istituzionale rispetto al contesto sociale e politico, come invece fanno spesso, giustamente, su altri temi che pure riguardano le leggi e la vita civile, tramite pronunciamenti del CSM, del loro sindacato di categoria l’ANM o di gruppi di studio di magistrati o di singoli magistrati.

Dovrebbero invece farlo, tanto più quando, come in questo caso, la loro azione si avvicina effettivamente a quella di supplenza degli altri poteri dello Stato: c’è stato un conflitto formale di competenze, e Flores d’Arcais loda la magistratura che ci salva dai politici sul testamento biologico. Ai magistrati e ai progressisti questo ruolo para-legislativo non dispiace. A me pare che, almeno in campo biomedico, si cada dalla padella alla brace. Vedo che su questi grandi temi i magistrati più che contrastare i maneggi dei politici gareggiano con loro nel fare ciò che è gradito ai poteri forti (poteri forti veri, come le multinazionali farmaceutiche); facendo così politica nel senso di curare gli interessi del proprio gruppo.

Ciò appare vero ancor più quando, sempre in base a rigorosi criteri “riduzionistici”, ma in realtà abusando del loro potere, i magistrati accoppiano all’amplificazione delle campane che i grandi interessi vogliono siano sentite l’eliminazione delle campane scomode; in questo caso quelle che potrebbero disturbare l’opera dei pupi tra le medievali milizie di Cristo e i kantiani come il dr. Riccio.

Col riduzionismo giudiziario la magistratura di fatto sta fornendo, da anni, un servizio completo, propaganda e censura, a manovre di poteri forti volte a fini illeciti in campo biomedico. E nessuno può dirle niente; anzi fa pure bella figura. Questa è una forma di alto bordo di quel “professionismo delle carte a posto” che è già stato imputato alla magistratura in altre tristi occasioni. In questa e in altre tematiche biomediche i poteri forti sono debitori alla magistratura di un pacchetto completo: propaganda e soffocamento del dissenso.

Così, mentre si celebra la vittoria della luce della ragione contro le tenebre clericali, le questioni sostanziali restano nell’ombra. Non si dice che la maggior parte di queste scelte riguarderà i pazienti anziani affetti da demenza senile, la cui traiettoria di fine vita è particolarmente lenta (ed è quindi mimata da quelle, mediaticamente più presentabili, di Welby ed Eluana). Non si parla della concreta possibilità, offerta dall’interruzione di idratazione e alimentazione, di forme di decesso pilotate. Questi pazienti col progredire della demenza possono arrivare a ridurre o perdere la capacità di nutrirsi da soli, per riduzione delle capacità cognitive, depressione, isolamento, povertà, problemi di dentatura, cibo inadatto, o, solo nei casi più gravi, per un danno organico reale, es. la paralisi pseudobulbare, che provochi autentica disfagia. Tale deficit viene comunque enfatizzato, per esempio ignorando che nell’anziano le richieste metaboliche si riducono, cioè mangia fisiologicamente di meno, tanto da mimare la denutrizione, potendo raggiungere fisiologicamente indici di massa corporea molto bassi (Hoffer L J. Tube feeding in advanced dementia: the metabolic perspective. BMJ, 2006. 333: 1214-1215).

La saldatura di queste manipolazioni tecniche con quella culturale rivolta al pubblico e alla classe dirigente, per la quale l’interruzione di cibo e acqua è una civile misura che va nell’interesse del paziente, consente di confondere facilmente causa ed effetto tra le condizioni dovute alla demenza e la riduzione dell’assistenza o l’abbandono clinico. Si ha interesse a trascurare le cause di denutrizione trattabili e a sovradiagnosticare le difficoltà di alimentazione come manifestazione di danno irreversibile, aprendo così la strada a soluzioni economicamente razionali: l’idratazione e alimentazione artificiale (che può essere sia indegna, sia più dannosa che utile) o meglio ancora l’interruzione prematura dell’alimentazione e dell’idratazione (che può essere un barbaro omicidio). Imboccarli è “labor intensive and therefore expensive” (Chernoff R. Tube feeding patients with dementia. Nutrition in clinical practice, 2006. 21: 142-146); un sondino è una soluzione più economica e più comoda (così come lo è il ben noto catetere vescicale); l’interruzione definitiva di cibo e acqua resta la soluzione migliore, sul piano commerciale.

Il Froedtert Hospital, un ospedale del Wisconsin, ha pubblicato su internet le direttive ai medici del suo comitato etico (Non-oral hydration and feeding in advanced dementia or at the end of life – Guidelines for physician staff), per le quali (pag. 4) l’alternativa all’alimentazione artificiale è o imboccare l’anziano o interrompere definitivamente l’alimentazione e l’idratazione, cioè lasciarlo morire di fame e di sete. Dunque, secondo questo documento è possibile che l’alimentazione artificiale venga iniziata prima che ce ne sia effettiva necessità, e che l’interruzione definitiva di cibo e acqua sia un’alternativa all’imboccare il paziente. Sembra un assurdo, ma è buon senso manageriale; i bioeticisti di Milwaukee, la città di “Happy days”, hanno il merito di dimostrare, avendolo messo per iscritto come linea guida bioetiche, ciò che avviene o può avvenire, e avverrà, nella realtà: l’alimentazione artificiale viene considerata non come l’ultimo – discutibile – stadio di una sequenza fissa di cure, ma come una tra le possibili alternative, che comprendono un’assistenza infermieristica costosa oppure il lasciarli morire di fame e sete. Studi statunitensi mostrano che i pazienti economicamente svantaggiati sono quelli che ricevono più frequentemente sia l’alimentazione tramite il sondino nasogastrico, sia la sospensione dell’assistenza conformemente a volontà sottoscritte in precedenza; a volte sottoscritte in quanto condizione per ricevere le cure.

Queste realtà, più terra terra rispetto agli strabilianti riordinamenti teorici del Dr. Riccio, in un dibattito civile e democratico dovrebbero essere in primo piano; invece non sono “in hoc mundo”, non essendo né negli acta giudiziari seguiti tramite i media da milioni di spettatori, né nei pronunciamenti delle varie forze che stanno introducendo il testamento biologico. Sono protette da un’omertà trasversale, che sposta l’attenzione dal cuore del problema alla sua periferia. Mentre si bisticcia su Sagunto, è Roma che viene espugnata. Credo quindi che le parti che festeggiano la vittoria della causa per diffamazione; le controparti; e anche la magistratura, tutti quanti, abbiano responsabilità collettive non distributive moralmente più gravi, anche se diverse, di quelle delle accuse lanciate dai querelati per le quali i magistrati di Roma e Monza hanno giudicato esservi stata diffamazione.

Dubito però che, se anche si trovassero elementi per querelarmi, verrò querelato. Un conto è intentare una causa che rafforza il falso che il potere vuole propagandare, un altro è farla dovendo considerare posizioni, e responsabilità, che è vantaggioso per entrambi i contendenti ufficiali, e per la “parte terza“, la magistratura, continuare a ignorare ufficialmente come inesistenti o marginali. Né tanto meno verrò lasciato stare, senza ricevere sanzioni per quanto scrivo. Per le voci come la mia i poteri dello Stato – tutori della legalità in prima linea – ricorrono a sistemi diversi: quelli mafioso-massonici di intimidazione, boicottaggio materiale, calunnia, discredito, guerra psicologica, etc.; potendo contare sulla Milizia della Pagnotta, che è la compagnia più antica, numerosa, fervente e pugnace tra quelle che si aggirano per l’Italia.

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Copia della presente viene inviata, firmata, con racc a/r online ai magistrati che hanno condotto questi procedimenti, c/o i Presidenti dei Tribunali di Roma e Monza. E anche, idealmente, agli equipaggi delle auto di CC, PS e affini, che non mancano mai di accompagnarmi vistosamente nei miei spostamenti. Pochi giorni fa l’equipaggio di una gazzella dei CC  mi ha spiegato che come cittadino dovrei essere contento di questo controllo del territorio così assiduo. Io veramente preferirei potere qualche volta andare a fare la spesa senza “la scorta”, e che i crimini di alto bordo in campo medico non godessero di appoggi e coperture istituzionali. Si vede che i Carabinieri hanno anche loro un’idea “riduzionista” della sicurezza; organica all’idea “riduzionista” della giustizia dei loro partner i magistrati, insieme ai quali stanno assicurando giustizia e sicurezza agli Eldorado della medicina meglio dei migliori contractors.

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L’azione giudiziaria non euclidea

Ho appreso dai media che la Procura di Lecco, avendo impiegato sufficienti risorse in estese indagini su un gran numero di siti web, ha potuto rinviare a giudizio ben 30 persone per diffamazione nei confronti del padre di Eluana Englaro (per avere usato espressioni come “omicida”). A mio parere questa è una scelta di allocazione delle risorse che va a vantaggio dei magistrati anziché dei cittadini. A questo proposito segnalo il commento “Il riduzionismo giudiziario nella frode medica strutturale; il caso del testamento biologico” http://menici60d15.wordpress.com/ che ho inviato per lettera a giudici di Roma e Monza che hanno già emesso condanne su casi analoghi.  Sul sito sono presenti altri commenti su magistrati e testamento biologico, e magistrati e biomedicina.

Vorrei ribadire un aspetto di quanto indico nel commento: nella pratica clinica, su pazienti che sono diventati “un peso”, le due procedure, il ritiro di cibo e acqua e l’alimentazione e idratazione artificiali, non sono così lontane e così contrapposte come si dice. Quanto già avviene in paesi più “avanzati” mostra che sono anzi pratiche piuttosto vicine e associate, che spesso vengono considerate sullo stesso piano, e adottate in sequenza, soprattutto su pazienti socialmente deboli.

Entrambe le procedure possono facilmente andare contro l’interesse del paziente ad avere buone cure; e contro il suo diritto alla vita e alla dignità. Appare probabile che in futuro anche in Italia in tanti casi non verrà applicata o l’una o l’altra, ma entrambe, ed entrambe prematuramente; a volte anche sullo stesso paziente: prima un po’ di alimentazione artificiale e poi, col peggiorare del quadro clinico, il ritiro di cibo e acqua. Il taglio di acqua e cibo resta la soluzione più semplice sul piano meramente manageriale, ma il sondino nasogastrico, che tra l’altro permette di fatturare ulteriore tecnologia medica, potrà avere una funzione preliminare: servirà a incanalare, sul piano etico e biologico, il paziente verso la misura risolutiva della morte per inedia. Oppure si può fare in modo di lasciar morire prematuramente il paziente, ritirando l’assistenza adeguata, col sondino nasogastrico inserito che serve da alibi. Pratiche del genere riguarderanno specialmente la massa crescente di persone che moriranno per demenza senile. Ciò avverrà anche grazie al movimento di opinione creato col caso giudiziario Englaro e simili; movimento ben più solido e duraturo delle posizioni dichiarate dell’attuale governo PDL.

Come mostro nel commento, anche sul piano degli interessi le due procedure,  che alleggeriscono costi e fatica nella gestione dei pazienti, stanno dalla stessa parte; la contrapposizione principale è fra il loro “lancio” congiunto da un lato e i reali interessi e diritti dei cittadini – che nessuna forza sta tutelando adeguatamente – dall’altro. Non è detto che la vita debba essere prolungata a tutti i costi; tanto meno in base a norme o ordini dello Stato; ma la dignità umana, questa non può essere mai interrotta: mentre con l’attuale farsa intorno alla povera Eluana non viene tutelato da nessuno degli attori il diritto del cittadino a non divenire un preparato biologico trattato secondo convenienze economico-politiche; il diritto a non subire gravi patimenti fisici perchè fa comodo ad altri.

E’ un po’ come quando i piazzisti spostano l’attenzione dall’opportunità dell’acquisto a quali prodotti scegliere. Alle due procedure corrisponde, con i berci tra laici e cattolici, una furibonda “lite” tra compari, inscenata con comparse inconsapevoli, volta a fare passare quello che in realtà è un pacchetto di interventi che, contenendo entrambe le procedure, permetterà di pilotare il fine vita secondo interessi industriali ed economici in conflitto con quelli dei pazienti.

Qui però non si è davanti alla commedia di due poveracci, come Gassman e Carotenuto davanti al giudice in “I soliti ignoti”; è una recita di alto affare, e la magistratura vi partecipa. La magistratura non si sta risparmiando in questa rappresentazione, ed è pertanto moralmente coinvolta; coinvolta in un’operazione di portata storica per la quale parlare semplicemente di omicidio è riduttivo. La magistratura sta avendo un ruolo determinante nel fare apparire al pubblico come poli opposti quelle che sono due entità complementari sottese dagli stessi interessi.

La disputa tra “crociati” e “volterriani” occupa l’intero spazio visivo. La magistratura non vede altro, e così neanche il pubblico vede altro; così si abitua a valutare la questione nei ristretti termini voluti dal potere. Come in tanti altri casi di interventi giudiziari su questioni biomediche. Una emianopsia culturale non in buona fede: che si regge non solo sull’ignoranza, ma sulla mistificazione, e anche sull’azione repressiva di diverse istituzioni, inclusa la stessa magistratura; inclusi corpi armati dello Stato, che costringono in una gabbia di minacciose molestie chi potrebbe attentare ad essa.

Sulle questioni biomediche, azioni della magistratura “non euclidee” come questa sono comuni. Mostrano come si può essere formalmente impeccabili e al tempo stesso manipolativi. Ricordano la geometria proiettiva e le altre geometrie primitive, che comprendono la geometria euclidea come caso particolare, ma consentono di distorcere fino a stravolgerla la rappresentazione della realtà fisica, rilassando la conservazione delle invarianze per alcune proprietà e relazioni, es. tra gli angoli o tra le lunghezze. Osservando l’operato della magistratura in campo biomedico, capisco bene chi ha parlato di “anamorfosi dello Stato di diritto” (S. Palidda) a proposito di altri abusi delle istituzioni. L’anamorfosi fa parte della geometria proiettiva.

Posto che, tralasciando le scoperte della fisica moderna, ai fini pratici si può dire che sul piano umano viviamo in un mondo euclideo, in una società “euclidea”, credo che vi sia un obbligo della magistratura, deontologico e forse costituzionale, ad essere “euclidea” nei suoi atti: ad agire cercando di mappare, e quindi rappresentare, la realtà il più fedelmente possibile, ovvero conservando tutte le relazioni illecite che la compongono. Ciò specialmente quando viene chiamata ad intervenire su alcune nuove realtà sociali che vengono costruite con l’atto di rappresentarle.

Invece in casi come questo la magistratura limita l’invarianza a quelle relazioni che il potere ha interesse vengano perseguite; contribuendo allo stesso tempo nella rappresentazione pubblica all’alterazione delle relazioni illecite che il potere vuole restino nascoste.

Contro il relativismo etico ed epistemico

3 giugno 2009

Blog “Uguale per tutti”

Post del 4 giu 2009


Ringrazio Felice Lima per le parole di stima, che ricambio, per gli insegnamenti, e per l’accoglienza che generosamente offre col suo sito a chi come me pensa, con Orazio, “Non ho voluto giurare sulle parole di nessun maestro / dove la tempesta mi porta lì sarò ospite”. Luigi Morsello, che mi ha anche scritto un’email burbera ma cortese, nella quale si lamenta, come altri hanno già fatto sul blog, di una mia cripticità e misteriosità, ha ragione a diffidare. Il suo fiuto non l’ha ingannato: sono un seguace minimo di quelli che “sono venuti a portare la divisione” (Luca, 12,51). Non prendo certo la penna per fare i complimenti al potere costituito. D’altro canto, Morsello, che, leggo nel suo profilo utente, oltre che essere siciliano è stato un alto dirigente dell’amministrazione penitenziaria, dovrebbe capire che il potere può imporre anche carceri senza sbarre, che obbligano ad assumere, contro la propria volontà, determinati comportamenti; che visti dall’esterno appaiono anomali. Il carcere invisibile ha dinamiche diverse da quello materiale. Come la lotta con un avversario invisibile: di recente ho sentito a una conferenza pubblica un intervento fuori programma di Gironda, portavoce di Gladio e responsabile della guerra psicologica, che ha fatto l’esempio di due che fanno a pugni, dei quali uno è invisibile. Ai passanti, quello visibile sembra un matto che sferra pugni in aria, o schiva come se gli stessero dando un pugno. Se però, per evitare di passare per matto, stesse fermo e facesse la persona distinta, ho pensato, prenderebbe un sacco di botte. E’ una situazione nella quale il soggetto viene messo a dover scegliere tra due possibilità entrambe spiacevoli. I colleghi – o i superiori – anglosassoni di Gironda la chiamerebbero una “Morton’s fork”.

Gli “ospiti” di Morsello soffrivano in una maniera che non è paragonabile al disagio torpido di chi viene privato della libertà senza essere costretto fisicamente in una cella; ma la loro condizione e il loro lamento erano chiari. Nessuno diceva che non erano carcerati ma erano invece affetti da una grave forma di agorafobia, che li portava a starsene inspiegabilmente rintanati in una cella invece di uscire dal carcere e andarsene per i fatti loro, sordi ai pressanti inviti in questo senso del direttore e degli agenti di custodia. Se invece c’è una forma nascosta e non dichiarata di reclusione, con le sue punizioni, che, quando non l’impedisce del tutto condiziona, sia distorcendola, sia obbligandola ad adottare alcuni espedienti, la comunicazione con l’esterno, il messaggio suonerà strano ai più.

Oltre a ciò, come se non bastasse, anche se si è liberi, a mano a mano che si cerca di approfondire un problema spesso i concetti diventano più difficili, contrari al senso comune, e confusi; perché inseguono una realtà che è intrinsecamente difficile e a volte caotica; e i limiti di chi scrive appaiono più evidenti; questo è uno dei motivi per i quali la rivista medica Lancet riconosce, nelle istruzioni agli autori, che occorre coraggio per rendere pubblica una propria ipotesi. Coraggio o sventatezza. Risolvere un problema significa sciogliere i suoi nodi, ma a volte la procedura per sciogliere un nodo che si è trovata non è più facile del nodo stesso. Soprattutto se quel problema è per di più “blindato”, perché riguarda grandi interessi. Luigi Morsello di certo sa bene come l’autorità provveda a sbarrare tutte le molteplici vie di passaggio tra ciò che deve restare chiuso e l’esterno. Queste misure sono prese non solo a livello materiale, ma anche a livello ideologico.

Per quanto mi riguarda, quel poco che scrivo appartiene al genere dei testi scritti in situazioni di privazione della libertà personale a scopo censorio. Un genere onorevole, che comprende ben altre opere di ben altri autori;  e ciò che non ho scritto dal 1997, anno della mia ultima pubblicazione su una rivista scientifica internazionale, e anno della discesa del trattamento da parte dello Stato al di sotto della soglia minima di libertà, appartiene al genere dei testi censurati con la privazione della libertà personale. Ritengo pertanto di essere nel mio diritto adottando alcune misure precauzionali come l’uso di uno pseudonimo (non sono anonimo ai webmaster), del resto lecite su internet; contrarie alle mie preferenze, e da addebitarsi alle situazioni create dalle istituzioni corrotte.

Questo per la “misteriosità”; l’altra critica di Morsello, per la quale i concetti che propongo non sarebbero sufficientemente chiari, e sarebbero chiari solo ad alcuni lettori più ferrati, mi preoccupa di più, perché la ricerca della chiarezza è un obbligo primario per chi propone idee. Su impulso dell’ispettore Morsello, che deve aver ricevuto in passato prodotti di artigianato carcerario, presento il seguente commento, nel quale cerco di chiarire meglio quanto penso sul relativismo etico ed epistemico, e di rendere quindi più comprensibile ciò che ho scritto in proposito. Mostro anche un’applicazione della critica al relativismo epistemico, considerando la discussione in corso sul testamento biologico.

*  *  *

L’appello al relativismo etico è un artificio ideologico per sottrarsi all’etica, o alla ricerca di un’etica comune. Sul piano teorico, il relativismo etico gioca sull’equivoco tra il culturale e l’etico, e tra il descrittivo e il prescrittivo. E’ vero che c’è di fatto un pluralismo culturale, che determina un pluralismo di scale di valori; e conseguentemente c’è un relativismo culturale, e una forte tendenza a etiche “domestiche”. E’ anche vero che il pluralismo culturale di per sé va rispettato. Ma l’etica è prescrittiva; e tende proprio a questo, a unificare sotto regole universali visioni diverse; a impedire che ciascuno si faccia la sua legge. Deve tenere conto del relativismo culturale, ma sempre andando nella direzione di cercare di ridurre tale relativismo riguardo alle convenzioni sui rapporti con gli altri. L’etica è in certa misura intrinsecamente opposta al relativismo culturale, in quanto opposta alle concezioni particolari, siano esse del singolo o del gruppo.

L’etica è ricerca pratica, per impedire, a costo di sacrificare gusti, preferenze o tradizioni, che ci facciamo del male tra noi. Ed è ricerca dell’universale, perché il suo ruolo è sistemico, essendo quello di fare in modo che tutte le varie componenti della macchina sociale interagiscano senza danneggiarsi. L’etica non è un semplice attributo culturale tra i tanti che caratterizzano un gruppo. E’ la grammatica comune che oltre a valere all’interno del gruppo deve, soprattutto oggi, consentire ai diversi gruppi di avere relazioni non distruttive. L’etica per essere efficace dev’essere come una lingua franca. Non si deve andare in giro per il mondo a fare i crociati per imporre ad altri popoli le nostre regole; ma ovunque vi è una comunità culturalmente eterogenea chi è interno alla comunità dovrebbe auspicare che vi sia un’unica etica condivisa, per quanto possibile.

Si può obiettare che ciò costringe a passare da un’etica spontanea a forme imposte di etica. In parte è vero, ed è un problema; ma è anche vero che le etiche spontanee hanno in loro i semi di tale imposizione, ad aggiustamenti che comunque non sono catastrofici, visto che esiste una base morale naturale condivisa. La cultura (parola che viene da “coltivare”) è crescita, ma l’etica è limitazione: è quella parte della cultura che nega sé stessa. L’etica trascende il piano culturale nel quale affonda le sue radici. In un certo senso, l’etica, che è censura di determinati comportamenti, non è essa stessa “buona”. E’ necessaria e salvavita ma non particolarmente piacevole. L’etica strozza il relativismo per evitare che ci strozziamo tra noi; un’etica relativistica è una contraddizione in termini.

L’attuale multiculturalismo dovrebbe essere un ulteriore motivo per impegnarsi nell’evitare il relativismo etico. Propugnare l’abbattimento delle barriere tra i popoli, la convivenza delle religioni, e insieme il mantenimento di etiche diverse mi pare un’altra contraddizione che svela il carattere strumentale della globalizzazione. In una società multietnica e multiconfessionale l’etica, questo superego pubblico arcigno e insensibile, liquidando entro un’unica popolazione comune le varie “unità etiche”, senza annullarne le rispettive altre componenti culturali, può essere un mezzo di affratellamento. Naturalmente così il problema si sposta su quale etica comune si adotta. Ma il relativismo non è una soluzione.

L’etica è coercizione, è obbedienza a regole superiori. Ma non ai “guardiani” o ai “sacerdoti” delle regole: la Chiesa contrappone al relativismo etico un assolutismo dittatoriale, nel quale è lei, come viceré di un Re che non si vede, che legifera e giudica. Un’attività di potere che a volte pratica il relativismo etico, o il relativismo epistemico, per esempio restringendo la definizione degli omicidi che ricadono sotto il Quinto comandamento. Clero e Dio sono due entità ben distinte, e la seconda è in realtà molto meno problematica della prima. E’ vero che i principi etici e il senso del loro rispetto ci vengono dalla religione. Ma siamo diventati adulti, o vecchi, e Dio è morto. Dio è morto, ma dobbiamo venerarne le memoria, onorando ciò che ci ha lasciato, princìpi etici elevati.

Sul piano umano, un’etica assoluta non toglie la possibilità di dissenso, né toglie vera libertà. Impedisce di discutere se l’omicidio vada “sdoganato”, ma invita a discutere se è lecito derubricare da omicidio doloso alcuni atti volontari egoistici che provocano i morti sul lavoro, o la morte dei pazienti. L’etica non è in sé piacevolissima, e reprime, ma può conferire un senso di nobiltà, che proviene, per chi lo prova, dal collocare i principi etici sul piano religioso, il piano superiore all’umano che l’uomo si dà, del quale la fede in una religione confessionale è solo uno dei possibili occupanti; l’etica diviene così una sottomissione spontanea che nobilita. Penso che rifiutare l’idea, più patetica che presuntuosa, di essere “signori e padroni”, ma considerarsi sempre sottoposti a qualcosa di più grande, conferisca dignità, sicurezza e stabilità; e porti a rifiutare di sottomettersi alla prepotenza dei propri simili. Questo qualcosa dev’essere però un’entità veramente grande, che indiscutibilmente sovrasti, come dei principi etici immutabili. Il relativismo etico sminuisce l’importanza di tale piano religioso, inducendo a considerare l’etica come una variabile culturale come un’altra, facendone quasi una questione amministrativa: tu hai questi codici, ma l’altro ne avrà altri, diversi ma di pari dignità. Ciò spinge a cercare degli assoluti altrove; e a rimanere preda di illusioni peggiori di quella, costruttiva, dell’esistenza di principi etici assoluti.

L’altro ideologismo, il relativismo epistemico, ha le sue pezze d’appoggio teoriche nella consapevolezza che la conoscenza poggia “non su solida roccia ma su palafitte”, come disse Popper a proposito della conoscenza scientifica. Medawar ha osservato che alcuni hanno un gusto perverso nel sottolineare la fragilità della nostra conoscenza. E’ scorretto trasporre i rovelli filosofici sulla conoscenza in sede pratica. Uno dei primi casi famosi di tale intellettualizzazione fuori luogo fu quello di Pilato quando chiese “cos’è la verità ?”. Un giudice che dicesse questo in aula sarebbe come Totò chirurgo, che durante una laparotomia si ferma, contempla ed esclama: “che cos’è la macchina umana!”. Dal teoretico al furfantesco il passo non è lungo: dietro la scusa che non sappiano bene cos’è la verità si può manipolarla, sopprimerla, capovolgerla in mille maniere. Ciò può essere ottenuto alterando la percezione dei fatti, alterando l’interpretazione, o indirettamente, agendo sui metodi di raccolta dei fatti e di interpretazione. E’ importante osservare che anche la richiesta di standard eccessivamente rigorosi può essere usata per censurare. Oggi le tecniche di manipolazione dell’informazione e le tecnologie permettono ai potenti di plasmarsi – con l’inganno ma anche con la violenza – un verità su misura. Esistono decine di definizioni filosofiche della verità, e infiniti artifici per alterarla o sopprimerla del tutto. Ma la vecchia verità per corrispondenza, “adequatio rei et intellectus”, resta il “gold standard” insuperato.

Entrambi i relativismi hanno preso piede, con cronologie diverse, negli ultimi decenni del Novecento. Ed entrambi appaiono riflettere le esigenze del capitalismo e della sua evoluzione storica. Il relativismo etico, propagandato al grande pubblico, serve a sciogliere le pastoie etiche che ostacolano la ricerca del profitto sulla quale il sistema si basa. Castoriadis ha osservato che il capitalismo ha consumato l’eredità storica che comprende “l’onestà, l’integrità, la responsabilità, la cura del lavoro, le attenzioni dovute agli altri”. Il relativismo etico ha un ruolo attivo in tale degrado. Pochi giorni fa ho sentito in tarda serata su Canale 5 una conduttrice di punta, un modello per le giovani generazioni, spiegare che all’inizio della carriera si concedeva per interesse, perché non voleva mangiare panini ma preferiva i ristoranti di lusso; presentando tale scelta come una possibilità lecita tra le varie opzioni possibili. “Questa relativista”, ho pensato “sta istigando le giovani al relativismo”. D’altra parte l’industria alimentare e quella della medicina estetica potranno attendersi un incremento del volume d’affari, se il messaggio passerà. Speriamo che le giovani ascoltino il commento fatto in studio da un ospite, che con questo sistema ora le ragazze devono concedersi per avere il panino: il “relativismo” non è un buon affare.

Il relativismo etico consente inoltre di formare dei segmenti di mercato, che ottimizzano l’applicazione di scelte politiche senza creare eccessivi traumi. Es. la recente richiesta di applicare il relativismo etico al testamento biologico, cioè a una questione di vita e di morte. C’è qualcosa che non va se si considera come una questione di relatività culturale la liceità di affrettare su larga scala la morte mediante la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione. L’accorciamento della vita è una questione di preferenze personali, come per un qualsiasi prodotto? “Sparatevi Breda” ha scritto Marcello Marchesi, umorista e pubblicitario, che aveva visto giusto.

Il relativismo epistemico, maggiormente rivolto alle elites, ha un suo nucleo nell’ammorbidimento dei criteri epistemologici di scientificità, da parte di autori come Quine, con l’avvento del consumismo: la tecnologia e l’innovazione industriale, mentre usurpano il nome e quindi il prestigio della scienza, hanno bisogno di una scienza servizievole e asservita, docile garante del lancio continuo di nuovi prodotti, e non ostacolo, con la sua capacità di evidenziarne l’inefficacia, l’inefficienza o la dannosità. Una scienza che sulla scena figura come regina, e nella realtà dietro le quinte è la serva della compagnia. Di recente Giannuli, nel suo “L’abuso pubblico della storia – come e perché il potere politico falsifica il passato” (2009) ha trattato dell’aggiustamento dei metodi e dei fatti in campo storiografico. Il relativismo epistemico serpeggia nella cultura comune, rappresentato ad esempio dall’uso di citare il celebre film “Rashomon” per sostenere che la verità non è unica, ma è soggettiva. Un altro segno del relativismo epistemico è lo spaccare la verità in “verità giudiziaria” e “verità storica” riguardo a fatti e reati estremamente concreti, come una bomba in una piazza o in altri luoghi pubblici.

Flores d’Arcais di recente ha giustamente osservato come in Italia sia ormai inveterata la prassi mediatica di degradare le verità di fatto scomode ad opinioni personali di chi le presenta, passo che Arendt considera un indice di totalitarismo in agguato. Ormai le parti del ragionamento vengono trattate, anche da chi ha ruoli intellettuali, con l’arbitrarietà con la quale Humpty Dumpty usava le parole. Il relativismo epistemico confluisce in quello culturale: conta il valore culturale, la coloritura emotiva, dei concetti, non la loro corrispondenza al reale. Un caso importante di ciò è dato dalla discussione, o meglio dal lancio, del testamento biologico, nel quale ha avuto un ruolo di punta, senza dubbio in buona fede, lo stesso Flores d’Arcais. La discussione si è basata innanzitutto su una rigorosa censura della dimensione economica del problema e degli interessi in gioco (bisognerebbe onorare anche quell’altro morto, Marx, salvandone la parte valida dell’opera, cioè il tema dell’importanza dei fattori economici nel determinare le sovrastrutture sociali); e ha poi considerato casi reali ma particolari, ignorando la gran massa dei casi pertinenti, commettendo una fallacia di generalizzazione, considerando ciò che è valido solo secundum quid come valido simpliciter.

Il problema è stato infatti identificato coi casi di Welby e Englaro, la persona senza corpo e il corpo senza persona, che sembrano scelti da un’agenzia di pubblicità o da uno sceneggiatore di Hollywood. Welby, l’artista ancora giovane, intelligente e sensibile, inchiodato in un letto, o nel suo stesso corpo; e la bella e fresca Eluana, addormentata senza possibilità di risveglio, rappresentano casi reali, ma sia rari che particolari: la probabilità di un fine vita del genere è inferiore all’1%. Non solo, ma i casi in sé, quello dello stato vegetativo che si protrae per anni, e degli esiti finali della distrofia muscolare, presentano problematiche che non sono quelle delle morti comuni; dove solo in una minoranza di casi è conservata la piena lucidità di Welby, o ci sono prospettive di sopravvivenza fisica indefinite di anni e anni come per Eluana. I casi di Welby ed Englaro hanno assunto il significato simbolico, esistenziale, che si prestavano ad assumere. E culturalmente sono divenuti il simbolo del morire. Non si dice che, così come gli USA non sono abitati se non in piccola parte da cow boys, nella maggior parte dei casi non si va verso la morte in questo modo. E’ vero che nella piccola minoranza di casi come Welby o Englaro si pongono effettivamente problemi come quelli discussi. E che in altri rari casi si pone addirittura il problema dell’eutanasia (argomento che per il momento in Italia si tiene da parte, per non spaventare). Ma il testamento biologico in molte situazioni comuni non dovrebbe essere necessario, e comporta dei rischi per il paziente.

La sospensione di alimentazione e acqua ha tre valenze, che possono essere variamente innestate in sequenza:

a) Fattore nocivo che provoca la morte in un individuo che altrimenti, adeguatamente trattato, sarebbe sopravvissuto. Distinto in due sottocategorie:

a1) su soggetti sani. Es. il conte Ugolino e i suoi figli.

a2) su soggetti già malati o debilitati, ma recuperabili. Es. il bunker dalla fame ad  Auschwitz, Massimiliano Kolbe e i suoi compagni.

b) Fattore che affretta la morte in uno stato irreversibile di malattia mortale. Distinto in due sottocategorie:

b1) come fattore aggiunto; es. su un paziente con un cancro in stadio avanzato, defedato, che non è in agonia, ma può entrarvi.

b2) come interruzione di un’alimentazione e idratazione che si erano già interrotte per malattia, ed erano state vicariate con mezzi artificiali. es. Eluana.

c) Misura palliativa nell’agonia.

Va notato che in  ambito medico la serie si autoalimenta e si autogiustifica: ogni stadio causa biologicamente il successivo, nel quale la misura risulta moralmente più giustificata che nel precedente. E’ un sistema a doppia spirale: si aggravano le condizioni cliniche e si rafforza la motivazione morale a proseguire. Le “spirali”, i circuiti a feedback positivo, sono frequenti in fisiopatologia: la sospensione di idratazione e alimentazione è una misura classificata come compassionevole che ha i meccanismi di una malattia e mima una malattia.

Questa scala, che può essere rifinita o rivista, mostra come un intero asse di valutazione sia stato ignorato, oltre alle altre variabili già dette. Un altro compito dei vari esperti e delle varie istituzioni sarebbe dovuto essere quello di identificare e sbrogliare le combinazioni lecite e illecite di questa scala nelle varie circostanze. Si sarebbe dovuto inoltre tenere presente la possibilità offerta da questa scala, per le sue caratteristiche di spirale doppia, di essere risalita confondendo le varie situazioni e scambiando la causa con l’effetto. Tale “escalation retrograda” può spiegare l’insistenza, un poco sospetta, su questa particolare misura: consente di poter adottare con bassi rischi legali e d’immagine forme pilotate di decesso.

Un’insistenza che ha trovato la contrarietà di un tecnico ben accreditato, il prof. Ranieri, direttore della Rianimazione alle Molinette. Questo rianimatore, non credente, sostenitore della “desistenza terapeutica”, ha affermato che lui sarebbe stato d’accordo a non praticare ad Eluana trasfusioni in caso di emorragia, e non somministrarle antibiotici in caso di polmonite; ma che “non avrebbe dormito la notte” se le avesse tolto alimentazione e liquidi (“Non le toglierei mai l’alimentazione” la Stampa, 21 gen 2009). Sarebbe interessante approfondire le sue posizioni. Invece con Eluana si è battuto molto sulla sospensione di cibo e acqua, nella forma “b2+c”; su soggetto giovane, con decorso della malattia di base particolarmente lento e quindi doloroso per i familiari.

Per valutare gli effetti di questa liberatoria, anzi questo trasferimento a terzi della podestà sul proprio corpo, che corrisponde alla richiesta di sospendere cibo e idratazione a giudizio dei medici, si dovrebbero considerare altri scenari. Un caso diverso, e molto più comune di quello di Welby o Eluana è lo “c” puro: la sospensione dell’alimentazione e idratazione nello stato irreversibile e conclamato di agonia per una comune malattia dell’età anziana, una misura palliativa per il morente che è lecita e non è una novità. Ma col testamento biologico potrebbe dare luogo ad abusi, incoraggiando il “portarsi avanti col lavoro” cioè anticipando la morte con l’anticipare la misura palliativa, se conviene; divenendo così un “b2+c” o un “b1+c”. Un altro scenario, che diverrà tristemente comune, tanto da assumere dimensioni generazionali, è quello che sotto mentite spoglie percorre l’intera serie, “a2+b+c”: quello dell’anziano, in una casa di riposo, la cui demenza senile, e quindi la non autosufficienza, si aggravano. Qui il testamento biologico può essere la firma della propria condanna.

All’anziano che sta andando verso le forme più avanzate della demenza senile, che non sa più vestirsi, non parla e non comprende, è incontinente, va controllato perché assume comportamenti pericolosi, bisognerebbe aumentare l’assistenza infermieristica, con una riduzione dei profitti per la casa di cura, e con l’effetto clinico di doverla aumentare ulteriormente in futuro. Invece di aumentare l’assistenza, se non ci sono motivi per essere prudenti, come una supervisione assidua e competente di parenti reattivi e forti, l’amministratore, che vuole conservare il suo posto e anzi fare carriera, può lasciare invariata l’assistenza infermieristica, o meglio ancora ridurla un po’, e lasciare così che insorgano complicazioni, stato di denutrizione, scompensi metabolici, piaghe da decubito, infezioni. In questo modo si metterà lentamente in moto una spirale patogenetica, che va verso il decesso, e le condizioni del paziente peggioreranno. Invece di fermare la spirale, la si fa progredire. Poco dopo che le condizioni sono rappresentabili come sufficientemente gravi da non dover temere accuse penali, si considera il paziente morente, e si aggiunge la spirale della sospensione della alimentazione e idratazione: avendo in cartella il modulo “testamento biologico” firmato lo si lascia morire di fame e sete, con un decorso che richiede in genere dai 3 ai 15 giorni. Giorni nei quali la persona muore di sete e di fame letteralmente. Si dice che il paziente comunque in questo stato non soffra; io ho visto che, soprattutto se trascurato, e negli ospedali vengono trascurati anche quelli che hanno voce ed escono vivi, può invece andare incontro a una morte lenta e terribile. Alla porta della casa di riposo fanno la fila altri anziani, meno gravi e quindi più redditizi. Avanti il prossimo.

“Ho saputo che hai seppellito tua moglie” “Per forza. Era morta”. Questa battuta viene riportata come esempio di humor inglese, e in effetti non è che faccia scompisciare. Serve però a ricordare che certi atti sono leciti solo sotto determinate condizioni. Non varrebbe la pena discutere di questi rischi di omicidio nascosto che il testamento biologico, e gli interessi economici che lo stanno promuovendo, comportano? Ma la gente davvero crede che ci sia tutta questa ansia di farli vivere ad ogni costo? Lo sa cosa sta firmando, firmando quei moduletti  del testamento biologico?

Dopo l’aborto, dopo gli espianti di organi, non pensano bioeticisti, giuristi, legislatori, opinione pubblica, che vi sia una terza situazione che impone di definire legalmente e in termini precisi lo stato vitale, in questo caso quand’è che si entra nella fase terminale, entro la quale possono essere prese misure che altrimenti configurano gravi reati? Se le cose devono andare così, se la vita non gode di particolari privilegi, se è tutta una questione di soldi; ma anche se, indipendentemente dal motivo economico, la soluzione praticabile fosse solo questa, non sarebbe doveroso ammetterlo apertamente e fare in modo che il decesso pilotato sia chiamato col suo nome e sia un affare il meno sporco possibile? E, davanti allo spettro dell’eutanasia di routine, non si dovrebbe tornare indietro, fino a esaminare anche l’altro capo del problema, la medicalizzazione esasperata, l’imbocco del percorso che porta a queste situazioni? Che la morte è un evento naturale e da accettare ci viene ricordato solo quando, seguendo il corso voluto dagli interessi commerciali, non è più utile all’industria medica illuderci sulle fantastiche capacità della medicina di darci la vita eterna.

Nessun uomo è un’isola, e la morte dell’individuo non è un problema esclusivamente privato come affermano i sostenitori del testamento biologico, ma di fatto attira l’attenzione degli altri. Ed è giusto che sia così, e che quindi la modalità della morte dell’individuo rimanga entro forme accettabili per la società. Sono proprio i sostenitori del testamento biologico a dimostrare questa valenza sociale della morte, propugnando un sistema di controllo del fine vita tutto sommato ipocrita, un lavarsene le mani che salva le apparenze ma che nel caso concreto può divenire una barbarie mascherata, alla quale può essere preferibile l’eutanasia. Forse l’eutanasia di massa sarà introdotta in uno stadio successivo; e a quel punto sarà effettivamente un miglioramento, relativo.

Come ho già scritto in precedenza, non ho soluzioni certe; ma penso che per avere le migliori soluzioni possibili il primo passo, la prima laicità vera, sia di guardare in faccia la realtà e definire il problema nei suoi termini reali, rifiutando le sirene del relativismo epistemico. Considerando quindi non solo in astratto i pazienti, i medici e la Chiesa, ma anche gli interessi economici e politici “laici”, le condizioni cliniche e psicologiche specifiche del malato, l’epidemiologia dei decessi e le relative caratteristiche delle varie tipologie, l’informazione, o la disinformazione, date al pubblico. Considerando non solo il “chi decide” ma anche il “cui prodest” e quindi il “chi decide, in realtà”.

Anche il clero ha adottato il relativismo epistemico: i preti questa semplice circostanza del secundum quid, che conoscono fin troppo bene, e che costituirebbe un argomento forte per le tesi che dicono di sostenere, non l’hanno presentata ma l’hanno lasciata nell’ombra; e invece hanno retto il gioco agitando regole da incubo sull’obbligatorietà del sondino nasogastrico e degli altri tubi delle vie non orali, sul “proibito morire”, sulla vegetazione a oltranza; in modo da terrorizzare e spingere nelle braccia del partito del testamento biologico. Come se non fossero anche loro avveduti manager dell’industria della sanità, che nelle loro tante strutture non buttano i soldi dalla finestra ma fanno quadrare i bilanci e sorridere gli investitori.

La discussione sul testamento biologico è anche un rito col quale viene confermata l’immagine che preferiamo della morte, questa realtà inaccettabile. E il testamento biologico, una nuova resa al mercato, è stato presentato come un atto dove sensibilità e intelletto uniscono le forze contro la morte, per la dignità umana: non le permettiamo di torturarci, siamo noi che decidiamo. In realtà, si è affondata la testa sotto la sabbia, si sono applicati all’etica e al razionale le colorate categorie del culturale. I fatti sono stati messi da parte. Esiste da decenni un filone di estetizzazione della malattia, che tende ad avvicinarla ad una merce, ad un prodotto che può essere venduto al meglio impaccandolo e presentandolo opportunamente. Coi casi Welby ed Englaro nell’immaginario collettivo la morte è stata ipostatizzata, in una forma terribile ma definita, e quindi contrastabile. Si riafferma l’immagine della morte come si deve, col ghigno e la falce fienaia, la morte-persona contro la quale si può fare qualcosa. Si esce dalla vita in maniera romantica, andando in coma dopo una gran zuccata, o ghermiti da una carogna come una delle malattie neurologiche degenerative che colpiscono i giovani; e dicendo: “basta”. Ci sarebbero voluti dei biostatistici onesti per spiegare che nella maggior parte dei casi si muore secondo modalità meno letterarie; oppure dei poeti, come Eliot, a dire che quando il mondo finisce, spesso finisce “Not with a bang but a whimper”.

Immigrati. La pietà coi numeri e altre forme minori di pietà.

24 maggio 2009

Blog “Uguale per tutti”

Commento al post “Elio e le storie tese” del 10 mag 2009

comunicato con riferimento URL


Caro Silvio, grazie per le Sue osservazioni, e per la precisazione su “questioni di tipo speculativo”. Da anni colleziono “contronimi”, o “autoantonimi”, cioè parole che hanno due significati opposti, e sono quindi gli antonimi di sé stesse. “Speculativo” può rientrare in un elenco di contronimi: la speculazione era l’attività di Socrate, e anche di Sindona; ma i due svolgevano attività in pratica contrarie (anche se hanno fatto la stessa fine). E’ un contronimo che in medicina, beffardamente, viene usato come gli avvocati usano la parola “fantasioso”, per respingere accuse di manovre speculative.

Sembra che io non meriti la Vostra benevolenza, perché faccio di tutto per farmela togliere: Lei cita il dibattito sugli immigrati, con riferimento ai recenti provvedimenti di respingimento nel Mediterraneo, dei quali si è occupato estesamente il blog; perciò non posso nascondere, come avrei preferito, che vedo anche questo dibattito animato dal deuteragonismo; e non solo limitatamente agli aspetti medici (Animalità razionale). Anzi, il dibattito sull’immigrazione mi sembra un caso importante di deuteragonismo. Esamino dunque questo esempio di deuteragonismo, non avendo competenze specifiche, ma solo opinioni, sugli extracomunitari; cioè, nel mio caso, come per molti altri italiani, opinioni sui vicini di casa della porta accanto.

“Mi piace l’odore del napalm al mattino … li abbiamo bombardati per 12 ore. Quando siamo atterrati non ne era rimasto nulla, non abbiamo trovato neppure un cadavere… C’era quell’odore di benzina…è l’odore della vittoria. Un giorno questa guerra finirà”: il comandante della cavalleria dell’aria in “Apocalypse now”. Conquistato il villaggio al suono della Cavalcata delle valchirie, rimprovera un soldato perché non dà da bere a un vietcong morente che chiede acqua, e gliela dà lui. Dopo pochi secondi lascia cadere la borraccia: va a parlare di surfing, la passione che lo ha spinto a conquistare il villaggio sul mare. Questa scena della borraccia me l’ha ricordata l’attenzione dei telegiornali, dei potenti, dell’Occidente, al dramma degli immigrati nel Mediterraneo. E’ scellerato non prodigarsi per chi, come Cristo sulla croce, ha sete perché sta morendo per shock ipovolemico; ma dargli da bere può essere un gesto vanaglorioso e distratto, che non riduce le responsabilità. Il fatto è che non si doveva assaltare il villaggio, e neppure fare la guerra. E’ scellerato non raccogliere e dare la massima assistenza agli occupanti dei barconi; ma equiparare il salvataggio in mare dei barconi all’aiuto al Terzo mondo è profondamente ingannevole.

Le immagini dei barconi mi sono parse uno spot sapientemente ambivalente; come Apocalpypse now, dove le scene soddisfano quelli che sognano di sbarchi, mitragliatrici e sbudellamenti, mentre i dialoghi – e il riferimento a Conrad – giustificano il film come prodotto letterario, come critica al militarismo. I barconi respinti faranno prendere voti alla Lega, e permetteranno all’opposizione deuteragonista di equiparare la contrarietà all’immigrazione all’infamia dell’abbandono di naufraghi in mare. Uno spot con dolore e morti veri.

Mettiamo da parte il fatto in sé, sul quale siamo d’accordo, e guardiamo al significato simbolico, al messaggio, alla “implicatura”, che non possono essere trascurati e sono, credo, l’aspetto principale. Se ci sono intere popolazioni che stanno affondando, centrare il problema sui pochi che sono riusciti, magari facendosi largo, a saltare in quelle scialuppe di salvataggio che sono i barconi è carità o è darwinismo sociale? Dei tanti parenti di quello che è nel barcone, meno svelti e rimasti nel continente africano, dei bambini che muoiono senza le telecamere, che ne facciamo? Quando non occorreranno più immigrati all’economia e alla politica, chi ci dice che la RAI non spegnerà le telecamere sul Mediterraneo e sui cadaveri che lo punteggiano, e che non torneremo a occuparci della strage dei cuccioli di foca al Polo?

Il mare. Il Mediterraneo. Uno sceneggiatore non avrebbe potuto scegliere sfondo migliore per i servizi su questo esodo e le sue tragedie. Anche il barcone, la scialuppa, non avrebbe potuto essere metafora migliore per le tesi che si vuole affermare. Le barche a vela appaiono più belle quando sono drammaticamente sbandate, con l’equipaggio a fare da contrappeso sull’altro bordo; i numeri della fisica però ci dicono che lo sbandamento in sé è svantaggioso, che la barca procederebbe più veloce se fosse dritta, con l’albero ortogonale alla superficie del mare. Nel ‘700 a vincere il premio per il modo più efficiente su come disporre l’albero delle navi fu un matematico, Bernoulli, che era uno svizzero che non aveva mai visto il mare.

Penso che sulla questione dei barconi dovremmo rivolgerci ai numeri. Da quelle entità algide e imperscrutabili può provenire una strana pietà, che non è in assoluto la migliore delle pietà possibili, ma è la migliore pietà possibile date le circostanze. Quanti sono i bisognosi del Terzo mondo? Di quanto denaro hanno bisogno procapite? E in assoluto? Quanto possiamo dargliene? Come allocare queste risorse limitate? Quanti pesci e quante canne da pesca? Dobbiamo “tirarne su” alcuni, o dobbiamo “scendere” noi dal nostro livello di benessere, e tentare di salvarci tutti? Stabiliamo che una quota delle entrate statali è loro, definiamo tale quota, e decidiamo come impiegarla. Dall’astratto al concreto, si può passare a calcolare in quali forme, mediante quali soluzioni, con migliaia di domande quantitative, sempre più dettagliate. E agire di conseguenza.

Ho l’impressione che questo approccio farebbe emergere questioni imbarazzanti. Per coloro che dicono di non volere immigrati, e però vogliono usarli come manodopera e consumatori, potrebbe venire fuori che la migliore soluzione al problema, e quindi anche alle loro ambasce, è semplicemente che l’Occidente smetta di sfruttare, ovvero di derubare, il Terzo mondo; potrebbe risultare che se rispettassimo il loro, di diritto a essere padroni a casa propria, i popoli del Terzo mondo se la caverebbero benino anche senza le nostre premure. Chi parla commosso dei boat people, non so come reagirebbe se gli si rispondesse che, per mantenere anche il resto dell’iceberg nell’Africa infuocata, si dovrebbero decurtare le entrate di tutti gli abitanti dei paesi ricchi, e quindi anche le sue, di una bella fetta, e ridurre sostanzialmente il suo livello di vita.

Quando ad essere coinvolti sono interi popoli, il barcone non è il livello di intervento appropriato; né sul piano demografico, né su quello etico. E’ ottimo sul piano della manipolazione mediatica. E’ inoltre un buon metodo di selezione del prodotto. Anche nella tratta degli schiavi il mare e le navi negriere servirono a selezionare i soggetti più forti. Qui la selezione maggiore avviene nel riuscire a trovare un posto; ma non finisce una volta a bordo. I barconi sono una vergogna anche se nessuno li respinge e approdano senza problemi.

Così invece, occupandosi solo di una minoranza – che è la minoranza che serve all’economia occidentale – si fa come per i miracoli, dove non si capisce perché la benevolenza divina ne deve salvare solo pochi. Ci si pone nella posizione di santi, o quasi.

Il rapporto tra etica e numeri, fondamentale nella nostra società tecnologica e tecnocratica, è in uno stato disastroso. Da un lato, si adorano gli “idola quantitatis” che servono come “instrumentum regni” per il capitalismo; l’applicazione inappropriata del quantitativo domina la medicina (Greene J. A. Prescribing by numbers. Drugs and the definition of disease. The John Hopkins university press, 2008); nell’ammirazione dei bioeticisti (e tale ignoranza viene attivamente tutelata). Dall’altro, quando ad un problema etico servirebbero i numeri e le altre entità matematiche, si ricorre invece ad argomenti persuasivi da fare invidia a Francis Ford Coppola.

Il vecchio espediente dello “stato di eccezione”, dell’emergenza per fare passare una tesi o un blocco di tesi. Curiosamente, la situazione ha somiglianze con la propensione padana per il soccorso; irridono quelli si chiamano Salvatore, ma gli piace fare i salvatori. Qui al Nord durante la settimana si lavora per fare soldi, nel week-end si fa i soccorritori. In carenza di disgrazie, si simulano, con esercitazioni. Il soccorritore volontario, di professione promotore finanziario, è anche lui, come il colonnello Kilgore di Apocalypse now, in mezzo a fumogeni accesi e con l’elicottero che gli volteggia sulla testa, e i morti e i feriti sono finti. Dice pacato nella ricetrasmittente gracchiante “roger, abbiamo uno spinale, atterrate”. La generosità della nostra gente, commenta il cronista mentre sullo sfondo l’elicottero si allontana con dentro il manichino macchiato di vernice rossa. Un’ottima cosa in sé, il soccorso volontario; meno buona se sostituisce ed esaurisce la questione dei doveri verso gli altri. Business senza guardare in faccia a nessuno nei giorni feriali, e nel dopolavoro il volontariato altruista. Ma non ci sono solo le emergenze, i traumi acuti, le catastrofi, i bambini da strappare alle fiamme. Ci sono anche i cronici, per i quali c’è molto meno entusiasmo, e carenze nell’assistenza. Ci sarebbero anche i sani da rispettare e aiutare: da non fregare, almeno. La carità è divenuta un sostituto dell’etica. E forse per questo, e per la frustrazione del lavoro inquadrato, assume forme spettacolari.

Andrebbe ricordato che la carità non è un sostituto dell’etica. Come osserva Scarpinato a proposito dell’elemosina in “Tra mafia e democrazia, tra oppressori e oppressi, tu, Chiesa, da che parte stai?”. Brecht, nell’Opera da tre soldi, fa dire a un personaggio che per ricevere l’elemosina non conta la condizione autentica del bisognoso, ma occorre che questi rappresenti la miseria in una forma teatralmente efficace, in modo che dare l’elemosina sia appagante. L’aiuto agli altri, quel poco che si può e si deve dare, andrebbe prima di tutto incorporato, fino a renderlo inapparente, nelle scelte di vita e nel lavoro. Il supererogatorio è facoltativo, e non esenta affatto dall’eticità nelle opzioni di base. Non compensa eventuali carenze etiche. Invece si è affermata la pratica di una contabilità etica creativa. Soprattutto nella Lombardia ciellina. Guardo con rispetto e ammirazione a coloro che praticano la carità avendo le carte in regola sull’etica delle attività personali. Ma davanti a certi altri slanci – soprattutto in campo medico – ritorna l’immagine di Apocalypse now, con la carità paranoide del comandante che fa evacuare in ospedale, col suo elicottero, dal villaggio che ha appena messo a ferro e fuoco per uno sfizio, un bambino vietnamita ferito.

Oltre alla pietà coi numeri, sulla questione degli immigrati esistono altre forme anch’esse fredde, o minori, di pietà o di carità negate. Chi non accetta gli immigrati è xenofobo o razzista o intollerante. Ma esistono delle pulsioni antropologiche, alla territorialità, alla comunità, all’identità culturale, al senso di appartenenza, che spingono a difendere il proprio territorio, il proprio gruppo, la propria cultura; alcune paure dei non garantiti di essere scalzati o danneggiati socialmente o economicamente dai nuovi arrivati; paure istintive, ma che non sono proprio del tutto campate in aria nella società “competitiva” e globalizzata. Il rifiuto dello straniero è avvenuto innumerevoli volte nella storia, nelle forme del malumore, dell’avversione, della protesta. E’ scorretto evocare subito i pogrom. Sono esistite anche situazioni di convivenza pacifica e armoniosa; che sono appunto citate come casi edificanti. Qui invece si dà per assunto che tali reazioni di rigetto siano patologiche. Si confonde tra risposta fisiologica ad un agente esterno e malattia. Trascurare il fisiologico paradossalmente può favorire degenerazioni patologiche; bollare aprioristicamente come razziste o xenofobe tali reazioni può essere una profezia che si autoavvera.

Gli immigrati, non in quanto “inferiori”, ma semplicemente in quanto irriducibilmente “diversi”, possono disgregare ulteriormente un tessuto sociale già degradato, possono ridurre quella zavorra di tradizioni che dà stabilità, aumentare l’atomizzazione sociale, che favorisce i consumi e la docilità popolare, ma rende tutti più vulnerabili e più egocentrici; la realtà del “melting pot” e del sogno americano mostrano ciò. “Give me your tired, your poor, your huddled masses…” declama solenne la poesia di accoglienza agli immigrati ai piedi della Statua della libertà. Ne abbiamo già troppe, sul globo, di masse che vogliono “to pursue happiness”, cioè fare soldi. Ovviamente noi siamo più buoni e più saggi; ma il rischio non andrebbe fatto passare sotto silenzio.

Quando sento che bisogna superare diffidenze e restrizioni mentali, mi chiedo se a dirlo siano persone che hanno una visione straordinariamente elevata, tanto da dimenticare questi fattori prossimi agli istinti primitivi, oppure – caso che mi sembra più frequente – persone che trascurano questi fattori o se ne fregano. Nel dibattito esistono solo leghisti sbraitanti, e ora anche schizzati di sangue, e pii discepoli di San Francesco. Nessuno tra i progressisti che dica che lo sfondamento dei confini antropologici forse è una necessità, ma è anch’esso una violenza; che non si mescolano culture lontane, non si innestano genti su territori occupati da altre genti, impunemente, così come non si trasfonde meccanicamente il sangue: ci sono fattori invisibili ma concreti che fisiologicamente si oppongono a tali commistioni.

Se non si vuole riconoscere ciò, se non si crede che la tendenza a difendere la territorialità e l’identità comunitaria e culturale vada rispettata, la si rispetti lo stesso: come forma di pietà verso gli autoctoni meno aperti e progrediti; non dovrebbe essere difficile, visto che propugnando l’abolizione delle frontiere che segnano le etnie si sta parlando dalle sfere superiori della moralità. In effetti in certe insofferenze gratuite e quasi maniacali verso l’immigrazione affiora una nota di frustrazione, di vigliacco sfogo esistenziale avendo trovato qualcuno ancora più sfigato rispetto al quale definirsi per contrasto. Ma non si tratta solo di questo. Pare che la nostra psiche sia stata tarata dall’evoluzione per una vita come membri di piccole comunità. Il cosmopolitismo non ha forti basi antropologiche, e non credo che possa pretendere un primato etico (forse non ha queste qualità neppure l’idea di nazione, alla quale sono attaccato). Il discorso che la Terra è di tutti l’ho sentito, in forme elaborate, anche per scusare, esprimendo rammarico, la cacciata degli indiani nativi dalle loro terre in Nord America ad opera degli europei, che “erano solo arrivati un po’ dopo”. Non l’ho sentito fare per le proprietà della Chiesa, o per le “dacie” degli apparatnik di sinistra, le proprietà di quelli che insieme esortano le masse a superare lo stantio concetto di “casa mia”.

Se si riconoscesse questa dimensione calpestata, oltre a fare un’opera buona verso i propri connazionali si aiuterebbe l’integrazione e si svelenirebbe la politica. Oggi infatti l’unica possibilità di rappresentazione politica del disagio per l’immigrazione è quella, ributtante, della Lega; che in realtà vuole gli immigrati, ma nelle forme che servono a interessi economici, come manodopera e consumatori; li vuole sottomessi e maltrattati, perché li si possa meglio sfruttare; verde fuori ma nera dentro, fa appello agli istinti più gretti e vili, alla paura e all’odio, diseducando l’elettorato mentre fa bottino di consensi; deuteragonista, presenta argomenti facilmente confutabili, caricaturali, alla “Catenacci” di Bracardi, con discorsi a base di “bingo bongo”, cannoneggiamenti di barconi, maiali sui suoli dove erigere moschee etc.

Dall’altro lato, per chi si indigna per i discorsi, e ora per gli atti, vergognosi dei leghisti, l’unica alternativa è il surreale buonismo cattolico, o di matrice cattolica, che esorta  all’amore totale, a un improbabile inesauribile amore per gli sconosciuti, ridicolo se si guarda a come ci vogliamo bene; e d’altro canto esclusivo e un po’ mercantile: con una forte predilezione per quelli abbastanza in gamba da salire sul barcone, e in grado quindi di produrre reddito, e acquistarsi una tv al plasma entro qualche anno. Una predica condita di accuse di egoismo, di avidità, di durezza di cuore, che viene dal pulpito dei preti.

Nel dibattito sono rappresentati, e quindi sono leciti, sotto i camuffamenti ideologici che attirano sostenitori in buona fede, solo due degli interessi maggiori, entrambi a favore dell’immmigrazione: quelli economici degli industriali e della finanza, con la Lega e il PdL, e quelli di politica internazionale del Vaticano – che gioca sullo scacchiere mondiale e vuole tessere rapporti col miliardo di mussulmani e con altre forze – mediante il centrosinistra e i progressisti. Posizioni alleate, in parte sovrapponibili, che trovano una sintesi che soddisfa entrambi. Seguono, in posizione subalterna, gli interessi di forze intermedie, come i politici che hanno bisogno di poveri che li ascoltino. Opposizione vera al potere, nisba. I cittadini comuni, zitti brutti razzisti; e leggetevi le pagine di Lévinas sul riconoscimento dell’altro; oppure andate a fare le ronde.

“C’uno la fugge, l’altro la coarta”: sull’immigrazione il deuteragonismo è reciproco, e le contrapposte esagerazioni provocano un vuoto al centro. Un vuoto che è una voragine di senso, che non viene riconosciuta dai più ma viene percepita, e si traduce in disaffezione – giusta – per la politica. Il successo del leghismo, determinante per la caduta della nostra democrazia, è dato dall’assenza di intellettuali e politici progressisti critici di quell’aspetto della globalizzazione che è l’immigrazione; dall’assenza di portavoce progressisti del disagio degli italiani per l’immigrazione; voci critiche invece migrate, come uno stormo di colombe, a fare il controcanto angelico ai leghisti diavoleschi. E così per cercare l’ottimo stiamo perdendo il buono, e finiamo per essere noi una repubblica bananiera; dalla quale forse si dovrebbe andarsene, se ci fossero ancora terre vergini; vergini della poderosa abilità umana di incasinare tutto.

Bisognerebbe che chi è ascoltato come autorità morale smettesse di confondere la gente dicendo in pratica che chi non vuole gli extracomunitari è una carogna. Dovrebbero invece esserci intellettuali e politici progressisti che riconoscano che l’immigrazione ha cause economiche e soddisfa finalità economiche; che provoca negli autoctoni reazioni di rifiuto che sono del tutto fisiologiche; e che possono progredire verso la patologia se trascurate. Intellettuali e politici progressisti dovrebbero considerare che i vantaggi dell’avere un supplemento di lavoratori, di consumatori, di futuri elettori in cerca di protezione, di tesserati nei sindacati, di legami con forze etniche e religiose emergenti a livello mondiale, non vanno tutti necessariamente a favore dei cittadini, e i loro risvolti etici non sono solo positivi.  I progressisti dovrebbero occuparsi anche della cura di questi problemi. Sarebbero così in una posizione più equilibrata per parlare di un altro discorso, quello dell’esistenza di altri doveri, verso gli altri popoli, oltre a quelli verso sé stessi, la propria famiglia, la propria comunità.

Ci vorrebbe maggior considerazione anche per i paesi di provenienza. Non siamo molto curiosi di sapere da dove vengono quelli che vorremmo salvare trasferendoli da noi. Siamo invece molto critici. Anche in questo, la penso al contrario dei progressisti: credo che da un lato, per lo stesso motivo già citato a proposito degli italiani, quello della consistenza dei fattori antropologici, ci vorrebbero maggior cautela e rispetto prima di sputare sentenze sui costumi di altri paesi che ci appaiono sbagliati, e di volerli sostituire con quelli della nostra superiore civiltà; es. la critica dell’obbligo per le donne del velo o di altre coperture del volto. Anche perché, come ha osservato Massimo Fini, forse dovremmo prima preoccuparci delle donne esposte “a quarti di bue” nella nostra televisione. D’altra parte, penso che chi vive da noi dovrebbe conoscere un minimo d’italiano, e accettare in generale i nostri usi e costumi, oltre che ovviamente le leggi; non vivere come dentro a un burqa, in una bolla portata dal paese d’origine. Ogni tanto ho l’impressione che, mentre procede tra padani che pensano “tel chi el negher”, qualche extracomunitario, soprattutto se portatore di credenze religiose forti, pensi a sua volta nella sua lingua “ ’sti zulù”. Non credo che un pasticcio etnico, un passare da Roma a Bisanzio, sia un vero arricchimento.

Altro caso è quello del rispetto dei diritti umani. Dovrebbe essere un assioma, in qualunque situazione, ovunque, per chiunque. I centri di raccolta non possono essere gabbie; né gabbie chiuse, nè gabbie aperte. Se è vero che i respinti in Nord Africa sono seviziati, lo si proibisca: si mandino degli osservatori, si mostri l’arma delle sanzioni, la si applichi se necessario. Lo stesso si faccia per qualunque violazione indiscutibile dei diritti umani che venga commessa in quei paesi. Ma il rispetto dei diritti umani, l’art. 1, non dovrebbe essere l’unico articolo del codice delle norme morali sugli extracomunitari.

Altra pietà minore. Il problema come detto non può essere affrontato a livello delle situazioni individuali, ma delle popolazioni; ma esistono anche problemi che riguardano l’individuo, una dimensione certo non secondaria. Gli immigrati sono anche degli emigrati; degli sradicati. Per alcuni trapianti, oltre al rigetto dell’organo trapiantato, c’è anche il rischio del rigetto “graft-versus-host”, del tessuto trapiantato contro l’organismo ricevente. Siamo sicuri che gli facciamo questo grosso favore a farli vivere da noi, anziché aiutarli nei loro paesi? Ad alcuni, sì. Forse, se si potesse misurare la felicità, credo che nella vecchia Italia la tipologia di persone più felice risulterebbe quella di alcune coppie giovani di immigrati; che hanno un buon lavoro; provenienti da situazioni difficili, perciò energiche e senza grilli, forti della loro cultura d’origine, pronte ad assorbire anche quella del paese ospite, che ha tanto da offrire; e che quindi vivono quella particolare felicità che è data dall’avere una chance di emancipazione, e dal coglierla pienamente. Alcuni extracomunitari sentono l’odore della vittoria personale nella costruzione, materiale e morale, della propria famiglia e di sé stessi mediante l’operosità pacifica; la felicità di quando il presente diventa ricco e l’avvenire diviene ben delineato; condizione che è possibile solo in alcune circostanze storiche. Ma per altri l’Italia può essere dolore pena sfruttamento e alienazione. Ricordo un giovane nordafricano, disteso in un’aiuola con gli avambracci spezzati. Era andato via da tutto, passando per una finestra dei piani alti dell’ospedale.

Quel suicidio, mi pare fosse un detenuto, non venne reso noto dai media locali. I media presentano sotto una luce filtrata gli immigrati. Pochi giorni fa i media locali hanno celebrato l’estensione di un bonus bebè di 1000 euro anche agli immigrati, negato dalla giunta comunale di centrodestra, imposto da un giudice dopo che sindacati e preti sono scesi in campo. Il bonus bebè è simbolico, per gli italiani; darlo anche quando il bambino nasce in famiglie di extracomunitari, nell’appartamento della porta accanto, dove può non essere solo simbolico, è semplice decenza, negarlo è meschino. Olio sul fuoco della disputa deuteragonista. Però non si parla di quella che è di gran lunga la prima causa di infertilità per gli italiani, la sterilità sociale, causata dalla difficoltà di formare una famiglia e fare figli. Ha le dimensioni e gli effetti di una vera epidemia, ma  al contrario di certe epidemie finte è un’epidemia silenziosa. I giovani oggi non fanno figli perché sono egoisti; meglio un pezzo sulla nostalgia della badante dell’Est per il suo paese e i suoi nipotini. Forse ci vorrebbe un po’ di carità anche per i giovani di casa nostra; per chi paradossalmente nella sua condizione ha meno prospettive di quelli che gli sbarcano davanti casa; per i guai che opprimono la gente comune, che stentano a trovare posto nei titoli dei giornali, che vengono sempre dopo qualche altra notizia.

Queste pietà, e altre simili, si potrebbe metterle assieme in un principio, anch’esso freddo e antipatico: quello della scissione, scissione concettuale, tra aiuto umanitario al Terzo mondo e il venire a lavorare in Italia da parte di extracomunitari. Le due entità, che ci sembrano unite perché così ce le presenta la propaganda, andrebbero considerate come entità distinte, quali in effetti sono; e tenute ben separate nei ragionamenti. Non si dovrebbe più dire che facendoli venire a lavorare qui aiutiamo i diseredati. L’importazione di lavoratori è determinata da ferrei meccanismi economici, e dovrebbe essere regolata da norme di accesso, da selezioni e da contratti, che la rendano equa e vantaggiosa per entrambe le parti, e per la terza parte, la cittadinanza, con le dovute tutele e garanzie per tutti. Si possono unire materialmente le due diverse entità: si potrebbe pensare a contratti nei quali una quota della retribuzione va a chi è rimasto a casa nella miseria, direttamente o in forma di aiuti; o riservare una quota di posti di lavoro agli extracomunitari, con l’obbligo di rientrare dopo alcuni anni, importando conoscenze e competenze nel proprio paese, anziché lasciarlo dissanguato delle energie migliori.

Anziché lasciare Sud il Sud del mondo. Non scambiamo il Vangelo con “l’effetto San Matteo”, così detto da una frase del Vangelo di Matteo (25:29), per il quale i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri. Oltre ai danni da immigrazione, ci sono anche i danni causati ai popoli dall’emigrazione. Ricordiamoci dei meridionali saliti a lavorare nelle fabbriche del Nord, da regioni già anemizzate da decenni di emigrazione: di come hanno arricchito il Nord e di come sta oggi il Sud. La propaganda invece dice di ricordarci, a proposito degli immigrati dal Terzo mondo, che siamo figli di immigrati. Veramente i figli di italiani immigrati degni di questo paragone oggi vivono, a decine di milioni, in Argentina, Australia, Canada, Galles, etc; e in effetti sarebbe interessante ascoltare la loro opinione. Noi siamo i discendenti di quelli che restarono in Italia, o al massimo di quelli che tornarono, o che si spostarono all’interno, tra disagi ma senza problemi di permessi di soggiorno, o rischi di finire ai pesci. (Io stesso, italiano, sono stato classificato come “immigrato” dall’anagrafe locale quando, vincitore di un concorso pubblico per un posto di ruolo, dovetti trasferirmi al Nord e fare il cambio di residenza; un uso puntiglioso e non necessario nelle comunicazioni all’utente di un termine tecnico che ha un significato non neutrale nel linguaggio comune; una distinzione dai nativi che in seguito non mi è dispiaciuta). Quelli che restano non sono necessariamente i migliori, e hanno lo spirito e le abilità dello stanziale. Come si vede dai governanti che si danno. Tanti di noi conoscono le storie di immigrazione, per averle sentite da parenti. Per esempio, ho ascoltato bambino da un signore anziano una testimonianza in prima persona di cosa aveva voluto dire attraversare l’Atlantico in nave negli ultimi anni dell’Ottocento, all’età di 13 anni, da soli, essendo stati spediti a parenti di New York. Sono racconti molto utili, ma non inventiamoci, guardando i barconi, trascorsi avventurosi e falsi cameratismi. Consideriamo piuttosto quale danno è stato, per le regioni di provenienza, la selezione avversa derivata dall’emigrazione massiva dei soggetti più validi.

Con questa scissione tra lavoro e aiuti si eliminerebbe tanta retorica su entrambi i fronti, ricatti morali da un lato e pretese “celtiche” dall’altro (che poi, come ho detto, ritengo siano settori diversi dello stesso lato; quello del potere); e sarebbe più facile capire cosa fare. La filantropia dovrebbe essere esercitata su base razionale, tenendo conto delle necessità oggettive e delle risorse; erga omnes; e ordinatamente, senza picchiare la moglie e poi fare il galante fuori; senza la mostruosità, sommersi e salvati, di applicare alla solidarietà i criteri della selezione lavorativa: dentro chi è abile, pollice verso a chi non è redditizio; senza negare, con tutto l’amore che certi hanno per “gli ultimi”, qualsiasi attenzione a chi non corrisponde alla maschera teatrale dell’Ultimo, come si dice nell’Opera da tre soldi; senza la pietà coi paraocchi, che fa pensare che come al solito non ci viene chiesto di combattere per degli assoluti morali, ma per delle chiese, al di fuori delle quali non vi è salvezza.

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Blog di Trarco Mavaglio su il Fatto

Commento del 31 mar 2011 al post “Ferrara e i “30 milioni di immigrati” di D’Alema” del 31 mar 2011

La cifra di D’Alema dei 30 milioni di immigrati necessari all’economia era riferita all’Europa, non all’Italia come gli ha rinfacciato G. Ferrara.

Enzo Biagi ha raccontato che uno dei pochi casi che ha visto di giornalista licenziato per incapacità fu quello di un redattore che riportò la notizia di un paese bruciato coi suoi abitati perché un’autocisterna, nel tentativo non riuscito di schivare un cane, si era ribaltata andando a fuoco. Il giornalista aveva titolato “Tragica morte di un cane”.

Se c’è uno che sa fare il giornalista questi è Travaglio. Ma qui la notizia mi pare un po’ focalizzata sul cane. E chissene del battibecco tra Ferrara, a libro paga CIA, e D’Alema, legato a Licio Gelli.

Si ammette finalmente che è per ragioni economiche che occorre iniettare milioni di persone dai paesi poveri in Europa: volete dirci la cifra pianificata o prevista per l’Italia? E’ possibile parlare pacatamente di questo dato: della sua reale ineluttabilità; di quali sono i vantaggi e gli svantaggi, chi ci guadagnerà e chi ci perderà, quali riflessi ciò avrà sulla vita delle persone comuni, e sul Terzo mondo, senza i finti nazismi leghisti e gli ipocriti piagnistei pretesco-buonisti?

Consideriamo finalmente l’etica e la politica dei numeri dell’immigrazione:

http://menici60d15.wordpress.com/2009/05/24/immigrati-la-pieta-coi-numeri-e-altre-forme-minori-di-pieta/


@Armando D. E’ curioso che tu mi metta in guardia dal mescolare alcool e psicofarmaci: si vocifera che lo facesse Cossiga, che nel suo ultimo libro “Fotti il potere”, pag. 181, ha dichiarato di avere garantito lui per D’Alema presso gli USA. Invece ne “Il borghese piccolo piccolo” il liquido misterioso del giuramento massonico era l’amaro Petrus.
@s42 a me piace più leggere che scrivere, ma ho difficoltà ad accedere alle biblioteche pubbliche di Brescia; sia sotto il dalemiano Corsini che sotto il berlusconiano Paroli. Sarei curioso di vedere l’archivio Gelli, curato dalla moglie dell’attuale presidente del Copasir e da lei inaugurato con grande passerella di piduisti ed elogi delle doti di poeta del Venerabile. Qualche minuto, perché dev’essere di una noia; e poi ho l’impressione che se proprio voglio leggere roba di sbirri venduti basta leggere le articolate confutazioni che quelli come voi danno su Il Fatto a chi stona.

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Blog de Il Fatto

Commento al post di Pallante e Bertaglio “L’ipocrisia leghista è l’arroganza occidentale” del 4 ott 2011

  “Per coloro che dicono di non volere immigrati, e però vogliono usarli come manodopera e consumatori, potrebbe venire fuori che la migliore soluzione al problema, e quindi anche alle loro ambasce, è semplicemente che l’Occidente smetta di sfruttare, ovvero di derubare, il Terzo mondo; potrebbe risultare che se rispettassimo il loro, di diritto a essere padroni a casa propria, i popoli del Terzo mondo se la caverebbero benino anche senza le nostre premure.”

Da:

http://menici60d15.wordpress.com/2009/05/24/immigrati-la-pieta-coi-numeri-e-altre-forme-minori-di-pieta/

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@Adamitaly. Giusto, la transizione demografica; e il “drilling and killing”, in Nigeria e altrove ?

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@giustizialista. Questo “ontolologizzare” la volontà dei poteri più forti, o le conseguenze della loro volontà, per cui la globalizzazione liberista, e le relative migrazioni, vanno prese come un dato di realtà non modificabile altrimenti è propaganda, mi pare un’impostura blasfema:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/24/il-doppio-cielo/

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@Giustizialista. Ricordo, nel 1981 come studente in scambio culturale in Israele, un Paese che ammiravo, che gli accompagnatori insistevano che Israele voleva la pace. A Metulla, al confine con Libano, chiesi a uno di loro a cosa servissero allora i giganteschi carri armati che portati su autotreni venivano ammassati in campi militari. Mi fu risposto che lì la sera si cuocevano salsicce e si suonava la chitarra attorno al fuoco. Il lato negativo delle salsicciate fu tempo dopo l’invasione del Libano. Tu mi hai ricordato questo episodio, equiparando, rubricandoli sotto lo stesso titolo “globalizzazione”, la scelta, arricchente ma facoltativa e libera, si spera, di aprirsi ad altre culture, con l’obbligo di salire su un barcone, abbandonare la propria terra, togliendosi di mezzo per favorirne lo sfruttamento, e divenire se si sopravvive degli sradicati, e spesso degli sfruttati; e equiparando il “siamo tutti fratelli” con l’obbligo per chi riceve di vedere il proprio lavoro messo a rischio da stranieri; l’obbligo per tutti di venire ridotti a consumatori isolati, omologati, privi di una cultura e di una storia comune profonde che li caratterizzi, tutti uguali rispetto al mercato; l’obbligo di credere,  se non si vuole essere chiamati gregge, alle colorate retoriche del “melting pot”, smentite dalla Storia in USA. Non mi sembra che con questa propaganda tu vada contro il liberismo e gli interessi economici sui flussi migratori forzati, che a parole dici di “aborrire”.


Il mediatico e l’extramediatico. Il caso delle ghiandole sessuali maschili

13 maggio 2009

Blog “Uguale per tutti”

Commento al post “Elio e le storie tese” del 10 mag 2009


Caro dr Lima, grazie per la Sua risposta del 12 mag alle 9.24. Credo che su un punto siamo tutti d’accordo: non si può tacere; e non si può lasciar passare tutto. Ci dividiamo su cosa non può non essere contrastato, avendo evidentemente criteri diversi: secondo Lei, e la maggioranza, un caso come quello di Silvio-Veronica-Noemi ha priorità elevata, o è “obbligatorio”; secondo me invece questo è uno dei tanti argomenti che andrebbero messi in fondo alla lista, o respinti.

Il proteiforme Berlusconi ora ha assunto fogge priapee; l’opposizione invece ha come modello le figure pacate e intense di Enrico Berlinguer e Luciano Lama. Nonostante questa diversità di aspetto, su temi importanti vanno sorprendentemente d’accordo: la sanità integrativa, ma si possono fare innumerevoli esempi. In USA, assicurazioni mediche private significa decine di milioni di persone senza copertura medica, o, ciò che è più rilevante da noi, con copertura parziale; significa un rischio, basso ma non trascurabile, di bancarotta per le famiglie in caso di malattie gravi. Significa una medicina che, badando ai suoi interessi, spesso ti dà quello che non ti serve e che ti fa male, e non ti dà quello che serve.

Non so che forma prenderà in Italia la medicina delle assicurazioni, ma mi sembra che converrebbe bypassare le cento bubbole di Berlusconi, e le relative proteste dei compassati personaggi del centrosinistra, per occuparsi della loro singolare sintesi su tanti temi trascurati come questo. Anche perché Berlusconi il libertino e i “militanti severi” mentre si rinfacciano a gran voce la responsabilità di scandali da rotocalco come questo, sono inoltre accomunati dalla volontà di ottenere il silenzio, anche con le maniere forti, su certi loro comuni affari; certi loro comuni asservimenti, il protagonista col deuteragonista, al grande business, come quello della biomedicina.

A proposito delle principali ghiandole sessuali maschili, ovvero prostata e testicoli. Le diagnosi di tumore della prostata nei 5-10 anni intorno al passaggio di millennio sono raddoppiate, così che ora questo è il tumore più frequentemente diagnosticato negli uomini. Un fattore primario di sofferenza, malattia, danno economico, ha raddoppiato le sue dimensioni in un modo che può essere detto fulmineo. Gli addetti tacendo in nome del distacco scientifico, gli altri perché non lo sanno o possono dire di non saperlo, nessuno lancia allarmi su questo aumento brusco del carico di male, e discute dei rimedi. I toni sono piuttosto celebrativi. Ci sono molti elementi, e anche studi scientifici specifici, che indicano che tale impennata, sconcertante sul piano biologico, sia sostenuta da sovradiagnosi (es. Telesca D. Etzioni R. Gulati R. Estimating lead time and overdiagnosis associated with PSA screening from prostate cancer incidence trends. Biometrics, 2007. 64: 10-19).

Ovvero, con l’introduzione di un test di screening vengono reperite, etichettate come cancro, e trattate come tali, alterazioni morfologiche che biologicamente non si sarebbero comportate come cancro, e sarebbero state scoperte, eventualmente, solo all’autopsia, dopo la morte per altre cause. In serie autoptiche, tali lesioni, considerate carcinomi della prostata incidentali, sono state repertate con una frequenza che varia dal 15% al 50%, correlata all’età del paziente e a quanto è stata approfondita la ricerca.

Chi è addentro alla medicina ed è un poco smaliziato sa che la diagnosi clinica di cancro attualmente più frequente nell’uomo ha gravissimi problemi di falsa positività. Ma ciò è una di quelle che l’economista Galbraith ha chiamato “le frodi innocenti”: tutti gli insider sanno che è così, ma non la percepiscono come una frode, e fanno finta di nulla. E’ una situazione frequente nelle frodi dell’economia e della finanza.

Come per la Parmalat. Non varrebbe la pena considerare questo problema della diagnosi di carcinoma della prostata? Con tutte le cautele (incluse quelle sul falso dissenso medico); ma senza censure. Le terapie per il carcinoma della prostata possono provocare impotenza, e comportare la castrazione, oltre che l’asportazione della prostata: mentre guardiamo cosa combina Berlusconi, sono le nostre ghiandole sessuali ad essere messe a rischio, con la complicità del governo.

Ma di mezzo ci sono montagne di soldi facili, che non occorre riciclare, essendo puliti, e riveriti, dall’inizio; e un sacco di buoni o ottimi posti di lavoro. Se ipoteticamente chi comanda avesse dovuto scegliere tra i due temi, avrebbe pensato: meglio che si indignino sulle ghiandole di Berlusconi che sulle loro. Sugli scandali come questo facciamoli sfogare, ma sull’inflazione galoppante di diagnosi di carcinoma prostatico che ascoltino i messaggi addomesticati dei media, senza discutere. Infatti i media propagandano con la regolarità di piazzisti il business dello screening per carcinoma prostatico (è di queste ore la notizia che la Corte europea ha decretato che notizie giornalistiche in campo medico, prodotte da giornalisti formalmente indipendenti, possono costituire pubblicità; e quindi essere perseguibili come pubblicità illecita).

Per di più, parlando di Berlusconi sciupafemmine si ottiene come epifenomeno il risultato di alimentare il mito giovanilista, che, come è stato osservato, porta gli anziani a sottoporsi a test di screening. E il test di screening per carcinoma alla prostata di questo sostegno ne ha bisogno, perché non si è riusciti neppure a produrre, con tutti gli aiutini, prove scientifiche della sua efficacia. Due piccioni con una sassata.

Così abbiamo una differenza speculare tra mediatico (e qui chi più ne ha più ne metta) ed extramediatico (e qui censura) in tema di ghiandole sessuali maschili: Berlusconi che dice di spendere tre ore a notte in rapporti sessuali, e la triste fine di una parte dei tanti che incappano in una falsa diagnosi di carcinoma della prostata. Extramediatico cioè “fuori dal mediatico” o “escluso dal mediatico”. Extramediatico non vuol dire “extraterrestre”; però, siccome, come disse mi pare Giovanni Paolo II, “quod non est in video non est in mundo”, l’extramediatico sembra avere uno statuto ontologico più fragile rispetto al mediatico. Anche nel caso che sia quest’ultimo a essere inventato. Così l’extramediatico suona sempre un po’ marziano, e questo favorisce la sua emarginazione o censura. Soprattutto davanti ai trionfi del corrispettivo mediatico.

Questa distinzione può anche aiutare a comprendere lo sconforto di chi, tentando di togliersi il bavaglio per parlare dell’extramediatico, vede l’ennesimo grottesco “spottone” venire considerato – che per il mediatico equivale a venire celebrato – su stimabili luoghi di critica politica. Non dico e non penso che la crisi Noemi sia stata allestita per favorire il business sulla prostata. Ma va oggettivamente anche in quella direzione. Oltre che con l’effetto epifenomenico già detto, l’aiuta allontanando ulteriormente dall’extramediatico. Ci sono mondi possibili più o meno vicini, ci spiegano i filosofi, e così stiamo navigando sempre più lontano dal mondo reale.

Nel 2006, il New York Times, nella pagina del business, in un articolo parte di una serie sulla medicina intitolata “The sirens of profit” riportava come gli urologi statunitensi stessero investendo in una costosa e discussa macchina per la radioterapia del cancro della prostata, in quanto assicurava rimborsi dalle assicurazioni per cinquantamila dollari a paziente. Ogni anno in USA si fanno duecentoquarantamila di queste diagnosi. Il carcinoma della prostata è un cancro dell’anziano. Due settimane fa la Società americana di urologia ha stabilito di espandere ai quarantenni l’offerta del test di screening che ha provocato il raddoppio di diagnosi: se questa è l’aria che tira non so come farà Obama a ridurre la spesa sanitaria USA, da lui definita, pochi giorni fa, “fuori controllo” e “una minaccia per l’economia”. Obama, che sta negoziando un taglio alla spesa sanitaria di 2000 miliardi di dollari in 10 anni, segna un cambio di tendenza, ma non potrà cambiare il sistema.

Ci si lamenta che Berlusconi controlla l’informazione. Ma se ci sono argomenti-Noemi e argomenti-figli-della-serva non è solo colpa di Berlusconi. E’ Berlusconi che traccia il palinsesto, ma è l’intellighenzia deuteragonista che lo difende. Un’intellighenzia composta di figure eterogenee, che variano dal galantuomo al suo opposto; e che comprende lo scagnozzo dei preti; i quali hanno agenti in entrambi gli schieramenti, e sono i pupari; se ne ridono di protagonista e deuteragonista, e orientano verso l’esito desiderato lo scontro dei due paladini. Pupari come Mangiafuoco, che però era burbero, e aveva il cuore tenero.

Un tempo c’erano i magistrati un po’ occhiuti che facevano sequestrare le riviste pornografiche esposte nelle edicole. I critici sostenevano che serviva a non occuparsi di altre sconcezze. La pornografia dell’affettività, come per “Incantesimo” del quale ho parlato nel commento sui 18 anni di Noemi; e la pornografia del silenzio, su quanto sta avvenendo in oncologia, non le contrasta nessuna forza. Né formalmente né informalmente. A partire dai centri del dissenso.

Mi sembra poco importante, in senso relativo, e tatticamente controproducente, considerare notizie scandalistiche come questa di Noemi, lasciando nel silenzio ermetico tanti altri temi, es. quelli che indico. Mi chiedo quanti altri problemi, di settori che non conosciamo, restano coperti sotto il dissenso canonico. Qual è lo “spettro del visibile” per l’ufficialità, e qual è lo spettro del visibile per il dissenso ? Se sono ugualmente ristretti, se le lunghezze d’onda sono le stesse, o quasi, questa è una patologia del dissenso. Così il dissenso sarà predisposto a rispondere al potere come vuole il potere, e pronto a isolare e espellere quelli che non lo fanno. Che è quello che avviene. Mi sembra che senza il deuteragonismo, che non è questione di correnti ma di anima, la situazione non sarebbe così nera come dice Liotta; che sia il deuteragonismo che ha reso possibile “la resistibile ascesa” e il mantenimento al potere di personaggi e forze che davanti ad un’opposizione animata da un diverso spirito critico non potrebbero spadroneggiare.

Da quanto Lei scrive, mi sembra che da questo scambio possa emergere almeno un principio minimo condiviso, e che costituisce una regola semplice: il non rispondere ad alcuni scandali può avere un senso. Non può essere liquidato come un’imbecillità. Al contrario, bisognerebbe avere presente il pericolo – e la piaga – del deuteragonismo, e affrontare il problema della costruzione autonoma, indipendente e non ingenua della scala delle priorità.

Bisognerebbe avere presente anche la dicotomia mediatico/extramediatico. Il mediatico è spesso falso: a tale falsità può corrispondere un extramediatico, che in quanto tale non è visibile, ma che non solo è in questo mondo; può anche essere molto utile conoscerlo. Non è affatto una resa, un tacere, un’acquiescenza, un chiudere gli occhi, un lasciarle passare tutte, la scelta di “espungere” certo vistoso mediatico dal campo visivo per non farsi distogliere dall’extramediatico. Sarebbe necessario procedere ad un riequilibrio su base razionale tra le due entità, andando contro le impressioni istintive, ricordando che tendiamo a scambiare il media per il messaggio. Recuperare l’extramediatico, del quale ci siamo sbarazzati troppo frettolosamente con l’avvento dei media di massa, aiuta a ridimensionare il mediatico.

Resto quindi dell’idea che a volte è meglio tacere su certi scandali vistosi (soprattutto se sono di quelli che si commentano da soli), in modo da non tacere su altri, che sono poco visibili e attivamente nascosti. Forse quella dei castelli in aria è tra le demolizioni più difficili. Anche in uno scritto attribuito a J. Swift, “L’arte della menzogna politica”, si afferma che talvolta è preferibile combattere il potere della menzogna non contraddicendola; l’autore suggerisce di non confutarla ma di accettarla; e di modificarla con un’altra menzogna. Ma è curioso, Berlusconi sembra “non falsificabile”: non è facile pensare di aggiungere una menzogna credibile a quelle che impersona. Una volta che ci siamo riusciti, occupiamoci della sanità integrativa, dello screening per il cancro della prostata, oppure di qualcuno dei mille altri importanti temi, di tutti i campi, che sono orfani, che non hanno nessuno che si curi di loro. O almeno, non diamo una mano a coloro che, pagati o volontari, danno addosso a chi vuole presentare osservazioni su argomenti extramediatici.

Swift nella sua “Modesta proposta” per risolvere il problema della povertà in Irlanda consigliava, sulla base di un’analisi economica, di commerciare in bambini, da usare come alimento. Io vedo che oggi la sua proposta di nutrirsi di bambini in un certo senso è divenuta realtà. Oggi, dove problemi di miseria non ce ne sono, o forse sì, in quel settore chiave dell’economia che è la medicina si sacrificano dei bambini per produrre profitti. E, come ho descritto altrove (Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi) il deuteragonismo medico gioca appieno la sua parte in questa frode delle sovradiagnosi, che è molto brutta. Molto brutta per i minori, per gli adulti e per gli anziani.

La ringrazio per avermi aiutato con questa divergenza a mettere per iscritto ciò che penso. Un caro saluto.

Questionario immaginario ai magistrati sul testamento biologico

9 marzo 2009

Blog “Uguale per tutti”

Commento al post “Eluana Englaro” del 25 feb 2009


Con le sentenze, come quella che ha permesso la morte di Eluana Englaro, e con gli interventi informali i magistrati stanno avendo un ruolo importante nel processo che sta portando all’introduzione del testamento biologico. Un processo culturale e legislativo che forse non è stato ben definito, nonostante abbia occupato tanto spazio sui media e sui blog. Il presente questionario, che si immagina distribuito a tutti i magistrati, è rivolto a illuminare alcuni dei tanti, troppi, aspetti lasciati in ombra (o attivamente soppressi) dalle forze che hanno animato il dibattito.

1) Il testamento biologico sta venendo trattato sotto l’aspetto bioetico, giuridico, religioso, filosofico. Ritiene che tale approccio sia completo, che non sia eccessivamente astratto, e che non tralasci aspetti fondamentali?

2) Si è scritto che il “diritto a morire” potrebbe divenire un “dovere di morire”. Di recente un’importante bioeticista britannica, baroness Warnock, ha sostenuto apertamente proprio questo: che i soggetti con l’Alzheimer hanno un dovere di morire, dato il peso che costituiscono per i familiari e per il sistema sanitario nazionale. La possibilità di restare più a lungo biologicamente in vita è dovuta solo in parte a tecnologie mediche, e non coincide con la distribuzione dei consumi medici ottimale per gli investitori. Considera plausibile che crudi calcoli contabili, legati agli enormi interessi sulla spesa medica, e all’invecchiamento della popolazione, abbiano un peso nella questione del testamento biologico ? Le risulta che il motivo economico sia stato adeguatamente preso in considerazione, valutato e discusso, o anche solo sfiorato, dai magistrati che si sono interessati al problema? Ritiene possibile che un movente puramente economico possa essere alla base dell’esplosione mediatica del caso Englaro e dei casi analoghi che sono sorti in altri paesi; ritiene possibile che gli aspetti etici, giuridici, filosofici, religiosi e sociologici mentre occupano tutta la scena non abbiano che un carattere strumentale, o quanto meno derivato (“sovrastrutturale” direbbero i marxisti)?

3) Ogni anno muoiono in Italia circa 550.000 persone, delle quali oltre 120.000 per tumore. Nel 2004 circa il 51% dei decessi ha riguardato ultraottantenni. Le persone in stato vegetativo sono circa 1.500. I casi di SLA sono circa 5.000. Il dibattito riguarda il cosiddetto “testamento biologico”, che è di interesse generale. I casi pubblici sulla volontà del paziente a fine vita, come Welby ed Englaro, riguardano però le forme estreme di condizioni patologiche particolari, che sono statisticamente poco frequenti, particolarmente innaturali sul piano clinico, altamente impegnative sul piano bioetico, impressionanti su quello emotivo: la crudele dissociazione totale tra mente e corpo della sclerosi laterale amiotrofica per Welby, che ricorda l’angosciante film “E Johnny prese il fucile”; le persone giovani che sopravvivono a lungo in uno stato vegetativo, come trasformate in piante per una maledizione mitologica o fiabesca, per Eluana. In realtà la grande maggioranza dei testamenti biologici riguarderà non queste singolari lungodegenze, ma i comuni malati terminali e le Rianimazioni, come già avviene da anni in USA. Riguarderà principalmente la durata e la velocità del comune decorso in discesa verso la morte; e solo secondariamente i casi di “agonia statica” come Welby e Englaro; che sono casi molto diversi, sotto tutti gli aspetti, dal comune modo di morire, e dal frequente attardarsi sulla soglia della fine. Non ritiene che un approccio razionale e onesto prima punterebbe a risolvere i problemi di fine vita per la massa dei casi comuni, la routine; e dopo, avendo una base, passerebbe ai casi più rari e difficili, i casi di scuola? Ritiene che sia corretto generalizzare, sul piano logico, etico, legislativo e giudiziario da questi casi particolarissimi ed estremi alla popolazione generale, che nella maggior parte dei casi muore in un ospedale per acuti, in genere in età avanzata, a seguito del precipitare di condizioni legate alle comuni patologie croniche? Non ritiene che stavolta l’espressione tanto abusata “non fare di tutta l’erba un fascio” sarebbe invece pertinente, e che non distinguere in base alla condizione del paziente possa portare a conseguenze inattese? Ritiene che tale generalizzazione sia un caso? Il suo fiuto di inquirente o di giudice le dice qualcosa riguardo alla possibile presenza di una regìa, di intenzioni e interessi non necessariamente leciti che pilotano il dibattito?

4) “La questione della “living will” [l’omologo del testamento biologico] non sarebbe mai sorta se le cure terminali non fossero state trasferite negli ospedali e medicalizzate”. Questa elementare affermazione di un medico anglosassone appare essere considerata superflua nell’attuale dibattito. Ritiene che come magistrato, che deve solo applicare la legge, Lei è esentato dal considerarla? La gente, che sul piano epidemiologico nella storia non è mai stata mediamente tanto in salute, visti i casi Welby ed Englaro si sta orientando in direzione di forme di eutanasia; addirittura alcuni stanno pubblicando il proprio testamento biologico con un video su Youtube. Sembra che molti ora temano non più solo la morte, ma temano di fare la morte del sorcio; di finire come quei marinai bloccati in sommergibili che non potevano più risalire, che preferirono suicidarsi. Ritiene come magistrato che ai cittadini stia venendo presentata una scelta equa? Che siano stati correttamente informati sui termini della questione e su tutte le possibili opzioni? Che stiano venendo spaventati e diseducati per poi forse essere frodati? Davanti ad un esposto per la pubblicazione di notizie tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico, o per il pericolo di istigazione al suicidio, avrebbe qualche esitazione, qualche commento non negativo prima di farlo archiviare?

5) Ritiene che i magistrati abbiano tenuto sufficiente conto degli effetti mediatici e culturali delle loro decisioni? Che abbiano tenuto in dovuto conto le conseguenze delle loro prese di posizione pubbliche rispetto a fattori economici nascosti, rispetto alla attuale condizione di medicalizzazione delle fasi terminali, e riguardo agli effetti della generalizzazione da casi limite?

6) Ritiene che i magistrati abbiano ben impiegato sull’argomento il loro patrimonio di conoscenze dottrinali ed empiriche? Date le sue conoscenze giuridiche, le pare limpida l’espressione “testamento biologico” per delle volontà da assolvere quando il testante è ancora in vita, almeno biologicamente? Ritiene utile e appropriato considerare sul piano giuridico il testamento biologico come una specie di liberatoria (ciò che in pratica è il consenso informato); o provare a vederlo, in una simulazione teorica, come un contratto a titolo oneroso, nel quale gli interessi non sono solo quelli del paziente, ma vi è uno scambio? Come esperto in contratti, non ritiene che possano esserci condizionamenti e interessi nascosti che danneggiano il contraente debole, tanto da rendere il contratto nullo?

7) Ritiene che i magistrati abbiano applicato il loro potere istituzionale con pari attenzione sulla tematica del fine vita al di fuori dei casi mediatici come Welby e Englaro? Le risultano indagini sulla qualità delle cure ospedaliere per i pazienti terminali? Crede che tutti i morenti vengano trattati coi guanti come Eluana? Che nella realtà non accada che si muoia negli ospedali in condizioni banalmente terribili?

8) Il dibattito è stato rappresentato come uno scontro tra posizioni “laiche” (favorevoli al testamento biologico) e cattoliche (contrarie, o restie). Ritiene che tale dualismo sia esaustivo delle posizioni possibili sul piano teoretico? Ritiene che il dibattito in corso sia realmente rappresentativo di posizioni dottrinali che si rifanno alla cultura laica alta e agli insegnamenti del Vangelo? Immagini una tabella 2×2 sul testamento biologico (o sull’eutanasia), che abbia come intestazione delle 2 colonne “favorevole”e ”contrario”, e come intestazione delle 2 righe “buone ragioni”e ”ragioni immorali”. Saprebbe riempire con delle spiegazioni le 4 caselle “favorevole per buone ragioni”; “contrario per buone ragioni“; “favorevole per ragioni immorali”; “contrario per ragioni immorali” ?

9) Ritiene che tutte le 4 possibilità descritte sopra siano state sufficientemente esaminate? Che si possano ridurre alla semplice dicotomia laici/cattolici? Ritiene che ci sia stato un appiattimento su posizioni convenzionali a scapito di altri punti di vista, sgraditi alle parti forti, ma forse non meno importanti e utili per i pazienti? Non ritiene intellettualmente codardo, e poco laico, propugnare la morte per inedia e allo stesso tempo ignorare i temi, più vasti e ben più antichi, dell’eutanasia e del suicidio quando la malattia fa sì che la vita venga percepita come inaccettabile o non più degna di essere vissuta? Forse esiste oggi una patologia iatrogena del fine vita, alla quale è limitato il dibattito in atto: la “agonia statica indotta artificialmente”. “L’incrodato” è l’alpinista fermo su una parete, che non riesce né a salire né a scendere. E’ davvero un sistema civile quello che provoca tali casi di “incrodati” e poi, ritirando le cure, si allontana e li lascia lì? Abbiamo creato un generatore di mostruosità prevedibili, che conferiscono all’eutanasia valore terapeutico? Non ritiene d’altro canto sventato e irresponsabile, soprattutto nel nostro sistema economico “senza pietà e senza sogni” (W. Benjamin), che si tralasci il principio aconfessionale della sacralità del corpo umano, baluardo contro le mai spente pulsioni discriminatorie e omicide della nostra specie (es. le soppressioni a fini eugenetici)?

10) Le posizioni laiche hanno per araldi figure come Umberto Veronesi, che dirige istituti clinici e di ricerca strettamente legati alla grande finanza e al profitto; e Ignazio Marino, grande sostenitore degli espianti a cuore battente. Le posizioni cattoliche corrispondono ad un’istituzione, la Chiesa cattolica, che ha anch’essa grandi interessi materiali sul tema, date le migliaia di ospedali cattolici. Ritiene che i due contendenti siano liberi da conflitti d’interesse? Ritiene che ciò che viene presentato come un dualismo insanabile laici/cattolici sia veramente tale sul piano pratico?

11) Nella ridda di pareri, vi è qualche flebile voce che se potesse farsi sentire sosterrebbe che il caso Englaro è un altro esempio di un teatrino laici-cattolici che è ormai consueto su temi di bioetica, e che ricorda i finti litigi che alcuni imbonitori inscenano tra loro per attirare l’attenzione del pubblico e convincerlo ad acquistare un prodotto. Ritiene che dietro le quinte possa esservi una vicinanza tra le forze “laiche” e quelle “cattoliche”, e una convergenza di interessi nell’introdurre presso l’opinione pubblica l’idea della necessità di accorciare le fasi terminali, in una forma più dipendente dai loro interessi che da quelli dei pazienti? Ritiene possibile che entrambi, con stili e accenti diversi, siano interessati ad un controllo di tipo “biopolitico” sulle ultime fasi della vita, e che la scelta tra le due posizioni ufficiali sia in realtà una falsa scelta, con un esito finale simile per il paziente nella gran parte dei casi?

12) “Paura di finire come Welby o Eluana, eh? Bene, quando arrivi vicino alla morte se vuoi ti stacco la spina; sempre che io dia l’OK dichiarando le tue condizioni tali da rendere applicabile il testamento biologico [dipende da quanto mi rendi nei due casi]”; “Sacrilego! Non puoi scegliere di morire [ergo sei in mio potere; e ti uso come supporto per lucrose terapie mediche quanto mi pare, in nome della difesa della vita; e siccome dopo il dibattito sul testamento biologico si sa che l’accanimento terapeutico è una brutta cosa, e anch’io lo considero immorale, se - come al mio concorrente laico - mi conviene liberare il tuo posto letto ci vorrà davvero poco, ridotto come sei]. Ritiene che tali posizioni abbiano alcunché a che fare con la trasposizione delle posizioni “laiche” e “cattoliche” nella realtà pratica?

13) E’ noto che in medicina non sempre gli interessi del paziente vengono al primo posto. I magistrati favorevoli alle rigide tesi cattoliche ritengono che la medicina praticata nell’ospedalità cattolica si distingua sostanzialmente da quella laica, e che tale differenza comporti una maggiore carità per il paziente, e un maggior rispetto per la persona? Ritengono che le cure negli ambulatori e nei reparti degli ospedali cattolici sono riconoscibilmente diverse da quelli laici, sacrificando vantaggi economici a favore di principi etici e religiosi, e fornendo quindi un fondamento tangibile e universale, nelle opere e non nella fede, alla pretesa della Chiesa di essere guida morale su questi temi? Le risulta una tendenza del clero a esercitare un controllo fine a sé stesso sulle persone, in particolare su quelle istituzionalizzate o in stato di dipendenza?

14) La magistratura appare orientata in buona parte sulla posizione “laica”. In un convegno di Magistratura democratica sui casi Welby ed Englaro tenuto presso l’aula magna del palazzo di giustizia di Milano il 16 feb 07 Veronesi ha sostenuto che i laici e i cattolici non sono dotati allo stesso modo, e che i medici “colti e consapevoli” andrebbero dalla sua parte. In effetti “cretino” viene da “chretienne”; molti cristiani appaiono come dei creduloni manovrati da un clero scaltro che mentre si dice portavoce del messaggio di Cristo prospera nel fango di questa terra. Condivide tale giudizio sulla superiorità dei laici? Questo aggregarsi sotto la bandiera di Veronesi è vera laicità o si tratta di posizioni “midcult”, di adepti guadagnati alla causa con la lusinga del titolo chic di “laico”? Ritiene che i “chretiennes” siano solo cattolici, o che ce ne siano tanti anche tra i laici, incantati dalle nuove imposture dei nuovi maghi col camice bianco, e seguaci dei sacerdoti della nuova risplendente religione scientista?

15) In USA l’avere compilato un ordine DNR (Do not resuscitate) risulta associato a povertà e ridotta possibilità di accedere alle cure terminali. I magistrati progressisti sono sicuri di stare dalla parte giusta stando dalla parte di Veronesi, cioè di Capitalia, Unicredit, Italcementi etc. ? Sono sicuri di non essere affetti dalla tendenza della sinistra italiana a farsi alfiere degli interessi del grande capitale ? Di non praticare la fine arte degli ex-PCI di cavalcare temi all’apparenza progressisti che in realtà servono interessi reazionari?

16) Le capita mai di avvertire una netta differenza e un ampio scollamento tra il dibattito in corso su Eluana Englaro e i sottostanti problemi etici del fine vita? Di provare un senso di nausea per il contenuto e i toni del dibattito, per le fiaccolate pro morte per sete e fame da un lato e i rosari a favore del dominio su un corpo senza persona dall’altro ? Ha l’impressione che i problemi etici reali del fine vita nonostante il gran parlare vengano poco sviluppati, e che anzi siano schiacciati da un dibattito artificioso e grottesco, sostanzialmente rozzo e primitivo, nel quale prendere posizione è ingannevolmente facile? In tal caso, si sente personalmente impreparato sulla soluzione dei formidabili problemi etici reali del fine vita che vengono alla luce una volta rimosso il cumulo costituito dal dibattito mediatico sul caso Englaro?

La redazione di “Uguale per tutti”, nell’introdurre l’editoriale sotto il quale il presente questionario è stato inserito come commento, fa appello alla capacità di farsi domande sul caso Englaro. L’autore del questionario, che risponderebbe affermativamente al punto 16, dispone di un surplus di dozzine di domande sul tema. Ai magistrati che rispondessero al presente questionario verrà inviato su richiesta un questionario omaggio, meno blando, con altre domande sulle responsabilità e gli interessi della magistratura nell’appoggiare l’introduzione del testamento biologico. All’occorrenza si possono preparare questionari con domande specifiche per il pubblico, per gli intellettuali e i bioeticisti, e per i giornalisti e i bloggers che discutono del testamento biologico.

Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi

17 dicembre 2008

Forum www.marcotravaglio.it

Post del 17 dic 2008

sito chiuso


La copertina del numero del 18 dicembre 2008 dell’Espresso mostra un’immagine che i media ci hanno reso familiare: un bambino in pigiama, con accanto una flebo e la pompa a infusione. Titolo: “Diossina e tumori. SOS BAMBINI. Rapporto choc sui piccoli colpiti dal cancro: in Italia sono il doppio rispetto al resto d’Europa. Dalle Marche all’Emilia, dalla Sardegna alla Campania. Inquinamento e alimentazione le cause”. Il servizio, di otto pagine, è a firma di Emiliano Fittipaldi, con un intervento del più famoso e influente oncologo italiano, Veronesi. Il sottotitolo spiega che “Crescono del 2% all’anno le neoplasie infantili in Italia. Con picchi spaventosi in prossimità di aree industriali o inquinate. Colpa di smog e pesticidi. E della contaminazione della catena alimentare”. Come è prassi in questi casi, il testo è difforme dai titoli perentori: nell’articolo gli specialisti affettano cautela prima di concedere che la causa dell’incremento di tumori pediatrici sia l’inquinamento. Come di norma, la procedura è invertita: prima la comunicazione al pubblico delle conclusioni; dopo verranno prodotti i dati scientifici e le dimostrazioni che supportano le conclusioni. Per me, che ho visto dall’interno come funzionano queste cose, è stato come sentire annunciare al telegiornale che la mafia è colpevole anche dei delitti del mostro di Firenze.

Il 13 dicembre ho tentato inutilmente di postare sul sito dell’Espresso il seguente commento all’articolo online:

“L’inquinamento è un’importante causa di cancro, senza dubbio da considerare nelle indagini su questa accelerazione esponenziale dell’andamento delle diagnosi di tumore pediatrico. Esistono evidenti elementi sul piano biologico, ed elementi giganteschi sul piano socioeconomico, che impongono di considerare anche un’altra causa generale, descritta in letteratura ma impresentabile al pubblico: la sovradiagnosi, cioè il diagnosticare e trattare come cancro neoformazioni che assomigliano al cancro ma non sono cancro. Gli epidemiologi stanno impostando una ricerca deviata, addossando tutto all’inquinamento e omettendo una pista d’indagine ragionevole ed anzi cogente, la sovradiagnosi. I giornalisti che inculcano nel pubblico l’idea che le cause dell’incremento sono esclusivamente esterne alla medicina creano un circolo vizioso alimentato da un gradiente di paura che spinge sempre più genitori e bambini verso esami diagnostici oncologici, e così verso la sovradiagnosi.”

La finestra di inserimento del commento dice che i caratteri disponibili sono 23, ma premendo “Invia”, dopo “trasferimento in corso, attendere…” appare : “ATTENZIONE, spiacente, hai superato il limite dei 1000 caratteri. Torna indietro”. Ho mandato un’email a Fittipaldi, pregandolo di fare in modo che il commento venga postato.

La foto del bambino (che in genere è cereo, senza capelli e malconcio, non roseo biondo sereno e sorridente come nella copertina) nel reparto oncologico la conosciamo tutti. E’ una delle icone del nostro tempo. Eppure molti secoli fa, nel 1977, alcuni tra i maggiori esperti al mondo scrivevano “Anche il più zelante dei pediatri vedrà pochi casi di tumori infantili in tutta la sua vita professionale” (La Clinica pediatrica del Nord America, vol. 9, n. 2. Piccin, 1977. Simposio sulla oncologia pediatrica. Pag. 155). In quell’era remota i tumori pediatrici erano un argomento esoterico, del quale si occupavano i subspecialisti. Oggi invece sono un tema giornalistico ricorrente. Un tema trattato anche dalla cronaca rosa, che le massaie hanno sulla punta delle dita, informate e aggiornate da Michele Cocuzza e dai suoi colleghi. Se ne parla tanto, e ne possono parlare anche cani e porci. Purché ne parlino in un certo modo. La cancerogenesi è prevalentemente chimica, e c’è un interesse dell’industria a coprire gli effetti cancerogeni dell’inquinamento e delle manipolazioni degli alimenti. Nel discorso sul cancro, i pesticidi appaiono essere trascurati rispetto al loro reale peso. I tragici effetti dell’usare l’atmosfera come un’invisibile discarica dobbiamo ancora apprezzarli appieno. Il controllo dell’inquinamento è molto sottovalutato come elemento chiave del controllo del cancro. Allo stesso tempo, paradossalmente, il pensiero unico impone che la causa del crescente incremento di incidenza dei tumori sia da attribuire a inquinamento e alimentazione e solo a questi fattori. Lo impone per evitare che vengano alla luce fattori ancora meno presentabili. Così abbiamo un Veronesi che minimizza, o nega del tutto, i pericoli quando si parla dell’inquinamento da inceneritori, e degli altri fattori cancerogeni derivanti dagli interessi dell’industria e della finanza; ma che si spende contro l’inquinamento quando bisogna chiedersi perché l’incidenza delle diagnosi di cancro continua ad aumentare. I progressisti italiani, ai quali l’Espresso si rivolge, corrono in soccorso nel combattere il sistema ripetendo a pappagallo gli argomenti forniti dal sistema stesso.

Conosco un medico, un certo Pansera (non il medico mafioso calabrese genero del “Tiradritto”, al quale telefonava Fortugno, e neppure il lombardo rubagalline che manipolava grossolanamente le cure alla S. Rita; un altro) che ha scritto, sotto forma di lettera all’Ordine dei giornalisti, un commento contro le manipolazioni mediatiche su temi riguardanti la salute pubblica: “Il leveraged buyout della fede pubblica nelle notizie mediatiche di successi scientifici e tecnici. Il caso del premio all’inceneritore dell’ASM di Brescia”. Ha dato la lettera anche a degli ambientalisti, e poco dopo gli ha telefonato la Casaleggio, proponendogli di pubblicarla sul blog di Grillo, offerta che ha accettato (Premio fai da te degli inceneritori. Blog di Beppe Grillo. 8 novembre 2006). “Medicina democratica”, la rivista storica della medicina “di sinistra”, invece non glielo ha chiesto, e neppure lo ha avvertito: ha pubblicato la lettera ad insaputa dell’autore, con titolo e sottotitoli arbitrari, facendone un articolo della rivista (Brescia: emblematica denuncia su un conflitto di interessi più grande dell’inceneritore ASM, di F. Pansera. Medicina democratica, n. 168-172. Agosto 2007). L’autore ha scoperto per caso di avere pubblicato un intervento sulla rivista che fu di Maccacaro: un onore, ma troppa grazia. Beato lui, che non deve neppure chiedere. Se invece un medico volesse dire che per spiegare l’elevata incidenza di tumori in zone come Brescia, dove gli ospedali hanno sostituito i capannoni, oltre che all’inquinamento bisogna guardare alle sovradiagnosi e al conseguente sovratrattamento; e che all’inquinamento non andrebbero imputati, oltre alle sue immense colpe reali, anche delitti che non ha commesso, allora invece di un tappeto rosso troverebbe davanti un muro di silenzio e ostilità.

Gridano “Sos” ma non credo che cerchino veramente aiuto per risolvere il problema. Una conseguenza notevole delle sovradiagnosi è che fa sembrare che si ottengano successi terapeutici. Curare i sani è molto più facile, appagante e redditizio che curare i malati. Lo spiego con una favola che non è per i bambini. Poniamo che nel paese di Acchiappacitrulli, o, se si ritiene il nome politicamente scorretto, a Springfield, da sempre ci sia un caso all’anno di tumore cerebrale, invariabilmente mortale. Un giorno un medico fa una scoperta, accidentalmente, come spesso avviene nella storia della scienza. Un sintomo del tumore cerebrale è la cefalea, che è anche un disturbo molto comune. Allo studio di questo medico si presenta lamentando cefalea un tipo particolarmente querulo, che in testa di anomalo ha solo la forfora, sul piano organico. Il medico è stanco e scorbellato. Dalla finestra aperta entra una zaffata di un fumo dolciastro, proveniente dal rave party che si tiene nel vicino centro sociale. Il medico sovradiagnostica la forfora come tumore cerebrale. Questo particolare paziente, che in realtà ha solo la forfora, ma essendo stato etichettato come malato di cancro al cervello come tale viene trattato, appare rispondere alle cure oncologiche alle quali il medico lo sottopone: sta male (a causa delle terapie), ma non muore dopo pochi mesi, a differenza di tutti gli altri casi precedenti. Alla fine viene dichiarato guarito dal cancro. Essendo stati diagnosticati e trattati in quell’anno non uno ma due tumori cerebrali, gli statistici, che come ha scritto Renzo Tomatis “in genere sono più svegli dei colleghi biologi”, segnalano che l’incidenza di tumori cerebrali è aumentata, ma si è riusciti a ottenere guarigioni del cancro al cervello in quella coorte di due persone, dimezzando i casi infausti e portando la sopravvivenza da 0 al 50%. Dopo alcuni anni di duro lavoro di sviluppo di quel primo pionieristico risultato, i medici del paese sono arrivati a diagnosticare dieci tumori cerebrali all’anno: nove sovradiagnosi su soggetti con la forfora più l’unico caso di autentico tumore cerebrale. Risulta che l’incidenza dei tumori cerebrali è molto cresciuta, ma la medicina ha fatto passi da gigante, arrivando a salvare il 90% dei malati. La mortalità per tumore cerebrale resta invariata: 1 sul totale della popolazione all’anno. Qualche anno avviene che la mortalità aumenti, perché le terapie, es. un intervento neurochirurgo o la chemioterapia, comportano un rischio anche per chi ha solo la forfora (nel frattempo ribattezzata “dermatite seborroica atipica” (DSA), e ulteriormente distinta secondo una scala di sette livelli di displasia, a rischio crescente di trasformazione tumorale). Col sistema dei nove forforosi i medici ora hanno, invece di un solo paziente all’anno con quella patologia, dieci pazienti; e presto molti di più, perché, grazie alla responsabile discesa in campo delle case farmaceutiche, propiziata dalla mediazione di politici e sindacalisti animati da passione civile, con la benedizione della Chiesa e la fattiva partecipazione di onlus, volontariato e tante realtà della società civile, sta per partire un programma di screening che riguarderà tutta la popolazione a rischio. I medici non devono più scervellarsi su come curare quell’unico caso annuale, per poi essere guardati con sfiducia dati i costanti insuccessi. Al contrario, ricevono soldi a palate e ossequio dalla gente, che affolla le sale d’aspetto dei loro studi, spaventata dall’epidemia di tumori cerebrali e riconoscente verso quei medici che riescono a guarire ben nove casi su dieci. O otto casi su dieci.

Nella realtà le cose ovviamente non avvengono così. Ma non vanno neppure come in un esperimento condotto da Enrico Fermi. Consideriamo ad esempio i linfomi. Capisco che a leggerlo non ci si crede, ma, come per altri cancri, non ci sono studi (basati su una correlazione tra istologia o altri esami e prognosi) che definiscano in maniera scientifica ed esaustiva benigno e maligno: cosa è linfoma e cosa non lo è. Si distingue bene, su basi empiriche, tra i quadri che sono agli estremi opposti, ma la distinzione nella zona grigia è lasciata a convenzioni, basate sulla morfologia o su esami indiretti di laboratorio che sono tanto sofisticati quanto non sufficientemente validati, o per nulla validati. Questa incertezza di fondo è stata incastellata entro una bizantina classificazione dei vari sottotipi. Sarebbe invece indispensabile avere criteri fedeli al vero, solidi e chiari, perché il tessuto linfoide, che è deputato alla risposta immunitaria, ha una notevole capacità fisiologica di proliferazione, anche clonale, che può mimare il cancro. Una capacità particolarmente spiccata nell’infanzia, quando viene a contatto con nuovi stimoli antigenici. Nell’infanzia il tessuto linfoide è il tessuto col tasso di crescita più rapido, dopo di che subisce un’involuzione. E’ noto almeno dalla fine degli anni Cinquanta che alcuni stimoli, come la somministrazione di certi farmaci, possono provocare proliferazioni pseudolinfomatose. Risale ad almeno 40 anni fa la nozione che è sufficiente la reazione ad uno stimolo antigenico, come una vaccinazione, a simulare un linfoma (Hartsock R.J. Postvaccinal lymphadenitis: hyperplasia of lymphoid tissues that simulates malignant lymphoma. Cancer, 1968. 21: 632-649). I nuovi sofisticati test molecolari indiretti più che superare tali trabocchetti permettono di meglio cadervi dentro, instillando una sicurezza infondata, facendo credere a chi vuole crederci che i falsi positivi sono un problema ormai superato, da non prendere neppure in considerazione nelle indagini sulle cause dell’incremento annuo dei linfomi nell’età da 0 a 14 anni: un allarmante +4,6%, contro il +0,9% europeo. Un ingrossamento linfonodale è un’evenienza comune, che non sempre è legata ad una causa evidente come una carie dentaria. Se, sulla spinta degli Sos mediatici, aumenta il numero dei bambini con ingrossamento linfonodale che vengono riferiti a centri specialistici e sottoposti a biopsia per escludere un linfoma; e se, basandosi sui “rigorosi” ma in realtà traballanti criteri ufficiali, si diagnosticano come linfoma alcune particolari proliferazioni reattive, non neoplastiche, dei linfonodi dei bambini, allora la frequenza di linfomi nei bambini balzerà in alto, e le stime sulla percentuale di bambini con linfoma vivi dopo 5 anni sembreranno migliorate. Come ha scritto Tomatis, gli statistici sono sì molto intelligenti, ma “stringono al laccio di una formula, e strozzano, dati sperimentali o epidemiologici che andrebbero considerati in un contesto biologico del quale hanno scarsa conoscenza”. Si confermerà che è in corso una specie di epidemia, ma c’è salvezza nelle cure, e si sarà così instaurato un circolo vizioso. Se sono sufficientemente gonfiate con le sovradiagnosi, le percentuali di sopravvivenza possono falsamente apparire migliorate perfino se il numero di bambini deceduti per linfoma autentico – o per le pesanti terapie oncologiche – in realtà aumentasse. Non è difficile che si inneschi un circuito del genere; anche perché l’errore sistematicamente orientato alla sovradiagnosi comporta vantaggi. Pane, lavoro e gloria per i medici e ricercatori; maggior volume d’affari per il business medico, del quale fanno parte anche media e giornalisti.

Gli sbandierati successi sul cancro, “ci si ammala di più ma si muore di meno”, sono legati a questo equivoco. Le sovradiagnosi provocano miglioramenti spuri della sopravvivenza, che è data dalla frazione delle persone vive tra quelle che sono state trattate. Ma non migliorano la mortalità, e possono peggiorarla. La mortalità è data dalla frazione di persone che muoiono di un determinato tumore rispetto alla popolazione generale. Si crede intuitivamente che al variare di uno dei due indici l’altro vari necessariamente in senso opposto, ma non è così. Sopravvivenza e mortalità non sono misure complementari: può accadere che l’intervento medico, e in particolare la sovradiagnosi, migliori (fittiziamente) la sopravvivenza e peggiori (realmente) la mortalità, cioè faccia elevare entrambi gli indici (Reich J.M. Improved survival and higher mortality. The conundrum of lung cancer screening. Chest, 2002. 122:329-337. Reperibile su internet). L’articolo mostra che sovradiagnosi possono avvenire anche per entità diagnostiche dai contorni più definiti dei linfomi, quali i carcinomi polmonari. Delle due grandezze quella più valida come indice dell’efficacia delle cure è la mortalità. (Di recente, anni dopo che un importante epidemiologo aveva osservato come la mancata riduzione della mortalità sbugiardasse i proclami di progresso contro il cancro, sono stati riportati modesti cali relativi di mortalità, alcuni autentici, come quelli attribuiti alla riduzione del fumo di sigaretta, altri discutibili e criticati; nel 2002 il National Cancer Institute ha abbandonato le promesse di un futuro senza cancro, predicendo per il 2050 un raddoppio dell’incidenza). I successi terapeutici di cui parlano i giornalisti, e gli scienziati che i giornalisti intervistano, si riferiscono il più delle volte alla sopravvivenza, anche se la chiamano “mortalità”. La sopravvivenza più diagnosi si taroccano più migliora. Diversi tipi di tumore si prestano, dato il contesto biologico, a questo gioco. Il pubblico non si stanca mai di sentirsi ripetere la stessa favoletta dei successi terapeutici, che comporta un aumento dei valori dell’incidenza. Purtroppo non c’è un Travaglio del giornalismo medico che sappia e voglia fare chiarezza (o se c’è l’hanno già sistemato), mentre ci sono tanti giornalisti medici che mangiano amplificando l’equivoco, agitando paure e speranze che vanno molto oltre le giuste paure e le giuste speranze, rastrellando così bambini e adulti verso la tramoggia dell’industria oncologica.

Epidemiologia, pagina 1: “association is not causation”. I picchi di incidenza di cancro associati alle aree industriali sono anche associati ad aree dove l’oncologia è parte integrante del sistema industriale ed è fattore di crescita economica. La linea della medicina industriale si va estendendo al Sud. Il cancro aumenta nelle aree più moderne del Sud, che adottano la medicina del Nord; e in quelle dove maggiore è l’inquinamento, e quindi maggiore è l’esposizione ad agenti cancerogeni, ma dove è maggiore anche il degrado sociale, e quindi la vulnerabilità a manipolazioni e ad uno sfruttamento economico selvaggio e incontrollato, come la Campania. Al Nord un armonioso e ordinato sviluppo dell’industria del cancro ha creato successo sociale e benessere. La regione con i più bassi tassi di incidenza e mortalità per tumore standardizzati per età finora è stata la Calabria, la solita ultima della classe, mentre le province del Nord verso le quali si indirizzano i “viaggi della speranza” dei meridionali malati di cancro brillano come il fanalino di coda nelle statistiche sul cancro. In un articolo del 1974 sul Lancet, Ivan Illich osservava che le regioni povere sono a volte risparmiate dagli effetti più sinistri della medicina iatrogena. E’ probabile che con l’arrivo della civilizzazione tra pochi anni il Sud potrà vantare statistiche sul cancro simili a quelle del Nord, e forse anche peggiori. Conseguenza del maggior inquinamento e degli alimenti industriali, ma anche della iatrogenicità della tanto invocata medicina “d’eccellenza”.

Con l’attuale incremento annuo medio ufficiale del 2%, (è verosimile che la situazione reale sia ancora peggiore) i tumori pediatrici potrebbero raddoppiare in 35 anni. Ma il fenomeno è generalizzato: le statistiche ISTAT riportano che in Italia l’incidenza del carcinoma della prostata, un cancro dell’anziano, è quasi raddoppiata in appena cinque anni, con un incredibile +94% tra il 1998 e il 2002. (a riguardo vedi: Tombesi M. Il PSA avanza ma il tumore non recede. Occhio clinico Aprile 2007. Reperibile su internet). Come se il cancro fosse l’epifania della Grande livellatrice, un’inerzia accomuna le classi sociali, i semplici e gli istruiti, chi è ricco e chi non ha nulla da perdere. Tutti accettano supini, senza fiatare, il pacchetto completo: l’impennata più le spiegazioni allegate dagli stessi soggetti che ne beneficiano. Azzardo l’ipotesi che l’incidenza doppia di tumori pediatrici rispetto al resto d’Europa sia un indice della particolare mancanza di spina dorsale degli italiani, che li rende da un lato cinici esecutori e dall’altro facile preda di queste truffe di alto bordo. Sono pronti a lanciarsi in chitarronate lacrimose sul bambino malato, ma non pensano a proteggere i bambini chiedendosi se non stiano avvenendo, in una forma diffusa, sofisticata, istituzionalizzata e impersonale, manipolazioni truffaldine a scopo di lucro del genere di quelle che tutti hanno visto col caso S. Rita, dove la frode medica ha fatto la sua comparsa presso il grande pubblico, sia pure in una versione rozza e primitiva, che sta alle manipolazioni alle quali mi riferisco come banconote false ottenute con una fotocopiatrice a colori stanno alle banconote false che un istituto di emissione stampi con cliché autentici, duplicando serie e numeri di biglietti che aveva già stampato legalmente (ciò che fece nell’Ottocento la Banca Romana). (Questo sul piano tecnico; sul piano politico, è stato un segnale ai medici che pensano di poter parassitare a piacimento gli oliati meccanismi di precisione della frode medica strutturale, rovinandoli con le loro truffe pedestri, e mettendo così a repentaglio, per racimolare quattro soldi, un business che si misura in miliardi e in centinaia di miliardi; e forse anche un segnale “pro domo sua” di magistrati e polizia affinché i medici escludano dalle truffe le categorie privilegiate, riservandole alla gente comune). Asportare un lobo polmonare per polmonite, al fine di intascare i soldi del rimborso, come è avvenuto alla S. Rita, è un imbroglio da medico di Jacovitti, che taglia la gamba al paziente col saracco del falegname; ma il citato articolo di Reich mostra come sia possibile arricchirsi asportando addirittura lobi polmonari senza reali indicazioni, e provocando quindi incrementi della morbidità e mortalità, basandosi però su motivazioni apparentemente razionali e scientifiche. Dagli organi interni come il polmone si dovrebbe poi passare a esaminare i casi di strutture anatomiche non critiche per la sopravvivenza: a cominciare dalla mammella, il regalo di Dio ai chirurghi, quelle ghiandole sudoripare modificate che sembrano messe sul torace apposta per eseguire interventi chirurgici, e altri lucrosi interventi medici, amputandole o svuotandole a catena di montaggio e con poco rischio. Si potrebbe paragonare, attirandosi i fulmini dell’inclita e del volgo, i fibroadenomi e la mastopatia fibrocistica curate alla S. Rita mediante quadrantectomia e radicalizzazione (che è un po’ come curare una pustola acneica localizzata sul naso mozzando il naso) con le neoplasie in situ della mammella curate nei centri “seri” in seguito agli screening di massa, dove il grottesco si confonde con complessi aspetti biologici, e dove occorrerebbero tanta onestà e discernimento, mentre a regnare sono altri valori.

L’articolo dell’Espresso mostra che su una cosa importante come la salute si superano gli steccati, che già non sono molto alti: c’è un accordo bipartisan per fare girare il tritacarne stampasoldi che è diventata la medicina. Mostra come il ruolo della sinistra sia quello di fare da spalla, da compare, agitando temi pseudoprogressisti, dicendo cose che suonano “di sinistra” ma che in realtà reggono il gioco a quella che dovrebbe essere la controparte. La presente critica dell’articolo mostra che nella società avanzata il dissenso tecnico può fornire ciò che è oggi è carente, una forma attuale di dissenso politico, capace di contrapporsi al blocco di potere destra/sinistra.

La medicina è anche una forma di religione secolare, e oltre alle simpatiche reazioni degli interessi che va a toccare, chi scrive queste cose deve temere la reazione del pubblico. Spesso quelli che si lasciano intortare come babbei dall’attuale scellerata medicina commerciale sbranano chi tenta di aprire loro gli occhi, come alcuni commenti a questo post su questo illuminato forum potrebbero mostrare. Salvo eccezioni, non risponderò ai commenti. Il post è scritto per tutti; un sommesso augurio di serenità per il Nuovo anno; ma è indirizzato alla minoranza di lettori che sono in grado di valutare questa pulce nell’orecchio, in base al buon senso e alla conoscenza del mondo se non su base tecnica. Spero che ne tengano conto, e che aiutino chi è esposto senza difese a questi raggiri. Gli altri, forse è bene che continuino a portare senza remore i loro figli, e sé stessi, alla medicina che è sostenuta e protetta dal gruppo editoriale Repubblica-l’Espresso, dagli illustri luminari che vi scrivono, dalle forze produttive, e dalle benemerite istituzioni dello Stato.
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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia

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