Archivio per il 'Praticità del teorico'Categoria
26 gennaio 2012
Blog de Il Fatto
Commento al posti di A. Bellelli “Aids, l’epidemia che esiste” del 26 gen 2011
Postato su questo sito il 21 feb 2012 causa boicottaggio Telecom
Ho acquistato online (pur essendo un medico, la frequentazione delle biblioteche biomediche mi è di fatto interdetta da molestie e boicottaggi) l’articolo di Lohse et al (Annals of internal medicine, 2007, 146: 87) che secondo il prof. Bellelli dimostra la validità del principio che l’AIDS è causato dall’HIV. L’articolo non contiene alcun dato che consenta tale inferenza; infatti gli autori si astengono dal trarla. Al contrario, nella discussione dei risultati gli autori ammettono che la minore aspettativa di vita che, nel loro studio, risulta in coloro ai quali è stata attribuita una positività per l’HIV, può derivare da altri fattori, costituendo queste persone un gruppo esposto a maggiori fattori di rischio della popolazione generale. Lohse et al riconoscono esplicitamene che attribuire l’eccesso di mortalità all’HIV può essere una “overestimation” dovuta a tale fattore confondente.
Né gli autori, pur desiderosi di riconoscersi nell’ortodossia, si macchiano dell’affermazione che la riduzione di mortalità provocata dalle nuove terapie è una prova che l’HIV causa l’AIDS; consapevoli che così dicendo considererebbero dei farmaci altamente tossici, quelli delle prime terapie per l’AIDS, come controllo della prova ex adiuvantibus.
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Prof. Bellelli, forse è meglio che sia lei a rileggere quanto ha scritto. Appare che lei affermi e neghi le stesse asserzioni. E che adotti una forma imprecisa e ambigua che favorisce ciò; ad esempio, lei scrive “relazione Hiv-Aids” ma evita di dire, come invece dovrebbe visto che è ciò di cui sta parlando ai lettori, considerandolo un dato indiscutibile, “relazione causale Hiv-Aids”. Questo mi ricorda quel classico studio epidemiologico che trovò una strettissima correlazione positiva tra frequenza di nidi di cicogne e tasso di natalità tra le città di un paese del Nord Europa; mentre non ci sono studi che mostrino che tale fortissima relazione tra presenza di cicogne e nascite sia causale. Il fattore confondente era il benessere economico, che oltre che un incremento delle nascite portava a un maggior utilizzo dei riscaldamenti, e quindi favoriva la nidificazione.
E’ anche curioso che un professore di biochimica medica porti come prova di un’etiologia virale studi epidemiologici (interpretati arbitrariamente) anziché studi di laboratorio. Io non sostengo nulla; le dico solo “show me”: l’onere della prova è su chi afferma. Mi pare che lei sostenga che l’AIDS è causato dall’HIV. Se non è, come ora anche lei mi pare ammetta, la pubblicazione che lei ha citato a provarlo, la cosa più semplice, e anche quella doverosa, è che lei indichi per favore la pubblicazione o le pubblicazioni che riportano la prova di ciò: Autori, Titolo, Rivista, Anno, Volume, Pagina.
Grazie per l’invito nella biblioteca dell’istituto che dirige. Ne approfitterei se fossi a Roma anziché a Brescia, dove hanno metodi più spicci per acquisire meriti presso le multinazionali.
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Usare come prova ciò che poi si chiama “conferma” costituisce un petizione di principio. Se si ammette di non avere certezze non bisognerebbe trattare come visioni importune o pericolose le ipotesi alternative avanzate da numerosi scienziati accreditati. E il principio che bisogna provare ciò che si afferma vale anche per l’asserto che l’ipotesi Hiv-Aids sarebbe la più forte sul piano scientifico. Questa è una versione estrema del proclamare a priori un’ipotesi come la più forte e su questa base escludere le altre; i sociologi della scienza chiamano questa forma di profezia che si autoavvera “Effetto San Matteo”.
Neanch’io desidero continuare la discussione, perché mi sembra di ricevere la risposte che in “Totò Peppino e la Malafemmina” i fratelli Capone davano a Mezzacapo dopo averlo invitato a chiedere un risarcimento per il danno subito. E’ interessante che nella scenetta Totò, Peppino e Mezzacapo mentre parlano girano attorno a un tavolo; in un girotondo che ricorda il circulus in probando del prof. Bellelli e di tanti altri.
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1 dicembre 2011
Blog Appello al popolo
16 dic 2011
Postato su questo sito il 14 feb 2012 causa boicottaggio Telecom
Mentre c’è la crisi, e il governo impone nuovi prelievi e restrizioni, un analista della Global Insight, società di “market intelligence”, ha definito “fairly generous” il tetto di spesa (62,5 milioni di euro) stabilito dalla nostra agenzia del farmaco, l’AIFA, nell’approvare il Brilique, un antiaggregante piastrinico. Gli antiaggreganti piastrinici costituiscono una classe di farmaci da prescrivere e dosare con cautela, potendo provocare emorragie; non da distribuire a vagoni. E’ una delle quattro classi di farmaci che, mentre non vengono comunemente considerate ad alto rischio, insieme risultano causare i due terzi dei ricoveri d’urgenza di anziani per effetti avversi da farmaci, ha evidenziato un recente studio. Anche le approvazioni e i pagamenti stabiliti nella stessa tornata per altri farmaci hanno sollevato giudizi positivi in chi cura gli interessi di chi riscuote: “L’Italia continua ad essere un mercato affidabile per i farmaci innovativi [nonostante le difficoltà economiche e gli alti livelli di debito pubblico]” ha aggiunto l’analista [1].
La segnalazione della Global Insight sembra dire alle case farmaceutiche che per i loro prodotti col nuovo governo italiano possono continuare ad andare a colpo sicuro, almeno finché ci sarà qualcosa da raschiare. Tra i prodotti farmaceutici approvati dall’AIFA considerati dalla Global insight, che frutteranno centinaia di milioni di euro nei prossimi due anni alle case farmaceutiche, c’è anche l’oncologico Jevtana, per il cancro della prostata; la casa produttrice Sanofi converrà con la Global Insight che “il sistema italiano rimane aperto in maniera rassicurante alle nuove terapie”, dopo che il suo farmaco nel settembre scorso è stato respinto in primo grado dal NICE, l’omologo britannico dell’AIFA.
Gli inglesi hanno così motivato il respingimento:
a) Il Jevtana avrebbe dimostrato di prolungare la vita di poco più di due mesi. Per il NICE (che sa come funzioni la “scientificità” della ricerca sui prodotti da 48 milioni di euro di fatturato a trimestre come il Jevtana) un prolungamento inferiore a tre mesi non è un dato sufficientemente robusto per provare l’effettiva capacità di prolungare la sopravvivenza.
b) Il prolungamento putativo della sopravvivenza è associato per certo al rischio di effetti collaterali ematologici, gastrointestinali e renali e quindi di una peggiore qualità di vita. Gli effetti avversi possono essere anche gravi o mortali.
c) Il rapporto costo/Qaly, cioè tra costo e guadagno di vita corretta per la qualità, ammettendo tale guadagno, sarebbe troppo alto: 89˙000 sterline per Qaly, quando il limite raccomandato dal NICE è di 30˙000 sterline per Qaly. Un ciclo di trattamento costa 22˙000 sterline.
In Italia invece, nonostante il vago sentore british dei nuovi governanti, le risorse vengono impiegate per l’uso eroico del Jevtana, per poi naturalmente mancare per interventi più utili. Sono d’accordo che Albione sia perfida; però un poco i fatti suoi se li sa fare. E’ possibile che, dato che comandano le oligarchie finanziarie, alla fine il farmaco passi anche là, ma a un prezzo minore, e con la nomea di ripescato, non di “miracle-drug”; per lo meno gli esperti dell’agenzia nazionale UK non avranno ceduto senza combattere; invece che vestirsi da fessi e raccogliere le lodi della controparte, avranno limitato i danni alla cittadinanza. In Italia il 50% dei bambini assume almeno un antibiotico all’anno – molto spesso inutilmente e con effetti nocivi – contro il 14% dei bambini inglesi.
“Farmaco innovativo” suona bene, ma il suo significato reale non è così positivo. L’innovazione è quella schumpeteriana, volta al profitto; che nel caso della medicina si congiunge alla speranza della novità, della buona nuova che porta la salute. E’ una categoria merceologica ben definita, della quale il Jevtana è un esempio tipico, che fa drizzare le orecchie agli operatori finanziari; e le dovrebbe fare drizzare, per ragioni diverse, anche al paziente. L’industria farmaceutica è orientata a emettere di continuo “novità” da quella che chiama la “pipeline”, in modo da lucrarvi; si tratta in genere di rimaneggiamenti dell’esistente, che spesso è di base non efficace o poco efficace; si riducono alcuni difetti e problemi ma ne introducono altri; l’effetto principale è il mantenimento o l’incremento degli introiti, a spese della Domanda. Due passi avanti e uno indietro, o uno avanti e due indietro. Siamo abituati ad attenderci l’ultima novità; nonostante vi siano esperti che, in campo farmacologico, lo sconsigliano espressamente, osservando che i farmaci nuovi possono essere peggiori di quelli vecchi [2]. I farmaci, a chi li deve assumere o fare assumere ad altri, conviene distinguerli in utili e dannosi, piuttosto che in vecchi e nuovi.
Con questa sua “generosità” e “apertura” verso i farmaci innovativi, il governo Monti conferma di non essere “donna di province” ma il governo dei grandi interessi finanziari. (Liberalità che si associa a metodi criptofascisti di repressione di chi è di ostacolo a questi interessi in campo medico). Si dice che questo governo sia illegittimo in quanto non derivante da elezioni democratiche. Però l’episodio mostra che, anche se non eletto, ha un suo elettorato virtuale: che i suoi comportamenti, pur contrari agli interessi nazionali e del popolo, riflettono le opinioni e la mentalità di parte non trascurabile degli italiani.
Infatti, se anche la notizia non fosse stata tenuta fuori dal palcoscenico mediatico, non è detto che avrebbe necessariamente ricevuto la condanna unanime dell’opinione pubblica. Sulla decisione del NICE devono aver pesato l’allarme lanciato da commentatori anglosassoni sui nuovi farmaci oncologici “innovativi”: sul loro costo insostenibile e sulla loro scarsa efficacia e i pesanti effetti avversi; e la discussione sulla futilità di dare farmaci tossici e costosissimi a pazienti che comunque hanno un’attesa di vita di settimane. I medici spesso scelgono per sé stessi l’astensione da ulteriori cure per lo stadio avanzato e terminale [3] . Ma in Italia all’idea di non rimborsare il “salvavita” alcuni griderebbero al nazismo, col sostenere che non è giusto togliere vita o almeno speranza ai malati di cancro, o argomenti del genere; invocherebbero il liberalismo contro la cultura clerico-crociana, magari citando Locke e Stuart Mill; e molti, pur stando zitti, assentirebbero. Rifiutando di pensare che alla fine starebbero chiedendo di aggiungere castighi come infezioni gravi e insufficienza renale alle ultime settimane dei malati di cancro alla prostata.
Probabilmente molti difensori del Jevtana sarebbero gli stessi che poi, per paura di soffrire, ambiscono, indotti dalla propaganda, a forme di interruzione delle cure, e magari anche dell’alimentazione per via orale, o all’eutanasia, ma mediante il “testamento biologico”, che sostanzialmente è una liberatoria che lascia che la decisione dipenda dal giudizio degli interessi medici, laici e preteschi, prima che dal loro interesse [4]; e che non rileverebbero alcuna contraddizione tra le due posizioni. Su Il Fatto, che ha trovato in Monti la soluzione alle angosce per la cafonaggine di Berlusconi, l’orientamento prevalente propugna sia il testamento biologico, e ora anche il suicidio assistito, presentati come alta manifestazione di pensiero laico; sia l’allocazione dei fondi disponibili per la sanità nell’incremento dell’acquisto delle “terapie innovative” oncologiche [5].
Non si parla di come molte situazioni di fine vita da non augurare a nessuno possono essere prevenute o ridotte evitando di ricorrere a cure commerciali come quella alla quale i successori di Berlusconi, continuatori della sua opera, spalancano le porte e le casse dello Stato. Si trascura che, se si vogliono avere trattamenti che guariscono, è altamente imprudente consentire all’industria e alla finanza di rendere la cura del cancro l’equivalente di un titolo a rendimento annuale elevato, crescente e che non scade mai.
I nostri governanti, amministratori, tutori della legalità, opinion makers più o meno consapevolmente si vendono e ci vendono, come hanno sempre fatto, a questi interessi. Nel popolo, la coerenza è quella del sottomesso che è costante nel credere che ciò che è meglio per i suoi interessi è quanto chi comanda gli dà o gli prospetta. In futuro tanti, a cominciare dai progressisti italiani rassicurati dal loden di Monti, avranno ciò che chiedono: sia i farmaci inutili e costosi che aumentano la sofferenza e tolgono risorse, sia il venire liquidati, non sempre con metodi rapidi e indolori, quando non saranno più convenienti economicamente come supporto ai prodotti medici.
pubblicato anche su http://menici60d15.wordpress.com/
- Taylor N. Italy announces reimbursement for innovative new drugs. Pharmatimes world News. 14 dic 2011
- Grady D. Cit. in http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/15/la-medicina-come-rimedio-ai-limiti-della-crescita-economica/
- Murray K. How doctors die. 8 dic 2011 Zocalo public square.
- http://menici60d15.wordpress.com/2009/06/24/il-riduzionismo-giudiziario-nella-frode-medica-strutturale-il-caso-del-testamento-biologico/
- Moccia F. La Sanità e gli sprechi del parto cesareo. Il Fatto, 15 dic 2011
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@Gengiss. Infatti non si dice che il governo Monti abbia privilegiato un singolo farmaco, ma che dopo il suo insediamento è passato un intero pacchetto con criteri tali che rassicurano, secondo un analista, produttori e investitori sull’orientamento generale del nuovo governo; mentre nel mondo occidentale le misure dei governi alla crisi economica stanno provocando da tempo le reazioni preoccupate delle case farmaceutiche.
Monti pare sia stato mandato al governo per arginare tale crisi; a costo di sacrifici a carico dei cittadini, con misure che sta varando celermente. Credo sia significativo che mentre per i cittadini il prelievo di ricchezza mediate lo Stato aumenta ulteriormente, i servizi forniti in cambio diminuiscono, e dilaga l’insicurezza, ci siano voci che considerano il governo Monti generoso e rassicurante; e che siano quelle potenti dell’industria farmaceutica; e per prodotti come il Jevtana.
E’ giusta invece l’enfasi sulla natura tecnica, quindi teoricamente indipendente, dell’AIFA. In questi giorni un ex direttore dell’agenzia “più o meno indipendente”, Nello Martini, è stato rinviato a giudizio per disastro colposo, avendo omesso, dietro pagamento di tangenti, di informare il pubblico sugli effetti avversi di alcuni farmaci. Per i magistrati quindi l’operato di un recente direttore dell’AIFA è da galera.
Addetti del settore considerano sinceramente i pesanti reati dei quali Martini è stato accusato come delle inezie; e in effetti sono poco cosa, rispetto al quadro generale del quale sono parte. Diversi commentatori, anche autorevoli, difesero Martini all’epoca dell’arresto di altre persone coinvolte nel caso, descrivendolo come relativamente più indipendente dalle pressioni dell’industria farmaceutica di chi gli è succeduto; non credo che avessero torto in questa valutazione comparativa.
Pubblicato in: Agenzie morali parassitarie, Avversione della sinistra deuteragonista per l'opposizione autentica, Biopolitica, Borghesia compradora, Buonismo medico, Carattere nazionale e radici storiche del malcostume, Censura del dissenso tecnico, Censura su questioni bioetiche, Clero e frode medica strutturale, Coltivazione dell'ignoranza, Complesso biomedico-mediatico, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Crimine dei colletti bianchi, Crimine universitario, Difesa diritti fondamentali pre-costituzionali, Difesa istituzioni repubblicane dagli occupanti, Diritto all'informazione, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Dittatura a stampo, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Eutanasia, Falsa coscienza e buona fede degli operatori nella frode medica strutturale, Fiducia nelle istituzioni, Frode medica strutturale, Frodi quantitative, Iatrogenesi, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Inautenticità della sinistra, Indebolimento metodologia scientifica, Influsso delle oligarchie finanziarie, Istituzionalizzazione del crimine, Istituzioni ibride, Libertà dalla bugia, Malamisura, Manipolazione delle statistiche sul cancro, Manipolazione ideologica, Mediocrità etica e intellettuale tra gli scienziati, Midcult progressista, Neoalchimia, Omertà scientifica, Partito americano, Passaggio da medicina dei baroni a medicina delle multinazionali, Paziente come supporto, Politica e biomedicina, Praticità del teorico, Promesse messianiche di successi scientifici, Propaganda di malattie, Responsabilità del pubblico nella frode medica strutturale, Riconoscimento dell'extramediatico, Scientismo, Scienza ad auctoritatem, Scienza e medicina come nuove religioni, Selezione opportunistica dei pazienti, Silenzio osceno, Sinistra compradora, Sinistra deuteragonista, Sovratrattamento, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Successi spuri nella lotta al cancro, Teatrino laici cattolici su questioni bioetiche, Tecnologia irrazionale pro business, Testamento biologico, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza e medicina | Commenti disabilitati
25 novembre 2011
Sito “Partecipasalute” (Ist. Mario Negri, aderente allo standard Honcode per l’affidabilità dell’informazione medica).
Commento al post di Anna Roberto “Tumori e sopravvivenza: dati rapporto AIRTUM 2011″ del 25 nov 2011.
“Partecipasalute”, che vuole che i cittadini “partecipino e decidano consapevolmente”, e ha un comitato scientifico di tutto rilievo, dovrebbe spiegare che l’informazione dell’AIRTUM che riporta senza commenti è gravemente carente sul piano tecnico, etico e politico. La “sopravvivenza” di cui si parla è la sopravvivenza data una diagnosi di neoplasia; ed è diversa dalla mortalità, il tasso di decessi per tumore nella popolazione.
Il Sud ha una sopravvivenza statistica più bassa; ma ha avuto tassi di mortalità migliori del resto d’Italia: contrariamente a quello che l’articolo fa credere, al Sud si muore di cancro meno che al Nord (salvo progressi della ultim’ora). Il paradosso è spiegabile, tra gli altri fattori, con le sovradiagnosi di tumore, derivanti soprattutto da programmi di screening: nella mortalità le unità statistiche e la variabile in esame sono oggettive; nella sopravvivenza possono essere gonfiate.
Partecipasalute potrebbe informare su come nell’ortodossia internazionale stia crescendo la richiesta di informare i pazienti dei rischi di sovradiagnosi e altri danni dei programmi di screening. Richiesta rafforzata da studi recenti che hanno mostrato come ad es il principale screeening oncologico, quello per la mammella, salva non più che pochissime vite; contrariamente a quanto propagandato in Italia da studi e notizie come quelli in oggetto.
Sarebbe anche necessario, per un’informazione corretta, considerare il cancer burden e i DALY per cancro, cioè comparare quanta vita toglie il cancro, per morte e per menomazione della qualità di vita. Lo stesso meccanismo che fa ingannevolmente credere che si viva di più al Nord che al Sud dato il cancro, cioè le sovradiagnosi, che pongono in una condizione di malato ed espongono a rilevanti rischi iatrogeni, peggiora ulteriormente i DALY, cioè la qualità di vita e presumibilmente la longevità, al Nord.
Più che di un bias macroscopico inspiegabilmente trascurato, questa informazione tendenziosa, per non dire capziosa, appare come il riflesso di una volontà sistematica, volta a rafforzare, e ad estendere al Sud, la medicina commerciale e speculativa, inutile e dannosa per i pazienti ma redditizia e comoda per chi a vario titolo la gestisce.
§ § §
La negazione del conseguente
Che le statistiche di cancro al Sud, dove la sanità ha piaghe diverse, si sarebbero allineate a quelle del Centro Nord lo predissi anni fa [1], anche nel denunciare come bufala la rivelazione della “nave dei veleni” di Cetraro [2]. Ma non credo si possa ancora parlare di “sostanziale omogeneizzazione”, se non per alcune aree, come la Campania. Quando in questi anni ho detto che la mortalità per tumore in Lombardia risulta del 30% più alta che in Calabria [3], il più delle volte ho osservato, sui volti sia di calabresi che di lombardi, un’espressione di incredulità. Questo non è che uno degli effetti delle informazioni distorte presentate al pubblico, che hanno nell’equivoco semantico tra mortalità e sopravvivenza [1] uno dei loro fulcri. Il Rapporto AIRTUM 2011 in oggetto afferma nella prima pagina di prefazione che “al Sud si sopravvive un 4% in meno che al Nord e al Centro”. I citati dati AIRTUM [3] mostrano che al Nord si muore un 4% in più che al Sud. Non vi pare doveroso chiarire che dove “si sopravvive” di più si muore di più, e come è possibile? Forse introducendo il concetto di non-complementarietà tra mortalità e sopravvivenza [4]?
La comparazione della sopravvivenza tra aree con screening e senza screening invece che essere presentata come indice della superiorità della sanità (delle aree con screening), può servire a sviluppare un indice epidemiologico sulle sovradiagnosi, e quindi sulla iatrogenesi (delle aree con screening).
Grazie per avere trovato nella lettera spunti interessanti per leggere i dati, ma non dico novità: che la mortalità sia come indicatore generale più affidabile della sopravvivenza, e dell’incidenza, è stato spiegato da anni da cattedre autorevoli [5]. Al contrario, la monografia AIRTUM in oggetto non solo con la sua credibilità coonesta presso il pubblico l’equivoco tra sopravvivenza e mortalità, ma caldeggia l’impiego della “sopravvivenza oncologica” come strumento fondamentale della valutazione e quindi della programmazione sanitaria.
In realtà nella attuale epidemiologia dei tumori la sopravvivenza è un esempio da manuale di indice epidemiologico vistoso ma non autonomo, che non andrebbe considerato isolatamente, perché da solo è insufficiente e fuorviante al punto da essere gravemente dannoso. Assegnargli per se un valore politico centrale, per la “valutazione del sistema sanitario nella sua complessità” è deprecabile, per non dire sciagurato, equivalendo a legalizzare un artifizio contabile che, registrando le passività (iatrogene) come attivi, induce a una spirale perversa.
E’ meritorio che segnaliate anche i danni degli screening, e la propaganda su cui si basano; siete tra i pochi a farlo. Però in questo articolo di fatto sostenete radicalmente gli screening; come del resto fa esplicitamente la monografia in oggetto, che parla di “risultati eclatanti” per lo screening della mammella. E’ eclatante che in questi stessi giorni tra le varie voci qualificate di critica vi sia quella di una docente universitaria di ostetricia che spiega le ragioni scientifiche per le quali ha declinato l’invito a sottoporsi allo screening, nonostante sia portatrice di fattori di rischio [6].
Nel linguaggio comune questo si direbbe un “dare un colpo al cerchio e uno alla botte”. A me pare una pratica diffusa tra specialisti competenti che trattano di argomenti politicamente caldi, o meglio “hot”. L’ho osservata ad esempio tra gli studiosi più ferrati del terrorismo in Italia: che svelano e descrivono i legami di pochi sbandati con strutture dello Stato e poteri sopranazionali immensamente più forti; salvo poi minimizzare, quando non negare, il peso avuto da tali legami. La chiamo “la negazione del conseguente”, perché segue lo schema logico:
- A
- Se A allora B
- Non B.
Qui, semplificando:
- Gli screening portano a sovradiagnosi, che aumentano i profitti a scapito della salute.
- Se ci sono sovradiagnosi, l’uso dell’indice di sopravvivenza per la valutazione della qualità della sanità è ingannevole e aggrava la situazione.
- L’indice di sopravvivenza mostra la qualità della sanità e deve guidare la programmazione sanitaria.
L’implicazione materiale porta spesso a errori logici, basati sullo scambio tra necessario e sufficiente; ma nella vita di tutti i giorni non si commette spesso un errore tanto evidente come la negazione del conseguente. Che perciò si potrebbe chiamare “la fallacia dei dotti”. O forse, dei dotti che sono uomini di mondo.
30 nov 2011 h 8:15
1. http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/
2. http://menici60d15.wordpress.com/2009/10/28/la-magistratura-e-la-separazione-dei-valori-il-caso-della-“nave-di-veleni”/
3. Grande E. et al. Regional estimates of all cancer malignancies in Italy. Rapporto AIRTUM 2007. Tumori, 2007. 93: 345-351.
4. Reich J.M. Improved survival and higher mortality. The conundrum of lung cancer screening. Chest, 2002. 122: 329-337.
5. Bailar E.C. Cancer undefeated. NEJM, 1997: 336: 1569-1574.
6. Bewley S. The NHS breast screening programme needs independent review. BMJ 25 ott 2011.
§ § §
Blog de Il Fatto
Commento al post di F. Sylos Labini “I testi tossici dell’economia” del 17 dic 2011
I modelli matematici hanno nella loro parte verbale, e in particolare nei nomi delle variabili, un punto debole che si presta particolarmente a manipolazioni. Esiste un retorica quantitativa, che consente di mentire e ingannare coi numeri (in realtà, con le misure o i conteggi). Per es. in epidemiologia dei tumori si equivoca tra “mortalità” e “sopravvivenza”, riuscendo a fare figurare un aggravamento del cancer burden come un successo: v. Lo sfruttamento del bias da sovradiagnosi in oncologia. http://menici60d15.wordpress.com/2011/11/25/lo-sfruttamento-del-bias-da-sovradiagnosi-in-oncologia/.
Nonostante si sappia che nel valutare l’efficacia di interventi sanitari come gli screening di massa l’indice corretto è la mortalità, non la sopravvivenza: v. paragrafo 20, in: National lung screening trial questions & answers. National cancer institute. http://www.cancer.gov/newscenter/qa/2002/nlstqaQA
Basterebbe sostituire il termine ingannevole “sopravvivenza” con quello tecnicamente più corretto “case fatality ratio”. Ma anche le professioni scientifiche hanno i loro trucchi.
Pubblicato in: "Prevenzione", Agenzie morali parassitarie, Agnotologia, Animalità razionale, Associazioni a delinquere di stampo mafioso autoctone padane, Bioetica strumentale, Biopolitica, Borghesia compradora, Buonismo medico, Carotismo, Censura del dissenso tecnico, Censura su questioni bioetiche, Clero e frode medica strutturale, Complesso biomedico-mediatico, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Crimine dei colletti bianchi, Crimine universitario, Deontologia dei blogs, Depistaggi eziologici, Deuteragonismo medico, Deuteragonismo nei blogs, Difesa diritti fondamentali pre-costituzionali, Diritto all'informazione, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Fallacie di generalizzazione e induttive, Falsa coscienza e buona fede degli operatori nella frode medica strutturale, Forma democratica e sostanza pontificia, Frode medica strutturale, Frodi quantitative, Iatrogenesi, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Indebolimento metodologia scientifica, Influsso delle oligarchie finanziarie, Istituzionalizzazione del crimine, Istituzioni ibride, Libertà dalla bugia, Mafia meridionale e mafia fordista, Mafie meridionali e medicina, Malamisura, Manipolazione delle statistiche sul cancro, Medicalizzazione della vita, Medicina e frode medica strutturale nel Meridione, Mediocrità etica e intellettuale tra gli scienziati, Midcult progressista, Neoalchimia, Non-complementarietà, Omertà scientifica, Pansera, Passaggio da medicina dei baroni a medicina delle multinazionali, Paziente come supporto, Politica e biomedicina, Praticità del teorico, Profezia che si autoavvera in medicina, Promesse messianiche di successi scientifici, Propaganda di malattie, Relativismo epistemico, Riconoscimento dell'extramediatico, Sanità lombarda, Scambio ruoli progressisti e conservatori, Scambio tra accuratezza e precisione, Scientismo, Scienza ad auctoritatem, Scienza e medicina come nuove religioni, Selezione opportunistica dei pazienti, Silenzio osceno, Sineddoche tendenziosa, Sovradiagnosi di cancro, Sovratrattamento, Successi spuri nella lotta al cancro, Teatrino laici cattolici su questioni bioetiche, Tecnologia irrazionale pro business, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza e medicina, Violenza indiretta, Violenza occulta | Commenti disabilitati
22 novembre 2011
Blog de Il Fatto
Commento al post di Francesca Moccia “A nome di chi ancora crede nella sanità” del 22 nov 2011
Francesca Moccia, coordinatrice del “Tribunale per i diritti del malato” chiede al Ministro della salute del governo Monti di difendere la Sanità pubblica; e lamenta che si deve “aspettare fino a 12 mesi per una mammografia”.
Chi pensa che lo screening mammografico salvi dal cancro ha buone ragioni per essere ottimista: questa pratica, la cui propaganda in questi giorni un USA viene criticata nelle sedi più ortodosse, sotto titoli come “Stop ‘selling’ cancer screening”, verrà favorita dal nuovo governo “tecnocratico”, che su questo punto non sarà un castigatore dei costumi ciellino-formigoniani.
Se invece si è disposti a prestare ascolto alla concezione per la quale la sanità – pubblica o privata – dovrebbe curare il cancro, anziché continuare a sfruttarlo con sistemi non esattamente limpidi avendone fatto un settore di punta dell’economia; se non si condivide la visione riportata nel sito del PD, per la quale “la sanità è un fattore di sviluppo per il Paese”, ma si ritiene che la sanità, almeno quella pubblica, debba essere un servizio, che spende le risorse disponibili nel miglior interesse dei pazienti, allora consiglio di leggere “The NHS breast screening programme needs independent review” British medical journal, 25 ott 2011; dove una donna, Susan Bewley, professore universitario di ostetricia, con una storia familiare positiva e multipli fattori di rischio per il cancro alla mammella, spiega i motivi scientifici per i quali ha rifiutato lo screening mammografico che le è stato offerto.
http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/teenage-cancer/
http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/27/la-lotta-ai-contronimi-ideologici-prevenzione/
§ §
@alexei. Io invece mi sono chiesto perché, con tutti i problemi autentici, l’articolo della dirigente di “Cittadinanzattiva” evidenzi in grassetto “aspettare fino a 12 mesi per una mammografia”. Perché in un paese che pullula di mammografi si diffonde in continuazione la stessa storia che le mammografie sono troppo poche? Perchè non si parla di pinzillacchere come le critiche sulla loro scarsa utilità o dannosità; non si parla dell’inefficacia o dannosità delle costosissime terapie oncologiche; dell’impoverimento cui vanno incontro molti malati di cancro nel tentativo, spesso inutile e controproducente, di guarire? E di come, con la privatizzazione della sanità, il burden cancer, il carico di cancro, non diminuirà, ma il suo incremento sarà una provvidenza per gli investitori, che lo tradurranno in una ulteriore moltiplicazione della spesa? O magari, per prendere un altro argomento citato dal Tribunale, i “10 mesi per una TAC”, perché tribunali dei diritti e giornalisti stanno zitti sugli allarmi lanciati anche dall’ortodossia in merito all’eccessivo uso delle TAC, che esponendo a radiazioni ionizzanti sta contribuendo all’ incremento dei casi di cancro?
Contestare argomenti non graditi come irrilevanti nelle denunce sulla sanità non è solo “un limite”; è favorire una forma di censura, molto usata dai media, e da chi ha interessi personali su temi pubblici, che è la censura per tematizzazione. Per quale si parla ad nauseam di alcuni aspetti, che finiscono per essere identificati con il problema, mentre altri sono tabù, e suonano quindi come non pertinenti. E guarda caso gli argomenti propagandati sono le “carenze” di quei servizi che portano soldi a chi li vende, il fornisce e li sostiene; e gli argomenti proibiti i danni che questa inflazione di servizi a scapito di altri più utili causa ai cittadini.
Del resto, fanno così anche i magistrati veri:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/10/radiotossicita-mafiosa-e-legale/
§ §
@alexei. Di che regione è la ASL che non concede la mammografia preventiva in tempi brevi? Perché, pensi invece c’è chi si lamenta delle sollecitazioni che riceve dalle ASL lombarde per fare la mammografia (v. La criminale medicalizzazione del corpo delle donne. Blog “agorà di cloro”, 13 nov 2011). Immagino che quindi per lei sarebbe del tutto fuori luogo parlare, in tema di problemi della sanità, di quanto bisogna aspettare, data l’allocazione delle risorse distorta a favore degli squali della salute, per avere le comuni cure odontoiatriche in cambio delle tasse pagate. O di quanto si deve sborsare se si ha in famiglia una persona affetta da demenza senile.
Ho l’impressione che lei sia tra coloro che tendono a confondere i problemi della sanità con gli interessi di chi trae guadagno dalla sanità. Credo che sostenere che l’allocazione delle risorse in sanità che obbedisca a criteri etici e razionali anziché speculativi, corporativi o sindacali non c’azzecca coi problemi della sanità sia peggio che un limite; ma è interessante, perché la forma alla medicina la dà il pubblico. Abbia fiducia che col nuovo corso il desiderio di ricevere da sani una periodica dose di radiazioni ed eventualmente un intervento chirurgico inutile o dannoso sarà esaudito (quello di sottrarsi realmente al rischio del cancro credo di no). E la verranno a cercare a casa, come già avviene nelle regioni a sanità civile come la Lombardia; dove infatti nel 2007 i tassi di diagnosi di cancro della mammella standardizzati per età nel 2007 sono risultati 110/100000 contro i miseri 74/100000 della arretrata Calabria. Solo, poi non bisognerebbe fare il piagnisteo quando si hanno problemi di salute seri e si viene lasciati a sbrogliarsela da soli.
§ §
@alexei. “Non fare nessuna distinzione tra tempi di attesa” per i servizi utili, che non vengono forniti – favorendo così i privati – perché le risorse sono sprecate nell’inutile e nel dannoso, e i tempi di attesa per una “diagnostica di massa forse inutile se non addirittura pericolosa” [sue parole]? Immagino che prima di chiedere una summa in 2000 caratteri dello sterminato campo delle frodi mediche strutturali, e dare voti anziché argomentare, dovrebbe chiarirsi un po’ le idee.
§ §
@alexei. Le frodi strutturali in effetti sono il nucleo portante, e trascurato, del malaffare medico. Ma sfortunatamente i ministri queste cose non le ascoltano, anzi: vedi quanto sta emergendo in questi giorni (ma dopo che non è più ministro) sui rapporti d’affari tra l’allora ministro Fazio e il bancarottiere Verzè. Per di più, gli enormi interessi in gioco, che ogni anno spendono cifre astronomiche in marketing e appoggi politici, riescono a lasciare tutto com’è; anche avvalendosi di quelli come lei, che tutto fanno per non chiarire, lanciando attacchi personali a chi denuncia ciò che va taciuto, mentre fingono di denunciare chissà quali scandali.
Pubblicato in: "Prevenzione", Abolizione dell'opposizione reale, Agenzie morali parassitarie, Appoggio della magistratura alla frode medica strutturale, Artifici della magistratura, Avversione della sinistra deuteragonista per l'opposizione autentica, Bioetica, Bioetica strumentale, Biopolitica, Buonismo medico, Censura del dissenso tecnico, Censura su questioni bioetiche, Clero e deuteragonismo, Clero e frode medica strutturale, Collusione della magistratura col potere, Coltivazione del conformismo, Coltivazione dell'ignoranza, Complesso biomedico-mediatico, Compradora e deuteragonismo, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Crimine dei colletti bianchi, Crimine universitario, Dal secundum quid al simpliciter, Degrado del tessuto sociale e atomizzazione sociale, Depistaggi "la guerra è guerra", Depistaggi eziologici, Deuteragonismo medico, Deuteragonismo nei blogs, Difesa diritti fondamentali pre-costituzionali, Diffidenza verso il potere, Diritto all'informazione, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Dolo in medicina, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Fallacie di generalizzazione e induttive, Falsa coscienza e buona fede degli operatori nella frode medica strutturale, Falsi perseguitati e dissenso di comodo, Fictio democratica, Fiducia nelle istituzioni, Frode medica strutturale, Frodi quantitative, Funzione censoria del deuteragonismo, Generalizzazione corretta, Iatrogenesi, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Inautenticità della sinistra, Indebolimento metodologia scientifica, Influsso delle oligarchie finanziarie, Istituzionalizzazione del crimine, Istituzioni ibride, Laicità all'italiana, Legami mafie meridionali-mafie padane autoctone, Libertà dalla bugia, Mafia meridionale e mafia fordista, Mafie meridionali e medicina, Magistrati e deuteragonismo, Magistratura business friendly e dottrina Pizzillo, Malamisura, Manipolazione delle statistiche sul cancro, Manipolazione ideologica, Manipolazione mediatica, Medicalizzazione della vita, Mediocrità etica e intellettuale tra gli scienziati, Midcult progressista, Neoalchimia, Omertà scientifica, Opposizione deuteragonista, Paziente come supporto, Politica e biomedicina, Praticità del teorico, Profezia che si autoavvera in medicina, Promesse messianiche di successi scientifici, Propaganda di malattie, Relativismo epistemico, Riconoscimento dell'extramediatico, Riguardo della magistratura per la sinistra, Ruolo della magistratura nel doppio Stato, Scientismo, Scienza ad auctoritatem, Scienza e medicina come nuove religioni, Selezione opportunistica dei pazienti, Silenzio osceno, Sineddoche tendenziosa, Sinistra compradora, Sinistra deuteragonista, Sovradiagnosi di cancro, Sovratrattamento, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Successi spuri nella lotta al cancro, Sussiego della sinistra, Tecnologia irrazionale pro business, Tirannia della bugia, Travaglismo, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza e medicina, Violenza impunita, Violenza indiretta, Violenza occulta | Commenti disabilitati
15 novembre 2011
Blog de Il Fatto
Commento al post di M. Viroli “Gli italiani? Realisti miserabili” del 15 nov 2011
Ritorno ai principii? Finalmente:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/05/la-fallacia-delle-regole/
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/08/obbedienza-alle-regole-e-obbedienza-delle-regole/
Anche se in tempi un po’ sospetti:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/27/la-riesumazione-dell’etica/
La forma nostrana di potere, pontificia, predica magistralmente la virtù mentre pratica la perversione. Viroli e Magris per i miei gusti sono tra i suoi migliori “domenicani”; le loro parole sono spesso un balsamo e una guida. I due vengono attaccati su questo blog come teorici privilegiati, ma sarebbe ora di non tacere più sul popolo come istituzione corrotta. Aveva ragione De Filippo:“La gente fa paura”.
Credo ci sia un punto che possa testare la buona fede delle due parti, e portare ad una convergenza: la instancabile e continua richiesta di giustizia, dati i principii, nei casi concreti. Che non è rivolgersi al magistrato, e può consistere nel rinunciare a farlo:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/31/“se-la-canaglia-impera-la-patria-degli-onesti-e-la-galera”/
Chi parla di principii da una cattedra ben incistata nell’establishment sarà credibile se sfrutterà le sue notevoli capacità intellettuali per chiedere giustizia riguardo a casi concreti: le tante forme dell’istituzionalizzazione della predazione da parte del potere sulle persone comuni.
Chi tira ogni giorno la carretta non dovrebbe scordare che chiedere giustizia per ciò che subisce non è solo un dovere civico, ma è l’unica arma pratica per non essere completamente sopraffatto da chi comanda; che fare proprio il cinismo dei potenti e cercare solo di integrarsi nello status quo, perdere la capacità di riconoscere l’ingiustizia che si subisce o si vede (e anche quella che si pratica) e rinunciare a reagire, non è da furbi. Lo dimostra la situazione nella quale, nonostante i loro pregi, gli italiani sono riusciti a farsi incastrare come imbecilli.
Pubblicato in: "Antipolitica", Abolizione dell'opposizione reale, Agenzie morali parassitarie, Borghesia compradora, Buonismo, Carattere nazionale e radici storiche del malcostume, Collusione della magistratura col potere, Difesa diritti fondamentali pre-costituzionali, Difesa istituzioni repubblicane dagli occupanti, Diffidenza verso il potere, Esposizione dell'ingiustizia come alternativa alla giustizia, Estetizzazione dei problemi politici o etici, Etica della conoscenza e del giudizio, Etica post-moderna, Fagocitosi dell'opposizione, Fallacia delle regole, Fictio democratica, Fiducia nelle istituzioni, Forma democratica e sostanza pontificia, Grazia e antinomianismo, Influsso delle oligarchie finanziarie, Istituzionalizzazione del crimine, Magistratura business friendly e dottrina Pizzillo, Male e mediocrità, Manipolazione ideologica, Midcult progressista, Morton's fork e doppio legame, Non-complementarietà, Opposizione deuteragonista, Opposizione verticale al potere, Persecuzione giudiziaria, Perversità del crimine istituzionale, Popolo, Popolo come istituzione, Praticità del teorico, Relativismo epistemico, Religiosità laica, Repubblicanesimo, Resistenza civile, Responsabilità e colpe del popolo, Riconoscimento dell'extramediatico, Riconoscimento delle divisioni e divisione come valore, Ruolo della magistratura nel doppio Stato, Soccorso al vincitore, Supporto della religione all'oppressione, Tecnica del potere, Tipi antropologici proibiti, Travaglismo | Commenti disabilitati
2 novembre 2011
Blog de Il Fatto
Commento al post di D. De Felice “Dove ci guida la vista?” del 2 nov 2011
Lo screening per il glaucoma, nonostante gli interessi coinvolti, non è stato ancora proclamato efficace su basi scientifiche; per ora non è santo ma solo venerabile. Fo l’advocatus diaboli. A leggere le lunghe e complesse discussioni sui pro e contro dello screening per il glaucoma, la proposta di obbligarvi per legge tutti i guidatori non appare affatto “un modo semplice” né pacifico per prevenire i temibili effetti di questa neuropatia. Il glaucoma cronico, la forma più comune, ha uno sviluppo insidioso, ma non è detto che la misura della pressione intraoculare lo diagnostichi in fase precoce: il rapporto tra aumento della pressione e il danno al nervo ottico non è consistente. Tale incertezza sul nesso causale probabilmente spiega perché lo screening ha specificità molto bassa e bassa sensibilità; cioè dà luogo a tanti falsi positivi (in un’analisi bayesiana, su 4 positivi 3 sarebbero falsi) e anche a falsi negativi; con in più il rischio di provocare una forma acuta di glaucoma; solleva inoltre dubbi sui dati circa l’efficacia, peraltro anche ufficialmente non elevata, delle terapie preventive volte ad abbassare la pressione intraoculare. Terapie che possono avere effetti nocivi anche pesanti, e sistemici, e dare luogo ad una serie di interazioni pericolose con altre patologie e farmaci.
Il glaucoma conclamato può essere causa di incidenti da riduzione del visus e del campo visivo. Ma porta al non rinnovo della patente, per una piccola quota di automobilisti; a differenza della terapia preventiva di massa, che pure incrementa il rischio di incidenti automobilistici, es. causando ridotta visione con poca luce da miotici. Le visite oftalmologiche per il rinnovo della patente di guida con screening obbligatorio potrebbero così non ridurre ma aumentare gli incidenti d’auto. Il paradosso mostra come questi appelli sulle premalattie che suonano di buon senso lascino fuori dal campo visivo bilanci vantaggi/danni che sono intricati e poco entusiasmanti.
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Nella Baltimore eye survey oltre il 50% dei glacomatosi non avevano una pressione intraoculare elevata. Di converso, nello studio di Gordon et al, Archives of Ophthalmology 2002; 120:714-20 risulta che il 90% dei soggetti con la diagnosi di ipertensione oculare non trattati non ha sviluppato glaucoma nei successivi 5 anni. La pressione intraoculare è considerata un fattore di rischio per il glaucoma. Ma non una causa; per sostenere che ciò è falso occorrerebbe portare prove. La ricerca sta sondando numerose ipotesi etiologiche completamente diverse.
I due concetti, fattore di rischio, concetto statistico, e causa, concetto fisiopatologico, sembrano vicini; ma non andrebbero confusi, ma tenuti molto bene separati mentalmente. E la distinzione andrebbe rispettata e spiegata soprattutto nel lanciare allarmi al pubblico. Uno scambio che invece è ormai automatico, essendo uno dei dogmi, delle pietre angolari, della disinformazione medica al pubblico.
Riguardo alla sua posizione che lo screening di massa, magari obbligatorio, sia una scelta che distinguerebbe uno statista da un politico, sono d’accordo nel senso che temo che potrebbe interessare più i nostri politicanti in cerca di commesse che padri della patria immuni dal lobbying:
“Tools for screening for glaucoma are imperfect and there is no currently accepted screening program. It would not be cost-effective to screen the entire population, and many people who are suspected of having glaucoma initially are found not to have the disease on review by an ophthalmologist.” (Australian doctor, july 2011).
A proposito di confusione tra pressione arteriosa e intraoculare, i beta bloccanti preventivi per via locale, molto usati, possono abbassare entrambe, provocando una riduzione della funzione cardiaca; slatentizzando o aggravando un’insufficienza cardiaca (o respiratoria); non l’ideale per una guida sicura.
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Il problema degli effetti collaterali sistemici, e locali, delle terapie farmacologiche per il glaucoma non appare essere stato superato. Le opinioni personali dei medici in tema di nuove forme di medicina possono avere un loro peso, e io le ascolto con attenzione, soprattutto quando non confliggono con gli interessi professionali; ma nel formularle, in campi così difficili, dove spesso sono in gioco decine di variabili, penso venga spontaneo trovare aiuto nelle opinioni esterne. Oggi la Glaxo ha accettato una transazione di 3 miliardi di dollari col governo Usa per avere forzato l’espansione delle indicazioni di suoi farmaci, con effetti catastrofici per i pazienti. Il singolo medico che, convinto che i progressi della medicina lo consentano, voglia proporre sulla base di convinzioni personali una cosuccia come un nuovo screening di massa praticamente obbligatorio, potrebbe esaminare con attenzione le ragioni per le quali, nonostante se ne parli dagli anni ’60, nonostante questo furore per trovare sempre nuovi mercati medici che ha portato la Glaxo a incorrere in costi con cifre da manovra finanziaria, gli screening per il glaucoma non sono stati ancora introdotti, neppure su base volontaria; e controllare quali sono le molteplici condizioni comunemente ritenute indispensabili per proporre uno screening, e se questo insieme di condizioni sarebbe davvero soddisfatto oggi. Il rischio altrimenti è quello di una visione coi paraocchi, che nel caso del glaucoma sarebbe il colmo.
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30 ottobre 2011
Blog Il Fatto
Commento al post di D. De Felice “In sanità servono controlli sul lato umano” del 30 ott 2011
Le slot machine dovrebbero per legge riportare bene in vista l’aspettativa statistica di vincita; che sarà negativa, ovviamente: “Questa macchina vi farà vincere in media 80 centesimi per euro giocato”. Un indice statistico analogo, e non taroccato, dovrebbe essere consegnato, firmato dal clinico, e registrato per verifiche incrociate sull’esito degli interventi, a chi si sottopone a screening: “Questo screening vi farà guadagnare/perdere mediamente x anni di vita” (o di QALYs). Dati recenti mostrano che l’aspettativa soggettiva del pubblico per lo screening per il cancro del seno è stata gonfiata; e confermano che l’aspettativa reale, statistica, non è escluso sia del genere di quelle delle slot machine:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/27/la-lotta-ai-contronimi-ideologici-prevenzione/
http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/teenage-cancer/
Le sovradiagnosi e gli interventi inutili oncologici sulla mammella sono legali, riveriti, e protetti manu militari, anche dalla magistratura; rientrano in quelle che chiamo “frodi mediche di primo grado”; una frode relativamente meno cruenta di quelle della S. Rita, ma endemica, basata su una forma più sofisticata dello stesso schema, per il quale si antepone alla ricerca del profitto l’utilità delle cure, la veridicità della diagnosi e il “non nocere”:
http://menici60d15.wordpress.com/2009/08/22/la-magistratura-davanti-alle-frodi-mediche-di-primo-e-secondo-grado/
Una frode istituzionalizzata, strutturale, che è come le frodi dei banchieri, come stampare denaro falso con cliché veri:
http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/
Invece le grossolane frodi della S. Rita sono frodi mediche di secondo grado: sono come banconote false fatte con la fotocopiatrice; come furbizie di bancari o pusher che fanno la cresta; e che vengono puniti per meglio proteggere le frodi di primo grado:
http://menici60d15.wordpress.com/2009/02/26/roba-da-chiodi/
F. Pansera
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Ringrazio il dr De Felice per le sue parole, e per l’opportunità che offre di esporre qualche commento, sperando di giungere così nel confronto a diradare in qualche punto per qualche istante un poco della fitta nebbia sulla medicina.
@precisa. Il discorso riguarda gli screening in generale: es. quello sui tumori della pelle, che ha portato ad un raddoppio delle diagnosi di melanoma in 20 anni con mortalità invariata. Riuscendo così inoltre a farsi dire bravi perché, curando i nevi per melanomi, il melanoma non risulta più quella neoplasia “cattiva” che in realtà è tuttora.
Non è che la gente “lo sopporta”. E’ indotta a credere dalla propaganda che al massimo dovrà sopportare un falso allarme, ed è propensa a sottoporsi a questi riti apotropaici; ma in realtà in una moltitudine di casi verrà classificata e trattata come malata di cancro non essendolo; con tutti i gravi danni che ciò implica; inclusi, oltre ai danni personali, quelli ai conti pubblici. (Se poi è malata veramente, non potrà contare sulla stessa sollecitudine missionaria per la sua salute, ma si troverà sola e alla ventura, soprattutto se non accetta supinamente le cure che sono concepite in funzione di chi le produce e le commercia, e che come tali possono essere anche peggiori del male).
Quindi la denominazione di “truffa” non è eccessiva, tutt’altro; e le si dovrebbe considerare forme particolarmente gravi di frode. Solo, sul piano psicologico si tratta di quelle che l’economista Galbraith ha chiamato “frodi innocenti” nel suo “The economics of innocent fraud”: frodi che sono integrate nell’economia e nel costume, e che tendono a non essere percepite come frodi perfino quando vengono svelate.
~~~
Prima che ai pazienti, bisognerebbe rivolgersi al pubblico generale. Il sottoporsi regolarmente a interventi medici da sani appare rispondere, invece che alla razionalità, a una logica interiore che è il riflesso di moderne angosce esistenziali. Lo si potrebbe chiamare un voler guarire senza essere malati. Andrebbe spiegato e diffuso il concetto che sul piano pratico accettare di frequentare in continuazione l’ospedale, lo studio medico o la farmacia prima di ammalarsi può essere un grave sbaglio. Sia per il rischio iatrogeno; sia perché favorisce un sistema economico-politico di sfruttamento della medicina che poi quando ce ne sarà davvero bisogno non fornirà la migliore assistenza e le migliori terapie possibili, tutt’altro, ma estorcerà ancora maggior denaro.
Pubblicato in: "Prevenzione", Agenzie morali parassitarie, Agnotologia, Animalità razionale, Bioetica strumentale, Buonismo medico, Carotismo, Censura del dissenso tecnico, Censura su questioni bioetiche, Coltivazione dell'ignoranza, Complesso biomedico-mediatico, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Crimine dei colletti bianchi, Crimine universitario, Degrado del tessuto sociale e atomizzazione sociale, Deuteragonismo medico, Deuteragonismo nei blogs, Diritto all'informazione, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Falsa coscienza e buona fede degli operatori nella frode medica strutturale, Frode medica strutturale, Frodi quantitative, Iatrogenesi, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Inautenticità della sinistra, Indebolimento metodologia scientifica, Laicità all'italiana, Libertà dalla bugia, Malamisura, Male e mediocrità, Manipolazione delle statistiche sul cancro, Medicalizzazione della vita, Mediocrità etica e intellettuale tra gli scienziati, Midcult progressista, Neoalchimia, Omertà scientifica, Pansera, Passaggio da medicina dei baroni a medicina delle multinazionali, Politica e biomedicina, Praticità del teorico, Profezia che si autoavvera in medicina, Promesse messianiche di successi scientifici, Propaganda di malattie, Relativismo epistemico, Responsabilità del pubblico nella frode medica strutturale, Riconoscimento dell'extramediatico, Sanità lombarda, Scientismo, Scienza ad auctoritatem, Scienza e medicina come nuove religioni, Selezione opportunistica dei pazienti, Sinistra compradora, Sovradiagnosi di cancro, Sovratrattamento, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Successi spuri nella lotta al cancro, Tecnologia irrazionale pro business, Tirannia della bugia, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza e medicina | Commenti disabilitati
27 ottobre 2011
Blog Metilparaben
Commento al post “Minerva comincia col riprendersi le parole (e vi invita a fare altrettanto)” del 27 ott 2011
Nel sito della Dante Alighieri ho cercato di propormi come “custode” della parola “prevenzione”. Ma non la considerano tra le parole da proteggere. Eppure è una parola che da benemerita è divenuta pericolosissima. E’ di questi giorni la notizia della proposta, abbastanza allucinante, di estendere ai preadolescenti maschi il vaccino HPV, autorevolmente criticato anche dall’ortodossia (v. “Dalla parte delle bambine”, documentario della tv svizzera); e per il quale occorre dubitare che sia anche solo teoricamente in grado di prevenire il carcinoma della cervice uterina:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/22/liceita-giuridica-del-battesimo-dei-neonati/
Si sta affermando finalmente che lo screening per il cancro della mammella non salva sostanzialmente vite, ma aumenta il peso del cancro diagnosticandolo precocemente o falsamente (Welch, Frankel, Likelihood that a woman with screen-detected breast cancer has had her “life saved” by that screening. Arch Int Med, oct 24, 2011). Da noi invece si cerca di espandere la frode alle donne giovani e alle adolescenti:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/teenage-cancer/
Gran parte di ciò è stato ottenuto con il misnomer “prevenzione”, che dovrebbe voler dire “Azione diretta a impedire il verificarsi o il diffondersi di fatti non desiderati o dannosi” (Devoto-Oli) e invece nella pratica significa l’opposto, medicalizzazione iatrogena della popolazione sana:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/25/anche-gli-psicologi-vogliono-le-spadare/
“Prevenzione” è così divenuta un “contronimo”, una di quelle parole che racchiudono due significati diametralmente opposti, spesso a causa di manipolazioni ideologiche. (V. “contronimi” nel mio sito). E’ un dato di fatto che attualmente per “prevenzione”, che dovrebbe voler dire “evitare di doversi curare da malati” si intende “sottoporsi a interventi medici da sani”; sottoponendosi a trattamenti che comunque li si voglia valutare di fatto esulano dal significato originario. Inviterei la Dante Alighieri e gli altri che hanno a cuore la lingua e la sua funzione sociale a considerare anche l’adulterazione della parole comuni; e in particolare la formazione di contronimi ideologici. Per ora, invito a riflettere sulle parole profetiche di Maccacaro, caso raro di medico e comunista che ci credeva davvero:
“La diagnosi precoce, il check-up, gli screenings di laboratorio, i test multifasici: tutte queste cose che sono assordantemente propagandate e reclamizzate, […] sono assolutamente inefficaci e inopportune per la tutela della salute […]. La loro reale funzione è quella di tranquillante sociale, compiuta col dépistage di qualche “vero” malato organico (cancro, diabete, eccetera il cui destino resterà purtroppo immodificato) per dare agli innumerevoli altri la falsa rassicurazione necessaria al prolungamento nel tempo del loro possibile sfruttamento.
La vera medicina preventiva […], l’unica che abbia senso e verità, non è quella che il capitale ci propone ma quella cui il capitale si oppone. E’ la medicina che rintraccia le cause patogene e le elimina invece di trattenersi agli effetti e mascherarli con la finzione del loro riconoscimento precoce. Però se le cause sono nel modo di produzione, nella gestione sociale, nella costrizione di vita che il capitale ha imposto ed impone, cioè se il capitale è – come è – esso stesso patogeno, potrà mai combattere contro di lui e per l’uomo la medicina che si è fatta mediatrice del suo comando sull’uomo?” (In: Francese D. Sanità SPA, 2011).
Pubblicato in: "Prevenzione", Agenzie morali parassitarie, Agnotologia, Animalità razionale, Bioetica, Biopolitica, Borghesia compradora, Buonismo medico, Carotismo, Censura del dissenso tecnico, Censura su questioni bioetiche, Coltivazione dell'ignoranza, Complesso biomedico-mediatico, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Contronimi, Crimine dei colletti bianchi, Crimine universitario, Depistaggi eziologici, Difesa diritti fondamentali pre-costituzionali, Diffidenza verso il potere, Diritto all'informazione, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Disordine pilotato, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Falsa coscienza e buona fede degli operatori nella frode medica strutturale, Fictio democratica, Frode medica strutturale, Frodi quantitative, Generalizzazione corretta, Iatrogenesi, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Inautenticità della sinistra, Indebolimento metodologia scientifica, Influsso delle oligarchie finanziarie, Libertà dalla bugia, Libertà di cura, Malamisura, Male e mediocrità, Manipolazione delle statistiche sul cancro, Manipolazione linguistica, Manipolazione mediatica, Medicalizzazione della vita, Mediocrità etica e intellettuale tra gli scienziati, Midcult progressista, Neoalchimia, Omertà scientifica, Opposizione verticale al potere, Paziente come supporto, Politica e biomedicina, Popolo come istituzione, Praticità del teorico, Profezia che si autoavvera in medicina, Promesse messianiche di successi scientifici, Propaganda di malattie, Resistenza civile, Riconoscimento dell'extramediatico, Sanità lombarda, Scientismo, Scienza ad auctoritatem, Scienza e medicina come nuove religioni, Selezione opportunistica dei pazienti, Servilismo degli intellettuali, Sinistra deuteragonista, Sovradiagnosi, Sovradiagnosi di cancro, Sovratrattamento, Strumentalizzazione della sessualità, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Successi spuri nella lotta al cancro, Tecnologia irrazionale pro business, Tirannia della bugia, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza e medicina | Commenti disabilitati
25 settembre 2011
Blog “Blogghete”
Commento al post “Magistrati alzatevi. Stavolta gli imputati siete voi.” del 24 set 2011
Le perizie ballistiche
Mi fa piacere che il giudice Mori citi il principio euristico del rasoio di Occam: l’ho citato anch’io settimane fa in una lettera al presidente di una Corte d’appello nel denunciare le manipolazioni giudiziarie di una perizia che ha deciso un importante processo. I magistrati ottengono perizie addomesticate non solo per sostenere l’accusa, come dice il giudice Mori, ma anche per favorire colpevoli eccellenti. Perizie che a volte sostengono tesi demenziali e grottesche, ma vengono protette dalle critiche con sistemi massonico-mafiosi.
L’autopsia di Ketha Berardi, la bambina morta nel 1999 in seguito alla contesa tra dibelliani e l’oncologia ortodossa, non mostrò ciò che ci si aspettava, un organismo invaso dal tumore, ma un corpo devastato dalle terapie, con un midollo osseo svuotato; nonostante i media nazionali avessero detto al pubblico che la leucemia aveva addirittura invaso l’addome. I disturbi addominali erano dovuti a una colite neutropenica da chemio, incredibilmente non riconosciuta e mal curata, anello di una catena di equivoci che portò al decesso. Per nascondere ciò, i periti del PM – tra cui i medici legali che lavoravano per lo stesso ospedale e nella stessa università dei responsabili - sostennero che se il cancro non si vedeva è perché era oscurato dal cancro stesso. Come la nebbia di Milano in “Totò Peppino e la malafemmina”: non la si vede perché quando c’è la nebbia non si vede. Qui bisognava proteggere i grandi interessi dell’oncologia ortodossa, e allo stesso tempo la tesi solo apparentemente contraria, la perniciosa “libertà di cura”, che in pratica vuol dire marketing diretto tra industria e pazienti. Andava nascosta la circostanza che la bambina aveva pienamente ragione a fuggire da giudici e CC che su mandato dei medici la braccavano con la siringa in mano; andavano nascosti gli effetti avversi di farmaci lucrosi ma dannosi, come il G-CSF. E andava aiutato lo sviluppo economico di quel pinnacolo di civiltà e scienza che è diventata l’oncologia pediatrica: http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/ .
Nel caso di Pantani, il perito (un massone) ha attribuito le cause del decesso alla sola cocaina. Non si è parlato del Surmontil, un farmaco trovato nella stanza dove il campione è morto, che appartiene ad una classe, quella degli antidepressivi triciclici, che risulta al primo posto in una graduatoria delle cause di morte per overdose da farmaci negli USA. Il rapporto dose letale / dose efficace di queste medicine è ben peggiore di quello della cocaina, con la quale condividono il meccanismo d’azione generale e con la quale interagiscono in maniera sinergica. Ma nello strano accanimento giudiziario e mediatico contro il fuoriclasse è rimasto costante il messaggio che i farmaci non fanno che bene: l’EPO (un farmaco pericoloso, usato criminalmente anche nella clinica, ma “raccomandato”:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/05/16/sperimentazione-animale-uno-spoglio-etico-2/ )
è stato presentato come un farmaco-talismano, che potenzia le normali capacità. Mentre quando si sarebbe dovuto parlare come concausa, forse determinante, di un farmaco che si vende in farmacia, il Surmontil, usato per curare la tossicodipendenza, che come molti farmaci può aggravare ciò che dovrebbe curare, silenzio. Non ha invece avuto problemi di doping, o meglio problemi giudiziari e di immagine per il doping di cui faceva uso l’eroe che ha preso il posto di Pantani, lo statunitense Lance Armstrong. Vittorioso anche sul cancro. Il cancro del testicolo, un’eccezione ai generali insuccessi dell’oncologia che è stata fatta passare per regola.
Nel caso Aldrovandi, la Corte d’appello di Bologna ha confermato sulla parola, senza uno straccio di evidenza, l’interpretazione di un luminare di una fotografia che mostrerebbe un ematoma nella parete del cuore non notato dai periti all’autopsia. Non vedere un ematoma, anzi due, che affiorano dalla parete del cuore all’autopsia mentre si sta cercando la causa di morte è come non vedere un’incudine mentre si setaccia un cumulo di paglia cercando un ago, ma il perito (passato dalla difesa all’accusa per nobili ragioni di coscienza) è stato dipinto dai magistrati come un sapiente: una fonte primaria di conoscenza. Dati sperimentali dimostrano che per ottenere una simile lesione agendo a contatto diretto col cuore occorre una pressione equivalente a una tonnellata e 4 quintali a decimetro quadrato. Bisogna essere Hulk per sviluppare questa forza manualmente, e ottenerla agendo dall’esterno; e anche Silvan, per riuscire a mantenere allo stesso tempo la parete toracica e la colonna vertebrale intatte, che è, per capirsi, come fracassare il regalo in un uovo di Pasqua comprimendo l’uovo ma senza romperlo. Qui i giudici proteggono come al solito i poliziotti, applicando la regola che per mano dei colleghi di Montalbano e del maresciallo Rocca i cittadini innocenti muoiono per incredibili e imprevedibili cause accidentali; non per un pestaggio bestiale. Si è difeso, aumentandolo, anche il fumo attorno all’asfissia da compressione, una causa di morte che non deve apparire in forma piana perché è associata a manovre di contenzione e forme di tortura da parte di polizia e infermieri. Sul piano ideologico, i giudici servono il principio della scienza ad auctoritatem; e della validità dell’imaging e del virtuale in medicina, che ha causato e causerà più morti di una guerra con le sovradiagnosi; oltre a produrre montagne di soldi.
Sembra che nelle perizie mediche giudiziarie sia possibile osservare il peggio del potere giudiziario e del potere medico, che proteggendosi a vicenda ed entrambi coperti dal latinorum tecnico gettano la maschera e si abbandonano a forme orgiastiche di abuso di potere. Purtroppo in Italia i magistrati o sono demonizzati dai malfattori istituzionali che vorrebbero mano libera, oppure vengono dipinti dai lecchini “progressisti” come i Buoni che ci proteggono. I magistrati non scippano le vecchiette, e tranne rare eccezioni non prendono bustarelle. Deve esserci tra loro una quota, non preponderante, che svolge il suo dovere correttamente e in silenzio (e che forse un popolo cialtronesco come il nostro neppure si merita). Ma il cittadino che vuole esercitare il potere di controllo democratico dovrebbe tenere ben presente che non esistono poteri buoni; e che quando sono in gioco gli interessi di poteri forti i magistrati per lo più tendono a ritornare alla posizione naturale, accucciandosi ai piedi del trono; e possono fare imbrogli e partecipare a trame che nei meccanismi e negli effetti non sono diversi da quelli dei Cattivi come la banda Berlusconi o la borghesia mafiosa.
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@sal. Esperimenti hanno mostrato che il cuore suino, che è paragonabile a quello umano, ha uno stress di rottura di 14 kg/cm^2 (Seki S, Iwamoto H. J Trauma, 1998. 45: 1079). In un decimetro quadrato, un’area dell’ordine di grandezza dell’area di compressione esercitata da una o più persone sul dorso di un soggetto prono a terra, ci sono 100 centimetri quadrati. (14 kg/cm^2) x 100 cm^2= 1400 kg = 1 tonnellata e 4 quintali (per ottenere la pressione utile di 14 kg/cm^2 esercitando una compressione su 4 decimetri quadrati occorrono 5 tonnellate e 6 quintali). E’ da notare che tale valore di pressione rientra nel range di pressioni che si sviluppano nei cilindri di un motore di automobile in moto: 10-60 kg/cm^2. Infatti gli ematomi del cuore si osservano in vittime di schiacciamenti del torace, dove hanno agito pesi rilevanti o energie elevate, es. da incidente automobilistico.
Con questo ematoma della parete cardiaca a torace integro ottenuto manualmente il perito e i magistrati hanno in pratica scritto una nuova, inverosimile, pagina di nosografia; non si capisce come mai tale evenienza non si verifichi nelle tante compressioni del torace da manovre rianimatorie, nelle quali può accadere di provocare fratture costali, e dove non c’è la colonna vertebrale di mezzo. Per spiegare i presunti ematomi il perito ha aggiunto alla pressione esterna quella arteriosa; ma questa, considerando una pressione arteriosa di 200 mmHg, equivale a circa 2 etti e 65 grammi per cm^2, un valore trascurabile, oltre 53 volte inferiore al carico di rottura.
Invece di introdurre questa acrobatica teoria dell’ematoma, che poi sarebbe andato a interrompere il fascio di His, sarebbe bastato considerare che la compressione toracica da immobilizzazione su Aldrovandi e lo stato di soffocamento sono stati comprovati da testimonianze, che ci sono segni autoptici di asfissia, e che “Kneeling on the chest or any other form of chest compression during restraint is now accepted as being potentially fatal, and both the police and the prison service in the UK teach their officers of the risks of such pressure.” (Sheperd R. Simpson’s forensic medicine, 2003. Capitolo sulle asfissie).
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Blog “Uguale per tutti”
Commento al post di Grazia Fenza “Il re è nudo … ma anche la magistratura italiana, purtroppo, non è granché vestita! ” del 26 set 2011
Davanti ai crimini del potere tanti magistrati, che dicono di indossare la toga di Falcone e Borsellino, sotto la loro toga portano la zimarra di Azzeccagarbugli:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/25/le-perizie-ballistiche/
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Blog de Il Fatto
Commento al post di Bruno Tinti “Meredith, il verdetto del popolo sovrano” dell’8 ott 2011
Al dr Tinti le discussioni sull’assoluzione della Knox e di Sollecito fanno venire in mente che il popolo ciancia senza capire nulla di diritto, e che i magistrati italiani sono superiori a quelli USA perché motivano le sentenze. Pur condividendo il giudizio sulla gente e sul sistema giudiziario USA, posso testimoniare che quando si tratta di dare impunità o appoggio ai crimini dei poteri forti, a partire da quelli coi quali gli USA mantengono il loro dominio sull’Italia, i magistrati italiani non sono migliori della gente e dei colleghi USA. Si può assistere alla “parallelizzazione” dei gradi di giudizio, che, sequenziali nel tempo, vengono affiancati sul piano spicciolo creando doppie verità; così che gli imputati sono assolti però si lascia intravedere, magari anche dallo stesso giudice che ha smentito il giudizio di colpevolezza del grado precedente, che di fatto sono colpevoli (o al danneggiato viene data ragione formalmente mentre col grado successivo, senza negare il giudizio precedente, si fa in modo che il torto prosegua). Le perizie tecniche, che andrebbero ormai riconosciute come un magnifico mezzo per eludere la logica più elementare e la decenza dietro al paravento del “rigore” e della prosopopea scientifica, possono certificare che gli asini volano:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/25/le-perizie-ballistiche/
o i periti possono divenire degli imbranati fantozziani (v. la perizia genetica della polizia per l’assassinio dell’ispettore Donatoni, in “Mistero di Stato”, di M. Almerighi). E la luce non è mai giusta: o è quella abbagliante dei proiettori dello show mediatico, oppure magistrati e forze di polizia cercano di operare nell’oscurità, senza contraddittorio, con procedure anomale, e di dare meno motivazioni pubbliche possibile, agendo per vie informali e riservate, lasciando meno tracce possibile della loro concezione del diritto e della giustizia rispetto allo zio Sam o altri signori.
Francesco Pansera
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Blog de Il Fatto
Commento al post di G. Costa “Tutti i giudici di Amanda Knox” del 10 ott 2011
La coppia “calculemus” e “ignorabimus” nell’attività giudiziaria
@Gioele28. Che brutta professione quella del giudice, sul piano intellettuale oltre che umano, se consiste davvero in ciò che tu dici. Credo che la verità, ai fini pratici, etici e giudiziari sia un’entità tangibile e unica *; la cui approssimazione, se non sempre è possibile, non è però neppure così terribilmente irraggiungibile. Viene dipinta come vaporosa soprattutto quando al contrario si è proceduto con l’accetta.
E’ un po’ buffo che parlando dell’attività dei tribunali, che dovrebbero essere il luogo della misura nel giudizio, dall’ottimismo positivista sulle perizie tecniche si passi a dolenti considerazioni sull’inaccessibilità della verità, dove la vita reale sembra un’entità noumenica che le mura dei palazzi di giustizia tengono separata dal lavoro dei magistrati. Dalla hubris scientista, dal “calculemus” leibniziano, ad uno “ignorabimus” che invoca smarrito la trascendenza a giochi fatti.
Credo che sarebbe utile per tutti, meno che per chi è colpevole, che ci fossero linee guida solide sulla prova scientifica nei procedimenti giudiziari; basate su una definizione non ingenua – non ingenua sotto il profilo epistemologico e quello della conoscenza di come va il mondo – del rapporto tra la ricostruzione “naturale” del fatto, considerato come fenomeno causato da azioni umane, e ruolo dell’analisi scientifica nella ricostruzione. L’analisi scientifica porta la ricostruzione ai piani ipogei o iperurani del non osservabile, e può approfittarne per sdoganarsi dalla razionalità e dal controllo di attendibilità; facendo le veci del Dio di cui parla Gioele28; o meglio venendo usata come un traballante deus ex machina che interviene tonante e cigolante per imporre il finale desiderato.
* http://menici60d15.wordpress.com/2009/06/03/contro-il-relativismo-etico-ed-epistemico/
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Avvocato Costa, ringrazio Lei per mostrarmi in cosa consiste il Vostro lavoro.
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Blog di Panorama
Commento all’articolo della redazione “Da Perugia ad Avetrana: la debacle della scientifica” del 14 ott 2011
Può anche esserci un interesse della polizia a fare apparire le sue indagini scientifiche come opera di imbranati fantozziani; cfr. la perizia genetica della Polizia scientifica sulle macchie di sangue nell’assassinio dell’ispettore Donatoni in “Mistero di Stato” di M. Almerighi.
http://menici60d15.wordpress.c…..llistiche/
Pubblicato in: "Mele marce", "Rispetto per le istituzioni", Abolizione dell'opposizione reale, Adeguamento della realtà al falso con la violenza, Agenzie morali parassitarie, Agnotologia, Animalità razionale, Appoggio della magistratura alla frode medica strutturale, Artifici della magistratura, Associazioni a delinquere di stampo mafioso autoctone padane, Campagne istituzionali di discredito, Censura del dissenso tecnico, Censura su questioni bioetiche, Collusione della magistratura col potere, Coltivazione dell'ignoranza, Complesso biomedico-mediatico, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Criminalizzazione degli oppositori, Crimine dei colletti bianchi, Crimine universitario, Depistaggi eziologici, Deuteragonismo medico, Difesa istituzioni repubblicane dagli occupanti, Diffidenza verso il potere, Diritto all'informazione, Discriminazione istituzionale di cittadini, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Dolo in medicina, Esposizione dell'ingiustizia come alternativa alla giustizia, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Fallacia delle regole, Falsa coscienza e buona fede degli operatori nella frode medica strutturale, Fiducia nelle istituzioni, Forma democratica e sostanza pontificia, Frode medica strutturale, Frodi quantitative, Iatrogenesi, Immunità giudiziaria delle forze di polizia, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Inautenticità della sinistra, Indebolimento metodologia scientifica, Istituzionalizzazione del crimine, Istituzioni ibride, Libertà dalla bugia, Libertà di cura, Mafia meridionale e mafia fordista, Magistrati e medicina, Magistratura business friendly e dottrina Pizzillo, Malamisura, Medicalizzazione della vita, Mediocrità etica e intellettuale tra gli scienziati, Midcult progressista, Morton's fork e doppio legame, Neoalchimia, Omertà scientifica, Opposizione verticale al potere, Pansera, Perizie ballistiche, Persecuzione giudiziaria, Perversità del crimine istituzionale, Politica e biomedicina, Praticità del teorico, Profezia che si autoavvera in medicina, Promesse messianiche di successi scientifici, Propaganda di malattie, Riconoscimento dell'extramediatico, Riconoscimento delle divisioni e divisione come valore, Ruolo della magistratura nel doppio Stato, Sanità lombarda, Scambio tra accuratezza e precisione, Scientismo, Scienza ad auctoritatem, Scienza e medicina come nuove religioni, Servilismo degli intellettuali, Servizi segreti e frode medica strutturale, Sinistra deuteragonista, Sovradiagnosi di cancro, Sovratrattamento, Successi spuri nella lotta al cancro, Tecnica del potere, Tecnologia irrazionale pro business, Terzietà della magistratura, Tirannia della bugia, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza gratuita, Violenza impunita, Violenza occulta | Commenti disabilitati
22 settembre 2011
Blog de Il Fatto
Commento al post “L’arcivescovo di Bologna Caffarra: “E’ un obbligo morale pagare le tasse”” del 21 set 2011
Sono d’accordo col cardinale: pagare le tasse è un obbligo morale; in uno Stato sano dovrebbe quasi essere un piacere, una benedizione, dati i servizi che assicura. Dove dissento è nel considerare quest’obbligo spaiato. Credo che alcuni obblighi morali siano binari, essendo costituiti – come le forze in natura – da coppie; ci hanno abituati a considerarlo naturale, ma è in realtà artificioso e scorretto considerare solo un elemento della coppia di obblighi. Anche l’obbligo di pagare le tasse; che fa coppia con l’obbligo di bene amministrare le tasse: quello di amministratori e governanti di usare quel denaro nel miglior interesse dei cittadini; e di non intascarlo o farlo intascare agli amici o a poteri maggiori. Il prelievo tramite la forza e l’autorità morale dello Stato sta invece divenendo, con questi governi corrotti, un astuto metodo per sifonare denaro al popolo a favore dei grandi poteri parassiti (e qui l’esortazione del clero suona decisamente interessata).
Condannare l’evasione è giustissimo. Ma è ingiusto quando si omette, cosa che avviene regolarmente, che le tasse vanno tanto pagate dai contribuenti quanto onestamente amministrate da coloro che ne dispongono. Oppure quando la simmetria viene sostituita, come fa il cardinale cambiando abilmente il soggetto dalle tasse alle persone, con un richiamo generico agli amministratori a non lasciare che si perda nel loro foro interiore la coscienza di essere “servitori” del “bene comune”. Questo considerare sempre un solo piatto della bilancia – quello estremamente concreto del “pagate” – e di ignorare l’altro o metterci vuota retorica anziché pari sostanza, sa di ricatto morale a sostegno di una truffa. Qui la Chiesa, abituata alle decime, e a “bilanciare” l’oro con qualche elemosina, pratica l’opzione per i potenti e per le cose terrene, che è quella che le è più congeniale.
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/08/obbedienza-alle-regole-e-obbedienza-delle-regole/
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Blog de Il Fatto
Commento al post di P. Corrias “Se per la Chiesa l’Ici val bene anche un Silvio” del 22 set 2011
Può darsi che il clero stia solo temporeggiando per attendere il momento giusto per mollare B. Ma il problema delle tasse è più ampio, e non andrà via con Silvio; forse verrà aggravato dai nuovi reggenti, e il clero si prepara anche a questo. Segnalo il post “Le tasse come obbligo binario” a proposito della recente esortazione del cardinale Caffarra a pagare le tasse:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/22/le-tasse-come-obbligo-binario/
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Blog de Il Fatto
Commento al post di V. Bellavite “Beni della Chiesa: un’altra gestione è possibile” del 7 ott 2011
“Monaci, preti e polli non furono mai satolli”:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/22/le-tasse-come-obbligo-binario/
Pubblicato in: "Regole", "Antipolitica", Agenzie morali parassitarie, Alleanza della sinistra col clero, Borghesia compradora, Carattere nazionale e radici storiche del malcostume, Clero, Clero e compradora, Coltivazione dell'ignoranza, Continuità tra destra e sinistra, Crimine dei colletti bianchi, Danni e pericoli della globalizzazione, Diffidenza verso il potere, Etica della conoscenza e del giudizio, Etica post-moderna, Fallacia delle regole, Fictio democratica, Fiducia nelle istituzioni, Forma democratica e sostanza pontificia, Grazia e antinomianismo, Inautenticità della sinistra, Influsso delle oligarchie finanziarie, Istituzionalizzazione del crimine, Laicità all'italiana, Libertà dalla bugia, Manipolazione ideologica, Manipolazione mediatica, Midcult progressista, Morton's fork e doppio legame, Opposizione deuteragonista, Opposizione verticale al potere, Partito americano, Praticità del teorico, Prepotere del clero, Relativismo epistemico, Religiosità laica, Riconoscimento dell'extramediatico, Riconoscimento delle divisioni e divisione come valore, Scambio ruoli progressisti e conservatori, Sinistra compradora, Supporto della religione all'oppressione, Tecnica del potere | Commenti disabilitati
22 giugno 2011
Blog della Redazione de il Fatto quotidiano
Replica al commento di Federico Derchi al post “Sclerosi multipla, in Italia la cura c’è, ma non per tutti” del 21 giu 2011
Per chi si trova nello stato di “chronic sorrow” la speranza è un ancora che evita il naufragio del sé; ma ci sono potenti interessi che speculano su questo bisogno, e guastano alla radice la ricerca sulla SM. Leggendo i commenti, vedo che tra alcuni dei malati di SM sta sorgendo una certa consapevolezza di ciò.
La teoria della patogenesi immunologica della SM è da tanti anni alla base delle lucrose “cure”, “innovative” e spesso dannose come quelle che Il Fatto pubblicizza. Mentre veniva lanciato l’interferone per la SM, pubblicai un articolo teorico che espone indizi che contrastano con tale teoria, e che puntano verso un agente causale chimico (Pansera F. Form and cause in multiple sclerosis. Perspectives in biology and medicine 36: 306. 1993). E’ stato come avere rigato con una chiave la fiancata dell’auto del capo dei capi: nella mia esperienza, la debole teoria autoimmune viene difesa con sistemi mafiosi, grazie anche ai ruffiani delle istituzioni italiane. La terapia basata sull’ipotesi della CCSVI, una grottesca trasposizione all’encefalo della stasi venosa delle caviglie delle nonne, mi sembra sia stata messa sul “fast track” perché gioca il ruolo di oppositore di comodo. Non migliore dei dogmi del Golia farmaceutico che sembra fronteggiare, aiuta a far sì che tutto resti come prima; e accresce i profitti.
Non so per certo quale sia la causa della sclerosi multipla, né tanto meno quali possano essere le terapie. Ma ho visto come i trattamenti attuali si basino su una “slothful induction” finalizzata al profitto che viene protetta con mezzi criminali. Mi pare quindi che la scelta di astensione dalle terapie farmacologiche (una scelta che diversi medici praticano per sé stessi e i loro cari anche per altre “cure”, es. gli antitumorali), e di attenzione agli ausili meccanici che “regalano autonomia” sia saggia, cioè razionale e dignitosa; date le circostanze, che sono squallide e vergognose.
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Blog de il Fatto quotidiano
Commento del 28 lug 2011 al post ” Ferrara, nuova cura per la sclerosi multipla. Ma il ministero non concede i fondi” di Marco Zavagli
L’articolo conferma che gli standard deontologici de il Fatto sulle notizie mediche non sono migliori degli standard etici del governo Berlusconi, al quale il giornalista dà la colpa della crudele omissione di cure della sclerosi multipla. Ma il ministro Fazio ha dichiarato interesse e apprezzamento, a mio parere infondati, per l’ipotesi CCSVI. Sembra un gioco tra compari.
La CCSVI è un’idea balzana osteggiata per finta. Vive di propaganda e aiuti istituzionali. Anche il nome “Brave dream” suggerisce un marketing ploy. Il giornalista adduce come prova di efficacia la circostanza che la CCSVI è accettata a scatola chiusa all’estero; dove secondo Il Fatto sarebbero più scientifici, onesti e caritatevoli di noi. In realtà, molte frodi mediche sono di provenienza estera, in particolare anglosassone; e da noi godono dell’aiuto della parte “sana”: centrosinistra, media “progressisti” come il Fatto, e istituzioni insospettabili; che stanno vendendo i malati al grande business internazionale più ancora della parte palesemente corrotta, Berlusconi e c.
La CCSVI appare come una alternativa di comodo alle terapie immunologiche, che secondo il Fatto sarebbero pure colpevolmente trascurate pur essendo “innovative”:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/06/22/guai-ai-vinti/
Si tratta di innovazione “schumpeteriana”, cioè volta al profitto: variazioni commerciali sullo stesso presupposto errato. Credo che la nuova terapia-marketing, onirica – ma non esattamente coraggiosa, visto ciò su cui specula – non scalzerà le terapie farmacologiche, non essendo efficace; il suo ruolo è di affiancare le terapie “ortodosse” rappresentando un’aggiunta, anch’essa falsa, che dia sfogo ai sentimenti di malati e familiari per l’inefficacia e la dannosità dei farmaci. Fa pensare all’anatocismo, gli interessi sugli interessi applicati dagli strozzini e dai banchieri. Ostacolerà inoltre l’innovazione scientifica autentica, occupandone il posto.
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Risposta 8 ago 2011
@Marco Nazaro. Lei ha fatto male a perdere tempo a leggermi. Chi ha esperienza annusa subito un ciarlatano.
Al di sotto del cuore occorre un lavoro per vincere la forza di gravità e assicurare il ritorno venoso; mentre al di sopra il ritorno venoso ha la forza di gravità a favore. Il semplice mettersi in piedi dal letto provoca un aumento della pressione venosa alle caviglie di 100 mm Hg, e allo stesso tempo un aumentato deflusso dal circolo cerebrale, dove si può avere ipoperfusione. Ci sono meccanismi specifici per il ritorno venoso dalle gambe. Se falliscono si ha insufficienza venosa. E’ grottesco capovolgere l’emodinamica del “venous pooling” applicandola al distretto sovracardiaco ipotizzando una “insufficienza” in grado di causare danni analoghi a quelli cutanei da vene varicose (Zamboni JRSM, 2006), es. necrosi. L’anatomia delle vene presenta spesso anomalie prive di significato clinico. Il letto venoso è piuttosto elastico quanto a compenso di una stenosi mediante circoli collaterali. Ma se si verifica un’ostruzione significativa del deflusso venoso del cervello le conseguenze sono catastrofiche: è contraddittorio che l’ipotizzata stasi venosa non provochi emorragie e necrosi nel delicato e suscettibile parenchima cerebrale. Soprattutto in clinostatismo. Sarebbe così miracolosamente selettiva da palesarsi invece solo contribuendo, inspiegabilmente, alla patologia della SM.
Potrei continuare, ma neanch’io amo perdere tempo: divido le letture in “bianche e “nere” a seconda che edifichino o avviliscano, e per me è la CCSVI a costituire una lettura nera. Nonostante il mancato reperimento di dati fisiopatologici solidi a conferma di un’idea tanto peregrina, sono già partite, per le ragioni già dette, non solo le sperimentazione cliniche, ma anche la pratica chirurgica; della quale dovrebbero occuparsi forze di polizia e magistratura; il cui potere repressivo scorre però anch’esso capovolto, al servizio delle frodi strutturali del business medico.
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16 maggio 2011
Blog “Appello al popolo” 18 mag 2011
“Due colpi quasi simultanei posero termine alla silenziosa attesa; Arguto depose ai piedi del Principe una bestiola agonizzante. Era un coniglio selvatico: la dimessa casacca color creta non era bastata a salvarlo. … Don Fabrizio si vide fissato da due grandi occhi neri che, invasi rapidamente da un velo glauco, lo guardavano senza rimprovero ma che erano carichi di un dolore attonito contro tutto l’ordinamento delle cose… L’animale moriva torturato da un’ansiosa speranza di salvezza, immaginando di poter ancora cavarsela quando già era ghermito, proprio come tanti uomini … Don Fabrizio … aveva provato, in aggiunta al piacere di uccidere, anche quello rassicurante di compatire”
(Lampedusa)
“Il 50% dei soggetti non ha mostrato alcuna reazione dopo l’inoculazione. L’altro topo è scappato.”
(Medawar).
C’è tanto di sbagliato e tanto di giusto nella sperimentazione animale. Non ho sensi di colpa per le dozzine di rattini neonati ai quali estrassi il cervello, dopo averli decapitati, nel laboratorio universitario di ricerca di base sul funzionamento del cervello dove, studente di medicina, ero interno, intorno al 1980. E’ un tema etico complesso e strumentalizzabile. In esso giocano fattori eterogenei; limiti tecnici, profondi moventi antropologici, grandi interessi economici e ideologici. Questo calderone produce situazioni intricate e a volte paradossali. Vorrei illustrare come la sperimentazione animale può essere una truffa, oltre che una crudeltà; ma che lo stesso può essere detto a ragione anche della sua abolizione. In particolare, vorrei mostrare che la lotta attuale alla sperimentazione animale è una di quelle battaglie progressiste dove si crede di opporsi al potere, e che in realtà sono favorite dal potere per fini nascosti.
In questi problemi di bioetica, dove all’etica si sovrappongono ragioni non dichiarate, non basta cercare se è “giusto” o “sbagliato”. Alla variabile a due valori “a favore”/”contro” è opportuno affiancarne un’altra, che rappresenti gli altri fattori, e le strumentalizzazioni che portano con sé: la variabile a due valori “per buone ragioni”/ “per cattive ragioni”. Ciò è ottenibile con una tabella 2×2, dove le righe indicano “a favore” e “contro”, e le colonne “per buone ragioni” e “per cattive ragioni”. Si otterranno così 4 caselle, ognuna denominata dal nome della riga più il nome della colonna che incrociandosi formano la casella. Mentre le righe sono oggettive, le colonne derivano da un giudizio.

Le coppie di caselle contrapposte lungo le diagonali: 1 e 4; 2 e 3; contengono in buona parte argomenti complementari, che possono essere discussi indifferentemente nel primo o nel secondo degli elementi della coppia: es. alcuni degli argomenti “contro per cattive ragioni” sono il negativo fotografico di argomenti “a favore per buone ragioni”, e li si può trattare nella prima o nella quarta casella. Vediamo come si può effettuare tale spoglio etico: come si possono riempire le quattro caselle nel caso della sperimentazione animale.
1. A favore per buone ragioni
La sperimentazione animale consente di applicare il metodo scientifico nella sua forma più rigorosa, l’esperimento controllato. Ha portato a grandi conoscenze, soprattutto nel campo della fisiologia. Ha anche permesso di individuare cancerogeni e altri agenti nocivi. La sperimentazione animale è entrata a far parte di protocolli standard di ricerca scientifica e di controllo amministrativo. Va annoverata tra le forme di sfruttamento del regno animale, come la zootecnia, l’industria delle pelli, l’uso di bestie da fatica per ottenere energia meccanica, etc., che hanno emancipato l’uomo dallo stato di natura. Da sola non è sufficiente al progresso della scienza, ma eliminarla sarebbe un regresso. Già oggi i farmaci vengono immessi sul mercato con controlli limitati sulla sicurezza e sugli effetti collaterali, fidando nella “farmacovigilanza”; anche detta “postmarketing surveillance”. Riducendo la sperimentazione animale si aggrava uno stato di fatto di sperimentazione disordinata e incontrollata sull’uomo. E si riducono ulteriormente i controlli sull’esposizione ad agenti tossici e cancerogeni.
2. A favore per cattive ragioni
I modelli animali si basano sull’analogia, forma di inferenza induttiva debole che già sul piano teorico può far cadere in trabocchetti; trabocchetti che la Natura non si è astenuta dal disseminare nel mondo materiale: ci sono sostanze che per l’uomo sono innocue mentre sono tossiche per alcuni animali, e viceversa. Alcuni “modelli animali” di malattia non sono fedeli; sono solo rappresentazioni, a volte caricaturali, che mimano superficialmente la malattia, ma sono causate da meccanismi diversi, che danno luogo a fenomeni diversi, da quelli della patogenesi della malattia umana che si vorrebbe studiare. I limiti metodologici della sperimentazione animale si fondono con manipolazioni intenzionali. Quando viene usata, come spesso è il caso, per estrapolare risultati terapeutici sull’uomo può produrre risultati errati o che confondono. E anche risultati di comodo, volutamente fraudolenti. Ogni settimana sui media appaiono mirabolanti progressi medici … ottenuti su animali. Si annuncia un altro passo avanti della medicina, ma quasi sempre non è vero niente. Basta scegliere la specie animale, o il modello animale di malattia, adatti, e voilà.
Mediante la sperimentazione sugli animali si possono ottenere, o selezionare, facilmente le pezze d’appoggio desiderate. Basta poco, qualche flebile e vago risultato su animali, per giustificare l’inizio della trafila sperimentale sull’uomo che lancerà un farmaco “prescelto dagli dei”. In questi giorni parte in Italia la sperimentazione clinica sull’efficacia dell’EPO, eritropoietina, nella sclerosi laterale amiotrofica (1); sarebbe interessante cercare di comparare il peso dei risultati ottenuti su animali – per i quali l’EPO, una delle tante citochine pleiotropiche presenti anche nel sistema nervoso, avrebbe una generica attività positiva, “neuroprotettiva”, che si opporrebbe in qualche misura al danno mentre il tessuto nervoso viene distrutto - con il peso della “fedina penale” dell’EPO; come i milioni di dollari pagati (legalmente, in USA) dalle case produttrici agli oncologi per fargli prescrivere il farmaco, che può causare gravi effetti avversi; col risultato che il farmaco è stato somministrato oltre le sue indicazioni e oltre i dosaggi corretti, a danno della salute dei pazienti, e anche della spesa pubblica per la sanità (2).
Il pur accomodante ente USA di controllo dei farmaci, la FDA, ha imposto per l’EPO un’etichetta di avvertimento che informi i pazienti sui rischi di “aumento della mortalità, eventi cardiovascolari gravi, tromboembolie e accelerazione della progressione dei tumori quando usata fuori dalle prescrizione e dai dosaggi”. Lasciando da parte altri episodi poco edificanti, questo dell’incremento dei consumi e del fatturato ottenuti corrompendo di fatto i medici, che si sono lasciati corrompere e hanno imbottito del prodotto i pazienti talora fino a farli schiattare, è un precedente poco rassicurante sulla serietà di questa estensione del farmaco, su basi teoriche robuste quanto il filo di una ragnatela, a una patologia neurologica completamente diversa da quelle, ematologiche, oncologiche e renali, per le quali è stato sviluppato e approvato e per le quali ha almeno una ratio teorica – dovuta a studi di fisiologia che hanno utilizzato ratti e conigli – solida e lineare.
La comparazione sarebbe interessante e utile, per valutare qual è la variabile indipendente: se gli interessi di chi è malato o quelli di chi cura; se, data la malattia SLA, sperimentare sulla terapia con EPO è davvero la scelta più razionale tra le vie possibili per arrivare a un trattamento; oppure se, dati gli interessi economici, sono i malati di questa malattia feroce, e la conseguente disperata ricerca di una speranza cui aggrapparsi, ad offrire un’opportunità agli spiriti animali di industriali e speculatori per espandere il mercato dell’EPO; opportunità inconsistente sul piano biologico, e al quale la sperimentazione animale ha contribuito a fornire un alibi o una foglia di fico. Opportunità che può aggiungere danno a danno nei malati.
Ma tale confronto critico sarebbe poco salutare per l’ipotetico autore, perché oltre che sui modelli animali i farmaci come l’EPO, “blockbuster” nei profitti, possono contare su altri ausili; incluse istituzioni dello Stato, che quando non si occupano di difendere la democrazia dalla mafia e da altri birboni pensano a mettere a tacere, con sistemi animaleschi, chi intralci il progresso scientifico; facendosi custodi volontari del sacro fuoco di Prometeo; e anche del relativo sistema di distribuzione di plusvalenze, cedole, dividendi e mazzette.
Oltre agli aspetti tecnici e economici ce ne sono di psicologici e culturali. L’uccisione di animali è un rito che sollecita i nostri istinti di crudeltà e insensibilità; ciò in campi, la medicina e l’igiene pubblica, che se non sono guidati da sentimenti umani scivolano verso la banalità del male. Quando ero resident in neuropatologia a Boston una volta fui mandato nello stabulario con l’occorrente per le autopsie. Trovai degli studenti di medicina del primo anno (retta 27000 dollari all’anno, in genere prestati da una banca; era il 1992) che aspettavano lievemente eccitati in una delle salette chirurgiche, attorno a un cane lupo, già sedato e immobilizzato, testa compresa. Lì mi venne detto che avrei dovuto rimuovergli la calotta cranica, da vivo, e poi l’encefalo, e indicare le principali parti anatomiche agli studenti. Il valore didattico della dimostrazione sarebbe stato modesto; meglio farli assistere alle autopsie di routine, o a un intervento, oppure a un esperimento, di neurochirurgia stereotassica.
Più che altro, i patimenti dell’animale e gli schizzi di sangue di cane avrebbero fatto acquisire agli studenti un po’ di quella “callousness”, così la chiamerebbe qualche critico anglosassone, che viene scambiata per “essere tosti”; mentre è la durezza del callo: ci si è fatto il callo, si diviene incalliti; callosità d’animo che in certi eserciti viene ottenuta nelle reclute facendogli scannare maiali; e che i futuri dottori avrebbero proficuamente applicato nella professione, sotto la maschera grave del medico preoccupato per il bene del paziente, mentre si sbrigavano a pagare il prestito alla banca per cominciare a far fruttare l’investimento. Io avrei compiuto un gesto senza senso e degradante. Così tornai su a mani pulite, dai miei capi coi quali già ero ai ferri corti.
Il dipartimento ospitava Imanishi-Kari, la ricercatrice allora al centro di uno scandalo internazionale per una frode scientifica che riguardava lei e un Nobel, Baltimore (detto “il papa”), e del quale aveva fatto le spese la ricercatrice che li aveva denunciati, O’Toole, ostracizzata dalla professione; i due erano difesi con tutti i mezzi dall’establishment scientifico; ci volle un senatore USA per sputtanarli e dargli una tirata d’orecchie. Sulla porta della sua stanza Imanishi-Kari aveva messo la foto della faccia ghignante di una gargoyle: un mostro in pietra ottenuto antropomorfizzando un animale.
3. Contro per buone ragioni.
La coltivazione del senso di umanità comporta che si rispetti la vita in tutte le sue forme. Quindi anche quelle animali. E’ prudente porre quante più barriere all’esercizio della violenza fisica, che fa presto a trovare giustificazioni e scorciatoie.
La sperimentazione animale oltre che un modello biologico per le malattie può essere un modello esistenziale del problema del male nel mondo: l’animale non ha scampo, sotto la mano dell’uomo; così come non l’abbiamo noi in mano al Fato, che con cura scientifica somministra dolore, col contagocce, o a volte strazia con i suoi ferri; o per chi ci crede in mano a Dio, che fa la stessa cosa, ma per il nostro bene a sentire alcuni dei vertici della ricerca scientifica italiana (3). Rinunciare a questo potere è un resistere come si può contro l’ordinamento maligno delle cose; è un gettare a terra l’offerta di rivalersi sugli animali del nostro destino, per esorcizzarlo, per consolarsi; e chiedere invece conto al cielo, vuoto o abitato che sia, di tutto questo.
La sperimentazione animale è inoltre parte di quei parafernalia che danno un senso teatrale di scientifico, ma in sé non dà garanzie di scientificità, e può servire a propagandare il falso. Opponendosi alla sperimentazione animale ci si oppone anche a truffe pseudoscientifiche.
4. Contro per cattive ragioni.
E’ in corso da decenni un indebolimento della metodologia scientifica in medicina. La “scienza” oggi è il settore “ricerca e sviluppo” dell’industria medica, che è finalizzato al profitto, molto prima che alla conoscenza e al bene dei pazienti. L’industria farmaceutica è in realtà ben lieta di abolire i controlli obbligatori di tossicità su animali; es. la Astra Zeneca, già accusata di avere soppresso dati preclinici sugli effetti collaterali di un farmaco oncologico, ha fatto propugnare tale abolizione a un suo ricercatore (4).
Beltz, l’inventore del primo farmaco che fu adottato per l’AIDS, l’AZT, si è detto pentito di averlo creato, avendo visto come è stato impiegato. L’AZT fu introdotto nella clinica sulla base di semplici esperimenti in vitro. Gli scienziati “eretici” che hanno evidenziato come l’AZT fosse un fattore causale della sindrome, piuttosto che una terapia efficace, hanno osservato che saltare la fase di sperimentazione animale sulla farmacodinamica ha contribuito all’equivoco: il risultato fu una somministrazione a livelli “prohibitively toxic” (5). In generale, la sperimentazione animale può dare elementi importanti – ma poco graditi a chi vende farmaci – sugli effetti paradossali, cioè iatrogeni, dei prodotti farmaceutici.
Non è stato quindi per le pressioni degli animalisti o per innata gentilezza d’animo che la UE nel 2007 ha messo al bando i test di cosmetici su animali, e nel 2008 gli USA hanno messo al bando i test tossicologici di inquinanti su animali. Si è pronunciata contro la sperimentazione animale in oncologia l’AIRC, che sulla patogenesi del cancro negli umani propaganda come verità scientifiche assodate affermazioni tendenziose (6) che sono il frutto di stime interessate; e, per stessa ammissione di chi li ha prodotti, non di dati stabiliti; e che vanno nello stesso verso di nascondere, assolvere e deregolamentare a favore dei grandi interessi.
C’è una convenienza a eliminare una metodologia, la sperimentazione su animali, che, con tutti i suoi limiti, può a volte dire “no”, “è falso”, a scoperte “scientifiche” finalizzate a fare alzare un titolo in Borsa; e può a volte dire “questo prodotto fa male”, “questo è mutageno e probabilmente cancerogeno”. La sperimentazione animale conviene al business quando appoggia le sue operazioni; è comoda per lanciare sui media la svolta epocale della settimana; ma dove porta a risultati sgraditi la si soppianta con la sperimentazione in vitro o i modelli matematici, che permettono ancora meglio di impapocchiare i risultati desiderati.
Non tutti, ma alcuni amanti degli animali sembrano frapporre psicologicamente gli animali tra sé e gli altri primati della loro stessa specie. Ci sono anche ragioni ideologiche, antiumaniste, contro la vivisezione, e in genere per la protezione degli animali: riconoscere pari dignità, o una maggiore dignità, agli animali favorisce una concezione più bassa della dignità dell’Uomo. Personalmente vedo il rispetto per gli animali non come un valore primario, ma come una conseguenza del rispetto per l’umanità. Se si mettono animali e persone sullo stesso piano, come alcuni apertamente predicano, può succedere che siano gli umani a essere trattati come animali. Appannando la distinzione tra uomo e animale, antropomorfizzando gli animali, si possono generare mostri; rischiamo di avvicinarci alla nostra natura zoologica, che incombe sotto di noi non meno del cielo stellato sopra di noi.
Gli animalisti fanno spesso parlare le immagini. Anch’io sono rimasto influenzato da ciò che ho visto; ma che non viene reso pubblico. Si freme davanti all’immagine neotenica di un piccolo di scimmia mentre viene “sacrificato”, secondo il termine usato negli articoli scientifici; non è difficile imbattersi in tali immagini. Ma le immagini dalla sala autoptica della “real thing”, di come vengono martoriati certi corpi dalla medicina commerciale; le immagini dei cadaveri dei bambini immolati sull’ara del business, degli esiti di forme cadenzate, sofisticate e controllate di macellazione, capaci di sviluppare un giro d’affari di diverse centinaia di migliaia di euro a persona trattata, non verranno mostrate.
Se si vogliono curare davvero le malattie c’è bisogno non tanto di immagini commoventi quanto di informazioni. La lotta alla sperimentazione animale va nel verso della tendenza a sopprimere le informazioni; quelle esistenti e le fonti che potrebbero produrle. Pochi giorni fa l’ombudsman dell’EU ha dato ragione, ma solo nel loro caso specifico, a due affermati ricercatori danesi che protestavano perché l’agenzia europea del farmaco, l’EMA, rifiutava da tre anni di consegnare dati relativi agli effetti avversi, anche mortali, di due farmaci antiobesità. L’EMA ha fornito comunque dati censurati, dopo avere addotto come spiegazione del rifiuto a qualsiasi rilascio l’argomento che l’informazione avrebbe danneggiato interessi commerciali; una deroga prevista al diritto fondamentale di accesso dei cittadini ai documenti dell’UE.
I due ricercatori commentano che l’EMA trattenendo i dati protegge interessi commerciali prima che la vita e il benessere dei pazienti; è la questione che ho posto prima a proposito della inversione della funzione “malattia ==> prodotto di cura” nel caso SLA-EPO. Concludono che il comportamento dell’EMA mostra come ci sia qualcosa fundamentally wrong nella scala di priorità della medicina (7). Da noi le autorità ce la mettono tutta per mostrare ai loro attuali padroni zelo implacabile nel proteggere i recessi sacri della ricerca medica. Così per alcuni tipi di medico anche ottenere articoli da una biblioteca medica universitaria diventa una penosa corrida, dati i boicottaggi, nel silenzio complice di tutti, compreso il Procuratore della Repubblica; e per il ficcanaso perfino l’accesso a biblioteche pubbliche generali deve avvenire con il monito di CC o di vigili urbani che arrivano regolarmente sulla soglia insieme all’utente, come se si trattasse di sventare una rapina alle Poste.
E’ difficile restare indifferenti alle immagini dei candidi piccoli di foca imbrattati del loro sangue mentre i cacciatori di pelli li massacrano a picconate sul pack; o al pathos del cane il cui sguardo continua a esprimere fedeltà all’uomo mentre muore legato al tavolo sotto l’attenzione perversa dei ricercatori. Intanto la FDA, e anche l’EMA, stanno mostrando interesse, dietro pressioni delle case farmaceutiche, che considerano “partners”, o “clienti”, per forme di approvazione parziale tipo “live license”, in analogia con quanto avviene col software: si consentirà l’entrata in commercio dei farmaci basandosi su ricerche “beta”, senza neppure completare i controlli, già fragili e aggirabili, del trial clinico; come per i software, ci sarà un continuo “aggiornamento” a mano a mano che i dati sugli effetti arrivano dalla popolazione che assume il farmaco. Solo che qui i bugs non impallano un PC, ma possono consistere ad esempio nel caso dell’EPO nel blocco dell’afflusso di sangue ad aree del cervello o di altri distretti. Ma gli anziani, i padri, le madri, i giovani, i bambini che fanno da cavie (cavie paganti) non commuovono quanto i cuccioli di beagle o di macaco.
Gli animalisti pensano di opporsi all’affarismo medico; sono spesso fautori delle medicine alternative. Non lo sanno, ma combattendo la sperimentazione animale accettano da quell’industria che credono di contestare una varietà dello stesso prodotto al quale deve gran parte del suo successo: il senso, una narrazione che soddisfi sul piano morale ed esistenziale. Mentre la medicina razionale in prima battuta suona meno umana delle storie suadenti confezionate per le masse; siano storie di farmaci miracolosi o di poveri animaletti.
I movimenti animalisti e antivivisezionisti costituiscono spesso una forma di dissenso romantico gradita al potere: fanno sfogare la sensazione diffusa ma indistinta che la medicina attuale comporti abusi e crudeltà; distraggono dagli orrori delle frodi della medicina sugli umani; facilitano l’eliminazione di strumenti di controllo ormai ingombranti, ottenendo in cambio consenso. Ci sono stati anche atti di violenza e attentati in nome dei diritti degli animali; queste forme terroristiche, non si sa quanto pilotate (8), facilitano la repressione del dissenso tecnico e democratico agli abusi commessi in nome della “scienza”; un gioco quest’ultimo che non dovrebbe suonare nuovo a chi abbia presente il “destabilizzare per stabilizzare” degli anni del terrorismo armato.
* * *
Personalmente concludo che la sperimentazione su animali è etica e raccomandabile in linea di principio, purché abbia finalità esclusivamente scientifiche e obiettivi positivi per l’umanità; purché sia condotta e interpretata con onestà e rigore, ed eviti quanto più possibile sofferenze agli animali. Condizioni che molto spesso nella pratica non sono rispettate.
Gli oppositori della sperimentazione animale dovrebbero considerare la tabella, e in particolare la casella n.4: il rischio che le loro sincere posizioni progressiste vengano strumentalizzate dal potere. Questo accade più di frequente di quanto si pensi; c’è una hidden agenda anche per la bioetica.
Anche per il testamento biologico e l’eutanasia è possibile costruire una tabella etica 2×2, e la casella “a favore per cattive ragioni” è tutt’altro che vuota, data la presenza di interessi materiali che il dibattito mediatico trascura (9). Anche lì lo spoglio porta a un quadro più complesso di quello dell’attuale dibattito, schematico e manicheo; e porta a considerare se sostenendo il testamento biologico, o opponendosi, nei ristretti termini imposti dal dibattito ufficiale, non si sta inconsapevolmente accettando un falso dilemma, che andrà a nostro discapito qualunque sia la scelta (10,11).
http://menici60d15.wordpress.com
1. Arcovio V. Sla, per rallentare la malattia ora si prova con l’Epo. Il Fatto quotidiano, 12 mag 2011. http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/12/sla-per-rallentare-la-malattia-ora-si-prova-con-lepo/110565/
2. Berenson A, Pollack A. Doctors reap millions for anemia drugs. New York Times, 9 mag 2007.
3. I “preambula fidei” di San Tommaso e quelli di De mattei e Carancini. http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/16/i-preambula-fidei-di-san-tommaso-e-quelli-di-de-mattei-e-carancini/
4. Robinson S. et al. A European pharmaceutical company initiative challenging the regulatory requirement for acute toxicity studies in pharmaceutical drug development, Regul. Toxicol. Pharmacol. (2008), doi:10.1016/j.yrtph.2007.11.009.
5. A Critical Analysis of the Pharmacology of AZT and its Use in AIDS.Eleni Papadopulos-Eleopulos et al. Curr Med res Opin 1999. 15: S1-45.
6. Il pornografico e l’osceno. http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/30/il-pornografico-e-l’osceno/
7. Gotzsche P.C, Jorgensen, A W. Opening up data at the European Medicines Agency. British medical journal, 10 mag 2011.
8. Leopardi, Unabomber e altri eversori. http://menici60d15.wordpress.com/leopardi-unabomber-e-altri-eversori/
9. Questionario immaginario ai magistrati sul testamento biologico. http://menici60d15.wordpress.com/2009/03/09/questionario-immaginario-ai-magistrati-sul-testamento-biologico/
10. Contro il relativismo etico ed epistemico. http://menici60d15.wordpress.com/2009/06/03/contro-il-relativismo-etico-ed-epistemico/
11. Il riduzionismo giudiziario nella frode medica strutturale: il caso del testamento biologico. http://menici60d15.wordpress.com/2009/06/24/il-riduzionismo-giudiziario-nella-frode-medica-strutturale-il-caso-del-testamento-biologico/
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16 aprile 2011
Blog di Andrea Carancini
Commento del 16 apr 2011 al post “Sbagliata la petizione contro Roberto De Mattei” del 16 apr 2011 . Cancellato senza avviso al 25 apr 2011
La tesi di De Mattei non è illogica: è infatti esente da vizi logici evidenti. Come quella di quel pastore anglicano che cercò di contestare l’evoluzione dicendo che i reperti fossili ce li aveva messi Dio stesso, che li aveva creati fossili fin dall’inizio: i ragionamenti religiosi hanno spesso logicità, cioè coerenza interna, e a volte sono ingegnosi.
Ma quanto afferma De Mattei non è razionale; le affermazioni sulle cause dei fenomeni naturali si richiede siano di carattere scientifico per essere considerate razionali; e per essere di carattere scientifico devono essere almeno “falsificabili”, secondo la nota espressione di Popper. La tesi che Dio faccia provocare terremoti, osserva Carancini, non è “dimostrabilmente falsa”; nel senso che non è possibile dimostrarne la falsità; ma questo è esattamente il criterio generalmente stabilito per considerare un assunto non assurdo, o privo di valore o di significato, ma estraneo al discorso scientifico.
E siccome si sta parlando di terremoti è impressionante che un alto funzionario dell’istituto pubblico che dirige anche la ricerca sul tema indulga in spiegazioni causali non falsificabili. Le spiegazioni non falsificabili di disgrazie sono tipiche di maghi, fattucchiere e profittatori vari; il clero stesso è prudente nel dosare questo strumento di persuasione. Attribuire una natura divina alle calamità naturali non lascia sperare che si farà tutto il possibile per prevenire gli strazi e i danni che provocano, e per porvi rimedio. Non si vorrebbe percepire una morbosa approvazione per le sciagure in chi avrebbe l’incarico di contrastarle.
Oltre a ciò va rilevata una carica di fanatismo che allontana ancor più le affermazioni di De Mattei dalla razionalità (e anche dalla carità): per es. per De Mattei il terremoto sarebbe anche segno della misericordia divina, perché, pur meritando noi di venire uccisi, essendo peccatori, Dio ci risparmia. Questo più che razionale suona come indice di una mentalità sadica e prevaricatrice. E’ da notare che sul sito “Pontifex”, dove si sono minacciate azioni legali a difesa di De Mattei (citando anche miei passi), nel post “Riflessioni su catastrofi e castighi” si afferma, a proposito dello Tsunami del 2004 nel Sud Est asiatico, che:
“purtroppo, anche molti uomini di Chiesa hanno detto che non era certamente da considerarsi come un castigo. Ora è innegabile che il “turismo sessuale”, che si commetteva in molti di quei luoghi, è proibito dalla legge di Dio; basta leggere la Bibbia (sia il Vecchio che il Nuovo Testamento) per rendersi conto che Dio non transige su certi comportamenti.”
Cioè Dio avrebbe punito il turismo sessuale spazzando via con un’ondata le vittime del turismo sessuale e le loro povere abitazioni. Se questa è razionalità, è una razionalità che darebbe tanto lavoro a uno psicanalista.
Sono comunque d’accordo che una petizione contro De Mattei sia errata; in sé, perché per principio non si può votare l’ostracismo verso il singolo che esprime opinioni; sia perché avvantaggerebbe l’altra chiesa, quella scientista; che poi col clero è in buoni rapporti d’affari; affari seri che spesso beneficiano di queste baruffe per i gonzi:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/12/i-futures-di-santa-lucia/
* * *
Blog di Andrea Carancini
Commento non pubblicato con la motivazione di essere inerente a un commento ritirato
Ho ricevuto il seguente interessante commento email (del quale posso esibire copia):
“Non tutto ciò che è razionale è scientifico, almeno rispetto alla percezione comune di ciò che è scientifico. Di sicuro, quanto detto da De Mattei non solo non è irrazionale ma è coerente con il concetto cattolico di razionalità, che ha sempre postulato la CONOSCIBILITA’ di Dio tramite la conoscenza della natura. La logica dei ciarlatani non può certo essere paragonata a quella di un S. Tommaso.
Nessuno si può permettere di tacciare di ciarlatanismo i preambula fidei di S. Tommaso. Per me la discussione finisce qui.”
Ritengo utile rispondere:
I Preambula fidei del tredicesimo secolo dell’Aquinate non sono “ciarlatanismo”; ma non sono neppure i criteri sui quali si basa la ricerca scientifica nel mondo. Alcuni, come la prova “ex fine” dell’esistenza di Dio sono tipi di ragionamento esplicitamente negati dalla metodologia scientifica ufficiale. Secondo il criterio di falsificabilità cui si attiene universalmente la ricerca scientifica per essere riconosciuta tale, quanto dice il vicedirettore del CNR De Mattei dei terremoti non è razionale; è libero di dirlo ovviamente, ma si tratta di affermazioni non compatibili con una posizione di dirigente di ricerca.
Francesco Pansera
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14 aprile 2011
Blog “Blogghete”
Commento al post “I bambini atomici” del 13 apr 2011
Quando avevo circa 27 anni, 1-2 anni dopo Chernobyl, lavoravo saltuariamente nell’ambulatorio della direzione generale dell’ENEL (un appalto sontuoso a un tale, che non ci pagava, se non dopo 6-8 mesi e lunghe insistenze, le 60milalire/giorno pattuite). Fuori a volte c’erano i manifestanti contro il nucleare; e io, che ero non meno candido di quanto Freda dice dei suoi vent’anni, mi meravigliavo di come fossero tollerati, e anzi trattati amichevolmente nonostante le pesanti accuse che gridavano contro l’ENEL e i suoi capi.
Il 10 mag 2009, a Brescia, dopo una conferenza pubblica di uno studioso degli Anni di piombo, nel dibattito – saremo stati non più di una quindicina di spettatori – si è alzato Francesco Gironda, che ha detto di avere lavorato come “addetto stampa” di Gladio. Ha raccontato che dopo Chernobyl gli storni cadevano a mucchi nel suo giardino; e che dovere dello Stato “parallelo” è stato quello di tenere, responsabilmente, nascosta la notizia, che avrebbe provocato il panico. Questo per dire che tali notizie vengono considerate e manipolate (quando non create) dai famosi “servizi”. Che oggi si occupano meno di bombe e più di business, non ultimo il business della medicina.
Come osserva giustamente Freda, la notizia su Chernobyl fu tutt’altro che nascosta. Sono altre le notizie mediche che i colleghi di Gironda fanno in modo non emergano. Fa bene Freda, col suo fiuto, a non bersi le notizie mediche di fonti di parte come Repubblica; ma si tratta di un gioco di specchi complicato. Da un lato le radiazioni possono fare molto male, facilmente e in modo del tutto inapparente (e questa non è che una delle ragioni per opporsi al nucleare); dall’altro la loro grave pericolosità viene sia esagerata a dismisura, sia ferreamente censurata a seconda della convenienza; es. si sollecitano paure agitando fantasmi di radiazioni inesistenti, ma che paradossalmente, spingendo a fare accertamenti per la paura di essersi presi il cancro, tra i danni che provocheranno avranno quello di un aumento di esposizione alle radiazioni “buone”: le radiazioni mediche, che non sono affatto buone. Tutti sanno della “nave dei veleni” radioattiva di Cetraro, una brutta operazione di disinformazione (come scrissi prima che cominciassero le verifiche); ma ci si guarda dall’informare adeguatamente il pubblico sul rischio cancerogeno concreto derivante dal cumulo degli effetti degli esami radiografici o con isotopi radioattivi:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/15/pescatori-di-cancro/
In USA tutti sanno di Three miles Island, ma le cardio TAC “preventive”, che è stato calcolato provocano 75 nuovi casi cancro ogni 50000 soggetti, vengono pubblicizzate da cartelloni con l’immagine di un bambino che dice che per la Festa del papà regalerà al babbo una cardio TAC. L’allarme montante sulla radioattività dal Giappone potrebbe preludere a un nuovo allarme su un aumentato rischio di cancro e sulla necessità di farsi controllare; in particolare per alcuni tumori, come quello alla tiroide. Segnalo anche un altro mio commento, che include considerazioni sul cancro della tiroide, e sulla sua sovradiagnosi:
http://menici60d15.wordpress.com/2010/10/25/opere-e-omissioni-2/
Pubblicato in: Adeguamento della realtà al falso con la violenza, Agnotologia, Animalità razionale, Appoggio della magistratura alla frode medica strutturale, Avversione della sinistra deuteragonista per l'opposizione autentica, Bioetica strumentale, Borghesia compradora, Carotismo, Censura del dissenso tecnico, Collusione della magistratura col potere, Coltivazione del conformismo, Complesso biomedico-mediatico, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Crimine dei colletti bianchi, Crimine universitario, Depistaggi eziologici, Depotenziamento lotta al crimine, Deuteragonismo medico, Difesa diritti fondamentali pre-costituzionali, Diffidenza verso il potere, Diritto all'informazione, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Disordine pilotato, Dolo in medicina, Doppio Stato polizie segrete e associazioni di tipo massonico odierni, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Falsa analogia, Falsi perseguitati e dissenso di comodo, Fictio democratica, Fiducia nelle istituzioni, Frode medica strutturale, Funzione censoria del deuteragonismo, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Inautenticità della sinistra, Indebolimento metodologia scientifica, Influsso delle oligarchie finanziarie, Inquinamento, Istituzionalizzazione del crimine, Istituzioni ibride, Lancio infiltrazioni mafiose al Nord, Legami mafie meridionali-mafie padane autoctone, Libertà dalla bugia, Mafia meridionale e mafia fordista, Mafie meridionali e medicina, Magistrati e deuteragonismo, Magistratura business friendly e dottrina Pizzillo, Malamisura, Manipolazione delle statistiche sul cancro, Manipolazione mediatica, Medicina e frode medica strutturale nel Meridione, Mediocrità etica e intellettuale tra gli scienziati, Metamafia, Midcult progressista, Neoalchimia, Omertà scientifica, Opposizione deuteragonista, Partecipazione della Sinistra deuteragonista al doppio Stato, Pericoli dell'antimafia, Perversità del crimine istituzionale, Politica e biomedicina, Praticità del teorico, Profezia che si autoavvera, Profezia che si autoavvera in medicina, Questione meridionale, Riconoscimento dell'extramediatico, Ruolo della magistratura nel doppio Stato, Scambio ruoli progressisti e conservatori, Scientismo, Scienza ad auctoritatem, Servizi segreti e frode medica strutturale, Sinistra compradora, Sinistra deuteragonista, Sovradiagnosi, Sovratrattamento, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Successione Ndrangheta come prima mafia, Teatrino laici cattolici su questioni bioetiche, Tecnica del potere, Tecnologia irrazionale pro business, Tirannia della bugia, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza e medicina, Violenza impunita, Violenza occulta | Commenti disabilitati
29 marzo 2011
Blog di Dario Bressanini su Il Fatto
Commento al post “Energia sostenibile senza aria fritta” del 29 mar 2011
“Vivere delle rinnovabili di altri paesi?
Se il Mediterraneo diverrà un’area di cooperazione o di scontro nel 21° secolo sarà di importanza strategica per la nostra sicurezza comune. J Fisher, Ministro degli esteri tedesco, 2004”
Titolo ed epigrafe del cap. 25 di “Sustainable energy – without the hot air.” Versione 3.5.2, 2008 di DJC MacKay, Chief scientific advisor del Dip. dell’energia UK. Reperibile su internet.
Il cap. illustra che nel deserto nordafricano si potrebbero installare impianti solari capaci di risolvere il difficile problema energetico europeo, inclusi i risvolti ecologici. Dal testo, le tabelle e i grafici si evince che la Libia è il paese ideale per la vicinanza, la bassissima densità di popolazione, l’elevata quantità di energia potenzialmente ottenibile.
cap. 30, sez. “tirate le somme”:
“Siamo realistici. Proprio come la Gran Bretagna, l’Europa non può vivere delle sue rinnovabili. Se il fine è quello di svincolarsi dai carburanti fossili, l’Europa necessita del nucleare, oppure dell’energia solare del deserto di altri popoli, o di entrambi.”
Sul piano politico, mentre il coriaceo Gheddafi potrebbe essere un problema per tale progetto, un governo fantoccio renderebbe la Libia una “sandbox” perfetta per lo sfruttamento energetico occidentale. Può essere utile annotare che lo scatolone libico è pieno di energia che non è solo quella del petrolio, e potrebbe essere un’area di fondamentale importanza per l’approvvigionamento di energia dell’Europa. Può darsi che la contabilità di MacKay spieghi anche l’intervento in Libia; di sicuro l’attacco è coerente con la filosofia riflessa da MacKay:
“La crescita è uno dei principi della nostra società: la gente diventa più ricca e quindi può giocare con più gadgets. La domanda per videogames ancora più superlativi…” (cap. 22).
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/20/l’obesita-energetica/
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/23/la-retorica-quantitativa/
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Blog di Giulietto Chiesa su Il Fatto
Commento del 3 apr 2011 al post “Southern Mistral 2011″ del 3 apr 2011
Forse le ragioni, al di là delle versioni ufficiali che tanto piacciono alla “sinistra”, sono molteplici; alcune ipotesi sono abbastanza ovvie:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/30/quando-e-lo-stupido-che-guarda-alla-luna/
Altre possibili ragioni attendono di essere portate alla luce dagli esperti. Tra le ipotesi si potrebbe anche considerare l’impossessarsi, oltre che dei pozzi di energia da fossili, di una fonte di energia rinnovabile, per sfruttarla o per toglierla ad altri o entrambe le cose:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/29/energia-solare-e-take-over-della-libia/
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Raccomando ai più saggi di pensare quello che vi dicono di pensare senza sgarrare, e di godersi le conseguenze di quest’altro bell’affare della Libia; altrimenti eretzdavide su Il Fatto vi dichiara fasciocomplottisti matti.
* * *
Chi volesse i dettagli tecnici giusti legga il libro di MacKay che cito, reperibile su Internet, pag 177 e seguenti.
Pubblicato in: Adeguamento della realtà al falso con la violenza, Agnotologia, Animalità razionale, Avversione della sinistra deuteragonista per l'opposizione autentica, Bioetica, Borghesia compradora, Buonismo, Continuità tra destra e sinistra, Danni e pericoli della globalizzazione, Destra, Diritto all'informazione, Doppio Stato polizie segrete e associazioni di tipo massonico odierni, Etica del quantitativo, Fictio democratica, Frodi quantitative, Grazia e antinomianismo, Immigrazione e sfruttamento del Sud del mondo, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Inautenticità della sinistra, Indebolimento metodologia scientifica, Influsso delle oligarchie finanziarie, Inquinamento, Istituzioni ibride, Libertà dalla bugia, Malamisura, Manipolazione ideologica, Manipolazione mediatica, Mediocrità etica e intellettuale tra gli scienziati, Midcult progressista, Non-complementarietà, Omertà scientifica, Opposizione deuteragonista, Perversità del crimine istituzionale, Praticità del teorico, Promesse messianiche di successi scientifici, Riconoscimento dell'extramediatico, Scientismo, Scienza ad auctoritatem, Scienza e medicina come nuove religioni, Sinistra deuteragonista, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Sussiego della sinistra, Tecnologia irrazionale pro business, Tirannia della bugia, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza | Commenti disabilitati
23 marzo 2011
Blog di Dario Bressanini su “il Fatto”
Commento al blog “Vento, sole o aria fritta? Le energie rinnovabili fuori dal mito” del 22 mar 2011
“Certo quantificare non significa fare scienza”
P. Medawar
I numeri sono indispensabili in un discorso come la politica energetica. O meglio le misure numeriche, alle quali è errato attribuire la sicurezza matematica dei numeri puri (sull’onda dell’ideologia tecnocratica, si tende a confondere tra matematica pura e modellizzazione matematica) Le misure hanno es. il merito si sfatare alcune comode illusioni “verdi”. Ma la pretesa di togliere gli aggettivi, cioè di eliminare la discussione, e di fare parlare solo “i numeri”, oggetti che devono la loro efficacia alla carenza di significato intrinseco, è una forma di retorica. La retorica quantitativa dello scientismo, che nel proteggere interessi di parte – quantificabili in euro e dollari – pratica forme di antiscientificità come questa di dare la voce maggiore a certi numeri, tentando di zittire la critica col potere intimidatorio della matematica.
Sono necessarie entrambe le cose, le misure e il discorso politico. Come ho scritto (*), i primi numeri dovrebbero riguardare la scelta dei limiti dei kWh/d pro capite di una popolazione (mi fa piacere di avere pensato alla stessa grandezza dell’autore esaltato da Bressanini). Una scelta eminentemente politica. Senza numeri non si sa di cosa si sta parlando. Ma con il “Numeri, non aggettivi” in pratica si permette un modello incompleto, anzi acefalo, che finge che siano assenti gli interessi economici privati e i numeri della speculazione (e gli interessi corporativi degli esperti di numeri a cui il nucleare e la tecnologia danno lavoro); che la politica non sia che un consesso di cialtroni che friggono l’aria, e vanno guidati dagli scienziati. Un modello che può fare passare per oggettivo e scontato l’assioma della crescita illimitata, sul quale gli aggettivi e gli avverbi da usare sono davvero molti.
(*)http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/20/l’obesita-energetica/
* * *
@Giumangi. I politici sono un consesso di venduti, che non si esimono dal ricorrere alla censura di voci tecniche critiche per spianare la strada a progetti “scientifici” che servono a fare soldi a scapito della popolazione. La politica è un’altra cosa, ma se chi legge non capisce cosa voglio dire allora è inutile spiegarlo.
Penso che possiamo convenire che nel dibattito pubblico, nella discussione tra persone comuni, es. nei blog, non si possano tralasciare gli aspetti tecnici. E’ per questo che sto segnalando il libro di Melis; faccio appello ai tecnici perché la critica delle politiche energetiche possa avere una bibliografia divulgativa sugli aspetti tecnici e quantitativi -a partire dal tema della limitazione della produzione di energia, del risparmio e dell’ottimizzazione dell’efficienza- non inferiore a quella del versante favorevole al nucleare e alle altre grandi strutture for profit del grande capitale.
* * *
Blog de Il Fatto
Commento del 12 apr 2012 al post “Homo Sapiens 2.0. La mia esistenza in cifre” di Matteo Bittanti del 12 apr 2011
Pare che tra gli antichi ebrei fosse proibito contare le persone. Ma, anche per gli esseri umani, c’è la quantificazione buona e quella cattiva:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/23/la-retorica-quantitativa/
Pubblicato in: Agenzie morali parassitarie, Agnotologia, Avversione della sinistra deuteragonista per l'opposizione autentica, Bioetica, Coltivazione dell'ignoranza, Compradora e deuteragonismo, Continuità tra destra e sinistra, Danni e pericoli della globalizzazione, Destra, Diritto all'informazione, Estetizzazione dei problemi politici o etici, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Etica post-moderna, Fictio democratica, Frodi quantitative, Generalizzazione corretta, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Inautenticità della sinistra, Indebolimento metodologia scientifica, Influsso delle oligarchie finanziarie, Inquinamento, Libertà dalla bugia, Malamisura, Manipolazione ideologica, Manipolazione mediatica, Mediocrità etica e intellettuale tra gli scienziati, Midcult progressista, Neoalchimia, Non-complementarietà, Omertà scientifica, Praticità del teorico, Promesse messianiche di successi scientifici, Riconoscimento dell'extramediatico, Scambio tra accuratezza e precisione, Scientismo, Scienza ad auctoritatem, Scienza e medicina come nuove religioni, Servilismo degli intellettuali, Sineddoche tendenziosa, Sinistra deuteragonista, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Sussiego della sinistra, Tecnologia irrazionale pro business, Travaglismo, Valore politico del dissenso tecnico | Commenti disabilitati
22 marzo 2011
Blog di Aldo Giannuli
Commento al post “Qualche domanda sul caso Libia” del 22 mar 2011
“Risponda alla domanda”
Gassman pregiudicato anarchico all’ufficiale austriaco in “la Grande guerra”
“Potere che mette tutto e tutti insieme, che intesse tutto. Che assimila tutto. Anche l’opposizione, anche la contestazione”
Sciascia
Si. No. No. No. Così risponderei, nella maniera meno lontana da ciò che penso, se mi torcessero un braccio dietro la schiena per farmi rispondere. Il prof. Giannuli, forse più come sperimentatore che come storico, pone sull’intervento militare in Libia 4 domande alle quali bisogna rispondere solo con un sì o con un no; a dire il vero domande così chiuse e “loaded” da distruggere informazione invece di produrne (es. una delle opzioni è ”sono contrario perché è solo una montatura dei servizi”; come se il ragionamento semplicistico fosse presente solo tra i contrari). Il principio del terzo escluso, che in matematica e in logica dà risultati fenomenali, in politica e in etica può divenire un fattore di confusione, o un fattore di mistificazione quando viene tradotto nella semantica bene/male.
E’ una delle grandi scotomizzazioni culturali del pensiero unico non considerare che i sistemi complessi, non riducibili a sistemi di variabili, ma riducibili in linea di principio a sistemi di vettori, cioè a sistemi composti da insiemi ordinati e inscindibili di variabili, sono la norma in campi come la politica (o la biologia). In tali sistemi non ha senso dire se una singola variabile è in sé un bene o un male, se non si considera l’intero vettore del quale fa parte, e le conseguenze della variazione del vettore. Vettore che spesso non conosciamo, non ci curiamo di conoscere, e anzi rifiutiamo scocciati di considerare.
La penosa sinistra parlamentare italiana abbraccia invece la visione binaria amico/nemico, psicologicamente robusta, propria dei fascisti. Un grande teorico della complessità, Wiener, scienziato di altissimo livello, dopo un rapporto della CIA divenne inviso al governo USA; perché la sua teoria aveva, come è stato scritto, “una spiacevole sfumatura di rosso” che “minava il modo di pensare americano”.Wiener è uno di quelli che non sono militanti di sinistra ma dicono cose di sinistra. Fu emarginato rispetto all’importanza della sua produzione; in Italia, dove è prassi inneggiare a Che Guevara e servire Licio Gelli, a un simile curioso soggetto sarebbe andata anche peggio.
Nei sistemi complessi si riscontra la non-complementarietà: se c’è un male, un nemico, un cattivo, non è detto che le persone o gli interventi che vi si oppongono siano invece il bene, un amico, un buono:
Il PM Nicastro come assessore alla sanità: la non complementarietà tra magistrati e tangentisti
http://menici60d15.wordpress.com/2010/02/27/1322/ (par. 13)
Ciò vale per il cancro (v. link sopra), per Gheddafi, l’imperialismo USA e occidentale, il comunismo, la mafia, il terrorismo, i Borboni, il fascismo, i tangentisti, Berlusconi, etc: si può essere contro essendo non-complementari, rappresentando cioè non la scelta giusta, ma un altro male, spesso in rapporto non di opposizione ma di competizione col male riconosciuto.
Si può accusare tale approccio “sistemico” di portare verso l’astratto e l’inconcludente; a me sembra, l’attuale elettroencefalogramma intellettuale della sinistra parlamentare lo conferma, che sia il giochino dei media “rispondete alla seguente domanda con un sì o con un no” a fare girare in tondo. Per capire il mondo servirebbe saper usare l’algebra lineare (e forse chi comanda si serve per le sue decisioni di analisti che la utilizzano); o forse non è indispensabile: ricordo una scritta su un banco del liceo, anni ’70, che epitomizza il concetto, sia pure in maniera faziosa, rozza e approssimativa: “I padroni leggono il Lama-sutra, 100 modi diversi di inc… la classe operaia”. La non-complementarietà, che, cibernetica a parte, è una elementare e imprescindibile regola euristica derivante dalla conoscenza del mondo e della sua storia, non dovrebbe mancare, nella sua forma esplicita, nel necessaire del blogger d’assalto; o nell’armamentario di chi voglia pensare per conto suo, senza comprare il dissenso di rosticceria, già cotto.
Questo caso mostra bene il punto. Se il prof. Giannuli dice che attaccare la Libia è il male minore, non si può scartare con leggerezza questa tesi. Ma sono perplesso. Di cosa sta avvenendo in Libia non so nulla, e attendo lumi dagli esperti; mi chiedo se possano avere qualche rilevanza tesi come quelle del libro di C. Palermo, “Il Quarto livello”, che descrive il longevo dittatore Gheddafi, fino a ieri tazza e cucchiara con i governanti italiani, come facente parte di una rete massonica che unisce leader arabi a quelli occidentali, e si occupa di dominare le masse, sia in Occidente che nei paesi arabi. Mi chiedo se, al di là degli aspetti di colore su sufi e templari, la contrapposizione prima stia davvero tra Occidente e Islam oppure, come al solito, la contrapposizione orizzontale maschera quella verticale, più forte, tra chi sta sopra e chi sta sotto. Non si capisce dunque se bisogna essere solo contro Gheddafi, o temere una Santa alleanza che al di là delle lotte intestine è una forza di oppressione dei popoli. L’attacco alla Libia potrebbe essere un assestamento interno a un vettore, anziché uno scontro tra Crociati e Infedeli.
Intanto ci macchiamo le mani di sangue innocente obbedendo agli ordini e agli interessi del potere; solleviamo odio, giustificato, e fanatismo verso di noi; accentueremo la sottomissione e lo sfruttamento dell’Africa rispetto a noi, e degraderemo ulteriormente il nostro tessuto sociale con la conseguente immigrazione forzata; ci procuriamo un aumento del costo della benzina, riscaldamento, luce etc.; un sistema che genera precarietà e guerra si rafforzerà. Non intervenendo, o meglio non aggregandoci come banderuole all’intervento, possono darsi altri effetti negativi, e protestando contro la guerra si possono favorire altri poteri che non sono neanche loro il Bene. Riconosciuta la complessa rete di relazioni comunque a noi svantaggiosa, invece di rispondere con movimenti del capo a domande sulle singole carte, per quanto vistose, che una a una ci vengono presentate, forse dovremmo aprire bocca e contestare il mazzo, il gioco e il banco.
* * *
Blog di Aldo Giannuli
Commento al post “Il commento al nostro mini-questionario” del 27 mar 2011
28 marzo 2011 alle 17:49
“Vivere delle rinnovabili di altri paesi?
Se il Mediterraneo diverrà un’area di cooperazione o di scontro nel 21° secolo sarà di importanza strategica per la nostra sicurezza comune. J Fisher, Ministro degli esteri tedesco, 2004”
Titolo ed epigrafe del cap. 25 di “Sustainable energy – without the hot air.” Versione 3.5.2, 2008 di DJC MacKay. Reperibile su internet.
Segnalo il dato nel quale mi sono imbattuto leggendo il libro di MacKay, Chief scientific advisor del Dip. dell’energia UK, cap. 25:
nel deserto libico si potrebbero installare impianti solari capaci di risolvere il grave problema energetico europeo, inclusi i risvolti ecologici. Dal testo, le tabelle e i grafici si evince che la Libia è il paese ideale per la vicinanza, la bassissima densità di popolazione, l’elevata quantità di energia potenzialmente ottenibile.
Sul piano politico, mentre il coriaceo Gheddafi potrebbe essere un problema per tale progetto, un governo fantoccio renderebbe la Libia una “sandbox” perfetta per lo sfruttamento energetico occidentale. Può essere utile annotare che lo scatolone libico non è pieno solo di petrolio, e potrebbe essere un’area di eccezionale importanza per l’approvvigionamento di energia dell’Europa.
Pubblicato in: Agnotologia, Animalità razionale, Basi militari USA in Italia, Berlusconismo, Carattere nazionale e radici storiche del malcostume, Carotismo, Coltivazione del conformismo, Danni e pericoli della globalizzazione, Degrado del tessuto sociale e atomizzazione sociale, Destra, Diritto all'informazione, Disordine pilotato, Doppio Stato polizie segrete e associazioni di tipo massonico odierni, Ebrei e palestinesi, Etica della conoscenza e del giudizio, Immigrazione e sfruttamento del Sud del mondo, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Indebolimento metodologia scientifica, Influsso delle oligarchie finanziarie, Libertà dalla bugia, Manipolazione ideologica, Manipolazione mediatica, Medicina e frode medica strutturale nel Meridione, Non-complementarietà, Opposizione deuteragonista, Praticità del teorico, Razzismo e persecuzioni contro etnie, Riconoscimento dell'extramediatico, Riconoscimento delle divisioni e divisione come valore, Scambio ruoli progressisti e conservatori, Scientismo, Silenzio osceno, Sineddoche tendenziosa, Sinistra deuteragonista, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Tecnica del potere | Commenti disabilitati
8 febbraio 2011
Blog di Beppe Grillo
Non accettato 7 feb 2011
“Chi sta vicino al fuoco si scalda”
proverbio contadino
Davanti all’allarme inquinamento in Lombardia, e alle incombenti multe UE, Formigoni ha ripetuto al Tg regionale, 5 feb 11, la sua tesi che bisogna considerare “l’inquinamento pro capite” (Clima. Formigoni:”La UE consideri l’inquinamento pro capite. Sito Regione Lombardia. 2009). Dicendo “inquinamento procapite” non si spiega se si sta parlando dei tassi di inquinamento, cioè delle concentrazioni, come si può credere dato che è questo a cui comunemente, e giustamente, ci si riferisce; oppure delle emissioni pro capite, come sembra si tratti; queste sono appropriate non come la misura del livello del rischio locale di malattie dovute all’inquinamento in una data area, ma principalmente per comparare le emissioni di CO2 tra nazioni o aree, ed evidenziare il contributo, molto diverso, di differenti popolazioni – es. statunitensi, cinesi, europei, africani, bolognesi – all’aumento di CO2 nell’atmosfera e agli effetti sul pianeta, in particolare sul clima.
Sia che si tratti delle concentrazioni che dei valori assoluti, come misura del danno da inquinamento l’indice pro capite dà luogo a risultati demenziali. Per rendere l’idea, anche per una camera a gas, dove si muore per intossicazione acuta, si può sostenere che va considerato l’indice di inquinamento pro capite, dato dal rapporto tra quantità di gas immesso, oppure concentrazione di gas nell’aria della camera, e numero di persone che contiene. Più persone si stipano nella camera a gas, meglio stanno, secondo questo indice. Considerando l’inquinamento pro capite, un terrorista che irrorasse con una tonnellata di sostanze tossiche una metropoli farebbe molto meno danno di uno che eseguisse la medesima operazione con la stessa quantità di sostanze tossiche su un’area di pari estensione, ma occupata solo da un paesino con le sue frazioni. Esempi estremi e truculenti; ma non fuori luogo, perché, con modalità diverse, anche di inquinamento si può morire; esempi ai quali portano i ragionamenti di Formigoni, che hanno implicazioni grottesche e macabre.
Come ogni inverno, in Lombardia non piove, non c’è vento e i riscaldamenti vanno. I depositi di polveri sono visibili a occhio nudo: basta guardare le carrozzerie e i vetri delle auto. Mentre la Lombardia gronda polveri, il suo governatore si vanta che in Lombardia la produzione di polveri pro capite è la più bassa d’Europa. Siccome i livelli di inquinamento sono molto elevati, in realtà questo vuol dire, come per l’esempio della camera a gas, che in Lombardia un maggior numero di persone è esposto a livelli dannosi.Il rapporto tra inquinanti e numero di abitanti è inversamente proporzionale alla densità abitativa: più abitanti si affollano in Lombardia, migliore, secondo tale indice, sarà la situazione; ovviamente in realtà la situazione sarà peggiore, perché un numero maggiore di persone saranno esposte agli stessi livelli di inquinanti. Ovvero, all’aumento del denominatore del rapporto emissioni/abitanti, cioè all’aumento del numero di abitanti, corrisponderà sia un peggioramento della realtà, sia un miglioramento, falso, dell’indice che dovrebbe descriverla.
Alla riduzione del numeratore, considerato come dato dalle emissioni totali di inquinanti (misure che sono più facili da manipolare di quelle delle concentrazioni nell’aria), si avrà una riduzione dell’indice; riduzione che però può avere una significatività spuria. Se in una camera a gas si immette meno gas, ma i livelli di gas all’interno restano comunque al di sopra della soglia di letalità, l’indice di inquinamento pro capite della camera si ridurrà; ma non è migliorata la sorte delle persone nella camera; è aumentata l’efficienza della camera a gas. Se, come avviene, a parità di popolazione si riducono le emissioni ma non tanto da fare calare sotto livelli accettabili le concentrazioni, che restano alle stelle, le vanterie di Formigoni sono come i cannoli di Cuffaro.
Invece che dover dipanare le malsane contorsioni della Regione Lombardia sugli indici di inquinamento, sarebbe meglio discutere di risparmio energetico, che può fare abbassare drasticamente le emissioni e quindi le concentrazioni. E quindi migliorare la salute della popolazione. Può decurtare di una bella fetta la bolletta delle imprese, e qui Formigoni sarà d’accordo; e anche la bolletta e le spese di carburante del cittadino, effetto questo che dalla prospettiva dei politici e degli interessi che rappresentano non va molto bene. E può rendere la nazione meno dipendente dall’approvvigionamento esterno di energia. Ma anche questo è un obiettivo che la nostra classe dirigente, compradora, cioè abituata a prosperare vendendo la nazione a interessi stranieri, non vuole. Il risparmio energetico potrebbe essere la risposta al partito delle centrali nucleari.
Il libro “Mr Kilowatt. Alla ricerca dell’energia perduta” di Maurizio Melis, ben scritto, chiaro e approfondito, è illuminante sulle grandi possibilità di risparmio energetico che attenderebbero solo di essere sfruttate. E’ edito da “Anarchia oggi”. No, mi sbaglio: da il Sole 24 ore. Credo che in questo caso la Confindustria offra il buono che si può e si deve prendere dal “sistema”. Poi sta a noi saperlo usare, e chiedere che venga usato, per il nostro progetto e non il loro.
Tornando a Formigoni, sparare una formula non basta per essere scientifici; anzi può essere un ottimo espediente per impapocchiare la gente. La variabile “emissioni di inquinanti” non va confusa con la variabile “concentrazione di inquinanti”. L’efficienza nella riduzione delle emissioni, che l’indice adottato da Formigoni può rappresentare, non va confusa con la riduzione dei livelli di esposizione. Ciò che conta per la salute non sono le emissioni, né tanto meno le emissioni pro capite, ma le esposizioni. Queste ultime dipendono oltre che dalle emissioni da diversi altri fattori, es. dall’orografia e dalla meteorologia, nella Pianura padana particolarmente infelici sotto il profilo del ristagno degli inquinanti nell’aria.
Contano le concentrazioni nell’aria. Si può morire di asfissia anche con la testa dentro un sacchetto di plastica. Come indice del pericolo cui sono esposti i cittadini le emissioni pro capite sono un indice non valido, di comodo e capzioso, adatto a coprire la situazione anziché rivelarla: tanto che in alcune situazioni questo contatore legge al contrario, consentendo di dichiarare miglioramenti dove la situazione peggiora.
Per “inquinamento pro capite” Formigoni dunque non intende il carico di inquinamento che ogni singolo abitante della Lombardia subisce; ma l’inquinamento che ogni singolo abitante immette nell’atmosfera; è come se le emissioni totali derivassero dalla somma di una stessa quota che è prodotta da ogni abitante, e della quale ogni abitante è quindi ugualmente responsabile. E’ vero che le emissioni pro capite hanno in questa fase del capitalismo una correlazione positiva col reddito pro capite, cioè il reddito medio. Pare che con la crisi le emissioni pro capite si stiano riducendo; insieme al reddito pro capite e all’occupazione. Così funziona il modello socioeconomico nel quale viviamo. Ci dicono che non ce n’è uno migliore.
Il rapporto tra l’inquinamento e il numero di abitanti è anche una possibile misura del compromesso tra etica e denaro: è correlato con il rapporto tra immoralità istituzionalizzata e numero di persone che su quella immoralità istituzionalizzata ci mangiano. Sembra che quando ad azioni altamente immorali, come diffondere cancerogeni e altre sostanze nocive, corrispondono vantaggi per un numero sufficientemente elevato di soggetti, allora quei crimini divengano leciti, e vadano protetti, anche con frodi, abusi e violenze; anche da parte dello Stato. E anche i comuni cittadini beneficiari sono d’accordo.
E’ l’ideologia dell’utilitarismo. Che nella sua versione italiana, e padana, può degenerare ulteriormente in “mafia fordista”: una mafia vincente, accettata dal sistema legale, che redistribuisce una quota rilevante dei proventi alla popolazione; a differenza dei mafiosi col bollino di mafioso che egoistacci se li tengono quasi tutti per sé. Una mafia che non ha bisogno di sparare, ma che pratica forme di violenza occulta, nei suoi affari commerciali e nelle misure di repressione contro chi è troppo di ostacolo a tali affari, con l’appoggio dello Stato. Una mafia che a volte si mette in affari con la mafia meridionale, con la quale c’è dietro alla differenze una sostanziale affinità. La ndrangheta in Lombardia è più un gemellaggio che un’invasione di barbari.
L’indice scelto da Formigoni, di provenienza anglosassone, è un indice utilitarista, che si rivolge scaltramente alla cittadinanza: da un lato offrendole di salvare le apparenze e magari di vantarsi pure, chiamando fior di panna la morchia; e dall’altro ricordandole sottilmente che essa è complice nel sistema che gli toglie l’aria pulita. Con questa voglia di controllare l’inquinamento, il futuro economico di oncologia, pneumologia, cardiologia, chirurgia, servizi diagnostici etc. , già tanto beneficato per altre vie da Formigoni, sta in un ventre di vacca.
Formigoni vuole anche considerare come indice di inquinamento il rapporto inquinamento/PIL; un indice della stessa parrocchia dell’inquinamento pro capite. Secondo l’attuale critica al PIL come indice valido della ricchezza, l’inquinamento dovrebbe essere un fattore di riduzione nel calcolo del PIL. Invece nell’indice richiesto da Formigoni è il PIL che è un fattore di riduzione nel calcolo dell’inquinamento. Vespasiano disse “non olet” sollevando una manciata di soldi, e Formigoni dice “non avvelena” facendo lo stesso gesto.
Dagli indici di inquinamento che propugna si vede come Formigoni, piuttosto che come un amministratore che ha a cuore la salute della popolazione che lo ha eletto, si comporta come un capo di una potenza industriale che non deve essere intralciata più di tanto nella ricerca dei dané. Ai lombardi va bene. Nelle parole di Formigoni rintocca la nota funesta di un cinico realismo non si sa quanto cattolico, al quale deve il suo successo politico.
Comunque, magia dei numeri, Formigoni può manomettere indisturbato una misura elementare e fondamentale, che attiene alla salute, e chiedere che ciò divenga legge. Quando gli ostacoli sono troppo grossi per schiacciarli alla ciellina, Formigoni sostiene impettito degli elaborati sofismi. Della reazione della “opposizione” nelle sedi politiche non vale la pena parlare. La Lombardia, incapace di reagire a tanta sfrontatezza, o convinta che sia giustificata perché solo i soldi contano, non sta attraversando uno dei suoi momenti migliori.
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Blog “Blogghete!”
Commento del 9 feb 2011 al post “Mirate alla pancia (Non alla testa)” dell’8 feb 2011
“Mirare alla pancia” può avere anche un altro significato:
“La sua tesi può essere anche giusta, ma è sufficiente alludere al fatto che essa è in contrasto con l’interesse comune […] , che tutti gli uditori troveranno gli argomenti dell’avversario deboli e miserabili anche se sono ottimi, e i nostri giusti e centrati anche se fossero campati in aria; il coro si proclamerà a gran voce in nostro favore e l’avversario dovrà sgombrare il campo umiliato. Anzi, gli uditori per lo più crederanno di avere dato la loro approvazione per puro convincimento. Infatti, ciò che va a nostro danno, appare per lo più assurdo all’intelletto. ‘L’intelletto non è una luce che arde senza olio, ma viene alimentato dalla volontà e dalle passioni’ (Francis Bacon). Questo stratagemma […] di solito viene chiamato ‘argumentum ab utili’.”.
Schopenhauer, L’arte di ottenere ragione, stratagemma n. 35.
Si mira alla pancia sia nel senso di mirare alle emozioni, sia in quello di fare appello alla funzione digestiva. Sembra che in genere oggi, nell’era dell’utilitarismo trionfante, i persuasori mirino alla pancia sia con le potenti sollecitazioni irrazionali mediatiche, sia mediante l’appello alla pappa, in un mix che può spiegare certi successi politici altrimenti poco comprensibili. Come il cane di Pavlov alla fine secerneva succhi gastrici al solo suono della campanella, senza che vi fosse più associato del cibo, ormai si accorda il consenso a certi argomenti “ab utili” anche quando bisognerebbe chiedersi se è davvero nel nostro interesse:
Ratio formigoniana
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/08/ratio-formigoniana/
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Blog di Simone Perotti
Commento del 19 feb 2011 al post “Non basta sganasciare la dirigenza politica” dell’11 feb 2011
Segnalo il commento “Ratio formigoniana” : http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/08/ratio-formigoniana
Mentre lo scrivevo mi venivano in mente le predizioni de “La vita agra”: “E’ aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e procapite, l’occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram …l’età media, la valetudinarietà media, la produttività media …”.
Bianciardi non dovrebbe essere citato alla leggera come antesignano dei sessantottardi, o dell’attuale docile opposizione di massa. Quell’etilista che ha lasciato pensieri autentici, lucidi e accorati come pochi è un esempio raro, alto e toccante, di ribellione endogena e individuale, “in interiore homine” appunto. Fu un’ecccezione e un isolato, molto lontano dalle folle dei tanti eterodiretti o furboni che in fondo lavorano per Capitan Uncino.
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Blog Il Corrosivo
Commento al post “La giostra impazzita” del 15 feb 2011
Sono d’accordo:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/09/manco-con-gli-occhiali/
http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/30/il-pornografico-e-l’osceno/
Lei scrive “mancanza di prospettive per noi e per i nostri figli, destinati a vivere in un ambiente devastato, senza aria da respirare e con le corsie dei reparti oncologici infantili sempre più piene”.
L’inquinamento, importante causa di insorgenza dei tumori, viene tollerato per ragioni utilitaristiche:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/08/ratio-formigoniana/
Ma oltre all’inquinamento altre cause, peggiori, contribuiscono all’incremento dell’incidenza dei tumori, a cominciare da quelli infantili:
http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/
http://menici60d15.wordpress.com/
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Blog di Mario Agostinelli – Il Fatto
Commento al post “Una centrale al giorno leva il medico di torno” dell’1 mar 2011
Non sarebbe il caso di cominciare a pensare seriamente al risparmio energetico serio?
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/08/ratio-formigoniana/
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5 febbraio 2011
Blog di Bruno Tinti
Commento al post “Metti una sera al buffet” – “Il mondo delle regole” del 4 feb 2011
Il rispetto delle regole diviene una fallacia, e a volte una truffa, se si assume che da solo garantisca la giustizia. Anche una banda di ladri, dice Platone, necessita del rispetto delle regole interne. Dittatori e mafiosi sono rigidi sulle regole. Le regole, cioè leggi, norme, regolamenti, usi etc., possono essere la codificazione dell’ingiustizia. A volte regole chiave mancano o sono atrofiche, come guarda caso proprio quelle contro l’abuso delle regole, l’abuso d’ufficio; bisognerebbe sollevare l‘incostituzionalità dell’omissione di tali regole fondamentali; ma manca la regola che lo permetta. La cosa più nauseabonda è quando le istituzioni chiamano al rispetto delle regole mentre le mescolano al sopruso.
Le regole non sono un bene in sé, né un assoluto: sono “l’implementazione” di principi generali. Non sono migliori dei principi che le determinano, e possono essere figlie degeneri o di madre ignota. Infatti c’é una voragine tra gli ideali costituzionali e le mascalzonate ottenibili applicando le leggi. Si insiste sulle regole, e si bestemmiano i principi. Chi parla sempre di regole spesso non ama parlare dei principi; chiama ciò “moralismo”, equivocando tra principi politici ed etici, che possono avere lo stesso enunciato: “L’omicidio è vietato”. [Un principio per il quale le regole prevedono troppe comode eccezioni v. La lama e il manico: la violenza indiretta].
Si considerano regole e principi più o meno una cosa sola, come il Padre e il Figlio al Concilio di Nicea e seguenti. Invece bisogna essere eretici: si assomigliano, ma le regole sono una cosa, i principi tutta un’altra cosa. Bisogna studiare, criticare, difendere i principi quanto le regole. E ancora di più la mappatura dei principi in regole.
Sarebbe già più corretto, e anche più concreto, dire “rispetto della Costituzione”. Bisogna rispettare le regole in quanto espressione dei principi. Affinché il rispetto delle regole non sia un eufemismo per “state buoni e obbedite” occorre che tutti e solo i giusti principi siano accoppiati a giuste regole che li attuano.
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4 dicembre 2010
Il Fatto quotidiano. Blog di Bruno Tinti
Commento al post “PM operatore ecologico” del 26 nov 2010
Il dr Tinti propone che i magistrati ordinino la distruzione dei rifiuti. Conoscendo A2A, non scarto la tesi per la quale i rifiuti per le strade a Napoli sarebbero voluti per spingere verso gli inceneritori, che il dr Tinti chiama termovalorizzatori, e che forse andrebbero chiamati “gassificatori” in quanto trasformano parte dei rifiuti in gas.
Purtroppo si tende a confondere, come è avvenuto per secoli, anche a menti eccelse, “il vuoto” con “l’atmosfera“. I rifiuti, se opportunamente bruciati, non offendono più la vista e l’olfatto. Immessi nell’atmosfera, una miscela di gas che ci sembra “il vuoto”, e che ha immense capacità di accoglimento, sembrano divenuti “nulla”; invece sono trasformati; e possono avvelenare. L’atmosfera è la discarica ideale, ubiquitaria, invisibile e gratuita; ma che può essere perfino peggio, per la salute, delle vistose montagne di rifiuti tal quali sulle strade.
Un equivoco che viene sfruttato dai pescecani dei gassificatori, ai quali i magistrati non dovrebbero dare manforte. Il vuoto, non assoluto, è a un’ora di macchina dalla superficie terrestre, in verticale. L’atmosfera è un oggetto fisico, che pesa circa quanto 5 cubi d’acqua di 100 km di lato; il fluido nel quale viviamo, che entra in contatto con il nostro sangue negli alveoli polmonari.
Neanche il dr Tinti si sottrae a questo equivoco, e anzi vorrebbe dargli dignità e forza giudiziaria. La fisica non si fa con le sentenze, e neppure un ordine dei potenti magistrati può davvero “distruggere” i rifiuti. (Mi chiedo se potrebbe ridurne la produzione). Si dovrebbe chiarire agli addetti e all’opinione pubblica la differenza immane ma inapparente tra vuoto e atmosfera, es. leggendo JD Barrow “Da zero a infinito. La storia del nulla”, cap. 3 “Costruire il nulla”. Gli ex PM potrebbero applicare la loro scienza, esperienza e vocazione al problema giuridico, etico e politico dell’impiego dell’atmosfera, che è ciò che respiriamo, come discarica.
Pubblicato in: "Libertà", Agnotologia, Animalità razionale, Artifici della magistratura, Associazioni a delinquere di stampo mafioso autoctone padane, Avversione della sinistra deuteragonista per l'opposizione autentica, Bioetica, Biopolitica, Brescia, Censura su questioni bioetiche, Classe dirigente bresciana e doppio Stato, Collusione della magistratura col potere, Coltivazione dell'ignoranza, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Crimine dei colletti bianchi, Crimine universitario, Depistaggi eziologici, Deuteragonismo medico, Difesa diritti fondamentali pre-costituzionali, Diritto all'informazione, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Disordine pilotato, Dolo in medicina, Estetizzazione dei problemi politici o etici, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Etica post-moderna, Fiducia nelle istituzioni, Frode medica strutturale, Inautenticità della sinistra, Indebolimento metodologia scientifica, Influsso delle oligarchie finanziarie, Inquinamento, Istituzionalizzazione del crimine, Legami mafie meridionali-mafie padane autoctone, Libertà dalla bugia, Mafie meridionali e medicina, Magistrati e deuteragonismo, Magistrati e medicina, Magistratura business friendly e dottrina Pizzillo, Malamisura, Manipolazione ideologica, Manipolazione mediatica, Manipolazione mediatica RAI, Perversità del crimine istituzionale, Politica e biomedicina, Praticità del teorico, Relativismo epistemico, Riconoscimento dell'extramediatico, Riguardo della magistratura per la sinistra, Sanità lombarda, Scambio ruoli progressisti e conservatori, Scambio tra accuratezza e precisione, Silenzio osceno, Sineddoche tendenziosa, Sinistra deuteragonista, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Tecnologia irrazionale pro business, Travaglismo, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza indiretta, Violenza occulta | Commenti disabilitati
23 novembre 2010
Blog di Aldo Giannuli
Commento al post “La sentenza di Brescia: lo Stato e le stragi” del 22 nov 2010
“La questione è una città che con la forza del muratore e lo sguardo ampio dell’architetto, sappia costruire fondamenta sociali solide”. (Giornale di Brescia, conclusione del fondo del direttore, 16 nov 10, giorno dell’assoluzione per la Strage)
Ho già commentato sulla sentenza di assoluzione (v. La Leonessa, sul sito menici60d15). Il commento del prof. Giannuli contiene molti aspetti istruttivi e coraggiosi. Avrei volentieri evitato di criticare altri aspetti di quanto scrive una persona delle sue conoscenze e capacità, alla quale si deve gratitudine per la sua opera di studioso, per la luce che ha fatto sull’eversione, e apprezzamento per la sua disponibilità alla discussione coi “quisque de populo”. Ma sull’impunità dell’eversione a Brescia mi considero una “persona informata dei fatti”, o meglio una vittima; e davanti ad alcune analisi mi sento come un tale al quale abbiano sparato, che dice che gli hanno tirato una revolverata, e che si sente rispondere da un ottimo perito balistico che è falso, in quanto è stata usata un’arma semiautomatica, non un revolver.
Alcuni contemporaneisti e altri analisti dell’eversione pare non ci tengano a trovare un principio unificante, ciò che in altre scienze viene considerato il più appetibile dei traguardi: es. l’origine microbiologica delle malattie contagiose, la tavola periodica degli elementi chimici, la deriva dei continenti, l’unificazione delle forze fisiche, l’identificazione delle pulsioni di base della psiche. Non che tale principio unificante debba esserci necessariamente (a volte anche per alcuni campi delle scienze “hard” si è concluso – ma dopo averlo cercato – che non esiste). Pare che chi si occupa di storia del terrorismo consideri dilettantesco e antiscientifico ricercare ciò che in altre discipline è il “Santo Graal”.
Prevale la visione “folignocentrica” dell’eversione (dal detto folignate “Foligno è lu centru de lu munnu”), per la quale l’eversione è un fenomeno essenzialmente locale: nazionale, e a volte addirittura provinciale; visione che è uno degli effetti della “tuboscopia”, l’analizzare meticolosamente singoli eventi uno a uno, come guardando con un occhio attraverso uno stretto tubo, orientando il tubo nelle direzioni opportune; e poi mettendo i fatti così selezionati uno accanto all’altro per sostenere una tesi, spesso preordinata; ma senza perseguire una sintesi complessiva, che, assegnate per quanto possibile a tutte e ad ognuna delle tessere disponibili le reali relazioni con le altre, si sforzi di scoprire cosa rappresenta la figura incompleta che emerge dal mosaico; in questo caso, un“pantocratore” terreno. Prassi che, spacciate per rigore, davanti ad alcune generalizzazioni consentono di gridare alla “dietrologia” anche quando si tratta di segreti di Pulcinella.
Ne consegue un’aderenza a un canone, a una regola di bon ton, o forse di sopravvivenza, che impone che l’eversione sia stata un fenomeno endogeno nazionale, dovuto a scontri di inenarrabile complessità tra DC-PCI, neri-rossi, Franza-Spagna, etc., animati da 4 coglioni esaltati che però, all’opposto dei buoni che avrebbero dovuto fermarli, erano incredibilmente abili e fortunati nel fare danno; con l’aiuto, a volte, di alcuni strani figuri delle istituzioni, peraltro sostanzialmente sane. Chi parla di mandanti esteri es. sull’uccisione di Moro è un “pistarolo” (ho assistito a una conferenza, al circolo bresciano “A. Moro”, dove tale tesi, sostenuta da un autorevole esperto e primo cittadino, DS, di Brescia, è stata corretta, non da un anarchico del Ponte della Ghisolfa, ma, sia pure blandamente, dall’allora ministro degli Interni, Pisanu, che ha citato a supporto l’Hyperion). Alcuni concedono che vi sia stato qualche influsso estero; però non si sa, e non è detto fossero solo e sempre gli USA, anzi… e poi neanche i vertici Usa sono monolitici… e così ad infinitum.
Venendo incontro alla storica soggezione del popolo e della classe dirigente italiche verso i forti, alla storica tendenza ad accettare chi sta in alto con la frusta e lottare solo sull’asse orizzontale, tra bande; e producendo un enorme fascio di dati slegato, privo di un principio informatore, difficile da maneggiare, dal quale si può estrarre e nel quale si può tenere nascosto ciò che si vuole, la “tuboscopia” e il “folignocentrismo”, nelle varianti accademica e giornalistica, ipertrofici a scapito della sintesi e del taglio pratico che l’importanza vitale dei temi imporrebbe, sono da contare tra i fattori che hanno favorito l’impunità. Fuciliamo i brigatisti; ora e sempre Resistenza; ma scherza con i fanti e lascia stare i santi. Anche se l’abbondante produzione saggistica e di denuncia ha costituito una qualche barriera, come un muro di libri, contro la strategia delle bombe e degli assassini politici.
Personalmente, estraneo sia ai rossi che ai neri che a qualsiasi fazione, senza competenze professionali specifiche ma avendo dovuto interessarmi obtorto collo all’argomento, credo, grazie all’ampia produzione di storici e analisti, e per esperienza personale in USA e in Italia, che con tutti i distinguo, le pieghe, le eccezioni, i fattori ausiliari, le convergenze d’interessi, le giravolte, i buchi neri, i cerchi concentrici, i burattini senza fili etc. vi sia un principio alla base di tutta l’eversione, di tutta l’eversione che ha contato e che ha fatto ciò che ha voluto; e che questo principio sia l’influenza della politica estera statunitense; a sua volta determinata, prima che dalla geopolitica, dai grandi poteri economici dei quali il governo USA è il braccio operativo. E penso che, oltre a chi ne ha scritto, moltissimi altri sanno, cento volte meglio di me, che il re è nudo.
Il principio unificante dei voleri degli USA può spiegare ad esempio quanto considera il prof. Giannuli, che il terrorismo rosso sia stato perseguito più efficacemente di quello nero, anche oggi che i magistrati non hanno simpatie per la destra; data l’inclinazione diffusa tra politici, magistrati e forze di polizia a compiacere, chi pancia per terra, chi facendo il pesce in barile, il potere vero, e quindi gli americani: il terrorismo nero era più vicino, sul piano ideologico e operativo, non solo ai servizi ma anche ai veri mandanti.
Quello che vorrei testimoniare, anche avendo visto – e sentito – da vicino alcuni dei protagonisti della “battaglia” per la verità sulla Strage, è che a Brescia, più ancora che nel resto del Paese, tali interessi di Stati Uniti e altri paesi influenti vengono serviti, almeno da dopo la caduta del Muro, col maggior zelo; con una partecipazione massiccia unanime e omertosa da fare invidia al più mafioso dei paesini del Sud. Interessi che vengono serviti anche quando consistono in interventi “deviati” volti a modificare, con metodi sporchi, con reati ignobili, l’andamento delle cose nel senso voluto; modifiche che ieri si ottenevano con la guerra a bassa intensità, con inequivocabili bombe in piazza o con clamorosi omicidi politici, e oggi con forme di violenza “a bassissima intensità” e perciò invisibile: oggi si persuade col lento veleno dei media; e si eliminano soggetti scomodi col lento veleno di forme di boicottaggio, discredito e logoramento camuffate da interventi legali, oppure occulte.
Credo che occorra distinguere nettamente tra onda d’urto fisica di una bomba, che dura una frazione di secondo, e onda d’urto politica, che può durare decenni; tra gli attentati e la lunga scia di ripercussioni; queste ultime possono avere effetti paradossi; sembra che chi ha fatto mettere le bombe avesse una profondissima conoscenza dei meccanismi di psicologia sociale che avrebbero messo in moto. Per me la reazione cittadina alla strage a Brescia rappresenta una delle vette dell’arte di rappresentare un’opposizione alta e vibrante dietro alla quale meglio servire i potenti.
A Brescia oggi operazioni eredi di quella stagione di eversione vengono servite, dietro la maschera dell’indignazione per la Strage, da chi ha responsabilità istituzionali ma anche da volontari. Da persone “serie e importanti” come dall’ultimo spalamerda raccomandato. Oggi l’omicidio politico, non solo morale ma fisico, viene compiuto con mezzi più sottili e subdoli, e simulando di aborrire ciò che nascostamente si aiuta. Brescia, addestrata alle doppiezze pretesche, e a suo agio anche con le doppiezze dello spirito protestante, è particolarmente adatta a ciò. Per avere un’idea di quello cui mi sto riferendo, e che non è né piacevole né facile da raccontare e spiegare, si può vedere il mio sito menici60d15; questa assoluzione, secondo la quale sopra la linea d’orizzonte del conosciuto non risulta alcun responsabile neppure per una folla di persone fatte letteralmente a pezzi da una bomba nella piazza principale, dice anche della credibilità di chi ignora tali denunce come opera di un mitomane.
Operazioni oggi aiutate, a Brescia e in Italia, dalla sinistra non meno che dalla destra. Sofri, oggi apertamente filoamericano e filosionista, che il prof. Giannuli cita, mi pare il prototipo della sinistra ambiguità della sinistra.
Così, paradossalmente, dopo la sorpresa ho accolto con sollievo la pur spiacevole notizia che la montagna non ha partorito nemmeno un topolino; sia perché una condanna due o tre fasi storiche dopo l’accaduto sarebbe stata ormai inutile rispetto al quadro sociopolitico; sia perché avrebbe condannato – a pene teoriche – dei manovratori più che i mandanti; ma soprattutto perché l’assoluzione evita di alimentare la doppiezza di istituzioni e società civile sull’eversione; il gesuitismo di laici e cattolici, di fascisti mascherati che danno lezioni di democrazia e di postcomunisti ridotti ad allearsi col delfino di Almirante nel servire poteri esteri che, come ha scritto una volta il prof. Giannuli, non ci sono amici.
La sentenza evita di riconoscere un risultato qualificante ad un sistema falso e corrotto, e con ciò di rafforzarlo. Evita di favorire ulteriormente la pratica dell’occultamento dell’eversione dietro al suo opposto, e di favorire ulteriormente i danni che agli epurandi di 40 anni dopo derivano da tale doppiogiochismo. Lascia uno sfregio che rende meno credibili i languori di “riconciliazione” dei discendenti dei Partigiani, e che risparmia forse all’Italia qualche altro dispiacere. Nello stato in cui siamo, meglio che la memoria della Strage e della reazione ad essa non siano completamente coperte dagli interventi cosmetici, ma resti un’impronta in negativo, come il pilastro scheggiato dall’esplosione a Piazza Loggia.
Pubblicato in: "Antipolitica", "Fogna", "Libertà", Abolizione dell'opposizione reale, Adeguamento della realtà al falso con la violenza, Agnotologia, Alleanza della sinistra col clero, Appoggio della magistratura alla frode medica strutturale, Artifici della magistratura, Associazioni a delinquere di stampo mafioso autoctone padane, Avversione della sinistra deuteragonista per l'opposizione autentica, Biopolitica, Borghesia compradora, Brescia, Campagne istituzionali di discredito, Carattere nazionale e radici storiche del malcostume, Carotismo, Cattivi maestri, Censura e persecuzione del dissenso, Censura e persecuzione occulte, Censurati e perseguitati riconosciuti, Classe dirigente bresciana e doppio Stato, Clero e compradora, Clero e doppio Stato, Clero e violenza, Collusione della magistratura col potere, Coltivazione del conformismo, Coltivazione dell'ignoranza, Compradora e deuteragonismo, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra, Cooptazione dei familiari delle vittime, Crimine dei colletti bianchi, Destra calvinista, Difesa istituzioni repubblicane dagli occupanti, Diritto all'informazione, Disordine pilotato, Doppio Stato polizie segrete e associazioni di tipo massonico odierni, Educazione e incitamento al disprezzo e all'odio, Effetti a cascata dell'eversione, Etica della conoscenza e del giudizio, Fagocitosi dell'opposizione, Fictio democratica, Fiducia nelle istituzioni, Forma democratica e sostanza pontificia, Forze di polizia come milizie mercenarie, Funzione censoria del deuteragonismo, Grazia e antinomianismo, Guerra fredda, Guerra fredda come alibi, Guerra fredda e deuteragonismo, Immunità giudiziaria delle forze di polizia, Inautenticità della sinistra, Influsso delle oligarchie finanziarie, Istituzionalizzazione del crimine, Libertà dalla bugia, Magistrati e deuteragonismo, Magistratura business friendly e dottrina Pizzillo, Misteri d'Italia e USA, Morton's fork e doppio legame, Oltraggio mediante il potere istituzionale, Onore virtù militari e senso del diritto delle forze di polizia, Opposizione deuteragonista, Opposizione verticale al potere, Orchestra nera, Pansera, Partecipazione della Sinistra deuteragonista al doppio Stato, Partecipazione di persone comuni a censura e persecuzione, Partito americano, Persecuzione di polizia, Persecuzione giudiziaria, Perversità del crimine istituzionale, Praticità del teorico, Repubblicanesimo, Resistenza civile, Responsabilità e colpe del popolo, Riconoscimento dell'extramediatico, Riconoscimento delle divisioni e divisione come valore, Rinconciliazione e prosecuzione dell'eversione, Ruolo della magistratura nel doppio Stato, Sanità lombarda, Scambio ruoli progressisti e conservatori, Scambio tra accuratezza e precisione, Selezione avversa classe dirigente, Servizi segreti e frode medica strutturale, Silenzio osceno, Sindrome di Peppa, Sinistra compradora, Sinistra deuteragonista, Soccorso al vincitore, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Sussiego della sinistra, Tecnica del potere, Terrorismo come deuteragonismo, Terzietà della magistratura, Violenza impunita, Violenza occulta, Violenza politica tramite la polizia, Violenza senza soggetto | Commenti disabilitati
16 giugno 2010
Segnalato il 16 giu 2010 sul blog “Uguale per tutti” come commento al post “Riformare (ma seriamente) la Costituzione” del 10 giu 2010
Arriva l’estate, tempo di giochi e buonumore sotto l’ombrellone. Achille presenta sul blog la nuova Costituzione, composta da un solo articolo: “Il Presidente del Consiglio fa quello che cazzo gli pare”. Una blogger ha commentato che andrà a finire proprio così. Personalmente, ritengo che tra i primi responsabili vi siano gli elettori, che hanno permesso la “resistibile ascesa” di un modesto prepotente, votandolo, o votando la sinistra “gellista” (nel senso di Gelli Licio, non di Giustizia e Libertà). Siccome si scherza, avanzo un’altra proposta per la modifica della Costituzione: guardare alla Costituzione della effimera Repubblica romana del 1849, e adottarne l’art. 20, che prevede che il popolo elegga i suoi rappresentanti con voto pubblico. Non so valutare la portata degli effetti negativi della non segretezza del voto, che certamente vi sono, e saranno anche gravi. Ma il voto pubblico potrebbe servire da correttivo al degrado dell’elettorato, che oggi appare allo sbando, essendo deresponsabilizzato, rincitrullito, gasato dalla propaganda e incapace di tutelare i suoi interessi. Aristotele sosteneva che il popolo è anche lui una magistratura. Anche il famoso discorso di Pericle sulla democrazia ad Atene considera il popolo come una magistratura che ha delle responsabilità nella cura dello Stato; un discorso che a leggerlo viene da piangere, per il divario tra il fresco profumo di ciò che descrive e la nostra puzzolente condizione attuale. Col voto pubblico finirebbero molti piagnistei di furbi e sciocchi, e tanta gente non potrà che protestare con sé stessa davanti allo specchio, se non comincia a fare un uso meno dissennato del voto. Si potrebbe forse rendere facoltativa la pubblicità certificata del voto. Dichiarare quali forze si sono votate potrebbe divenire una prassi volontaria per coloro che comunicano al pubblico opinioni e critiche politiche (personalmente dal 2000 a tutte le elezioni restituisco il documento elettorale, con racc. a/r ; prima, alle politiche votavo, horresco referens, DC; poi PRI; poi scheda nulla; alle locali votavo candidati di centrosinistra, e me ne sono pentito). In USA, quando si cita un parlamentare si aggiunge al nome una “D” o una “R” per indicare se è democratico o repubblicano; si potrebbe almeno dire di quale partito sono i parlamentari non di primo piano quando li si cita, cosa che invece molti giornali evitano accuratamente; quale partito nominalmente, perché nella grande maggioranza dei casi si sa già che l’iscrizione vera è al Partito dei c. propri.
Sempre pour parler, per ingannare il tempo, propongo un quesito simile al “Se voi foste il giudice” della Settimana enigmistica. Però, in campo scientifico: “Se voi foste lo scienziato”. Poniamo che siate il direttore di un centro di ricerca e veniate incaricati di trovare una spiegazione per un altro di quei cluster di leucemia infantile che periodicamente vengono rilevati. Niente paura, potete farlo anche voi, visto che si incoraggia la gente affinché ogni “quisque de populo” dica la sua (meno alcuni, come vedremo): il quotidiano Il Giorno ha raccolto e pubblicato le ponderate opinioni del titolare di una cartoleria in merito alla patogenesi di un caso identico a quello che consideriamo qui (Leucemia a scuola il quartiere vuole la verità. Preoccupazione, ma senza psicosi. 11 giu 2010). E comunque, fare il direttore è più facile che fare il ricercatore … Immaginiamo allora che in una scuola si sia verificato un cluster di leucemia: quattro bambini, tre scolari e la sorellina di un altro scolaro, hanno avuto una diagnosi di leucemia linfoblastica acuta (LLA) a cavallo delle ferie natalizie, tra il 14 dic e il 22 gen. Nello stesso periodo ci sono stati altri tre casi di leucemia infantile nella metropoli dove è la scuola, Milano (ma, data la possibilità che tali cluster a volte siano degli artefatti statistici, per non sapere né leggere né scrivere scegliamo una forma semplificata del problema, circoscrivendolo ai quattro casi della scuola, che più facilmente e più nettamente possono mostrare o smentire l’individuazione di un fattore causale comune). Troppi casi nella popolazione composta dai bambini che frequentano la scuola e dai loro fratelli rispetto all’incidenza della malattia nella popolazione generale. Un vostro giovane collaboratore, Gianni, formula, dopo mesi di studio, un’ipotesi: i bambini che si sono ammalati avevano in comune una predisposizione genetica alla leucemia, che l’influenza H1N1 ha slatentizzato. Considerando solamente l’aspetto logico, vi sembra una buona ipotesi? Cosa rispondereste al collaboratore ?
Altri quiz per i più interessati. C’è un vostro secondo ricercatore, Lorenzo, che commenta che l’ipotesi di Gianni così formulata dei due fattori, genetico e infettivo, assomiglia all’illusione cognitiva descritta da Tversky e Kahneman per la quale si tende erroneamente a credere che la probabilità di eventi congiunti che confermino nostri pregiudizi sia maggiore di quella degli eventi considerati isolatamente. Lorenzo aggiunge che l’ipotesi di Gianni appare come il classico caso nel quale per salvare le premesse si falsifica la conclusione; che è del tutto azzardato ipotizzare che un’infezione slatentizzi una neoplasia; che il campo delle relazioni causali tra virus e tumori umani è stato fortemente criticato quanto a solidità scientifica, e per la presenza di conflitti d’interesse e di condizionamenti politici; che sono astronomici i numeri per calcolare la probabilità che i casi dei bambini predisposti nei quali avrebbe avuto luogo la slatentizzazione, tra i tanti esposti alla pandemia, si siano casualmente concentrati nella scuola; e che se l’ipotesi – che intanto è apparsa sui giornali come l’unica al momento considerata – venisse corroborata dall’improbabile reperimento di una condizione di anomalie genetiche oncogene preesistenti comune ai quattro bambini si configurerebbe, caso non raro nell’odierna biomedicina commerciale, un “paradosso di Gettier” piuttosto sospetto. Cosa rispondereste all’irriverente ricercatore ?
Poniamo che si presenti un terzo ricercatore, un indipendente di passaggio, un “cultore della materia”, Mario, che vi facesse osservare che il cluster di leucemia infantile nella scuola non è stato solo un cluster, ma anche un cluster anomalo: con una distribuzione temporale e una distribuzione spaziale entrambe estremamente ristrette, e che riguarda un numero di soggetti basso relativamente alla popolazione potenzialmente esposta alle stesse cause. Un attacco repentino e simultaneo, che è apparso e si è spento velocemente tra quattro mura o poco più. Un fenomeno anomalo in quanto il cancro è una patologia a sviluppo biologico lento, della durata di anni, e qui si hanno soggetti in giovane età; quando il cancro è causato, come in genere avviene nei clusters, da una esposizione a cancerogeni ambientali, in genere gli incrementi di incidenza si distribuiscono con una dispersione non trascurabile nel tempo e nello spazio. Per la simultaneità e la ridotta estensione temporale, il cluster assomiglia a quelli dovuti a una causa infettiva, mentre sembra difficilissimo che possano averlo generato agenti cancerogeni; ma assomiglia a un cluster di tipo tumorale più di quanto non assomigli a un cluster infettivo per il basso numero di soggetti colpiti. La forte circoscrizione spaziale è possibile, ma atipica, rispetto a entrambi i generi di cluster. Appare quindi come un cluster particolare, che si potrebbe definire “cluster puntiforme”: netto e marcato, molto piccolo, di durata molto breve.
Mario aggiunge che esistono degli elementi semplici, noti ma gravemente trascurati e travisati, che consentono di costruire una spiegazione teorica coerente di questo genere di cluster di leucemia infantile, senza introdurre fattori ipotetici non ancora individuati, e inoltre dando conto delle sue peculiari caratteristiche di cluster puntiforme: a) la capacità di un contagio virale di provocare reazioni linfoblastomatose non neoplastiche, che mimano biologicamente il quadro diagnostico della LLA; capacità che forse si incontra con la predisposizione di alcuni soggetti, diffusa nella popolazione, a tali reazioni non neoplastiche; b) la tendenza storica, sempre crescente, della medicina a espandere le diagnosi di cancro, classificando o riclassificando il maggior numero possibile di varietà di proliferazione come più maligne di quanto non siano biologicamente; tendenza che nel caso della LLA ha assunto la forma della non volontà e dell’incapacità di discriminare, non sulla base di convenzioni o evidenze indirette, ma rigorosamente, su basi scientifiche indiscutibili, tra leucemia linfoblastica e reazioni linfoblastomatose non neoplastiche (un tema che, in un’agenda di ricerca seria e onesta sulla LLA infantile, avrebbe dovuto essere al primo posto nei trascorsi decenni di ricerca, anziché venire proscritto); c) fenomeni di suggestione e contagio psicologico innescati e propagati su genitori, bambini, e medici, dagli allarmi mediatici che vengono lanciati sui tumori infantili da alcuni anni (es. i recenti “SOS”, supportati da interventi della magistratura, sul rischio di contrarre la leucemia infantile per cause ambientali, come “l’elettrosmog” dei trasmettitori di Radio vaticana di S. Maria in Galeria; e sul rischio di contrarla a scuola, come il caso delle antenne di Monte Mario). Questi sono tre fattori che potrebbero interagire fino a dare luogo alla rilevazione di cluster puntiformi di diagnosi di leucemia linfoblastica, rilevazione dovuta in realtà a un insieme combinato di bias. Le cure chemioterapiche, coi loro effetti di obliterazione del quadro biologico e di mimesi del quadro clinico fisserebbero poi l’errore (Pansera F. Relazione tecnica sull’omicidio doloso di Ketha Berardi, 2001. p. 15. consegnata al PM Mastelloni della Procura di Venezia in seguito a convocazione dei CC di Brescia, mediante il luogotenente Carrozza, il 26 set 2007).
Che ne fareste dell’ipotesi di Mario, tenendo conto che Mario ha un problema, ed è egli stesso un problema. Già in precedenza su altre malattie ha avuto ripetutamente uscite simili; per esempio, tanti anni fa scrisse un articolo dove mostrava che alcune caratteristiche morfologiche depongono contro una causa immunologica per la sclerosi multipla; senza volerlo, lo pubblicò proprio mentre veniva approvato, avendo superato “severissimi” requisiti, un nuovo farmaco, l’interferone, che invece si basa sulla teoria immunologica (la pubblicazione dell’articolo fu ritardata, così che comparve negli indici bibliografici appena dopo il trial clinico sul quale si basò l’approvazione dell’interferone per la sclerosi multipla). In questi giorni, 3 giu 2010, il British medical journal pubblica un articolo, “Multiple sclerosis risk sharing scheme: a costly failure”, sul danno derivato dai salti mortali amministrativi che sono stati fatti in Inghilterra per pagare le multinazionali acquistando l’interferone, e un altro farmaco pure basato sulla teoria immunologia della sclerosi multipla, nonostante un’analisi dell’ente di valutazione dei farmaci britannico, il NICE, avesse mostrato nel 2001 che il loro rapporto costo/efficacia non ne giustificava l’uso.
(Nel “risk sharing” lo Stato riduce i pagamenti se il farmaco si dimostra inefficace; da un lato ci si chiede su quali basi scientifiche è stato allora introdotto un farmaco se si ammette che può darsi che non funzioni; ma ai pazienti e il pubblico queste domande non piacciono, e, facendo leva sulle loro umane ansie e paure, si può presentare il contratto come un pragmatico sistema di controllo. L’introduzione dell’interferone fu supportata anche da comitati di pazienti, così come ora alcuni comitati di genitori stanno involontariamente contribuendo al business dei tumori infantili contro l’interesse dei bambini. Quello che è accaduto in UK è che i pazienti andavano male, ma la commissione esaminatrice giudicava che era prematuro ridurre i pagamenti. E’ un escamotage per sbolognare farmaci che sono lucrosi ma che è particolarmente oltraggioso fare approvare come validi; assomiglia un po’ al “contratto con gli Italiani“ di Berlusconi. In Italia finora non c’è stato bisogno di simili moine per dare alle multinazionali farmaceutiche quello che è delle multinazionali farmaceutiche, ma di recente il risk sharing, che ha conseguito questi brillanti risultati altrove, è stato introdotto anche da noi, dall’AIFA, per il lapatinib, un farmaco di ultima generazione contro il cancro avanzato della mammella; il prezzo, ora è calato, 1800 euro a scatola; il NICE ha bocciato il lapatanib, e ha bocciato anche il risk sharing sul farmaco).
Se le multinazionali vengono favorite a tutti i costi, chi è loro d’intralcio riceve un trattamento opposto. Mario autofinanziava le sue ricerche col lavoro di assistente ospedaliero, non chiedeva né soldi né riconoscimenti né altro; riteneva che la discussione sulle tesi che avanzava andasse limitata – come per tutte le ipotesi mediche non dimostrate, incluse quelle più titolate – all’ambito degli addetti ai lavori nelle sedi deputate. Per questo, sempre secondo quanto dice lui, è stato segnato come un inetto, un disturbato, e cacciato dal lavoro, facendolo controllare da istituzioni dello Stato prostituite, che lo hanno trattato come un soggetto da tenere sotto stretta sorveglianza, ostacolandolo e screditandolo nelle maniere più basse, punendolo come un topo di Skinner ogni volta che apre bocca e dice qualcosa di sgradito agli interessi criminali del business medico. Un sistema che funziona: ora, se non fosse pestato a dovere e screditato chiederebbe di avere più dati sul cluster di LLA, e cercherebbe di meglio definire la sua ipotesi, e di pubblicarla. Considerereste l’ipotesi di Mario insieme alle altre, verificandola, approfondendola e testandola? Oppure fareste finta di nulla, ignorando l’outsider, o giudicandolo inattendibile una volta informati della sua pessima reputazione ? Oppure vi sembra appropriato, a voi del gregge di Pericle, dare un giro di vite alle misure di contenimento di Mario ?
Vi sembra la cosa giusta da fare, dopo che il caso del cluster nella scuola è stato reso noto dai media, dichiarare che non ci sono risposte certe, imporre la censura sulle risultanze degli studi su ciò che è avvenuto nella scuola, in modo da impedire analisi come quella che potrebbe condurre Mario, e contemporaneamente dare fiato alle trombe e diffondere sui media l’ipotesi di Gianni, nonostante le critiche di Lorenzo, e nonostante che secondo l’ipotesi di Mario ciò potrebbe essere causa attiva, oltre che causa per omissione, della diffusione di quello che si dice di voler impedire, e quindi causa di danni alla salute di altri bambini ? E vi sembra corretto, mentre affermate che non si sa cosa sia accaduto nella scuola, sfruttare il caso della scuola per diffondere l’allarme mediante ipotesi tanto apocalittiche quanto lontane dall’essere sufficientemente provate su un effetto mutageno dell’inquinamento sulle cellule germinali dei genitori come causa di un ineluttabile aumento dei tumori infantili ? (Questo è ciò che è accaduto nella realtà).
“Sì, è tutto sotto controllo; non sappiamo bene cosa sia successo; certo, sembra proprio che a causa di questo maledetto inquinamento una quota di bambini sia predestinata a sviluppare il cancro, ma non alimentiamo psicosi collettive”: si sta allarmando o tranquillizzando? Si può anche allarmare fingendo di voler smorzare i toni e tranquillizzare: è una figura di pensiero che viene attualmente annoverata, col nome di “amblisia” (che originariamente si riferiva al preparare a una cattiva notizia nel dramma greco), tra quelle che si impiegano per ottenere un effetto comico.
Questi indovinelli sono interessanti anche per i giuristi, ai quali del resto a volte piace scambiare i ruoli con la corporazione cugina dei medici; si possono elencare diversi motivi di interesse. Del caso del cluster di leucemie nella scuola Cuoco Sassi si occupa la Procura di Milano, che ha formulato un’ipotesi di lesioni colpose. I giuristi citano Giolitti: le leggi si applicano coi nemici e si interpretano con gli amici. E’ bene che sappiano che anche in ambito scientifico valgono i due pesi: Tomatis ha osservato che gli standard di prova richiesti per il nesso causale tra agenti cancerogeni ambientali o occupazionali e cancro umano (nesso che quando stabilito ostacolerebbe i profitti dei grandi interessi) sono molto più severi di quelli coi quali si attribuisce il cancro allo stile di vita personale (che discolpano l’industria, e favoriscono il business del cancro spingendo le persone a fare accertamenti). In certi casi, si arriva alla divinizzazione di ipotesi di comodo gracili e deformi, mentre ipotesi alternative non gradite non solo non vengono verificate, ma divengono desaparecidos. E’ stato detto che il metodo di prova scientifico discende storicamente dal metodo di prova giuridico; e, contrariamente a quel che si può credere, i giuristi applicano nel lavoro giornaliero la logica più dei ricercatori biomedici (che infatti trarrebbero vantaggio dallo studio dei princìpi della prova giuridica). Le fallacie (e le frodi) cognitive sono pure d’interesse per i giuristi (Bona C. Sentenze imperfette. Gli errori cognitivi nei giudizi civili. Il Mulino, 2010). La medicina è un settore di primaria importanza dell’economia, della politica, della vita civile, dell’etica. Mi pare che l’influenza da H1N1 una parentela con il rigoglioso sbocciare del business della leucemia infantile di sicuro ce l’abbia; una parentela da manette: di recente è stato rivelato che la dichiarazione della pandemia, che ha fruttato fatturati di miliardi di dollari alle case farmaceutiche, è stata favorita da “kickbacks” (tangenti) agli esperti della OMS. La Costituzione, fino a quando non verrà ridotta alla versione di Achille, a favore di Berlusconi, sancisce anche la libertà della ricerca scientifica. Ma il comma è già di fatto cassato, e sostituito da un altro che stabilisce a riguardo l’applicazione del citato art. 1 di Achille, a favore non del brianzolo liftato e con la bandana, ma del potere senza volto dei grandi interessi consumistici che Pasolini preveggente indicava come il nuovo vero fascismo. Del resto, il magistrato Renzo Lombardi l’aveva già scritto con una perifrasi, e parlando seriamente: il potere, incluso in alcuni casi quello incarnato dai magistrati, “fa quello che gli pare, se gli pare e quando gli pare”.
Sempre per rilassarsi, un anno fa (4 giu 2009) su questo blog un commentatore proponeva come “passatempo per l’estate” di occuparsi della mia identità “così enigmatica e sfuggente”. Presentava a riguardo anche degli anagrammi. C’è un modo interessante di svolgere questo gioco: procurarsi il libro “La fiera della sanità” di Daniela Minerva, BUR, 2009; leggerlo, in modo da avere una buona panoramica sugli scandali noti della sanità italiana. Scorrere quindi l’indice analitico, cercando di individuare i cognomi identici di due medici che non sono parenti, ma sono accomunati dall’essere stati messi entrambi in carcere per bruttissimi reati. Il mio cognome è lo stesso, e anche la professione. E anch’io, come i due soggetti citati nel libro, rappresento una visione “estrema” della sanità non desiderata dal potere. Per esempio, una visione rigidamente contraria a provocare, per fare soldi o acquisire prestigio e potere, lesioni che possono essere mortali a bambini, trattandoli senza necessità con pesanti terapie oncologiche giocando sulla circostanza che la medicina è stata sciatta e sbadata, volutamente, nel definire sul piano dottrinale la leucemia linfoblastica del bambino (e in certi casi essendo i singoli clinici molto sciatti e peggio che negligenti nella diagnosi). Una visione della sanità che oltre ad essere contraria alla corruzione descritta nel libro è contraria anche ad un genere di corruzione strutturale della medicina che nel libro è solo accennata (v. La magistratura davanti alle frodi mediche di primo e secondo grado). Fatto curioso, anche io sostengo di essere stato privato dallo Stato della libertà personale, come i due omonimi.
Curiosamente, lo Stato ha in pratica tolto dalla circolazione tre medici omonimi tutti e tre rappresentanti di forme di medicina devianti rispetto al business della medicina; un business che vuole essere una forma di sfruttamento istituzionalizzata, né onesta, dietro la maschera, né identificabile in forme tradizionali di crimine - alle quali peraltro può all’occorrenza appoggiarsi – come la crassa violenza mafiosa o le truffe grossolane. Dei tre medici, due sono stati eliminati dalla vita pubblica ufficialmente, perché si sono macchiati di gravi reati, e il terzo è stato epurato e messo agli arresti senza dichiararlo, perché può essere controproducente, oltre che essere illegale, la censura aperta delle sue posizioni. Posizioni come la tesi che oggi è antiscientifico e disonesto negare o trascurare la pesante influenza dell’Offerta di medicina – che è guidata da un interesse amorale a ottimizzare il profitto – sulle definizioni e sui criteri di diagnosi delle malattie, prima ancora che sulle terapie; o la tesi che è in corso una campagna di marketing per lanciare le malattie pediatriche e in particolare le neoplasie pediatriche; campagna che favorisce le sovradiagnosi di tumore su bambini (v. Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi; Mistero leucemia), con i banali orrori che ne conseguono. Una campagna che fa diffondere presso il grande pubblico da rinomati esperti spiegazioni ad hoc sulle cause dell’asserito incremento, presente e futuro, dei tumori in età pediatrica; che assicura a queste pezze d’appoggio teoriche, non importa quanto speculative, contorte, contraddittorie e pericolose, un monopolio, col sistema del racket: con la persecuzione subdola e implacabile di chi potrebbe contestarle sul piano tecnico avanzando temi, ipotesi, argomenti e critiche.
Le spiegazioni alternative e critiche devono essere represse sul piano scientifico, e non devono esistere nel dibattito politico e nello spettacolo che si propina al pubblico. “C’è la possibilità … che le nostre conoscenze nel campo sono ancora troppo limitate per sapere in che direzione guardare” ha dichiarato l’epidemiologo che ha condotto l’indagine sul cluster della Cuoco Sassi. Quando ci si trova in questa condizione, di non sapere in che direzione guardare, propria dell’inizio di qualsiasi campo di ricerca (e non si dovrebbe essere ancora al “caro babbo” sulla LLA infantile, dopo tanti anni e così tanti soldi spesi in ricerca oncologica), si dovrebbe indagare “ a 360° ” prima di imboccare una o più direzioni. Ma in realtà si vuole che l’angolo visuale delle indagini resti sempre il più ristretto possibile, un sottile spicchio orientato in modo che si ottengano i risultati e i non-risultati che sono più vantaggiosi per l’Offerta, anziché per il pubblico e i pazienti. Il “bavaglio” non è solo quello delle intercettazioni, e non è applicato solo da Berlusconi.
Negli Anni di piombo ci sono stati alcuni magistrati e poliziotti che non abboccavano ai depistaggi, né facevano finta di abboccare per quieto vivere o perché collusi, e indagavano fuori dall’angolazione consentita; ed è accaduto che a questi inquirenti i pupi del terrorismo o della mafia gli abbiano sparato, o i superiori li abbiano messi sotto procedimento disciplinare. (E c’è stato qualche magistrato che ha ritenuto opportuno scriverle sotto pseudonimo, certe osservazioni sull’eversione). La campagna di marketing sui tumori pediatrici, che potrebbe essere chiamata “Operazione Erode”, è un esempio delle forme che l’eversione dall’alto assume al tempo della globalizzazione; un’eversione dall’alto che gode – non è la prima volta – della cooperazione della magistratura e delle forze di polizia, che hanno aiutato la campagna spendendo il loro prestigio a favore della diffusione del falso, dando credibilità coi loro interventi alle notizie e agli “scandali” adatti alla propaganda, e chiudendo nei cassetti le notizie e gli scandali che occorre tenere celati. E fermando un medico scomodo con lo stesso zelo, ma in silenzio, col quale hanno messo fragorosamente in galera l’omonimo medico mafioso e l’omonimo chirurgo della S. Rita; come se la legalità non fosse demarcata da una soglia ma da una finestra, una forchetta, con un limite superiore oltre che un limite inferiore, e il compito di magistrati e poliziotti fosse quello di mantenere l’andamento delle cose entro questi due limiti, sia reprimendo l’illegalità che può danneggiare l’ordine desiderato dai grandi interessi, sia stroncando forme di impegno e di onestà che possono danneggiare gli stessi interessi.
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10 maggio 2010
Segnalato il 10 mag 2010 sul blog “Uguale per tutti” come commento al post “Tutela della libertà di corrispondenza nell’era di internet: anno zero?” del 7 mag 2010
“È difficile vivere nei tempi in cui la società si trasforma in Ecclesia, coi reprobi e gli ammessi, e con un onnipotente che sa tutto”
Corrado Alvaro, Quasi una vita
“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione, e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni ed idee attraverso ogni mezzo”.
Art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (ONU, 1948)
Il dr Saracino usa parole che avevamo quasi scordato, ricordandoci che abbiamo un fondamentale diritto al segreto secondo l’art. 15 della Costituzione, che tutela la libertà e la segretezza delle comunicazioni. Oggi invece nel parlato comune, e anche nel linguaggio delle istituzioni, si usa “privacy”, eufemismo soft, e non va di moda citare il diritto alla segretezza. La diade privacy/sicurezza viene usata retoricamente: si parla di privacy per bloccare le intercettazioni dei birboni, e di sicurezza per piazzare telecamere, schedare, limitare diritti, etc. Pigiando come un bravo organista ora su uno ora sull’altro di questi due pedali, si ottiene una musica che configura un mondo dove il singolo è sempre più controllato, e il potere è sempre meno soggetto a controllo. Penso che volendo discutere di questi temi – diritto alla riservatezza; intercettazioni; videosorveglianza; database che registrano atti amministrativi, consumi, spostamenti, dati sensibili, etc. – sia oggi divenuto indispensabile introdurre un terzo parametro, una terza “grandezza”, etica, politica, giuridica, che chiamerò “panottismo”, e che rappresenta la asimmetria tra controllori e controllati.
Il Panopticon, progettato da Bentham, è una costruzione che ottimizza il controllo. E’ composta da un anello di celle con al centro una torre di guardia. Nel modello puro di panopticon le celle sono aperte verso l’interno, senza la porta e senza l’intera parete della porta, così che il prigioniero sia costantemente esposto allo sguardo dei guardiani nella torretta. Il panopticon è stato assunto da Foucault, in “Sorvegliare e punire”, come simbolo della relazione asimmetrica di potere costituita dal controllo invisibile, che vede senza essere visto; simbolo dei “dispositivi disciplinari” che impalpabilmente permeano l’intera vita dei controllati. Platone, nella Repubblica, usa la leggenda dell’anello di Gige, che rende invisibili, per mostrare come l’essere invisibile tra i visibili porti all’empietà, perfino se si è giusti. Uno psichiatra, Abreu (Come diventare un malato di mente, Voland, 2005) parla dell’asimmetria di potere basata sul controllo che si sta instaurando ai nostri tempi. Per Abreu, come per altri prima di lui, il segreto è la fonte del potere. Il potere difende con le unghie i suoi segreti, anche istituzionalizzandoli: segreto di Stato, bancario, professionale, istruttorio etc.. Allo stesso tempo, pratica forme crescenti di intrusione nella sfera privata che portano a gravi conseguenze, politiche e psicologiche: forme derivanti da una volontà di “trasformare ogni persona in un elemento manipolato, senza spazi di autonomia né di critica”. Abreu consiglia: “non fidatevi di chi vuol sapere tutto di voi senza raccontarvi niente in cambio”. L’opposto dell’insegnamento della trasmissione “Il grande fratello”, che spinge i giovani ad accettare e agognare giulivi di vivere sotto una rete di telecamere; beccandosi tra di loro in continuazione come polli, cercando di fregare i compagni, e, notare, confessandosi regolarmente all’autorità. Un bel modello di vita. L’ocaggine popolare che si sposa con la paranoia del potere.
Il controllo mediante strumenti tecnologici può essere una forma di oppressione internalizzata erga omnes, ma può anche servire a fermare determinati soggetti invisi al potere. Usato con ostentazione, può divenire una forma di intimidazione, di condizionamento degli oppositori. Non più il lebbroso, cioè l’isolato, ma l’appestato, cioè il controllato, scrive Foucault. Il controllo esibito, nel quale al soggetto viene fatto sentire che ogni suo passo è sotto l’occhio di un guardiano. Così che sa che a quell’incrocio incontrerà quel certo mezzo; che non potrà entrare o uscire da una libreria o una biblioteca senza incrociare sulla porta un paio di CC o di PS o di vigili urbani; che la spesa ai supermarket la si va a fare solo con una “scorta” di polizia; che non tornerà mai a casa senza avere incontrato almeno un mezzo della polizia; sa che quando dice o fa qualcosa di sgradito oltre al silenzio ufficiale troverà puntuali per strada microincidenti sibillini ai quali non farebbe molto caso se non fossero costanti e prevedibili; dal Carabiniere così maldestro che nel cuore di Brescia, in Piazza Paolo VI, di fronte al duomo, ti punta inavvertitamente il mitra addosso; agli spazzini della municipalizzata che in pieno giorno, sempre solerti con le spazzatrici stradali, al punto di impolverarti con quello che sollevano da terra, soprattutto davanti al duomo, sono però così sbadati che ti schizzano con le lance ad acqua ad alta pressione, con le quali si scrosta anche lo sporco più tenace. (Poi ci sono anche le operazioni interforze, a tenaglia, dove si resta presi tra spazzatrice e poliziotti, che quindi ti chiedono i documenti; sempre davanti al duomo). Decine di varianti su questi schemi, ripetute centinaia e centinaia di volte, possono essere usate senza tregua per porre una persona formalmente libera in uno stato non dichiarato di detenzione e di privazione dei diritti; uno stato simile, non solo metaforicamente, a quello del Panopticon. Questo controllo è anche uno strumento capace di provocare, invisibilmente, danno fisico. Può così trasformare la persona più distratta ed estraniata in un braccato che si aggira per la città come se fosse in una giungla abitata da belve e cannibali. Ai tempi della cavalleria si diceva che l’arco, che colpisce da lontano, è l’arma dei vigliacchi. Spero un giorno di poter raccontare per esteso come l’arma dei vigliacchi oggi siano le telecamere.
Il panottismo odierno è conseguenza delle nuove tecnologie, che hanno permesso forme di controllo ben più potenti di quelle pensate da Bentham, l’eccentrico padre dell’utilitarismo. Ricordo in USA una sera a un party del reparto di anatomia patologica dove lavoravo, che un tecnico di laboratorio, una donna, dopo avere attinto alla coppa del punch un po’ di volte raccontò che col marito avevano comprato per poche decine di dollari uno strumento che permetteva di captare le conversazioni dei vicini, e quanto ciò fosse divertente. Una piccola telecamera oggi costa pochi euro; e le telecamere possono facilmente essere collegate a computer, che possono conservare i dati ed effettuare potenti elaborazioni. Le telefonate sono facilmente controllabili da chi ha ne ha i mezzi, mentre è estremamente difficile impedirlo. Le onde elettromagnetiche sono una fondamentale realtà fisica; noi coi nostri sensi non percepiamo che una minima parte del mare di onde elettromagnetiche nel quale siamo immersi; oggi con la tecnologia si è trovato il modo di produrre e imbrigliare tali onde, e di rilevarle quando siano usate per comunicare. Esiste lo “spazio hertziano”, e ora che lo abbiamo colonizzato facciamo fatica a comprendere che in esso valgono leggi fisiche e conseguenze di leggi fisiche differenti da quelle del mondo macroscopico che conosciamo per stato di natura. Si è trovato il modo di rilevare anche le altre forme di comunicazione; inclusa, come osserva Abreu, buona parte della comunicazione con noi stessi. A ciò si è aggiunto il trattamento digitale, che permette di conservare e processare quantità a piacere di informazione in maniera altamente flessibile e a basso costo. Va riconosciuto che viviamo letteralmente in un altro mondo rispetto a pochi anni fa; viviamo in una “infosfera”, dove le informazioni vengono emesse, e anche raccolte, con grande facilità; dove quindi mantenere la riservatezza è divenuto oggettivamente difficile. Al tempo nel quale furono sanciti i princìpi sulla segretezza e sulle relative eccezioni in nome della sicurezza vi era un mondo possibile, parallelo al mondo reale, dove era facile controllare le comunicazioni. Ora siamo passati in tale mondo; è questo nuovo mondo reale che ora abitiamo che l’etica e il diritto devono considerare.
Secondo il famoso saggio di Walter Benjamin, col sopraggiungere della sua riproducibilità tecnica l’opera d’arte ha mutato la sua essenza; e anche la sua funzione e il suo ruolo sociale. Oggi è accaduto qualcosa di simile con il progresso tecnologico nella sorveglianza e nella intercettazione. Prima, fino a pochi anni fa, il diritto alla segretezza corrispondeva al divieto di superare gli ostacoli materiali e tecnici che si frapponevano tra la volontà di sorvegliare e intercettare e l’esecuzione di tale volontà. Oggi con lo sviluppo dell’elettronica e del digitale, per il potere, e in alcuni casi anche per i comuni cittadini, tra la volontà di spiare o controllare e il suo soddisfacimento non c’è che un passo. Le innumerevoli registrazioni video sono eseguite a tappeto, così che solo una percentuale infinitesima viene utilizzata per le indagini giudiziarie; per le aziende telefoniche registrare le telefonate è un gioco da ragazzi. In alcuni casi, come per le email, raccogliere le informazioni è in pratica consustanziale al servizio. Le tecniche di marketing di datamining e profiling sono ad uno stadio avanzato. E’ esperienza comune che se si cerca un prodotto online, poi per un periodo la pubblicità di quello stesso genere di prodotti apparirà aprendo pagine web che prevedono pubblicità. Non si è distanti da una situazione dove tutto ciò che viene prodotto o scambiato per via elettronica viene conservato e catalogato (e con “Echelon” si è già in questa situazione).
L’espressione “diritto affievolito” per me ha il suono di una moneta falsa; ma qui c’è un diritto, quello alla riservatezza per il semplice cittadino, che è stato oggettivamente affievolito, non da abili annacquatori dei patti costituzionali, ma dalla realtà storica e materiale. Giuristi e filosofi del diritto hanno senza dubbio studiato questi casi, nei quali un mutamento epocale “spiazza” alcuni diritti, e la loro tutela. Pensiamo a come muterebbe il dibattito sulla morte pilotata, o quello sul “testamento biologico” che lo maschera, se, ipoteticamente, il nostro corpo fosse provvisto di un “bottone di spegnimento” e bastasse premerlo per darsi la morte; o si potesse programmarne l’azionamento in funzione di alcuni parametri vitali, es. l’attività elettrica cerebrale. Un bottone rudimentale di questo genere è già stato inventato da molto tempo: le armi da fuoco, che hanno una “levetta di spegnimento” con la quale è possibile spegnere la vita, soprattutto l’altrui, sia pure con alcune limitazioni come la disponibilità di un’arma, il dover prendere la giusta mira, trovarsi a distanza utile, etc. Secondo alcuni storicamente sarebbe stato proprio il mutamento dei rapporti di forza provocato dalla relativa disponibilità delle armi da fuoco, che permettono di colpire a distanza, ad avere spinto verso forme di governo più democratiche. In effetti, già Machiavelli, nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, aveva avvisato il Principe di non tirare troppo la corda nello spogliare i sudditi della “roba” e dell’onore, perché un coltello è alla portata di tutti; con le armi da fuoco il potere ha dovuto farsi più guardingo. Così un progresso tecnologico che ha generato dei mali, paradossalmente ha anche causato un parziale riequilibrio di forze tra governanti e governati, tra oppressori e oppressi. Sono un obiettore di coscienza, non porto armi, e sono contento di questa scelta, anche se Machiavelli predice la “ruina” ai disarmati. Ma il diritto a portare armi di difesa previsto dal secondo emendamento della Costituzione USA mi appare meno sinistro e barbaro ora che conosco il mondo un poco di più di quando avevo vent’anni. Le strumentazioni tecnologiche di controllo hanno alcune somiglianze con le armi da offesa, e costituiscono forme di difesa dalle armi; e c’è il rischio che, come con le armi nei paesini del Sud, alla fine ad averle e adoperarle siano solo i delinquenti; oltre alle forze di polizia, naturalmente.
Il film “Il mestiere delle armi” di Olmi racconta la morte di Giovanni dalle Bande Nere nella imbelle Italia rinascimentale. Il condottiero fu ferito ad una gamba da un colpo di falconetto, un pezzo di artiglieria leggera, arma modernissima per quell’epoca. (A dare i falconetti ai luterani era stato il duca di Ferrara Alfonso d’Este. I lanzichenecchi ebbero così via libera per Roma, che misero a sacco. Del resto, ad appoggiarsi a potenze straniere a danno di italiani al duca glielo doveva avere insegnato, con l’esempio, il papato, che anche in questo ha una tradizione millenaria). Il film si conclude con una citazione dell’epoca, che condanna le nuove armi da fuoco come disumane e vili, e augura che vengano bandite. La storia mostra che le armi da fuoco non vennero soppresse in quanto poco cavalleresche, e che quello in realtà era appena l’inizio. E’ illusorio cercare di fermare con argomenti di principio, o anche con leggi, progressi tecnici che danno potere; occorre trovare altri modi per contrastarli. Ciò vale anche per il nuovo scenario delle forme di intercettazione e sorveglianza.
Il problema non è più solo l’equilibrio tra riservatezza e sicurezza; ma è anche quello del panottismo, dell’equilibrio tra l’essere controllati e il controllare nei rapporti tra il cittadino e lo Stato, e tra il cittadino e i soggetti forti. Una grandezza non assoluta ma relativa: data dal rapporto tra i due controlli. La difesa della sempre più risicata “privacy”, e della segretezza tutelata dalla Costituzione, è necessaria ma da sola è insufficiente, perché ora col panottismo contano i rapporti relativi, oltre che gli assoluti; è illusoria, perché per chi ne ha i mezzi spiare è diventato facile come camminare; è ingannevole, perché l’affermazione ufficiale che non si sta spiando non può essere facilmente smentita; ed è controproducente perché quando i politici oggi chiedono che ci sia maggiore “privacy” intendono essenzialmente il diritto dei potenti a farsi i fatti loro senza essere disturbati da polverose ubbie sul dovere di non versare né intascare tangenti, di non vendersi a poteri maggiori, etc. . D’altro lato, è in nome della sicurezza, si sa, che spesso viene tolta la libertà; aveva ragione Franklin a dire che chi cede libertà fondamentali in cambio di un po’ di sicurezza non merita nessuna delle due.
Credo che una risposta realistica alla nuova insidia a diritti inalienabili vada cercata in forme di reciprocità: nel ridurre lo squilibrio rappresentato dal panopticon. Se prima il potere controllava 100, e veniva controllato 10, oggi che controlla 1000 non può chiedere di essere controllato 3. Se si è in un paesino del Far West, che non si può pensare divenga per decreto una comune di gandhiani, allora che tutti possano portare la Colt al cinturone è il male minore. E’ stato osservato che le tecnologie avanzate a volte sono indistinguibili dalla magia; se Tizio e Caio giocano a carte, e Tizio ha acquisito una vista magica, che gli permette di sapere che carte Caio ha in mano, allora la richiesta di Caio di vedere le carte di Tizio, in modo da giocare entrambi a carte scoperte, è equa, anche se superficialmente appare come una pretesa assurda. Se difficilmente si può impedire al potere di esercitare un maggior controllo sul popolo, allora si deve riconoscere al popolo, tramite le istituzioni che agiscono per lui, un maggior controllo sul potere.
Pertanto le intercettazioni giudiziarie nell’ambito di indagini su un reato non solo non vanno ridotte, ma, su giuste e rigorose motivazioni giuridiche, vanno potenziate e rese più facili, come forma di controllo democratico sul potere, al fine di riequilibrare lo scompenso informativo. Massima cura va posta nel rispettare la sfera puramente privata dei potenti, che da questo punto di vista sono come tutti gli altri (e sarebbe ora di finirla di divulgare intercettazioni a contenuto piccante e grassoccio sui potenti, che danno loro l’appiglio per chiedere la “tutela della privacy”); massima cura va posta nell’impedire che i poteri che possono intercettare legalmente facciano un uso strumentale di questo mezzo, intercettando solo chi gli conviene, quando gli conviene; ma andrebbe stabilito che, essendo cambiato il mondo, i potenti, che da questo cambiamento traggono i maggiori vantaggi, devono anche loro essere esposti a maggiori controlli rispetto al passato, per ciò che attiene alle loro prerogative pubbliche. Andrebbe stabilito che la comunicazione interpersonale e la privacy sono state rese più permeabili al controllo, ad opera del potere, e che quindi non solo il potere non può chiedere maggiore opacità per sé, ma deve adeguarsi al corso che ha creato. In generale, all’introduzione di ogni nuova forma di controllo da parte del potere dovrebbe corrispondere una nuova forma di controllo sul potere. Altrimenti si torna indietro rispetto alla democrazia; allo squilibrio che c’era prima delle armi da fuoco e prima ancora. Il panottismo tecnologico appare far parte di una tendenza alla restaurazione, mediante tecniche modernissime e sofisticate, di forme di potere che parevano consegnate ai libri di storia. Si parla di aggiornamento della Costituzione; ma spesso con ciò si intende indebolimento anche formale dei già malconci diritti costituzionali. Un vero aggiornamento della Costituzione e delle leggi dovrebbe servire ad adeguare la salvaguardia degli stessi princìpi fondamentali ai mutamenti storici.
La constatazione del nuovo stato di cose può portare a distinguere più nettamente tra raccolta, utilizzo e divulgazione dei dati. Come detto, un tempo il problema principale era la raccolta, e i divieti e i regolamenti facevano perno su tale difficoltà. Oggi tale barriera si è abbassata, e per alcuni non esiste più; bisogna prenderne atto, anziché proseguire su una linea ormai anacronistica; e correre ai ripari, che possono consistere in un riposizionamento su posizioni più difendibili. Per l’utilizzo e la divulgazione le regole, se non dovrebbero essere indebolite, come chiede Berlusconi, e come piacerebbe anche a molti altri, non dovrebbero neppure cambiare radicalmente; l’interesse del pubblico ad avere informazioni su reati e comportamenti di chi li governa va contemperato con quello alla riservatezza, e anche col diritto alla solidità delle informazioni divulgate. Va osservato che la tecnologia, se da un lato facilita la raccolta, dall’altro permette di separarla più nettamente dall’utilizzo e la divulgazione, e quindi di controllarne almeno gli effetti. Si potrebbero introdurre registrazioni crittografate, dove i dati vengono fin dall’inizio trascritti in memoria in forma crittata (e non crittati successivamente). Informazioni “desemanticizzate”, private del pur minimo significato, che può però essere recuperato, ma non da chi le raccoglie o da altri: solo se così disposto dai magistrati, che dispongono materialmente delle chiavi per decrittare. Se per esempio un commerciante vuole inquadrare con una telecamera un tratto di strada pubblica per proteggere la saracinesca del suo negozio dagli scassinatori, e così facendo inquadra h24 anche i passanti e il parcheggio davanti a un’abitazione privata, allora dovrebbe essergli permesso di impiantare una camera, ma solo di un modello che critti i dati, in maniera che questi possano essere decrittati solo con chiavi custodite dall’autorità, e quindi possano essere letti non da lui stesso o da altri a piacere, ma solo su disposizione del magistrato per motivi d’indagine.
La facilità di raccolta non può essere impedita, ma il panottismo che provoca va contrastato. Per riportare entro un sistema di “checks and balances” il panottismo che oggi si aggira selvaggio nell’attuale infosfera si può pensare, se ciò non travolge troppi princìpi giuridici stabiliti, a forme di raccolta di massa di dati, es. le telefonate, ma nella forma crittata detta sopra. Occorre pensare a tale inedita varietà di informazione: non si ha un filmato o una registrazione, né assenza di dati; ma una nuova varietà di informazione, un’informazione in potenza, che i metodi crittografici permettono di controllare. I dati andrebbero raccolti non solo, come già avviene, da privati o da forze statali “deviate”, ma anche dallo Stato; senza che però nessuno, incluso lo Stato – neppure a scopo preventivo – possa leggerli se non con l’autorizzazione del magistrato, che ordina la decrittazione in base alle motivazioni classiche consolidate. Non dovrebbero esserci eccezioni al controllo “desemanticizzato” per le “alte cariche“; che anzi dovrebbero essere le prime; insieme ai magistrati, i poliziotti, i servizi, anche loro custodi che dovrebbero essere meglio custoditi. Se si forma, inevitabilmente, una raccolta di dati sensibili, anche in chiaro, come i database commerciali, tale raccolta deve essere messa in qualche modo sotto il controllo dei cittadini mediante lo Stato; al quale a sua volta va impedito il più possibile libero accesso a tali dati. L’obiettivo dovrebbe essere quello di evitare lo squilibrio informativo, l’invisibilità che osserva, soprattutto a favore di soggetti forti. Qualcosa di in fondo non molto diverso avviene già con acquisizioni da parte degli inquirenti di registrazioni in chiaro delle telecamere di sorveglianza che nessuno guarda normalmente, ma che hanno registrato immagini su un’area che casualmente è divenuta rilevante per le indagini su un reato; o con quelle dei tabulati telefonici. Non bisogna sottovalutare neppure la capacità della tecnologia di fornire strumenti per questo riequilibrio. Penso sia possibile un sistema di crittografia che impedisca, non in forza del dettato della legge, ma fisicamente, letture non autorizzate, con un sistema di chiavi distribuite a più soggetti istituzionali; con le solite eccezioni di fatto delle forze che comunque se ne fregano anche della parvenza della legalità, facendosi vanto di infrangere i segreti (e che se potenti, es. NSA, sono comunque coinvolte ab initio nel disegno degli algoritmi di criptazione). Ma la democrazia e le sue leggi non possono rimanere con l’arco e le frecce davanti a chi ha i fucili.
Occorre inoltre riconoscere al singolo cittadino un maggior potere di sorveglianza su ciò con cui viene a interagire. In USA vidi un nero ben vestito estrarre una macchina fotografica davanti a un massiccio poliziotto che aveva messo la sua faccia, che protrudeva da una testa di dimensioni bovine, a pochi centimetri da quella di un esile ragazzino nero; evitando così al negretto, che i poliziotti avevano fermato perché insieme ad altri si divertiva a rotolarsi sui cofani della auto in sosta, ammaccandoli, guai che minacciavano di divenire maggiori di quelli che si meritava. Posso testimoniare per esperienza personale che avere una macchina fotografica o una telecamera in mano può ridurre, anche se non eliminare, gravi forme di abusi e di molestie gratuite da parte di chi può usare il potere dello Stato, e può abusare dei mezzi per la sicurezza e delle tecnologie legali di sorveglianza; portare una telecamera è un peso e un vincolo, ma può evitare che le provocazioni trascendano in incidenti veri e propri. Penso che i cittadini dovrebbero, per equilibrare almeno parzialmente il panottismo, potersi dotare, se lo desiderano, di forme di controllo elettronico personali. Per esempio, minitelecamere che registrino tutto ciò che appare “in soggettiva” nel loro campo visivo quando escono di casa. Se il tabaccaio può filmarmi mentre passo davanti al suo negozio, se altri possono farlo, pare, senza dover neppure chiedere alcuna autorizzazione a nessuno, così che vengo filmato in continuazione da decine di telecamere a mia insaputa, dovrei potere a mia volta registrare ciò che avviene davanti a me. Il mio campo visivo, e ciò che vedo, è il bordo tra la mia persona e il mondo esterno e gli altri, è qualcosa sulla quale ho dei diritti e posso quindi esercitare tutele adeguate e proporzionate alle circostanze. Oggi invece tale bordo, tale terreno comune, è oggetto di “enclosure” da parte del potere. Si potrebbe regolare il permesso all’uso, e potrebbe essere estesa anche a tali strumenti la differenziazione tra permesso di raccolta crittata, di visione in chiaro e di divulgazione; limitando la raccolta a luoghi esterni, o subordinandone l’uso alla presenza di una situazione di pericolo o a un fumus persecutionis; o forse alla fine si dovrebbe liberalizzarli del tutto. Pensiamo a come sarebbero utili nelle situazioni di stalking; da parte di un ex partner fuori di testa (o anche per documentare lo stalking di polizia, tanto monotono quanto capace di acuti creativi). Potrebbero essere di fondamentale utilità contro i reati convenzionali. Forme regolamentate di controllo elettronico personale potrebbero prevenire crimini, facilitare ricostruzioni, appianare dispute legali, evitare errori giudiziari. Ho sentito Luciano Lutring, l’ex “solista del mitra” che ora tiene conferenze, commentare, col tono dell’artigiano che dice “ormai le costa meno comprarla nuova che farla riparare”, che oggi con le telecamere i rischi nel rapinare le banche sono tali che per i professionisti seri e con la testa sulle spalle è meglio mettersi a lavorare. Ma se gli strumenti elettronici che difendono le banche dai rapinatori, e, genericamente, chi sta meglio da chi sta peggio, ormai costituiscono una florida industria, strumenti analoghi volti a difendere il debole dal forte stentano ad essere sviluppati e commercializzati.
C’è anche il panottismo medico. Siccome poco importa, applicando la reciprocità, poter all’evenienza sapere che il medico di famiglia ha i calcoli alla cistifellea, o il CEO della multinazionale e il politico che hanno architettato l’ennesima truffa da bambini facevano la pipì a letto, bisognerebbe ridurre questo panottismo in radice, chiedendosi caso per caso se le mirabolanti innovazioni informatiche vanno nell’interesse del paziente o del business. (Comunque, un manuale di medicina anglosassone consiglia al medico di non parlare mai del proprio stato di salute ai pazienti). Nel dibattito pubblico si ammette che i database sanitari possano pregiudicare il diritto alla riservatezza su dati particolarmente delicati, e portare a situazioni di discriminazione, ma questo non è l’unico pericolo. Il fascicolo sanitario elettronico, dove sono raccolti tutti i dati sanitari del singolo, che trasforma in “fatti” indiscutibili dati che a volte sono frutto di errori più o meno legati a interessi illeciti, appare come un pericoloso strumento del prossimo venturo “Stato terapeutico”; un controllo accoppiato a autentiche forme di censura istituzionalizzata delle informazioni al pubblico e a volte ai medici (es. la European Medicines Agency ha rifiutato a un cittadino irlandese l’accesso a dati sulla sicurezza di un farmaco che appariva provocare tendenze suicide, sostenendo che le regole della UE sulla trasparenza non si applicano alle reazioni avverse da farmaci). Mentre abbondano gli stucchevoli discorsi sull’umanità delle cure, non ci si preoccupa di come queste nuove tecnologie possano portare il processo di cosificazione del paziente verso livelli ancora più alti. Va considerato anche che la registrazione digitale consente manipolazioni che erano più difficili col cartaceo e coi supporti analogici. Non ci si chiede con quali misure si preverranno falsificazioni della cartella clinica elettronica e degli esami per eliminare le tracce di reati. Si parla invece allegramente di “medicina virtuale”, e si attende impazienti la colonscopia virtuale (una nuova tecnica radiologica basata sull’elaborazione digitale delle immagini). Per evitare dolorosi dispiaceri ancora peggiori di quelli che possono derivare dalle tecniche tradizionali sarebbe meglio avere un atteggiamento scettico e diffidente sull’utilizzo dei mezzi elettronici nelle cure mediche.
Evviva, siamo nel mondo nuovo. La proposta che abbozzo sul contrasto al panottismo non aumenta la civiltà, perché allontana dalla natura umana, ma vorrebbe limitare i danni. Persa l’innocenza originale, non si può ricrearla, ma occorre costruirne una artificiale. La richiesta di potenziare le intercettazioni suona giacobina. L’idea di conservare tutte le comunicazioni mi dà lo stesso sconforto degli scritti di Borges che descrivono situazioni simili, con biblioteche sconfinate che contengono tutti i libri scrivibili di 410 pagine, e mappe in scala 1:1, che si sovrappongono esattamente al territorio che descrivono. Dotarsi di una videosorveglianza personale è una conclusione che, oltre a generare a sua volta altri grossi problemi giuridici, è triste, ricordando quel grottesco personaggio di un film di Almodovar, che girava con una telecamera fissata sulla sommità della testa. Stiamo comunque andando verso il cyborg: la propaganda stimola le nostre speranze mostrandoci esseri ibridi parte uomo parte macchina. Sui media sono celebrati sempre più spesso atleti con protesi meccaniche, ed esiste anche una saggistica accademica che giustifica ed esalta queste chimere. Ne beneficiano trapianti e protesi, terapie delle quali al pubblico vengono fatte conoscere solo le luci. Un recente studio ha riscontrato che le aspettative dei pazienti sulle protesi articolari sono superiori a quelle dei chirurghi che le impiantano.
E’ un po’ singolare che a proporre una tale simbiosi, a proporre di affiancare agli occhi e alla mente una telecamera e una scheda di memoria, sia uno come me, che è fortemente contrario all’esaltazione acritica delle tecnologie ingegneristiche applicate al corpo; che non ha messo neppure lo spioncino alla porta di casa, e per strada, se proprio un elefante non gli tagliava la strada barrendo, non si accorgeva di ciò che avveniva attorno a lui; che è tra coloro che apprezzano come uno dei maggiori piaceri della vita il camminare per il gusto di camminare, muovendosi liberi, senza impacci e impicci, senza una meta precisa, assenti rispetto alla quotidianità, seguendo la topografia dei pensieri più che quella delle vie; il piacere di sentirsi immersi nel mondo senza essere del mondo; sulle strade bianche e lungo i mattoni rossi del senese, dove la bellezza assume un volto semplice e naturale; tra i resti di quello che per tanti secoli fu il maggior faro, la Roma entro le Mura Aureliane, sciatta e sontuosa; sulla groppa di ordinati viali anonimi e senza fine del New England; e perfino nell’affannato reticolo di strade, che trasuda grettezza, del quadratino di Bassa lombarda dove ora abito. Ma questo appartiene a un mondo perduto, al quale non è possibile ritornare.
v. anche:
Sovranità popolare e informazione
La riduzione al sintattico nella lotta al Principe
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Blog Malvino
Commento del 9 apr 2011 al post “Panopticon” del 9 apr 2011
Mi dispiace che della metafora del Panopticon si sia impossesato Capezzone; per me rappresenta, piuttosto efficacemente, l’asimmetria tra controllori e controllati, come detto da Foucault:
http://menici60d15.wordpress.com/2010/05/10/privacy-sicurezza-e-panottismo/
Asimmetria che è proprio quello cui mira il padrone di Capezzone.
Su Wikileaks la penso come Tarpley, che ha scritto trattarsi di un’operazione di “limited hangout”:
http://menici60d15.wordpress.com/2010/12/07/da-quali-minacce-va-protetta-la-glaxo/
Ora non resta che aspettare che Capezzone o un altro scagnozzo parlino di limited hangout a danno di Berlusconi, mentre il dissenso blogger si attiene scrupolosamente alle linee guida dettate dall’alto, come il riconoscimento di Assange come voce libera.
Bentham era un eccentrico. Volle che il suo cadavere, imbalsamato, fosse esposto in una sala dell’University college di Londra, dove tuttora si trova. Speriamo che il dissenso italiano prenda un poco d’esempio da lui, e non si limiti a ripetere quello che gli viene propinato da Mediaset, Rai e c. come “antisistema”.
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Blog de Il Fatto
Commento del 26 dic 2011 al post di S. Santachiara “Accuse di plagio, rischia il progetto web antipedofilia del tycoon berlusconiano” del 26 dic 2011
postato su questo sito il 5 feb 2012 causa boicottaggio Telecom
Nel post “Privacy, sicurezza e panottismo”, del maggio 2010, ho proposto anch’io di conservare in forma crittata, e inaccessibile salvo procedura formale dell’autorità giudiziaria, tutto ciò che passa per i canali elettronici:
http://menici60d15.wordpress.c…
come conclusione di una riflessione teorica sulle violazioni della privacy e della libertà personale commesse col pretesto della sicurezza. Riflessione scaturita dall’indebito monitoraggio e stalking cui ero e sono oggetto; grazie a una magistratura a dir poco compiacente. I dati crittati andrebbero però tutelati nella maniera più rigida, incluso un sistema a chiave multipla, distribuita tra più soggetti istituzionali, come ho scritto. Neppure ai magistrati si può consentire di avere un controllo esclusivo su dati del genere. Lasciarli poi nelle mani delle forze di polizia, o di certi soggetti con le insegne della Telecom, che nella mia esperienza sono strettamente integrati con le forze di polizia in questi abusi, è come mettere il lupo a guardia dell’ovile. Francesco Pansera
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Il suo acido commento si potrebbe ribaltare: spesso una volta generata un’idea, implementarla non è così difficile. La crittografia delle registrazioni non è una invenzione epocale, ma, in linea di principio, l’elementare trasferimento e adattamento di tecniche già esistenti. Tanto che un non addetto ha potuto concepirla, e una moltitudine di informatici potrebbe metterla in atto. La teoria retrostante che la motiva sul piano etico e politico, che naturalmente attende di essere sviluppata, forse è più complessa. Io però mi astengo da simili comparazioni, perché ho grande rispetto per quelli che si occupano di tecnologia “hands-on”, e per i risultati che possono raggiungere. Ne ho di meno per chi ripete l’ideologismo tecnocratico che le idee (degli altri, non le loro) sono poca cosa, sono res nullius, che si trova per terra; che confonde il “come” costruire una cosa col “cosa” costruire e “perché” costruirla; o col perché non costruirla. E’ da oltre vent’anni anni che osservo che il plagio (parlando in generale) è a volte anche una forma efficace di censura: alcune proposte concettuali possono essere disinnescate togliendole a chi le ha avanzate con certe motivazioni, con certi fini, e mettendole in mani sicure; come quelle del Tiger team Telecom, per esempio.
Pubblicato in: "Libertà", "Rispetto per le istituzioni", Abolizione dell'opposizione reale, Adeguamento della realtà al falso con la violenza, Agenzie morali parassitarie, Animalità razionale, Appoggio della magistratura alla frode medica strutturale, Associazioni a delinquere di stampo mafioso autoctone padane, Autisti, Avvicinamento clero e scientismo, Bioetica strumentale, Biopolitica, Blogs, Borghesia compradora, Brescia, Campagne istituzionali di discredito, Carattere nazionale e radici storiche del malcostume, Carotismo, Censura del dissenso tecnico, Censura e persecuzione del dissenso, Censura e persecuzione occulte, Classe dirigente bresciana e doppio Stato, Clero e censura, Clero e compradora, Clero e doppio Stato, Clero e frode medica strutturale, Clero e violenza, Collusione della magistratura col potere, Coltivazione della viltà, Complesso biomedico-mediatico, Criminalizzazione degli oppositori, Crimine dei colletti bianchi, Crimine universitario, Dal secundum quid al simpliciter, Degrado del tessuto sociale e atomizzazione sociale, Depotenziamento lotta al crimine, Difesa diritti fondamentali pre-costituzionali, Difesa istituzioni repubblicane dagli occupanti, Diritto all'informazione, Discriminazione istituzionale di cittadini, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Disordine pilotato, Doppio Stato polizie segrete e associazioni di tipo massonico odierni, Educazione e incitamento al disprezzo e all'odio, Emarginati e deboli come fair game, Esposizione dell'ingiustizia come alternativa alla giustizia, Etica della conoscenza e del giudizio, Eutanasia, Fallacia delle regole, Fictio democratica, Forma democratica e sostanza pontificia, Forze di polizia come milizie mercenarie, Grazia e antinomianismo, Iatrogenesi, Immunità giudiziaria delle forze di polizia, Inautenticità della sinistra, Influsso delle oligarchie finanziarie, Istigazione istituzionale al ludibrio, Istituzionalizzazione del crimine, Istituzioni ibride, Laicità all'italiana, Magistratura business friendly e dottrina Pizzillo, Male e mediocrità, Manipolazione ideologica, Medicalizzazione della vita, Meritocrazia vs. merito, Metamafia, Morton's fork e doppio legame, Oltraggio mediante il potere istituzionale, Onore virtù militari e senso del diritto delle forze di polizia, Panottismo, Pansera, Partecipazione di persone comuni a censura e persecuzione, Patologizzazione degli oppositori, Persecuzione di polizia, Persecuzione giudiziaria, Perversità del crimine istituzionale, Plagio come censura, Praticità del teorico, Prepotere del clero, Principio di Mazzarino, Psichiatria del potere, Raccolta conservazione e analisi dell'informazione sintattica, Relativismo epistemico, Resistenza civile, Resistenza e informatica, Riconoscimento dell'extramediatico, Ruolo della magistratura nel doppio Stato, Scienza ad auctoritatem, Sovradiagnosi, Standard negativo e falso standard, Subordinazione delle forze di polizia al clero, Supporto della religione all'oppressione, Teatrino laici cattolici su questioni bioetiche, Tecnica del potere, Terzietà della magistratura, Testamento biologico, Tipi antropologici proibiti, Uso intimidatorio degli autoveicoli, Uso persecutorio della tecnologia per la sicurezza, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina, Valore politico del dissenso tecnico, Victim blaming, Violenza impunita, Violenza indiretta, Violenza occulta, Violenza politica tramite la polizia | Commenti disabilitati
28 ottobre 2009
Segnalato il 28 ott 2009 sul blog “Uguale per tutti” come commento al post del 23 ott 2009 “Cari colleghi dove eravate?” di Gabriella Nuzzi
“Innanzitutto occorrerebbe che la magistratura non si sentisse in dovere di dire la verità, e che lasci questo ruolo alla politica” (Mino Martinazzoli, Giornale di Brescia, 21 dic 2004).
Mi spiace dirglielo, dr.sa Nuzzi, ma lei ha un serio problema come professionista del diritto. Lei scrive (in “Cari colleghi, dove eravate?”) “La ricerca della verità accomuna Giustizia e Informazione.” (Per sua fortuna aggiunge “ma non è una lucina debole e fioca, che si accende e si spegne all’intermittenza della ipocrisia e della convenienza politica. E’ un faro immenso, luminosissimo…”). Lei non conosce o non accetta il principio della separazione dei valori. La Giustizia e la Verità sono entità separate e distinte. Le persone come Lei, o come me, che pensano che Giustizia, Conoscenza e Informazione siano legate, siano strettamente connesse, siano parte di un fascio di valori che non può essere smembrato, e forse nomi diversi dati alla stessa cosa vista da diverse angolature, sono prive di quella concezione equilibrata che nelle attività intellettuali conferisce professionalità e responsabilità, ed è quindi il prerequisito per il successo.
La separazione tra Giustizia e Verità configura un riduzionismo duplice: ideologico, che permette di parlare di giustizia mentre si calpesta la verità, e materiale, che consente di alterare la rappresentazione di fatti. Nel mio campo, la medicina, vige un rigido riduzionismo materiale, che dà luogo a ibridi lussureggianti quando si unisce al riduzionismo ideologico giudiziario (v. Il riduzionismo giudiziario nella frode medica strutturale: il caso del testamento biologico). In campo medico-legale i due riduzionismi vanno a nozze; di recente, nel caso Aldrovandi, periti e magistrati hanno distinto tra meccanismo di morte cardiaco e meccanismo di morte respiratorio. Il cuore e i polmoni sono separati e distinti nel caso dei bovini sul bancone del macellaio. Sono organi che sul piano fisiopatologico sono fortemente interconnessi, tanto che è possibile e a volte obbligatorio considerarli un unico blocco; ma così si è potuto saltare a piè pari gli effetti della bastonatura e della compressione toracica sul complesso cuore-polmoni, per andare a inserire il solito ingegnoso meccanismo alla “Wile Coyote” che spiega un crimine operato da persone in divisa come un atto di legittima difesa finito male per aver calcato la mano e per una sfortunata, incredibile, casualità.
In questi giorni è in prima pagina la vicenda della “Nave dei veleni”, sollevata dalle Procure di Paola e Catanzaro. Da una parte, meglio tardi che mai: si doveva intervenire molti anni prima su questa infamia e questo sfregio alla Calabria delle navi affondate al largo delle sue coste, che forse ha attinenza anche con l’omicidio di Ilaria Alpi. Ma l’azione giudiziaria non è solo tardiva; è anche prematura, nel senso che si parla e si grida sui veleni prima e non dopo avere accertato il contenuto della nave. Osservando da anni la manipolazione delle notizie di interesse medico, per me questo tirare fuori ciò che si è tenuto per tanti anni nei cassetti, e tirarlo frettolosamente fuori “half-baked”, proprio mentre è in corso una campagna mediatica su cancro e Meridione (v. infra) suona come un campanello d’allarme; insieme alla presenza di politici come Loiero, Pecorella, Minniti, Veltroni, a soffiare sul fuoco; e alla assidua copertura di giornali come Libero, che dovrebbe rappresentare i “cattivi”, assieme ovviamente a Manifesto e Unità, che invece sarebbero dalla parte dei “buoni”. La magistratura sta facendo finalmente Giustizia e Verità sul caso? Giustizia forse si. Verità no. E gli effetti complessivi saranno negativi: l’azione delle Procure di Paola e Catanzaro sarà un fattore di incremento delle diagnosi di cancro in Calabria.
Infatti, viene ignorato che in Calabria sono in gioco non una ma almeno tre noxae patogene in grado di fare aumentare gli indici epidemiologici del cancro. L’inquinamento focale, dovuto a una concentrazione di cancerogeni in aree ristrette, (esempi da manuale sono il cloruro di vinile monomero e l’amianto), è solo una delle noxae. Tali focolai seguiranno dinamiche dipendenti dalla distanza e dalla dose, fattori che, in genere, ne limiteranno l’effetto, anche se gli inquinanti dovessero diffondersi, es. tramite la catena alimentare. La Calabria, terra politicamente debole, è effettivamente a rischio di divenire una pattumiera di veleni, se non lo è già, e tale noxa va contrastata con la massima energia. Diverso è l’inquinamento diffuso, es. quello dell’aria nella Pianura padana, o quello legato agli alimenti industriali, che è a intensità più bassa di quello focale ma ha effetti di massa. Bisogna contrastare ovviamente anche questo inquinamento, guardando es. agli inceneritori, intorno ai quali girano molto denaro e potenti interessi.
La terza noxa, importantissima e trascurata, o meglio censurata, è quella che gli esperti di comunicazione chiamerebbero “memetica”. E’ una noxa che ha caratteristiche singolari. Cresce col crescere degli allarmi, fondati o falsi, sul rischio di cancro, e i suoi effetti sono rapidi, a differenza dei cancerogeni materiali. Come ho già esposto, agitare le notizie di rischio di cancro porta a un incremento di diagnosi spurie di cancro tramite specifici meccanismi di persuasione e inganno, in operazioni tipiche delle grandi agenzie di pubbliche relazioni che forniscono consulenza alle multinazionali (v. Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi). Questa noxa non segue leggi fisiche e biologiche, ma le leggi della disinformazione e della propaganda: da Rocca Imperiale a Melito Porto Salvo, tutti i calabresi vi saranno esposti. E’ una noxa immateriale, che non vuol dire inesistente o fumosa. Voi magistrati sapete bene che la penna o la parola ne ammazzano più della spada. Questa estate, uno studio sul Journal of the National cancer institute (Mulcahy N. Prostate Cancer Overdiagnosis in the United States: The Dimensions Revealed. Medscape medical news, 1 set 2009) ha riconosciuto che in USA ci sono stati negli ultimi 30 anni circa un milione di uomini ai quali è stato sovradiagnosticato il cancro della prostata, la diagnosi di tumore più frequente negli uomini (v. Il mediatico e l’extramediatico: il caso delle ghiandole sessuali maschili). Una massa di sovradiagnosi che ha riguardato anche pazienti relativamente giovani, sottostimata, e sovrimposta su statistiche che erano già inflazionate da falsi positivi, precisano gli autori. Almeno un milione di uomini che non avevano un vero cancro alla prostata, e che sono stati castrati e messi nella condizione di malato di cancro per fare soldi. Perfino la potente American cancer society, uno dei colpevoli del disastro, la cui auri fames l’ha portata in passato ad essere indagata e condannata dai magistrati statunitensi, ora denuncia che si è esagerato con le diagnosi di cancro della prostata. Mentre in USA, nelle roccaforti del business oncologico, si tirano i freni a un sistema che toglie la borsa e la vita e che sta divenendo insostenibile anche per lo stesso capitalismo laissez faire, la Calabria e il Meridione sono nel mirino di manovre volte a estendere a queste terre di frontiera dell’Occidente il business della medicina commerciale, e in particolare dell’oncologia commerciale.
Solo quest’anno, il 2009, ci sono stati, oltre al bombardamento giornalistico e a quello dei politici sulla sanità-inferno del Sud che deve diventare come la virtuosa sanità del Nord, interventi di istituzioni autorevoli e credibili. L’Airtum ha rassicurato: l’aumento di incidenza e di mortalità dei tumori è dovuto all’invecchiamento della popolazione; che è un poco come dire che la elevata frequenza di casi di pedofilia da turismo sessuale in certi paesi del terzo mondo è dovuta alla bassa età media di quelle popolazioni. Il quoziente generico di mortalità per cancro è una media ponderata dei quozienti per età, e come tale non è un artefatto, ma ha anch’esso rilevanza per descrivere il carico di cancro sulla popolazione. L’Associazione italiana registri tumori rileva inoltre che la minor incidenza di cancro nel Meridione va scomparendo, e attribuisce ciò “all’acquisizione di stili di vita urbanizzati” e “perdita dei benefici derivanti dall’alimentazione di tipo mediterraneo”. Una spiegazione apodittica, che ripete il catechismo ufficiale: il cancro, rectius una diagnosi di cancro, uno se la becca a causa dei propri peccati, come il mangiare male; non per i cancerogeni naturali, né, per l’amor di Dio, per cause umane esogene, molto più intense ormai di quelle naturali: l’inquinamento ambientale, l’esposizione a sostanze chimiche o a radiazioni ionizzanti, l’adulterazione degli alimenti, o la sovradiagnosi. Non una parola sugli screening, e sulla lievitazione di diagnosi di cancro che notoriamente comportano.
Di tale aumento parla invece il Libro bianco 2009 dell’Istituto di igiene dell’Università cattolica (Salute, le donne italiane stanno bene ma aumenta il divario fra il Nord e il Sud. Adnkronos salute, 16 set 2009). Premesso, con riferimento al carcinoma della mammella (che commercialmente e statisticamente è l’omologo femminile dal carcinoma della prostata) che “il gap tra Nord e Sud e’ ancora molto ampio – ha spiegato Walter Ricciardi, ordinario di Igiene e medicina preventiva all’universita’ Cattolica di Roma e autore del Libro Bianco – solo riguardo ai tumori si e’ avuto un miglioramento: piu’ screening, piu’ diagnosi, ma anche piu’ guarigioni. le donne del Nord, costantemente ‘bombardate’ da programmi di prevenzione, sanno cosa e’ giusto mangiare e quali sono gli stili di vita sani e le cose da fare per prevenire le malattie. Al Sud non e’ cosi’”, l’autore spiega che l’aumento di incidenza di cancro al Sud in seguito a screening, che porterà al pareggio dell’incidenza tra Nord e Sud, c’è, ma è da leggere anche in positivo, perché è dovuto allo svelamento di casi nascosti. Questa è una di quelle stupefacenti affermazioni, come il commento di Martinazzoli in epigrafe, che intimidiscono: provenendo da fonte autorevole, si ha paura di sembrare sempliciotti, poco intelligenti, a non riconoscerle come un acuto paradosso e rispondere: ma che sta dicendo. L’affermazione che vi sia un elemento positivo nell’aumento del livello di incidenza di cancro per screening è un paralogismo tutt’altro che onesto: gli epidemiologi hanno osservato che se il caso fosse questo, l’aumento di incidenza sarebbe un picco temporaneo. Non dovrebbe essere prevedibile che negli anni crescerà fino ad allinearsi alle altre regioni. Nei fatti quando l’incidenza di cancro aumenta in seguito a screening, per decenni rimane sostenuta, e anzi continua a crescere, fino a raggiungere livelli epidemici, come se i cancri miracolosamente spuntassero per il fatto di essere cercati; contro la biologia, ma come è caratteristico di un prodotto commerciale di successo. Andrebbe al contrario riconosciuto che alla capacità biologica del cancro di metastatizzare l’uomo ha aggiunto la capacità di moltiplicarsi tramite una sorta di disseminazione memetica.
Poi c’è stato il caso protesi-prostitute a Bari (v. La magistratura davanti alle frodi mediche di primo e secondo grado; Servizi segreti nella Sanitopoli barese? ). Gli aspetti relativi alla salute pubblica sono stati tralasciati; non si è quasi parlato dell’inutilità e dannosità degli interventi. In USA ignorare questa verità sarebbe stato un poco più complicato: è apparso un articolo del New York times sulla chirurgia vertebrale e le forniture di chiodi e protesi (The spine as a profit center, 30 dic 2006), che dice che “The evidence of wide spread corrupt practices is truly staggering.” Da noi invece per quel poco che si è parlato di questo aspetto, sottraendo attenzione alle mignotte, si sono diffuse notizie tendenziose: Santoro ad Anno Zero ha affermato che in Puglia la spesa per le protesi è aumentata dal 2001 ad oggi del 243%, contro il 55% dell’Italia; facendo credere che sia la Puglia la pecora nera, e che il Meridione dovrebbe prendere a modello il Nord. In realtà, per ciò che conta maggiormente per la salute pubblica in questo caso di corruzione, l’appropriatezza degli interventi di impianto di protesi, il Nord non può dare lezioni, ma dovrebbe essere lui il primo a essere messo nel gabbione degli imputati. Dai dati (Manno V, Masciocchi M, Torre M. Epidemiologia degli interventi di chirurgia protesica ortopedica in Italia. 2009. Rapporto Istituto superiore di sanità 09/22) si può ricavare, considerando 9,5 milioni di abitanti per la Lombardia e 4 milioni per la Puglia, che per l’intervento più frequente, quello di impianto di protesi d’anca, nel 2001 in Puglia il tasso di interventi in rapporto alla popolazione, per regione di appartenenza dell’ospedale, era circa il 50% di quello della Lombardia, e che nel 2005 questo tasso era salito al 57%. Lo stesso tasso per regione di appartenenza del paziente era per la Puglia il 62% di quello della Lombardia nel 2001, ed è salito al 73% nel 2005. Al Sud, con tutta la corruzione, non si fanno più interventi che al Nord, ma meno. Il tasso di incremento degli interventi nello stesso periodo è stato più elevato in Puglia che in Lombardia: 29% in Puglia vs il 13% della Lombardia per regione di appartenenza dell’ospedale; 27% in Puglia vs. 8,6% in Lombardia per regione di appartenenza del paziente. Anche qui, tassi di tipo commerciale, stabili e anzi fortemente crescenti. La Puglia sta rincorrendo il treno lombardo, che ormai è lanciato a velocità alle quali è sempre più difficile continuare ad accelerare. In Puglia, alla fase di lancio della medicina commerciale, nella quale si sono permesse le forme più voraci e paesane di corruzione, subentrerà l’austera frode medica di primo grado, nella quale i prezzi unitari si abbasseranno, e che per la popolazione sarà addirittura peggiore, con tassi di interventi impropri ancora più elevati. In questi giorni Verzè ha offerto a Vendola, il responsabile politico del puttanaio barese, la presidenza del San Raffaele del Mediterraneo, clone del San Raffaele di Milano, tempio della medicina vergine, della medicina come sacerdozio secondo il patron di Pio Pompa. Nessuna contraddizione, una semplice riconversione stilistica dell’adescamento: dalle escort locali al circuito “bene” della medicina scientifica internazionale; che è ancor meno soggetto a rossori; dalle donnine con le giarrettiere per i primari alla seduzione delle masse mediante i parafernalia dei laboratori. Viene presentata come moralizzazione quella che è una modernizzazione della frode. Anche in medicina c’è ormai un divorzio, una voragine, tra “Scienza” e Verità.
Mentre impazzava lo scandalo di Bari, il Censis, considerando la soddisfazione dei pazienti come una componente valida di un indice di qualità della sanità, ha concluso che per offerta di sanità l’Emilia-Romagna, dove i programmi di screening oncologico sono all’avanguardia, è la prima, e la Calabria è l’ultima. Accostando a questo risultato quello per il quale secondo il Censis anche la salute della popolazione è peggiore al Sud. Anche se spesso non hanno una buona assistenza sanitaria, i calabresi (che a tavola mangiano prodotti locali migliori di quelli che in altre regioni si comprano nei supermercati) hanno la più bassa incidenza e mortalità per tumore; sono gli indici più importanti secondo l’epidemiologia, e a pensarci anche secondo il buon senso; gli epidemiologi onesti, che non ripetono la favola dei trionfi sul cancro, assegnano loro l’importanza dovuta; mentre nell’attuale vulgata si tratta di una quisquilia, che viene trascurata nelle analisi, e celata nelle informazioni al pubblico facendo anzi credere il contrario. Se ne parla solo per predire che questa indecenza, che è sputtanante per la fiaba dei meriti soteriologici della medicina “d’eccellenza”, e che deve indispettire alcuni italiani di razza superiore come se fosse un’altra manifestazione dell’infingardaggine e del parassitismo meridionali, è sul punto di finire.
Ora è arrivata un’altra voce attendibile e autorevole, la magistratura col bastimento carico di cancro. Sui media, nella politica, nella “società civile”, i furbi cavalcano l’onda formata dall’azione giudiziaria; e la popolazione si è mobilitata, senza sapere che protestando per una delle tante ingiustizie subite dalla Calabria verrà fottuta dall’altra parte, con una diversa, nuova, ingiustizia. Non ci sono santi, il cancro in Calabria deve crescere.
I servizi, che si sono occupati di traffico di rifiuti, si occupano anche di biomedicina. Siamo un Paese dove il covo di Via Gradoli, in un appartamento che era sotto il controllo dei servizi, non viene scoperto quando sarebbe stato utile alla democrazia scoprirlo, ma viene fatto scoprire, volutamente, in seguito, dagli stessi che lo avevano utilizzato. Eppure non abbiamo imparato nulla; qualsiasi minimo ragionamento che non accetti senza fiatare quello che ci raccontano, che consideri che vi possa essere una tattica dietro certe rivelazioni anomale, viene graniticamente respinto; e seguiamo irremovibili come “Jugale” l’iperrealtà mediatica che ci viene ammanita. Non abbiamo visto forse le immagini delle telecamere subacquee? Non credere alla tv oggi è come non credere in Dio nel Medioevo.
Ammettiamo che la nave affondata al largo di Cetraro sia effettivamente carica, come è possibile, di scorie radioattive o di potenti cancerogeni chimici. Ammettiamo che tali agenti possano superare la barriera costituita dai 500 m di profondità e dalla distanza dalla costa. Anche in questo caso, limitare l’attenzione alla sola noxa focale favorirà la noxa memetica. Le persone si spaventeranno e entreranno nei programmi di screening di massa o cercheranno controlli individuali. La magistratura avrà così contribuito ad instaurare una spirale tossica: il pericolo della noxa focale favorirà la noxa memetica. L’incidenza dei tumori aumenterà per sovradiagnosi. Ciò a sua volta comporterà un cambiamento culturale che porterà a prendere atto dell’aumento di incidenza dei tumori, e quindi ad accettare come un dato di fatto gli eventuali effetti reali di noxae materiali focali e diffuse. La Calabria diverrà moderna, con indici epidemiologici sul cancro rispettabili, e magari brillanti. Non dovrà più temere gli insulti di Venditti.
Forse con l’avvento del nuovo alcune delle storiche sconcezze della sua sanità passeranno; ma ciò solo se anche in Calabria, finalmente, ci si metterà a produrre cancro su scala industriale, facendo decollare la moderna economia oncologica, e ci si metterà così in pari con le altre regioni. Geograficamente al centro del nuovo grande mercato mediterraneo, grazie all’industria medica, che è l’industria della paura e del dolore, forse un domani la Calabria non sarà più “in the middle of nowhere”. Dato l’aumento di incidenza del cancro da sovradiagnosi e da inquinamento, e l’importanza che l’oncologia acquisirà nella vita sociale, il nuovo stato di equilibrio, a tasso di tumori non più relativamente basso ma elevato, apparirà dopo qualche tempo naturale, completando la spirale. Le azioni giudiziarie sulla nave dei veleni e gli altri più probabili siti inquinati saranno servite, limitando il quadro, sia da innesco, sia da capro espiatorio non innocente, per una situazione più vasta e complessa, che verrà quindi aiutata. Condotta in questi termini, l’offensiva giudiziaria sui veleni in Calabria favorirà gli interessi dell’alta finanza in campo biomedico; che non sono molto distanti da quegli interessi responsabili della discarica abusiva delle scorie, e dell’inquinamento da crescita economica.
I magistrati si occupano di Bene e Male, pensa la gente. Non so cosa pensino i magistrati a riguardo, ma, se per loro la verità conta qualcosa, dovrebbero sapere e avere ben presente che in medicina, e soprattutto nella medicina attuale, spesso, soprattutto in quei casi giudiziari che vengono ripresi e amplificati e talora distorti dai media, invece che tra il Bene e il Male i magistrati dovrebbero discriminare tra “competing risks”: tra mali in competizione. Dove alcuni dei rischi, dei mali, sono di natura antropica, e a volte sono deliberati, fraudolenti e criminali. E, perseguendo soltanto quello che prima facie appare come Il Male contrapposto al Bene, in realtà si favorisce un male più grave e più subdolo.
Mostra ciò anche un caso simile, minore, che pure riguarda la disinformazione e gli effetti cancerogeni delle radiazioni, avvenuto a Bologna, dove ai primi di settembre del 2009 la Procura ha indagato per omicidio colposo 4 medici di diversa specializzazione che non hanno diagnosticato un tumore cerebrale a una bambina che accusava cefalea. “Sarebbe bastata una Tac” hanno ripetuto i media, es. il TG5. La cefalea essenziale nei bambini è decine di migliaia di volte più frequente di quella provocata dai tumori cerebrali. La Tac può provocare tumori cerebrali (Brenner DJ, Hall EJ. Computed tomography – An increasing source of radiation exposure. N Engl J Med, 2007. 357:2277-2284). L’effetto della notizia sarà quello di una maggior offerta e una maggior domanda di Tac nei bambini con cefalea. Così oltre al rischio di falsi positivi, e alle carenze nell’assistenza medica che deriveranno da allocazione irrazionale delle risorse, aumenterà l’incidenza reale dei tumori cerebrali, e di altri tumori. Il prof. Picano, direttore del Centro di fisiologia clinica del CNR, osservando che i tessuti dei bambini sono particolarmente sensibili agli effetti cancerogeni delle radiazioni, raccomanda: “I pediatri dovrebbero fare molta più attenzione del normale” nel prescrivere esami radiologici e in particolare Tac. Pochi giorni dopo la notizia dell’indagine, e della relativa propaganda alle Tac cerebrali ai bambini, il Lancet (Barclay L. Validated rules may predict children at very low risk for brain injury after head trauma. 22 set 2009) ha pubblicato uno studio dove si premette che ”CT [computed tomography] imaging of head-injured children has risks of radiation-induced malignancy” e si cerca pertanto il modo di limitare l’uso della Tac sui bambini con trauma cerebrale.
Ma nella nostra cultura i familiari esami radiologici vengono sottovalutati – anche dai medici, mostrano alcuni studi - come fonte di quelle radiazioni ionizzanti che sono in grado, con elevata probabilità, di causare tumori. Per tutta la penisola si invocano a gran voce “Cchiù Tac ppì ttutti”, anche se gli stessi radiologi ormai dicono, nei loro congressi, che se ne fanno troppe (salvo ai pochi pazienti che ne trarrebbero davvero utilità). La nave seppellita sott’acqua dalla ‘ndrangheta, o i telefonini, quelle sì che sono cose che di certo fanno venire il cancro. Non viene detto, ma lo si nasconde, alla faccia delle discettazioni dei giuristi e dei giudici sul consenso informato e del nugolo di fini bioeticisti ardenti guardiani della autodeterminazione del paziente: è un fattore di rischio per cancro, soprattutto in età premenopausale, oltre che sicura fonte di una valanga di sovradiagnosi (il 33% secondo il National cancer institute) anche la mammografia periodica di screening; alla quale le donne calabresi si sottoporranno in massa dopo l’attuale tambureggiamento mediatico sul rischio di cancro (ma non ci sono indagini e cortei su questo; il ricercatore che negli anni Settanta svelò il pericolo, calcolando che le mammografie ne uccidevano il doppio di quante ne salvavano, Irwin Bross del Roswell Park di Buffalo, ebbe la carriera stroncata).
I magistrati di Bologna inquisiscono i medici del caso in oggetto per un errore diagnostico gravissimo, nel quale col senno di poi appare evidente che una consulenza neurologica per eventuale diagnosi di sede e una risonanza magnetica si sarebbero dovute richiedere; un errore che appare essere la conseguenza, la nemesi, del riduzionismo diagnostico dei vari specialisti. Fanno bene, e fanno Giustizia. Ma non fanno Verità, valore dal quale i diritti costituzionali e il bene pubblico restano dipendenti non meno che dalla Giustizia; e anzi contribuiscono a propagandare il falso, e così a diffondere il danno ingiusto alla cittadinanza a vantaggio di interessi privati.
La separazione tra Giustizia e Verità è strategica per le fortune della casta giudiziaria. Con questo assioma si può produrre giustizia senza verità. Si può produrre una giustizia che non è un faro, ma è una lanterna magica che proietta le storie desiderate. Si può partecipare al gioco del potere senza apparire compromessi; anzi apparendo difensori degli interessi della cittadinanza. Si possono ad esempio servire gli interessi del grande business medico, quello delle multinazionali, ben più potente di Berlusconi, assicurando così alla corporazione un’alleanza che le copre le spalle. Del resto, fior di giuristi invocano il “diritto mite” il “diritto che deve fare un passo indietro” quando si tratta della Verità in biomedicina. Se la Verità è separata e distinta dalla Giustizia, allora è possibile non solo ignorarla, ma c’è anche modo di riuscire a combatterla lasciando intatta la Giustizia. Vale quindi la pena di salvaguardare la giustizia da commistioni improprie con la verità, a tutti i costi. Anche con qualche strappo, mediante abusi nei quali non c’è ombra né di giustizia né di verità, ma solo cavilli dozzinali e violenza di Stato. Se si riconoscono alcune informazioni, addio al gioco della giustizia con la testiera, la giustizia coi paraocchi e il morso. Pertanto certe informazioni sulla medicina i magistrati non solo non le scoprono e non le raccolgono, non solo quando le hanno davanti non le esaminano e le ignorano come se non esistessero, ma le censurano attivamente. Centinaia di km a Nord di Cetraro, nelle curie romane, e più a Nord, dove i boss locali non sono pittoreschi ndranghetisti ma pensosi intellettuali prestati alla politica, o padani che faticano e producono, una mafia vincente e compiuta, che veste la toga dello Stato e la divisa dello Stato, si occupa di sopprimere verità scomode, che modificherebbero le verità parziali come quelle alle quali i magistrati di Paola e Catanzaro porgono invece grande ascolto. I pentiti, i non pentiti, magistrati, forze di polizia, politici, amministratori pubblici, dita diverse della stessa mano. Questa necessità forte di stabilire come principio irrinunciabile la separazione dei valori forse può spiegare anche la punizione interna alla magistratura dei magistrati di Salerno, assurda agli occhi del pubblico laico, e davvero inusuale.
Copia della presente viene inviata alle Procure di Paola e Bologna, alla DDA di Catanzaro, e ai sindaci di Cetraro e Paola.
* * *
Adesione all’appello alla Procura generale presso la suprema Corte di Cassazione ed alla Sezione disciplinare del CSM comparso su “Uguale per tutti il 29 ott 2009
30 ott 2009
Aderisco all’appello di “Uguale per tutti” affinché gli organi disciplinari della magistratura conformino la loro azione ai principi regolatori della giurisdizione nel ricorrere a misure cautelari. Non bisogna abusare del potere che si esercita per conto dello Stato, come dicevo avantieri su questo blog a proposito della “Nave dei veleni”, che ieri si è rivelata un decoy presentato dal pentito, probabilmente pilotato da qualche “manina”; e come ho ripetuto ieri mattina all’equipaggio della volante (GdF 197AZ) che mi sono trovato ferma davanti poco dopo l’uscita da casa, in un quartiere di periferia, e che, ricomparso a 3 km di cammino, nel centro di Brescia, dopo altri due passaggi mi ha chiesto i documenti (mentre leggevo un interessante articolo sulla “sindrome di Struldbrugg”, cioè i rischi di una eccessiva medicalizzazione dell’anziano; gli Struldbruggs sono gli anziani decrepiti ma immortali dei Viaggi di Gulliver). Altrimenti poi può divenire difficile distinguere i pentiti e i non pentiti dalle guardie e dai magistrati.
Tanto le azioni disciplinari strumentali che le intimidazioni di polizia appaiono seguire anziché la Costituzione il precetto del cardinale Mazzarino, riportato da Nando Dalla Chiesa nei suoi libri: l’arte del trasformare la vittima in colpevole, del trasformare chi accusa in soggetto da sorvegliare e punire. Più in generale, l’arte dello scambio dei ruoli.
Francesco Pansera
Via Tosetti 30 Brescia
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9 ottobre 2009
Il Manifesto
Commento all’articolo del 7 ott 2009 “Tutti i ‘lodi’ di cui non si parla” di Valerio Evangelisti
Secondo il Manifesto il caso Aldrovandi farebbe eccezione al “lodo Guida”, che prevede l’impunità per le violenze della polizia. Le sapienti motivazioni della sentenza Aldrovandi rispettano il lodo Guida, evitando la preterintenzionalità; e ne applicano il corollario per il quale i meccanismi delle morti “per mano poliziotta” obbediscono alle leggi della fisica e della biologia non del mondo reale, ma a quelle del mondo dei fumetti. La sentenza Aldrovandi dà un contentino, ma rafforza il lodo Guida per il futuro, inquinando, come è interesse dei cattivi poliziotti, le basi dottrinali e la casistica sulla asfissia da compressione, con la tesi Caruso-Thiene di una morte per aritmia da ematoma del miocardio. Causato da un’energia cinetica di origine misteriosa, e visto in una foto con gli occhi ai raggi X.
Pubblicato in: Abolizione dell'opposizione reale, Agnotologia, Appoggio della magistratura alla frode medica strutturale, Artifici della magistratura, Biopolitica, Censura del dissenso tecnico, Collusione della magistratura col potere, Coltivazione dell'ignoranza, Conflitto d'interessi in medicina, Crimine universitario, Depistaggi eziologici, Deuteragonismo medico, Difesa diritti fondamentali pre-costituzionali, Diffidenza verso il potere, Diritto all'informazione, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Esposizione dell'ingiustizia come alternativa alla giustizia, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Fallacie di generalizzazione e induttive, Fiducia nelle istituzioni, Frode medica strutturale, Frodi quantitative, Funzione censoria del deuteragonismo, Immunità giudiziaria delle forze di polizia, Indebolimento metodologia scientifica, Magistrati e deuteragonismo, Malamisura, Onore virtù militari e senso del diritto delle forze di polizia, Pansera, Perizie ballistiche, Praticità del teorico, Riguardo della magistratura per la sinistra, Scambio tra accuratezza e precisione, Scienza ad auctoritatem, Sinistra deuteragonista, Sovradiagnosi, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza e medicina, Violenza impunita | Commenti disabilitati
24 giugno 2009
Lettera ai magistrati del 24 giu 2009
Segnalata sul blog “Uguale per tutti” come commento al post “Contro il relativismo etico ed epistemico” del 4 giu 2009
in appendice:
L’azione giudiziaria non euclidea
Lettera racc online al PM Del Grosso del 9 set 2009
Il clero sembrerebbe aver trascurato l’insegnamento di Gesù ai suoi discepoli di essere “prudenti come serpenti”, se a contrastare i propugnatori del testamento biologico manda “Militia Christi”, un gruppo cattolico inquietante fin dal nome, che ha decorato il suo sito internet con immagini di santi armati da capo a piedi; come se non fosse storicamente provato che quando le religioni cingono la spada gli esiti sono sciagurati. Per alcune sue affermazioni sul caso Welby, pochi giorni fa questo gruppo è stato condannato in sede civile dal Tribunale di Roma a pagare 20.000 euro all’Associazione per la Liberta’ della ricerca scientifica Luca Coscioni dell’associazione la Rosa nel pugno, e altrettanti al dottor Mario Riccio, per diffamazione. Per altre affermazioni sul caso Welby il Tribunale di Monza, sez. di Desio, ha condannato in sede penale i giornalisti Belpietro e Lorenzetto per diffamazione a danno del dr. Riccio. Il loro quotidiano, “il Giornale”, berlusconiano, sta alla borghesia conservatrice illuminata – ammesso che tale favolosa entità esista – come la “milizia di Cristo” sta al messaggio evangelico. I parlamentari Binetti e Volontè, dai quali la vedova Welby riferisce di avere ricevuto accuse velenose, si sono sottratti alle loro responsabilità ammantandosi dell’immunità parlamentare. La sinistra progressista ha esultato per questa condanna; si è plaudito la vittoria contro “una portentosa opera di disinformazione e manipolazione della verita’ a danno, anzitutto, dei cittadini che vengono ritenuti ‘popolo bue’ al quale dare a credere qualsiasi ciarpame pur di evitare che si formi una coscienza collettiva, basata sulla conoscenza, su temi quali il fine vita. E cosi’ l’opera volta a ristabilire la verità…” (Marco Cappato e on. Maurizio Turco, PD).
Presumo che la sentenza sia in sé equilibrata, corretta e ineccepibile; ma non si può dire altrettanto degli effetti politici e sociali della sentenza, anche come parte delle posizioni generali della magistratura in tema di testamento biologico. Credo, per ragioni già esposte, che il clero non è così contrario al testamento biologico come fa mostra di essere; e che questa vittoria giudiziaria sia un altro episodio del teatrino laici-cattolici su questioni bioetiche; con la partecipazione, non neutrale sul piano politico, della magistratura. La sentenza, rimbalzando sui media, non diminuirà ma aumenterà, come intendo dimostrare qui, la disinformazione e l’oscurantismo a danno del pubblico; proprio come detto da Cappato e Turco; anzi peggio, perché si formerà nel popolo una coscienza collettiva, ma distorta e contraria ai propri interessi.
Se da un lato c’è “Militia Christi” dall’altro sta la “morte opportuna”, espressione usata dal dr. Riccio per dare il titolo al suo libro su Welby: le posizioni del dr. Riccio, destinate a prevalere, alle quali questa condanna fornisce ulteriore credibilità e autorevolezza, non sono meno estremiste, e a mio parere non sono meno dannose, di quelle dei suoi bellicosi diffamatori cattolici. Ho avuto modo di constatarlo l’11 giu 09, ascoltando una conferenza sul testamento biologico tenuta dal dr. Riccio nella città dove abito, mentre il Presidente del locale Ordine dei notai autenticava gratuitamente le firme del testamento biologico. Nel suo intervento – che ho registrato – il dr. Riccio, accanto ad alcune osservazioni condivisibili, e ad altre interessanti, ha fatto diverse affermazioni a carattere medico per me sorprendenti. Ne riporto solo alcune.
“I casi Welby ed Englaro non sono eccezionali o unici, come vengono presentati; provocatoriamente sosterrò che di casi come Welby e Englaro ce ne sono 16.000 all’anno, circa una quarantina al giorno. Sono casi ordinari”. Infatti, spiega il dr. Riccio, “un quinto dei 150.000 ricoverati all’anno nelle terapie intensive muoino; di questi 30.000, 16.000 cioè il 62% [52%] muoiono per una decisione clinica: muoino perché la terapia viene limitata, ridotta, sospesa o non iniziata. Esattamente i casi Welby ed Englaro”.
E’ vero che Welby ed Englaro non sono casi eccezionali, né unici; ma non sono neppure casi ordinari. Si tratta di casi particolari, che riguardano poche migliaia di persone all’anno. La loro caratteristica specifica principale è lo stato di cronicità stabile in quella che ho definito come una “agonia statica”: che si può protrarre per molti anni. E’ capzioso paragonarli alle situazioni che si creano nelle terapie intensive, alle quali il dr. Riccio fa riferimento, dove giunge la massa dei casi che non sono né cronici né stabili, ma al contrario sono casi di persone che sono entrate da poche ore in una fase acuta grave che spesso porta inevitabilmente al decesso: es. un infarto miocardico esteso, politraumatizzati gravi da incidenti automobilistici, il precipitare di una malattia cronica come un’insufficienza respiratoria (per questo vengono chiamate anche “Critical care units”; l’opposto delle lungodegenze, che riguardano casi come quelli di Welby ed Englaro). Sono situazioni nelle quali, quando non c’è più nulla da fare, i rianimatori non insistono con interventi futili, che non andrebbero né nell’interesse del singolo paziente né, dati gli effetti sull’allocazione delle risorse, nell’interesse della comunità. Tali decisioni vengono prese insieme ai parenti. Ma anche qui esistono casi dubbi e problematici, sui quali non si dovrebbe essere tranchant in sede dottrinale.
Il dr. Riccio ha il merito di ricordare un altro contesto dei decessi medicalizzati, che non è il più comune, ma certo è importante, quello delle unità di terapia intensiva; ma è una forzatura ideologica equiparare Welby ed Englaro ai comuni casi di interruzione delle cure in terapia intensiva. Al contrario, sarebbe basilare riconoscere che le diverse condizioni cliniche portano a traiettorie di fine vita diverse (Chen J, et al. Terminal trajectories of functional decline in the long-term care setting. J Gerontology, 2007. 62A: 531-536. Al-Qurainy R, Collis E, Feuer D. Dying in an acute hospital setting: the challenges and solutions. Int J Clin Pract, 2009. 63: 508-515.); e che i problemi tecnici ed etici relativi a ciascun tipo di traiettoria non possono essere accorpati fingendo che le sottostanti condizioni e prospettive biologiche siano tra loro equivalenti. Traspare una volontà di usare i casi clinici di Welby ed Englaro come paradigmi per il problema di fine vita, per unificare le varie situazioni entro un’unica supercategoria; in modo da giustificare, come ho già detto in altri post e come esporrò qui, interventi analoghi su situazioni croniche superficialmente simili, sostanzialmente diverse, centinaia di volte più comuni e quindi molto più rilevanti economicamente.
“L’eutanasia è considerata unicamente un atto volontario, diretto, col quale viene iniettata una sostanza atta a interrompere rapidamente l’attività cardiaca o respiratoria. Non esiste un’eutanasia indiretta o passiva come qualcuno sostiene”.
E’ come dire che non ci sono colpe o responsabilità per gli atti omissivi, se chi li subisce esprime o avrebbe espresso la volontà di subirli. Una riclassificazione arbitraria, che porta a ricordare che il testamento biologico (“living will”) è stato introdotto negli anni ’60 da un’associazione che si chiamava “Euthanasia society of America”, e che in seguito reputò opportuno ribattezzarsi “Society for the right to die”. Questo mostra sia le radici ideologiche del movimento pro testamento biologico, sia l’attenzione che pone nell’evitare denominazioni allarmanti.
Un linguista ha distinto tra parole “purr” e parole “snarl” (parole “fusa” e parole “ringhio”). Qui i “laici” stanno attenti ad adottare termini “fusa”, mentre i cattolici, con tutta la loro ricca tavolozza di sfumature sembra lo facciano apposta a usare parole, e posizioni, “ringhio”. La causa per diffamazione appare rientrare in questa singolare traslazione, dove i cattolici, mentre non presentano le buone ragioni contro il testamento biologico, risultano cattivissimi, e i “laici” moderati; una traslazione che fa apparire agli occhi dell’opinione pubblica come “civile” e auspicabile il testamento biologico, in particolare la richiesta di interrompere acqua e cibo; e come fanatica e codina qualsiasi critica a questi atti.
“La morte naturale è un concetto privo di significato”. “La morte naturale non esiste. La morte naturale è un concetto del medico di fine Ottocento, che vedeva morire il suo paziente, non sapeva perché moriva, e quindi trovava un modo per nascondere la sua incolpevole ignoranza”. “Noi oggi tutti moriamo con una diagnosi e una terapia; la morte naturale è rimasta nel gergo giudiziario, nelle indagini sulle persone trovate morte”. “Welby non è morto di morte naturale, e neanche la signora che ha rifiutato l’amputazione del piede in cancrena diabetica”.
I magistrati vogliono sapere se un individuo è morto per cause naturali, e la domanda è pienamente sensata sul piano biologico. La patologia, con o senza diagnosi, è un’entità naturale. La morte è un fatto naturale: la longevità è un parametro fisiologico di specie, che obbedisce a stretti vincoli allometrici, es. quelli con la frequenza cardiaca. Gli esseri della nostra specie, nonostante ciò che si sente dire in tv, non possono arrivare a vivere 120 anni col miglioramento dello stato di salute della popolazione, come non possono arrivare ad essere alti due metri e mezzo col crescere dell’altezza media col benessere. Il dr. Riccio potrebbe chiamare a sostegno delle sue tesi il premio Nobel Montagnier, che portando il ragionamento alle sue logiche conclusioni ha sostenuto che “l’immortalità [tramite l’intervento medico] è un’ipotesi da prendere in considerazione” (F. Pierantozzi. L’immortalità. Colloquio con Luc Montagnier. Allegato al n. 48 di Liberal, 1999).
Il dr. Riccio confonde la “causa della morte”, ciò che causa i meccanismi fisiopatologici che portano alla morte, che può essere un fenomeno naturale, come un cancro, o può essere “antropica”, come una ferita da arma da fuoco, con la “manner of death”, ciò che ha provocato la causa della morte, che può essere naturale come una malattia, oppure dovuta all’uomo, come un omicidio, es. sparare a una persona o somministrarle senza valido motivo terapie cancerogene, o un suicidio. Per Welby ed Englaro la manner of death corrisponde sì ad una scelta umana, ponderata e permessa dai magistrati, di ritiro delle cure; ma che ha lasciato libera di agire una manner of death naturale, dovuta alla sottostante condizione patologica; che nelle sue forme specifiche è stata la causa di morte, pure di tipo naturale.
“Io ho una familiarità per malattie cardiache; se non controllo i fattori di rischio (soprappeso, vita sedentaria, alcool, colesterolo) e dovesse arrivarmi prematuramente una morte per danno cardiaco quella non sarebbe una morte naturale; naturale fino a un certo punto, sarebbe la conseguenza di un comportamento mio e sapevo benissimo a cosa andavo incontro”.
Il dr. Riccio confonde anche, seguendo un equivoco che è stato impressso nell’opinione pubblica, i fattori di rischio, che sono entità epidemiologiche a carattere meramente associativo, con i “lifestyle factors”, a carattere causale, che a volte coincidono coi fattori di rischio, che a volte non sono sufficientemente provati, e che spesso hanno la funzione, in quella religione gnostica che è la medicina attuale, di “peccati”. Il principale fattore di rischio per il cancro è l’età; ma non è che se un anziano sviluppa un cancro è colpa sua. Fattori come il fumo, il sovrappeso e la vita sedentaria sono effettivamente fattori di rischio e lifestyle factors per la cardiopatia ischemica; conviene ridurli, ma ci sono stati casi clamorosi di maratoneti magri morti d’infarto. Un livello ematico elevato di colesterolo è un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari (sopravvalutato; è un fattore di rischio forte solo per un piccolo sottogruppo), ma l’efficacia preventiva delle misure farmacologiche di massa per abbassarne il livello è a dir poco dubbia; solo, questa idea che con una pillolina si può continuare ad abbuffarsi e campare cento anni piace, e su di essa si è creato un business delle dimensioni di uno Stato, un Eldorado, per l’industria farmaceutica. In USA nel 2008, anno di vacche magre per l’industria farmaceutica, col tasso di crescita più basso mai registrato dal 1961, le statine, citate dal dr. Riccio tra i fattori che consentono di giudicare sorpassato il concetto di morte naturale, sono scese al secondo posto nella scala dei prodotti più venduti per fatturato annuo (al primo posto sono passati gli antipsicotici): dai 16.4 miliardi di dollari del 2007 a 14.5 miliardi di dollari. Il fatturato per le statine è così sceso dal 94° al 111° posto rispetto alla lista del 2008 dei PIL annui nazionali; continuando comunque a precedere Senegal, Albania, e un’altra sessantina di paesi.
Il dr. Riccio si presenta come laico, e condanna la vecchia medicina “ippocratica”. Ma propugna una medicina ancora peggiore, la medicina delle multinazionali dove la salute e la longevità te le dà la medicina, e se ti ammali o muori è colpa tua che non le obbedisci: una medicina non “paternalistica” ma “padreternalistica”. “Militia Christi” vuole, si legge nel suo sito, il “riconoscimento della Regalità Sociale di Cristo”; il dr. Riccio va verso una forma moderna, ma anch’essa totalizzante e teocratica, di medicina; una medicina che, come Dio, ti lascia la libertà di cadere nel peccato; ma solo seguendo la sua volontà ti salverai. E’ singolare sentir dire dagli stessi che propugnano la libertà di cura che l’osservanza dei precetti del medico dà la salvezza, addirittura emancipando dallo stato di natura, mentre la morte è causata dall’inosservanza dei precetti medici. Alla faccia della laicità.
Con la sentenza si dipingono come campioni della “difesa della libertà di ricerca” i sostenitori del neoliberismo USA come i radicali, e la magistratura, che in materia di violazione del primo comma dell’articolo 33 della Costituzione ha acquisito meriti presso le multinazionali, ma ha così scritto pagine di vergogna. E’ un autoritratto ribaldo, che capovolge la realtà. L’attuale business medico non può funzionare senza censura, e ha l’abilità di invocare per sé la libertà di ricerca mentre la fa togliere a chi gli è d’ostacolo, mediante i poteri dello Stato; anche con metodi violenti, che stravolgono la figura di chi deve essere messo a tacere fino a farlo apparire come un deviante o un delinquente. Questo scambio di ruoli tra persecutore e perseguitato, oggi di moda tra i potenti, mi ricorda un poco la fine di Fantozzi quando bussa alla porta del Paradiso. Ma le affermazioni come quelle del dr. Riccio su morte, natura e medicina suonano vicine a quelle di un’altra chiusura di film satirico; quella del “dr. Tersilli”, che citando un “prof. Stroganoff” sostiene che “La vecchiaia e la bruttezza sono malattie dalle quali si può e si deve guarire”.
“Al medico non spetta valutare qual è una vita dignitosa per il paziente; o comunque non si può fare valere tale giudizio per il paziente”. “Abbiamo rianimato un killer mafioso, che poi ha ucciso ancora”. “Il rapporto fiduciario medico-paziente è una favola, salvo casi di amicizia personale”.
Al medico non spetta certo giudicare se una persona deve vivere o morire in base alle sue qualità morali, ed è sinistro sentire considerare tale ipotesi, sia pure per poi scartarla. Ma al medico curante dovrebbe spettare di formulare una valutazione su quali sono e saranno le condizioni biologiche del paziente rispetto alle aspirazioni a una vita dignitosa; nell’esclusivo interesse del paziente, rispetto al quale egli è non è né semplice prestatore d’opera né figura genitoriale o divina né amico, ma agente, che come tale ha degli obblighi. La professione medica esiste in quanto le persone ritengono di non poter fare da sole sui problemi di salute; il paziente (termine deprecato, ma che ritengo preferibile a “cliente”) non va lasciato solo, sotto il peso talora schiacciante della sua condizione, a decidere della sua sopravvivenza, proprio nei casi nei quali avrebbe maggior bisogno di un sostegno tecnico e morale; un sostegno impermeabile all’influenza di quelli che sono gli interessi dell’agente. E d’altra parte il paziente non può essere accontentato, in nome di una astratta posizione avalutativa, se chiede di essere ucciso in base a una sua personale e soggettiva opinione, indotto dalla disperazione o dalla propaganda; o costretto dai trattamenti che ha ricevuto.
“L’accanimento terapeutico è un concetto inutile e pericoloso. E’ un termine che vi posso assicurare non troverete in nessun testo internazionale; è un ossimoro italiano non ben definito e indefinibile: il limite è personale”.
Concordo con quanto osserva il dr. Riccio a sostegno di questa sua tesi, che nel caso Welby era inappropriato parlare di accanimento terapeutico a proposito del respiratore che lo teneva in vita, come invece ha fatto la ministra Turco. Ma l’accanimento terapeutico non solo esiste, come si può verificare nei quotidiani problemi che pone; non solo è un concetto indispensabile per discutere i problemi di fine vita: ma si riferisce a un problema imprescindibile per l’analisi dell’intera medicina odierna: quello del sovratrattamento. Nella letteratura internazionale non si usa la nostra espressiva locuzione letteraria, ma si parla semplicemente di “overtreatment” o, soprattutto per i problemi di fine vita, di “overzealous treatment”. Ciò che non si trova comunemente nella letteratura medica internazionale è l’affermazione che il limite tra cure e sovratrattamento sia solo un problema personale. Il dr. Riccio considera come unico termine lecito la “futilità” cioè l’inutilità del trattamento; che è un caso particolare di sovratrattamento, che anche l’Offerta medica trova conveniente evitare, ma limitatamente al fine vita. Si tratta infatti di un’eccezione alla regola; per l’Offerta medica la regola è sovratrattare. Ci sono sovratrattamenti che non sono semplicemente futili o “overzealous”: sono sovratrattamenti fraudolenti, ingiustificati e dannosi, ma applicati in quanto economicamente redditizi. Per esempio, il lucroso sovratrattamento di massa di lesioni sovradiagnosticate come cancro, responsabile di crescite esplosive nelle statistiche d’incidenza dei tumori.
Il giorno stesso della conferenza del dr. Riccio avevo ricevuto per posta il libro “Overtreated” di Brownlee. Prima mi erano arrivati “”Overdosed America” di Abramson, e “Worried sick. A prescription for health in overtreated America” di Hadler. Sono libri “mainstream” e di buon successo, scritti da seri professionisti (che descrivono anche parte delle manipolazioni che hanno permesso di costruire un Eldorado con le statine). Mentre il dr. Riccio diceva che l’accanimento terapeutico non lo si deve neppure nominare, e lo scelto uditorio annuiva, pensavo che il sovratrattamento, attualmente molto discusso in Usa, almeno tra la parte più avvertita della popolazione, per i progressisti della provincia italiana invece non esiste, è uno dei nostri soliti svolazzi retorici. In realtà, c’è un mostruoso problema di sovratrattamento nella medicina attuale, dovuto al perseguimento del profitto; ma non si può dire; a sinistra, dove partiti sindacati e intellettuali organici sono al servizio di detto business, non meno che a destra.
Non si devono accostare le parole “accanimento” e “terapia” perché, dovendo spaventare il pubblico sulla possibilità di essere sovratrattati a fine vita, bisogna però stornare il sospetto che questo avvenga anche prima, che avvenga di continuo. Non bisogna cioè fare capire che il paziente, mentre gli viene fatto credere che è lui che decide, viene sovratrattato finché ciò è redditizio; e che quando diviene un peso, quando non è più un supporto valido per l’applicazione delle tante costose terapie, occorre toglierselo dai piedi, anche sottotrattandolo. Così abbiamo un medico che combatte il sovratrattamento negando che esso esista. Altro che “ossimoro”.
Stefano Rodotà, nella prefazione del libro di Riccio “Una morte opportuna” scrive “Riccio ci dà una lezione di moralità professionale”. L’impressione che ho tratto ascoltandolo è che il dr. Riccio non sia un maestro, né di moralità né tanto meno un maestro intellettuale, ma una persona pratica e grintosa, una specie di “rugbista” della discussione, inserito nel gruppo pro testamento accanto a teorici come Flores D’Arcais e Rodotà per la sua capacità di travolgere apoditticamente i concetti che sono d’impaccio.
La sentenza pro Riccio è un altro passettino verso l’orientamento desiderato. Aggrava lo stato di manipolazione culturale sul fine vita, e aggrava così il conseguente danno al pubblico, sia diretto per ciò che avverrà nei reparti di degenza, sia per il conseguente imbarbarimento della mentalità, e anche per l’imbarbarimento del diritto. La magistratura può sostenere, fondatamente ci mancherebbe altro, che lei ha solo giudicato sulla diffamazione, e che certo non può e non deve prendere parte alla contesa. Queste posizioni ricordano ciò che avviene nella ricerca biomedica, dove sostenendo il “riduzionismo” cioè la necessità metodologica (che in realtà è solo una strategia euristica) di occuparsi soltanto di aspetti parziali e ben definiti, poi, col mosaico dei dati così “rigorosamente” ottenuti, e quindi non contestabili, si costruisce un quadro complessivo preordinato, con vantaggi di carriera o finanziari “olistici” per gli scienziati “riduzionisti”. Un esempio è dato dai “trial” clinici, che hanno fortissime limitazioni di validità esterna, cioè di applicabilità al mondo reale, oltre ad una lunghissima lista di concreti pericoli di vizi e fattori confondenti: una volta che la loro “sentenza” (“trial” in inglese vuol dire anche processo giudiziario) giunge sui media diviene indiscutibile; e acquista valore generale, ben al di là di quei limiti che lo studio si era posto in nome del rigore (e che gli hanno permesso di ottenere il risultato che la retrostante industria farmaceutica desiderava).
Come altre categorie, anche i magistrati di fatto fanno politica quando la loro azione riguarda temi politicamente rilevanti. E questo non è un male, anzi; è un bene che i magistrati mettano il più possibile le loro conoscenze e competenze al servizio del Paese; non solo nell’azione giudiziaria, ma anche come autorevole opinione, fra le altre, fuori dalle aule. Fare politica non significa sostituirsi al Parlamento o all’esecutivo. Può significare interessarsi, nell’ambito delle proprie competenze, o come cittadini, del bene pubblico; la parola “politica” però è un contronimo, perché può significare anche difendere gli interessi di una parte, legittimamente o illegittimamente, a scapito del bene pubblico.
Se, come nel caso del testamento biologico, i magistrati, emettendo sentenze (o omettendo sentenze o altre azioni giudiziarie) sono determinanti per il formarsi di quella opinione pubblica e per la costruzione culturale di quella realtà sociale che condizioneranno le leggi e le prassi, e fanno così politica; allora avrebbero il dovere non istituzionale, ma deontologico, di spiegare con commenti, con dichiarazioni informali, la differenza – o la concordanza – tra il loro ristretto operato giurisdizionale e le conseguenze pratiche e le implicazioni ideologiche, molto più ampie, del loro operato.
In questo come in altri casi i magistrati stanno operando in un modo, “riduzionista”, che guarda caso cristallizza il dibattito esattamente nei termini desiderati dalle parti forti; ma non intervengono per chiarire sui media, con visibilità pari a quella delle sentenze, il senso del loro operato istituzionale rispetto al contesto sociale e politico, come invece fanno spesso, giustamente, su altri temi che pure riguardano le leggi e la vita civile, tramite pronunciamenti del CSM, del loro sindacato di categoria l’ANM o di gruppi di studio di magistrati o di singoli magistrati.
Dovrebbero invece farlo, tanto più quando, come in questo caso, la loro azione si avvicina effettivamente a quella di supplenza degli altri poteri dello Stato: c’è stato un conflitto formale di competenze, e Flores d’Arcais loda la magistratura che ci salva dai politici sul testamento biologico. Ai magistrati e ai progressisti questo ruolo para-legislativo non dispiace. A me pare che, almeno in campo biomedico, si cada dalla padella alla brace. Vedo che su questi grandi temi i magistrati più che contrastare i maneggi dei politici gareggiano con loro nel fare ciò che è gradito ai poteri forti (poteri forti veri, come le multinazionali farmaceutiche); facendo così politica nel senso di curare gli interessi del proprio gruppo.
Ciò appare vero ancor più quando, sempre in base a rigorosi criteri “riduzionistici”, ma in realtà abusando del loro potere, i magistrati accoppiano all’amplificazione delle campane che i grandi interessi vogliono siano sentite l’eliminazione delle campane scomode; in questo caso quelle che potrebbero disturbare l’opera dei pupi tra le medievali milizie di Cristo e i kantiani come il dr. Riccio.
Col riduzionismo giudiziario la magistratura di fatto sta fornendo, da anni, un servizio completo, propaganda e censura, a manovre di poteri forti volte a fini illeciti in campo biomedico. E nessuno può dirle niente; anzi fa pure bella figura. Questa è una forma di alto bordo di quel “professionismo delle carte a posto” che è già stato imputato alla magistratura in altre tristi occasioni. In questa e in altre tematiche biomediche i poteri forti sono debitori alla magistratura di un pacchetto completo: propaganda e soffocamento del dissenso.
Così, mentre si celebra la vittoria della luce della ragione contro le tenebre clericali, le questioni sostanziali restano nell’ombra. Non si dice che la maggior parte di queste scelte riguarderà i pazienti anziani affetti da demenza senile, la cui traiettoria di fine vita è particolarmente lenta (ed è quindi mimata da quelle, mediaticamente più presentabili, di Welby ed Eluana). Non si parla della concreta possibilità, offerta dall’interruzione di idratazione e alimentazione, di forme di decesso pilotate. Questi pazienti col progredire della demenza possono arrivare a ridurre o perdere la capacità di nutrirsi da soli, per riduzione delle capacità cognitive, depressione, isolamento, povertà, problemi di dentatura, cibo inadatto, o, solo nei casi più gravi, per un danno organico reale, es. la paralisi pseudobulbare, che provochi autentica disfagia. Tale deficit viene comunque enfatizzato, per esempio ignorando che nell’anziano le richieste metaboliche si riducono, cioè mangia fisiologicamente di meno, tanto da mimare la denutrizione, potendo raggiungere fisiologicamente indici di massa corporea molto bassi (Hoffer L J. Tube feeding in advanced dementia: the metabolic perspective. BMJ, 2006. 333: 1214-1215).
La saldatura di queste manipolazioni tecniche con quella culturale rivolta al pubblico e alla classe dirigente, per la quale l’interruzione di cibo e acqua è una civile misura che va nell’interesse del paziente, consente di confondere facilmente causa ed effetto tra le condizioni dovute alla demenza e la riduzione dell’assistenza o l’abbandono clinico. Si ha interesse a trascurare le cause di denutrizione trattabili e a sovradiagnosticare le difficoltà di alimentazione come manifestazione di danno irreversibile, aprendo così la strada a soluzioni economicamente razionali: l’idratazione e alimentazione artificiale (che può essere sia indegna, sia più dannosa che utile) o meglio ancora l’interruzione prematura dell’alimentazione e dell’idratazione (che può essere un barbaro omicidio). Imboccarli è “labor intensive and therefore expensive” (Chernoff R. Tube feeding patients with dementia. Nutrition in clinical practice, 2006. 21: 142-146); un sondino è una soluzione più economica e più comoda (così come lo è il ben noto catetere vescicale); l’interruzione definitiva di cibo e acqua resta la soluzione migliore, sul piano commerciale.
Il Froedtert Hospital, un ospedale del Wisconsin, ha pubblicato su internet le direttive ai medici del suo comitato etico (Non-oral hydration and feeding in advanced dementia or at the end of life – Guidelines for physician staff), per le quali (pag. 4) l’alternativa all’alimentazione artificiale è o imboccare l’anziano o interrompere definitivamente l’alimentazione e l’idratazione, cioè lasciarlo morire di fame e di sete. Dunque, secondo questo documento è possibile che l’alimentazione artificiale venga iniziata prima che ce ne sia effettiva necessità, e che l’interruzione definitiva di cibo e acqua sia un’alternativa all’imboccare il paziente. Sembra un assurdo, ma è buon senso manageriale; i bioeticisti di Milwaukee, la città di “Happy days”, hanno il merito di dimostrare, avendolo messo per iscritto come linea guida bioetiche, ciò che avviene o può avvenire, e avverrà, nella realtà: l’alimentazione artificiale viene considerata non come l’ultimo – discutibile – stadio di una sequenza fissa di cure, ma come una tra le possibili alternative, che comprendono un’assistenza infermieristica costosa oppure il lasciarli morire di fame e sete. Studi statunitensi mostrano che i pazienti economicamente svantaggiati sono quelli che ricevono più frequentemente sia l’alimentazione tramite il sondino nasogastrico, sia la sospensione dell’assistenza conformemente a volontà sottoscritte in precedenza; a volte sottoscritte in quanto condizione per ricevere le cure.
Queste realtà, più terra terra rispetto agli strabilianti riordinamenti teorici del Dr. Riccio, in un dibattito civile e democratico dovrebbero essere in primo piano; invece non sono “in hoc mundo”, non essendo né negli acta giudiziari seguiti tramite i media da milioni di spettatori, né nei pronunciamenti delle varie forze che stanno introducendo il testamento biologico. Sono protette da un’omertà trasversale, che sposta l’attenzione dal cuore del problema alla sua periferia. Mentre si bisticcia su Sagunto, è Roma che viene espugnata. Credo quindi che le parti che festeggiano la vittoria della causa per diffamazione; le controparti; e anche la magistratura, tutti quanti, abbiano responsabilità collettive non distributive moralmente più gravi, anche se diverse, di quelle delle accuse lanciate dai querelati per le quali i magistrati di Roma e Monza hanno giudicato esservi stata diffamazione.
Dubito però che, se anche si trovassero elementi per querelarmi, verrò querelato. Un conto è intentare una causa che rafforza il falso che il potere vuole propagandare, un altro è farla dovendo considerare posizioni, e responsabilità, che è vantaggioso per entrambi i contendenti ufficiali, e per la “parte terza“, la magistratura, continuare a ignorare ufficialmente come inesistenti o marginali. Né tanto meno verrò lasciato stare, senza ricevere sanzioni per quanto scrivo. Per le voci come la mia i poteri dello Stato – tutori della legalità in prima linea – ricorrono a sistemi diversi: quelli mafioso-massonici di intimidazione, boicottaggio materiale, calunnia, discredito, guerra psicologica, etc.; potendo contare sulla Milizia della Pagnotta, che è la compagnia più antica, numerosa, fervente e pugnace tra quelle che si aggirano per l’Italia.
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Copia della presente viene inviata, firmata, con racc a/r online ai magistrati che hanno condotto questi procedimenti, c/o i Presidenti dei Tribunali di Roma e Monza. E anche, idealmente, agli equipaggi delle auto di CC, PS e affini, che non mancano mai di accompagnarmi vistosamente nei miei spostamenti. Pochi giorni fa l’equipaggio di una gazzella dei CC mi ha spiegato che come cittadino dovrei essere contento di questo controllo del territorio così assiduo. Io veramente preferirei potere qualche volta andare a fare la spesa senza “la scorta”, e che i crimini di alto bordo in campo medico non godessero di appoggi e coperture istituzionali. Si vede che i Carabinieri hanno anche loro un’idea “riduzionista” della sicurezza; organica all’idea “riduzionista” della giustizia dei loro partner i magistrati, insieme ai quali stanno assicurando giustizia e sicurezza agli Eldorado della medicina meglio dei migliori contractors.
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L’azione giudiziaria non euclidea
Ho appreso dai media che la Procura di Lecco, avendo impiegato sufficienti risorse in estese indagini su un gran numero di siti web, ha potuto rinviare a giudizio ben 30 persone per diffamazione nei confronti del padre di Eluana Englaro (per avere usato espressioni come “omicida”). A mio parere questa è una scelta di allocazione delle risorse che va a vantaggio dei magistrati anziché dei cittadini. A questo proposito segnalo il commento “Il riduzionismo giudiziario nella frode medica strutturale; il caso del testamento biologico” http://menici60d15.wordpress.com/ che ho inviato per lettera a giudici di Roma e Monza che hanno già emesso condanne su casi analoghi. Sul sito sono presenti altri commenti su magistrati e testamento biologico, e magistrati e biomedicina.
Vorrei ribadire un aspetto di quanto indico nel commento: nella pratica clinica, su pazienti che sono diventati “un peso”, le due procedure, il ritiro di cibo e acqua e l’alimentazione e idratazione artificiali, non sono così lontane e così contrapposte come si dice. Quanto già avviene in paesi più “avanzati” mostra che sono anzi pratiche piuttosto vicine e associate, che spesso vengono considerate sullo stesso piano, e adottate in sequenza, soprattutto su pazienti socialmente deboli.
Entrambe le procedure possono facilmente andare contro l’interesse del paziente ad avere buone cure; e contro il suo diritto alla vita e alla dignità. Appare probabile che in futuro anche in Italia in tanti casi non verrà applicata o l’una o l’altra, ma entrambe, ed entrambe prematuramente; a volte anche sullo stesso paziente: prima un po’ di alimentazione artificiale e poi, col peggiorare del quadro clinico, il ritiro di cibo e acqua. Il taglio di acqua e cibo resta la soluzione più semplice sul piano meramente manageriale, ma il sondino nasogastrico, che tra l’altro permette di fatturare ulteriore tecnologia medica, potrà avere una funzione preliminare: servirà a incanalare, sul piano etico e biologico, il paziente verso la misura risolutiva della morte per inedia. Oppure si può fare in modo di lasciar morire prematuramente il paziente, ritirando l’assistenza adeguata, col sondino nasogastrico inserito che serve da alibi. Pratiche del genere riguarderanno specialmente la massa crescente di persone che moriranno per demenza senile. Ciò avverrà anche grazie al movimento di opinione creato col caso giudiziario Englaro e simili; movimento ben più solido e duraturo delle posizioni dichiarate dell’attuale governo PDL.
Come mostro nel commento, anche sul piano degli interessi le due procedure, che alleggeriscono costi e fatica nella gestione dei pazienti, stanno dalla stessa parte; la contrapposizione principale è fra il loro “lancio” congiunto da un lato e i reali interessi e diritti dei cittadini – che nessuna forza sta tutelando adeguatamente – dall’altro. Non è detto che la vita debba essere prolungata a tutti i costi; tanto meno in base a norme o ordini dello Stato; ma la dignità umana, questa non può essere mai interrotta: mentre con l’attuale farsa intorno alla povera Eluana non viene tutelato da nessuno degli attori il diritto del cittadino a non divenire un preparato biologico trattato secondo convenienze economico-politiche; il diritto a non subire gravi patimenti fisici perchè fa comodo ad altri.
E’ un po’ come quando i piazzisti spostano l’attenzione dall’opportunità dell’acquisto a quali prodotti scegliere. Alle due procedure corrisponde, con i berci tra laici e cattolici, una furibonda “lite” tra compari, inscenata con comparse inconsapevoli, volta a fare passare quello che in realtà è un pacchetto di interventi che, contenendo entrambe le procedure, permetterà di pilotare il fine vita secondo interessi industriali ed economici in conflitto con quelli dei pazienti.
Qui però non si è davanti alla commedia di due poveracci, come Gassman e Carotenuto davanti al giudice in “I soliti ignoti”; è una recita di alto affare, e la magistratura vi partecipa. La magistratura non si sta risparmiando in questa rappresentazione, ed è pertanto moralmente coinvolta; coinvolta in un’operazione di portata storica per la quale parlare semplicemente di omicidio è riduttivo. La magistratura sta avendo un ruolo determinante nel fare apparire al pubblico come poli opposti quelle che sono due entità complementari sottese dagli stessi interessi.
La disputa tra “crociati” e “volterriani” occupa l’intero spazio visivo. La magistratura non vede altro, e così neanche il pubblico vede altro; così si abitua a valutare la questione nei ristretti termini voluti dal potere. Come in tanti altri casi di interventi giudiziari su questioni biomediche. Una emianopsia culturale non in buona fede: che si regge non solo sull’ignoranza, ma sulla mistificazione, e anche sull’azione repressiva di diverse istituzioni, inclusa la stessa magistratura; inclusi corpi armati dello Stato, che costringono in una gabbia di minacciose molestie chi potrebbe attentare ad essa.
Sulle questioni biomediche, azioni della magistratura “non euclidee” come questa sono comuni. Mostrano come si può essere formalmente impeccabili e al tempo stesso manipolativi. Ricordano la geometria proiettiva e le altre geometrie primitive, che comprendono la geometria euclidea come caso particolare, ma consentono di distorcere fino a stravolgerla la rappresentazione della realtà fisica, rilassando la conservazione delle invarianze per alcune proprietà e relazioni, es. tra gli angoli o tra le lunghezze. Osservando l’operato della magistratura in campo biomedico, capisco bene chi ha parlato di “anamorfosi dello Stato di diritto” (S. Palidda) a proposito di altri abusi delle istituzioni. L’anamorfosi fa parte della geometria proiettiva.
Posto che, tralasciando le scoperte della fisica moderna, ai fini pratici si può dire che sul piano umano viviamo in un mondo euclideo, in una società “euclidea”, credo che vi sia un obbligo della magistratura, deontologico e forse costituzionale, ad essere “euclidea” nei suoi atti: ad agire cercando di mappare, e quindi rappresentare, la realtà il più fedelmente possibile, ovvero conservando tutte le relazioni illecite che la compongono. Ciò specialmente quando viene chiamata ad intervenire su alcune nuove realtà sociali che vengono costruite con l’atto di rappresentarle.
Invece in casi come questo la magistratura limita l’invarianza a quelle relazioni che il potere ha interesse vengano perseguite; contribuendo allo stesso tempo nella rappresentazione pubblica all’alterazione delle relazioni illecite che il potere vuole restino nascoste.
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9 giugno 2009
Blog “Uguale per tutti”
Ringrazio ancora Felice Lima, che rappresenta l’interlocutore ideale al quale sono rivolti i miei interventi sul blog, e che abita la “terra madre” spirituale che ho lasciato da molti anni.
Faccio presente agli amici del blog che ho un approccio teorico, di ricerca di princìpi generali applicabili a più campi, ma avendo come scopo l’identificazione e la soluzione di problemi di tipo pratico che ci toccano direttamente: es. la distinzione tra le decisioni sullo “staccare la spina” per evitare sofferenze che lo stato di natura ci avrebbe risparmiato, e le decisioni che in realtà sono sul taglio dell’acqua e dei viveri perché si è divenuti “morosi” rispetto al sistema economico.
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5 giugno 2009
Blog “Uguale per tutti”
Commento al post “Contro il relativismo etico ed epistemico” del 4 giu 2009
Caro “Besugo”, sull’enigmistica sul mio nick e sulla mia persona (“nemici”, “micine” “4 nemici che obbligano il signore in questione all’anonimato”) mi riservo di rispondere; non ho capito bene cosa c’entra la psicoanalisi con la ricerca razionale del vero e del buono. Poche ore prima un iscritto al blog mi ha mandato un’email per farmi sapere che, lui se ne intende, sono letteralmente un delinquente da galera; meglio allora parlare di psicoanalisi, che tanto si può sempre sostenere che c’entra. Solo, bisogna vedere come.
Per esempio, pur rispettando questa disciplina, non condivido una delle sue applicazioni di maggior successo: la cosiddetta “alleanza terapeutica”, alla quale secondo la vulgata si deve ispirare la relazione medico-paziente nella medicina clinica. L’alleanza terapeutica è un concetto introdotto in psicoanalisi da Zetzel nel 1956 (Current concepts of transference. International journal of psychoanalysis, 37; 369-76). Riguarda in pratica la relazione di transfert tra il terapeuta e il paziente. Il transfert è quella relazione psicologica che può servire a curare le nevrosi, ma che quando è affettuosa permette di sfruttare in modi anche gravi il forte ascendente che lo psicoanalista esercita così sul paziente.
Penso che la relazione medico-paziente, per ciò che riguarda le malattie organiche, dovrebbe invece essere una relazione non ispirata a relazioni di tipo psicologico; il modello dovrebbe essere quello tra “agente e principale”, descritto in economia; il modello tra cliente e professionista. Qualsiasi relazione di dipendenza psicologica, che viene istintivamente ricercata, e incoraggiata, fino ad assumere forme profonde di autentica “alleanza terapeutica”, è oltremodo rischiosa, nella medicina commerciale odierna. E’ vero che si ha un bisogno di affidarsi ad un guaritore, bisogno che è alla base della medicina; se ci si affida al medico o al chirurgo come a una figura genitoriale si alleviano le proprie ansie, che è già un risultato terapeutico (“Il medico è la prima medicina” secondo il medico psicoanalista Balint); ma si rischia così di accettare terapie che sono nell’interesse dell’offerta anziché nell’interesse della domanda. Evitare l’alleanza terapeutica aiuta anche a non cadere nell’eccesso opposto, o apparentemente opposto, la “libertà di cura”; ma di questa parlerò in qualche altra occasione, se sarà possibile.
Si tratta di casi dove il “relativismo gnoseologico sussunto a pulsioni transferiali può essere esiziale”; esiziale per le Vostre budella: avete presente, stomaco, polmoni, vescica, fegato, cuore, colon, reni etc. Io queste cose le vorrei dire; solo farle presenti, solo lasciarle scritte da qualche parte, sottoposte al libero giudizio del lettore, senza cercare di vendere nulla; se non si condividono o non interessano, basta ignorarle; molto sinceramente, non mi strapperò i capelli per questo; oppure si può discutere nel merito.
Ma non ha senso parlare di questi argomenti venendo insultati al volo ogni volta che si apre bocca, tra battutine, o accuse e insinuazioni che per essere respinte richiederebbero di presentare il certificato del casellario giudiziario (non ho mai ricevuto accuse penali formali, anche se attiro l’attenzione incessante delle tante varietà di poliziotti; che nella mia esperienza quotidiana hanno, contrariamente a quel che si dice, benzina e tempo da vendere). Se dò tanta noia non mi costa nulla occuparmi d’altro; fate un po’ come vi pare. Se volete che parli lasciatemi parlare in condizioni di decenza, almeno nella “blogosfera”; per farmi desistere ci sono già fior di galantuomini pagati per questo nella vita reale.
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3 giugno 2009
Blog “Uguale per tutti”
Post del 4 giu 2009
Ringrazio Felice Lima per le parole di stima, che ricambio, per gli insegnamenti, e per l’accoglienza che generosamente offre col suo sito a chi come me pensa, con Orazio, “Non ho voluto giurare sulle parole di nessun maestro / dove la tempesta mi porta lì sarò ospite”. Luigi Morsello, che mi ha anche scritto un’email burbera ma cortese, nella quale si lamenta, come altri hanno già fatto sul blog, di una mia cripticità e misteriosità, ha ragione a diffidare. Il suo fiuto non l’ha ingannato: sono un seguace minimo di quelli che “sono venuti a portare la divisione” (Luca, 12,51). Non prendo certo la penna per fare i complimenti al potere costituito. D’altro canto, Morsello, che, leggo nel suo profilo utente, oltre che essere siciliano è stato un alto dirigente dell’amministrazione penitenziaria, dovrebbe capire che il potere può imporre anche carceri senza sbarre, che obbligano ad assumere, contro la propria volontà, determinati comportamenti; che visti dall’esterno appaiono anomali. Il carcere invisibile ha dinamiche diverse da quello materiale. Come la lotta con un avversario invisibile: di recente ho sentito a una conferenza pubblica un intervento fuori programma di Gironda, portavoce di Gladio e responsabile della guerra psicologica, che ha fatto l’esempio di due che fanno a pugni, dei quali uno è invisibile. Ai passanti, quello visibile sembra un matto che sferra pugni in aria, o schiva come se gli stessero dando un pugno. Se però, per evitare di passare per matto, stesse fermo e facesse la persona distinta, ho pensato, prenderebbe un sacco di botte. E’ una situazione nella quale il soggetto viene messo a dover scegliere tra due possibilità entrambe spiacevoli. I colleghi – o i superiori – anglosassoni di Gironda la chiamerebbero una “Morton’s fork”.
Gli “ospiti” di Morsello soffrivano in una maniera che non è paragonabile al disagio torpido di chi viene privato della libertà senza essere costretto fisicamente in una cella; ma la loro condizione e il loro lamento erano chiari. Nessuno diceva che non erano carcerati ma erano invece affetti da una grave forma di agorafobia, che li portava a starsene inspiegabilmente rintanati in una cella invece di uscire dal carcere e andarsene per i fatti loro, sordi ai pressanti inviti in questo senso del direttore e degli agenti di custodia. Se invece c’è una forma nascosta e non dichiarata di reclusione, con le sue punizioni, che, quando non l’impedisce del tutto condiziona, sia distorcendola, sia obbligandola ad adottare alcuni espedienti, la comunicazione con l’esterno, il messaggio suonerà strano ai più.
Oltre a ciò, come se non bastasse, anche se si è liberi, a mano a mano che si cerca di approfondire un problema spesso i concetti diventano più difficili, contrari al senso comune, e confusi; perché inseguono una realtà che è intrinsecamente difficile e a volte caotica; e i limiti di chi scrive appaiono più evidenti; questo è uno dei motivi per i quali la rivista medica Lancet riconosce, nelle istruzioni agli autori, che occorre coraggio per rendere pubblica una propria ipotesi. Coraggio o sventatezza. Risolvere un problema significa sciogliere i suoi nodi, ma a volte la procedura per sciogliere un nodo che si è trovata non è più facile del nodo stesso. Soprattutto se quel problema è per di più “blindato”, perché riguarda grandi interessi. Luigi Morsello di certo sa bene come l’autorità provveda a sbarrare tutte le molteplici vie di passaggio tra ciò che deve restare chiuso e l’esterno. Queste misure sono prese non solo a livello materiale, ma anche a livello ideologico.
Per quanto mi riguarda, quel poco che scrivo appartiene al genere dei testi scritti in situazioni di privazione della libertà personale a scopo censorio. Un genere onorevole, che comprende ben altre opere di ben altri autori; e ciò che non ho scritto dal 1997, anno della mia ultima pubblicazione su una rivista scientifica internazionale, e anno della discesa del trattamento da parte dello Stato al di sotto della soglia minima di libertà, appartiene al genere dei testi censurati con la privazione della libertà personale. Ritengo pertanto di essere nel mio diritto adottando alcune misure precauzionali come l’uso di uno pseudonimo (non sono anonimo ai webmaster), del resto lecite su internet; contrarie alle mie preferenze, e da addebitarsi alle situazioni create dalle istituzioni corrotte.
Questo per la “misteriosità”; l’altra critica di Morsello, per la quale i concetti che propongo non sarebbero sufficientemente chiari, e sarebbero chiari solo ad alcuni lettori più ferrati, mi preoccupa di più, perché la ricerca della chiarezza è un obbligo primario per chi propone idee. Su impulso dell’ispettore Morsello, che deve aver ricevuto in passato prodotti di artigianato carcerario, presento il seguente commento, nel quale cerco di chiarire meglio quanto penso sul relativismo etico ed epistemico, e di rendere quindi più comprensibile ciò che ho scritto in proposito. Mostro anche un’applicazione della critica al relativismo epistemico, considerando la discussione in corso sul testamento biologico.
* * *
L’appello al relativismo etico è un artificio ideologico per sottrarsi all’etica, o alla ricerca di un’etica comune. Sul piano teorico, il relativismo etico gioca sull’equivoco tra il culturale e l’etico, e tra il descrittivo e il prescrittivo. E’ vero che c’è di fatto un pluralismo culturale, che determina un pluralismo di scale di valori; e conseguentemente c’è un relativismo culturale, e una forte tendenza a etiche “domestiche”. E’ anche vero che il pluralismo culturale di per sé va rispettato. Ma l’etica è prescrittiva; e tende proprio a questo, a unificare sotto regole universali visioni diverse; a impedire che ciascuno si faccia la sua legge. Deve tenere conto del relativismo culturale, ma sempre andando nella direzione di cercare di ridurre tale relativismo riguardo alle convenzioni sui rapporti con gli altri. L’etica è in certa misura intrinsecamente opposta al relativismo culturale, in quanto opposta alle concezioni particolari, siano esse del singolo o del gruppo.
L’etica è ricerca pratica, per impedire, a costo di sacrificare gusti, preferenze o tradizioni, che ci facciamo del male tra noi. Ed è ricerca dell’universale, perché il suo ruolo è sistemico, essendo quello di fare in modo che tutte le varie componenti della macchina sociale interagiscano senza danneggiarsi. L’etica non è un semplice attributo culturale tra i tanti che caratterizzano un gruppo. E’ la grammatica comune che oltre a valere all’interno del gruppo deve, soprattutto oggi, consentire ai diversi gruppi di avere relazioni non distruttive. L’etica per essere efficace dev’essere come una lingua franca. Non si deve andare in giro per il mondo a fare i crociati per imporre ad altri popoli le nostre regole; ma ovunque vi è una comunità culturalmente eterogenea chi è interno alla comunità dovrebbe auspicare che vi sia un’unica etica condivisa, per quanto possibile.
Si può obiettare che ciò costringe a passare da un’etica spontanea a forme imposte di etica. In parte è vero, ed è un problema; ma è anche vero che le etiche spontanee hanno in loro i semi di tale imposizione, ad aggiustamenti che comunque non sono catastrofici, visto che esiste una base morale naturale condivisa. La cultura (parola che viene da “coltivare”) è crescita, ma l’etica è limitazione: è quella parte della cultura che nega sé stessa. L’etica trascende il piano culturale nel quale affonda le sue radici. In un certo senso, l’etica, che è censura di determinati comportamenti, non è essa stessa “buona”. E’ necessaria e salvavita ma non particolarmente piacevole. L’etica strozza il relativismo per evitare che ci strozziamo tra noi; un’etica relativistica è una contraddizione in termini.
L’attuale multiculturalismo dovrebbe essere un ulteriore motivo per impegnarsi nell’evitare il relativismo etico. Propugnare l’abbattimento delle barriere tra i popoli, la convivenza delle religioni, e insieme il mantenimento di etiche diverse mi pare un’altra contraddizione che svela il carattere strumentale della globalizzazione. In una società multietnica e multiconfessionale l’etica, questo superego pubblico arcigno e insensibile, liquidando entro un’unica popolazione comune le varie “unità etiche”, senza annullarne le rispettive altre componenti culturali, può essere un mezzo di affratellamento. Naturalmente così il problema si sposta su quale etica comune si adotta. Ma il relativismo non è una soluzione.
L’etica è coercizione, è obbedienza a regole superiori. Ma non ai “guardiani” o ai “sacerdoti” delle regole: la Chiesa contrappone al relativismo etico un assolutismo dittatoriale, nel quale è lei, come viceré di un Re che non si vede, che legifera e giudica. Un’attività di potere che a volte pratica il relativismo etico, o il relativismo epistemico, per esempio restringendo la definizione degli omicidi che ricadono sotto il Quinto comandamento. Clero e Dio sono due entità ben distinte, e la seconda è in realtà molto meno problematica della prima. E’ vero che i principi etici e il senso del loro rispetto ci vengono dalla religione. Ma siamo diventati adulti, o vecchi, e Dio è morto. Dio è morto, ma dobbiamo venerarne le memoria, onorando ciò che ci ha lasciato, princìpi etici elevati.
Sul piano umano, un’etica assoluta non toglie la possibilità di dissenso, né toglie vera libertà. Impedisce di discutere se l’omicidio vada “sdoganato”, ma invita a discutere se è lecito derubricare da omicidio doloso alcuni atti volontari egoistici che provocano i morti sul lavoro, o la morte dei pazienti. L’etica non è in sé piacevolissima, e reprime, ma può conferire un senso di nobiltà, che proviene, per chi lo prova, dal collocare i principi etici sul piano religioso, il piano superiore all’umano che l’uomo si dà, del quale la fede in una religione confessionale è solo uno dei possibili occupanti; l’etica diviene così una sottomissione spontanea che nobilita. Penso che rifiutare l’idea, più patetica che presuntuosa, di essere “signori e padroni”, ma considerarsi sempre sottoposti a qualcosa di più grande, conferisca dignità, sicurezza e stabilità; e porti a rifiutare di sottomettersi alla prepotenza dei propri simili. Questo qualcosa dev’essere però un’entità veramente grande, che indiscutibilmente sovrasti, come dei principi etici immutabili. Il relativismo etico sminuisce l’importanza di tale piano religioso, inducendo a considerare l’etica come una variabile culturale come un’altra, facendone quasi una questione amministrativa: tu hai questi codici, ma l’altro ne avrà altri, diversi ma di pari dignità. Ciò spinge a cercare degli assoluti altrove; e a rimanere preda di illusioni peggiori di quella, costruttiva, dell’esistenza di principi etici assoluti.
L’altro ideologismo, il relativismo epistemico, ha le sue pezze d’appoggio teoriche nella consapevolezza che la conoscenza poggia “non su solida roccia ma su palafitte”, come disse Popper a proposito della conoscenza scientifica. Medawar ha osservato che alcuni hanno un gusto perverso nel sottolineare la fragilità della nostra conoscenza. E’ scorretto trasporre i rovelli filosofici sulla conoscenza in sede pratica. Uno dei primi casi famosi di tale intellettualizzazione fuori luogo fu quello di Pilato quando chiese “cos’è la verità ?”. Un giudice che dicesse questo in aula sarebbe come Totò chirurgo, che durante una laparotomia si ferma, contempla ed esclama: “che cos’è la macchina umana!”. Dal teoretico al furfantesco il passo non è lungo: dietro la scusa che non sappiano bene cos’è la verità si può manipolarla, sopprimerla, capovolgerla in mille maniere. Ciò può essere ottenuto alterando la percezione dei fatti, alterando l’interpretazione, o indirettamente, agendo sui metodi di raccolta dei fatti e di interpretazione. E’ importante osservare che anche la richiesta di standard eccessivamente rigorosi può essere usata per censurare. Oggi le tecniche di manipolazione dell’informazione e le tecnologie permettono ai potenti di plasmarsi – con l’inganno ma anche con la violenza – un verità su misura. Esistono decine di definizioni filosofiche della verità, e infiniti artifici per alterarla o sopprimerla del tutto. Ma la vecchia verità per corrispondenza, “adequatio rei et intellectus”, resta il “gold standard” insuperato.
Entrambi i relativismi hanno preso piede, con cronologie diverse, negli ultimi decenni del Novecento. Ed entrambi appaiono riflettere le esigenze del capitalismo e della sua evoluzione storica. Il relativismo etico, propagandato al grande pubblico, serve a sciogliere le pastoie etiche che ostacolano la ricerca del profitto sulla quale il sistema si basa. Castoriadis ha osservato che il capitalismo ha consumato l’eredità storica che comprende “l’onestà, l’integrità, la responsabilità, la cura del lavoro, le attenzioni dovute agli altri”. Il relativismo etico ha un ruolo attivo in tale degrado. Pochi giorni fa ho sentito in tarda serata su Canale 5 una conduttrice di punta, un modello per le giovani generazioni, spiegare che all’inizio della carriera si concedeva per interesse, perché non voleva mangiare panini ma preferiva i ristoranti di lusso; presentando tale scelta come una possibilità lecita tra le varie opzioni possibili. “Questa relativista”, ho pensato “sta istigando le giovani al relativismo”. D’altra parte l’industria alimentare e quella della medicina estetica potranno attendersi un incremento del volume d’affari, se il messaggio passerà. Speriamo che le giovani ascoltino il commento fatto in studio da un ospite, che con questo sistema ora le ragazze devono concedersi per avere il panino: il “relativismo” non è un buon affare.
Il relativismo etico consente inoltre di formare dei segmenti di mercato, che ottimizzano l’applicazione di scelte politiche senza creare eccessivi traumi. Es. la recente richiesta di applicare il relativismo etico al testamento biologico, cioè a una questione di vita e di morte. C’è qualcosa che non va se si considera come una questione di relatività culturale la liceità di affrettare su larga scala la morte mediante la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione. L’accorciamento della vita è una questione di preferenze personali, come per un qualsiasi prodotto? “Sparatevi Breda” ha scritto Marcello Marchesi, umorista e pubblicitario, che aveva visto giusto.
Il relativismo epistemico, maggiormente rivolto alle elites, ha un suo nucleo nell’ammorbidimento dei criteri epistemologici di scientificità, da parte di autori come Quine, con l’avvento del consumismo: la tecnologia e l’innovazione industriale, mentre usurpano il nome e quindi il prestigio della scienza, hanno bisogno di una scienza servizievole e asservita, docile garante del lancio continuo di nuovi prodotti, e non ostacolo, con la sua capacità di evidenziarne l’inefficacia, l’inefficienza o la dannosità. Una scienza che sulla scena figura come regina, e nella realtà dietro le quinte è la serva della compagnia. Di recente Giannuli, nel suo “L’abuso pubblico della storia – come e perché il potere politico falsifica il passato” (2009) ha trattato dell’aggiustamento dei metodi e dei fatti in campo storiografico. Il relativismo epistemico serpeggia nella cultura comune, rappresentato ad esempio dall’uso di citare il celebre film “Rashomon” per sostenere che la verità non è unica, ma è soggettiva. Un altro segno del relativismo epistemico è lo spaccare la verità in “verità giudiziaria” e “verità storica” riguardo a fatti e reati estremamente concreti, come una bomba in una piazza o in altri luoghi pubblici.
Flores d’Arcais di recente ha giustamente osservato come in Italia sia ormai inveterata la prassi mediatica di degradare le verità di fatto scomode ad opinioni personali di chi le presenta, passo che Arendt considera un indice di totalitarismo in agguato. Ormai le parti del ragionamento vengono trattate, anche da chi ha ruoli intellettuali, con l’arbitrarietà con la quale Humpty Dumpty usava le parole. Il relativismo epistemico confluisce in quello culturale: conta il valore culturale, la coloritura emotiva, dei concetti, non la loro corrispondenza al reale. Un caso importante di ciò è dato dalla discussione, o meglio dal lancio, del testamento biologico, nel quale ha avuto un ruolo di punta, senza dubbio in buona fede, lo stesso Flores d’Arcais. La discussione si è basata innanzitutto su una rigorosa censura della dimensione economica del problema e degli interessi in gioco (bisognerebbe onorare anche quell’altro morto, Marx, salvandone la parte valida dell’opera, cioè il tema dell’importanza dei fattori economici nel determinare le sovrastrutture sociali); e ha poi considerato casi reali ma particolari, ignorando la gran massa dei casi pertinenti, commettendo una fallacia di generalizzazione, considerando ciò che è valido solo secundum quid come valido simpliciter.
Il problema è stato infatti identificato coi casi di Welby e Englaro, la persona senza corpo e il corpo senza persona, che sembrano scelti da un’agenzia di pubblicità o da uno sceneggiatore di Hollywood. Welby, l’artista ancora giovane, intelligente e sensibile, inchiodato in un letto, o nel suo stesso corpo; e la bella e fresca Eluana, addormentata senza possibilità di risveglio, rappresentano casi reali, ma sia rari che particolari: la probabilità di un fine vita del genere è inferiore all’1%. Non solo, ma i casi in sé, quello dello stato vegetativo che si protrae per anni, e degli esiti finali della distrofia muscolare, presentano problematiche che non sono quelle delle morti comuni; dove solo in una minoranza di casi è conservata la piena lucidità di Welby, o ci sono prospettive di sopravvivenza fisica indefinite di anni e anni come per Eluana. I casi di Welby ed Englaro hanno assunto il significato simbolico, esistenziale, che si prestavano ad assumere. E culturalmente sono divenuti il simbolo del morire. Non si dice che, così come gli USA non sono abitati se non in piccola parte da cow boys, nella maggior parte dei casi non si va verso la morte in questo modo. E’ vero che nella piccola minoranza di casi come Welby o Englaro si pongono effettivamente problemi come quelli discussi. E che in altri rari casi si pone addirittura il problema dell’eutanasia (argomento che per il momento in Italia si tiene da parte, per non spaventare). Ma il testamento biologico in molte situazioni comuni non dovrebbe essere necessario, e comporta dei rischi per il paziente.
La sospensione di alimentazione e acqua ha tre valenze, che possono essere variamente innestate in sequenza:
a) Fattore nocivo che provoca la morte in un individuo che altrimenti, adeguatamente trattato, sarebbe sopravvissuto. Distinto in due sottocategorie:
a1) su soggetti sani. Es. il conte Ugolino e i suoi figli.
a2) su soggetti già malati o debilitati, ma recuperabili. Es. il bunker dalla fame ad Auschwitz, Massimiliano Kolbe e i suoi compagni.
b) Fattore che affretta la morte in uno stato irreversibile di malattia mortale. Distinto in due sottocategorie:
b1) come fattore aggiunto; es. su un paziente con un cancro in stadio avanzato, defedato, che non è in agonia, ma può entrarvi.
b2) come interruzione di un’alimentazione e idratazione che si erano già interrotte per malattia, ed erano state vicariate con mezzi artificiali. es. Eluana.
c) Misura palliativa nell’agonia.
Va notato che in ambito medico la serie si autoalimenta e si autogiustifica: ogni stadio causa biologicamente il successivo, nel quale la misura risulta moralmente più giustificata che nel precedente. E’ un sistema a doppia spirale: si aggravano le condizioni cliniche e si rafforza la motivazione morale a proseguire. Le “spirali”, i circuiti a feedback positivo, sono frequenti in fisiopatologia: la sospensione di idratazione e alimentazione è una misura classificata come compassionevole che ha i meccanismi di una malattia e mima una malattia.
Questa scala, che può essere rifinita o rivista, mostra come un intero asse di valutazione sia stato ignorato, oltre alle altre variabili già dette. Un altro compito dei vari esperti e delle varie istituzioni sarebbe dovuto essere quello di identificare e sbrogliare le combinazioni lecite e illecite di questa scala nelle varie circostanze. Si sarebbe dovuto inoltre tenere presente la possibilità offerta da questa scala, per le sue caratteristiche di spirale doppia, di essere risalita confondendo le varie situazioni e scambiando la causa con l’effetto. Tale “escalation retrograda” può spiegare l’insistenza, un poco sospetta, su questa particolare misura: consente di poter adottare con bassi rischi legali e d’immagine forme pilotate di decesso.
Un’insistenza che ha trovato la contrarietà di un tecnico ben accreditato, il prof. Ranieri, direttore della Rianimazione alle Molinette. Questo rianimatore, non credente, sostenitore della “desistenza terapeutica”, ha affermato che lui sarebbe stato d’accordo a non praticare ad Eluana trasfusioni in caso di emorragia, e non somministrarle antibiotici in caso di polmonite; ma che “non avrebbe dormito la notte” se le avesse tolto alimentazione e liquidi (“Non le toglierei mai l’alimentazione” la Stampa, 21 gen 2009). Sarebbe interessante approfondire le sue posizioni. Invece con Eluana si è battuto molto sulla sospensione di cibo e acqua, nella forma “b2+c”; su soggetto giovane, con decorso della malattia di base particolarmente lento e quindi doloroso per i familiari.
Per valutare gli effetti di questa liberatoria, anzi questo trasferimento a terzi della podestà sul proprio corpo, che corrisponde alla richiesta di sospendere cibo e idratazione a giudizio dei medici, si dovrebbero considerare altri scenari. Un caso diverso, e molto più comune di quello di Welby o Eluana è lo “c” puro: la sospensione dell’alimentazione e idratazione nello stato irreversibile e conclamato di agonia per una comune malattia dell’età anziana, una misura palliativa per il morente che è lecita e non è una novità. Ma col testamento biologico potrebbe dare luogo ad abusi, incoraggiando il “portarsi avanti col lavoro” cioè anticipando la morte con l’anticipare la misura palliativa, se conviene; divenendo così un “b2+c” o un “b1+c”. Un altro scenario, che diverrà tristemente comune, tanto da assumere dimensioni generazionali, è quello che sotto mentite spoglie percorre l’intera serie, “a2+b+c”: quello dell’anziano, in una casa di riposo, la cui demenza senile, e quindi la non autosufficienza, si aggravano. Qui il testamento biologico può essere la firma della propria condanna.
All’anziano che sta andando verso le forme più avanzate della demenza senile, che non sa più vestirsi, non parla e non comprende, è incontinente, va controllato perché assume comportamenti pericolosi, bisognerebbe aumentare l’assistenza infermieristica, con una riduzione dei profitti per la casa di cura, e con l’effetto clinico di doverla aumentare ulteriormente in futuro. Invece di aumentare l’assistenza, se non ci sono motivi per essere prudenti, come una supervisione assidua e competente di parenti reattivi e forti, l’amministratore, che vuole conservare il suo posto e anzi fare carriera, può lasciare invariata l’assistenza infermieristica, o meglio ancora ridurla un po’, e lasciare così che insorgano complicazioni, stato di denutrizione, scompensi metabolici, piaghe da decubito, infezioni. In questo modo si metterà lentamente in moto una spirale patogenetica, che va verso il decesso, e le condizioni del paziente peggioreranno. Invece di fermare la spirale, la si fa progredire. Poco dopo che le condizioni sono rappresentabili come sufficientemente gravi da non dover temere accuse penali, si considera il paziente morente, e si aggiunge la spirale della sospensione della alimentazione e idratazione: avendo in cartella il modulo “testamento biologico” firmato lo si lascia morire di fame e sete, con un decorso che richiede in genere dai 3 ai 15 giorni. Giorni nei quali la persona muore di sete e di fame letteralmente. Si dice che il paziente comunque in questo stato non soffra; io ho visto che, soprattutto se trascurato, e negli ospedali vengono trascurati anche quelli che hanno voce ed escono vivi, può invece andare incontro a una morte lenta e terribile. Alla porta della casa di riposo fanno la fila altri anziani, meno gravi e quindi più redditizi. Avanti il prossimo.
“Ho saputo che hai seppellito tua moglie” “Per forza. Era morta”. Questa battuta viene riportata come esempio di humor inglese, e in effetti non è che faccia scompisciare. Serve però a ricordare che certi atti sono leciti solo sotto determinate condizioni. Non varrebbe la pena discutere di questi rischi di omicidio nascosto che il testamento biologico, e gli interessi economici che lo stanno promuovendo, comportano? Ma la gente davvero crede che ci sia tutta questa ansia di farli vivere ad ogni costo? Lo sa cosa sta firmando, firmando quei moduletti del testamento biologico?
Dopo l’aborto, dopo gli espianti di organi, non pensano bioeticisti, giuristi, legislatori, opinione pubblica, che vi sia una terza situazione che impone di definire legalmente e in termini precisi lo stato vitale, in questo caso quand’è che si entra nella fase terminale, entro la quale possono essere prese misure che altrimenti configurano gravi reati? Se le cose devono andare così, se la vita non gode di particolari privilegi, se è tutta una questione di soldi; ma anche se, indipendentemente dal motivo economico, la soluzione praticabile fosse solo questa, non sarebbe doveroso ammetterlo apertamente e fare in modo che il decesso pilotato sia chiamato col suo nome e sia un affare il meno sporco possibile? E, davanti allo spettro dell’eutanasia di routine, non si dovrebbe tornare indietro, fino a esaminare anche l’altro capo del problema, la medicalizzazione esasperata, l’imbocco del percorso che porta a queste situazioni? Che la morte è un evento naturale e da accettare ci viene ricordato solo quando, seguendo il corso voluto dagli interessi commerciali, non è più utile all’industria medica illuderci sulle fantastiche capacità della medicina di darci la vita eterna.
Nessun uomo è un’isola, e la morte dell’individuo non è un problema esclusivamente privato come affermano i sostenitori del testamento biologico, ma di fatto attira l’attenzione degli altri. Ed è giusto che sia così, e che quindi la modalità della morte dell’individuo rimanga entro forme accettabili per la società. Sono proprio i sostenitori del testamento biologico a dimostrare questa valenza sociale della morte, propugnando un sistema di controllo del fine vita tutto sommato ipocrita, un lavarsene le mani che salva le apparenze ma che nel caso concreto può divenire una barbarie mascherata, alla quale può essere preferibile l’eutanasia. Forse l’eutanasia di massa sarà introdotta in uno stadio successivo; e a quel punto sarà effettivamente un miglioramento, relativo.
Come ho già scritto in precedenza, non ho soluzioni certe; ma penso che per avere le migliori soluzioni possibili il primo passo, la prima laicità vera, sia di guardare in faccia la realtà e definire il problema nei suoi termini reali, rifiutando le sirene del relativismo epistemico. Considerando quindi non solo in astratto i pazienti, i medici e la Chiesa, ma anche gli interessi economici e politici “laici”, le condizioni cliniche e psicologiche specifiche del malato, l’epidemiologia dei decessi e le relative caratteristiche delle varie tipologie, l’informazione, o la disinformazione, date al pubblico. Considerando non solo il “chi decide” ma anche il “cui prodest” e quindi il “chi decide, in realtà”.
Anche il clero ha adottato il relativismo epistemico: i preti questa semplice circostanza del secundum quid, che conoscono fin troppo bene, e che costituirebbe un argomento forte per le tesi che dicono di sostenere, non l’hanno presentata ma l’hanno lasciata nell’ombra; e invece hanno retto il gioco agitando regole da incubo sull’obbligatorietà del sondino nasogastrico e degli altri tubi delle vie non orali, sul “proibito morire”, sulla vegetazione a oltranza; in modo da terrorizzare e spingere nelle braccia del partito del testamento biologico. Come se non fossero anche loro avveduti manager dell’industria della sanità, che nelle loro tante strutture non buttano i soldi dalla finestra ma fanno quadrare i bilanci e sorridere gli investitori.
La discussione sul testamento biologico è anche un rito col quale viene confermata l’immagine che preferiamo della morte, questa realtà inaccettabile. E il testamento biologico, una nuova resa al mercato, è stato presentato come un atto dove sensibilità e intelletto uniscono le forze contro la morte, per la dignità umana: non le permettiamo di torturarci, siamo noi che decidiamo. In realtà, si è affondata la testa sotto la sabbia, si sono applicati all’etica e al razionale le colorate categorie del culturale. I fatti sono stati messi da parte. Esiste da decenni un filone di estetizzazione della malattia, che tende ad avvicinarla ad una merce, ad un prodotto che può essere venduto al meglio impaccandolo e presentandolo opportunamente. Coi casi Welby ed Englaro nell’immaginario collettivo la morte è stata ipostatizzata, in una forma terribile ma definita, e quindi contrastabile. Si riafferma l’immagine della morte come si deve, col ghigno e la falce fienaia, la morte-persona contro la quale si può fare qualcosa. Si esce dalla vita in maniera romantica, andando in coma dopo una gran zuccata, o ghermiti da una carogna come una delle malattie neurologiche degenerative che colpiscono i giovani; e dicendo: “basta”. Ci sarebbero voluti dei biostatistici onesti per spiegare che nella maggior parte dei casi si muore secondo modalità meno letterarie; oppure dei poeti, come Eliot, a dire che quando il mondo finisce, spesso finisce “Not with a bang but a whimper”.
Pubblicato in: Appoggio della magistratura alla frode medica strutturale, Avversione della sinistra deuteragonista per l'opposizione autentica, Biopolitica, Borghesia compradora, Buonismo medico, Campagne istituzionali di discredito, Carotismo, Censura del dissenso tecnico, Censura e persecuzione occulte, Censura su questioni bioetiche, Clero, Clero e deuteragonismo, Clero e frode medica strutturale, Clero e violenza, Complesso biomedico-mediatico, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Crimine dei colletti bianchi, Dal secundum quid al simpliciter, Degrado del tessuto sociale e atomizzazione sociale, Destra, Deuteragonismo medico, Diffidenza verso il potere, Diritto all'informazione, Discriminazione istituzionale di cittadini, Discriminazione pazienti anziani, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Disordine pilotato, Dolo in medicina, Doppio Stato polizie segrete e associazioni di tipo massonico odierni, Emarginati e deboli come fair game, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Etica post-moderna, Eutanasia, Falso dilemma, Frode medica strutturale, Frodi quantitative, Funzione censoria del deuteragonismo, Gattopardismo, Iatrogenesi, Immigrazione e sfruttamento del Sud del mondo, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Inautenticità della sinistra, Indebolimento metodologia scientifica, Influsso delle oligarchie finanziarie, L'uomo e la morte, Laicità all'italiana, Libertà dalla bugia, Magistrati e deuteragonismo, Magistrati e medicina, Malamisura, Manipolazione ideologica, Medicalizzazione della vita, Midcult progressista, Morton's fork e doppio legame, Opposizione deuteragonista, Paziente come supporto, Persecuzione di polizia, Politica e biomedicina, Praticità del teorico, Prepotere del clero, Principio di Mazzarino, Profezia che si autoavvera in medicina, Promesse messianiche di successi scientifici, Propaganda di malattie, Relativismo epistemico, Relativismo etico, Religione, Religiosità laica, Responsabilità del pubblico nella frode medica strutturale, Responsabilità e colpe del popolo, Riconoscimento dell'extramediatico, Riconoscimento delle divisioni e divisione come valore, Riguardo della magistratura per la sinistra, Scientismo, Scienza ad auctoritatem, Scienza e medicina come nuove religioni, Selezione opportunistica dei pazienti, Silenzio osceno, Sinistra deuteragonista, Sovradiagnosi, Sovratrattamento, Standard negativo e falso standard, Strumentalizzazione della sessualità, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Supporto della religione all'oppressione, Sussiego della sinistra, Teatrino laici cattolici su questioni bioetiche, Testamento biologico, Tipi antropologici proibiti, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza e medicina, Violenza indiretta, Violenza occulta, Violenza politica tramite la polizia | Commenti disabilitati
24 maggio 2009
Blog “Uguale per tutti”
Commento al post “Elio e le storie tese” del 10 mag 2009
comunicato con riferimento URL
Caro Silvio, grazie per le Sue osservazioni, e per la precisazione su “questioni di tipo speculativo”. Da anni colleziono “contronimi”, o “autoantonimi”, cioè parole che hanno due significati opposti, e sono quindi gli antonimi di sé stesse. “Speculativo” può rientrare in un elenco di contronimi: la speculazione era l’attività di Socrate, e anche di Sindona; ma i due svolgevano attività in pratica contrarie (anche se hanno fatto la stessa fine). E’ un contronimo che in medicina, beffardamente, viene usato come gli avvocati usano la parola “fantasioso”, per respingere accuse di manovre speculative.
Sembra che io non meriti la Vostra benevolenza, perché faccio di tutto per farmela togliere: Lei cita il dibattito sugli immigrati, con riferimento ai recenti provvedimenti di respingimento nel Mediterraneo, dei quali si è occupato estesamente il blog; perciò non posso nascondere, come avrei preferito, che vedo anche questo dibattito animato dal deuteragonismo; e non solo limitatamente agli aspetti medici (Animalità razionale). Anzi, il dibattito sull’immigrazione mi sembra un caso importante di deuteragonismo. Esamino dunque questo esempio di deuteragonismo, non avendo competenze specifiche, ma solo opinioni, sugli extracomunitari; cioè, nel mio caso, come per molti altri italiani, opinioni sui vicini di casa della porta accanto.
“Mi piace l’odore del napalm al mattino … li abbiamo bombardati per 12 ore. Quando siamo atterrati non ne era rimasto nulla, non abbiamo trovato neppure un cadavere… C’era quell’odore di benzina…è l’odore della vittoria. Un giorno questa guerra finirà”: il comandante della cavalleria dell’aria in “Apocalypse now”. Conquistato il villaggio al suono della Cavalcata delle valchirie, rimprovera un soldato perché non dà da bere a un vietcong morente che chiede acqua, e gliela dà lui. Dopo pochi secondi lascia cadere la borraccia: va a parlare di surfing, la passione che lo ha spinto a conquistare il villaggio sul mare. Questa scena della borraccia me l’ha ricordata l’attenzione dei telegiornali, dei potenti, dell’Occidente, al dramma degli immigrati nel Mediterraneo. E’ scellerato non prodigarsi per chi, come Cristo sulla croce, ha sete perché sta morendo per shock ipovolemico; ma dargli da bere può essere un gesto vanaglorioso e distratto, che non riduce le responsabilità. Il fatto è che non si doveva assaltare il villaggio, e neppure fare la guerra. E’ scellerato non raccogliere e dare la massima assistenza agli occupanti dei barconi; ma equiparare il salvataggio in mare dei barconi all’aiuto al Terzo mondo è profondamente ingannevole.
Le immagini dei barconi mi sono parse uno spot sapientemente ambivalente; come Apocalpypse now, dove le scene soddisfano quelli che sognano di sbarchi, mitragliatrici e sbudellamenti, mentre i dialoghi – e il riferimento a Conrad – giustificano il film come prodotto letterario, come critica al militarismo. I barconi respinti faranno prendere voti alla Lega, e permetteranno all’opposizione deuteragonista di equiparare la contrarietà all’immigrazione all’infamia dell’abbandono di naufraghi in mare. Uno spot con dolore e morti veri.
Mettiamo da parte il fatto in sé, sul quale siamo d’accordo, e guardiamo al significato simbolico, al messaggio, alla “implicatura”, che non possono essere trascurati e sono, credo, l’aspetto principale. Se ci sono intere popolazioni che stanno affondando, centrare il problema sui pochi che sono riusciti, magari facendosi largo, a saltare in quelle scialuppe di salvataggio che sono i barconi è carità o è darwinismo sociale? Dei tanti parenti di quello che è nel barcone, meno svelti e rimasti nel continente africano, dei bambini che muoiono senza le telecamere, che ne facciamo? Quando non occorreranno più immigrati all’economia e alla politica, chi ci dice che la RAI non spegnerà le telecamere sul Mediterraneo e sui cadaveri che lo punteggiano, e che non torneremo a occuparci della strage dei cuccioli di foca al Polo?
Il mare. Il Mediterraneo. Uno sceneggiatore non avrebbe potuto scegliere sfondo migliore per i servizi su questo esodo e le sue tragedie. Anche il barcone, la scialuppa, non avrebbe potuto essere metafora migliore per le tesi che si vuole affermare. Le barche a vela appaiono più belle quando sono drammaticamente sbandate, con l’equipaggio a fare da contrappeso sull’altro bordo; i numeri della fisica però ci dicono che lo sbandamento in sé è svantaggioso, che la barca procederebbe più veloce se fosse dritta, con l’albero ortogonale alla superficie del mare. Nel ‘700 a vincere il premio per il modo più efficiente su come disporre l’albero delle navi fu un matematico, Bernoulli, che era uno svizzero che non aveva mai visto il mare.
Penso che sulla questione dei barconi dovremmo rivolgerci ai numeri. Da quelle entità algide e imperscrutabili può provenire una strana pietà, che non è in assoluto la migliore delle pietà possibili, ma è la migliore pietà possibile date le circostanze. Quanti sono i bisognosi del Terzo mondo? Di quanto denaro hanno bisogno procapite? E in assoluto? Quanto possiamo dargliene? Come allocare queste risorse limitate? Quanti pesci e quante canne da pesca? Dobbiamo “tirarne su” alcuni, o dobbiamo “scendere” noi dal nostro livello di benessere, e tentare di salvarci tutti? Stabiliamo che una quota delle entrate statali è loro, definiamo tale quota, e decidiamo come impiegarla. Dall’astratto al concreto, si può passare a calcolare in quali forme, mediante quali soluzioni, con migliaia di domande quantitative, sempre più dettagliate. E agire di conseguenza.
Ho l’impressione che questo approccio farebbe emergere questioni imbarazzanti. Per coloro che dicono di non volere immigrati, e però vogliono usarli come manodopera e consumatori, potrebbe venire fuori che la migliore soluzione al problema, e quindi anche alle loro ambasce, è semplicemente che l’Occidente smetta di sfruttare, ovvero di derubare, il Terzo mondo; potrebbe risultare che se rispettassimo il loro, di diritto a essere padroni a casa propria, i popoli del Terzo mondo se la caverebbero benino anche senza le nostre premure. Chi parla commosso dei boat people, non so come reagirebbe se gli si rispondesse che, per mantenere anche il resto dell’iceberg nell’Africa infuocata, si dovrebbero decurtare le entrate di tutti gli abitanti dei paesi ricchi, e quindi anche le sue, di una bella fetta, e ridurre sostanzialmente il suo livello di vita.
Quando ad essere coinvolti sono interi popoli, il barcone non è il livello di intervento appropriato; né sul piano demografico, né su quello etico. E’ ottimo sul piano della manipolazione mediatica. E’ inoltre un buon metodo di selezione del prodotto. Anche nella tratta degli schiavi il mare e le navi negriere servirono a selezionare i soggetti più forti. Qui la selezione maggiore avviene nel riuscire a trovare un posto; ma non finisce una volta a bordo. I barconi sono una vergogna anche se nessuno li respinge e approdano senza problemi.
Così invece, occupandosi solo di una minoranza – che è la minoranza che serve all’economia occidentale – si fa come per i miracoli, dove non si capisce perché la benevolenza divina ne deve salvare solo pochi. Ci si pone nella posizione di santi, o quasi.
Il rapporto tra etica e numeri, fondamentale nella nostra società tecnologica e tecnocratica, è in uno stato disastroso. Da un lato, si adorano gli “idola quantitatis” che servono come “instrumentum regni” per il capitalismo; l’applicazione inappropriata del quantitativo domina la medicina (Greene J. A. Prescribing by numbers. Drugs and the definition of disease. The John Hopkins university press, 2008); nell’ammirazione dei bioeticisti (e tale ignoranza viene attivamente tutelata). Dall’altro, quando ad un problema etico servirebbero i numeri e le altre entità matematiche, si ricorre invece ad argomenti persuasivi da fare invidia a Francis Ford Coppola.
Il vecchio espediente dello “stato di eccezione”, dell’emergenza per fare passare una tesi o un blocco di tesi. Curiosamente, la situazione ha somiglianze con la propensione padana per il soccorso; irridono quelli si chiamano Salvatore, ma gli piace fare i salvatori. Qui al Nord durante la settimana si lavora per fare soldi, nel week-end si fa i soccorritori. In carenza di disgrazie, si simulano, con esercitazioni. Il soccorritore volontario, di professione promotore finanziario, è anche lui, come il colonnello Kilgore di Apocalypse now, in mezzo a fumogeni accesi e con l’elicottero che gli volteggia sulla testa, e i morti e i feriti sono finti. Dice pacato nella ricetrasmittente gracchiante “roger, abbiamo uno spinale, atterrate”. La generosità della nostra gente, commenta il cronista mentre sullo sfondo l’elicottero si allontana con dentro il manichino macchiato di vernice rossa. Un’ottima cosa in sé, il soccorso volontario; meno buona se sostituisce ed esaurisce la questione dei doveri verso gli altri. Business senza guardare in faccia a nessuno nei giorni feriali, e nel dopolavoro il volontariato altruista. Ma non ci sono solo le emergenze, i traumi acuti, le catastrofi, i bambini da strappare alle fiamme. Ci sono anche i cronici, per i quali c’è molto meno entusiasmo, e carenze nell’assistenza. Ci sarebbero anche i sani da rispettare e aiutare: da non fregare, almeno. La carità è divenuta un sostituto dell’etica. E forse per questo, e per la frustrazione del lavoro inquadrato, assume forme spettacolari.
Andrebbe ricordato che la carità non è un sostituto dell’etica. Come osserva Scarpinato a proposito dell’elemosina in “Tra mafia e democrazia, tra oppressori e oppressi, tu, Chiesa, da che parte stai?”. Brecht, nell’Opera da tre soldi, fa dire a un personaggio che per ricevere l’elemosina non conta la condizione autentica del bisognoso, ma occorre che questi rappresenti la miseria in una forma teatralmente efficace, in modo che dare l’elemosina sia appagante. L’aiuto agli altri, quel poco che si può e si deve dare, andrebbe prima di tutto incorporato, fino a renderlo inapparente, nelle scelte di vita e nel lavoro. Il supererogatorio è facoltativo, e non esenta affatto dall’eticità nelle opzioni di base. Non compensa eventuali carenze etiche. Invece si è affermata la pratica di una contabilità etica creativa. Soprattutto nella Lombardia ciellina. Guardo con rispetto e ammirazione a coloro che praticano la carità avendo le carte in regola sull’etica delle attività personali. Ma davanti a certi altri slanci – soprattutto in campo medico – ritorna l’immagine di Apocalypse now, con la carità paranoide del comandante che fa evacuare in ospedale, col suo elicottero, dal villaggio che ha appena messo a ferro e fuoco per uno sfizio, un bambino vietnamita ferito.
Oltre alla pietà coi numeri, sulla questione degli immigrati esistono altre forme anch’esse fredde, o minori, di pietà o di carità negate. Chi non accetta gli immigrati è xenofobo o razzista o intollerante. Ma esistono delle pulsioni antropologiche, alla territorialità, alla comunità, all’identità culturale, al senso di appartenenza, che spingono a difendere il proprio territorio, il proprio gruppo, la propria cultura; alcune paure dei non garantiti di essere scalzati o danneggiati socialmente o economicamente dai nuovi arrivati; paure istintive, ma che non sono proprio del tutto campate in aria nella società “competitiva” e globalizzata. Il rifiuto dello straniero è avvenuto innumerevoli volte nella storia, nelle forme del malumore, dell’avversione, della protesta. E’ scorretto evocare subito i pogrom. Sono esistite anche situazioni di convivenza pacifica e armoniosa; che sono appunto citate come casi edificanti. Qui invece si dà per assunto che tali reazioni di rigetto siano patologiche. Si confonde tra risposta fisiologica ad un agente esterno e malattia. Trascurare il fisiologico paradossalmente può favorire degenerazioni patologiche; bollare aprioristicamente come razziste o xenofobe tali reazioni può essere una profezia che si autoavvera.
Gli immigrati, non in quanto “inferiori”, ma semplicemente in quanto irriducibilmente “diversi”, possono disgregare ulteriormente un tessuto sociale già degradato, possono ridurre quella zavorra di tradizioni che dà stabilità, aumentare l’atomizzazione sociale, che favorisce i consumi e la docilità popolare, ma rende tutti più vulnerabili e più egocentrici; la realtà del “melting pot” e del sogno americano mostrano ciò. “Give me your tired, your poor, your huddled masses…” declama solenne la poesia di accoglienza agli immigrati ai piedi della Statua della libertà. Ne abbiamo già troppe, sul globo, di masse che vogliono “to pursue happiness”, cioè fare soldi. Ovviamente noi siamo più buoni e più saggi; ma il rischio non andrebbe fatto passare sotto silenzio.
Quando sento che bisogna superare diffidenze e restrizioni mentali, mi chiedo se a dirlo siano persone che hanno una visione straordinariamente elevata, tanto da dimenticare questi fattori prossimi agli istinti primitivi, oppure – caso che mi sembra più frequente – persone che trascurano questi fattori o se ne fregano. Nel dibattito esistono solo leghisti sbraitanti, e ora anche schizzati di sangue, e pii discepoli di San Francesco. Nessuno tra i progressisti che dica che lo sfondamento dei confini antropologici forse è una necessità, ma è anch’esso una violenza; che non si mescolano culture lontane, non si innestano genti su territori occupati da altre genti, impunemente, così come non si trasfonde meccanicamente il sangue: ci sono fattori invisibili ma concreti che fisiologicamente si oppongono a tali commistioni.
Se non si vuole riconoscere ciò, se non si crede che la tendenza a difendere la territorialità e l’identità comunitaria e culturale vada rispettata, la si rispetti lo stesso: come forma di pietà verso gli autoctoni meno aperti e progrediti; non dovrebbe essere difficile, visto che propugnando l’abolizione delle frontiere che segnano le etnie si sta parlando dalle sfere superiori della moralità. In effetti in certe insofferenze gratuite e quasi maniacali verso l’immigrazione affiora una nota di frustrazione, di vigliacco sfogo esistenziale avendo trovato qualcuno ancora più sfigato rispetto al quale definirsi per contrasto. Ma non si tratta solo di questo. Pare che la nostra psiche sia stata tarata dall’evoluzione per una vita come membri di piccole comunità. Il cosmopolitismo non ha forti basi antropologiche, e non credo che possa pretendere un primato etico (forse non ha queste qualità neppure l’idea di nazione, alla quale sono attaccato). Il discorso che la Terra è di tutti l’ho sentito, in forme elaborate, anche per scusare, esprimendo rammarico, la cacciata degli indiani nativi dalle loro terre in Nord America ad opera degli europei, che “erano solo arrivati un po’ dopo”. Non l’ho sentito fare per le proprietà della Chiesa, o per le “dacie” degli apparatnik di sinistra, le proprietà di quelli che insieme esortano le masse a superare lo stantio concetto di “casa mia”.
Se si riconoscesse questa dimensione calpestata, oltre a fare un’opera buona verso i propri connazionali si aiuterebbe l’integrazione e si svelenirebbe la politica. Oggi infatti l’unica possibilità di rappresentazione politica del disagio per l’immigrazione è quella, ributtante, della Lega; che in realtà vuole gli immigrati, ma nelle forme che servono a interessi economici, come manodopera e consumatori; li vuole sottomessi e maltrattati, perché li si possa meglio sfruttare; verde fuori ma nera dentro, fa appello agli istinti più gretti e vili, alla paura e all’odio, diseducando l’elettorato mentre fa bottino di consensi; deuteragonista, presenta argomenti facilmente confutabili, caricaturali, alla “Catenacci” di Bracardi, con discorsi a base di “bingo bongo”, cannoneggiamenti di barconi, maiali sui suoli dove erigere moschee etc.
Dall’altro lato, per chi si indigna per i discorsi, e ora per gli atti, vergognosi dei leghisti, l’unica alternativa è il surreale buonismo cattolico, o di matrice cattolica, che esorta all’amore totale, a un improbabile inesauribile amore per gli sconosciuti, ridicolo se si guarda a come ci vogliamo bene; e d’altro canto esclusivo e un po’ mercantile: con una forte predilezione per quelli abbastanza in gamba da salire sul barcone, e in grado quindi di produrre reddito, e acquistarsi una tv al plasma entro qualche anno. Una predica condita di accuse di egoismo, di avidità, di durezza di cuore, che viene dal pulpito dei preti.
Nel dibattito sono rappresentati, e quindi sono leciti, sotto i camuffamenti ideologici che attirano sostenitori in buona fede, solo due degli interessi maggiori, entrambi a favore dell’immmigrazione: quelli economici degli industriali e della finanza, con la Lega e il PdL, e quelli di politica internazionale del Vaticano – che gioca sullo scacchiere mondiale e vuole tessere rapporti col miliardo di mussulmani e con altre forze – mediante il centrosinistra e i progressisti. Posizioni alleate, in parte sovrapponibili, che trovano una sintesi che soddisfa entrambi. Seguono, in posizione subalterna, gli interessi di forze intermedie, come i politici che hanno bisogno di poveri che li ascoltino. Opposizione vera al potere, nisba. I cittadini comuni, zitti brutti razzisti; e leggetevi le pagine di Lévinas sul riconoscimento dell’altro; oppure andate a fare le ronde.
“C’uno la fugge, l’altro la coarta”: sull’immigrazione il deuteragonismo è reciproco, e le contrapposte esagerazioni provocano un vuoto al centro. Un vuoto che è una voragine di senso, che non viene riconosciuta dai più ma viene percepita, e si traduce in disaffezione – giusta – per la politica. Il successo del leghismo, determinante per la caduta della nostra democrazia, è dato dall’assenza di intellettuali e politici progressisti critici di quell’aspetto della globalizzazione che è l’immigrazione; dall’assenza di portavoce progressisti del disagio degli italiani per l’immigrazione; voci critiche invece migrate, come uno stormo di colombe, a fare il controcanto angelico ai leghisti diavoleschi. E così per cercare l’ottimo stiamo perdendo il buono, e finiamo per essere noi una repubblica bananiera; dalla quale forse si dovrebbe andarsene, se ci fossero ancora terre vergini; vergini della poderosa abilità umana di incasinare tutto.
Bisognerebbe che chi è ascoltato come autorità morale smettesse di confondere la gente dicendo in pratica che chi non vuole gli extracomunitari è una carogna. Dovrebbero invece esserci intellettuali e politici progressisti che riconoscano che l’immigrazione ha cause economiche e soddisfa finalità economiche; che provoca negli autoctoni reazioni di rifiuto che sono del tutto fisiologiche; e che possono progredire verso la patologia se trascurate. Intellettuali e politici progressisti dovrebbero considerare che i vantaggi dell’avere un supplemento di lavoratori, di consumatori, di futuri elettori in cerca di protezione, di tesserati nei sindacati, di legami con forze etniche e religiose emergenti a livello mondiale, non vanno tutti necessariamente a favore dei cittadini, e i loro risvolti etici non sono solo positivi. I progressisti dovrebbero occuparsi anche della cura di questi problemi. Sarebbero così in una posizione più equilibrata per parlare di un altro discorso, quello dell’esistenza di altri doveri, verso gli altri popoli, oltre a quelli verso sé stessi, la propria famiglia, la propria comunità.
Ci vorrebbe maggior considerazione anche per i paesi di provenienza. Non siamo molto curiosi di sapere da dove vengono quelli che vorremmo salvare trasferendoli da noi. Siamo invece molto critici. Anche in questo, la penso al contrario dei progressisti: credo che da un lato, per lo stesso motivo già citato a proposito degli italiani, quello della consistenza dei fattori antropologici, ci vorrebbero maggior cautela e rispetto prima di sputare sentenze sui costumi di altri paesi che ci appaiono sbagliati, e di volerli sostituire con quelli della nostra superiore civiltà; es. la critica dell’obbligo per le donne del velo o di altre coperture del volto. Anche perché, come ha osservato Massimo Fini, forse dovremmo prima preoccuparci delle donne esposte “a quarti di bue” nella nostra televisione. D’altra parte, penso che chi vive da noi dovrebbe conoscere un minimo d’italiano, e accettare in generale i nostri usi e costumi, oltre che ovviamente le leggi; non vivere come dentro a un burqa, in una bolla portata dal paese d’origine. Ogni tanto ho l’impressione che, mentre procede tra padani che pensano “tel chi el negher”, qualche extracomunitario, soprattutto se portatore di credenze religiose forti, pensi a sua volta nella sua lingua “ ’sti zulù”. Non credo che un pasticcio etnico, un passare da Roma a Bisanzio, sia un vero arricchimento.
Altro caso è quello del rispetto dei diritti umani. Dovrebbe essere un assioma, in qualunque situazione, ovunque, per chiunque. I centri di raccolta non possono essere gabbie; né gabbie chiuse, nè gabbie aperte. Se è vero che i respinti in Nord Africa sono seviziati, lo si proibisca: si mandino degli osservatori, si mostri l’arma delle sanzioni, la si applichi se necessario. Lo stesso si faccia per qualunque violazione indiscutibile dei diritti umani che venga commessa in quei paesi. Ma il rispetto dei diritti umani, l’art. 1, non dovrebbe essere l’unico articolo del codice delle norme morali sugli extracomunitari.
Altra pietà minore. Il problema come detto non può essere affrontato a livello delle situazioni individuali, ma delle popolazioni; ma esistono anche problemi che riguardano l’individuo, una dimensione certo non secondaria. Gli immigrati sono anche degli emigrati; degli sradicati. Per alcuni trapianti, oltre al rigetto dell’organo trapiantato, c’è anche il rischio del rigetto “graft-versus-host”, del tessuto trapiantato contro l’organismo ricevente. Siamo sicuri che gli facciamo questo grosso favore a farli vivere da noi, anziché aiutarli nei loro paesi? Ad alcuni, sì. Forse, se si potesse misurare la felicità, credo che nella vecchia Italia la tipologia di persone più felice risulterebbe quella di alcune coppie giovani di immigrati; che hanno un buon lavoro; provenienti da situazioni difficili, perciò energiche e senza grilli, forti della loro cultura d’origine, pronte ad assorbire anche quella del paese ospite, che ha tanto da offrire; e che quindi vivono quella particolare felicità che è data dall’avere una chance di emancipazione, e dal coglierla pienamente. Alcuni extracomunitari sentono l’odore della vittoria personale nella costruzione, materiale e morale, della propria famiglia e di sé stessi mediante l’operosità pacifica; la felicità di quando il presente diventa ricco e l’avvenire diviene ben delineato; condizione che è possibile solo in alcune circostanze storiche. Ma per altri l’Italia può essere dolore pena sfruttamento e alienazione. Ricordo un giovane nordafricano, disteso in un’aiuola con gli avambracci spezzati. Era andato via da tutto, passando per una finestra dei piani alti dell’ospedale.
Quel suicidio, mi pare fosse un detenuto, non venne reso noto dai media locali. I media presentano sotto una luce filtrata gli immigrati. Pochi giorni fa i media locali hanno celebrato l’estensione di un bonus bebè di 1000 euro anche agli immigrati, negato dalla giunta comunale di centrodestra, imposto da un giudice dopo che sindacati e preti sono scesi in campo. Il bonus bebè è simbolico, per gli italiani; darlo anche quando il bambino nasce in famiglie di extracomunitari, nell’appartamento della porta accanto, dove può non essere solo simbolico, è semplice decenza, negarlo è meschino. Olio sul fuoco della disputa deuteragonista. Però non si parla di quella che è di gran lunga la prima causa di infertilità per gli italiani, la sterilità sociale, causata dalla difficoltà di formare una famiglia e fare figli. Ha le dimensioni e gli effetti di una vera epidemia, ma al contrario di certe epidemie finte è un’epidemia silenziosa. I giovani oggi non fanno figli perché sono egoisti; meglio un pezzo sulla nostalgia della badante dell’Est per il suo paese e i suoi nipotini. Forse ci vorrebbe un po’ di carità anche per i giovani di casa nostra; per chi paradossalmente nella sua condizione ha meno prospettive di quelli che gli sbarcano davanti casa; per i guai che opprimono la gente comune, che stentano a trovare posto nei titoli dei giornali, che vengono sempre dopo qualche altra notizia.
Queste pietà, e altre simili, si potrebbe metterle assieme in un principio, anch’esso freddo e antipatico: quello della scissione, scissione concettuale, tra aiuto umanitario al Terzo mondo e il venire a lavorare in Italia da parte di extracomunitari. Le due entità, che ci sembrano unite perché così ce le presenta la propaganda, andrebbero considerate come entità distinte, quali in effetti sono; e tenute ben separate nei ragionamenti. Non si dovrebbe più dire che facendoli venire a lavorare qui aiutiamo i diseredati. L’importazione di lavoratori è determinata da ferrei meccanismi economici, e dovrebbe essere regolata da norme di accesso, da selezioni e da contratti, che la rendano equa e vantaggiosa per entrambe le parti, e per la terza parte, la cittadinanza, con le dovute tutele e garanzie per tutti. Si possono unire materialmente le due diverse entità: si potrebbe pensare a contratti nei quali una quota della retribuzione va a chi è rimasto a casa nella miseria, direttamente o in forma di aiuti; o riservare una quota di posti di lavoro agli extracomunitari, con l’obbligo di rientrare dopo alcuni anni, importando conoscenze e competenze nel proprio paese, anziché lasciarlo dissanguato delle energie migliori.
Anziché lasciare Sud il Sud del mondo. Non scambiamo il Vangelo con “l’effetto San Matteo”, così detto da una frase del Vangelo di Matteo (25:29), per il quale i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri. Oltre ai danni da immigrazione, ci sono anche i danni causati ai popoli dall’emigrazione. Ricordiamoci dei meridionali saliti a lavorare nelle fabbriche del Nord, da regioni già anemizzate da decenni di emigrazione: di come hanno arricchito il Nord e di come sta oggi il Sud. La propaganda invece dice di ricordarci, a proposito degli immigrati dal Terzo mondo, che siamo figli di immigrati. Veramente i figli di italiani immigrati degni di questo paragone oggi vivono, a decine di milioni, in Argentina, Australia, Canada, Galles, etc; e in effetti sarebbe interessante ascoltare la loro opinione. Noi siamo i discendenti di quelli che restarono in Italia, o al massimo di quelli che tornarono, o che si spostarono all’interno, tra disagi ma senza problemi di permessi di soggiorno, o rischi di finire ai pesci. (Io stesso, italiano, sono stato classificato come “immigrato” dall’anagrafe locale quando, vincitore di un concorso pubblico per un posto di ruolo, dovetti trasferirmi al Nord e fare il cambio di residenza; un uso puntiglioso e non necessario nelle comunicazioni all’utente di un termine tecnico che ha un significato non neutrale nel linguaggio comune; una distinzione dai nativi che in seguito non mi è dispiaciuta). Quelli che restano non sono necessariamente i migliori, e hanno lo spirito e le abilità dello stanziale. Come si vede dai governanti che si danno. Tanti di noi conoscono le storie di immigrazione, per averle sentite da parenti. Per esempio, ho ascoltato bambino da un signore anziano una testimonianza in prima persona di cosa aveva voluto dire attraversare l’Atlantico in nave negli ultimi anni dell’Ottocento, all’età di 13 anni, da soli, essendo stati spediti a parenti di New York. Sono racconti molto utili, ma non inventiamoci, guardando i barconi, trascorsi avventurosi e falsi cameratismi. Consideriamo piuttosto quale danno è stato, per le regioni di provenienza, la selezione avversa derivata dall’emigrazione massiva dei soggetti più validi.
Con questa scissione tra lavoro e aiuti si eliminerebbe tanta retorica su entrambi i fronti, ricatti morali da un lato e pretese “celtiche” dall’altro (che poi, come ho detto, ritengo siano settori diversi dello stesso lato; quello del potere); e sarebbe più facile capire cosa fare. La filantropia dovrebbe essere esercitata su base razionale, tenendo conto delle necessità oggettive e delle risorse; erga omnes; e ordinatamente, senza picchiare la moglie e poi fare il galante fuori; senza la mostruosità, sommersi e salvati, di applicare alla solidarietà i criteri della selezione lavorativa: dentro chi è abile, pollice verso a chi non è redditizio; senza negare, con tutto l’amore che certi hanno per “gli ultimi”, qualsiasi attenzione a chi non corrisponde alla maschera teatrale dell’Ultimo, come si dice nell’Opera da tre soldi; senza la pietà coi paraocchi, che fa pensare che come al solito non ci viene chiesto di combattere per degli assoluti morali, ma per delle chiese, al di fuori delle quali non vi è salvezza.
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Blog di Trarco Mavaglio su il Fatto
Commento del 31 mar 2011 al post “Ferrara e i “30 milioni di immigrati” di D’Alema” del 31 mar 2011
La cifra di D’Alema dei 30 milioni di immigrati necessari all’economia era riferita all’Europa, non all’Italia come gli ha rinfacciato G. Ferrara.
Enzo Biagi ha raccontato che uno dei pochi casi che ha visto di giornalista licenziato per incapacità fu quello di un redattore che riportò la notizia di un paese bruciato coi suoi abitati perché un’autocisterna, nel tentativo non riuscito di schivare un cane, si era ribaltata andando a fuoco. Il giornalista aveva titolato “Tragica morte di un cane”.
Se c’è uno che sa fare il giornalista questi è Travaglio. Ma qui la notizia mi pare un po’ focalizzata sul cane. E chissene del battibecco tra Ferrara, a libro paga CIA, e D’Alema, legato a Licio Gelli.
Si ammette finalmente che è per ragioni economiche che occorre iniettare milioni di persone dai paesi poveri in Europa: volete dirci la cifra pianificata o prevista per l’Italia? E’ possibile parlare pacatamente di questo dato: della sua reale ineluttabilità; di quali sono i vantaggi e gli svantaggi, chi ci guadagnerà e chi ci perderà, quali riflessi ciò avrà sulla vita delle persone comuni, e sul Terzo mondo, senza i finti nazismi leghisti e gli ipocriti piagnistei pretesco-buonisti?
Consideriamo finalmente l’etica e la politica dei numeri dell’immigrazione:
http://menici60d15.wordpress.com/2009/05/24/immigrati-la-pieta-coi-numeri-e-altre-forme-minori-di-pieta/
@Armando D. E’ curioso che tu mi metta in guardia dal mescolare alcool e psicofarmaci: si vocifera che lo facesse Cossiga, che nel suo ultimo libro “Fotti il potere”, pag. 181, ha dichiarato di avere garantito lui per D’Alema presso gli USA. Invece ne “Il borghese piccolo piccolo” il liquido misterioso del giuramento massonico era l’amaro Petrus.
@s42 a me piace più leggere che scrivere, ma ho difficoltà ad accedere alle biblioteche pubbliche di Brescia; sia sotto il dalemiano Corsini che sotto il berlusconiano Paroli. Sarei curioso di vedere l’archivio Gelli, curato dalla moglie dell’attuale presidente del Copasir e da lei inaugurato con grande passerella di piduisti ed elogi delle doti di poeta del Venerabile. Qualche minuto, perché dev’essere di una noia; e poi ho l’impressione che se proprio voglio leggere roba di sbirri venduti basta leggere le articolate confutazioni che quelli come voi danno su Il Fatto a chi stona.
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Blog de Il Fatto
Commento al post di Pallante e Bertaglio “L’ipocrisia leghista è l’arroganza occidentale” del 4 ott 2011
“Per coloro che dicono di non volere immigrati, e però vogliono usarli come manodopera e consumatori, potrebbe venire fuori che la migliore soluzione al problema, e quindi anche alle loro ambasce, è semplicemente che l’Occidente smetta di sfruttare, ovvero di derubare, il Terzo mondo; potrebbe risultare che se rispettassimo il loro, di diritto a essere padroni a casa propria, i popoli del Terzo mondo se la caverebbero benino anche senza le nostre premure.”
Da:
http://menici60d15.wordpress.com/2009/05/24/immigrati-la-pieta-coi-numeri-e-altre-forme-minori-di-pieta/
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@Adamitaly. Giusto, la transizione demografica; e il “drilling and killing”, in Nigeria e altrove ?
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@giustizialista. Questo “ontolologizzare” la volontà dei poteri più forti, o le conseguenze della loro volontà, per cui la globalizzazione liberista, e le relative migrazioni, vanno prese come un dato di realtà non modificabile altrimenti è propaganda, mi pare un’impostura blasfema:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/24/il-doppio-cielo/
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@Giustizialista. Ricordo, nel 1981 come studente in scambio culturale in Israele, un Paese che ammiravo, che gli accompagnatori insistevano che Israele voleva la pace. A Metulla, al confine con Libano, chiesi a uno di loro a cosa servissero allora i giganteschi carri armati che portati su autotreni venivano ammassati in campi militari. Mi fu risposto che lì la sera si cuocevano salsicce e si suonava la chitarra attorno al fuoco. Il lato negativo delle salsicciate fu tempo dopo l’invasione del Libano. Tu mi hai ricordato questo episodio, equiparando, rubricandoli sotto lo stesso titolo “globalizzazione”, la scelta, arricchente ma facoltativa e libera, si spera, di aprirsi ad altre culture, con l’obbligo di salire su un barcone, abbandonare la propria terra, togliendosi di mezzo per favorirne lo sfruttamento, e divenire se si sopravvive degli sradicati, e spesso degli sfruttati; e equiparando il “siamo tutti fratelli” con l’obbligo per chi riceve di vedere il proprio lavoro messo a rischio da stranieri; l’obbligo per tutti di venire ridotti a consumatori isolati, omologati, privi di una cultura e di una storia comune profonde che li caratterizzi, tutti uguali rispetto al mercato; l’obbligo di credere, se non si vuole essere chiamati gregge, alle colorate retoriche del “melting pot”, smentite dalla Storia in USA. Non mi sembra che con questa propaganda tu vada contro il liberismo e gli interessi economici sui flussi migratori forzati, che a parole dici di “aborrire”.
Pubblicato in: "Speculazione", Alleanza della sinistra col clero, Anemizzazione del Sud, Berlusconismo, Buonismo, Censura su questioni bioetiche, Clero e buonismo, Clero e deuteragonismo, Coltivazione della viltà, Contronimi, Dal simpliciter al secundum quid, Danni e pericoli della globalizzazione, Degrado del tessuto sociale e atomizzazione sociale, Deuteragonismo nei blogs, Diritto all'informazione, Discriminazione istituzionale di cittadini, Disordine pilotato, Emarginati e deboli come fair game, Estetizzazione dei problemi politici o etici, Etica algebrica, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Forma democratica e sostanza pontificia, Frodi quantitative, Immigrazione e sfruttamento del Sud del mondo, Inautenticità della sinistra, Influsso delle oligarchie finanziarie, Leghismo, Manipolazione ideologica, Manipolazione mediatica, Opposizione deuteragonista, Perbenismo poujadista, Popolo, Praticità del teorico, Profezia che si autoavvera, Questione meridionale, Razzismo e persecuzioni contro etnie, Relativismo epistemico, Relativismo etico, Riconoscimento delle divisioni e divisione come valore, Scambio tra carità ed etica, Selezione avversa classe dirigente, Sinistra deuteragonista, Sterilità sociale, Strumentalizzazione della sessualità, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Sussiego della sinistra, Tipi antropologici proibiti | Lascia un commento »
13 maggio 2009
Blog “Uguale per tutti”
Commento al post “Elio e le storie tese” del 10 mag 2009
Caro dr Lima, grazie per la Sua risposta del 12 mag alle 9.24. Credo che su un punto siamo tutti d’accordo: non si può tacere; e non si può lasciar passare tutto. Ci dividiamo su cosa non può non essere contrastato, avendo evidentemente criteri diversi: secondo Lei, e la maggioranza, un caso come quello di Silvio-Veronica-Noemi ha priorità elevata, o è “obbligatorio”; secondo me invece questo è uno dei tanti argomenti che andrebbero messi in fondo alla lista, o respinti.
Il proteiforme Berlusconi ora ha assunto fogge priapee; l’opposizione invece ha come modello le figure pacate e intense di Enrico Berlinguer e Luciano Lama. Nonostante questa diversità di aspetto, su temi importanti vanno sorprendentemente d’accordo: la sanità integrativa, ma si possono fare innumerevoli esempi. In USA, assicurazioni mediche private significa decine di milioni di persone senza copertura medica, o, ciò che è più rilevante da noi, con copertura parziale; significa un rischio, basso ma non trascurabile, di bancarotta per le famiglie in caso di malattie gravi. Significa una medicina che, badando ai suoi interessi, spesso ti dà quello che non ti serve e che ti fa male, e non ti dà quello che serve.
Non so che forma prenderà in Italia la medicina delle assicurazioni, ma mi sembra che converrebbe bypassare le cento bubbole di Berlusconi, e le relative proteste dei compassati personaggi del centrosinistra, per occuparsi della loro singolare sintesi su tanti temi trascurati come questo. Anche perché Berlusconi il libertino e i “militanti severi” mentre si rinfacciano a gran voce la responsabilità di scandali da rotocalco come questo, sono inoltre accomunati dalla volontà di ottenere il silenzio, anche con le maniere forti, su certi loro comuni affari; certi loro comuni asservimenti, il protagonista col deuteragonista, al grande business, come quello della biomedicina.
A proposito delle principali ghiandole sessuali maschili, ovvero prostata e testicoli. Le diagnosi di tumore della prostata nei 5-10 anni intorno al passaggio di millennio sono raddoppiate, così che ora questo è il tumore più frequentemente diagnosticato negli uomini. Un fattore primario di sofferenza, malattia, danno economico, ha raddoppiato le sue dimensioni in un modo che può essere detto fulmineo. Gli addetti tacendo in nome del distacco scientifico, gli altri perché non lo sanno o possono dire di non saperlo, nessuno lancia allarmi su questo aumento brusco del carico di male, e discute dei rimedi. I toni sono piuttosto celebrativi. Ci sono molti elementi, e anche studi scientifici specifici, che indicano che tale impennata, sconcertante sul piano biologico, sia sostenuta da sovradiagnosi (es. Telesca D. Etzioni R. Gulati R. Estimating lead time and overdiagnosis associated with PSA screening from prostate cancer incidence trends. Biometrics, 2007. 64: 10-19).
Ovvero, con l’introduzione di un test di screening vengono reperite, etichettate come cancro, e trattate come tali, alterazioni morfologiche che biologicamente non si sarebbero comportate come cancro, e sarebbero state scoperte, eventualmente, solo all’autopsia, dopo la morte per altre cause. In serie autoptiche, tali lesioni, considerate carcinomi della prostata incidentali, sono state repertate con una frequenza che varia dal 15% al 50%, correlata all’età del paziente e a quanto è stata approfondita la ricerca.
Chi è addentro alla medicina ed è un poco smaliziato sa che la diagnosi clinica di cancro attualmente più frequente nell’uomo ha gravissimi problemi di falsa positività. Ma ciò è una di quelle che l’economista Galbraith ha chiamato “le frodi innocenti”: tutti gli insider sanno che è così, ma non la percepiscono come una frode, e fanno finta di nulla. E’ una situazione frequente nelle frodi dell’economia e della finanza.
Come per la Parmalat. Non varrebbe la pena considerare questo problema della diagnosi di carcinoma della prostata? Con tutte le cautele (incluse quelle sul falso dissenso medico); ma senza censure. Le terapie per il carcinoma della prostata possono provocare impotenza, e comportare la castrazione, oltre che l’asportazione della prostata: mentre guardiamo cosa combina Berlusconi, sono le nostre ghiandole sessuali ad essere messe a rischio, con la complicità del governo.
Ma di mezzo ci sono montagne di soldi facili, che non occorre riciclare, essendo puliti, e riveriti, dall’inizio; e un sacco di buoni o ottimi posti di lavoro. Se ipoteticamente chi comanda avesse dovuto scegliere tra i due temi, avrebbe pensato: meglio che si indignino sulle ghiandole di Berlusconi che sulle loro. Sugli scandali come questo facciamoli sfogare, ma sull’inflazione galoppante di diagnosi di carcinoma prostatico che ascoltino i messaggi addomesticati dei media, senza discutere. Infatti i media propagandano con la regolarità di piazzisti il business dello screening per carcinoma prostatico (è di queste ore la notizia che la Corte europea ha decretato che notizie giornalistiche in campo medico, prodotte da giornalisti formalmente indipendenti, possono costituire pubblicità; e quindi essere perseguibili come pubblicità illecita).
Per di più, parlando di Berlusconi sciupafemmine si ottiene come epifenomeno il risultato di alimentare il mito giovanilista, che, come è stato osservato, porta gli anziani a sottoporsi a test di screening. E il test di screening per carcinoma alla prostata di questo sostegno ne ha bisogno, perché non si è riusciti neppure a produrre, con tutti gli aiutini, prove scientifiche della sua efficacia. Due piccioni con una sassata.
Così abbiamo una differenza speculare tra mediatico (e qui chi più ne ha più ne metta) ed extramediatico (e qui censura) in tema di ghiandole sessuali maschili: Berlusconi che dice di spendere tre ore a notte in rapporti sessuali, e la triste fine di una parte dei tanti che incappano in una falsa diagnosi di carcinoma della prostata. Extramediatico cioè “fuori dal mediatico” o “escluso dal mediatico”. Extramediatico non vuol dire “extraterrestre”; però, siccome, come disse mi pare Giovanni Paolo II, “quod non est in video non est in mundo”, l’extramediatico sembra avere uno statuto ontologico più fragile rispetto al mediatico. Anche nel caso che sia quest’ultimo a essere inventato. Così l’extramediatico suona sempre un po’ marziano, e questo favorisce la sua emarginazione o censura. Soprattutto davanti ai trionfi del corrispettivo mediatico.
Questa distinzione può anche aiutare a comprendere lo sconforto di chi, tentando di togliersi il bavaglio per parlare dell’extramediatico, vede l’ennesimo grottesco “spottone” venire considerato – che per il mediatico equivale a venire celebrato – su stimabili luoghi di critica politica. Non dico e non penso che la crisi Noemi sia stata allestita per favorire il business sulla prostata. Ma va oggettivamente anche in quella direzione. Oltre che con l’effetto epifenomenico già detto, l’aiuta allontanando ulteriormente dall’extramediatico. Ci sono mondi possibili più o meno vicini, ci spiegano i filosofi, e così stiamo navigando sempre più lontano dal mondo reale.
Nel 2006, il New York Times, nella pagina del business, in un articolo parte di una serie sulla medicina intitolata “The sirens of profit” riportava come gli urologi statunitensi stessero investendo in una costosa e discussa macchina per la radioterapia del cancro della prostata, in quanto assicurava rimborsi dalle assicurazioni per cinquantamila dollari a paziente. Ogni anno in USA si fanno duecentoquarantamila di queste diagnosi. Il carcinoma della prostata è un cancro dell’anziano. Due settimane fa la Società americana di urologia ha stabilito di espandere ai quarantenni l’offerta del test di screening che ha provocato il raddoppio di diagnosi: se questa è l’aria che tira non so come farà Obama a ridurre la spesa sanitaria USA, da lui definita, pochi giorni fa, “fuori controllo” e “una minaccia per l’economia”. Obama, che sta negoziando un taglio alla spesa sanitaria di 2000 miliardi di dollari in 10 anni, segna un cambio di tendenza, ma non potrà cambiare il sistema.
Ci si lamenta che Berlusconi controlla l’informazione. Ma se ci sono argomenti-Noemi e argomenti-figli-della-serva non è solo colpa di Berlusconi. E’ Berlusconi che traccia il palinsesto, ma è l’intellighenzia deuteragonista che lo difende. Un’intellighenzia composta di figure eterogenee, che variano dal galantuomo al suo opposto; e che comprende lo scagnozzo dei preti; i quali hanno agenti in entrambi gli schieramenti, e sono i pupari; se ne ridono di protagonista e deuteragonista, e orientano verso l’esito desiderato lo scontro dei due paladini. Pupari come Mangiafuoco, che però era burbero, e aveva il cuore tenero.
Un tempo c’erano i magistrati un po’ occhiuti che facevano sequestrare le riviste pornografiche esposte nelle edicole. I critici sostenevano che serviva a non occuparsi di altre sconcezze. La pornografia dell’affettività, come per “Incantesimo” del quale ho parlato nel commento sui 18 anni di Noemi; e la pornografia del silenzio, su quanto sta avvenendo in oncologia, non le contrasta nessuna forza. Né formalmente né informalmente. A partire dai centri del dissenso.
Mi sembra poco importante, in senso relativo, e tatticamente controproducente, considerare notizie scandalistiche come questa di Noemi, lasciando nel silenzio ermetico tanti altri temi, es. quelli che indico. Mi chiedo quanti altri problemi, di settori che non conosciamo, restano coperti sotto il dissenso canonico. Qual è lo “spettro del visibile” per l’ufficialità, e qual è lo spettro del visibile per il dissenso ? Se sono ugualmente ristretti, se le lunghezze d’onda sono le stesse, o quasi, questa è una patologia del dissenso. Così il dissenso sarà predisposto a rispondere al potere come vuole il potere, e pronto a isolare e espellere quelli che non lo fanno. Che è quello che avviene. Mi sembra che senza il deuteragonismo, che non è questione di correnti ma di anima, la situazione non sarebbe così nera come dice Liotta; che sia il deuteragonismo che ha reso possibile “la resistibile ascesa” e il mantenimento al potere di personaggi e forze che davanti ad un’opposizione animata da un diverso spirito critico non potrebbero spadroneggiare.
Da quanto Lei scrive, mi sembra che da questo scambio possa emergere almeno un principio minimo condiviso, e che costituisce una regola semplice: il non rispondere ad alcuni scandali può avere un senso. Non può essere liquidato come un’imbecillità. Al contrario, bisognerebbe avere presente il pericolo – e la piaga – del deuteragonismo, e affrontare il problema della costruzione autonoma, indipendente e non ingenua della scala delle priorità.
Bisognerebbe avere presente anche la dicotomia mediatico/extramediatico. Il mediatico è spesso falso: a tale falsità può corrispondere un extramediatico, che in quanto tale non è visibile, ma che non solo è in questo mondo; può anche essere molto utile conoscerlo. Non è affatto una resa, un tacere, un’acquiescenza, un chiudere gli occhi, un lasciarle passare tutte, la scelta di “espungere” certo vistoso mediatico dal campo visivo per non farsi distogliere dall’extramediatico. Sarebbe necessario procedere ad un riequilibrio su base razionale tra le due entità, andando contro le impressioni istintive, ricordando che tendiamo a scambiare il media per il messaggio. Recuperare l’extramediatico, del quale ci siamo sbarazzati troppo frettolosamente con l’avvento dei media di massa, aiuta a ridimensionare il mediatico.
Resto quindi dell’idea che a volte è meglio tacere su certi scandali vistosi (soprattutto se sono di quelli che si commentano da soli), in modo da non tacere su altri, che sono poco visibili e attivamente nascosti. Forse quella dei castelli in aria è tra le demolizioni più difficili. Anche in uno scritto attribuito a J. Swift, “L’arte della menzogna politica”, si afferma che talvolta è preferibile combattere il potere della menzogna non contraddicendola; l’autore suggerisce di non confutarla ma di accettarla; e di modificarla con un’altra menzogna. Ma è curioso, Berlusconi sembra “non falsificabile”: non è facile pensare di aggiungere una menzogna credibile a quelle che impersona. Una volta che ci siamo riusciti, occupiamoci della sanità integrativa, dello screening per il cancro della prostata, oppure di qualcuno dei mille altri importanti temi, di tutti i campi, che sono orfani, che non hanno nessuno che si curi di loro. O almeno, non diamo una mano a coloro che, pagati o volontari, danno addosso a chi vuole presentare osservazioni su argomenti extramediatici.
Swift nella sua “Modesta proposta” per risolvere il problema della povertà in Irlanda consigliava, sulla base di un’analisi economica, di commerciare in bambini, da usare come alimento. Io vedo che oggi la sua proposta di nutrirsi di bambini in un certo senso è divenuta realtà. Oggi, dove problemi di miseria non ce ne sono, o forse sì, in quel settore chiave dell’economia che è la medicina si sacrificano dei bambini per produrre profitti. E, come ho descritto altrove (Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi) il deuteragonismo medico gioca appieno la sua parte in questa frode delle sovradiagnosi, che è molto brutta. Molto brutta per i minori, per gli adulti e per gli anziani.
La ringrazio per avermi aiutato con questa divergenza a mettere per iscritto ciò che penso. Un caro saluto.
Pubblicato in: Abolizione dell'opposizione reale, Agnotologia, Assicurazioni e frode medica strutturale, Avversione della sinistra deuteragonista per l'opposizione autentica, Berlusconismo, Biopolitica, Blogs, Censura del dissenso tecnico, Clero e deuteragonismo, Coltivazione del conformismo, Complesso biomedico-mediatico, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Crimine universitario, Depistaggi eziologici, Deuteragonismo medico, Deuteragonismo nei blogs, Diffidenza verso il potere, Diritto all'informazione, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Disordine pilotato, Dolo in medicina, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Frode medica strutturale, Funzione censoria del deuteragonismo, Iatrogenesi, Interventi della magistratura contro frodi mediche, Libertà dalla bugia, Malamisura, Manipolazione delle statistiche sul cancro, Manipolazione ideologica, Manipolazione mediatica, Manipolazione mediatica RAI, Medicalizzazione della vita, Neoalchimia, Opposizione deuteragonista, Opposizione verticale al potere, Paziente come supporto, Politica e biomedicina, Praticità del teorico, Prepotere del clero, Propaganda di malattie, Relativismo epistemico, Resistenza civile, Responsabilità del pubblico nella frode medica strutturale, Riconoscimento dell'extramediatico, Sanità lombarda, Silenzio osceno, Sinistra deuteragonista, Sovradiagnosi, Sovradiagnosi di cancro, Sovratrattamento, Strumentalizzazione della sessualità, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Successi spuri nella lotta al cancro, Tipi antropologici proibiti, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza e medicina, Violenza impunita, Violenza indiretta, Violenza occulta | Commenti disabilitati
31 marzo 2009
Blog “Uguale per tutti”
Post del 31 mar 2009
Non conosco a fondo il caso Genchi, ma vedo che lo difendono molte persone informate che stimo.
Ora, dopo 20 anni di attività, Genchi viene messo sotto accusa dalla magistratura e sospeso dal servizio per aver leso il prestigio delle istituzioni. Che la sua presenza sia “nociva per l’immagine della Polizia” è il contrario del vero: ricordandoci che esistono poliziotti che fanno il proprio dovere, Genchi preserva l’immagine positiva della istituzione polizia. Non condivido la fiducia espressa pubblicamente dal vicequestore Genchi nei confronti del Viminale e di viale Romania.
Vorrei riportare alcune considerazioni su aspetti collaterali della sua vicenda, per come viene presentata dalle prime pagine dei giornali. Sono aspetti che, al di là del caso, possono interessare coloro che vogliono contrastare democraticamente la criminalità di tipo mafioso e la connessa degenerazione dello Stato.
Il primo aspetto è la preparazione di Genchi come tecnico, e la sua scelta tecnicamente felice del settore di attività. Non dev’essere facile districarsi tra i tabulati telefonici, nel regno del combinatorio, dove basta permutare 10 fattori per ottenere 3.628.000 sequenze diverse; sospetto che le inverosimili notizie per le quali si fa credere che Genchi abbia messo sotto controllo quasi un quarto dell’intera popolazione italiana abbiano un’origine combinatoria.
Un altro aspetto che è stato sfruttato per farlo apparire come super-spione degli italiani è la natura altamente concentrata dell’informazione contenuta nelle utenze. Possiedo un cd, pieno per due terzi, che contiene 23 milioni di recapiti telefonici. L’ho pagato un euro: il “Giornale di Brescia” lo ha distribuito in allegato.
Genchi ha compiuto la scelta all’apparenza minimalista di trattare informazione di tipo sintattico. L’utenza A è in contatto con l’utenza B, al tempo x, e con l’utenza C, al tempo y. Un’informazione priva di contenuto semantico intrinseco: nonostante sia il testo col maggior numero di riferimenti a persone reali, solo i matti delle barzellette trovano interessante leggere come un libro l’elenco telefonico. Un’informazione che certo non elimina la necessità di interpretazione, ma la limita a dati di tipo semplice, ed oggettivi; e che si presta ad essere processata per estrarre nuova informazione e generare ipotesi da verificare con altri metodi. Perfino i familiari elenchi del telefono sono una miniera di informazione sintattica, dalla quale si possono estrarre informazioni nuove sulle relazioni tra le persone: importanti studi di genetica delle popolazioni sono stati condotti incrociando i cognomi degli elenchi telefonici.
In quest’era tecnologica le conoscenze tecniche possono essere un pericolo per il potere. Oggi con la tecnologia “si può ingannare tutta la gente per tutto il tempo” purché qualcuno non intervenga a svelare l’inganno con altri strumenti tecnici. Se Genchi non fosse così preparato, e non avesse scelto così bene il campo di cui occuparsi, forse ci sarebbero stati minori motivi per accanirsi contro di lui.
Il secondo aspetto è la doppia inaccettabilità per il potere, tecnica e culturale, dello strumento che Genchi ha usato. Il non avere mai fatto un’intercettazione, ascoltando colloqui cioè raccogliendo informazione semantica, ma essersi occupato solo di tracciare il traffico telefonico, è in un certo senso un’aggravante. Riducendo le relazioni tra soggetti potenti a grafi che possono essere studiati sistematicamente Genchi ha oltrepassato la linea del proibito.
Si può pensare che limitarsi al traffico telefonico sia poca cosa. Al contrario, Genchi ha coltivato nel campo delle investigazioni giudiziarie quello che la scienza, la scienza vera, persegue per ottenere i suoi successi: la riduzione al sintattico di un sistema complesso.
E’ quello che fanno nel marketing – un campo dove a differenza di altre discipline più nobili la ricerca è realmente rigorosa – i sistemi di “data mining”. O gli algoritmi coi quali analizzano automaticamente i dati i computer delle grandi strutture di spionaggio elettronico delle superpotenze, come quelle della NSA. Ma qui Genchi non andava a favore dei poteri forti.
L’informazione sintattica, il dato nudo, e per di più in Italia: dove per sviare dall’esaminare le cose nella loro essenzialità la Controriforma promosse il barocco e dove infatti “la linea più breve tra due punti è l’arabesco”. Dove la lotta alla mafia è come la tela di Penelope, Genchi ha allestito un telaio inverso, che produce il diagramma di trame e orditi.
Maestro di una tecnica e del relativo mestiere, Genchi è portatore involontario di un’eresia culturale. Andando verso il sintattico si va nella direzione opposta a quella intuitiva dell’oralità e dell’immagine alla quale ci hanno assuefatto i media. Un metodo alieno: obiettivo, razionale, maneggevole; inesorabile nella sua semplicità di principio.
Ottenere mappe di relazioni tramite il traffico telefonico. Quale reticolo di mafia, meridionale o del malaffare padano, potrebbe lavorare in pace se venisse oggettivato da questo genere di controlli? Contro le mafie meridionali gli strumenti di punta li abbiamo già: una produzione letteraria, oratoria e cinematografica da paura. Che fine farebbe l’invincibilità mitica della mafia, se anziché con l’epopea degli eroi e la facondia degli appelli antimafia la si combattesse coi tabulati sfornati dal PC, carta e matita?
Un metodo barbaro, inaccettabile per i nostri modi bizantini basati sul culto della parola, del soggettivo, delle infinite sfumature del linguaggio, dell’interpretazione arbitraria e contorta, dell’esegesi illimitata. Un metodo pratico e potente, che è la negazione del vorticoso immobilismo col quale si può lasciare invariato ciò che conta davvero.
Oltre al merito di ciò che ha scoperto, per esempio sull’eliminazione di Borsellino e la strage di Via D’Amelio, Genchi si è posto nella posizione di essere considerato una minaccia a causa dei metodi sintattici, tecnicamente troppo efficaci e quindi pericolosi, e culturalmente devianti rispetto al discorso consentito dal potere.
Col caso Genchi possiamo vedere gli auto-sabotaggi cui le istituzioni ricorrono per evitare di fare sul serio contro le mafie meridionali, e per consentire alle mafie padane autoctone di restare coperte. La repressione di tale metodo di ispirazione positivista rientra anche negli aspetti culturali della restaurazione reazionaria in corso.
Le conoscenze tecniche possono costituire una forma altamente efficace di opposizione e come tali vanno energicamente tenute sotto controllo; e se necessario schiacciate. Il caso Genchi ci mostra quella che dovrebbe essere una moderna via per l’opposizione al “Principe”: la via tecnologica, basata sull’informazione legalmente accessibile e sulla sua analisi. Purtroppo questa strada non viene ben percorsa, al punto da portare a volte a ripetere la domanda ormai banale “ma da che parte sta l’opposizione?”
Pubblicato in: Agnotologia, Associazioni a delinquere di stampo mafioso autoctone padane, Berlusconismo, Campagne istituzionali di discredito, Carattere nazionale e radici storiche del malcostume, Censura del dissenso tecnico, Depotenziamento lotta al crimine, Difesa istituzioni repubblicane dagli occupanti, Diritto all'informazione, Discriminazione istituzionale di cittadini, Disordine pilotato, Doppio Stato polizie segrete e associazioni di tipo massonico odierni, Fictio democratica, Fiducia nelle istituzioni, Forze di polizia, Inautenticità della sinistra, Istituzionalizzazione del crimine, Mafia meridionale e mafia fordista, Magistrati uccisi, Manipolazione linguistica, Metamafia, Misteri d'Italia e USA, Panottismo, Pericoli dell'antimafia, Persecuzione giudiziaria, Praticità del teorico, Raccolta conservazione e analisi dell'informazione sintattica, Relativismo epistemico, Resistenza e informatica, Selezione avversa classe dirigente, Tipi antropologici proibiti, Valore politico del dissenso tecnico | Commenti disabilitati
27 marzo 2009
Blog “Uguale per tutti”
Commento al post “Manganelli Canterini” del 25 mar 2009
Non conosco a fondo il caso Genchi, ma vedo che lo difendono molte persone informate che stimo. Ora, dopo 20 anni di attività, Genchi viene messo sotto accusa dalla magistratura e sospeso dal servizio per aver leso il prestigio delle istituzioni. Che la sua presenza sia “nociva per l’immagine della Polizia” è il contrario del vero: ricordandoci che esistono poliziotti che fanno il proprio dovere Genchi preserva l’immagine positiva della istituzione polizia. Non condivido la fiducia espressa pubblicamente dal vicequestore Genchi nei confronti del Viminale e di Viale Romania. Il solo nome “ROS” mi fa accapponare la pelle, non diversamente dal nome di quelle figure criminali alle quali è opposto così come il pollice è opposto alle altre dita della mano. Vorrei riportare alcune considerazioni su aspetti collaterali della sua vicenda, per come viene presentata dalle prime pagine dei giornali. Sono aspetti che, al di là del caso, possono interessare coloro che vogliono contrastare democraticamente la criminalità di tipo mafioso e la connessa degenerazione dello Stato.
Il primo aspetto è la preparazione di Genchi come tecnico, e la sua scelta tecnicamente felice del settore di attività. Non dev’essere facile districarsi tra i tabulati telefonici, nel regno del combinatorio, dove basta permutare 10 fattori per ottenere10!=3.628.000 sequenze diverse; sospetto che le inverosimili notizie per le quali si fa credere che Genchi abbia messo sotto controllo quasi un quarto dell’intera popolazione italiana abbiano un’origine combinatoria. Un altro aspetto che è stato sfruttato per farlo apparire come super-spione degli italiani è la natura altamente concentrata dell’informazione contenuta nelle utenze. Possiedo un cd, pieno per due terzi, che contiene 23 milioni di recapiti telefonici. L’ho pagato un euro: il “Giornale di Brescia” lo ha distribuito in allegato. Genchi ha compiuto la scelta all’apparenza minimalista di trattare informazione di tipo sintattico. L’utenza A è in contatto con l’utenza B, al tempo x, e con l’utenza C, al tempo y. Un’informazione priva di contenuto semantico intrinseco: nonostante sia il testo col maggior numero di riferimenti a persone reali, solo i matti delle barzellette trovano interessante leggere come un libro l’elenco telefonico. Un’informazione che certo non elimina la necessità di interpretazione, ma la limita a dati di tipo semplice, ed oggettivi; e che si presta ad essere processata per estrarre nuova informazione e generare ipotesi da verificare con altri metodi. Perfino i familiari elenchi del telefono sono una miniera di informazione sintattica, dalla quale si possono estrarre informazioni nuove sulle relazioni tra le persone: importanti studi di genetica delle popolazioni sono stati condotti incrociando i cognomi degli elenchi telefonici. In quest’era tecnologica le conoscenze tecniche possono essere un pericolo per il potere. Oggi con la tecnologia “si può ingannare tutta la gente per tutto il tempo” purché qualcuno non intervenga a svelare l’inganno con altri strumenti tecnici. Se Genchi non fosse così preparato, e non avesse scelto così bene il campo di cui occuparsi, forse ci sarebbero stati minori motivi per accanirsi contro di lui.
Il secondo aspetto è la doppia inaccettabilità per il potere, tecnica e culturale, dello strumento che Genchi ha usato. Il non avere mai fatto un’intercettazione, ascoltando colloqui cioè raccogliendo informazione semantica, ma essersi occupato solo di tracciare il traffico telefonico, è in un certo senso un’aggravante. Riducendo le relazioni tra soggetti potenti a grafi che possono essere studiati sistematicamente Genchi ha oltrepassato la linea del proibito. Si può pensare che limitarsi al traffico telefonico sia poca cosa. Al contrario, Genchi ha coltivato nel campo delle investigazioni giudiziarie quello che la scienza, la scienza vera, persegue per ottenere i suoi successi: la riduzione al sintattico di un sistema complesso. Quello che fanno nel marketing – un campo dove a differenza di altre discipline più nobili la ricerca è realmente rigorosa – i sistemi di “data mining”. O gli algoritmi coi quali analizzano automaticamente i dati i computer delle grandi strutture di spionaggio elettronico delle superpotenze, come quelle della NSA. Ma qui Genchi non andava a favore dei poteri forti. L’informazione sintattica, il dato nudo, e per di più in Italia: dove per sviare dall’esaminare le cose nella loro essenzialità la Controriforma promosse il barocco e dove infatti “la linea più breve tra due punti è l’arabesco”. Dove la lotta alla mafia è come la tela di Penelope, Genchi ha allestito un telaio inverso, che produce il diagramma di trame e orditi. Maestro di una tecnica e del relativo mestiere, Genchi è portatore involontario di un’eresia culturale. Andando verso il sintattico si va nella direzione opposta a quella intuitiva dell’oralità e dell’immagine alla quale ci hanno assuefatto i media. Un metodo alieno: obiettivo, razionale, maneggevole; inesorabile nella sua semplicità di principio. Ottenere mappe di relazioni tramite il traffico telefonico. Quale reticolo di mafia, meridionale o del malaffare padano, potrebbe lavorare in pace se venisse oggettivato da questo genere di controlli? Contro le mafie meridionali gli strumenti di punta li abbiamo già: una produzione letteraria, oratoria e cinematografica da paura. Che fine farebbe l’invincibilità mitica della mafia, se anziché con l’epopea degli eroi e la facondia degli appelli antimafia la si combattesse coi tabulati sfornati dal PC, carta e matita? Un metodo barbaro, inaccettabile per i nostri modi bizantini basati sul culto della parola, del soggettivo, delle infinite sfumature del linguaggio, dell’interpretazione arbitraria e contorta, dell’esegesi illimitata. Un metodo pratico e potente, che è la negazione del vorticoso immobilismo col quale si può lasciare invariato ciò che conta davvero. Oltre al merito di ciò che ha scoperto, per esempio sull’eliminazione di Borsellino e la strage di Via D’Amelio, Genchi si è posto nella posizione di essere considerato una minaccia a causa dei metodi sintattici, tecnicamente troppo efficaci e quindi pericolosi, e culturalmente devianti rispetto al discorso consentito dal potere. Col caso Genchi possiamo vedere gli auto-sabotaggi cui le istituzioni ricorrono per evitare di fare sul serio contro le mafie meridionali, e per consentire alle mafie padane autoctone di restare coperte. La repressione di tale metodo di ispirazione positivista rientra anche negli aspetti culturali della restaurazione reazionaria in corso.
Le conoscenze tecniche possono costituire una forma altamente efficace di opposizione e come tali vanno energicamente tenute sotto controllo; e se necessario schiacciate. Il caso Genchi ci mostra quella che dovrebbe essere una moderna via per l’opposizione al “Principe”: la via tecnologica, basata sull’informazione legalmente accessibile e sulla sua analisi. Purtroppo questa strada non viene ben percorsa, al punto da portare a volte a ripetere la domanda ormai banale “ma da che parte sta l’opposizione?”. Mi dispiace dirlo, ma il “travaglismo” appare soffrire di questa carenza. Qui stiamo discutendo sotto un ottimo articolo di Travaglio in difesa di Genchi, “Manganelli Canterini” Unità, 25 marzo 2008. La garanzia costituita dal suo nome però non è servita ad impedire che il forum non ufficiale www.marcotravaglio.it, dopo essersi spento improvvisamente e dopo un black out di quasi due mesi abbia azzerato tutto l’archivio e sia partito da capo, con un diverso indirizzo internet, adducendo ragioni tecniche e amministrative. Chi si prende la responsabilità di raccogliere commenti su un sito di opposizione e denuncia dovrebbe rendersi conto che, qualunque sia la qualità delle informazioni che accumula, sempre da valutare, sta producendo un data base “alternativo”, un piccolo servizio di controinformazione che può avere grande utilità per l’opposizione agli abusi e ai crimini del potere, come spiega Aldo Giannuli nel suo “Bombe a inchiostro” (BUR, 2008). Si dovrebbe stabilire il principio dell’obbligo morale a conservare disponibili in rete i data base indicizzati dei post e commenti pubblicati, magari facendo in modo che il loro volume non sia gonfiato da chiacchiere frivole, che spesso occupano la gran parte dello spazio (e sembra vengano incoraggiate). Questo obbligo riguarda fondatori, gestori, e anche gli stessi iscritti, che dovrebbero essere maggiormente responsabilizzati. Altrimenti si crea una sorta di siti civetta che raccolgono informazioni per quella che dovrebbe essere la controparte e poi scompaiono, inghiottendo tutto in ben altri data base. Su un forum come quello del defunto www.marcotravaglio.it (indirizzo che ora porta al blog ufficiale di Travaglio su Chiarelettere) ho trovato centinaia di informazioni e commenti illuminanti o comunque utili, che non andavano dispersi. Cancellare questi database è inoltre scorretto verso gli autori dei commenti, perché isola e oscura coloro che vi hanno riversato informazioni e idee, facilitando il lavoro a chi si occupa di misure repressive e rappresaglie. Sgombrare un sito dai dati già acquisiti per poter continuare a chattare a ruota libera tra amici è “lasciare la predica per andare alla farsa”, come dice un proverbio calabrese. E’ peggiorare il rapporto segnale/rumore, quello che Genchi ha invece ottimizzato nella sua attività di consulente. Il caso Genchi può fare comprendere quanto possa essere utile poter consultare un data base. Può fare comprendere come abbiamo a disposizione uno strumento potente, il computer, che può essere un’arma nella lotta impari. Può fare comprendere come sia sbagliata la tendenza del popolo dei blog a rinunciare alla potenza sintattica e di memorizzazione insita nel mezzo elettronico mentre privilegia l’opposto, l’oralità, con la valanga di affermazioni estemporanee presto dimenticate e rimosse. Anche se si oppongono alla persecuzione di Genchi, molti bloggers condividono coi persecutori l’impostazione culturale “crociana” (v. il recente saggio “Invertebrate left”) che porta a disprezzare gli aspetti tecnici e analitici: i blog sembrano a volte dei certamen letterari su chi produce le migliori invettive, preferibilmente contro un personaggio chiamato Berlusconi. Non ci si preoccupa di questioni “meccaniche e vili” come lo spazio disponibile sul server (che costa pochi euro all’anno, e che a mio parere chi scrive su un blog o un forum dovrebbe pagarsi di tasca propria); o come la necessità di lasciare disponibile in rete l’archivio indicizzato di quanto raccolto. A volte sembra di essere tornati alle effimere e velleitarie “radio libere” degli anni Settanta. Gli argomenti vengono presentati e fatti sparire a tamburo battente, con ritmi da televisione commerciale. L’effetto è quello di un cicaleccio sui massimi sistemi, che consolida lo status quo più di quanto non lo smuova. Una torre di Babele i cui lavori fervono ma restano sempre fermi al primo piano. Anche la casa editrice che si chiama, guarda un po’, “Chiarelettere” produce libri di denuncia spesso ricchi di solido materiale e scritti in bello stile, ma privi di indice analitico, nonostante gli strumenti elettronici ne rendano quasi automatica la compilazione. Un libro che sputtana mezza Italia ma non ha l’indice analitico è una denuncia che si azzoppa da sola. Una denuncia dove la normalizzazione comincia con la pagina successiva all’ultima. Crea nel lettore uno stato d’animo, ma lo scoraggia dal passare all’operatività con contestazioni puntuali. Chiedo ai blogger di contattarmi: se formiamo un gruppetto di almeno 4-5 persone possiamo, dividendoci il lavoro, produrre manualmente e mettere in rete gli indici analitici dei nomi e dei concetti principali di libri come “Mani sporche” (900 pagine) di Travaglio o “Il ritorno del principe” di Scarpinato. A dire il vero da certi autori ci si aspetterebbe che pongano all’editore l’indice analitico come mite condizione per la pubblicazione. Ma i data base e gli indici sono lontani dal nostro carattere mediterraneo. Io ho appreso della loro importanza in USA, dove ho visto che alcuni grandi centri di ricerca accademica hanno reso l’umile lavoro di archiviazione e indicizzazione dei dati uno strumento non meno efficace dei guizzi d’ingegno nei quali noi italiani identifichiamo la produzione di idee.
Pubblicato in: Agnotologia, Associazioni a delinquere di stampo mafioso autoctone padane, Berlusconismo, Campagne istituzionali di discredito, Carattere nazionale e radici storiche del malcostume, Censura, Censura del dissenso tecnico, Censurati e perseguitati riconosciuti, Coltivazione dell'ignoranza, Continuità tra destra e sinistra, Deontologia dei blogs, Depotenziamento lotta al crimine, Deuteragonismo nei blogs, Difesa istituzioni repubblicane dagli occupanti, Diritto all'informazione, Discriminazione istituzionale di cittadini, Disordine pilotato, Doppio Stato polizie segrete e associazioni di tipo massonico odierni, Fictio democratica, Fiducia nelle istituzioni, Forze di polizia, Inautenticità della sinistra, Istituzionalizzazione del crimine, Mafia meridionale e mafia fordista, Magistrati uccisi, Manipolazione linguistica, Metamafia, Misteri d'Italia e USA, Panottismo, Pericoli dell'antimafia, Persecuzione giudiziaria, Praticità del teorico, Raccolta conservazione e analisi dell'informazione sintattica, Relativismo epistemico, Resistenza e informatica, ROS, Selezione avversa classe dirigente, Tipi antropologici proibiti, Travaglismo, Valore politico del dissenso tecnico | Commenti disabilitati
9 marzo 2009
Blog “Uguale per tutti”
Commento al post “Eluana Englaro” del 25 feb 2009
Con le sentenze, come quella che ha permesso la morte di Eluana Englaro, e con gli interventi informali i magistrati stanno avendo un ruolo importante nel processo che sta portando all’introduzione del testamento biologico. Un processo culturale e legislativo che forse non è stato ben definito, nonostante abbia occupato tanto spazio sui media e sui blog. Il presente questionario, che si immagina distribuito a tutti i magistrati, è rivolto a illuminare alcuni dei tanti, troppi, aspetti lasciati in ombra (o attivamente soppressi) dalle forze che hanno animato il dibattito.
1) Il testamento biologico sta venendo trattato sotto l’aspetto bioetico, giuridico, religioso, filosofico. Ritiene che tale approccio sia completo, che non sia eccessivamente astratto, e che non tralasci aspetti fondamentali?
2) Si è scritto che il “diritto a morire” potrebbe divenire un “dovere di morire”. Di recente un’importante bioeticista britannica, baroness Warnock, ha sostenuto apertamente proprio questo: che i soggetti con l’Alzheimer hanno un dovere di morire, dato il peso che costituiscono per i familiari e per il sistema sanitario nazionale. La possibilità di restare più a lungo biologicamente in vita è dovuta solo in parte a tecnologie mediche, e non coincide con la distribuzione dei consumi medici ottimale per gli investitori. Considera plausibile che crudi calcoli contabili, legati agli enormi interessi sulla spesa medica, e all’invecchiamento della popolazione, abbiano un peso nella questione del testamento biologico ? Le risulta che il motivo economico sia stato adeguatamente preso in considerazione, valutato e discusso, o anche solo sfiorato, dai magistrati che si sono interessati al problema? Ritiene possibile che un movente puramente economico possa essere alla base dell’esplosione mediatica del caso Englaro e dei casi analoghi che sono sorti in altri paesi; ritiene possibile che gli aspetti etici, giuridici, filosofici, religiosi e sociologici mentre occupano tutta la scena non abbiano che un carattere strumentale, o quanto meno derivato (“sovrastrutturale” direbbero i marxisti)?
3) Ogni anno muoiono in Italia circa 550.000 persone, delle quali oltre 120.000 per tumore. Nel 2004 circa il 51% dei decessi ha riguardato ultraottantenni. Le persone in stato vegetativo sono circa 1.500. I casi di SLA sono circa 5.000. Il dibattito riguarda il cosiddetto “testamento biologico”, che è di interesse generale. I casi pubblici sulla volontà del paziente a fine vita, come Welby ed Englaro, riguardano però le forme estreme di condizioni patologiche particolari, che sono statisticamente poco frequenti, particolarmente innaturali sul piano clinico, altamente impegnative sul piano bioetico, impressionanti su quello emotivo: la crudele dissociazione totale tra mente e corpo della sclerosi laterale amiotrofica per Welby, che ricorda l’angosciante film “E Johnny prese il fucile”; le persone giovani che sopravvivono a lungo in uno stato vegetativo, come trasformate in piante per una maledizione mitologica o fiabesca, per Eluana. In realtà la grande maggioranza dei testamenti biologici riguarderà non queste singolari lungodegenze, ma i comuni malati terminali e le Rianimazioni, come già avviene da anni in USA. Riguarderà principalmente la durata e la velocità del comune decorso in discesa verso la morte; e solo secondariamente i casi di “agonia statica” come Welby e Englaro; che sono casi molto diversi, sotto tutti gli aspetti, dal comune modo di morire, e dal frequente attardarsi sulla soglia della fine. Non ritiene che un approccio razionale e onesto prima punterebbe a risolvere i problemi di fine vita per la massa dei casi comuni, la routine; e dopo, avendo una base, passerebbe ai casi più rari e difficili, i casi di scuola? Ritiene che sia corretto generalizzare, sul piano logico, etico, legislativo e giudiziario da questi casi particolarissimi ed estremi alla popolazione generale, che nella maggior parte dei casi muore in un ospedale per acuti, in genere in età avanzata, a seguito del precipitare di condizioni legate alle comuni patologie croniche? Non ritiene che stavolta l’espressione tanto abusata “non fare di tutta l’erba un fascio” sarebbe invece pertinente, e che non distinguere in base alla condizione del paziente possa portare a conseguenze inattese? Ritiene che tale generalizzazione sia un caso? Il suo fiuto di inquirente o di giudice le dice qualcosa riguardo alla possibile presenza di una regìa, di intenzioni e interessi non necessariamente leciti che pilotano il dibattito?
4) “La questione della “living will” [l’omologo del testamento biologico] non sarebbe mai sorta se le cure terminali non fossero state trasferite negli ospedali e medicalizzate”. Questa elementare affermazione di un medico anglosassone appare essere considerata superflua nell’attuale dibattito. Ritiene che come magistrato, che deve solo applicare la legge, Lei è esentato dal considerarla? La gente, che sul piano epidemiologico nella storia non è mai stata mediamente tanto in salute, visti i casi Welby ed Englaro si sta orientando in direzione di forme di eutanasia; addirittura alcuni stanno pubblicando il proprio testamento biologico con un video su Youtube. Sembra che molti ora temano non più solo la morte, ma temano di fare la morte del sorcio; di finire come quei marinai bloccati in sommergibili che non potevano più risalire, che preferirono suicidarsi. Ritiene come magistrato che ai cittadini stia venendo presentata una scelta equa? Che siano stati correttamente informati sui termini della questione e su tutte le possibili opzioni? Che stiano venendo spaventati e diseducati per poi forse essere frodati? Davanti ad un esposto per la pubblicazione di notizie tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico, o per il pericolo di istigazione al suicidio, avrebbe qualche esitazione, qualche commento non negativo prima di farlo archiviare?
5) Ritiene che i magistrati abbiano tenuto sufficiente conto degli effetti mediatici e culturali delle loro decisioni? Che abbiano tenuto in dovuto conto le conseguenze delle loro prese di posizione pubbliche rispetto a fattori economici nascosti, rispetto alla attuale condizione di medicalizzazione delle fasi terminali, e riguardo agli effetti della generalizzazione da casi limite?
6) Ritiene che i magistrati abbiano ben impiegato sull’argomento il loro patrimonio di conoscenze dottrinali ed empiriche? Date le sue conoscenze giuridiche, le pare limpida l’espressione “testamento biologico” per delle volontà da assolvere quando il testante è ancora in vita, almeno biologicamente? Ritiene utile e appropriato considerare sul piano giuridico il testamento biologico come una specie di liberatoria (ciò che in pratica è il consenso informato); o provare a vederlo, in una simulazione teorica, come un contratto a titolo oneroso, nel quale gli interessi non sono solo quelli del paziente, ma vi è uno scambio? Come esperto in contratti, non ritiene che possano esserci condizionamenti e interessi nascosti che danneggiano il contraente debole, tanto da rendere il contratto nullo?
7) Ritiene che i magistrati abbiano applicato il loro potere istituzionale con pari attenzione sulla tematica del fine vita al di fuori dei casi mediatici come Welby e Englaro? Le risultano indagini sulla qualità delle cure ospedaliere per i pazienti terminali? Crede che tutti i morenti vengano trattati coi guanti come Eluana? Che nella realtà non accada che si muoia negli ospedali in condizioni banalmente terribili?
8) Il dibattito è stato rappresentato come uno scontro tra posizioni “laiche” (favorevoli al testamento biologico) e cattoliche (contrarie, o restie). Ritiene che tale dualismo sia esaustivo delle posizioni possibili sul piano teoretico? Ritiene che il dibattito in corso sia realmente rappresentativo di posizioni dottrinali che si rifanno alla cultura laica alta e agli insegnamenti del Vangelo? Immagini una tabella 2×2 sul testamento biologico (o sull’eutanasia), che abbia come intestazione delle 2 colonne “favorevole”e ”contrario”, e come intestazione delle 2 righe “buone ragioni”e ”ragioni immorali”. Saprebbe riempire con delle spiegazioni le 4 caselle “favorevole per buone ragioni”; “contrario per buone ragioni“; “favorevole per ragioni immorali”; “contrario per ragioni immorali” ?
9) Ritiene che tutte le 4 possibilità descritte sopra siano state sufficientemente esaminate? Che si possano ridurre alla semplice dicotomia laici/cattolici? Ritiene che ci sia stato un appiattimento su posizioni convenzionali a scapito di altri punti di vista, sgraditi alle parti forti, ma forse non meno importanti e utili per i pazienti? Non ritiene intellettualmente codardo, e poco laico, propugnare la morte per inedia e allo stesso tempo ignorare i temi, più vasti e ben più antichi, dell’eutanasia e del suicidio quando la malattia fa sì che la vita venga percepita come inaccettabile o non più degna di essere vissuta? Forse esiste oggi una patologia iatrogena del fine vita, alla quale è limitato il dibattito in atto: la “agonia statica indotta artificialmente”. “L’incrodato” è l’alpinista fermo su una parete, che non riesce né a salire né a scendere. E’ davvero un sistema civile quello che provoca tali casi di “incrodati” e poi, ritirando le cure, si allontana e li lascia lì? Abbiamo creato un generatore di mostruosità prevedibili, che conferiscono all’eutanasia valore terapeutico? Non ritiene d’altro canto sventato e irresponsabile, soprattutto nel nostro sistema economico “senza pietà e senza sogni” (W. Benjamin), che si tralasci il principio aconfessionale della sacralità del corpo umano, baluardo contro le mai spente pulsioni discriminatorie e omicide della nostra specie (es. le soppressioni a fini eugenetici)?
10) Le posizioni laiche hanno per araldi figure come Umberto Veronesi, che dirige istituti clinici e di ricerca strettamente legati alla grande finanza e al profitto; e Ignazio Marino, grande sostenitore degli espianti a cuore battente. Le posizioni cattoliche corrispondono ad un’istituzione, la Chiesa cattolica, che ha anch’essa grandi interessi materiali sul tema, date le migliaia di ospedali cattolici. Ritiene che i due contendenti siano liberi da conflitti d’interesse? Ritiene che ciò che viene presentato come un dualismo insanabile laici/cattolici sia veramente tale sul piano pratico?
11) Nella ridda di pareri, vi è qualche flebile voce che se potesse farsi sentire sosterrebbe che il caso Englaro è un altro esempio di un teatrino laici-cattolici che è ormai consueto su temi di bioetica, e che ricorda i finti litigi che alcuni imbonitori inscenano tra loro per attirare l’attenzione del pubblico e convincerlo ad acquistare un prodotto. Ritiene che dietro le quinte possa esservi una vicinanza tra le forze “laiche” e quelle “cattoliche”, e una convergenza di interessi nell’introdurre presso l’opinione pubblica l’idea della necessità di accorciare le fasi terminali, in una forma più dipendente dai loro interessi che da quelli dei pazienti? Ritiene possibile che entrambi, con stili e accenti diversi, siano interessati ad un controllo di tipo “biopolitico” sulle ultime fasi della vita, e che la scelta tra le due posizioni ufficiali sia in realtà una falsa scelta, con un esito finale simile per il paziente nella gran parte dei casi?
12) “Paura di finire come Welby o Eluana, eh? Bene, quando arrivi vicino alla morte se vuoi ti stacco la spina; sempre che io dia l’OK dichiarando le tue condizioni tali da rendere applicabile il testamento biologico [dipende da quanto mi rendi nei due casi]”; “Sacrilego! Non puoi scegliere di morire [ergo sei in mio potere; e ti uso come supporto per lucrose terapie mediche quanto mi pare, in nome della difesa della vita; e siccome dopo il dibattito sul testamento biologico si sa che l’accanimento terapeutico è una brutta cosa, e anch’io lo considero immorale, se - come al mio concorrente laico - mi conviene liberare il tuo posto letto ci vorrà davvero poco, ridotto come sei]. Ritiene che tali posizioni abbiano alcunché a che fare con la trasposizione delle posizioni “laiche” e “cattoliche” nella realtà pratica?
13) E’ noto che in medicina non sempre gli interessi del paziente vengono al primo posto. I magistrati favorevoli alle rigide tesi cattoliche ritengono che la medicina praticata nell’ospedalità cattolica si distingua sostanzialmente da quella laica, e che tale differenza comporti una maggiore carità per il paziente, e un maggior rispetto per la persona? Ritengono che le cure negli ambulatori e nei reparti degli ospedali cattolici sono riconoscibilmente diverse da quelli laici, sacrificando vantaggi economici a favore di principi etici e religiosi, e fornendo quindi un fondamento tangibile e universale, nelle opere e non nella fede, alla pretesa della Chiesa di essere guida morale su questi temi? Le risulta una tendenza del clero a esercitare un controllo fine a sé stesso sulle persone, in particolare su quelle istituzionalizzate o in stato di dipendenza?
14) La magistratura appare orientata in buona parte sulla posizione “laica”. In un convegno di Magistratura democratica sui casi Welby ed Englaro tenuto presso l’aula magna del palazzo di giustizia di Milano il 16 feb 07 Veronesi ha sostenuto che i laici e i cattolici non sono dotati allo stesso modo, e che i medici “colti e consapevoli” andrebbero dalla sua parte. In effetti “cretino” viene da “chretienne”; molti cristiani appaiono come dei creduloni manovrati da un clero scaltro che mentre si dice portavoce del messaggio di Cristo prospera nel fango di questa terra. Condivide tale giudizio sulla superiorità dei laici? Questo aggregarsi sotto la bandiera di Veronesi è vera laicità o si tratta di posizioni “midcult”, di adepti guadagnati alla causa con la lusinga del titolo chic di “laico”? Ritiene che i “chretiennes” siano solo cattolici, o che ce ne siano tanti anche tra i laici, incantati dalle nuove imposture dei nuovi maghi col camice bianco, e seguaci dei sacerdoti della nuova risplendente religione scientista?
15) In USA l’avere compilato un ordine DNR (Do not resuscitate) risulta associato a povertà e ridotta possibilità di accedere alle cure terminali. I magistrati progressisti sono sicuri di stare dalla parte giusta stando dalla parte di Veronesi, cioè di Capitalia, Unicredit, Italcementi etc. ? Sono sicuri di non essere affetti dalla tendenza della sinistra italiana a farsi alfiere degli interessi del grande capitale ? Di non praticare la fine arte degli ex-PCI di cavalcare temi all’apparenza progressisti che in realtà servono interessi reazionari?
16) Le capita mai di avvertire una netta differenza e un ampio scollamento tra il dibattito in corso su Eluana Englaro e i sottostanti problemi etici del fine vita? Di provare un senso di nausea per il contenuto e i toni del dibattito, per le fiaccolate pro morte per sete e fame da un lato e i rosari a favore del dominio su un corpo senza persona dall’altro ? Ha l’impressione che i problemi etici reali del fine vita nonostante il gran parlare vengano poco sviluppati, e che anzi siano schiacciati da un dibattito artificioso e grottesco, sostanzialmente rozzo e primitivo, nel quale prendere posizione è ingannevolmente facile? In tal caso, si sente personalmente impreparato sulla soluzione dei formidabili problemi etici reali del fine vita che vengono alla luce una volta rimosso il cumulo costituito dal dibattito mediatico sul caso Englaro?
La redazione di “Uguale per tutti”, nell’introdurre l’editoriale sotto il quale il presente questionario è stato inserito come commento, fa appello alla capacità di farsi domande sul caso Englaro. L’autore del questionario, che risponderebbe affermativamente al punto 16, dispone di un surplus di dozzine di domande sul tema. Ai magistrati che rispondessero al presente questionario verrà inviato su richiesta un questionario omaggio, meno blando, con altre domande sulle responsabilità e gli interessi della magistratura nell’appoggiare l’introduzione del testamento biologico. All’occorrenza si possono preparare questionari con domande specifiche per il pubblico, per gli intellettuali e i bioeticisti, e per i giornalisti e i bloggers che discutono del testamento biologico.
Pubblicato in: Animalità razionale, Appoggio della magistratura alla frode medica strutturale, Avvicinamento clero e scientismo, Biopolitica, Censura del dissenso tecnico, Censura su questioni bioetiche, Clero e buonismo, Clero e compradora, Clero e frode medica strutturale, Clero e violenza, Collusione della magistratura col potere, Coltivazione dell'ignoranza, Complesso biomedico-mediatico, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Crimine dei colletti bianchi, Dal secundum quid al simpliciter, Degrado del tessuto sociale e atomizzazione sociale, Deuteragonismo medico, Difesa diritti fondamentali pre-costituzionali, Diritto all'informazione, Discriminazione pazienti anziani, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Disordine pilotato, Emarginati e deboli come fair game, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Eutanasia, Falso dilemma, Frode medica strutturale, Frodi quantitative, Iatrogenesi, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Inautenticità della sinistra, Influsso delle oligarchie finanziarie, L'uomo e la morte, Laicità all'italiana, Libertà di cura, Manipolazione ideologica, Medicalizzazione della vita, Midcult progressista, Opposizione deuteragonista, Politica e biomedicina, Praticità del teorico, Prepotere del clero, Riconoscimento dell'extramediatico, Scambio ruoli progressisti e conservatori, Scientismo, Scienza ad auctoritatem, Scienza e medicina come nuove religioni, Selezione opportunistica dei pazienti, Silenzio osceno, Sinistra deuteragonista, Sovratrattamento, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Supporto della religione all'oppressione, Sussiego della sinistra, Teatrino laici cattolici su questioni bioetiche, Testamento biologico, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza e medicina | Commenti disabilitati
17 dicembre 2008
Forum www.marcotravaglio.it
Post del 17 dic 2008
sito chiuso
La copertina del numero del 18 dicembre 2008 dell’Espresso mostra un’immagine che i media ci hanno reso familiare: un bambino in pigiama, con accanto una flebo e la pompa a infusione. Titolo: “Diossina e tumori. SOS BAMBINI. Rapporto choc sui piccoli colpiti dal cancro: in Italia sono il doppio rispetto al resto d’Europa. Dalle Marche all’Emilia, dalla Sardegna alla Campania. Inquinamento e alimentazione le cause”. Il servizio, di otto pagine, è a firma di Emiliano Fittipaldi, con un intervento del più famoso e influente oncologo italiano, Veronesi. Il sottotitolo spiega che “Crescono del 2% all’anno le neoplasie infantili in Italia. Con picchi spaventosi in prossimità di aree industriali o inquinate. Colpa di smog e pesticidi. E della contaminazione della catena alimentare”. Come è prassi in questi casi, il testo è difforme dai titoli perentori: nell’articolo gli specialisti affettano cautela prima di concedere che la causa dell’incremento di tumori pediatrici sia l’inquinamento. Come di norma, la procedura è invertita: prima la comunicazione al pubblico delle conclusioni; dopo verranno prodotti i dati scientifici e le dimostrazioni che supportano le conclusioni. Per me, che ho visto dall’interno come funzionano queste cose, è stato come sentire annunciare al telegiornale che la mafia è colpevole anche dei delitti del mostro di Firenze.
Il 13 dicembre ho tentato inutilmente di postare sul sito dell’Espresso il seguente commento all’articolo online:
“L’inquinamento è un’importante causa di cancro, senza dubbio da considerare nelle indagini su questa accelerazione esponenziale dell’andamento delle diagnosi di tumore pediatrico. Esistono evidenti elementi sul piano biologico, ed elementi giganteschi sul piano socioeconomico, che impongono di considerare anche un’altra causa generale, descritta in letteratura ma impresentabile al pubblico: la sovradiagnosi, cioè il diagnosticare e trattare come cancro neoformazioni che assomigliano al cancro ma non sono cancro. Gli epidemiologi stanno impostando una ricerca deviata, addossando tutto all’inquinamento e omettendo una pista d’indagine ragionevole ed anzi cogente, la sovradiagnosi. I giornalisti che inculcano nel pubblico l’idea che le cause dell’incremento sono esclusivamente esterne alla medicina creano un circolo vizioso alimentato da un gradiente di paura che spinge sempre più genitori e bambini verso esami diagnostici oncologici, e così verso la sovradiagnosi.”
La finestra di inserimento del commento dice che i caratteri disponibili sono 23, ma premendo “Invia”, dopo “trasferimento in corso, attendere…” appare : “ATTENZIONE, spiacente, hai superato il limite dei 1000 caratteri. Torna indietro”. Ho mandato un’email a Fittipaldi, pregandolo di fare in modo che il commento venga postato.
La foto del bambino (che in genere è cereo, senza capelli e malconcio, non roseo biondo sereno e sorridente come nella copertina) nel reparto oncologico la conosciamo tutti. E’ una delle icone del nostro tempo. Eppure molti secoli fa, nel 1977, alcuni tra i maggiori esperti al mondo scrivevano “Anche il più zelante dei pediatri vedrà pochi casi di tumori infantili in tutta la sua vita professionale” (La Clinica pediatrica del Nord America, vol. 9, n. 2. Piccin, 1977. Simposio sulla oncologia pediatrica. Pag. 155). In quell’era remota i tumori pediatrici erano un argomento esoterico, del quale si occupavano i subspecialisti. Oggi invece sono un tema giornalistico ricorrente. Un tema trattato anche dalla cronaca rosa, che le massaie hanno sulla punta delle dita, informate e aggiornate da Michele Cocuzza e dai suoi colleghi. Se ne parla tanto, e ne possono parlare anche cani e porci. Purché ne parlino in un certo modo. La cancerogenesi è prevalentemente chimica, e c’è un interesse dell’industria a coprire gli effetti cancerogeni dell’inquinamento e delle manipolazioni degli alimenti. Nel discorso sul cancro, i pesticidi appaiono essere trascurati rispetto al loro reale peso. I tragici effetti dell’usare l’atmosfera come un’invisibile discarica dobbiamo ancora apprezzarli appieno. Il controllo dell’inquinamento è molto sottovalutato come elemento chiave del controllo del cancro. Allo stesso tempo, paradossalmente, il pensiero unico impone che la causa del crescente incremento di incidenza dei tumori sia da attribuire a inquinamento e alimentazione e solo a questi fattori. Lo impone per evitare che vengano alla luce fattori ancora meno presentabili. Così abbiamo un Veronesi che minimizza, o nega del tutto, i pericoli quando si parla dell’inquinamento da inceneritori, e degli altri fattori cancerogeni derivanti dagli interessi dell’industria e della finanza; ma che si spende contro l’inquinamento quando bisogna chiedersi perché l’incidenza delle diagnosi di cancro continua ad aumentare. I progressisti italiani, ai quali l’Espresso si rivolge, corrono in soccorso nel combattere il sistema ripetendo a pappagallo gli argomenti forniti dal sistema stesso.
Conosco un medico, un certo Pansera (non il medico mafioso calabrese genero del “Tiradritto”, al quale telefonava Fortugno, e neppure il lombardo rubagalline che manipolava grossolanamente le cure alla S. Rita; un altro) che ha scritto, sotto forma di lettera all’Ordine dei giornalisti, un commento contro le manipolazioni mediatiche su temi riguardanti la salute pubblica: “Il leveraged buyout della fede pubblica nelle notizie mediatiche di successi scientifici e tecnici. Il caso del premio all’inceneritore dell’ASM di Brescia”. Ha dato la lettera anche a degli ambientalisti, e poco dopo gli ha telefonato la Casaleggio, proponendogli di pubblicarla sul blog di Grillo, offerta che ha accettato (Premio fai da te degli inceneritori. Blog di Beppe Grillo. 8 novembre 2006). “Medicina democratica”, la rivista storica della medicina “di sinistra”, invece non glielo ha chiesto, e neppure lo ha avvertito: ha pubblicato la lettera ad insaputa dell’autore, con titolo e sottotitoli arbitrari, facendone un articolo della rivista (Brescia: emblematica denuncia su un conflitto di interessi più grande dell’inceneritore ASM, di F. Pansera. Medicina democratica, n. 168-172. Agosto 2007). L’autore ha scoperto per caso di avere pubblicato un intervento sulla rivista che fu di Maccacaro: un onore, ma troppa grazia. Beato lui, che non deve neppure chiedere. Se invece un medico volesse dire che per spiegare l’elevata incidenza di tumori in zone come Brescia, dove gli ospedali hanno sostituito i capannoni, oltre che all’inquinamento bisogna guardare alle sovradiagnosi e al conseguente sovratrattamento; e che all’inquinamento non andrebbero imputati, oltre alle sue immense colpe reali, anche delitti che non ha commesso, allora invece di un tappeto rosso troverebbe davanti un muro di silenzio e ostilità.
Gridano “Sos” ma non credo che cerchino veramente aiuto per risolvere il problema. Una conseguenza notevole delle sovradiagnosi è che fa sembrare che si ottengano successi terapeutici. Curare i sani è molto più facile, appagante e redditizio che curare i malati. Lo spiego con una favola che non è per i bambini. Poniamo che nel paese di Acchiappacitrulli, o, se si ritiene il nome politicamente scorretto, a Springfield, da sempre ci sia un caso all’anno di tumore cerebrale, invariabilmente mortale. Un giorno un medico fa una scoperta, accidentalmente, come spesso avviene nella storia della scienza. Un sintomo del tumore cerebrale è la cefalea, che è anche un disturbo molto comune. Allo studio di questo medico si presenta lamentando cefalea un tipo particolarmente querulo, che in testa di anomalo ha solo la forfora, sul piano organico. Il medico è stanco e scorbellato. Dalla finestra aperta entra una zaffata di un fumo dolciastro, proveniente dal rave party che si tiene nel vicino centro sociale. Il medico sovradiagnostica la forfora come tumore cerebrale. Questo particolare paziente, che in realtà ha solo la forfora, ma essendo stato etichettato come malato di cancro al cervello come tale viene trattato, appare rispondere alle cure oncologiche alle quali il medico lo sottopone: sta male (a causa delle terapie), ma non muore dopo pochi mesi, a differenza di tutti gli altri casi precedenti. Alla fine viene dichiarato guarito dal cancro. Essendo stati diagnosticati e trattati in quell’anno non uno ma due tumori cerebrali, gli statistici, che come ha scritto Renzo Tomatis “in genere sono più svegli dei colleghi biologi”, segnalano che l’incidenza di tumori cerebrali è aumentata, ma si è riusciti a ottenere guarigioni del cancro al cervello in quella coorte di due persone, dimezzando i casi infausti e portando la sopravvivenza da 0 al 50%. Dopo alcuni anni di duro lavoro di sviluppo di quel primo pionieristico risultato, i medici del paese sono arrivati a diagnosticare dieci tumori cerebrali all’anno: nove sovradiagnosi su soggetti con la forfora più l’unico caso di autentico tumore cerebrale. Risulta che l’incidenza dei tumori cerebrali è molto cresciuta, ma la medicina ha fatto passi da gigante, arrivando a salvare il 90% dei malati. La mortalità per tumore cerebrale resta invariata: 1 sul totale della popolazione all’anno. Qualche anno avviene che la mortalità aumenti, perché le terapie, es. un intervento neurochirurgo o la chemioterapia, comportano un rischio anche per chi ha solo la forfora (nel frattempo ribattezzata “dermatite seborroica atipica” (DSA), e ulteriormente distinta secondo una scala di sette livelli di displasia, a rischio crescente di trasformazione tumorale). Col sistema dei nove forforosi i medici ora hanno, invece di un solo paziente all’anno con quella patologia, dieci pazienti; e presto molti di più, perché, grazie alla responsabile discesa in campo delle case farmaceutiche, propiziata dalla mediazione di politici e sindacalisti animati da passione civile, con la benedizione della Chiesa e la fattiva partecipazione di onlus, volontariato e tante realtà della società civile, sta per partire un programma di screening che riguarderà tutta la popolazione a rischio. I medici non devono più scervellarsi su come curare quell’unico caso annuale, per poi essere guardati con sfiducia dati i costanti insuccessi. Al contrario, ricevono soldi a palate e ossequio dalla gente, che affolla le sale d’aspetto dei loro studi, spaventata dall’epidemia di tumori cerebrali e riconoscente verso quei medici che riescono a guarire ben nove casi su dieci. O otto casi su dieci.
Nella realtà le cose ovviamente non avvengono così. Ma non vanno neppure come in un esperimento condotto da Enrico Fermi. Consideriamo ad esempio i linfomi. Capisco che a leggerlo non ci si crede, ma, come per altri cancri, non ci sono studi (basati su una correlazione tra istologia o altri esami e prognosi) che definiscano in maniera scientifica ed esaustiva benigno e maligno: cosa è linfoma e cosa non lo è. Si distingue bene, su basi empiriche, tra i quadri che sono agli estremi opposti, ma la distinzione nella zona grigia è lasciata a convenzioni, basate sulla morfologia o su esami indiretti di laboratorio che sono tanto sofisticati quanto non sufficientemente validati, o per nulla validati. Questa incertezza di fondo è stata incastellata entro una bizantina classificazione dei vari sottotipi. Sarebbe invece indispensabile avere criteri fedeli al vero, solidi e chiari, perché il tessuto linfoide, che è deputato alla risposta immunitaria, ha una notevole capacità fisiologica di proliferazione, anche clonale, che può mimare il cancro. Una capacità particolarmente spiccata nell’infanzia, quando viene a contatto con nuovi stimoli antigenici. Nell’infanzia il tessuto linfoide è il tessuto col tasso di crescita più rapido, dopo di che subisce un’involuzione. E’ noto almeno dalla fine degli anni Cinquanta che alcuni stimoli, come la somministrazione di certi farmaci, possono provocare proliferazioni pseudolinfomatose. Risale ad almeno 40 anni fa la nozione che è sufficiente la reazione ad uno stimolo antigenico, come una vaccinazione, a simulare un linfoma (Hartsock R.J. Postvaccinal lymphadenitis: hyperplasia of lymphoid tissues that simulates malignant lymphoma. Cancer, 1968. 21: 632-649). I nuovi sofisticati test molecolari indiretti più che superare tali trabocchetti permettono di meglio cadervi dentro, instillando una sicurezza infondata, facendo credere a chi vuole crederci che i falsi positivi sono un problema ormai superato, da non prendere neppure in considerazione nelle indagini sulle cause dell’incremento annuo dei linfomi nell’età da 0 a 14 anni: un allarmante +4,6%, contro il +0,9% europeo. Un ingrossamento linfonodale è un’evenienza comune, che non sempre è legata ad una causa evidente come una carie dentaria. Se, sulla spinta degli Sos mediatici, aumenta il numero dei bambini con ingrossamento linfonodale che vengono riferiti a centri specialistici e sottoposti a biopsia per escludere un linfoma; e se, basandosi sui “rigorosi” ma in realtà traballanti criteri ufficiali, si diagnosticano come linfoma alcune particolari proliferazioni reattive, non neoplastiche, dei linfonodi dei bambini, allora la frequenza di linfomi nei bambini balzerà in alto, e le stime sulla percentuale di bambini con linfoma vivi dopo 5 anni sembreranno migliorate. Come ha scritto Tomatis, gli statistici sono sì molto intelligenti, ma “stringono al laccio di una formula, e strozzano, dati sperimentali o epidemiologici che andrebbero considerati in un contesto biologico del quale hanno scarsa conoscenza”. Si confermerà che è in corso una specie di epidemia, ma c’è salvezza nelle cure, e si sarà così instaurato un circolo vizioso. Se sono sufficientemente gonfiate con le sovradiagnosi, le percentuali di sopravvivenza possono falsamente apparire migliorate perfino se il numero di bambini deceduti per linfoma autentico – o per le pesanti terapie oncologiche – in realtà aumentasse. Non è difficile che si inneschi un circuito del genere; anche perché l’errore sistematicamente orientato alla sovradiagnosi comporta vantaggi. Pane, lavoro e gloria per i medici e ricercatori; maggior volume d’affari per il business medico, del quale fanno parte anche media e giornalisti.
Gli sbandierati successi sul cancro, “ci si ammala di più ma si muore di meno”, sono legati a questo equivoco. Le sovradiagnosi provocano miglioramenti spuri della sopravvivenza, che è data dalla frazione delle persone vive tra quelle che sono state trattate. Ma non migliorano la mortalità, e possono peggiorarla. La mortalità è data dalla frazione di persone che muoiono di un determinato tumore rispetto alla popolazione generale. Si crede intuitivamente che al variare di uno dei due indici l’altro vari necessariamente in senso opposto, ma non è così. Sopravvivenza e mortalità non sono misure complementari: può accadere che l’intervento medico, e in particolare la sovradiagnosi, migliori (fittiziamente) la sopravvivenza e peggiori (realmente) la mortalità, cioè faccia elevare entrambi gli indici (Reich J.M. Improved survival and higher mortality. The conundrum of lung cancer screening. Chest, 2002. 122:329-337. Reperibile su internet). L’articolo mostra che sovradiagnosi possono avvenire anche per entità diagnostiche dai contorni più definiti dei linfomi, quali i carcinomi polmonari. Delle due grandezze quella più valida come indice dell’efficacia delle cure è la mortalità. (Di recente, anni dopo che un importante epidemiologo aveva osservato come la mancata riduzione della mortalità sbugiardasse i proclami di progresso contro il cancro, sono stati riportati modesti cali relativi di mortalità, alcuni autentici, come quelli attribuiti alla riduzione del fumo di sigaretta, altri discutibili e criticati; nel 2002 il National Cancer Institute ha abbandonato le promesse di un futuro senza cancro, predicendo per il 2050 un raddoppio dell’incidenza). I successi terapeutici di cui parlano i giornalisti, e gli scienziati che i giornalisti intervistano, si riferiscono il più delle volte alla sopravvivenza, anche se la chiamano “mortalità”. La sopravvivenza più diagnosi si taroccano più migliora. Diversi tipi di tumore si prestano, dato il contesto biologico, a questo gioco. Il pubblico non si stanca mai di sentirsi ripetere la stessa favoletta dei successi terapeutici, che comporta un aumento dei valori dell’incidenza. Purtroppo non c’è un Travaglio del giornalismo medico che sappia e voglia fare chiarezza (o se c’è l’hanno già sistemato), mentre ci sono tanti giornalisti medici che mangiano amplificando l’equivoco, agitando paure e speranze che vanno molto oltre le giuste paure e le giuste speranze, rastrellando così bambini e adulti verso la tramoggia dell’industria oncologica.
Epidemiologia, pagina 1: “association is not causation”. I picchi di incidenza di cancro associati alle aree industriali sono anche associati ad aree dove l’oncologia è parte integrante del sistema industriale ed è fattore di crescita economica. La linea della medicina industriale si va estendendo al Sud. Il cancro aumenta nelle aree più moderne del Sud, che adottano la medicina del Nord; e in quelle dove maggiore è l’inquinamento, e quindi maggiore è l’esposizione ad agenti cancerogeni, ma dove è maggiore anche il degrado sociale, e quindi la vulnerabilità a manipolazioni e ad uno sfruttamento economico selvaggio e incontrollato, come la Campania. Al Nord un armonioso e ordinato sviluppo dell’industria del cancro ha creato successo sociale e benessere. La regione con i più bassi tassi di incidenza e mortalità per tumore standardizzati per età finora è stata la Calabria, la solita ultima della classe, mentre le province del Nord verso le quali si indirizzano i “viaggi della speranza” dei meridionali malati di cancro brillano come il fanalino di coda nelle statistiche sul cancro. In un articolo del 1974 sul Lancet, Ivan Illich osservava che le regioni povere sono a volte risparmiate dagli effetti più sinistri della medicina iatrogena. E’ probabile che con l’arrivo della civilizzazione tra pochi anni il Sud potrà vantare statistiche sul cancro simili a quelle del Nord, e forse anche peggiori. Conseguenza del maggior inquinamento e degli alimenti industriali, ma anche della iatrogenicità della tanto invocata medicina “d’eccellenza”.
Con l’attuale incremento annuo medio ufficiale del 2%, (è verosimile che la situazione reale sia ancora peggiore) i tumori pediatrici potrebbero raddoppiare in 35 anni. Ma il fenomeno è generalizzato: le statistiche ISTAT riportano che in Italia l’incidenza del carcinoma della prostata, un cancro dell’anziano, è quasi raddoppiata in appena cinque anni, con un incredibile +94% tra il 1998 e il 2002. (a riguardo vedi: Tombesi M. Il PSA avanza ma il tumore non recede. Occhio clinico Aprile 2007. Reperibile su internet). Come se il cancro fosse l’epifania della Grande livellatrice, un’inerzia accomuna le classi sociali, i semplici e gli istruiti, chi è ricco e chi non ha nulla da perdere. Tutti accettano supini, senza fiatare, il pacchetto completo: l’impennata più le spiegazioni allegate dagli stessi soggetti che ne beneficiano. Azzardo l’ipotesi che l’incidenza doppia di tumori pediatrici rispetto al resto d’Europa sia un indice della particolare mancanza di spina dorsale degli italiani, che li rende da un lato cinici esecutori e dall’altro facile preda di queste truffe di alto bordo. Sono pronti a lanciarsi in chitarronate lacrimose sul bambino malato, ma non pensano a proteggere i bambini chiedendosi se non stiano avvenendo, in una forma diffusa, sofisticata, istituzionalizzata e impersonale, manipolazioni truffaldine a scopo di lucro del genere di quelle che tutti hanno visto col caso S. Rita, dove la frode medica ha fatto la sua comparsa presso il grande pubblico, sia pure in una versione rozza e primitiva, che sta alle manipolazioni alle quali mi riferisco come banconote false ottenute con una fotocopiatrice a colori stanno alle banconote false che un istituto di emissione stampi con cliché autentici, duplicando serie e numeri di biglietti che aveva già stampato legalmente (ciò che fece nell’Ottocento la Banca Romana). (Questo sul piano tecnico; sul piano politico, è stato un segnale ai medici che pensano di poter parassitare a piacimento gli oliati meccanismi di precisione della frode medica strutturale, rovinandoli con le loro truffe pedestri, e mettendo così a repentaglio, per racimolare quattro soldi, un business che si misura in miliardi e in centinaia di miliardi; e forse anche un segnale “pro domo sua” di magistrati e polizia affinché i medici escludano dalle truffe le categorie privilegiate, riservandole alla gente comune). Asportare un lobo polmonare per polmonite, al fine di intascare i soldi del rimborso, come è avvenuto alla S. Rita, è un imbroglio da medico di Jacovitti, che taglia la gamba al paziente col saracco del falegname; ma il citato articolo di Reich mostra come sia possibile arricchirsi asportando addirittura lobi polmonari senza reali indicazioni, e provocando quindi incrementi della morbidità e mortalità, basandosi però su motivazioni apparentemente razionali e scientifiche. Dagli organi interni come il polmone si dovrebbe poi passare a esaminare i casi di strutture anatomiche non critiche per la sopravvivenza: a cominciare dalla mammella, il regalo di Dio ai chirurghi, quelle ghiandole sudoripare modificate che sembrano messe sul torace apposta per eseguire interventi chirurgici, e altri lucrosi interventi medici, amputandole o svuotandole a catena di montaggio e con poco rischio. Si potrebbe paragonare, attirandosi i fulmini dell’inclita e del volgo, i fibroadenomi e la mastopatia fibrocistica curate alla S. Rita mediante quadrantectomia e radicalizzazione (che è un po’ come curare una pustola acneica localizzata sul naso mozzando il naso) con le neoplasie in situ della mammella curate nei centri “seri” in seguito agli screening di massa, dove il grottesco si confonde con complessi aspetti biologici, e dove occorrerebbero tanta onestà e discernimento, mentre a regnare sono altri valori.
L’articolo dell’Espresso mostra che su una cosa importante come la salute si superano gli steccati, che già non sono molto alti: c’è un accordo bipartisan per fare girare il tritacarne stampasoldi che è diventata la medicina. Mostra come il ruolo della sinistra sia quello di fare da spalla, da compare, agitando temi pseudoprogressisti, dicendo cose che suonano “di sinistra” ma che in realtà reggono il gioco a quella che dovrebbe essere la controparte. La presente critica dell’articolo mostra che nella società avanzata il dissenso tecnico può fornire ciò che è oggi è carente, una forma attuale di dissenso politico, capace di contrapporsi al blocco di potere destra/sinistra.
La medicina è anche una forma di religione secolare, e oltre alle simpatiche reazioni degli interessi che va a toccare, chi scrive queste cose deve temere la reazione del pubblico. Spesso quelli che si lasciano intortare come babbei dall’attuale scellerata medicina commerciale sbranano chi tenta di aprire loro gli occhi, come alcuni commenti a questo post su questo illuminato forum potrebbero mostrare. Salvo eccezioni, non risponderò ai commenti. Il post è scritto per tutti; un sommesso augurio di serenità per il Nuovo anno; ma è indirizzato alla minoranza di lettori che sono in grado di valutare questa pulce nell’orecchio, in base al buon senso e alla conoscenza del mondo se non su base tecnica. Spero che ne tengano conto, e che aiutino chi è esposto senza difese a questi raggiri. Gli altri, forse è bene che continuino a portare senza remore i loro figli, e sé stessi, alla medicina che è sostenuta e protetta dal gruppo editoriale Repubblica-l’Espresso, dagli illustri luminari che vi scrivono, dalle forze produttive, e dalle benemerite istituzioni dello Stato.
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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia
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