Archivio per il 'Misteri d'Italia e USA'Categoria

Terrorismo multipronged ?

19 maggio 2012

Blog di Aldo Giannuli

Commento al post “L’attentato di Brindisi” del 19 mag 2012

Come il prof. Giannuli, davanti a questo fatto abbandono le remore metodologiche e dico anch’io la mia. Anzi, in parte l’avevo già detta:

“C’è la possibilità che questo governo “Vaticano-Loggia Continua”, che dovrà raccogliere quanto Berlusconi ha seminato, si avvalga di un qualche ritorno del terrorismo? Come standard negativo dal quale trarre credibilità, legittimità e consenso:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/ “

(Blog di Aldo Giannuli – Commento al post “Due parole sul nuovo governo” del 21 nov 2011))

“Vedo che tra i compiti del ministero attualmente diretto da [Cancellieri] c’è anche questo, di educare il popolo ad accettare le ruberie, gli abusi, le frodi, le violenze “legali” dei poteri forti dell’economia; educarlo a convincersi che quelle dei banchieri o degli assicuratori non sono ingiustizie e soperchierie che il cittadino ha il diritto e il dovere di contrastare, ma una realtà immodificabile; che non accettare è vano e stolto, e può anche essere pericoloso per il cittadino, esponendolo a rappresaglie. Educare il popolo a credere che gli unici grandi attentatori alla convivenza civile e alla giustizia sono la mafia e il terrorismo. Questo caso di estorsione, piccolo, ma sfacciato quanto una richiesta di pizzo, è un esempio dell’applicazione del principio che il Ministero degli interni difende a mano armata, e promuove con una zelante attività “pedagogica”. (Email a un importante manager italiano, il giorno prima della bomba ai liceali a Brindisi).

D’altra parte, analisi di esperti, come Giannuli qui, e Comidad sulla gambizzazione dell’AD di Ansaldo nucleare (Attentati false flag, attentati true flag e attentati flagless, 5 mag 2012), indicano per questi attentati con la didascalia (pistola Tokarev, Scuola Morvillo Falcone) anche un’altra pista non così ovvia: quella della predazione del pesce grande a danno del pesce medio; ipotizzando scenari che hanno evidenti analogie con quello degli attentati che nei primi anni Novanta aiutarono la transizione politica voluta dai poteri extranazionali. Le due ipotesi non sono incompatibili: gli attentati potrebbero essere operazioni “multipronged”, cioè “a più punte” (come le punte di un forcone); mentre non si può dire nulla sugli esecutori materiali, sembra di intravedere alcuni dei rebbi, cioè parte della molteplicità dei fini.

1) Siamo ai tempi nei quali i barbari ci chiedono sempre più oro, e lo pesano con bilance truccate; non c’è da stupirsi che per prevenire o reprimere malcontento e esitazioni aggiungano all’altro piatto il peso della spada. Quindi, le solite bombe pedagogiche, rivolte a noi Ciccioformaggio, cioè al popolo che non ha il coraggio neppure di parlare, per spingerlo a stringersi spaventato, sottomesso e riconoscente alle istituzioni corrotte che lo derubano e lo vendono; e che lo proteggono dall’uomo nero: la mafia, il terrorismo politico, qualche spostato. Dopo l’eruzione esplosiva, parte come al solito la colata di retorica che spazzerà via qualsiasi reazione democratica seria.

2) Inoltre, un messaggio ai Manutengoli, cioè la classe dirigente, perché da un lato continuino imperterriti a salassarci per loro conto, ma dall’altro si accontentino della paga e delle commissioni, stiano al loro posto e cedano qualche altro osso. Due giorni prima della bomba a Brindisi c’è stata una reazione dell’ABI, con toni fermi che è insolito sentire da istituzioni italiane, all’attacco straniero contro le banche italiane, e la Consob ha convocato Moody’s. “Un’aggressione, “all’Italia, alle sue imprese, alle sue famiglie, ai suoi cittadini”, che conferma il ruolo di “destabilizzazione” delle agenzie di rating con i loro giudizi “parziali e contraddittori” “ (M. Meggiolaro, Il Fatto).

3) Con l’occasione, anche un messaggio contro le Impurità della magistratura, con un attentato pochi giorni prima della ricorrenza dell’assassinio a Capaci di un magistrato di eccezionale spessore. Un’intimidazione verso eventuali elementi che invece di servire i padroni del mondo vorrebbero fare i magistrati. Perché si fermino, o comunque non passi per la testa alla massa dei loro colleghi di imitarli, o di muovere qualche passo in quella direzione. A proposito di “anarchici informali”, una curiosità: tra le motivazioni del premio che l’FBI ha conferito a De Gennaro c’è quella di essere stato un “consigliere informale” degli ambasciatori USA in Italia.

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Blog Il Corrosivo

Commento al post di M Cedolin “Bomba a Brindisi, utilità della tensione” del 19 mag 2012 

Segnalo il post “Terrorismo multipronged ?” sull’attentato avvenuto nella città che è il porto d’imbarco per la Grecia:

http://menici60d15.wordpress.com/2012/05/19/terrorismo-multipronged/

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Blog de Il Fatto

Commento al post di G. Chiesa “Il tempo dei Breivik” del 21 mag 2012 

Così se uno dà segni di insofferenza ai  taglieggiamenti legali eseguiti mediante il potere dello Stato, o con la complicità dello Stato, a favore di interessi privati; se uno non è sufficientemente mansueto nell’accettare di venire derubato di denaro buono ricevendo in cambio servizi mediocri o pessimi, quando ci sono; allora potrebbe essere classificato come un potenziale terrorista. Se uno dà in smanie per il pizzo legale eccessivamente pesante, per torti (o provocazioni) subiti da un potere che non lo fa campare; e,  come Renzo quando andava da Azzeccarbugli, a vederlo pare un matto, allora potrebbe essere uno che, nelle parole del PM Di Napoli “ce l’ha col mondo”, e quindi è capace di mettere le bombe.  Una tesi a dir poco azzardata (ma non è escluso che la “conferma” ad affermazioni così perentorie venga a posteriori) ma che è quella delle “istituzioni”, e che fa comodo alle “istituzioni”. La si potrebbe ribaltare considerando che la sua introduzione e diffusione sia una delle molteplici finalità dell’attentato di Brindisi; e anche di altri, come quelli di questi mesi verso Equitalia:

Terrorismo multipronged ?

http://menici60d15.wordpress.com/2012/05/19/terrorismo-multipronged/

Forse siamo “Al tempo dei Breivik” nel senso che ora ci si avvarrà di spostati più o meno autentici per tenere buono il popolo bue con la minaccia del terrorismo; anzi con la minaccia di essere etichettato come potenziale sovversivo, se non si sta zitti e chini nel farsi togliere diritti e opportunità, e se non ci si presenta a richiesta coi soldi in bocca. Un terrorismo che dà la possibilità di eliminare voci scomode trattandole come potenziali focolai generatori di crimini efferati. Che la tesi sviluppata da Giulietto Chiesa vada a sovrapporsi a quella delle “istituzioni”, che hanno una pratica pluridecennale nel terrorismo pilotato, potrebbe essere una coincidenza dovuta a grande capacità e grande onestà intellettuali; ma anche no.

Giustizia per Piazza Loggia

17 aprile 2012

Segnalato sul sito di Aldo Giannuli

nei commenti al post “Sentenza di Brescia e giustizia in Italia: ne vogliamo parlare?” del 17 apr 2012

 

Strage impunita? Tranquilli, ci faranno un bel filmone che in un piacevole dopocena appagherà l’anelito democratico dei più; pure meglio di una sentenza. Non state a guardare il capello.

Per quelli che invece pensano che quando succedono queste cose la campana suona per tutti, e sono disposti a considerare altre versioni oltre a quelle che hanno libero corso, una testimonianza sul servilismo di forze di polizia, magistratura, sinistra e gente comune rispetto ai poteri che allora vollero la bomba e che oggi continuano ad essere serviti in altri crimini:

Giustizia per Piazza Loggia

http://menici60d15.wordpress.com/2012/04/17/giustizia-per-piazza-loggia-lequazione-impossibile/

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Se x+2=3x, quanto vale x? Vale 1. E se x+2=x+3, quanto vale x? Non c’è soluzione. E’ un’equazione impossibile. Lo stesso avviene con la giustizia. Un’azione giudiziaria è come un’equazione nella quale l’incognita x sono le responsabilità penali. Come per quegli oggetti potentissimi che sono le equazioni, si tende a credere che la giustizia sia sempre in grado di dare un risultato significativo; tutto sta nel riuscire a ottenerlo. Ma anche nella giustizia ci sono equazioni impossibili, che per loro natura non possono dare risultato; che corrispondono a situazioni nelle quali la responsabilità, l’incognita, sta su entrambi i membri dell’equazione, a sinistra e a destra del segno uguale, e non ci sono termini aggiuntivi che possano permettere di portarla da un lato solo, lasciando la soluzione dall’altro lato.

L’espressione “strage di Stato” è una di quelle che sono meno coraggiose di quanto sembrano. Nasconde il fatto che lo Stato non ha neppure agito in maniera autonoma, per quanto perversa, ma è stato strumento di poteri sovranazionali, interessati a tenere lo Stato e la nazione in una condizione di subalternità, influenzandone la politica interna. Parimenti il corollario, espresso da Sciascia, “lo Stato non può processare sé stesso” sembra un’affermazione forte, mentre è una descrizione affievolita di una realtà nella quale lo Stato non può processare – e neppure nominare – i mandanti che serve, prima di non poter processare sé stesso come esecutore. Dipingere poi la strage come opera di fascisti, che furono solo la bassa manovalanza, contrapposti ai nobili antifascisti, che con gli angloamericani hanno sempre avuto un rapporto a dir poco ambiguo, è un ulteriore passo verso la mistificazione.

Non da commentatore né tanto meno da esperto di terrorismo, ma da parte lesa e testimone, desidero lasciare memoria della mia esperienza. A Brescia, per chi è nel mirino dei poteri forti, sembra quasi di stare in una dependance della vicina base Nato di Ghedi; con comando USA e personale italiano. Gli stessi poteri esteri che vollero la strage del 1974 oggi comandano a bacchetta, e continuano ad essere serviti nei loro disegni, aggiornati ai tempi, ma sempre eversivi, violenti e antidemocratici, dalle istituzioni, con in testa le forze di polizia e la magistratura. Quelle che dovrebbero essere le parti “non deviate” dello Stato invece di tutelare la legalità, la democrazia, i principii costituzionali, collaborano coi “deviati” per soffocare voci sgradite, e nel compito di rappresentare il dissenso democratico su temi inconfessabili come devianza potenzialmente pericolosa, da reprimere. Le pratiche della liquidazione politica di determinati soggetti e della costruzione di una tensione che giustifichi abusi e reati non si avvalgono più di armi che provocano emorragia acuta, ma proseguono mediante forme di violenza subdola. Poteri esteri serviti dai politici, il postcomunista ora filoUSA e filosionista sindaco Corsini non meno dell’attuale sindaco Paroli, berlusconiano, che ha avuto incarichi presso la Nato. Serviti da quelli che della vendita del Paese hanno da secoli fatto un mestiere, i preti. Serviti dalla sinistra migliorista e da quella “radicale” e dai sindacati, forze per le quali ogni anniversario della strage è il giorno della ricrescita della “verginità antifascista”, da investire 365 giorni all’anno per compiacere anche in maniera inqualificabile le forze che nel 1974 si avvalsero dell’esplosivo.

Serviti da una borghesia di arricchiti che non hanno perso il terrore della fame. Fino alla larga platea di gente comune, che approva istintivamente qualsiasi cosa vada verso il ricevere più soldi, fino ai facchini che non sono molto diversi dalle alte cariche nel vendersi vilmente al più forte. Una gerarchia di caporali, coinvolti in ciò che a gran voce chiedono sia perseguito. Chi commette o favorisce reati commissionati dalle forze che fecero mettere le bombe non troverà colpevoli per le bombe; mentre i processi a salve lunghi quarant’anni, le commemorazioni, le montagne di retorica gli serviranno da alibi; sul terrorismo è nata una florida industria della chiacchiera e dello spettacolo.

A Brescia volendo si potrebbe osservare l’operato di apparati “deviati” e gli aiuti e l’impunità di cui godono non a posteriori, ma “in diretta”, secondo l’espressione di Borsellino sulla mafia. Molti di quelli che si dicono vittime, molti di quelli in prima fila ai funerali o sul palco in piazza, sono in realtà legati direttamente o indirettamente agli apparati che un tempo facevano mettere le bombe, da rapporti che arrivano alla complicità. Sul piano morale, come traditori, sono più in basso dei mandanti che sono senza scrupoli nel curare i loro interessi. Le stragi hanno avuto la complicità trasversale della classe dirigente, che le ha sfruttate; ma sono state anche un chiamare il bluff della popolazione, sul suo dirsi nazionalista, se di destra, votata alla libera e serena convivenza se di centro, o erede dei partigiani se di sinistra, davanti alle sirene del benessere che chi con una mano ha sguinzagliato i bombaroli presentava con l’altra. E’ incredibile cosa è disposta a fare la gente per qualche soldo, come si venda la carica di elettore e di cittadino responsabile per un piatto di lenticchie. Questo fattore, la carota accoppiata alla bastonata, non andrebbe omesso. L’equazione era impossibile fin dall’inizio, e oggi lo è forse più di allora.

Non è vero quanto hanno commentato i PM, che “ormai è una vicenda che va affidata alla storia, più che alla giustizia”: c’è una continuità di comportamenti istituzionali, e anche personali, tra quanto avvenne nel 1974 e quanto è avvenuto dopo e avviene oggi. E’ vero che non è cosa per la giustizia, intesa come la nostra magistratura; è vero che è un caso ormai storico; ma è un caso nel quale la storia si fonde con la politica dei nostri giorni; o meglio con la non-politica dei nostri giorni. Questo Stato, coi suoi poteri e con la mentalità fascistoide radicata nelle masse, è mutatis mutandis un analogo, che dura da decenni, del governo di Vichy. Procedimenti giudiziari e sentenze come questi sono anche un modo dei magistrati per farlo presente e ribadirlo per ciò che attiene all’esercizio della giustizia.

Come dissi in occasione dell’assoluzione di 1° grado (*), una condanna di comodo, che avrebbe dato l’impressione di una giustizia lenta e parziale, ma comunque possibile, sarebbe stato peggio. I magistrati hanno rispettato l’equazione impresentabile che modellizza la realtà, quella che comprende anche le loro connivenze e complicità; non hanno forzato soluzioni false. Ad un’analisi politica l’assoluzione può essere anche letta come una condanna: come un’ammissione di correità per una classe dirigente della quale i magistrati sono parte pregiata; e come un gesto di disprezzo per il popolo, i cui umori mediamente sono molto più vicini di quanto non si dica all’operato collaborazionista dei magistrati, che oggi viene additato con sdegno.

Francesco Pansera

* http://menici60d15.wordpress.com/2010/11/23/brescia-non-solo-bombe/

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Blog de Il Fatto

Commento al post di P. Bolognesi “Piazza della Loggia: non è mistero, ma segreto” del 19 apr 2012

C’è il segreto di chi copre perché non si veda, ma c’è anche l’omertà di chi si copre gli occhi per poter dire che non ha visto; c’è anche l’omertà e la connivenza delle istituzioni “pulite”, dei quadri intermedi e delle persone comuni, non diversamente dalla mafia al Sud, nel dare appoggio ai poteri che vollero la bomba e oggi spadroneggiano. Le responsabilità non sono state solo in alto, e focali; ma sono state e sono diffuse, distribuite e trasversali, se non universali, comprendendo anche settori insospettabili, e il popolo:
http://menici60d15.wordpress.c…
Giustizia per Piazza Loggia

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@Rama.  Io di ricordi così ne ho a dozzine, e non sempre erano gente che si diceva di destra; la mentalità fascistoide, come osservò Gobetti, è nella biografia della nazione. Ricordo, a un incrocio davanti a un’edicola di giornali dove un tempo c’era un tabellone de l’Unità, e dove spesso incrociavo la polizia, una persona parlare della strage subita come di un titolo di merito;  un salvacondotto per fare quello che conveniva al suo gruppo. Anche la contabilità dei morti e dei danni causati dal sistema di potere del quale le stragi sono stato un drammatico episodio è diversa e maggiore di quella delle versioni ufficiali; né è chiusa, come si sostiene. Rimane coperta grazie al luridume fascista e al fetido gioco degli ipocriti, che ci ha portato alla condizione attuale.

Il pendolo di Foucault e il generatore di Kelvin

27 marzo 2012

Blog di Aldo Giannuli

Commento al post “Un altro spostato: l’eccidio di Tolosa” del 27 mar 2012 

Casseri, che si occupava di occultismo e teorie fasciste, campi che mi provocano l’orticaria, prima di morire ha accusato di plagio, con argomenti che non appaiono palesemente infondati, Umberto Eco, per “Il cimitero di Praga”, romanzo storico su occultismo e servizi segreti. Eco in precedenza aveva scritto “Il pendolo di Foucault”. Il pendolo di Foucault, comune nei musei di storia naturale, appartiene a quella classe di esperimenti fisici affascinanti, dove un apparecchio rilevatore di estrema semplicità svela la presenza di grandi forze naturali. Eco, “la pietra di Pappagone della cultura italiana” nella definizione di Marcello Marchesi, non si è fatto scappare il sottile senso del meraviglioso che emana dall’esperimento del fisico francese.

Il prof. Giannuli, nel considerare il caso Casseri e gli altri simili avvenuti in pochi mesi, ci ricorda giustamente che il metodo scientifico parte dalle ipotesi, e che qui siamo su “thin ice”. A volte si sa così poco che occorre un lavoro preliminare alla formulazione di ipotesi. Davanti a questi strani casi di “pazzia politica” credo che la prima ipotesi debba essere quella generalissima e altamente astratta di una black box: l’ipotesi che esistano dei meccanismi per produrre questi fenomeni, dei metodi a noi sconosciuti. Abbiamo cioè un problema di ingegneria inversa: data una scatola nera con certo output, cosa c’è dentro? Per tentare di risolvere un simile problema occorre studiare, prima di formulare ipotesi specifiche.

Se avessi il compito e il potere di indagare su queste schifezze – e se gli uffici del servizi non volessero confidarmi cosa sanno su queste cose – chiederei per es. ad uno storico del terrorismo e dei servizi come il prof. Giannuli di riscrivere una storia del terrorismo in Italia impostandola sotto il profilo della manipolazione dei terroristi neri e rossi da parte dei servizi. Di quali mezzi, di quali leve, di quali analisi, di quali risorse, di quali espedienti si sono serviti per le operazioni false flag? Quanto vi è stato di spontaneo, quanto di pilotato, quanto la mano dei servizi è intervenuta direttamente, e soprattutto, quali sono state le forme miste negli atti di terrorismo ?

Inoltre chiederei a uno psichiatra esperto di metodi di condizionamento mentale una relazione sulle tecniche psicologiche, farmacologiche, organizzative, con le quali si possono ottenere dati comportamenti. Nel frattempo leggerei, cautamente e con scetticismo, la letteratura corrispondente a quella delle due relazioni. Quindi cercherei di incrociare le due fonti, nella speranza di trovare un appiglio di una qualche consistenza che permetta di fare luce, o di formulare un’ipotesi, sul principio, o sui meccanismi, sui quali si basa il funzionamento della scatola nera che oggi sembrerebbe avere preso il posto delle operazioni degli Anni di piombo. (Chiederei anche i motivi e i mandanti di alcuni comportamenti ad alcune istituzioni dello Stato, e della città dove abito).

Può darsi che le sconcertanti notizie sui casi di strage, e forse anche quelle su alcuni tragici suicidi, rispecchino la nostra ignoranza e minorità rispetto ad alcune moderne tecnologie del potere, davanti alle quali siamo come dei primitivi davanti a un accendino, o a una radio. Può darsi che questi fatti terribili siano la forma estrema e rara di metodi di condizionamento e manipolazione diffusi, che più spesso prendono forme meno intense; si dovrebbe studiare l’esistenza di altre forme mirate ma meno cruente o incruente; ad esempio, esiste oggi, io ritengo, un pesante “mobbing di Stato” (commissionato, come altri delitti dell’Italia repubblicana) teso a condizionare chi ne è oggetto; fino a considerare le forme che sfociano nel condizionamento ideologico e culturale di massa coi media, “banale” forse, ma non da sottovalutare, viste le follie collettive cui storicamente può portare e sta portando.

Riguardo a ciò, nel brainstorming, o nel libero inventare, sui numerosi diversi congegni che ipoteticamente potrebbero stare nella scatola nera, si potrebbe immaginare tra i tanti anche qualche analogo psicologico del generatore di Kelvin; un apparato, la cui spiegazione si può trovare su internet, che è un altro di quegli oggetti scientifici che sono sbalorditivi per noi laici, per la semplicità con la quale ottengono effetti di larga scala. Nel generatore di Kelvin si riesce a produrre grandi differenze di potenziale, anche superiori ai diecimila volt, facendo gocciolare l’acqua da due taniche in due secchi, col solo fare passar le gocce attraverso due collari metallici collegati per via incrociata all’acqua dei secchi. Fino a che scoccano scintille tra gli elettrodi montati sui due secchi; inaspettatamente e come dal nulla agli occhi degli astanti, che pensano a qualche dispositivo elettrico nascosto che invece non c’è.

La generazione di alta tensione con mezzi elementari si trova non di rado in elettrostatica; e non è da confondere con una generazione sostenuta di corrente elettrica. L’accrocco comunque mostra, per metafora, come a volte bastano mezzi minimi e ingredienti in sé leciti e insospettabili per evocare potenti forze naturali; come disponendo in un certo sapiente ordine oggetti semplici e comuni e lasciando andare le cose sia possibile creare il fuoco con l’acqua; come con delle innocue goccioline, goccia a goccia, si può ottenere un accumulo di energia, fino a che alla fine non è che il vaso trabocca; ma parte una forte scarica elettrica; che in alcuni casi potrebbe incendiare del combustibile che qualcuno potrebbe avere messo a distanza utile.

La corruzione ghibellina di magistratura e polizia

24 marzo 2012

Blog de Il Fatto

Commento al post “La corruzione come l’infiltrazione mafiosa. Così la prefettura potrà sciogliere il Comune” del 24 mar 2012

Credo che questa misura vada vista nell’ambito della guerra che “l’Impero”, cioè i poteri forti sovranazionali, sta facendo ai “Baroni”, cioè i potentati locali, per aumentare la propria quota nella spartizione dello sfruttamento della nazione.

Purtroppo prefetture e uffici giudiziari sono ghibellini: mentre (ora) contrastano i furfanti della corruzione “baronale”, quella delle mazzette, allo stesso tempo favoriscono e aiutano la corruzione “imperiale”, quella di alto livello, che rapina e danneggia i cittadini mediante taglieggiamenti e frodi che vengono istituzionalizzate, divenendo legge scritta, o legge di fatto.

V. “L’Impero e i Baroni” in:
La UE come mostro adescatore: la proibizione agli Stati nazionali di presentare argomenti scientifici

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Blog di Aldo Giannuli

Commento al post “Compagno Ferrero, come si fa a dire: “Abbiamo piena fiducia nella magistratura…”? ” del 23 mar 2012

Sul Procuratore Caselli e i NOTAV segnalo il post:

http://menici60d15.wordpress.com/2012/02/23/giancarlo-caselli-e-i-no-tav-il-negativo-e-il-proibito/

Credo che la magistratura condivida col Ministero degli interni una inclinazione che per comodità potremmo chiamare “ghibellina”:

“L’Impero e i Baroni” in

http://menici60d15.wordpress.com/2012/03/15/la-ue-come-mostro-adescatore-proibizione-agli-stati-nazionali-di-presentare-argomenti-scientifici/

Le forze progressiste, oltre a combattere i soprusi dei “baroni” (a la Berlusconi), dovrebbero per lo meno riconoscere l’esistenza entro le istituzioni dello Stato di una corruzione “ghibellina” (a la Monti), che combatte la corruzione delle mazzette e dei magheggi, ma nell’ambito di un appoggio alla guerra che l’impero sta facendo ai baroni per soppiantarli come attore principale nello sfruttamento della nazione. Purtroppo la sinistra nostrana è la prima a correre in soccorso dell’“Impero”; e questo può contribuire a spiegare perché Ferrero esprima così tanta fiducia nella magistratura.

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v. anche:

Apoptosi della sinistra e magistratofilia

Nuove P2 e organi interni

I magistrati e gli USA

L’omertà e le complicità nazionali nelle epurazioni USA

La medicina come rimedio ai limiti della crescita economica

Radiotossicità mafiosa e legale

Ndrangheta e privatizzazione della sanità

Massoni e legalità

Rispetto della Storia nell’azione giudiziaria

Reati contro l’economia

I magistrati “business friendly” e la mafia come sineddoche tendenziosa

I professionisti della metamafia

Il PM Nicastro come assessore alla sanità: la non complementarietà tra magistrati e tangentisti

Quando “less is more”

La magistratura e la separazione dei valori: il caso della “Nave dei veleni”

La magistratura davanti alle frodi mediche di primo e secondo grado

Il riduzionismo giudiziario nella frode medica strutturale: il caso del testamento biologico

Il mediatico e l’extramediatico. Il caso delle ghiandole sessuali maschili

I 18 anni di Noemi e la nascita della sanità integrativa

La magistratura come cuscinetto

La UE come mostro adescatore: proibizione agli Stati nazionali di presentare argomenti scientifici

15 marzo 2012

Blog  Appello al popolo

15 mar 2012

Due mesi fa, su una rivista della Società europea di biologia molecolare due ricercatori, la norvegese Wickson e l’inglese Wynne, hanno paragonato la natura di una proposta legislativa della Commissione europea (CE) alla rana pescatrice abissale [1]; è quel pesciaccio, che vive negli strati marini profondi, dove la luce solare non arriva, che pare disegnato da un caricaturista per quanto è brutto e per come rappresenta il predatore astuto (e anche la dabbenaggine delle sue vittime). Ha una enorme bocca, sproporzionatamente grande rispetto al corpo in alcune specie, orlata di lunghi denti aghiformi. Dalla testa gli protrude un filamento che porta un’esca luminescente. In quei neri abissi, nella zona “abissopelagica”, gli organismi ci vedono poco, quando non sono del tutto ciechi. Quelli che percepiscono la luce dell’esca ballonzolante le si avvicinano, senza vedere a cosa è attaccata, e finiscono inghiottiti nella bocca spalancata del predatore.

Il lysenkismo della CE

Ho apprezzato la metafora del mostro che è inguardabile e che però riesce ad attrarre le sue prede, conoscendo la propensione del pubblico a prestare consenso alle frodi che provengono dalle oscure profondità del big business sopranazionale, riguardanti la cura delle malattie [2]. I due ricercatori sono ricorsi all’immagine della rana pescatrice per mostrare come una riforma UE in discussione, a prima vista attraente, sia realtà una trappola e una mostruosità: la recente proposta della CE di non consentire agli Stati nazionali di avanzare obiezioni di carattere scientifico sulle importazioni di cibo geneticamente modificato, né sugli organismi e le coltivazioni geneticamente modificate; in particolare, sulla loro sicurezza e sui danni che possono provocare alla salute e all’ambiente.

Questi argomenti scientifici verrebbero riservati alla preposta agenzia UE, che diviene quindi l’unica fonte qualificata a esprimere pareri scientifici recepibili sede legislativa UE; gli Stati potrebbero avanzare sugli OGM solo obiezioni di altro genere: sociali, economiche, di politica interna, etc. (v. l’articolo [1], reperibile su internet, per i dettagli e un’analisi critica). Il perseguimento della centralizzazione in sede comunitaria dell’analisi scientifica dei rischi degli OGM si basa su presupposti confusi, falsi e contradditori, affermano giustamente i due ricercatori.

Il Parlamento europeo ha proposto emendamenti che eliminano questo diktat; non conosco l’evoluzione più recente dell’iter legislativo, se e quanto questa misura draconiana verrà bocciata o addolcita; i media, anche quelli “progressisti”, e forse quelli “progressisti” ancor più degli altri, stanno attenti a non farci sapere nulla di queste cose, mentre ci martellano e ci distraggono con le solite questioni di cortile, le solite miserie nostrane, o sempre nuove scempiaggini: argomenti come la denuncia di questa singolare limitazione agli Stati fanno parte del Proibito [3]. In ogni caso, resta il fatto che la CE vorrebbe fare un solo boccone di una serie di capisaldi di civiltà, giustizia e razionalità, che riguardano la salute delle persone e la tutela dell’ambiente oltre che gli interessi economici degli Stati nazionali; con un notevole danno per le popolazioni. Mediante una misura che è rivelatrice dei reali princìpi ispiratori della politica comunitaria.

Sul versante scientifico, la restrizione della CE non rispetta le norme di comunitarismo e universalismo dell’etica della ricerca. Questa reductio ad unum della consulenza scientifica, ottenuta lasciando parlare solo gli scienziati di corte, per ora sugli OGM, e, una volta fatto passare il principio, magari anche su altri campi, come le cure mediche o le grandi opere, non rispetta il metodo scientifico, che è basato sul confronto tra ricercatori diversi. E in un campo, quello dell’analisi scientifica del rischio, che è tra i più incerti, indeterminati e controversi; e tra i più esposti a influenze politiche ed economiche e conseguentemente ad analisi e interpretazioni di parte. Un settore che spesso dà luogo a diatribe che si trascinano per molti anni, dove in effetti si spererebbe che la scienza desse risposte univoche; che è cosa molto diversa da una scienza che parla con una voce sola, la voce del padrone.

Sul versante politico, la pretesa della CE non rispetta la più elementare decenza. Secondo la CE ora i popoli non dovrebbero essere liberi neppure più di proteggersi dai rischi alla salute e all’ambiente, ma dovrebbero accettare prodotti sapendo che sono nocivi. La CE non rispetta la libertà politica, impedendo a un’entità politica – a Stati nazionali, non alla giunta di Roccacannuccia – di scegliere, tra quelli legittimi, gli argomenti che giudica appropriati. Non rispetta il corretto rapporto tra scienza e politica, dove non può essere “accountable” una scienza volta alla “non accountability” politica; e non lo rispetta fingendo di ignorare come gli argomenti etici, e anche quelli sociali o politici, sono, nell’analisi del rischio, inestricabilmente intrecciati a quelli scientifici.

L’Olimpo dal quale dovrebbero discendere sugli abitanti di Europa le pure e imparziali verità scientifiche non è altro che l’EFSA, che ha sede a Parma. Un ente tutt’altro che indipendente, da sempre fortemente favorevole al cibo e alle coltivazioni OGM, e da anni per questo criticato da associazioni watchdog [4-6]; con un curriculum, che si sta aggiornando in queste settimane, di denunce e reprimende che lo vedono con le mani nella marmellata: esperti che dirigono potenti associazioni di categoria dell’industria alimentare, o che lavorano per le industrie che dovrebbero controllare; adozione degli stessi criteri di valutazione tossicologica scelti per convenienza dall’industria; decisioni su prodotti sui quali, più ancora che gli OGM, non si dovrebbe scherzare, come i pesticidi, prese sulla base di studi sponsorizzati dall’industria, mentre, antiscientificamente, studi indipendenti vengono ignorati; norme di abbattimento dei controlli, scappatoie, e innalzamento delle concentrazioni di sicurezza a favore dell’industria. Si parla di una sua riforma …

L’EFSA è così responsabile e rigorosa che ha anche appoggiato con affermazioni false che ha poi dovuto ritirare l’introduzione in commercio di prodotti OGM contenti geni che conferiscono resistenza a antibiotici di primaria importanza per l’uso medico, esponendo così le popolazioni a un rischio di diffusione della resistenza a tali antibiotici (la patata Amflora per la produzione industriale di amido e, con gli scarti di questa produzione, come mangime per animali). L’EFSA appare come un modello di cattiva scienza, al servizio di interessi parte. Secondo la CE l’oste, oltre ad avere l’esclusiva sui controlli antisofisticazioni di legge sul suo vino, non potrebbe neppure venire contestato, essendo stabilito che il suo Verbo è assoluto.

I soloni della CE mostrano una superbia e un’esaltazione che raggiunge il ridicolo. Allestiscono una scenetta dove la UE è rappresentata da un austero scienziato che ascolta, paziente, ma fermo, gli Stati nazionali che si presentano coi farfugliamenti di fricchettoni alla Verdone di “Un sacco bello” sull’amore per la natura, o le recriminazioni interessate e miopi di villici gretti e ignoranti nemici del progresso, o le superstizioni di donnicciole spaventate da dicerie metropolitane sui rischi del cibo industriale.

La proibizione ha anche un valore simbolico, che è umiliante per gli Stati. La notizia è un dato a favore di quanto dice Ida Magli, che parla di dittatura europea, di mostruosità del progetto UE, e sostiene che la sua unica finalità è l’eliminazione degli Stati nazionali. Questi fondamentalisti dei cavoli loro vogliono addirittura sancire l’inferiorità intellettuale rispetto all’Impero [7] di intere nazioni, le stesse che con tutte le loro colpe hanno fatto la Civiltà occidentale. Nazioni che hanno fatto anche la storia della scienza, che un tempo dicevano sciovinisticamente cose come “la chimica è una scienza francese”, adesso dovrebbero stare zitte e col cappello in mano mentre le buone forchette di Parma (l’EFSA) gli fanno la lezione.

E se non rispettano intere comunità nazionali, possiamo farci il conto di quanto importi dei singoli individui a questi emissari dei grandi poteri economici e finanziari. E’ una conferma che alla CE non sono interessati alla salute, al benessere e alla prosperità delle popolazioni, quanto agli interessi di chi trae profitto da quelle popolazioni.

Questa trovata ricorda il caso Lysenko (che pure riguardava l’agronomia) in URSS sotto Stalin: la manipolazione della scienza, e l’imposizione di tale scienza manipolata da parte dello Stato. Ora si vuole qualcosa di simile in Occidente, e a livello sovranazionale, contro gli Stati. L’impossessarsi della scienza per farne un instrumentum regni è in tempi moderni tentazione di tutti i poteri forti. Il caso mostra l’imperversare dello scientismo, che nel sistema neoliberista degenera nell’opposto della scienza autentica: una forma di Sacro sul quale fondare il potere tecnocratico. Uno stravolgimento e una corruzione della scienza che guasta e discredita questa preziosa risorsa intellettuale dell’umanità.

L’Impero e i Baroni

L’uso strumentale di argomenti scientifici in politica economica internazionale non è una novità, ma finora ha interessato la competizione tra attori economici e quindi quella tra Stati. Lorenzo Tomatis ha scritto di come in materia di regolamenti internazionali sui cancerogeni per un certo periodo le industrie più forti volevano che fossero privilegiati i dati sperimentali rispetto a quelli epidemiologici: i dati sperimentali portavano più di quelli epidemiologici all’eliminazione di sostanze in uso nell’industria, imponendo quindi una riconversione che solo le industrie forti potevano sostenere, e che aveva quindi come conseguenza la sparizione o l’asservimento delle industrie piccole e medie. (Oggi i poteri forti fanno largo uso dei “dati” epidemiologici, più facilmente manipolabili e, date le difficoltà pratiche, meno facilmente replicabili e quindi meno facilmente smentibili; così che accade che un cattedratico di biochimica citi come risolutivi a favore del dogma HIV-AIDS dati epidemiologici anziché sperimentali [8]). La novità è che ora la scienza, o meglio la retorica pseudoscientifica, è messa al servizio della centralizzazione dell’economia, e anche al servizio della centralizzazione delle frodi a fini di profitto.

Oltre che come volto a soggiogare e svilire gli Stati, a impedirgli di difendere i loro legittimi interessi, l’intendimento della CE va visto nell’ambito della guerra dell’Impero ai Baroni. Il contrasto sotto gli occhi di tutti, ma tabù, tra da un lato l’Impero, che ha la sua testa, o la principale tra le sue teste, in USA (e questo caso lo conferma [9]); cioè i poteri forti della globalizzazione che si stanno impossessando dell’Europa; come le grandi banche, le multinazionali, i poteri finanziari, i poteri militari. Impero del quale la CE non è che uno dei tentacoli politici, per quanto importante. E dall’altro lato i Baroni, i tanti piccoli e medi potentati locali che un tempo, tramite il potere degli Stati nazionali, regnavano non formalmente ma di fatto sui rispettivi feudi, nell’ambito di un complesso gioco di alleanze ed equilibri tra di loro; come i partiti, i gruppi di interesse, le caste; il clero, un principato tra i più potenti. Soprattutto nel caso dell’Italia, con la secolare attitudine dei suoi abitanti a stare sotto qualche potentato grande o piccolo, la guerra riguarda i diritti di sfruttamento sui sudditi, che l’impero vuole per sé, riducendo, se non abolendo, il potere dei baroni.

Ad esempio, prima gli agricoltori o i proprietari dell’industria alimentare locali potevano rivolgersi, per la tutela dei loro interessi, non sempre coincidenti con gli interessi del popolo, al politico del partito giusto, previo pagamento di una quota al partito, agli amici e perché no anche al politico stesso, che avrebbe difeso e promosso i loro interessi in sede legislativa nazionale, e anche internazionale; magari appoggiandosi secondo convenienza ad argomenti “scientifici”. Non va dimenticato che anche le politiche statali nazionali possono essere corrotte; per non parlare della ricerca scientifica che, indipendentemente dalla UE, riguardi temi rilevanti per grandi interessi economici. I baroni contano ancora qualcosa; il peso degli interessi locali dell’agricoltura e dell’industria alimentare non è stato ancora del tutto cancellato. Misure come questa tolgono potere ai baroni per darlo agli “imperiali” come le multinazionali.

Una lotta che vede un’inclinazione ghibellina della nostra magistratura [3,10,11], che identifica la corruzione con l’endemica corruzione esercitata dai baroni, seguendo i dettami di “Transparency international”, e la combatte; meritoriamente; ma che davanti a forme superiori di corruzione e malaffare, quelle relative all’impero, è, almeno in campo biomedico, muta come una trota e cieca come un pesce abissopelagico; quando non le aiuta attivamente.

Mussolini, che in precedenza aveva detto “il razzismo è roba da biondi”, poi su pressione di Hitler impose le infami leggi razziali, con relative teorie d’appoggio sulle razze biologiche umane. Bottai, considerato tra i gerarchi più colti e intelligenti, commentò “perché sparare con un cannone per uccidere un uccellino?”, “il problema degli ebrei esiste ” ma “si poteva risolverlo con piccoli atti amministrativi”. Anche la proposta della CE di impedire per legge agli Stati nazionali obiezioni scientifiche sugli OGM è roba da biondi, da anglosassoni (o anche da germanici), che hanno questa tendenza a formalizzare il sopruso e l’imbroglio, a renderli direttamente legge scritta; es. con la legalizzazione delle lobbies (la cui introduzione in Italia è auspicata da illuminati magistrati nostrani, allo stesso tempo cantori di “Mani pulite” [10]; l’EFSA è stata anche accusata di essere un trampolino per il lobbying, dati i passaggi, tipici del lobbismo, di suoi controllori alle dipendenze dei controllati come lobbisti UE [4]). Invece in un paese cattolico e con una tradizione giuridica come il nostro si preferisce il sistema alla Bottai, quello di non mettere direttamente nero su bianco, inequivocabili, l’infamia o l’inganno troppo grossi, ma di fare la legge prima facie presentabile, ma predisposta all’infamia e alla strumentalizzazione, e poi escogitare caso per caso come aggirarla o sfruttarla con piccole mosse, salvando le apparenze e facilitando la corruzione baronale.

Del resto i due poteri in parte si contrastano, ma in parte si sostengono e cooperano, trovando accordi spartitori. All’Impero un po’ di corruzione locale, ridimensionata e rispettosa dei suoi interessi, serve comunque per scopi amministrativi e come lubrificante per la sua macchina; né i baroni possono minimamente sognare attualmente di potersi liberare dell’Impero. La cooperazione ha ragione d’essere soprattutto in Italia, dove la classe “dominante”, o subdominante – a cominciare dal clero -  ha una storica tradizione compradora, cioè di mediatrice di forme di sfruttamento del Paese da parte di poteri esteri; badando ai suoi interessi, conformandosi al periodo storico, cercando di trovare accordi con gli invasori di turno e per il resto impipandosene altamente del bene della nazione [12].

Ida Magli si è chiesta stupita come è stato possibile ottenere un così totale  “addomesticamento delle scienze umane” all’ideologia necessaria al progetto UE [13]. Posso risponderle che, per quel che riguarda le scienze biomediche in Italia, oltre all’inganno, alla propaganda, alla corruzione, all’istituzionalizzazione del sopruso, si è ricorsi, al fine di ottenere la selezione voluta dai poteri dei quali la CE è braccio politico, a epurazioni col sistema Bottai di soggetti che non si facevano addomesticare, e rischiavano di traviare gli altri col loro esempio.

La vendita di singoli cittadini è preliminare alla vendita di cittadini in massa; è un servizio che i baroni della ricca (finora) e molle provincia italica hanno svolto e svolgono per l’Impero, con una perizia e un’affidabilità testimoniate dall’appoggio che hanno fornito alle eliminazioni cruente, che hanno avuto luogo fin dalla nascita della Repubblica, di soggetti invisi ai poteri esteri egemoni. Un’onorata società composta da magistrati, politicanti, amministratori pubblici, antichi corpi di gendarmi che stanno passando armi e bagagli sotto la bandiera della gendarmeria europea, e servizi, si occupa di neutralizzare voci che intralcerebbero il disegno dell’Impero, soffocandole e screditandole, applicando gli insegnamenti dell’illustre fascista, aggiornati ai mezzi offerti dal progresso.

L’esca nel buio

Questo caso conferma come l’Unione europea contrariamente al nome abbia una natura litica: come non unisce le forze per costruire una più ampia e forte entità politica, ma dissolve strutture politiche e sociali, principi non negoziabili, sistemi culturali, diritti e regole fondamentali, sciogliendo gli Stati e le comunità nazionali in una poltiglia adatta a essere sfruttata. Questa non è un’unione, ma l’unificazione a un omogenato. Non sappiamo come andrà a finire; non si può escludere che il progetto UE data la sua natura strumentale rientri, una volta che ci avrà resi sufficientemente poveri e soli. Noi credevamo – peccando di superficialità, commenterebbe da antropologa Ida Magli [13] – a questa affascinante storia dell’unire i popoli europei, dell’affratellarci superando l’ostilità che ha portato a scannarci tra di noi per tanti secoli, per raggiungere la pace e la prosperità. In realtà, davanti al progetto reale di unione europea e alle sue tante manifestazioni siamo come la preda nel buio davanti all’esca del mostro abissale. Questa unione europea non unisce ma dissolve.

Dobbiamo essere grati a chi ci avverte dell’abbaglio, e a coloro che, come gli animatori di questo sito, oltre a informarci studiano possibili vie d’uscita e ce le indicano. Ma il mostro adescatore è l’intero sistema neoliberista, con le sue tante trappole composte da seduzioni luccicanti collegate a mandibole che si serrano automaticamente. Il fenomeno della bioluminescenza accomuna la rana pescatrice abissale alle lucciole. Le lucciole sono quasi scomparse, cacciate dall’inquinamento. Aggiornando il proverbio ai tempi, stiamo attenti a non prendere esche luminescenti per lanterne.

http://menici60d15.wordpress.com/

Note 

1. F. Wickson, B. Wynnie. The anglerfish deception. EMBO reports. 12 Jan 2012. Reperibile su internet.

2. menici60d15. La generosità del governo Monti e del suo elettorato virtuale verso le multinazionali farmaceutiche. http://menici60d15.wordpress.com/2011/12/01/la-generosita-del-governo-monti-e-del-suo-elettorato-virtuale-verso-le-multinazionali-farmaceutiche/

3. menici60d15. Giancarlo Caselli e i No-TAV: il negativo e il proibito. http://menici60d15.wordpress.com/2012/02/23/giancarlo-caselli-e-i-no-tav-il-negativo-e-il-proibito/

4. Conflicts on the menu. A decade of industry influence at the European Food Safety Authority (EFSA). Corporate Europe observatory e Earth open source. Reperibile su internet.

5. G. Paglino. “Mancanza di indipendenza e conflitto di interessi”. L’Efsa nel mirino delle associazioni. Il Fatto quotidiano 6 mar 2012.

6. G. Monastra. La questione OGM. Circoli Nuova Italia. 11 apr 2010. Reperibile su internet.

7. Uso lo steso termine, ma per fini che non hanno nulla a che fare con quelli del libro “Impero” di Toni Negri; edito, andrebbe notato, dalla Harvard university press.

8. menici60d15. Aids: negazionisti vs. non-riproducibilisti. http://menici60d15.wordpress.com/2012/01/26/aids-negazionisti-vs-non-riproducibilisti/

9. A. Pisanò. Pressioni americane sull’Europa per introdurre colture Ogm. Il Fatto quotidiano. 9 mag 2011.

10. menici60d15. I magistrati business friendly e la mafia come sineddoche tendenziosa

http://menici60d15.wordpress.com/2010/10/16/1593/

11. menici60d15. Reati contro l’economia. http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/23/reati-contro-leconomia/

12. menici60d15. C’è la parola: compradora.

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/21/c’e-la-parola-compradora/

13. Ida Magli. La dittatura europea. BUR, 2010.

Giancarlo Caselli e i NO-TAV: il Negativo e il Proibito

23 febbraio 2012

Sottoposto  a Appello al popolo il 23 feb 2012 e lì pubblicato il 27 feb 2012

“… questi episodi mi ricordano i familiari dei camorristi che circondano le auto delle forze dell’ordine per impedire gli arresti dei loro congiunti” Giancarlo Caselli, 20 feb 2012, sulle contestazioni alla carcerazione dei NO-TAV

Il cardinale Giulio Mazzarino, reggente di Francia, scrisse che se un governante vuole colpire legalmente un soggetto che non ha colpe deve prima fare punire ingiustamente una persona cara al soggetto, più volte, per poi prendere a pretesto le sue crescenti proteste e recriminazioni, i “trascorsi di lingua” così suscitati, per accusarlo e punirlo.

 

In questi giorni infuria lo scambio di accuse tra i NO-TAV e il Procuratore di Torino Caselli in merito alla carcerazione di attivisti NO-TAV e della conseguente contestazione di Caselli. Caselli sostiene che lo si vuole zittire, e fa intendere di percepire in questi atti l’atmosfera prodromica di un possibile nuovo terrorismo. Sull’altro fronte, viene accusato di servire i poteri forti abusando del potere giudiziario. Credo che questo caso mostri le conseguenze della differenza tra “il Negativo” e “il Proibito” [1].

Andrebbe riconosciuto che lo Stato combatte e reprime due entità diverse: quelle negative e quelle proibite. Le attività proibite non devono apparire sulla scena pubblica; anche e soprattutto se sono positive; come, in questo caso della lotta alla TAV, la lotta ai soprusi degli insaziabili predatori e speculatori istituzionali. Le attività negative sono attività illecite reali, ufficialmente combattute, ma in realtà entro certi limiti permesse, perché svolgono alcuni ruoli inconfessabili funzionali agli arcana imperi; e perché è utile mostrarle al popolo come il Nemico che lo minaccia. Al contrario delle attività proibite, che non devono neppure esistere agli occhi dei cittadini, e la cui repressione deve avvenire il più possibile in forme coperte, alla lotta alle attività negative viene data pubblicità. Ad esempio trafficare in droga è un’attività altamente illegale e del tutto negativa, ma non è davvero proibita: si mostrano i successi dei sequestri, ma il traffico non viene eradicato. La mafia è da noi il massimo della negatività; se ne parla in continuazione in tutte le salse, le librerie e le cineteche hanno settori ad essa dedicati; perché non è proibita, e anzi è stata ed è favorita; la mafia svolge varie funzioni criminali e politiche, e ora, soprattutto nella sua “inarrestabile” espansione al Nord, serve da alibi a classe dirigente, politici, magistratura e forze di polizia per trascurare i reati del crimine istituzionalizzato [2]. Incluse speculazioni e saccheggi come questo della TAV.

Il Proibito positivo va represso e nascosto; non deve apparire. Quando ciò non sia possibile, uno dei modi di reprimere il Proibito positivo è di trasformarlo in Negativo, in un’entità visibile, ma che l’opinione pubblica riconosce come negativa, dando quindi pieno consenso allo Stato nella sua repressione. Per gli oppositori di penna isolati, li si può fare passare per pazzi, irresponsabili, visionari, potenziali criminali. Il terrorismo è stato un altro grande Negativo. Non è un segreto che il terrorismo degli Anni di piombo sia stato favorito e pilotato dallo Stato; che in questo modo ha raccolto consenso mentre, con l’alibi della lotta al terrorismo, evitava di considerare richieste politiche magari a volte discutibili, ma legittime e pacifiche, di progresso sociale. Ex chaos ordo. Oppure si può esaltare un Negativo per nascondere un altro Proibito: non si parla che delle infiltrazioni al Nord della mafia, ormai un’entità non umana ma demoniaca a credere a quanto si dice sulla sua inarrestabilità, e intanto si lascia che la sanità compia la sua evoluzione liberista, che comporta crimini non inferiori a quelli dei mafiosi (a volte in società con la mafia); a volte usando la mafia come spauracchio per favorire gli interessi della privatizzazione della sanità [3]. La mafia viene rappresentata come un Kilimangiaro solitario, non come una tra le vette della catena himalaiana della criminalità e dello sfruttamento nella quale è integrata.

Essendomi occupato di frodi mediche strutturali, come i sistemi per lucrare legalmente sulle malattie falsificando la dottrina, o diagnosticandole falsamente, ho conosciuto personalmente le tecniche che magistrati, forze di polizia e altri galantuomini praticano, e le pagine di infamia che scrivono, per trasformare il Proibito in Negativo, a spese della persona da censurare.

I NO-TAV della Val di Susa sono un caso particolare, un’eccezione nel desolante panorama di inerzia popolare e di movimenti fintamente opposti al potere: non solo hanno toccato un tema autentico e proibito, di elevato valore etico e politico, ma sono stati capaci di renderlo pubblico, e di riscuotere il sostegno o l’approvazione di una larga quota della cittadinanza. Credo che sia in corso un tentativo da parte dello Stato di trasformare la lotta alla TAV, questa inaccettabile comparsa del Proibito sul palcoscenico mediatico, in un Negativo, esecrato dall’opinione pubblica.

Una delle attività delle forze di polizia appare essere quella della provocazione volta a tal fine. Posso testimoniare quanta scienza, quanto innato talento, quanta cura, quante risorse vengono spese in questo che è un vero e proprio compito istituzionale non scritto (nel quale la magistratura appare a volte stare – consapevolmente – a disposizione della polizia, anziché dirigerla). La carcerazione dei NO-TAV appare allora come una provocazione giudiziaria che sfrutta la precedente provocazione di polizia; come un altro gradino di un’escalation volta a convertire il Proibito in Negativo. La polizia non è una banda di teppisti, anche quando si comporta come se lo fosse (diversi di loro senza grande sforzo per immedesimarsi nella parte); e non lascia molto al caso; i gesti di violenza, sfregio, e provocazione in Val di Susa devono essere stati pianificati per innescare una reazione. Che ha portato alla situazione attuale. Anche l’inclusione tra i carcerati di due madri di famiglia incensurate e di una persona con stampella riporta ai sistemi del cardinale Mazzarino di cui in epigrafe. Io li conosco bene.

I NO-TAV della Val di Susa sono gente onesta, decisa e che sa quello che fa, dalla quale c’è da imparare. Se posso permettermi un’opinione, direi loro di stare attenti a non essere sospinti sul piano inclinato del Negativo. Credo non sia affatto un caso che si siano trovati a essere accusati di non rispettare proprio il Procuratore Caselli: Caselli non è uno qualsiasi, ma è tra i viventi forse la massima figura simbolo della lotta al Negativo da parte dello Stato, per la sua attività contro mafia e terrorismo. In questo si è dimostrato persona credibile e di valore, una specie di generale che sta in trincea. Capace di fronteggiare, da uomo di legge, persone che avevano commesso decine di omicidi, o potenti come Contrada e Dell’Utri. Non si può che ringraziarlo e rispettarlo per questo (tenendo presente che la sua carriera non è esente da ombre). Anche se non andrebbe scordato che lo Stato lascia incancrenire Negativi come la mafia e a suo tempo il terrorismo, dipingendoli come invincibili, quando gli fa comodo. Oltre a questo, quello che appare certo su Caselli è che è una persona di elevato spessore, “tosta”, forse fin troppo, che è svilente attaccare con mezzi beceri. Rattrista vederlo oggi come il castigamatti dei NO-TAV; una congiuntura che mi porta a fantasticare che, forse, tra le finalità dell’atto giudiziario c’è anche quella di evitare al movimento guai e accuse molto più gravi.

I rapporti di Caselli, rappresentante di punta della magistratura, col mondo dei poteri forti sono un altro discorso. Ricordo le sue lodi, che mi parvero eccessive, sulla figura di Gianni Agnelli, l’alleato di Kissinger e di Gelli. La lotta verso certe fazioni, Andreotti, il “cardinale reggente” al quale gli USA vollero assestare un colpo, e Berlusconi, che nonostante il suo livello di onestà e sottomissione non è sufficientemente gradito all’alta finanza, non permette di escludere suoi buoni rapporti con altre fazioni. Mi colpirono mesi fa i suoi commenti riguardo all’azione della Procura di Torino su tangenti sulla fornitura di pannoloni e altri illeciti analoghi: “un’operazione chirurgica contro fatti specifici” su un corpo altrimenti sano. Nella sanità c’è tanto di quel marcio che le tangenti sui pannoloni sono poca cosa; lì, volendo operare nell’interesse dei cittadini, ci sarebbe da spalare con la vanga o le ruspe, non da incidere col bisturi del chirurgo; la bassa corruzione, Negativo, si innesta su un forte elemento strutturale, la cui denuncia è Proibito, e sul quale la magistratura appare sorda, cieca, muta e anzi compiacente; un elemento strutturale che può trarre vantaggio dal contrasto al sistema delle tangenti [4,5].

Anche la lotta all’amianto, che Caselli ha citato a sostegno nel suo attacco a chi lo contestava, andrebbe vista in una prospettiva meno romantica. E’ doveroso plaudire alle condanne dei responsabili (per quanto saranno probabilmente simboliche). Ma non va taciuto che l’amianto, oggi entrato a far parte del Negativo, è stato a lungo un tema proibito. Un killer noto da decenni che è stato lasciato agire per decenni, perché allora così conveniva agli interessi economici (complice anche la sinistra in nome della tutela dell’economia e del lavoro). Sembra che oggi sia arrivata l’ora di sfruttarlo non più “a mettere”, come prodotto, ma “a levare” tramite il grande business della bonifica, che beneficerà di questa pubblicità. Prima la vita e poi la borsa. Mentre si lasciano agire altri agenti cancerogeni noti e controllabili, ma il cui abbattimento ostacolerebbe il business; ad esempio, si sta zitti e non si fa nulla sui tanti cancri provocati dalle vagonate di esami radiologici non necessari, eseguiti per ragioni non tecniche ma commerciali.

Togliere le intercettazioni non è proprio come “pretendere che i medici rinuncino alle radiografie, alle TAC, alle risonanze magnetiche”, come ha dichiarato Caselli. D’accordo sull’importanza fondamentale delle intercettazioni; ma i lucrosi esami di imaging con radiazioni ionizzanti stanno facendo nell’omertà generale delle istituzioni quello che è stato lasciato fare all’amianto in passato, e andrebbero urgentemente ricondotti a livelli appropriati. Paragone infelice, che riassume bene l’orientamento della magistratura sul Negativo e sul Proibito. Forse sarà piaciuto ad alcuni molto in alto; gli stessi che si fregano le mani vedendo che l’Italia (dati 2008) è equipaggiata (coi soldi dei contribuenti) con una densità di apparecchi per TAC e risonanze magnetiche tra le più alte in Europa, superiore, e a volte doppia o tripla, rispetto a paesi come Germania, Francia, Inghilterra, Danimarca, Svizzera.

Quindi credo che si dovrebbe evitare di distrarsi, focalizzando la protesta su un’icona sacra come Caselli, non volendo essere trascinati nel Negativo. Diversi commentatori hanno buttato benzina sul fuoco. Oggi meno il NO-TAV si occupa di Caselli, che del resto non ha fatto tutto da solo, meglio è. Dove i provvedimenti giudiziari fossero giusti, questo aiuterà il movimento, depurandolo dai violenti e inducendolo a non seguire derive suicide; va riconosciuto che un movimento come il NO-TAV può attrarre facinorosi, i migliori alleati della reazione che li incoraggerà a fare i loro numeri; che ci possono essere inevitabilmente errori davanti a soprusi e provocazioni continui. Va ricordato che l’avere subito abusi non assolve penalmente dall’averli commessi. E’ illusorio pretendere che non ci si sporcherà lottando contro una bestia, che non si verrà in qualche misura corrotti a propria volta dal Male che si subisce; ma bisogna cercare di limitare questo danno. Anche se suscita qualche perplessità la versione della polizia e di Caselli, che fa sembrare i valsusini più temibili dei Gurkha delle valli nepalesi.

Dove gli interventi giudiziari sono infondati, o eccessivi, o strumentali come autorevolmente sostenuto dal magistrato Pepino, sarebbe meglio limitarsi a mostrare le vittime innocenti che lo Stato mercenario fa nella difesa di interessi illeciti; denunciando le appaiate omissioni sulle violenze, quelle sì autentiche, della polizia; denunciando la manovra di provocazione, il tentativo di criminalizzare il movimento. Senza permettere che l’ingiustizia faccia perdere di vista l’aspetto pregiato, e inaccettabile per il potere, della protesta; il Proibito di una  popolazione che difende la sua terra dalla rapacità proterva e distruttrice dei poteri forti. Aspetto che invece deve restare sempre in primo piano.

Non  bisogna accettare che un problema eminentemente politico, e vergognoso per i politici, sia trasformato dallo Stato in uno di ordine pubblico o peggio di terrorismo o di attacco allo Stato. A Caselli, che come è lecito interviene spesso nel dibattito pubblico, si può educatamente e fermamente chiedere, in nome dei suoi meriti, cosa fa la magistratura, che vede un disegno organizzato nelle violenze, contro i reati individualmente commessi dalle forze di polizia contro i NO-TAV; e cosa fa la magistratura rispetto al disegno eversivo di provocazione mediante la violenza verso i NO-TAV. E cosa ne pensa lui come commentatore e opinion-maker sui temi della giustizia. Bisognerebbe anche chiedere, non si sa a chi, se è deontologicamente corretto che un Procuratore che ha fatto eseguire carcerazioni (peraltro assai discutibili) nei confronti di esponenti di un movimento politico per presunti reati commessi nell’ambito dell’attività politica, poi non eviti situazioni di contestazione, ma vi risponda, spendendo il suo prestigio di magistrato in espressioni smodate (comportamenti da famiglie di camorristi, responsabili di situazioni gravi e allarmanti dalle conseguenze imprevedibili) che discreditano tale movimento agli occhi dell’opinione pubblica. Ma non è a Caselli, o solo a Caselli, ma a tutta la classe di governo, che va chiesto perché lo sventramento di un territorio viene protetto manu militari contro la fiera opposizione dei suoi abitanti; perché lo Stato fa la guerra a chi vuole salvare la propria casa e la propria famiglia da un atto vandalico titanico, che spacca le montagne e squarcia il fondovalle senza altra utilità che quella di permettere a dei piccoli parassiti di appropriarsi del denaro altrui.

Nella contestazione alla magistratura di Torino c’è una certa ingenuità; ci si indigna perché la magistratura sta dalla parte dei prepotenti. I tanti anni di Negativo politico pernicioso, grottesco e sguaiato con Berlusconi, e il relativo martellante impegno (verbale) per la giustizia quando spadroneggiava il Capo che i saggi italiani si sono dati, impegno di colpo ammansitosi davanti all’imposizione di Monti, sono serviti a fare dimenticare che non esistono poteri buoni; che anche la magistratura storicamente fa comunque parte della corte del potere, e che non è identificabile nel suo complesso con le figure di alcuni suoi rari esponenti (che forse non ci meritavamo) che si sono immolati per la giustizia. Un conto è combattere alcune forme di corruzione, di crimine, quelle negative, deputate a rappresentare il Male; un altro è combatterle tutte, incluse quelle più forti che è proibito considerare. La magistratura, dietro alla lotta al Negativo, alla mafia, a Berlusconi, alla lotta alla corruzione o meglio alla bribery, cioè alla corruzione e concussione mediante denaro, tra funzionari pubblici e imprenditori, o tra funzionari e cittadini, sta aiutando ciò di cui è proibito occuparsi: la corruzione, spesso senza versamento di denaro, tra poteri dello Stato e poteri forti; attuando orientamenti “business friendly”[4-6], dove la corporazione si assicura i propri spazi alleandosi ai poteri più forti, in genere sopranazionali, talora favorendo forme di corruzione che superano la bribery, e portano all’istituzionalizzazione del crimine, come nel caso dell’americanizzazione della sanità e delle speculazioni sulle grandi opere. Tra i suoi meriti, la lotta dei NO-TAV può avere quello di fare aprire gli occhi sulla posizione della magistratura rispetto a pezzi sulla scacchiera che non appaiono nella versione mediatica semplificata “poteri buoni-contro-poteri cattivi”. Il merito di indurre a una visione della magistratura più realistica e matura, in un Paese dove non ci sono solo i personaggi mafiosi da film o le prostitute di Berlusconi, e relativi magistrati eroici o inflessibili, ma anche problemi ordinari, per i quali i tempi dei procedimenti giudiziari non di rado si possono misurare in lustri.

La magistratura inoltre, come la polizia, ha una natura di istituzione ibrida [7]: contemporaneamente svolge un servizio indispensabile – per il quale come istituzione va tutelata – e serve il potere; il caso di Caselli mostra come criticarla fondatamente sia impegnativo e delicato come il gioco dei bastoncini dello Shangai. Stretta tra la necessità di essere credibile e quella di mantenere il suo spazio tra gli altri poteri, la corporazione, che data la sua attività conosce bene la natura umana e la sua debolezza, non persegue né esclusivamente la giustizia, né solo i propri interessi, ma compie scelte politiche, a volte molto complesse; e a volte inique, dove la difesa della giustizia diviene un ostaggio per praticare l’ingiusto; così che c’è il rischio attaccandola di buttare il bambino senza avere eliminato l’acqua sporca. Questo caso mostra anche come l’azione repressiva dello Stato possa indirettamente aiutare il movimento, se ben sfruttata, evitandogli di imboccare strade sbagliate, e mostrando da che parte sta lo Stato, o meglio da che parte sta chi lo occupa, in nome del popolo.

Dobbiamo sostenere i NO-TAV da questo subdolo attacco, col consenso. Si sta avvicinando la dichiarazione dei redditi: perché non fare in modo da poter destinare il quattro per mille ai NO-TAV? Occorre inoltre fare una scelta netta di rifiuto della violenza. Per ragioni se non altro tattiche: si hanno davanti forze molto più forti. Vogliono che il movimento si lanci a testa bassa contro un muro; è la testa che si rompe, diceva Gramsci. Non solo, ma si hanno davanti forze più scaltre di noi, nei loro machiavellismi; forze che vogliono trascinare nel Negativo i NO-TAV, questo Proibito che rischia di divenire incontenibile, che rischia di svegliare un popolo di abulici dalla loro accettazione di soprusi e sfruttamenti, mostrandogli come si può reagire. Senza violenza non vuol dire senza forza: bisogna essere incudine e non martello. Cioè attuare forme di resistenza e di protesta non violente, mettendo in conto che non sarà una gloriosa passeggiata, ma si prenderanno ingiustamente tanti colpi, in senso figurato o anche fisico. Occorre a questo proposito temere le infiltrazioni, e il regalo di “alleati” che sarebbe meglio non avere. Le carcerazioni potrebbero essere l’inizio di una guerra di logoramento e di una campagna di discredito, che sono più pesanti da sopportare di quanto non si creda. Oppure potrebbero essere in programma azioni violente da parte della polizia, con gli arresti, le accuse di violenza  e quelle di avere minacciato Caselli che servono a preparare l’opinione pubblica. Non si può escludere che sia da temere qualche atto terroristico partorito come in passato da qualche ufficio affari riservati, con la manovalanza dei soliti cialtroni disgraziati (cosa quest’ultima che sono sicuro Caselli non voglia, e che forse potrebbe voler fare in modo di evitare). Non bisognerebbe perdere mai di vista che si sta combattendo per una causa giusta e nobile, che lo Stato vuole mantenere proibita tentando di trasformarla in qualcosa di negativo, non essendo riuscito stavolta a soffocarla.

Pubblicato anche su http://menici60d15.wordpress.com/

1. Il negativo e il proibito http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/04/il-negativo-e-il-proibito/

2. I professionisti della metamafia http://menici60d15.wordpress.com/2010/06/08/i-professionisti-della-metamafia/

3. Ndrangheta e privatizzazione della sanità http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/25/ndrangheta-e-privatizzazione-della-sanita/

4. La magistratura di fronte alle frodi mediche di primo e secondo grado http://menici60d15.wordpress.com/2009/08/22/la-magistratura-davanti-alle-frodi-mediche-di-primo-e-secondo-grado/

5. Il PM Nicastro come assessore alla sanità: la non complementarietà tra magistrati e tangentisti http://menici60d15.wordpress.com/2010/02/27/1322/

6. I magistrati business friendly e la mafia come sineddoche silenziosa http://menici60d15.wordpress.com/2010/10/16/1593/

7. Le istituzioni ibride http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/22/istituzioni-ibride/

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Blog de Il Fatto

Segnalo il post “Giancarlo Caselli e i NO-TAV: il Negativo e il Proibito”:

http://menici60d15.wordpress.com/2012/02/23/giancarlo-caselli-e-i-no-tav-il-negativo-e-il-proibito/

Segnalazione censurata dai post:

“La pericolosa stupidità dei blitz anti-Caselli” di P. Gomez 21 feb 2012

“No Tav, le minacce non sono libertà di pensiero” di F. Rossi 22 feb 2012

“Il Procuratore Pippo” M. Travaglio 22 feb 2012

“Un odio che sa di muffa” N. Dalla Chiesa, 23 feb 2012

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Blog Il Corrosivo

Commento del 27 feb 2012 al post di M. Cedolin “Che mondo è?”

Onore a Luca Abbà. Quasimodo ha cantato dei giovani crocifissi ai pali del telegrafo durante la Resistenza. Oggi i migliori tornano a salire sulla croce per la nostra ignavia.

La patafisica dei Carabinieri sull’assassinio di Borsellino

4 febbraio 2012

Blog de Il Fatto

Commento al post “Borsellino fu avvertito dell’attentato ma scelse di proteggere la famiglia” del 4 feb 2012

Da un lato, dicendo che si sapeva che ci sarebbe stato un attentato, il colonnello Sinico fa un’asserzione che ricorda quelle prove matematiche dette “non costruttive”, che definiscono l’esistenza di un oggetto – l’attentato – senza che si sappia come giungere a quell’oggetto. E’ una forma di ragionamento che taluni esperti giudicano eccessivamente astratta perfino per il rarefatto contesto del pensiero matematico. Si sapeva che ci sarebbe stato un attentato, ma non si è operato efficacemente per individuare gli attentatori, bloccarli, proteggere il magistrato. Con le prove non costruttive si prova in maniera rigorosa, ad esempio, che è possibile sezionare una palla grande quanto un’arancia e ricomporla in una palla grande quanto la Luna.

Dall’altro lato, il carabiniere ripete, in una elaborazione edulcorata, la consueta tesi per la quale se uno è consapevole che se prosegue nel combattere l’ingiustizia verrà ucciso, e tuttavia non si tira indietro, allora è animato da pulsioni suicide o comunque sbagliate. La confusione tra il superare la paura della morte e il voler morire. “Dio sa che è lui che ha voluto farsi ammazzare” dicono i mafiosi. “Il battuto era almeno almeno un imprudente” secondo Don Abbondio. E in un popolo educato alla viltà tanti sono sinceri quando, per ciò che li riguarda, identificano la categoria del non arrendersi davanti ai crimini dei potenti con quella del suicidio, o con qualche altra distorsione psicologica.

La prima affermazione è di una logica che esorbita dalla logica del mondo reale. La seconda fa la caricatura di una deliberazione che fu nobile, ma suona inconcepibile per le concezioni che istituzioni e maggioranza popolare condividono sullo saper stare al mondo. La dirittura di Borsellino lascia attoniti e in commossa ammirazione noi persone di medio livello; ma induce altri a interpretazioni malevole. Credo che ciò che contribuì a condannare Borsellino presso i poteri forti, dei quali i mafiosi non furono che esecutori o “patsy”, sia stato il suo eccezionale coraggio, l’alta qualità della persona. A differenza dei tanti mangiatori di pastasciutta; inclusi tanti di quelli che sostengono che è il sangue di Falcone e Borsellino la sostanza che tinge di rosso le loro toghe.

I mafiosi filantropi e la Lombardia non omertosa

20 dicembre 2011

Blog de Il Fatto

Commento al post di L. Franco e F. Baraggino “Milano, Cancellieri: “La mafia c’è ma non la sua cultura omertosa” del 19 dic 2011. Censurato.

pubblicato su questo sito il 17 feb 2012 causa boicottaggio Telecom

Che la Lombardia sia estranea alla cultura omertosa è un cliché che fa il paio con la favola dei mafiosi che proteggono le vecchiette. La cultura omertosa non è un’esclusiva della mafia. E’ la mafia ad essere un singolare caso di criminalità che, posta a cavallo tra crimine comune e istituzioni, condivide con queste ultime le condotte machiavelliche proprie del potere; inclusa la cultura dell’omertà. In Lombardia anche a detta di lombardi è radicata una cultura omertosa autoctona, che si avvale della mafia meridionale come diversivo, alibi e minaccia ricattatoria per tutelare meglio i propri affari: oltre alla mafia, in Lombardia c’è una “metamafia” istituzionale

http://menici60d15.wordpress.com/2010/06/08/i-professionisti-della-metamafia/

che mostra di combattere la mafia mentre copre e aiuta altre attività criminose non meno gravi, ma inserite nel circuito legale, come le frodi mediche.

Ilda Boccassini è da elogiare per la sua attività di repressione della mafia, ma è incomprensibile il titolo di “top global thinker” datole da “Foreign policy”. Un premio ai suoi meriti rispetto agli interessi degli USA, e all’ideologia che impongono; compresa questa di proiettare su una mafia che ci si guarda dall’eradicare i crimini e la mafiosità dell’economia legale. Qui a Brescia, dove Cancellieri è stata prefetto, interessi criminali internazionali e indigeni sono liberi di fare i loro comodi come i mafiosi nella Sicilia de “la mafia non esiste” di decenni fa; potendo contare sull’omertà, e sull’intimidazione istituzionale verso chi denuncia. Il riconoscimento a quello che attualmente è il più celebre magistrato lombardo appare essere un incentivo non alla libertà intellettuale, ma all’opposto al conformismo giudiziario e culturale di una magistratura e una polizia asservite ai poteri maggiori, che fiancheggiano forme di crimine istituzionalizzato ancora più forti e importanti della mafia.

Patologizzazione surrettizia e materiale

15 dicembre 2011

Blog di Aldo Giannuli

Commento al post “Breivik e gli altri: siamo sicuri che siano tutti (e solo) matti ?” del 14 dic 2011

Postato su questo sito il 15 feb 2012  causa bocottaggio Telecom

Il prof. Giannuli vede un possibile fattore causale comune tra le stragi del norvegese Breivik e quelle avvenute nelle stesse ore ieri a Liegi e Firenze. Mi pare significativo che Breivik abbia citato l’Unabomber statunitense, portatore di un messaggio ideologico molto diverso, come ispiratore. Sulle ultime due stragi e la loro coincidenza – e sulle reazioni, come quella a cacio sui maccheroni di Sofri – sono possibili diverse ipotesi; questi episodi (come pure alcuni strani suicidi) spingono ad una serie di congetture che gli esperti dovrebbero studiare. Può essere utile, in questo bell’argomento di come la caratteriopatia sociopatica di chi ha potere possa usare come arma la psicosi, la distinzione tra patologizzazione surrettizia e patologizzazione materiale, che ho considerato a proposito dell’Unabomber del NordEst:

http://menici60d15.wordpress.com/leopardi-unabomber-e-altri-eversori/

Nella patologizzazione surrettizia si fa figurare come pazzo chi non lo è. Con la simulazione, come forse è avvenuto nel caso dell’Unabomber del NordEst. O con la calunnia; spesso aiutata da torti e provocazioni che provocano comportamenti rappresentabili come disturbati; così come ad un osservatore esterno doveva sembrare un matto Renzo Tramaglino mentre, roteando le braccia, e con esse i capponi che teneva in mano, andava dall’Azzeccagarbugli.

Non è così difficile simulare l’opera di un pazzo; o applicare l’etichetta di pazzo. In USA mi è stato insegnato che nella diagnosi microscopica dei tumori occorre tener presente che se si esaminano le cellule normali ad ingrandimento troppo elevato si tende a vederle come cancerose. Riflettei che avviene lo stesso con gli umani; Basaglia ha detto che “da vicino nessuno è normale” e lo “scrutiny” è elencato tra i sistemi per mobbizzare i whisteblowers. Benigni nel “Il mostro” fa dell’umorismo sulla pratica della parafrasi psichiatrica di comportamenti normali, e di come questa provochi un circolo vizioso. Gli effetti di stigma di questa forma di patologizzazione, e le forme illegali di controllo che spesso l’accompagnano, sono favoriti dalle ricorrenti notizie di stragi commesse da folli: tra le numerose valenze di queste notizie c’è anche quella di favorire la patologizzazione surrettizia di chi è inviso al potere.

Nella patologizzazione materiale gesti folli possono essere ottenuti “eccitando e incanalando i nuclei psicotici di qualche sventurato” (cit.). C’è una letteratura complottista, e anche mi pare una più attendibile, su queste pratiche. Anche qui è possibile una similitudine con la biologia dei tumori. La cancerogenesi appare essere un fenomeno “multistep”, avviene cioè per stadi. Fattori mutageni diversi possono agire sul DNA: quando la somma dei danni multipli raggiunge una soglia si ha la trasformazione neoplastica. Analogamente, in un soggetto predisposto, che ha già salito per cause diverse alcuni gradini della scala verso la psicosi, stimoli successivi, applicati in maniera deliberata e mirata, possono portare alla psicosi franca o innescare una crisi psicotica. Sono anche possibili giochi e intrecci tra le due forme di patologizzazione.

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Il fattore psicofarmaci evidenziato da Nicola Mosti è uno di quelli che hanno un rapporto efficacia/attenzione altamente favorevole dal punto di vista di chi potrebbe organizzare tali atti. Gli psicofarmaci sono tra i determinanti strutturali invisibili dell’attuale società. I magistrati tendono ad evitare l’argomento, nonostante abbia pesante rilevanza in gravi reati contro la persona. Otto anni fa segnalai rispettosamente l’utilità che la magistratura se ne occupasse al Procuratore Guariniello, specializzato in inchieste sulla sanità, che ha condotto diverse importanti indagini, e attualmente sta conducendo un’indagine sull’ingannevolezza delle affermazioni circa la capacità della Crescina di fare tornare il capillizio a precedenti splendori. Ne scrissi a proposito del caso Pantani:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/25/le-perizie-ballistiche/

Ma il ruolo degli psicofarmaci in esplosioni inattese di violenza non è nella fitta agenda degli interventi dei magistrati sulla medicina:

Il PM Nicastro come assessore alla sanità: la non complementarietà tra magistrati e tangentisti. Par. 17. http://menici60d15.wordpress.com/2010/02/27/1322/

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Nella cassetta delle ipotesi non può mancare la “patsy”, il capro espiatorio al quale attribuire l’esecuzione, e da esibire ai media, mentre la strage è stata materialmente compiuta da altri, da soli o in concorso con la patsy. Come è avvenuto per Lee Oswald, incastrato per l’assassinio di JFK; e, secondo le recenti ricostruzioni, anche per la strage di Portella della Ginestra, dove la patsy era il bandito Giuliano con la sua banda. C’è chi pensa che l’esperienza di Portella sia stata applicata a Dallas. Si è ipotizzato che Breivik sia una patsy consapevole.

Anche in altri fatti di terrorismo, come la dinamica del rapimento in Via Fani dello statista che non piaceva a Kissinger, e la successiva gestione, sembra possibile sospettare che vi siano stati più esecutori con piani diversi. Per diversi omicidi politici, la mafia può essere stata una patsy dalle mani insanguinate. Per es. quello di Pio La Torre, nemico vero della mafia ma anche severo oppositore delle basi USA in Italia; ucciso con un’arma in uso non ai mafiosi, ma all’esercito USA. La patsy può anche essere immaginaria; una figura fantomatica creata dai servizi, come ritengo potrebbe essere l’Unabomber nostrano. Anche la Nave dei veleni di Cetraro, che denunciai come bufala prima degli accertamenti, ha alcune caratteristiche della patsy.

C’è un ampio spazio, che non bisognerebbe scavalcare a “Ponte sullo Stretto”, tra i rettiliani e le labirintiche ambiguità di quelli che dovrebbero tutelare la legalità ma non si capisce da che parte stanno, o meglio lo si capisce ma si fa fatica a crederlo; o tra gli arcana imperii supertecnologici e i puttana imperii dei comunisti della varietà apprezzata da Kissinger, ai quali fa comodo una riesumazione del fascismo squadrista per fingersi di sinistra.

Lo schifo di Stato nella buona e nella cattiva letteratura

27 novembre 2011

Blog de Il Fatto

Commenti al post “La poliziotta-scrittrice: “Sull’assalto alla Diaz assoluzioni dubbie” ” del 26 nov 2011 

“Però non sono d’accordo con la tesi che tutto questo sia stato deciso precedentemente, come un mostro che si muove e mette i tentacoli”.
Simona Mammano, l’agente di polizia scrittrice che condanna l’operato della polizia al G8 di Genova ma non vi vede dolo (né lo vede nelle successive assoluzioni).

“…decine e decine di serpenti aggrovigliati tra loro che si mangiavano l’uno con l’altro… un poco più distante, un altro serpente più grosso, con la testa d’uomo li guarda compiaciuto …dalla sua bocca pende la coda di un topo e cola del sangue nero. ‘Che schifo… dobbiamo intervenire per interrompere questa carneficina e sapere chi è … conoscere il progetto di quest’uomo serpente’ dice Calipari. ‘Hai ragione…dobbiamo…perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione e a scoprire la verità’. “
Il sogno di un personaggio in “Mistero di Stato, la strana morte dell’ispettore Donatoni”, scritto dal giudice Mario Almerighi.

Da un lato la scrittrice con la pistola, che disorienta anche per la delicatezza sbagliata con cui rifinisce l’opera di smorzamento delle responsabilità di polizia e magistratura. Riconosco per esperienza di vita che l’allegoria del mostro schifoso, che si ha buon gioco a respingere come inconcepibile, è tanto fedele al vero quanto distante dalla melassa mediatica nella quale ormai anche l’affare G8 sta venendo dissolto.

Dall’altro un uomo di legge sorprende per l’apparente brutalità dell’immagine che usa affrontando uno di quei casi agghiaccianti, che restano sommersi e impuniti grazie alle viltà e complicità dei più, dove la polizia appare come l’antistato. Non nasconde né abbellisce l’orrore, ma con mano sicura lo svela e lo indica, svegliando dal torpore anziché cullare con favole rassicuranti.

Francesco Pansera

La scomparsa dei Calamandrei

5 novembre 2011

Blog de Il Fatto

Commento al post di S. Truzzi “Calamandrei, educazione italiana” del 5 nov 2011

Le sue parole, che emanano il “fresco profumo di libertà”, erano consentite negli anni del Dopoguerra. Oggi Calamandrei va bene come santo laico, al quale accendere una candela per poi voltarsi, tornare nel mondo alleggeriti da sensi di colpa e continuare a peccare contro l’etica pubblica con rinnovato vigore.

Persone come lui, o anche solo persone normali che seguono istintivamente la direzione che magistralmente indicava e descriveva, oggi possono essere attivamente eliminate, sul piano morale quando non fisico, da apparati dedicati. Con meccanismi che ottengono una selezione avversa della classe dirigente, inclusa del resto l’estinzione dei veri azionisti; che assegnano valore alle persone secondo una scala invertita, per poi fare in modo che tale perversa falsa misura si avveri. Come un processo dove la sentenza viene emessa per prima, e poi il procedimento e la realtà vengono ad essa adattati col dolo e la violenza, potrei dire a Calamandrei se fosse vivo.

Apparati ai quali non è estranea la magistratura, che anche in questo più che i suoi elogi merita la sua diagnosi di conformismo e di letargia morale. Oggi un Calamandrei verrebbe classificato come “un insopportabile importuno”, cioè un rompiscatole, se non peggio. Calamandrei contrastò ai suoi tempi tali capovolgimenti, ormai istituzionalizzati:

“[L’arcivescovo di Palermo Ruffini nel 1964] denunciò una diabolica congiura mediatica mirante a calunniare la Sicilia; una congiura che aveva tre teste. … Danilo Dolci … Giuseppe Tomasi di Lampedusa … e la mafia, la quale, affermava Ruffini, non era niente di grave”. J. Dickie, Cosa nostra. Storia della mafia siciliana, 2005.

“Sono insopportabili questi importuni che ricordano, con il loro esempio, fastidioso come un rimprovero vivente, che nel mondo esiste la onestà e la dignità”. P. Calamandrei, arringa in difesa di Danilo Dolci, 1956.

(da: http://menici60d15.wordpress.com/leopardi-unabomber-e-altri-eversori/)

Le magie dell’Esselunga

24 ottobre 2011

Blog de Il Fatto

Commento al post di L. Franco “Cocaina e banane, trovati 25 chili di droga tra i bancali dell’Esselunga” del 24 ott 2011

Strane cose accadono all’Esselunga. Ora i 25 kg di cocaina tra le banane. E dire che la ditta è strettamente sorvegliata dalle forze dell’ordine. Per esempio, dopo aver postato questo:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/07/mafia-padana-e-magistrati/

e questo:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/17/salsa-cilena-allesselunga/

mi ci sono voluti 41 tentativi, nell’arco di un mese (mentre negli stessi giorni, vedo, avveniva il contrabbando di cocaina) per riuscire a compiere le poche centinaia di metri da casa all’Esselunga di via Volta a Brescia senza incrociare almeno un’auto di polizia. Per poi subire il solito comportamento gratuitamente provocatorio all’interno del grande magazzino. Oggi, appena pochi minuti prima di leggere l’articolo de Il Fatto, essendo passato in auto lì vicino, ho goduto della scorta di una Land Rover dalla Polizia provinciale, lo stesso modello di auto e lo stesso corpo di cui riferisco nel primo post, che mi si è messa dietro seguendomi a lungo per poi svoltare per una stradina che porta all’Esselunga.

Quasi sicuramente combinazioni prive di significato; oppure, dato il loro sapore onirico, opera del mago burlone sapientemente descritto da Tornatore nella sua recente apologia cinematografica dell’Esselunga. Oppure forse, attorno a forti realtà imprenditoriali come Esselunga le categorie onesti/criminali/tutori della legalità, presentate dai media e dalle forze di polizia, e sancite – o coonestate – dalla magistratura, e accettate come ovvie e naturali dal pubblico, sono solo parzialmente sovrapponibili a quelle reali; così che i ruoli e le alleanze reali sono talora opposti a quelli apparenti. I magistrati, inclusi quelli che si occupano di mafia, dovrebbero avere presente che vi sono oltre a quelle riconosciute anche forme sommerse di grande criminalità; e la possibilità che, come ho scritto più volte, con l’alibi della lotta alla criminalità si commettano reati non meno gravi.

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@Ecomostro. I fatti oggetto di denuncia si distinguono principalmente in veri o falsi, non in realistici o irrealistici. Io ho i filmati dei passaggi delle auto di polizia. (Né ci vuole molto, con la video sorveglianza, a fare eseguire un passaggio a una pattuglia al bisogno). Contra factum non valet argumentum. Argomento peraltro fallace: possono benissimo esserci fatti veri che suonano irrealistici. Se una denuncia venisse negata a priori perché secondo i gusti di qualcuno, o il sentire comune, non suona realistica, i critici cinematografici potrebbero fare le veci dei PM. Capisco che quanto denuncio possa essere accolto con perplessità. Però conoscere la differenza tra vero e verosimile fa parte del’abc del cittadino consapevole. Negare sicuri un abuso non conoscendo i fatti perché non corrisponde ai canoni Mediaset e Rai di rappresentazione del crimine è invece l’attività preferita dei boccaloni. Il “realistico” spesso non è che un nome rispettabile per “conformismo” e bigotteria. Io ad esempio ho forti dubbi che alla polizia manchi la benzina, visto che non mi riesce di uscire senza incrociarla. E la storia d’Italia è costellata di fatti “irrealistici”, inclusa l’invincibilità della mafia:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/17/italia-150-anni-di-conquiste-fiat/

Un piccolo test. Poniamo che sia stata commessa una strage terroristica nella piazza principale di Brescia, diciamo nel 1974. E diciamo che oggi, ottobre 2011, si attenda l’anno prossimo per un’altra tornata del relativo processo. E’ “realistico” che un processo per un fatto tanto grave si estenda al quinto decennio dalla commissione del reato, diverse epoche storiche e politiche dopo? Per me è un esempio della normale assurdità in cui viviamo. Di sicuro, è lo stesso ambiente dove avvengono i fatti che riporto; dei quali probabilmente dovrei discutere solo con chi non consideri “realistici” i tempi – e gli esiti – dei processi sul terrorismo.

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@ecomostro. Quello che non capisco io è come non ci possano essere eccezioni al “continuo via vai” in quel tratto; a Lei succede di incontrare senza eccezioni un’auto della Polizia ogni 500 metri ? E le capita di essere urtato al supermarket dallo stesso dipendente nello stesso punto per 4 volte consecutive?

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@n di zorro. Per proseguire il tuo “brainstorming”, forse non si sono lasciati scappare un quarto di quintale di coca; potrebbero anche averlo lasciato arrivare. Senza offesa. Le forze di polizia hanno precedenti di tutto rilievo nel doppio gioco sulla droga e nel non farsi scappare affari di droga (Ros di Bergamo); nel provocare e reprimere a fini di controllo politico (secondo gli insegnamenti di Cossiga); e nel pilotare l’eversione (attività sulla quale sono state scritte centinaia di pagine). E da quei professionisti che sono riescono a fare queste cose contemporaneamente senza fatica. Non come te che devi sforzarti per emettere contemporaneamente fesserie e insulti.

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@xenomars. A me pare che la polizia, e i servizi, siano anche troppo amici di Esselunga; e che abbiano una tendenza ad allestire insieme falsi scenari. (E che la Coop sia rivale in affari, ma non avversario ideologico di Esselunga, facendo parte dello stesso sistema).

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@pombo. Non mi seguono, si fanno vedere. Lo stalking Esselunga è cominciato a fine 2006, quando scrissi al comandante della municipale, promosso vicecomandante a Milano, e al difensore civico comunale, un magistrato emerito, commentando sulla circostanza, che è durata per tutto il 2006, per la quale ogni volta che entravo o uscivo da una biblioteca o da una libreria di Brescia incrociavo, senza eccezioni, un auto della polizia municipale, CC, PS, etc. E a volte sia quando entravo che quando uscivo.

Questo è l’esergo della lettera del 2006:

Questa specie, ora del tutto perduta, era allora floridissima in Lombardia…
(I Promessi Sposi. Commento sul modo dei bravi di farsi riconoscere dall’abito, dal portamento e dall’esibizione delle armi.)

L’accompagnamento culturale ha smesso di essere al 100%, ed è cominciato quello al supermarket; che è tenace e duraturo. Può darsi che a loro, e mi sa pure a te, siano più congeniali le banane che i libri.

Informazioni riservate su Black bloc e Indignati

16 ottobre 2011

Due analisi riservate sui Black bloc e su coloro che, tutto al contrario, civilmente manifestano contro le banche con la benedizione di Mario Draghi:

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Blog “Appello al popolo”

Commento al post “15 ottobre: un punto di vista diverso” del 17 ott 2011  

Beati i Black bloc, che vengono lasciati liberi di sfasciare tutto senza ombra di poliziotto attorno: a me per riuscire ad andare a comprare il pane all’Esselunga vicino casa senza incrociare auto delle forze di polizia, l’ultima volta ci sono voluti numero quarantuno tentativi, eseguiti in 11 giorni, nell’arco di un mese. Avendo la sorte di essere oggetto di un assillante e ostentato stalking di polizia, con associate provocazioni in borghese per giustificarlo e connivenze della magistratura perché resti impunito, forse vedo i fatti del 15 ottobre sotto una prospettiva un po’ deformata. Sono consapevole che suoni come una delirante calunnia sostenere che storicamente in Italia la violenza politica più cieca e insensata è salvo eccezioni pilotata dal Viminale e da Viale Romania, e dagli annessi servizi, che a tale fine con consumato mestiere infiltrano i gruppi adatti, e sobillano e lasciano liberi di agire i peggiori cialtroni, per poi presentarsi come paladini della legalità, in modo da preservare lo statu quo. Ma, tendendo ormai a vedere polizia dappertutto, aggiungo che ad essere manovrati non sono stati solo i facinorosi: il corteo può essere considerato come composto al 100% da infiltrati. Secondo me, oltre ai Black bloc, ai quali la polizia ha affidato in subappalto delicati compiti politici, anche i manifestanti pacifici sono riconducibili alla polizia: in quanto carabinieri spirituali. Chi, obbedendo agli ordini mediatici, si dichiara “indignato” per ciò che Altan raffigurerebbe come un ombrello piantato nel suo didietro, e rafforza l’espressione del suo sdegno con una educata camminata di gruppo in una bella ottobrata romana, è l’omologo civile dei CC delle barzellette.

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/29/le-ragioni-per-non-votare/

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Il ritorno dei samurai angolo via Labicana

Caro Stefano, a me fa molto piacere avere trovato persone che, da un percorso diverso, sono giunte, in forma più strutturata, ai miei stessi ideali di Giustizia sociale, Sovranità nazionale e Indipendenza. Anche se ammiro e supporto il voler tradurre tali ideali in azione politica concreta, non sono d’accordo nel credere che il popolo possa fare suo, con la necessaria intensità, un tale progetto politico. Lo si vede in questi giorni. Il potere fa fatti; il popolo non fa niente. Non i manifestanti violenti, col fuoco di paglia dei loro capriccetti futili e funzionali all’oppressione. Non gli indignati obbedienti, ai quali vanno bene tutti i politici, e l’attuale sistema, e qualsiasi ideologia, se assicurano il potere d’acquisto per i consumi e il quieto vivere. Forse questi nostri ideali sono un po’ come quelli di certi rivoluzionari risorgimentali, che non piacevano in primis a coloro che i rivoluzionari pensavano di emancipare.

Riguardo all’azione politica, fa molto poco anche quella. Pur nel mio pessimismo, penso che si dovrebbero chiedere le dimissioni del ministro dell’interno, per le sue evidenti responsabilità, se non altro omissive (ma non credo solo omissive), nell’accaduto (e magari organizzare una manifestazione a tale fine). E si dovrebbero chiedere indagini giudiziarie sulle responsabilità delle forze di polizia. O anche in questa (per me del tutto inverosimile) incapacità di controllare e fermare un pugno di ragazzini nel cuore di Roma non si vede nulla di colpevole? Invece tale elementare risposta politica non solo non c’è un 20% che la chiede, ma non c’è nessuno. Se si vuole conquistare il popolo, bisognerebbe mostrargli i valori di pregio che un movimento come il tuo può offrire: la tensione a vedere le cose chiaramente e il retto rispondere. La radicalità della ragione e la sostanzialità dell’azione contro la hubris mediatica.

Trovo deprimente che, dopo le centinaia di morti e i danni alla nazione causati dalla strategia della tensione, la gente comune, e anche chi “should know better”, continuino ad accettare, come per un riflesso automatico, lo stesso schema narrativo di quella che è la solita farsa. Che andrebbe chiamata dei “samurai invincibili”, secondo l’espressione di Tobagi. E alla quale il pubblico partecipa prendendo la parti ora dell’uno ora dell’altro degli attori, con pensosi distinguo ma in maniera prevedibile quanto per una sceneggiata napoletana.

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Stefano, il commento di Buzz che tu approvi mi sembra, per le parti che riesco a capire, un insieme di affermazioni sussiegose, apodittiche e sbagliate. “Partire dagli effetti per dedurne [inferire] una causa”, essendo note alcune premesse, come quella storicamente accertata dell’esistenza dell’eversione di Stato, non è “scientificamente scorretto”: si chiama “abduzione”, operazione che si fa coincidere con la generazione creativa di ipotesi scientifiche che consente il progresso della conoscenza sulle cause dei fenomeni. Ma qui non accorre grande creatività. E d’altro lato, dopo 70 anni di storia della Repubblica, parlare con cipiglio di dietrologia, pigrizia intellettuale, tesi comode, incapacità di apprendere dalla storia, gravi errori metodologici etc contro chi fa notare che esiste la strategia della tensione, richiede capacità e “metodi” che sono lieto di non possedere.

Quanto affermi sull’inizio di un nuovo periodo storico e su ciò che sono stati questi anni mi pare invece molto interessante. Ma non contrasta con quanto dico: il potere può avere anzi un interesse ancora maggiore a intervenire con l’esibizione mediatica di violenza pilotata, per orientare l’opinione pubblica contro possibili forme di violenza spontanea o politicamente organizzata, per spingere verso forme di protesta votate al fallimento, e per favorire leggi e prassi repressive.

Tornando all’epistemologo Buzz, c’è una fallacia gigantesca ed esiziale, che tutti tendiamo a commettere: di accettare l’assunto implicito che il ristretto ventaglio di opzioni che ci viene presentato dal potere e dai media esaurisca le possibilità. Oggi accettando il falso dilemma Indignados o Black bloc. I primi mosci e inconcludenti, gli altri finti e insensati. Se ci si fa dettare dal padrone, che ci mostra due scelte apparentemente opposte, la strategia per uscire dalla subalternità, la vittoria non è proprio assicurata. Lo spettro, sia dell’esistente che del potenziale, è molto più ampio: c’è la violenza che cova di chi è veramente oppresso, e che non si limiterebbe all’innocua Cinecittà dell’altro giorno; c’è la rabbia di chi non sfila a comando ma non ce la fa più e voterebbe qualcuno più serio delle attuali maschere della politica. Ci sono i modi nuovi, inediti da scoprire urgentemente – questa sì è pigrizia, oltre che errore politico madornale – di opporsi efficacemente al potere; senza cadere né nella trappola di chi ti vuole addormentare dandoti ragione a chiacchiere, né in quella che ti incita a fermare un Frecciarossa in corsa a spallate.

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Blog de “Il Fatto”

Commento al post di Travaglio “Prendo le distanze” del 20 ott 2011

Scusi Travaglio, ma qui si stanno prendendo le distanze anche dalla legalità. A proposito della mescolanza di farsa e tragedia in Italia (Pasolini, oggi citato per la sua difesa dei poliziotti, andrebbe citato per “L’Italia è un Paese ridicolo e sinistro. I suoi governanti sono maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue”); perché non chiedere le dimissioni di Maroni, per non avere saputo controllare e fermare un pugno di scemotti che ha guastato una manifestazione politica? E chiedere alla magistratura di indagare su responsabilità, che appaiono palesi, delle forze di polizia, sempre che il tema “poppe e natiche frequentate da B.” le lasci un po’ di spazio? C’era un giornalista, Tobagi, che contestava il dogma dell’invincibilità dei manovali del caos, ma purtroppo l’hanno ammazzato:

Il ritorno dei samurai angolo V. Labicana. In: http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/informazioni-riservate-su-black-bloc-e-indignati/

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Segnalato su:

Blog di A Giannuli

post “La manifestazione di Roma: solito dejavu?” del 15 ott 2011

Comunicato del SIU* n. 1

Colendissimo Signor Lunnai

Due documenti riservati su Black bloc e Indignati, che mi auguro non cadano nelle mani di complottomani e dietrologi:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/informazioni-riservate-su-black-bloc-e-indignati/

Suo fratello in Iside

Clisma 4

Guardia scelta del SIU*

* Scatorchiano Intelligence Unit.

e post ” Ancora su Piazza San Giovanni” del 18 ott 2011:

Riguardo ai consigli di Cossiga nel 2008:

http://menici60d15.wordpress.com/2008/10/29/incudine-e-non-martello/

Blog “L’aria che tira” di M. Cedolin 

Post “Dietro il fumo dei lacrimogeni e delle camionette che vanno a fuoco, c’è una società in cancrena” del 21 set 2011:

C’è una fallacia gigantesca ed esiziale, che tutti tendiamo a commettere: accettare l’assunto implicito che il ristretto ventaglio di opzioni che ci viene presentato dal potere e dai media esaurisca le possibilità. Oggi accettando il falso dilemma Indignados o Black bloc. I primi mosci e inconcludenti, gli altri finti e insensati. Se ci si fa dettare dal padrone, che ci mostra due scelte apparentemente opposte, la strategia per uscire dalla subalternità, la vittoria non è proprio assicurata. Lo spettro, sia dell’esistente che del potenziale, è molto più ampio: c’è la violenza che cova di chi è veramente oppresso, e che non si limiterebbe all’innocua Cinecittà dell’altro giorno; c’è la rabbia di chi non sfila a comando ma non ce la fa più e voterebbe qualcuno più serio delle attuali maschere della politica. Ci sono i modi nuovi, inediti da scoprire urgentemente – questa sì è pigrizia, oltre che errore politico madornale – di opporsi efficacemente al potere; senza cadere né nella trappola di chi ti vuole addormentare dandoti ragione a chiacchiere, né in quella che ti incita a fermare un Frecciarossa in corsa a spallate.

In:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/informazioni-riservate-su-black-bloc-e-indignati/

Blog Metilparaben

Post “I garantisti delle leggi speciali” del 20 ott 2011 

Gatta ci cova…

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/informazioni-riservate-su-black-bloc-e-indignati/
20 ottobre 2011 17:09

Blog Dietro il sipario

Post “Gli Indignados, strumenti inconsapevoli del Lucis Trust” dell’8 nov 2011

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/informazioni-riservate-su-black-bloc-e-indignati/

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Segnalazioni censurate: 

Blog de Il Fatto:

Post di P. Ojetti “La legge Irreale” del 17 ott 2011:

Ecco fatto. Bravi:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/informazioni-riservate-su-black-bloc-e-indignati/

Post di Claudio Fava “Le leggi liberticide non servono” del 18 ott 2011:

I comportamenti liberticidi servono:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/informazioni-riservate-su-black-bloc-e-indignati/

Post della Redazione “Roma, cortei in centro vietati per un mese. Solo “una manifestazione statica” per la Fiom” del 17 ott 2011:

C’è qualcosa che non quadra…

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/informazioni-riservate-su-black-bloc-e-indignati/

I magistrati e gli USA

8 ottobre 2011

Blog de Il Fatto

Commento al post di Bruno Tinti “Meredith, il verdetto del popolo sovrano” dell’8 ott 2011

Al dr Tinti le discussioni sull’assoluzione della Knox e di Sollecito fanno venire in mente che il popolo ciancia senza capire nulla di diritto, e che i magistrati italiani sono superiori a quelli USA perché motivano le sentenze. Pur condividendo il giudizio sulla gente e sul sistema giudiziario USA, posso testimoniare che quando si tratta di dare impunità o appoggio ai crimini dei poteri forti, a partire da quelli coi quali gli USA mantengono il loro dominio sull’Italia, i magistrati italiani non sono migliori della gente e dei colleghi USA. Si può assistere alla “parallelizzazione” dei gradi di giudizio, che, sequenziali nel tempo, vengono affiancati sul piano spicciolo creando doppie verità; così che gli imputati sono assolti però si lascia intravedere, magari anche dallo stesso giudice che ha smentito il giudizio di colpevolezza del grado precedente, che di fatto sono colpevoli (o al danneggiato viene data ragione formalmente mentre col grado successivo, senza negare il giudizio precedente, si fa in modo che il torto prosegua). Le perizie tecniche, che andrebbero ormai riconosciute come un magnifico mezzo per eludere la logica più elementare e la decenza dietro al paravento del “rigore” e della prosopopea scientifica, possono certificare che gli asini volano:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/25/le-perizie-ballistiche/

o i periti possono divenire degli imbranati fantozziani (v. la perizia genetica della polizia per l’assassinio dell’ispettore Donatoni, in “Mistero di Stato”, di M. Almerighi). E la luce non è mai giusta: o è quella abbagliante dei proiettori dello show mediatico, oppure magistrati e forze di polizia cercano di operare nell’oscurità, senza contraddittorio, con procedure anomale, e di dare meno motivazioni pubbliche possibile, agendo per vie informali e riservate, lasciando meno tracce possibile della loro concezione del diritto e della giustizia rispetto allo zio Sam o altri signori.

Francesco Pansera

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Blog de Il Fatto

Commento al post di  G. Costa “Tutti i giudici di Amanda Knox” del 10 ott 2011

Nella sua intemerata per difendere il suo clan in un caso dove certo il sistema giudiziario non ha brillato, come quello Knox-Sollecito, Costa ha ragione quando dice che a volte il pubblico è una bestia. Il fatto è che i magistrati, in casi dove poteri forti esercitano la loro influenza, non appaiono migliori del volgo, ma una sua espressione ripulita, che nella baraonda ci sguazza:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/08/i-magistrati-e-gli-usa/

Anch’io nel mio campo, la medicina, vedo come spesso siano sbagliate, distorte, assurde le pretese del pubblico; ma quelle proposte sfuocate e spesso controproducenti nascono da una percezione intuitiva negativa sulla medicina che non è infondata. Penso che se la medicina fosse onesta e pulita tali proteste mal dirette in gran parte controproducenti rientrerebbero, e tra quelle restanti verrebbero riconosciute e isolate quelle sbagliate.

Che l’avvocato Costa e i magistrati che difende facciano la loro parte per assicurare una giustizia imparziale, equa e efficiente, e vedranno che la gente non tenterà di indossare i loro roboni settecenteschi e i berretti col pon pon. Una giustizia che abbia il carattere della linearità. Per es. se davvero non si vogliono polveroni e cicaleccio, basterebbe, non dico invertire il rapporto capovolto tra effetto e causa, riportandolo alla sua forma naturale, ma almeno accorciare i tempi, attualmente di 3 mesi, tra la sentenza, che è una conclusione, e le motivazioni, che dovrebbero essere le premesse della conclusione stessa. A costo di posticipare la sentenza. Una giustizia che, esposte le conclusioni, ci mette un altro quarto di anno per esporre come ha raggiunto le premesse, e come da esse abbia inferito le conclusioni, mentre fuori il pubblico rumoreggia e straparla, non può dirsi estranea alla caciara, per quando solenni siano le pose che assume.

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La coppia “calculemus” e “ignorabimus” nell’attività giudiziaria

@Gioele28. Che brutta professione quella del giudice, sul piano intellettuale oltre che umano, se consiste davvero in ciò che tu dici. Credo che la verità, ai fini pratici, etici e giudiziari sia un’entità tangibile e unica *; la cui approssimazione, se non sempre è possibile, non è però neppure così terribilmente irraggiungibile. Viene dipinta come vaporosa soprattutto quando al contrario si è proceduto con l’accetta.

E’ un po’ buffo che parlando dell’attività dei tribunali, che dovrebbero essere il luogo della misura nel giudizio, dall’ottimismo positivista sulle perizie tecniche si passi a dolenti considerazioni sull’inaccessibilità della verità, dove la vita reale sembra un’entità noumenica che le mura dei palazzi di giustizia tengono separata dal lavoro dei magistrati. Dalla hubris scientista, dal “calculemus” leibniziano, ad uno “ignorabimus” che invoca smarrito la trascendenza a giochi fatti.

Credo che sarebbe utile per tutti, meno che per chi è colpevole, che ci fossero linee guida solide sulla prova scientifica nei procedimenti giudiziari; basate su una definizione non ingenua – non ingenua sotto il profilo epistemologico e quello della conoscenza di come va il mondo – del rapporto tra la ricostruzione “naturale” del fatto, considerato come fenomeno causato da azioni umane, e ruolo dell’analisi scientifica nella ricostruzione. L’analisi scientifica porta la ricostruzione ai piani ipogei o iperurani del non osservabile, e può approfittarne per sdoganarsi dalla razionalità e dal controllo di attendibilità; facendo le veci del Dio di cui parla Gioele28; o meglio venendo usata come un traballante deus ex machina che interviene tonante e cigolante per imporre il finale desiderato.

* http://menici60d15.wordpress.com/2009/06/03/contro-il-relativismo-etico-ed-epistemico/

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Avvocato Costa, ringrazio Lei per mostrarmi in cosa consiste il Vostro lavoro.

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Blog de Il Fatto

Commento del 27 gen 2012 al post di M. Imperato “Lobby al sole anche da noi?” del 27 gen 2012

postato su questo sito il 5 feb 2012 causa boicottaggio Telecom

Il PM Imperato invita a considerare di introdurre anche da noi il lobbismo, cioè la legalizzazione dei finanziamenti ai politici da parte di gruppi di interesse. Il magistrato invita a guardare al fenomeno senza ipocrisie. Si dovrebbe estendere il suo suggerimento al potere giudiziario: considerando il fenomeno USA dei finanziamenti legali alle campagne elettorali dei magistrati da parte delle multinazionali. Lì è legale comprarsi dei magistrati in questo modo. Ma anche in Italia, così come non è sconosciuto il fenomeno dei soldi passati sottobanco da potenti gruppi di interesse ai politici, esiste la magistratura “business friendly”, che fa carriera essendo compiacente col business:

I magistrati “business friendly” e la mafia come sineddoche tendenziosa
http://menici60d15.wordpress.c…

Reati contro l’economia

http://menici60d15.wordpress.c…

27 gen 11 h 17:10

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Sito de L’Espresso

Commento all’articolo di P. V. Buffa “Così torturavamo i brigatisti” del 5 apr 2012

Sul fatto che i poliziotti, col coraggio dello sciacallo, quando non corrono rischi commettano abusi e i magistrati li coprano, non ho dubbi. Soprattutto se ci sono di mezzo interessi USA. Ciò che è sicuramente vero in questa storia è che polizia e magistratura di nascosto praticano e favoriscono forme abbiette di crimine a favore di interessi USA. Ciò che è sicuramente falso è l’implicazione che lo facciano solo per fini in sé leciti, e solo nei confronti di chi delinque.

La CIA e l’art. 33 della Costituzione

6 ottobre 2011

Blog Blogghete

Commmento al post di G. Freda “Spacciatori di fuffa” del 6 ott 2011 

Dell’influenza degli USA sull’arte tramite la CIA sentii parlare da Enrico Baj ad una conferenza che tenne mi pare nel 1997 in un paese vicino a Brescia. Citò anche lui Peggy Guggenheim. Fece affermazioni sorprendenti su metodi di persuasione del genere “diplomazia delle cannoniere” che furono usati a Venezia. Riporto un passo da “Conversazioni con Enrico Baj” di L. Caprile, 1997 (pag. 54):

“Castelli ha organizzato la mostra al Padiglione americano della Biennale di Venezia nel 1964 assieme al suo amico Alan Solomon, entrambi dei servizi segreti americani. D’altra parte, i servizi segreti americani, qualche anno fa, hanno pienamente ammesso di aver considerato l’arte americana come un fatto d’importanza strategica e per tale considerazione di avere sollecitato l’interesse diretto del governo e della Casa Bianca. Nel caso della Biennale, Castelli e Solomon hanno avuto via libera dal Dipartimento di Stato.[…] improvvisamente si presenta l’accoppiata Castelli-Solomon, cambiano tutti i progetti precedenti e tutto lo spazio viene occupato dalla Pop Art con il conseguente successo dell’immagine americana up to date. […] Pensavamo che la Pop art volesse distruggere il mito della Coca-cola, della Marylin e del fumetto. Eravamo in errore perché lo si voleva solo esaltare.”

Credo che, come per altri aspetti della Guerra fredda, quello della opposizione all’URSS fosse un pretesto. Il movente principale mi pare sia stato quello di costruire un’egemonia culturale nei paesi “alleati”, che favorisse il dominio politico ed economico; creando consenso per le idee politiche capitalistiche, e mercati per i prodotti da consumare. Non si dirà mai abbastanza degli effetti negativi del condizionamento culturale. D’altro lato, occorre considerare che si tratta di informazioni “declassified”, come mostrano anche il libro della Stonor Sanders e la circostanza che la clamorosa rivelazione è arrivata sulle pagine di Repubblica. Sembra uno di quei “limited hang-out” tipici degli anglosassoni.

Questa ingerenza viola l’art. 33 della Costituzione, che dice che “L’arte e la scienza sono libere”. E’ noto il controllo sull’arte, che si può dire abbia ottenuto i suoi effetti già da molti anni; si parla molto meno di quello sulla scienza, attuato mediante i servizi e mediante vie riservate; che invece è più attuale e importante, per le ovvie implicazioni economiche; soprattutto in campo biomedico. Controllando l’arte si può influenzare la cultura generale dei popoli; controllando la ricerca scientifica e tecnologica, si controllano l’industria e il commercio.

I gruppi facenti capo a Rockefeller, citati a proposito del controllo dei servizi sull’arte, sono noti anche per l’influenza determinante che hanno avuto nel plasmare la medicina e la ricerca scientifica biomedica del nostro tempo. Pochi in Italia conoscono il caso della persecuzione di Domenico Marotta, mediata da magistratura e democristiani, e appoggiata da una campagna diffamatoria dell’Unità, due anni dopo l’uccisione di Mattei e alcuni mesi dopo il caso Ippolito. Marotta era un autentico gran commis dello Stato, molto lontano dai soggetti cui siamo ormai abituati. Fu un validissimo direttore dell’Istituto superiore di sanità, del quale è considerato il padre. Infranse il monopolio anglo-americano sulla penicillina, chiamando l’inglese Chain, premio Nobel, a lavorare per noi; un atto che ha evidenti analogie con la ricerca dell’indipendenza energetica per l’Italia di Mattei e Ippolito. Subì l’oltraggio del carcere ottantenne, mentre sui giornali veniva presentato come una “forchetta della scienza”. Marotta era un uomo del passato. I moderni servitori dello Stato hanno reso l’Italia un verde pascolo per le multinazionali farmaceutiche estere. In Italia un bambino su due assume almeno un antibiotico all’anno – molto spesso inutilmente e con effetti nocivi – contro il 14% degli inglesi.

Istituzioni ibride

22 settembre 2011

Blog  Il Corrosivo di Marco Cedolin

Commento al post “Quali sono i veri poliziotti?” del 22 set 2011

La polizia, che è fatta di Italiani, manifesta davanti a Montecitorio perché è voltagabbana: ha fiutato il vento e si stacca dal signorotto in disgrazia che prima ha aiutato con tutti i mezzi a spadroneggiare; e anzi gli va contro. Il Griso quando Don Rodrigo si ammala prende le distanze e poi lo tradisce accordandosi coi monatti, noterebbe qualcuno. Come fa spesso, Cedolin coglie un punto nodale: I poliziotti sono onesti e benemeriti lavoratori o sgherri del potere? Credo che il dilemma sia insolubile, posto così. Per trovare le coordinate che Cedolin giustamente chiede occorre superare le dicotomie semplici, e ammettere che alcune grandi istituzioni etiche, come la polizia, sono intrinsecamente ibride: hanno una funzione sociale positiva, ma anche una insopprimibile componente oscura. Un miscuglio, nel quale il primo aspetto, al quale ascrivere comportamenti corretti e esempi luminosi, viene sfruttato dal secondo, che si fa scudo dei casi nobili di aderenti all’istituzione che sono stati uccisi, che a volte sono casi di epurazione.

Come la salute, l’ordine quando c’è non si nota. Ci dimentichiamo che se non siamo in un Far West è perché c’è il lavoro delle forze di polizia. Non si può fare a meno di tale servizio pubblico. Questa azione però è carente là dove sarebbe più necessaria, come le aree del Sud dove la mafia è forte; e per i crimini dei colletti bianchi;  e solo chi ci è passato in prima persona può sapere quanto possono essere vendute le forze di polizia (soprattutto, posso dire, quando servono i poteri forti, come quelli che hanno commissionato gli omicidi politici); e quali reati possono impunemente commettere, quali abissi di infamia possono raggiungere; con la connivenza e a volte la complicità attiva della magistratura, altra istituzione ibrida.

La polizia dovrebbe difendere i cittadini: in realtà tende ad esercitare una protezione, arbitraria ed ineguale a seconda del cittadino, e che si riserva di ritirare a piacimento, regolandosi sulle convenienze e gli interessi in gioco, analogamente alla protezione mafiosa. Per il cittadino comune, la protezione si paga col pizzo della sottomissione al potere, che ha nei poliziotti i suoi campieri. Bisogna fuggire sia il rifiuto ideologico dell’istituzione, sia la tentazione di porvi cieca fiducia, come la propaganda martellante e la pavidità del cittadino medio spingono a fare:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/14/vogliono-i-poliziotti/

Ma da cittadini repubblicani occorre guardarla con distacco, esercitando il controllo democratico e pretendendo che nei suoi comportamenti si avvicini a ciò che dovrebbe essere, se vuole essere riconosciuta come istituzione, e non come una banda di soggetti descritti nel canto della mala:

“Prima faceva il ladro / e poi la spia / adesso è delegato di polizia”.

Quello dei Notav, in un’Italia piena di finte proteste pilotate dal potere, è un raro caso di lotta popolare genuina, e di risonanza nazionale, contro i soprusi del potere. Quindi sono in gioco non solo le grandi ruberie sull’Alta velocità, ma anche il principio che la gente deve stare buona mentre viene derubata; questo rifiuto di massa ad essere defraudati di beni essenziali è inaccettabile per la tirannia che aleggia dietro alla fictio democratica. Occorre che i resistenti della Val di Susa stiano attenti, perché se da un lato si cercherà di addormentare la protesta, dall’altro si farà di tutto per dipingerla come opera di violenti, esaltati, etc. E i poliziotti, che davanti a terroristi veri non brillerebbero, quando si tratta di bastonare brave persone divengono guerrieri implacabili e audaci.

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Grazie Marco. E’ vero che la polizia è immersa in una rete di relazioni istituzionali, che ne condizionano il comportamento;  e come altri poteri dello Stato è subordinata a forze come gli USA, le oligarchie finanziarie, il Vaticano. L’assorbimento, del quale parli, è un fenomeno passivo; ma le forze di polizia brillano anche di luce propria. Andrebbe forse maggiormente riconosciuto il ruolo attivo, silenzioso e sottovalutato, delle forze di polizia nel determinare la politica italiana, al livello intermedio del quale fanno parte. La difesa manu militari degli interessi illeciti del business medico è a mio parere un esempio di questa cogestione attiva. La gente non lo sa, ma la medicina che ha e che avrà

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/15/la-medicina-come-rimedio-ai-limiti-della-crescita-economica/

è una medicina imposta coi questurini e i militari dal budriere bianco; e anche con forme più sofisticate di poliziotto.

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Blog “Conflitti e strategie”

Commento al Post di Gianni Petrosillo “Dateci un taglio” del 23 set 2011

Questa immagine della polizia esasperata che assalta il Palazzo ricorda gli ammutinati della Corazzata Potemkin; e chi ci crede dovrebbe stare a sentire Fantozzi…

Non so quanto sia sincero questo attrito tra La Russa e i poliziotti, che di fatto ha gettato l’amo di una polizia che sta al fianco dei cittadini esasperati dal Palazzo, e non di fronte a difesa del Palazzo con i randelli e con gli uffici riservati; ma anche se lo fosse, non mi sembra quello tra un fascista e onesti lavoratori esasperati …

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/22/istituzioni-ibride/

Salsa cilena all’Esselunga

17 settembre 2011


Blog de “Il Fatto”

Commento cancellato dalla redazione al post “Il patron di Esselunga Caprotti condannato per il libro “Falce e carrello” di T. Mackinson del 17 set 2011

Salsa cilena all’Esselunga

Come riporta Thomas Mackinson su Il Fatto, Caprotti è socio e alleato di Rockefeller. Rockefeller è ritenuto da molti una forza determinante nel plasmare la medicina nella sua forma attuale, affaristica e di pochi scrupoli. (Un modello di medicina – che contempla che i farmaci si vendano al supermarket, come nei drugstore USA – abbracciato del resto anche da Coop). Secondo un’ipotesi, l’Unabomber veneto sarebbe un’operazione dei servizi, di provenienza anglosassone, appoggiata come già avvenuto in passato per altre forme di terrorismo dalle istituzioni italiane, volta a giustificare la repressione di chi si oppone in maniera civile a aspetti del liberismo come la medicina secondo Rockefeller:

http://menici60d15.wordpress.com/leopardi-unabomber-e-altri-eversori/

E’ singolare che l’autore dell’ipotesi, oppositore delle degenerazioni della medicina liberista, lamenti un comportamento anomalo di costante e gratuita molestia e provocazione in un punto vendita Esselunga:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/07/mafia-padana-e-magistrati/

Forse potrebbe essere interessante indagare su tale comportamento per comprendere meglio il significato dei muti attentati dell’Unabomber “nostrano”; e la reale posizione della grande distribuzione rispetto alla minaccia Unabomber. Ma la magistratura, con un locale Procuratore della Repubblica che in passato ha indagato a vuoto proprio su Unabomber, non sembra interessata a questa pista: è come assente, e lascia anzi che alle molestie si associ una costante presenza di polizia. In particolare dei Carabinieri; che nella loro rivista, direttore il Comandante generale dell’arma, hanno in passato ospitato (Il Carabiniere, dic 1997) l’italianista statunitense, TJ Harrison, secondo il quale oggi un Leopardi, con le sue critiche, andrebbe considerato come un probabile Unabomber.

Riflessioni e divagazioni sulla scelta dei nomi

4 maggio 2011

Blog “Appello al popolo” 4 mag 2011

Che nome gli metterò? Disse fra sé e sé. Lo voglio chiamar Pinocchio, il nome gli porterà fortuna; ho conosciuto una famiglia di Pinocchi … e tutti se la passavano bene. Il più ricco chiedeva l’elemosina”.
Mastro Geppetto

In un recente post di questo blog un padre ha parlato del senso gravoso di responsabilità provato nel dare il nome a un bambino. Nello scegliere un nome per un bambino – o nel darsi uno pseudonimo da usare nei blog – giocano diversi elementi. Tra questi, può essere utile considerare che il nome deve assolvere a due funzioni, che in parte sono contrastanti; e che quando sono soddisfatte contemporaneamente possono assieme andare in una direzione sbagliata. Una è quella identificativa; per la quale il nome deve essere univoco. La burocrazia cerca di ottenere l’univocità aggiungendo all’occorrenza al nome e cognome la data di nascita e la paternità. Idealmente, ci si potrebbe chiamare con un semplice codice alfanumerico, una sequenza di lettere e numeri, della minima lunghezza sufficiente ad assicurare la copertura dell’insieme delle persone da registrare; un identificativo rigoroso e totalmente muto sul piano umano. Come il codice fiscale, che però echeggia ancora il nome e cognome riprendendone alcune consonanti.

Si potrebbe costruire un algoritmo che generi automaticamente il nome-codice partendo dalla data di nascita e dal codice dei genitori; verrebbe emesso in sala parto da un terminale, che produrrebbe un’etichetta al momento della prima fasciatura; magari integrato alla bilancia pesabambini, così come la bilancia dei supermarket emette l’etichetta della frutta per la cassa. Nella società multietnica, dove la nazione è un porto di mare, inondato di volti anonimi, una babele di nomi e cognomi, di documenti falsi e di sans papier, la necessità di assegnare identificativi univoci alle persone sta acquistando importanza. Di certo la pratica di identificare le persone con codici “sintattici” ottimizzati per il trattamento dati, come il codice fiscale, magari preregistrati su un supporto elettronico, crescerà con lo sviluppo dello e-commerce.

L’altra dimensione del nome è quella morale, dove il nome identifica sé stesso: segnalando che è un significante che ha per referente una persona, non un oggetto qualsiasi. La modernità e i suoi gadget non riducono questa necessità, tutt’altro. Inoltre, mentre la ridondanza è peccato nel “modello relazionale” – la teoria matematica alla base della costruzione dei moderni database dove si raccolgono anche i nomi – un codice ridondante aiuta gli umani a ricordare il nome stesso, non lavorando la nostra memoria come quella di un computer. Come il ciondolo di un portachiavi aiuta a maneggiare e a non perdere una chiave.

Nelle nostre culture si usano “antroponimi”: nomi propri specifici per gli individui. Presso gli antichi romani il senso della “de hominis dignitate” veicolato dagli antroponimi risultava rafforzato dall’uso di una sequenza, che allunga il nome (prenomen; nomen, che indicava la gens; e cognomen): Lucio Anneo; Marco Tullio; Publio Cornelio; Quinto Fabio Massimo, il vincitore di Annibale (che a dirla tutta si chiamava Quinto Fabio Massimo Verrucoso).

Questo senso di dignità viene trasmesso anche dall’uso russo del patronimico, introdotto per ragioni identificative. I nomi storici usati da alcune nazioni degli indiani americani sono descrizioni umane della natura; paradossalmente spesso definiscono una persona con descrizioni di animali, come se si associasse la persona a un’entità totemica: “Alce chiazzato”, “Scoiattolo che ride” “Gru bianca che cammina” “Sole che sorge”. Questi nomi trasmettono un piacevole lieve pathos. Per la falsa referenza, la discrepanza tra il significato e il referente, e la qualità del significato, si prestano a canzonature da parte di noi Occidentali. Ma un vecchio saggio pellerossa potrebbe in teoria rispondere che i visi pallidi sono pazzi anche nel dare un nome alle cose umane. A volte identificano le persone con codici che non consentono alcun fraintendimento, che poi strutturano in database elettronici conservati a migliaia di chilometri di distanza. Si vantano per atti come questo di essere superiori in quanto razionali; ma sui nomi di parti del corpo malate fanno cose da pazzi, che smentiscono sia il possesso di una razionalità degna di questo nome sia la pretesa di essere il faro del mondo.

Per esempio, chiamano “carcinoma in situ” proliferazioni epiteliali della mammella che non sono cancro e che in gran parte restano occulte, se non le si va a cercare. Questa denominazione, assieme ad altri fattori, allarga anziché restringere l’area grigia tra benigno e maligno, il confine che avrebbe dovuto essere dovere primario della medicina definire nella maniera più rigorosa possibile. E’ stato osservato che questo è un nome arbitrario che assurge a diagnosi [1]. Un modo di chiamare le cose all’uso del paese di Acchiappacitrulli [2].

E in un certo senso anche un modo fraudolento di chiamare una persona, o un essere animato; perché il cancro, una scomposta vegetazione cellulare fuori controllo, psicologicamente è Il Male, ed è come la Morte un’entità personificata, o comunque con un’anima, con la quale a volte i pazienti dialogano mentalmente. Oppure ne studiano angosciati il nome, come “L’uomo dal fiore in bocca” di Pirandello: “Un nome dolcissimo… più dolce di una caramella: Epitelioma…”.

Anche i bambini capiscono che “Toro seduto”, “Cavallo pazzo”, “Cane giallo” non sono veramente animali; mentre l’equivoco ottenuto col nome arbitrario, o ingannevole, “carcinoma in situ” della mammella imbroglia anche i grandi; è stato determinante nel gonfiare, a spese delle donne, le diagnosi di cancro della mammella e con esse l’industria del cancro della mammella, che nei paesi del G7 per i soli farmaci è arrivata a fatturare oltre 10 miliardi di dollari all’anno, e continuerà a fatturarli secondo le proiezioni di analisti finanziari.

Altri analisti prospettano per il 2019 una crescita di 5 miliardi di dollari delle vendite annuali dei costosi farmaci di ultima generazione per il cancro della mammella. Un’etichetta a occhio, rozza e fallace, è stata tra le fondamenta “scientifiche” che hanno giustificato l’allestimento di un gigantesco complesso medico-industriale, volto a sfruttare il cancro per ottenere profitti sempre maggiori. Una diagnosi istopatologica di cancro “non dovrebbe essere un anacronismo sostenuto da aneddoti, congetture e tradizioni” concludeva un articolo di un patologo su Lancet che trattava di questo scambio tra nome e diagnosi; articolo rimasto inascoltato, se non per tutelare l’ambiguità diagnostica da questa critica; era intitolato appunto “I patologi sono usciti pazzi?” [3].

Tornando ai nomi di battesimo, Troisi, in “Ricomincio da tre” dice di voler chiamare il figlio “Ugo” anziché “Massimiliano” per richiamarlo meglio; è un accorgimento che si usa realmente coi nomi dei cani. I nomi lunghi sono poco pratici e poco adatti all’attuale velocità della vita. Negli Stati Uniti si usa molto l’identificazione col Social security number (assegnato anche agli immigrati legali temporanei), e si sfrutta il “middle name”; scelte che in quel paese pragmatico spesso si associano all’eliminazione delle ridondanze nei nomi. Lì è OK ridurre i nomi di persone molto note alle sole iniziali: J.F.K. , J.R. Nei luoghi di lavoro agli stranieri che non hanno il middle name può essere assegnata d’ufficio e immessa nel computer aziendale la sola iniziale del nome del padre come iniziale del middle name; così che la persona ha una iniziale puntata tra nome e cognome: un secondo nome solo potenziale, col quale nessuno la chiamerà mai.

Nella toccante canzone di Dalla “4 marzo 1943” la madre, che morirà giovane, vuole chiamare il figlio, presto orfano anche del padre – un marinaio di passaggio – “Gesù Bambino”. Il nome della seconda persona della Trinità è usato come nome di battesimo in alcuni paesi. Non in Italia, forse perché la prudenza pretesca l’ha impedito. Un nome tanto impegnativo può portare a contrasti impresentabili; es. Jesus era il middle name di James J. Angleton, che fu uno dei primi agenti segreti USA a gestire il protettorato italiano; con metodi da governatore romano in intesa col sinedrio dei sacerdoti locali, ma non così svagato come Pilato (era in ottimi rapporti di lavoro col Vaticano, peraltro). Tra il ’44 e il ’47 questo Jesus trovò una consonanza col Cattivo ladrone, che salvò: sottrasse alcuni fascisti al plotone d’esecuzione e li riconvertì in terroristi; insieme al futuro papa Montini impiantò le “ratlines” che esfiltrarono i nazisti in Sud America. Si occupò, con la collaborazione dei poteri nazionali, di attività come la strage di Portella della Ginestra. Chissà se nel decidere quella prima strage oltre ai fini principali pesò anche il fatto che una manifestazione del genere assomigliava un po’ troppo a un pellegrinaggio di fedeli a un santuario fuori porta. Jesus e i suoi portarono la cattiva novella a una giovane concorrente delle secolari processioni religiose; una processione laica, che forse alcuni dei partecipanti stavano conducendo con lo stesso passo col quale avevano già sfilato in precedenza in nome di Gesù, santi e madonne.

Un nome simile ha altri inconvenienti. Può indurre da piccoli a credenze eccessivamente lusinghiere su sé stessi. E poi, date le espressioni ingiuriose che vengono comunemente associate al nome di una persona quando si impreca contro di lei, l’afflato religioso dei genitori potrebbe esitare, soprattutto con certi figli, in una variegata fioritura di dichiarazioni di negazione del Credo cattolico, involontarie, ma pronunciate con voce ferma e forte, talora gridate, e dal contenuto gravemente blasfemo.

Ora va di moda allontanarsi dai nomi dei “santi vecchi”, per cercare nomi strani ed evocativi. Ma la ricerca di nomi poetici, ricercati, inediti, ha in genere un che di triste. Sembra obbedire alla regola del pensiero unico per la quale è obbligatorio sia essere omologati sulle cose sostanziali, sia differenziarsi in quelle superficiali. Soldatini ben inquadrati in impeccabili plotoni; ciascuno però con una diversa maglietta variopinta a piacere; la differenza d’ordinanza. La divisa sta nella testa. Nomi esotici che suonano smorfiosi nei vip; e pretenziosi e ingenui nelle persone comuni, non diversamente dal tatuaggio da bordello di Singapore sulla cassiera della locale cassa rurale e artigiana, e quello da guerriero Maori del piastrellista. Un costume che configura una società che ricorda certe terrace-house popolari, una interminabile ripetizione di appartamenti tutti uguali, e abitati da persone molto simili nel modo di pensare e comportarsi; tinteggiati però ciascuno con un colore diverso e squillante.

Il nome andrebbe cercato assolvendo a queste due necessità, identificativa e morale, ma evitando gli estremi, all’insegna della misura e del buon gusto. La tradizione, es. quella di ripetere il nome di un genitore o di un parente, resta uno dei pozzi ai quali si può attingere con successo. La ricerca di un nome univoco, o meglio di una combinazione nome-cognome se non unica almeno poco comune, può aiutare nella scelta, essendo un criterio utile e che restringe l’insieme dei nomi candidati. Ma non si dovrebbe finire col zavorrare l’ignara creatura con nomi che suonino bizzarri ed eccentrici. Volendo incorporare nel nome una connotazione valoriale, si potrebbe scegliere il nome, in sé neutro, di una figura che si ammira. Chi ritiene di usare un alias per rappresentare la sua identità sui bit della blogosfera, potrebbe costruire una sequenza univoca, una volta registratosi col suo nome vero, aggiungendo a una parte morale, con la quale essere chiamato nelle discussioni, un breve suffisso alfanumerico, es. la data di nascita abbreviata.

Inoltre, se è meglio evitare slanci lirici, il significato etico del nome non dovrebbe neppure avere un valore negativo. Capita anche questo. Ritengo che la magistratura sia da annoverare tra i protettori istituzionali occulti delle frodi mediche strutturali, e quindi anche dei nomi come “carcinoma in situ” della mammella, che sono leciti quanto una stuoia che celi una buca con al fondo un palo di legno appuntito; ma sul decoro dei nomi di persona vigila nel verso giusto. Hanno fatto bene quei magistrati che hanno impedito a dei genitori di chiamare loro figlio Venerdì, come il cannibale che secondo Defoe si emancipò divenendo servo di un naufrago europeo.

1. Pathology as art appreciation. Bandolier. Evidence-based health care, 1997. Vol. 4 issue 3. Reperibile su internet.
2. Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi. http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/
3. Foucar E. Carcinoma-in-situ of the breast: have pathologists run amok? Lancet, 1996. 347: 707-8.

Pubblicato anche in menici60d15

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Blog Uguale per tutti

Commento al post di G. Faenza “Il re è nudo … ma anche la magistratura italiana, purtroppo, non è granchè vestita!” del 26 set 2011

Gentile Grazia da Crotone, lei dice di avere dovuto trovare il coraggio, per riuscire a intervenire sul blog con nome e cognome. Mi permetta una bonaria osservazione. Come mostrano anche innumerevoli episodi della vita pubblica, al giorno d’oggi, nella nostra società, coi suoi capovolgimenti di valori, non sono tanto le generalità quelle che bisogna avere il coraggio di mettere in gioco intervenendo:

Metterci la faccia

( http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/09/2398/ ).

Ci sono lettere anonime firmate, si dice. Col rapporto tra le persone o le cose e i loro nomi si possono fare tanti giochi. Per esempio, a mio parere i magistrati sono parte – non sempre inconsapevole – del sistema di protezione di alcune importanti e gravi frodi, istituzionalizzate, che sono legate anche a nomi relativi alle persone e al loro corpo. Ci sono, nella nosologia del cancro, trasposizioni di nomi che sono come chiamare “tigre” un gatto in quanto entrambi felidi:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/05/04/riflessioni-e-divagazioni-sulla-scelta-dei-nomi/

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Blog de Il Fatto

Commento al post di E. Salvato “Mantova, la bambina Andrea deve chiamarsi Andrée (per legge) del 29 dic 2011

Credo che il nome proprio abbia due funzioni, identificativa e morale:

Riflessioni e divagazioni sulla scelta dei nomi http://menici60d15.wordpress.com/2011/05/04/riflessioni-e-divagazioni-sulla-scelta-dei-nomi/

La funzione identificativa richiede che il nome indichi la persona nella maniera più chiara; questa mi pare una motivazione rispettabile per evitare nomi che diano luogo a equivoci. Tenendo conto del vincolo identificativo nello scegliergli il nome, si risparmieranno al figlio seccature in futuro; e con tutti i nomi che ci sono la creatività onomastica non verrà seriamente limitata. Sulla valenza morale, non meno importante, dei nomi stranieri, a parte il caso in oggetto, dove in effetti c’è una ragione valida per scegliere un nome straniero, ognuno è libero di regolarsi come crede; anche se non condivido quest’ansia di dissolvere l’identità antropologica nazionale nel calderone globale.

I magistrati e l’effetto Bokassa

21 aprile 2011

Blog di Alessio Liberati su Il Fatto

Commento al post “OK, sono un terrorista. Ma di destra o di sinistra ?” del 18 apr 2011

Salvo eccezioni, dr Liberati, lei e i suoi colleghi non siete “antropologicamente diversi”:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/03/antropologicamente-diversi/

Quanto al nuovo adynaton di Berlusconi che i magistrati sono brigatisti, dovreste avere motivi di gratitudine. E’ l’effetto Bokassa, cioè l’adozione di uno standard negativo: Previti è un fine statista, rispetto a Bokassa. Rispetto allo standard rappresentato da Berlusconi, voi siete 20 volte meglio.

E questo permette di dimenticare che rispetto allo standard dettato dalla Costituzione siete in media 20 volte peggio. Sia per quel che riguarda il doppio Stato; penso a quanto il doppio Stato commette oggi, impunemente, e anzi aiutato dai tre poteri dello Stato, es. gli affari del grande capitale sulla biomedicina; sia per l’andamento routinario della amministrazione della giustizia.

B. e voi duellate come Brancaleone con Teofilatto; ma alla fine andrà tutto bene, per entrambi i contendenti. Le conseguenze di ciò che la politica e la magistratura hanno ignorato e protetto in questi anni, penso alla medicina, le sentiranno i cittadini in futuro.

Con questa differenza: B. è un uomo di spettacolo, un istrione; voi magistrati, che dovreste essere abituati a giudicare secondo standard fissi e alti come la Costituzione, dovreste riconoscere e non accettare il gioco degli standard negativi di comodo.

Credo che il terrorismo, e oggi la mafia, siano altri standard negativi che rendono più accettabili le infamie commesse in nome dello Stato. Gli standard negativi sono comodi per il potere; contribuiscono all’allontanamento dallo Stato di diritto.

Davanti a pagliacciate come questa, e alle convergenze che nascondono, apprezzo sempre più Ortega y Gasset: “La barbarie è l’assenza di standard a cui appellarsi”. Un corollario è che una forma sofisticata di barbarie è la loro sostituzione con standard negativi costruiti ad arte.

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Blog di Aldo Giannuli

Commento del 22 apr 2011 al post “Caso Asor Rosa: è peggio ancora di quel che sembrava” del 20 apr 2011

Il bianco e l’augusto

Il prof. Giannuli ha “messo a posto” da par suo l’appello a un golpe di polizia di Asor Rosa e degli altri della “gauche caviar”. Mi chiedo però se avvalersi del suo intervento non sia stato come essere costretti a fare spiegare a Rubbia che non è il sole che gira attorno alla terra.

L’impressione è rafforzata dalla contemporanea uscita di un berlusconiano, Lassini, che ha affisso manifesti sui magistrati che sarebbero brigatisti; e anche lì, alte grida per affermare che non è vero che i magistrati appartengono alla principale banda armata dichiarata che ha impestato l’Italia.

A me pare uno scambio di cortesie, perché con questi standard negativi – la sinistra alla generale De Lorenzo, un premier che sbraita come l’ultimo magliaro – si conferisce alla controparte una credibilità relativa, che fa le veci di un autentico prestigio:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/

Ormai invece che a “destra” e “sinistra” bisogna assistere alle performance di due artisti che si fanno reciprocamente da spalla sull’arena;  e si deve scegliere tra “il Bianco” e “l’Augusto”.

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Blog L’anticomunitarista di Gabriele Sensi

Commento del 12 set 2011 al post “On. Torazzi, Lega Nord: “I magistrati meridionali favoriscono la mafia” del 7 set 2011

Le ammuine leghiste

Zac, è la solita sceneggiata. I leghisti, che dovrebbero includere Mario Merola tra i loro intellettuali di riferimento, lanciano affermazioni da avvinazzati, come questa che la colpa della mafia è dei magistrati meridionali; e magistrati e “sinistra” ci imbastiscono un caso per atteggiarsi a senatori romani indignati e nascondere le loro responsabilità reali:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/

Così intanto il servizio giustizia, e la lotta per la legalità, continuano ad andare alla deriva. I compagni di partito dall’attuale ministro dell’Interno inscenano le loro ammuine con quelli come te, non come me (v. Il bianco e l’augusto, stesso post). Non penso sarebbe giusto censurare i commenti che non seguono il canovaccio. Forse si dovrebbero cancellare le ingiurie che sono offensive per categorie di soggetti svantaggiati, come i cerebrolesi. Sono sicuro che Zac ha nella sua faretra tutta una serie di espressioni alternative per esprimere lo stesso acuto argomento; espressioni per le quali non mi offendo, finché implicano che io da un lato, lui e i tanti altri corifei dall’altro, siamo su versanti intellettuali e morali opposti.

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Blog de Il fatto 

Commento al post di A Beccaria “Ustica, Giovanardi sui giudici: “Come aver condannato Tortora per droga” del 13 set 2011

Sia l’adulazione della magistratura per una sentenza di risarcimento quando i colpevoli restano come al solito ignoti e impuniti, sia le accuse palesemente infondate di Giovanardi ai magistrati per una sentenza che almeno va nella direzione giusta, favoriscono la favola ufficiale di una magistratura non ambigua, strenua avversaria dei poteri forti responsabili delle stragi di allora e delle operazioni sporche di oggi.

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/

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Blog de Il Fatto

Commento al post di M. Imperato “Le Br in procura e il silenzio al Ministero” del 18 nov 11  

Il prestigio relativo

Non ci si è ancora chiesti dei rapporti tra il governo Monti, appena insediato, e la magistratura. A me pare che abbiano in comune quanto meno l’avvalersi dell’effetto Bokassa:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/

Cioè il trarre prestigio dal paragonarsi a standard negativi; e appare che non occorra meno che le pulcinellate berlusconiane, come questa dei magistrati brigatisti, per ottenere un gradiente sufficiente. Come dico nel post linkato, l’assumere standard di comodo mi pare alla radice di quella istituzionalizzazione dell’illegalità che il giudice Imperato dice di voler combattere.

Ma, al tempo della società dello spettacolo, il prestigio relativo può surrogare quello autentico; e pretendere governanti e magistratura che non abbiano bisogno di propaganda comparativa ma brillino di luce propria sembra un voler chiedere il ritorno alla tv in bianco e nero e con due soli canali.

Comunque massima solidarietà ai magistrati per l’ostruzionismo al procedimento per vilipendio alla magistratura denunciato dal giudice Imperato; anche, penso, da parte di altri cittadini che magari non hanno badato a questo immondo oltraggio, ma conoscono bene il significato della locuzione “le lentezze e i silenzi della giustizia”.

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Blog di Aldo Giannuli

Commento al post “Due parole sul nuovo governo” del 21 nov 2011

21 novembre 2011 alle 08:48

C’è la possibilità che questo governo “Vaticano-Loggia Continua”, che dovrà raccogliere quanto Berlusconi ha seminato, si avvalga di un qualche ritorno del terrorismo? Come standard negativo dal quale trarre credibilità, legittimità e consenso:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/

“Io non m’impiccio coi ragazzi”

19 aprile 2011

Blog di Sergio Caserta su “Il Fatto”

Commento al post “Arrigoni, martire non per tutti” del 18 apr 2011  

Sergio Caserta, esperto di marketing, vendoliano, che attribuisce l’assassinio di Arrigoni ad Hamas e dintorni, osserva giustamente che mentre lodano i militari morti in missione, le autorità, ipocritamente, parlano poco di Arrigoni. Il Capo di Stato maggiore dell’Esercito, Valotto, ha avuto la buona grazia di lodare il pacifista Arrigoni; accomunandolo ai soldati per l’impegno e il coraggio; e forse  accomunato anche dall’esposizione a forme volontarie e subdole di quello che i militari chiamano fuoco amico.

Non è del tutto vero che le altre autorità staranno zitte; è come per il terrorismo: se si tratta di commemorare genericamente, ponendosi in prima fila ai funerali per “rifarsi una verginità” (Pasolini), allora partecipano e pontificano; ma se c’è il rischio di dover sentire che la responsabilità è di forze come gli USA e Israele, allora le nostre autorità, quelle che si riempiono la bocca di Stato di diritto, o Resistenza, o Patria; le polizie che proteggono i cittadini dai delinquenti piccoli, e aiutano quelli grossi; i preti che si atteggiano convinti a mezzi Dio; i politici e amministratori che credono di avere le palle perché litigano con la voce grossa mentre studiano come meglio vendersi, tutti quanti, cambiano faccia. Come la cambiò Azzeccagarbugli:

“Che mi venite a rompere il capo con queste fandonie? …Andate, andate; non sapete quel che dite; io non m’impiccio coi ragazzi”.

Come Azzeccagarbugli, siedono “in atto di rispetto il più puro, il più sviscerato” alla tavola degli occupanti; e nonché della loro ipocrisia, bisognerebbe parlare del loro costume di vendere gli italiani dello stampo di Arrigoni:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/15/i-precedenti-di-arrigoni/

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/03/la-sinistra-smagnetizzata/

I precedenti di Arrigoni

15 aprile 2011

Blog di Andrea Carancini

Commento del 15 apr 2011 al post “Vittorio Arrigoni ucciso dai salafinti” del 15 apr 2011

Commento del 15 apr 2011 al post della redazione de Il Fatto “Gaza rapito e ucciso Arrigoni. I precedenti”. Censurato da Il Fatto.

I precedenti di Arrigoni

Secondo il Fatto, che è attestato su posizioni filoisraeliane, i precedenti dell’assassinio di Vittorio Arrigoni comprendono i cooperanti e i giornalisti rapiti e liberati in missione, e la bodyguard Fabrizio Quattrocchi; Nicola Calipari non è citato in sé, ma solo nel commento a un altro nome della lista, la Sgrena. Il problema della lista non è tanto la sua eterogeneità, quanto la sua parzialità depistante.

Io penso che ciò che ha avuto un peso determinante nella decisione di fare assassinare Arrigoni sia stato il suo essere una persona di grande valore, forte e capace nell’opporsi a chi comanda e tiranneggia nel mondo. Penso che sia stato mostrato prigioniero e sanguinante, prima di impiccarlo, per deumanizzare la sua figura, che era, ed è oggi più di prima, quella di un Uomo vero.

I “precedenti” sono l’insieme eterogeneo delle centinaia di italiani di valore uccisi dalla caduta del fascismo ad oggi; un’epurazione che, anche quando non sia stata direttamente ordinata dai poteri forti esteri, è andata comunque a loro vantaggio; e che si è avvalsa dell’appoggio costante degli innumerevoli leccascarpe dei tre poteri dello Stato; e dell’indifferenza di una popolazione con un tasso troppo alto di cialtroni.

Da Bonomo e Dalla Chiesa, generali veri, al fricchettone Rostagno. Dallo scaltro capitano d’industria Mattei al generoso extraparlamentare Impastato. Dal comunista La Torre al fascista De Mauro. Dal rigore del timorato Livatino al rigore del maudit Pasolini. Dal curiale Moro, autentico statista, alla ragazza in gamba Ilaria Alpi, autentica giornalista. Da Tobagi, un “tiratore scelto” della penna, a quei pochi funzionari di polizia che erano più acuti e più onesti di tanti “intellettuali”. Dal monarchico Ambrosoli al sindacalista Rossa. Da Calipari, che non ignorava cosa rischiava rappresentando una figura di agente dei servizi troppo indipendente e dinamica, ai tanti che credevano di fare solo il loro dovere.

15 aprile 2011 13:56

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Blog Metilparaben

Commento del 16 apr 2011 al post “C’è chi decanta, e chi fa” del 15 apr 2011

Mi è venuto il mente il caso di un altro Arrigoni, ucciso in circostanze misteriose, per il quale pure c’è chi ha parlato dei servizi israeliani. Una notte del 2005, sulla statale Brescia Verona, sotto il cartello che segna l’entrata a Verona, ci fu una sparatoria. Rimasero uccise 4 persone. I due poliziotti di una Volante; una donna, presentata dai media come prostituta; Andrea Arrigoni, investigatore privato, già bodyguard della Lega [e allontanato perchè sospettato di essere un informatore dei servizi]; stimato in vita per la sua attività sindacale, poi dipinto da morto come pazzo maniaco. Mi interessai al caso perché cerco di seguire tutte le notizie relative ad atti di violenza nei quali è coinvolta la polizia. Allora ipotizzai una provocazione di polizia finita male.

Secondo un post su Indymedia datato 2005, che ho letto nel 2010, la donna sarebbe stata in realtà un’ebrea ucraina, Galina Chafranek, forse agente di qualche servizio. Il post considera la possibilità che siano intervenuti nella sparatoria soggetti terzi; la collega ad un avvicinamento di Arrigoni ad AN, il partito  “guidato dall’attuale Ministro degli Esteri Gianfranco Fini, che negli ultimi mesi è giunto ad un acritico (ed a volte entusiasta) sostegno ai circoli giudaici euro-americani e all’entità sionista”. Digitando “Arrigoni” e “Chafranek” si può trovare il post su Google. Mi guardo dal presentare conclusioni, se non quella che sappiamo poco.

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Blog “Blogghete”

Commenti e discussioni nel post “Arrigoni: un altro omicidio mirato di Israele” del 15 apr 2010

A me pare che Il Fatto sia su posizioni filoisraeliane. In modo intelligente, facendo sentire, ma fioca, anche l’altra campana; così del resto ha sempre fatto anche il Corriere della Sera. C’è un modo rozzo e un modo sottile di appoggiare un potere. Quello rozzo sono buoni tutti a vederlo. E’ comodo riconoscere un giornalaccio e storcere la bocca. Riconoscere il modo sottile è più faticoso, ed ingrato perché espone a critiche. Ma è a forza di abboccare trionfanti al teatrino “brutti e cattivi contro pacati e nobili” che l’Italia è ridotta così.

Poche settimane fa il Fatto ha censurato un mio commento di critica in un post che santificava Saviano:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/25/antimafiosi/

Il giorno della notizia dell’assassinio di Arrigoni ha censurato il primo commento di questo post, che criticava il post della redazione del Fatto dove Arrigoni viene accomunato al mercenario Quattrocchi.

La posizione de Il Fatto su Arrigoni mi pare mostri come dei bravi giornalisti possano assecondare l’opinione pubblica progressista che vogliono gestire, per poi riportarla all’ovile. Riporto in ordine cronologico altri post pubblicati su internet finora da il Fatto su Arrigoni. Ho segnato con +, 0, -, il giudizio personale sulla concordanza delle posizioni contenute nell’articolo con posizioni come quelle di questo blog.

[+] Arrigoni, un eroe del nostro tempo (G. Chiesa). Elogio di Arrigoni. Rifiuto della tesi che siano stati i palestinesi.

[0] Vittorio Arrigoni è qui con noi (G. Mascia). Appello a manifestare assieme. Aderiscono gruppi palestinesi, Rifondazione, Italia dei valori, Partito dei comunisti, centri sociali.

[0] Vittorio Arrigoni, umano (A. Puliafito). Nulla sugli assassini. Era soprattutto un giornalista capace e libero.

[-] Il sangue dei pacifisti (S. Cannavò). Arrigoni è stato ucciso dai terroristi [palestinesi].

[-] La sfida salafita ad Hamas (P. Caridi, redazione). Probabilmente sono stati i salafiti, pertanto vanno analizzate a fondo le intenzioni contro Hamas di questo complesso gruppo.

[+] Arrigoni, la sincerità di un antieroe (E. Gazzilli). Elogio di Arrigoni.

[0] In ricordo di un pacifista scomodo (F. Marcelli). Elogio di Arrigoni. Non si sa chi lo ha ucciso. Dovremo aspettare le indagini dei nostri servizi segreti, che sicuramente ce lo diranno.

[0] Cooperante ucciso, sotto il Colosseo il ricordo di Arrigoni (S. Pavone). Arrigoni utopista. I manifestanti, che fanno rivivere la sua utopia, non credono siano stati i salafiti.

[0] Stay human, Vik (S. Alfano). Israele ha responsabilità indirette nell’omicidio di un generoso attivista. Sarà la sua morte a fare aprire gli occhi sull’esistenza di una questione palestinese, che la parlamentare europea sta già affrontando da tempo coi suoi colleghi.

[0] Valori e ideali non hanno nazionalità (FQ Londra). Nulla sugli assassini. Elogio delle scelte di vita di Arrigoni, che l’autore accomuna a quelle dei giovani italiani che, come lui, vanno a lavorare all’estero.

[-] Arrigoni i salafiti ammettono. Rapimento e uccisione sono opera di una cellula impazzita (Redazione). Sono stati i Salafiti, ma ufficialmente si cerca di sminuire le loro responsabilità parlando di schegge impazzite.

[0] Scusa Vittorio (C. Paolin). Scusa Vittorio per P. Battista del Corsera che dice che eri un fanatico colpevole di addossare a Israele tutta la colpa. Tu non eri come il Trota. E Hamas ha chiesto perdono all’Italia per l’omicidio.

[0] Restiamo umani, Vittorio (G. Cavalli). Ho sentito Vittorio pochi giorni fa, per una serata che stavamo organizzando a Milano sulla Freedom Flottilla. Era un apolide. Volontario professionista. Una delle tante briciole di democrazia. Uno di quelli che hanno la loro isola da costruire.

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Gisella, i miei commenti sono spariti dopo essere stati pubblicati: non è questione di hosting. E gli articoli il lettore li deve giudicare dai contenuti, non dalla personalità degli autori, come fai tu che li frequenti. Se è questione di persone, lo è nel senso opposto a quello che dici tu. Il potere in Italia ha questo carattere subalterno; questa natura compradora:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/21/c’e-la-parola-compradora/

I progressisti più degli altri. E purtroppo anche i progressisti professionalmente capaci. Credo che tra le motivazioni dell’eliminazione di persone forti e di valore come Arrigoni vi sia quella di selezionare una classe dirigente serva. Alla rassegna aggiungo questo articolo, che avevo dimenticato:

[-] Il pacifista tirato per la giacchetta (V. Gandus). Chi indica Israele come mandante è rivoltante e indegno quanto quelli che si fanno beffe della sua morte. Non bisogna tirare Arrigoni per la giacchetta, e la famiglia avrebbe dovuto fare passare la salma per Israele.

Questo invece è un commento, che Il Fatto mi ha pubblicato, all’articolo “Arrigoni, martire non per tutti”. L’articolo attribuisce l’uccisione alla parte araba, e contemporaneamente accusa i politici di ipocrisia per non interessarsi di Arrigoni. L’autore, Caserta, è tra i fondatori di Sinistra ecologia e libertà.

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/19/“io-non-m’impiccio-coi-ragazzi”/

Andrebbe notata la voragine tra la costante intorcinata ambiguità di questi giornalisti e il modo piano e schietto col quale Arrigoni parlava davanti ai cannoni israeliani.

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@ Mondart. Non penso di avere capito tutto. Sono giochi complicati, e il Medio oriente è particolarmente complicato. Una volta un libanese mi ha raccontato che gli israeliani arrivati a Beirut andarono ad uccidere non gli arabi estremisti, ma i più moderati, quelli che cercavano il dialogo con loro. Leggo con interesse i tuoi post, ma veramente stavolta non ho capito bene neppure quale disegno tu sostieni ci sarebbe stato. Ci sarebbe un’entità superiore anche a Israele e agli Usa che manovra tutti? Dovresti definirla meglio. In genere il “primo livello”, i grandi poteri economici, finanziari, politici, viene ignorato fingendo che esistano solo beghe italiche locali; vedo che può anche venire scavalcato in nome della ricerca di una livello ancora più alto. Israele, gli USA, le corporations, la grande finanza, etc. mi paiono abbastanza forti da rappresentare il livello superiore di potere. E mi paiono il livello di potere supremo da considerare ai fini pratici. Un potere che viene negato, o trascurato (non su questo blog, almeno nei suoi aspetti riguardanti la politica estera). Ma sentirò volentieri la descrizione di questo potere ancora superiore in nome del quale scuoti la testa. Una specie di potere immateriale, foucaltiano mi pare di capire.

Non ho scritto che Arrigoni è stato ucciso perché “dava fastidio al potere”. Ritengo al contrario che lui e altri, inclusi uomini di potere, siano stati uccisi non solo e forse non tanto per i loro atti, ma per i tipi umani che rappresentavano. Sono lontano dalle scelte di vita di Arrigoni, probabilmente non condiviveva con me tante idee; ma mi ha colpito la lucidità e la pacatezza con la quale ha risposto a Saviano sulla Palestina. (Saviano del quale ho criticato il culto in relazione all’antimafia). E mi ha colpito la credibilità e la coerenza, visto che parlava dalla prima linea.

Ritengo che ci sia da decenni una incessante pressione selettiva –mediante omicidio, fisico o morale- sulla nostra classe dirigente; dai governanti agli intellettuali ai dissidenti, per fare sì che in tutti i campi, dal governo al giornalismo alla magistratura (e ora i blog) non ci siano figure guida forti, ma regni la mediocrità. Ciò non esclude che ci siano altre motivazioni nella catena di omicidi; anzi mi pare probabile; ma credo che questa selezione antropologica sia da annoverare tra i fattori; anche perché mi pare che sia piuttosto sottovalutata dai sopravvissuti. Forse perché, come diceva Napoleone, “sopravvivono le salmerie”.

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@Mondart. E’ interessante quanto dici su eventuali futuri piani di dominio mondiale. Per quello spicchio al quale sono più interessato, la selezione avversa della classe dirigente, penso che si possano distinguere due casi. E’ vero che “se uno è veramente scomodo, sparisce e basta, magari con un attacco cardiaco”:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/03/morte-cardiaca-cc-e-magistrati/

Ma può anche esserci, all’opposto, un interesse a praticare quello che voi pubblicitari chiamate “marketing negativo”: educarne 1000 colpendo un caso esemplare; sopprimere in una maniera clamorosa e raccapricciante, che incida sui nuclei psicologici profondi, per marcare negativamente un dato tipo antropologico, rappresentato dalla vittima, in modo che non divenga un modello da imitare e invece divenga un modello negativo; o meglio un modello di comportamento proibito:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/04/il-negativo-e-il-proibito/

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@Mondart. Trovo in generale fondato che vi sia un’omologazione dei fenomeni culturali e che il dissenso venga pilotato. La tesi che Israele sia vittima dell’uccisione di Arrigoni mi pare davvero un tiro troppo lungo. E anche quella che noi e Israele saremmo nella condizione di “alleati” contrapposti agli USA. Israele appare strettamente legato, già fuso in pratica, agli USA; ed entrambi non ci sono amici.

Come mostra la stria di sangue della quale ho parlato nel primo commento. Lo zampino di Israele, oltre che quello degli USA, è emerso negli studi sugli Anni di piombo. La manipolazione da Pensiero unico sulla nostra sinistra, che quando non è venduta è in genere facilmente orientabile, a me pare questa: sono molto più conosciute e più contrastate le ingiustizie di Israele sui Palestinesi che le ingerenze ebraiche in Italia.

Arrigoni aveva scelto di occuparsi di Palestina. Penso che quello che ha fatto scattare il braccio assassino è che, persona di valore, lo stava facendo troppo bene (e forse anche in maniera diversa da ciò che al momento sappiamo). Ma per un Arrigoni ci sono tanti che si pavoneggiano con la kefiah al collo e che allo tesso tempo votano partiti “di sinistra” asserviti alla finanza internazionale ebraica, e si accodano alle speranze di affrancamento dal giogo berlusconiano affidate a un MSI con la kippah, Fini. Questi camperanno cent’anni, dipendesse dal Mossad.

Israele potrebbe essere visto come vittima in un altro senso. A volte mi chiedo perché gli ebrei, coi loro mezzi materiali e culturali, non riescono o non vogliono costruire una pace accettabile per tutti per quel territorio prevalentemente desertico meno esteso della Lombardia. E’ difficile, ma forse non è impossibile, trovare un’architettura di politica internazionale che garantisca la pace; e non ci vorrebbe molto, un po’ di benessere, per mettere le due piccole popolazioni residenti d’accordo su quelle quattro pietre arse dal sole. Dando così pace anche al resto del mondo. Invece gli ebrei accettano che Israele resti un perenne focolaio di guerra, vivendo in un modo angoscioso, che li avvicina a coloro che li hanno perseguitati; come presi in una trappola, politica ed esistenziale. Come condannati da una maledizione divina a non avere mai pace.


La sinistra smagnetizzata

3 aprile 2011

Blog di Andrea Carancini

Commento del 3 apr 2011 al post “Berlinguer e la strage di Brescia: anche questa volta Vinciguerra non ha parlato a vanvera” del 3 apr 2011. Rimosso senza avviso il 24 apr 2011

Non sono un esperto di strategia della tensione né un appassionato dei Misteri d’Italia, ma penso di essere un testimone. Quanto dice Vinciguerra corrisponde alla mia esperienza personale a Brescia. Da medico, ritengo che oggi i servizi, caduto il pericolo -o lo spauracchio- dell’URSS si occupino maggiormente di temi industriali ed economici, e in particolare di medicina: di proteggere le sue frodi e il suo sviluppo economico da critiche. Questa attività viene svolta a Brescia, sotto direzione USA naturalmente; e quello che mi ha spiazzato è quanto essa possa contare sull’appoggio delle istituzioni dello Stato, polizia, magistratura, amministrazioni (nonché del Vaticano); e anche sulla collaborazione della “sinistra”. All’inizio è stato difficile rendersi conto e accettare che quelle forze della sinistra, quelle stesse persone, che si sono stracciate le vesti, e si sono fatte belle, piangendo la Strage, sono attive e scattanti nel collaborare coi servizi e con altri pezzi di Stato per soddisfare gli attuali voleri criminosi di quegli stessi poteri che nel ’74 vollero la bomba. Capisco come quanto dico possa sembrare folle; è sembrato così anche a me per lungo tempo. Desidero ringraziare coloro che come Vinciguerra e Carancini forniscono informazioni che alleviano la penosa sensazione di irrealtà e smarrimento davanti ai comportamenti in fondo miserabili di coloro che uno considererebbe le forze pulite.

Francesco Pansera

http://menici60d15.wordpress.com/2010/11/21/la-leonessa/

http://menici60d15.wordpress.com/2010/11/23/brescia-non-solo-bombe/

Vinciguerra mi pare nel giusto anche quando parla della strumentalizzazione dei familiari delle vittime:

http://menici60d15.wordpress.com/2009/01/02/la-sindrome-di-peppa-nei-familiari-delle-vittime/

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Blog di Elisabetta Reguitti su Il Fatto

Commento del 23 apr 2011 al post “Adro ha bisogno di un sindaco come Lancini?”

La notizia, comunica indignata la giornalista de Il Fatto Elisabetta Reguitti, è che la CGIL ha denunciato per peculato il sindaco di Adro perché ha usato la carta del Comune per inviare ai cittadini lettere che attaccano la CGIL. Credo che la magistratura bresciana, che non ha risorse per occuparsi dei reati dei maggiorenti bresciani, non si risparmierà su questo fatto gravissimo.

Vivo a Brescia, e conosco purtroppo sia il comportamento della Lega, sia quello della CGIL bresciana, sia quello del prefetto Brassesco Pace. Per me l’immagine per la quale vi è una forte contrapposizione tra loro è una colossale cantonata o un falso gigantesco, indegno di un giornale di punta dei progressisti. Ritengo piuttosto che queste baruffe, come quella sulla pagliacciata dei soli delle Alpi di Adro, siano fumo negli occhi; che nasconde una sostanziale intesa di fondo, prioritaria rispetto alla rivalità per il potere; secondo una consolidata tecnica che ho paragonato al gioco tra “il bianco e l’augusto”:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/

Una tecnica che ha a Brescia una scuola di prim’ordine, che ha poco da invidiare alla “falsa politica” dei mafiosi meridionali, e che protegge manovre non meno gravi di quelle della mafia convenzionale; manovre di tenore ben diverso dall’uso illegittimo di qualche foglio di carta intestata del Comune:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/03/la-sinistra-smagnetizzata/

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Blog Barbaranotav

Commento al post “La guerra in Libia non esiste per la marcia Perugia Assisi che parla di lavoro” del 26 set 2011

In genere questi ipocriti di professione quando dovrebbero parlare di problemi interni come la seria difesa dei diritti dei cittadini e del lavoro, parlano invece di questioni internazionali, di massimi sistemi, delle donnine di B. etc.; e quando, marciando per la pace, dovrebbero parlare della guerra d’aggressione in atto a Sud di Lampedusa, e del nostro ruolo di ascari in questa guerra coloniale, allora parlano di questioni interne come il lavoro. Da molti anni la “sinistra” è servizievole, fino alla complicità in operazioni ignobili e gravi reati, con quelle forze straniere che hanno seminato zizzania insanguinando il nostro Paese con le stragi e gli omicidi politici

http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/03/la-sinistra-smagnetizzata/

Forze che ora hanno seminato zizzania in uno stato sovrano per poi invaderlo, massacrando innocenti. E che sono il braccio armato di quei poteri che stanno depredando il Paese e che condizionano, menomandola, la vita quotidiana dei cittadini. Grazie a Barbara e agli autori riportati per avere indicato in maniera netta e forte il gesuitismo della “sinistra”. Una sinistra che di radicale ha solo la doppiezza.

“Se la canaglia impera, la patria degli onesti è la galera”

31 marzo 2011

Blog di Andrea Carancini

Commento al post”Giovannino Guareschi, o la patria degli onesti” del 31 mar 2011

“No, niente Appello. Qui non si tratta di riformare una sentenza ma un costume”

Guareschi

Giovannino Guareschi, con la sua penna leggera e acuminata di umorista e galantuomo, è una di quelle figure che danno ristoro e indicano la via “se la canaglia impera”. Il suo caso mostra quanto sia sottovalutato il costume delle nostre classi dirigenti di vendere l’Italia e gli italiani a interessi esteri:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/21/c’e-la-parola-compradora/

E quali sentimenti omicidi possano nutrire i preti e i loro agenti verso la gente che vogliono dominare:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/

Vorrei accostare a Guareschi Domenico Marotta, già direttore dell’Istituto superiore di sanità; un italiano di valore che stava rendendo grandi servigi all’Italia quando fu messo in galera dai DC e dai magistrati a beneficio dei padroni esteri. Guareschi rifiutò di ricorrere in appello e di chiedere la grazia; Marotta, alto burocrate, rifiutò di presentarsi ai giudici. Di recente c’è stato un altro caso di disconoscimento a proprie spese del potere giudiziario con Parmaliana. Quando impera la canaglia, bisogna difendersi non davanti ai magistrati, ma difendere sé stessi e la società dai magistrati.

Qui tam pro domino rege http://menici60d15.wordpress.com/2010/03/27/qui/

http://menici60d15.wordpress.com/2010/04/30/il-ladro-e-il-viandante/

Antimafia e cultura dell’emergenza

28 marzo 2011

Blog di Strozzateci tutti su “Il Fatto”

Commento al post “A Paralup, la Pompei partigiana”

“La centrale è stata condotta con la cultura del permettere uno stato permanente di allarme invece che ricercare le cause dell’allarme”
Il capo degli ispettori sull’incidente nucleare di Sellafield, UK

La Resistenza come metafora ed esempio dell’impegno civile è un conto; il considerare l’antimafia civile come una “Resistenza permanente”, più che la Lotta di liberazione ricorda i falsi certificati di partigiano a guerra finita.

La Resistenza fu una condizione eccezionale, conseguente alla vergogna del fascismo, con un paese allo sbando e occupato; durò 18 mesi. La mafia l’abbiamo da decenni in una “Repubblica democratica”, e ora ci si accorge che c’è anche al Nord. Lo stato perenne di emergenza, auspicato da Schmitt, il giurista del nazismo e il teorico della strategia della tensione mediante il terrorismo, è indice di uno Stato malato e corrotto. Chiedere allo Stato perché non vuole eradicare la mafia, questo per me sarebbe raccogliere l’eredità di quelli che combatterono davvero.

Come è possibile che un pugno di mafiosi abbia “colonizzato” la superba Lombardia? Pochi giorni fa, a una conferenza di Dalla Chiesa, nel lanciare l’allarme è stato detto che “non si sa” chi ha firmato le delibere che ponevano ndranghetisti a capo di ASL lombarde; interessante anche la notizia che l’università di Brescia negli anni ’90 diede una cattedra a un commercialista legato alla cupola siciliana.

La minaccia mafiosa a tanti al Nord fa comodo: permette di tralasciare e favorire altri reati non meno gravi, come quelli del malaffare autoctono; e di servire, acquisito così il consenso dell’opinione pubblica, interessi di poteri forti; che ormai dispongono sia della mafia sia delle forze antimafia, quasi come il puparo che dispone dei mori e dei paladini:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/25/ndrangheta-e-privatizzazione-della-sanita/

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/25/antimafiosi/

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Blog “Il Fatto”

Commento del 15 apr 2011 al post del 15 apr 2011 “Ndrangheta, strategia della tenzione e prove di infiltrazione nello Stato” di L. Musolino

Vedo che “il Fatto” parla di “strategia della tensione” a proposito della ndrangheta. La locuzione si riferisce alla teoria che vede un disegno dello Stato e dei servizi nel terrorismo degli Anni di piombo; ed è in questo senso che di recente ho parlato di “strategia della tensione” mediante la mafia, in un commento su il Fatto:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/28/antimafia-e-cultura-dellemergenza/

Invece nell’articolo “Ndrangheta, strategia della tensione e prove di infiltrazione dello Stato”, la strategia della tensione diviene semplicemente un attacco della mafia verso lo Stato; che corrisponde a quello che i responsabili della strategia della tensione volevano fare credere del terrorismo. Credo che il rapporto di complicità tra Stato e mafia non dovrebbe essere ignorato, né stravolto manipolando le parole.

Le ballerine e la sala macchine

19 marzo 2011

Blog di Aldo Giannuli

Commento al post “Ma è un film di Bunuel? ” del 18 mar 2011

Le ballerine e la sala macchine

Giusto:
http://menici60d15.wordpress.com/2009/05/09/i-18-anni-di-noemi-e-la-nascita-della-sanita-integrativa/

Per esempio, è appena uscito un rapporto della “Economist intelligence unit” che, citando dati della Banca mondiale, avvisa che la spesa pubblica per la sanità potrebbe saltare dall’attuale 8 % al 14% del PIL nel 2030. Oltre all’invecchiamento della popolazione, giocheranno un ruolo la crescente [e spesso ingiustificata] costosità delle cure e la aumentata domanda [indotta] di servizi medici. Lo studio prevede e auspica un’accentuazione dell’impostazione commerciale della medicina. Es. un’enfasi ancora maggiore sulla “medicina preventiva”, un ossimoro di fatto che è tra le maggiori cause sia della spirale della spesa sanitaria, sia della spirale iatrogenica. L’EIU prevede inoltre una conseguente privatizzazione della sanità, con razionamento delle risorse pubbliche e spese di tasca propria da parte dell’utente. Considera che tra 20 anni ci possa essere un unico sistema sanitario UE, funzionale al progetto.

Questa medicina dei banchieri sarà una medicina degli usurai, che inciderà sulla borsa e sulla vita, ma ci si guarda dal dirlo alla gente. E’ tra i fattori principali che concorrono a configurare un sistema socioeconomico che è come una nave da crociera piena di piacevolezze, dove i passeggeri possono, in misura variabile, partecipare ai divertimenti, o almeno guardare gli altri divertirsi, fino a che non divengono combustibile per i potenti motori della nave.

Riguardo alla mafia al Nord, la “conquista” simmetrica (1) servirà tra le altre cose a coprire le masso-mafie del Nord; inclusi i servigi mafiosi che in mafioso silenzio, dietro a sconvolgenti rivelazioni di orge e fieri litigi per alti ideali, le forze sane e la parte produttiva della nazione – politici assortiti, forze di polizia, magistrati, sindacati, lumbard e qualche ndranghetista doc (2) – stanno prestando tutti assieme affinché la profezia e i desideri dell’Economist e dei banchieri si avverino.

1.Italia. 150 anni di conquiste fiat
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/17/italia-150-anni-di-conquiste-fiat/

2.Pescatori di cancro
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/15/pescatori-di-cancro/

3. Vincitori e vinti nella sanitopoli pugliese
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/09/vincitori-e-vinti-nella-sanita-puglliese/

Massoni e legalità

11 marzo 2011

Blog di Alessio Liberati su “Il Fatto”

Commento al post “I massoni e la legalità” del 15 feb 2011

Il magistrato Alessio Liberati, articolista de Il Fatto, ha scoperto sul sito web del “Grande oriente democratico” massoni che ringraziano la magistratura e vogliono essere paladini del bene. Ciò gli è stato confermato dal capo di quella massoneria.

Il dr Liberati si è così convinto che c’è anche una massoneria “buona”; non mi intendo delle varie confessioni massoniche, ma la sua visione del mondo sembrerebbe un po’ alla “Heidi”. E’ vero che lo stesso Cordova, che ha denunciato -inutilmente- i tanti magistrati massoni, ha scritto che bisogna ben distinguere tra massoneria deviata e massoneria in sé. Può  cominciare il gioco delle cocuzze: quante “mele marce” nella massoneria ? Il 99%. E perché il 99%? E quante sennò? Il 2%. E perché … etc.

Il dr Liberati augura l’inizio di “una collaborazione sincera e duratura tra massoneria e magistratura”. La collaborazione c’è già, ed è di lunga data. Della tradizionale appartenenza della vecchia guardia della magistratura alla massoneria parla l’inglese Dickie in un libro intitolato “Cosa nostra. Storia della mafia siciliana”.

Per vicende personali, posso testimoniare della collaborazione ai nostri giorni. Si possono ricevere da “esoteristi” velate minacce massoniche di rovina, appoggiate dall’affermazione contestuale che le liste dei massoni vengono depositate presso le Procure della Repubblica; (e che tra gli iscritti ci sono le cariche più alte dello Stato). Vedo che la magistratura, nel procacciarsi i favori della massoneria collaborando ai suoi intrighi, ottiene livelli di criminalità e abiezione irraggiungibili dai delinquenti comuni. Quando ci sono in ballo interessi curati dai “fratelli”, con certi magistrati può essere come finire nelle mani di sequestratori. E il sequestrato non torna a casa se li vede senza cappuccio: cioè col cappuccio massonico.

http://menici60d15.wordpress.com/2010/01/25/semiotica-del-potere-via-craxi-palazzo-di-giustizia-zanardelli-e-le-“sedi-disagiate”/

§ § §

Blog di Alessio Liberati su “Il Fatto”

Commento al post “Massoneria e Opus Dei al Consiglio di Stato? del 6 gen 2011

Provenzano e Cavataio

Che si siano legami tra massoneria e Vaticano non dovrebbe stupire il dr. Liberati; è un dato noto che dovrebbe fare parte del bagaglio di conoscenze e consapevolezza di qualunque magistrato, in un’Italia dove abbiamo avuto la P2 e Andreotti, lo IOR, Calvi e Marcinkus; dove un papa, Montini, addentro al mondo dei servizi, la cui elezione è stato scritto fu decisa nella villa del piduista Ortolani, fece “pochino” per salvare Moro. Dove abbiamo visto il cardinale Pio Laghi amico e consigliere dei piduisti argentini che scaricavano i desaparecidos dagli aerei nel Rio della Plata. I magistrati che non sapessero questo potrebbero informarsi presso Elia Valori, figura molto seguita dai nostri tutori della giustizia.

Sembra che sopra le nostre teste sia in corso un ricambio e un riequilibrio interno al sistema. Il candore di Liberati, e la fonte massonica della notizia sugli intrecci tra massoneria e Opus dei nel Consiglio di Stato, scoop per me sconcertante quanto la rivelazione che Ruby e la Minetti non sono pure e illibate, fa pensare che la lotta tra fazioni massoniche possa essere usata per fare passare l’idea di una massoneria buona che si oppone ad una cattiva; con quest’ultima unica responsabile dei crimini che queste reti di potere, qualunque sia la loro composizione, commettono per mantenere l’Italia sotto un tallone di ferro. Operazione che in verità richiede poco sforzo: con questa propaganda gli innumerevoli ruffiani sanno che ci sono nuovi dòmini dei quali divenire clientes. Per gli altri questi giochi sono paragonabili a quelli tra Provenzano e Cavataio a fine anni Settanta, o tra i “viddani” e la vecchia mafia intorno al 1980

Morte cardiaca, CC e magistrati

3 marzo 2011

Blog di Andrea Carancini

Commento al post “Due italiani seri: ricordo del generale Giorgio Manes e del magistrato Ottorino Pesce” del 3 mar 2011

Mi associo sommessamente al ricordo del generale Manes e del magistrato Pesce. Onore a loro e agli altri Caduti.

http://menici60d15.wordpress.com/2008/06/21/calipari-virtu-militari-e-diritto/

http://menici60d15.wordpress.com/2010/12/21/1744/(L’omertà e la complicità nazionali nelle epurazioni USA)

Quello delle tecniche per provocare o favorire una morte cardiaca prematura è un discorso complesso e delicato; ma sarebbe quanto mai attuale oggi, con una magistratura e un’arma dei CC “bonificati”, e che hanno imparato fin troppo bene la lezione, tanto da avere ormai, ritengo, più meriti come esecutori delle epurazioni che come vittime.

http://menici60d15.wordpress.com/

‘O guerriero

3 marzo 2011

Blog di Beppe Grillo

Commento al post “La via del guerriero –  Piercamillo Davigo” del 2 mar 2011

“Dovere di un guerriero.. è combattere … Non te ne deve importare niente … se sei dalla parte giusta o dalla parte sbagliata, meno che mai ti deve importare di quali saranno le conseguenze ultime delle tue azioni…”. P. Davigo, citando il Mahabharata.

Anche il prefetto di Brescia, Brassesco Pace, ha raccontato in tv che un politico le ha detto “Lei è un guerriero”. Io invece nel mio idioletto, quando vengo molestato da auto della polizia o sfiorato da auto in borghese, cosa che mi capita ogni giorno, la chiamo “Mezzastriscia”:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/04/la-mezzastriscia/

Dalle sale biliardo si è esteso ai manager e ora a chi esercita il potere dello Stato il paragonarsi a un guerriero. I guerrieri si giocano la vita. Haldane, uno scienziato che aveva combattuto nei commando, ha scritto, citando come Davigo la tradizione indù, che il gioco d’azzardo si addice al guerriero perché simboleggia quanto facilmente egli possa giocarsi la vita e perdere. Chi è garantito dallo Stato a volte gioca con la vita degli altri e fa carriera pugnalando alle spalle per conto del Principe; arrivando sano e salvo alla pensione. Atteggiarsi a guerriero, ridicolo a parte, può costituire una razionalizzazione narcisistica di atti e reati che meriterebbero una punizione per codardia, non una medaglia al valore.

Non è degno di chi amministra la giustizia predicare che non importa se si sta dalla parte del torto o della ragione, né quali sono le conseguenze ultime del proprio operato, purché si combatta. Ce ne sono già troppi che appiccicano questa filosofia alle loro gesta. Sono i mercenari che si trovano sempre miracolosamente dalla parte del più forte, a lottare per i fatti propri. I magistrati, anzichè degradarsi a guardiani nella repubblica platonica, e sentirsi “corruschi d’armi ferree”, dovrebbero smettere di fingere di non vedere quali disegni spesso e volentieri servono, e di quali conseguenze deleterie si fanno così responsabili.

Francesco Pansera (menici60d15) 03.03.11 08:55|

 

C’è la parola: compradora

21 febbraio 2011

Blog di Marco Cedolin

Segnalata come commento al post “Il bosco, la ruspa e l’autista” del 19 feb 2011, blog “Il corrosivo”

Pubblicata sul blog Blog “L’aria che tira” il 21 feb 2011

-Erano soldi tuoi ?
-NO.
-E allora li hai rubati ! C’è la parola, perché non la dobbiamo usare.
(Il pazzo al responsabile di un ammanco di cassa in “Ditegli sempre di si” di Eduardo De Filippo)

Marco Cedolin lamenta che il senso delle sue parole non sia stato ben compreso. Cedolin giustamente mostra come al di sopra degli scontri furibondi tra Berlusconi e i suoi oppositori ci sia una comune obbedienza a poteri maggiori. Si lotta per avere il posto di ruspista, che poi eseguirà lo stesso progetto di distruzione del bosco, dice Cedolin. E’ un peccato che un concetto tanto basilare, che con tutti i distinguo possibili è semplice e solido nella sua essenza, non venga compreso dai bloggers, che dovrebbero essere tra i cittadini più svegli.

In parte ciò è dovuto alla subalternità culturale al pensiero unico. Questo sforna slogan, manipola e mistifica il linguaggio a piacimento, e impone capillarmente il suo discorso; chi si oppone è costretto a usare un linguaggio già viziato, che travisa e nasconde. Non si chiamano col loro nome le cose semplici, né tanto meno si dà un nome a quelle più complesse che devono restare in ombra.

Dobbiamo invece avere un nostro linguaggio. A proposito di una delle pietre angolari del sistema, che Cedolin indica ma è invisibile ai più, c’è una parola utile: “compradora”. La “borghesia compradora” era creata nei paesi occupati dai colonialisti ottocenteschi come mediatrice dello sfruttamento. Al di là di pedanterie filologiche, questa parola può essere adottata per indicare la circostanza che la nostra classe dirigente e i “nostri” rappresentanti politici tendono a usare la loro posizione per consentire a forze straniere uno sfruttamento della nazione sotto il profilo politico, economico, culturale, etc . Gli acquirenti principali oggi sono gli USA, UK e Israele. Il motivo geopolitico è affiancato o meglio sovrastato da quello economico: i grandi potentati transnazionali che possiedono il mondo; banche, multinazionali, private equities, etc. Il prezzo è stracciato: interessi enormi venduti spesso per miserabili vantaggi personali.

Si possono sommariamente distinguere 4 aspetti del fenomeno.

1. La borghesia compradora italiana è in parte imposta. Nello stato di sovranità limitata instaurato nel dopoguerra si sono epurate anche con la violenza fisica figure forti che mostravano autonomia, e interesse al destino dell’Italia, come Mattei o Moro, per insediare dei viceré fantoccio oppure ben disposti a compromessi.

2. In parte è un fenomeno volontario. La selezione avversa della classe dirigente ha innescato una corsa dei mediocri per vendersi in modo da avere successo. Ciò è avvenuto non solo in campo politico, economico, industriale – o confindustriale – ma anche nel campo culturale e delle professioni. Dal giornalismo alla scienza. Influenzando in senso positivo o negativo le carriere, i committenti plasmano la classe dirigente nostrana, e con essa i costumi e la politica. Vedi ad esempio “La guerra fredda culturale. La CIA e il mondo delle lettere e delle arti” di F. Stonor Saunders.

3. Il fenomeno è trasversale e ubiquitario, ma ha il suo baricentro in forze che all’apparenza sembrano le più sane, progressiste o ideologicamente lontane dai referenti del doppio Stato: sinistra, magistratura, clero e altre. Da questa mimetizzazione deriva parte della difficoltà nel comprenderlo.

La “sinistra” è specializzata in figure bifronte, che con la faccia rivolta a chi sta in basso impersonano, “narrano”, come dice Vendola, una politica pulita; mentre con l’altra si accordano con quelli che stanno in alto, facendosi fiduciari dei loro interessi. Es. due papabili di alta qualità per la presidenza del consiglio: l’astro nascente Vendola, il “poeta comunista” che fa pensare a Pasolini, ma è tutt’altra cosa, di recente benedetto in un tour USA dai signori del liberismo, e osannato in Italia dalla massa dei disgustati da Berlusconi; e Rosy Bindi, la pseudoAnselmi http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/18/la-pasionaria/ .

E’ difficile pensare che le organizzazioni dei magistrati non vedano nulla, e che i magistrati siano tutti e sempre in buona fede quando favoriscono sostituzioni in senso liberista della classe di governo, es. con Tangentopoli e ora col Mignottagate; mentre allo stesso tempo favoriscono gravi crimini intimamente connessi a grandi interessi, come quelli del business mondiale della medicina.

Il Vaticano ha una tradizione millenaria nello stare a galla spartendosi l’Italia con stranieri, e appare avere inoculato tale costume nella nostra cultura.

Svolgono un ruolo non secondario nella borghesia compradora altre agenzie etiche, come le forze di polizia, i sindacati, gli intellettuali, la burocrazia, etc.

4. La gente è complice e partecipe, con la sua miopia e superficialità, col vendere il voto per un piatto di lenticchie a amministratori infedeli che venderanno anche chi li ha eletti; col non saper reagire in altro modo che seguire stolidamente le mode ribelliste pilotate che la porteranno dalla padella alla brace. Docile come un bue, ma capace di inviperirsi come un toro quando gli si fa notare che il suo ultimo beniamino la sta imbrogliando; che il primo requisito di un candidato politico deve essere che rappresenti gli interessi, leciti, del popolo o almeno di parte di esso, e non gli interessi di poteri superiori, altrimenti votarlo è antidemocratico e poco furbo. E che buona parte dei mali dei quali ci si lamenta derivano dal fatto che l’Italia è un Paese in vendita.

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Blog TNEPD. Commento al post “Dopo i bombardamenti umanitari anche le privatizzazioni umanitarie” del 7 set 2011

La vendita del Paese, cittadini compresi, a poteri sovranazionali da parte delle classi dirigenti non avviene per caso, o per colpa, ma per dolo e premeditazione. Andrebbe riconosciuta come un’entità politica a sé stante; una forma vera e propria di potere, per quanto subalterno, vile e parassitario. E’ un aspetto fondamentale e misconosciuto del sistema di potere italiano, che ha un nome:

v. “C’è la parola:compradora”

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/21/c’e-la-parola-compradora/

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Blog Conflitti e strategie

Commento al post “Gli elementi antinazionali (da sempre)” di Giellegi del 9 set 2011

Credo che finalmente ci si stia rendendo conto di quanto sia centrale il problema delle pratiche compradore delle nostre classi “dirigenti”:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/21/c’e-la-parola-compradora/

La pasionaria

18 febbraio 2011

Commenti ai post “Il contrario del PD che vorrei”, blog Metilparaben e “Il film horror della sinistra: la bellissima e intelligentissima Bindi premier”, blog Il fazioso,  17 feb 2011

Osservando il suo comportamento come ministro della sanità, es. la protezione arcigna e cieca della chemio per i tumori, una terapia che oggi comincia ad essere criticata perfino nelle sedi ufficiali, ho avuto l’impressione che la Bindi fosse il tipico esempio di “cattolico di sinistra”; quelli che sono di una bravura pretesca nel servire grandi poteri, inclusi gli interessi più neri e trame inconfessabili, mentre recitano il ruolo di “puliti”; in questo caso, di pasionarie integerrime. Ci sono elementi che avvalorano questa opinione. Es:

Bindi,  come Vendola che la propone, sembra una cosa ed è tutt’altro. Non rassicura questa affermazione: “Capace … di finti moralismi… alla Rosy Bindi, la quale finge di non sapere che i soldi per le sue campagne elettorali furono Andreotti… e Citaristi a darglieli. Lo sa perché la Bindi fu candidata la prima volte alle europee? Per battere Tina Anselmi, che … Andreotti voleva punire per come aveva gestito la commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2. … fecero avere alla cara Rosy tutti i voti necessari per fare giustizia della giustiziera Anselmi …” (Cossiga, Fotti il potere, 2010). La fonte è dubbia, ma sembra che la Bindi favorisca lo status quo simulando la figura dell’Anselmi, donna tutta di un pezzo, e prendendone il posto; così come Vendola “narra” un appassionato leader “rosso” per ottenere il favore degli ingenui. Il cerone non è solo quello di Silvio.

Ai poteri forti la Bindi, come gli altri “comunisti”, non dispiace, e il teatrino di Berlusconi che fa l’ignorante, o impersona sé stesso, e insulta la Bindi, mi pare un fare da spalla a chi potrebbe dare il cambio al rozzo bauscia con la sceneggiata del ritorno alla civiltà dopo l’era berlusconiana.

@ Sergione1941. Grazie. Istintivamente, trovavo accattivante la figura della Bindi. Ma alcune volte le apparenze ingannano. In una prefazione del 1998 la Bindi sottoscrive la visione statunitense per la quale la bioetica sarebbe “un ponte verso il futuro”. Cioè una retorica di supporto alla crescita della medicina commerciale, che giustifichi abusi e distorsioni là dove non si può censurare. Il futuro del cancro è stato e sarà quello di una crescita di tipo esponenziale della spesa, e dei profitti: (http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/23/reati-contro-leconomia/ ). Tale futuro è stato favorito e viene favorito da diversi rispettabili “pontieri”. Tra i quali nella mia esperienza spicca la Bindi. In questi giorni sono usciti un articolo che mostra l’inutilità di una chemio prolungata in alcune diagnosi di tumore della mammella, e un altro che conferma l’esistenza della “chemofog”, il declino cognitivo da chemioterapia. Io non trascurerei il merito. Trascurerei invece le distrazioni dal merito: http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/09/manco-con-gli-occhiali/ . Oltre al sesso e ai rapporti tra i sessi, ci sono altri organi anatomici e altri problemi.

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Blog di Beppe Giulietti su Il Fatto

Commento del 15 apr 2011 al post “Cicchitto si vergogna della P2?” del 15 apr 2011 

La pseudoAnselmi

No, io credo che Tina Anselmi sia una figura positiva, e che, come ha detto Cossiga, si voglia accostare alla sua figura quella solo superficialmente simile della Bindi; che è un altra cosa, rispetto alla P2, l’organizzazione segreta che difende quegli interessi che in campo medico hanno trovato ampio ascolto in cattolici di sinistra come la Bindi:

http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/18/la-pasionaria/

Il rispetto della Storia nella azione giudiziaria

13 febbraio 2011

Blog di Bruno Tinti

Commento al post “Consigli legali per B.” dell’11 feb 2011

Non lo so se funzionerebbe, ora. La Storia ha deciso che la crapula berlusconiana abbia fine; e che a questo liberismo alla Trimalcione succeda un periodo di giustizia, pace e prosperità; come ampiamente esposto nei programmi, implacabilmente ripetuti, del comitato di liberazione. E come garantito dai trascorsi dei possibili successori politici.

Anni fa mi colpì che un Procuratore di Brescia, elogiato da Cossiga, definisse “antistoriche” certe posizioni. Mentre coi loro interminabili procedimenti non rispettano il Tempo, quello della vita delle persone, i magistrati ossequiano la Storia, conformando ad essa la loro azione. Non si può dire che a Brescia a Palazzo Zanardelli non abbiano il senso della storia; e anche nel seguito del grafo disegnato dal dr Tinti hanno una notevole aderenza alle esigenze dell’epoca nella quale operano.

Gli atti giudiziari, mentre spesso fingono che il Tempo non esista, prendono il colore del periodo storico. Dopo il ’45, in uno dei peraltro blandi processi ai fascisti un imputato ricordò in aula che chi lo stava giudicando era uso, pochi anni prima, indossare la camicia nera sotto la toga. Nella Lombardia di Formigoni ci sono diversi magistrati vicini a CL, la pia associazione già calunniata come finanziata dalla CIA; vedendo quanto è risparmiata da assurde calunnie la sanità berlusconiana, che è nel mainstream, e nel core business, del corso storico, mi sono chiesto se alcuni magistrati sotto la toga non portino il cilicio.

B. e il berlusconismo andavano rigettati 15 anni fa. La furia dopo l’acquiescenza, l’indignazione che si accoda alle truppe di occupazione, che ha precedenti nei sanguinosi avvicendamenti di signorotti nel Medioevo e nel Rinascimento, negli appesi di P. Loreto o, paragone più appropriato, nelle monetine a Craxi, è più il segno di una irredimibile continuità che di una palingenesi.

http://menici60d15.wordpress.com/

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Blog de Il Fatto

Commento al post di G. Pipitone “Caso Impastato, dopo trent’anni ritrovata la testimone chiave del delitto” del 20 dic 2011

Questo mostra come l’azione giudiziaria in Italia non rispetti il Tempo ma obbedisca ai tempi. Come serva il periodo storico mentre finge che il tempo cronologico non esista. http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/13/rispetto-della-storia-nellazione-giudiziaria/

30 anni di tempo per ritrovare – a casa sua – la testimone chiave di un omicidio infame e poi famoso. E “ritrovarla” quando fa comodo alimentare l’epopea su Impastato, perché la mafia da argomento tabù è divenuta un argomento popolare e funzionale al potere.

http://menici60d15.wordpress.com/2010/06/08/i-professionisti-della-metamafia/

L’omertà e la complicità nazionali nelle epurazioni USA

21 dicembre 2010

Blog Il Fattto, Aldo Giannuli et al. 21 dic 2010

Un alto magistrato ha affermato di non aver pensato neppure per un momento a cause naturali quando seppe della morte improvvisa del Capitano De Grazia. Che quello di Calipari sia stato un omicidio volontario premeditato lo scrissi il giorno del funerale, e lo ripetei quando l’indagine fu archiviata (v. “Calipari: virtù militari e diritto” sul sito http://menici60d15.wordpress.com/).

Ora Wikileaks rivela che il governo Berlusconi tramò per evitare che la verità, tramite le indagini dei magistrati, venisse a galla. Il PD, anche per bocca dello “zio d’America” Ignazio Marino, ha chiesto indignato a Berlusconi di dare conto. Ciò per me conferma che Wikileaks disinforma, a favore degli USA, imbrogliando ancor più le carte mentre rivela parzialmente il vero. (v.”Da quali minacce va protetta la Glaxo” sul mio sito).

La “rivelazione” infatti implica:

- Che nessuno lo sapesse. E’ dalla Liberazione che vengono eliminati Italiani sgraditi agli USA, e tutti, istituzioni e pubblico, vilmente fanno finta di nulla sui mandanti; i quali possono pure alludere a come andò, per giochi strumentali e a riprova del loro dominio.

- Che la sinistra si opponga alla destra almeno in questo. Moro docet, è altrettanto sottomessa. E oggi forse è perfino più venduta dei piduisti riconosciuti.

- Che le eliminazioni avvengano contro una volontà forte. In realtà, gli epurandi, tipi anomali, vengono venduti. La classe dirigente, a partire dai “colleghi”, è spesso parte attiva nell’eliminazione, e il popolo, a cominciare dagli “impegnati”, è omertoso e offre bassa manovalanza per un tozzo di pane.

- Che la magistratura, “famigerata” secondo Palazzo Margherita, vada frenata altrimenti scopre la verità. Quando si tratta di fare un favore agli USA, magari quando c’è da eliminare qualcuno che non è sufficientemente servo, tanti magistrati, q. b. agli interessi della corporazione, sono sempre pronti all’obbedienza, e ben lieti di farsi depistare.

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Segnalazione sul blog “Uguale per tutti”, post “Di cosa ha bisogno l’ANM”  21 dic 2010

La Procura di Roma ha dichiarato di avere agito correttamente. La vedova Calipari si è detta disgustata; a me ha aiutato l’esperienza anatomopatologica. L’associazione di categoria dei magistrati farebbe cosa buona se finalmente considerasse – esplicitamente – il tema delle persecuzioni di cittadini italiani da parte di poteri forti internazionali, e delle relative complicità istituzionali; stabilendo ciò che la magistratura può fare a riguardo; e soprattutto, ciò che non dovrebbe assolutamente mai fare.

Un campo che può procurare alle caste che detengono i poteri dello Stato forti e facili vantaggi senza rischi; come è proprio di chi ha venduto l’anima al diavolo:

L’omertà e la complicità nazionali nelle epurazioni USA

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Blog de “il Fatto”, post di Alessio Liberati “Io, giudice, pericolo per la democrazia” 26 dic 2010 e di Bruno Tinti “Vogliamo i colonnelli” del 31 dic 2010

Le dichiarazioni di Wikileaks riguardanti la magistratura mostrano come quando si favorisce un potere forte si mette la propria reputazione nelle sue mani. Penso che l’uscita di Wikileaks su D’Alema/Spogli vs. i giudici nemici dello Stato, subito dopo quella sull’insabbiamento, vergognosissimo per tutti quanti, dell’omicidio Calipari, sia la carota dopo il bastone. I magistrati italiani non sono la pecora nera tra i poteri dello Stato. Ma è falsa anche l’implicazione ovvia che siano al contrario nell’insieme un baluardo della democrazia. I magistrati non sono rossi o neri, ma fanno parte a sé. Non aspirano a incarichi pubblici per rubare come i politici; ma prosperano in un sistema giudiziario scassato e servono il più forte. Non il più forte tra i pupi, ma il puparo. I magistrati pericolosi per il potere, o antipatici agli USA, sono una specie estinta, anche per morte violenta, o in via di estinzione; e comunque non ci meritiamo magistrati eroi, che pure ci sono stati. La massa dei magistrati sono un asset per gli americani e per il partito americano; un asset da proteggere anche fornendogli credenziali, false, di imparzialità, o addirittura di frondismo rispetto ai suddetti poteri. Una favola che attecchisce bene nell’attuale sistema a ruoli scambiati, dove le forze progressiste sono “magistratofile”, seguendo il costume italiano di opporsi alle vessazioni del potere cercando un “potere buono” col quale schierarsi. Io vedo che anche i magistrati, quando si tratta dei desiderata USA, frequentano livelli bui e luridi; livelli dove la democrazia è una barzelletta per i fessi:

L’omertà e la complicità nazionali nelle epurazioni USA http://menici60d15.wordpress.com/2010/12/21/1744/

Calipari: virtù militari e diritto http://menici60d15.wordpress.com/2008/06/21/calipari-virtu-militari-e-diritto/

Da quali minacce va protetta la Glaxo http://menici60d15.wordpress.com/2010/12/07/da-quali-minacce-va-protetta-la-glaxo/

http://menici60d15.wordpress.com/

Da quali minacce va protetta la Glaxo

7 dicembre 2010

Blog di Aldo Giannuli

Commento al post “Comunque vada, Wikileaks lascerà segni molto profondi” del 6 dic 2010

“What does the eight-hundred-pound gorilla do? Anything it wants to”
M Angell, The truth about drug companies.

1. Il prof. Giannuli spiega come lo “scandalo” Wikileaks servirà anche a controllare il Web. Quella futura sarà eventualmente un’accentuazione del controllo, che già esiste in forme non dichiarate; e che dovrebbe continuare in forme oblique, nelle quali la prima censura è negare che vi sia censura. Mentre ricorre di routine alla “character assassination”, e in casi estremi all’omicidio, lo stile censorio anglosassone è diverso da quello della tradizione autoritaria italiana: invece che il segreto assoluto, preferisce che si ventili parzialmente, si sfiati un poco la scatola dei segreti; ma che questi rimangano come voci isolate e sgraziate, “a few squeacky wheels”, frammiste a tanta fuffa, spontanea e artificiale, prodotta da appassionati di complotti e da disinformatori professionali; e disperse nell’armonioso e gradevole dissenso antisistema ufficiale, costruito con cura, che impera sul Web e i cui libri si vendono nei centri commerciali.

2. Colpisce la notizia di Wikileaks che una sede della Glaxo Smith Kline in Italia, specializzata in vaccini, sia stata considerata obiettivo sensibile; non si capisce a leggere gli articoli dei giornali se come azienda italiana spiata dall’intelligence USA (Unità, Repubblica, Radio Tv di San Marino) o, com’è più verosimile, come asset importante degli USA, da proteggere da “terroristi”. (Su questo genere di protezioni contro il terrorismo rivolto alla tecnologia e alla ricerca, e sul fatto che l’Italia non ne sapeva nulla come ha affermato Frattini, cfr. “Leopardi, Unabomber e altri eversori” sul mio sito menici60d15). Ricordo a Brescia un’eminente figura della burocrazia della ricerca biomedica e dell’università auspicare la chiusura dei siti web che denunciavano effetti collaterali del vaccino anti HPV, prodotto anche dalla Glaxo; mentre tali notizie continuano ad apparire su siti anglosassoni (ricordo anche, sulla via del ritorno, la pantera della polizia, intercettazione per me di prammatica quando vado a conferenze pubbliche su argomenti medici sensibili).

3. Va gridato che la Glaxo, multinazionale con base in Gran Bretagna che nel 2009 ha incassato 45 miliardi di dollari, è una delle grandi vittime del web, e si capisce che si voglia proteggere, sia nel mondo reale che nel cyberspazio, questa vitale risorsa etica. Presento una succinta selezione di alcune delle vergognose storie che è possibile raccogliere riguardo alla Glaxo su internet.

a- La Glaxo si è fusa alla Wellcome, azienda collegata a Rockefeller, la forza che ha avuto un peso determinante nel dare forma alla medicina moderna per come la conosciamo. Negli anni ‘30 lo studio legale che curava Wellcome e Rockfeller aveva tra i suoi avvocati Allen Dulles, poi direttore della CIA nella Guerra fredda.

b- Uno dei CEO della Glaxo, Bide, è stato presidente dell’Adam Smith institute, antisocialista. La Glaxo ha potuto contare sull’appoggio del New Labour inglese. Dev’essere vero che i vertici della Glaxo sono su posizioni di destra, perché in Italia Glaxo risulta avere finanziato la fondazione “Italianieuropei” di D’Alema. Forse è per questo che alle riunioni della Fondazione SmithKline, braccio culturale della Glaxo, partecipano esponenti dei DS come l’ex sindaco di Brescia Corsini, che in una di queste occasioni ha dichiarato “L’attenzione alla salute è il paradigma del nostro grado di civiltà”; come dargli torto. La Fondazione SmithKline è il think thank dove si coltivano idee come quella di fare evolvere le antiche forme di trattamento sanitario coatto in forme di persuasione adatte alla società liberale (M Valsecchi, direttore sanitario ASL 20 di Verona: La prevenzione in una società complessa). E forse è anche per questa simpatia dei “compagni” che per il lancio di nuovi vaccini della Glaxo, da molti considerati un caso di globalizzazione della truffa, l’Italia è la vigna dei fregnoni.

c- Alla Glaxo si deve l’AZT per l’AIDS, la malattia politica sostenuta dall’EIA, l’Epidemiological intelligence agency, un servizio segreto del governo USA che si occupa di medicina, anche determinando carriere (cfr. P Duesberg, Il virus inventato). Il farmaco, già scartato per l’attività cancerogena e l’eccessiva tossicità, ha l’interessante caratteristica di causare le lesioni e i sintomi dell’AIDS; la Glaxo stessa avvisava i medici di non confondere gli effetti del farmaco con le manifestazioni della malattia. Ciò spiega perché soggetti asintomatici, cioè che stavano bene, abbiano sviluppato la sintomatologia dell’AIDS una volta cominciato ad assumere l’AZT in seguito alla diagnosi di laboratorio di sieropositività (criticata come inattendibile da dozzine di specialisti). E alla fine siano morti. L’inventore della AZT, Beltz, ha dichiarato di essersi pentito di averla elaborata.

d- La Glaxo è stata accusata di avere nascosto la pericolosità dell’antidiabetico Avandia, anche perseguitando e denigrando il ricercatore J Buse. Il farmaco secondo la “Senate finance committee” USA è stato responsabile di circa 83000 morti per infarto miocardio.

e- Nel 2010 uno studio scientifico USA, esaminati 200 lavori e interventi scientifici, ha evidenziato che il 94% degli esperti che hanno scritto a favore di Avandia avevano legami finanziari con Glaxo.

f- Ha versato 2,5 milioni di dollari per chiudere un processo per frode, in USA, per avere occultato dati sull’inefficacia e gli effetti negativi su bambini e adolescenti del Paxil-Seroxat, un antidepressivo che potendo indurre comportamenti violenti ha causato suicidi e omicidi di familiari.

g- Il Paxil fu approvato dalla FDA mentre negli stessi mesi in USA sembrava fosse in corso un’epidemia della malattia, non identificata fino ad allora, per la quale si prescrive; una delle tante malattie nuove degli ultimi decenni, che secondo molti rientra nel novero delle malattie “corporate backed”, cioè inventate per fare soldi, es. medicalizzando le difficoltà dell’esistenza: il “Disordine da ansietà generalizzato”, a dire il vero già noto in ambito non scientifico come nervosismo, irrequietezza, angst, giramento di balle, etc.; inquadrato nella nosologia poco prima del lancio del farmaco da uno psichiatra della Columbia university, Gorman; che era inoltre a libro paga della Glaxo come consulente. Un altro che aveva lavorato come consulente scientifico per Glaxo è Breckenridge, membro della MHRA, l’ente di controllo dei farmaci UK, che evitò di investigare il caso dei sanguinosi disastri provocati dal farmaco. Non contenta, la Glaxo ha anche truffato Medicaid gonfiando le fatture del Paxil, e per ciò ha dovuto pagare una multa di decine di milioni di dollari.

h- Censurata 14 volte dalla FDA per pubblicità ingannevole di farmaci antiasma. L’FDA ha anche aperto contro la Glaxo procedure per la violazione delle buone pratiche di produzione dei farmaci.

i- Produttrice del vaccino trivalente MMR per morbillo, parotite, rosolia, che può dare gravi reazioni avverse neurologiche. Il vaccino MMR è stato criticato quanto a scientificità delle procedure di sviluppo, utilità, efficacia, dannosità, e reazioni avverse. Sarebbe in grado di provocare l’autismo nei bambini secondo un medico, Wakefield (un’ipotesi dubbia). Wakefield comunque non sbagliava quando osservò che gli studi di sicurezza sul vaccino erano insoddisfacenti. Le vendite del vaccino crollarono, e il ricercatore fu attaccato da una serie di articoli sul Sunday Times, posseduto da un membro del consiglio di amministrazione della Glaxo. Fu in seguito sospeso dalla professione, mentre chi difese la Glaxo fece carriera.

l- Ha pagato come esperti alcuni ricercatori che poi stesero le linee guida dell’OMS per il vaccino contro il virus H1N1. Sospettata di averli corrotti per lucrare su una falsa epidemia. L’OMS impose nel mondo il vaccino, il cui effetto è stato non medico ma economico, producendo profitti per miliardi di dollari. Analoga efficacia per l’antivirale Glaxo contro l’influenza aviaria.

m- In Olanda la multinazionale è stata accusata di comunicare coi giornalisti prima dell’approvazione di un farmaco anti-emicrania; e i giornalisti di fornire alla Glaxo una campagna di propaganda sul farmaco camuffata da informazione. Le tecniche di pubblicità della Glaxo fanno largo uso del direct marketing, il rivolgersi direttamente ai consumatori, a volte sotto le vesti dell’educazione sanitaria, es. sponsorizzando “la settimana dell’emicrania”.

n- Ripetutamente coinvolta in Italia in indagini per comparaggio, che hanno portato al rinvio a giudizio di migliaia di medici, anche illustri, a più riprese, con accuse di truffa ai danni dello Stato, associazione a delinquere, corruzione e falso. Decine di dipendenti della Glaxo Italia sono stati denunciati per associazione a delinquere; ci sono state richieste di interdizione dall’attività della Glaxo. Poi il buon senso ha prevalso e tutto si è dissolto.

o- Accuse di mazzette all’AIFA, l’agenzia del farmaco italiana, per evitare controlli sull’Aulin, ritirato in altri paesi per la sua capacità di provocare gravi lesioni epatiche.

p- Accusata dal Dipartimento di giustizia USA di aver pagato tangenti, oltre che in Italia in molti altri paesi, in alcuni dei quali è finita sotto indagine, es. in Turchia. Ci sono state anche accuse di tangenti a medici in USA. Di recente Glaxo ha avvisato il governo inglese che il nuovo “Bribery act” che come già fa la legislazione USA proibisce di corrompere funzionari esteri, danneggerà i suoi affari, in particolare nel nuovo grande mercato cinese.

q- Le bugie sulle mazzette della Glaxo trovano appoggio nella perfida diceria per la quale nei bilanci delle multinazionali farmaceutiche le spese di amministrazione e marketing, già superiori a quelle per la ricerca, nasconderebbero elargizioni a politici, amministratori, giornalisti, opinion makers, medici e altri addetti, indispensabili per fare girare il business dei farmaci dato il suo carattere fraudolento.

r- Cliente della maggiore multinazionale di pubbliche relazioni, la Burson Marsteller. L’agenzia, che si è occupata anche di curare l’immagine della giunta militare Argentina (sulle vittime degli squadroni della morte commentò “People gets killed everywhere”), è specializzata nella organizzazione di un falso dissenso che sembra partire spontaneamente dal basso e tira acqua al mulino dei potenti committenti (“Astroturf”); es. associazioni di pazienti che invocano un farmaco trattenuto nelle grinfie dei burocrati che non vogliono approvarlo o distribuirlo a spese del SSN perché dicono che non serve. Il dissenso grassroot falso o pilotato è una tecnica che appare rilevante anche per il rovello sulla genuinità dell’affare Wikileaks, e per l’arduo dilemma su chi saranno le vere vittime e chi i veri “villains” delle sue conseguenze future.

4. Queste notizie disponibili su internet mostrano quanto sia sensibile un obiettivo come Glaxo: quanto odio si è accumulato verso la multinazionale che cura i malati, verso questi novelli cavalieri ospedalieri. E’ giusto che la Glaxo si tuteli, a là Allen Dulles, e che in futuro simili calunnie, simili attacchi di cyberterrorismo siano stroncati sul nascere, e non appaiano se non come spazzatura e patologia dell’informazione.

5. E forse Glaxo è ancora più sensibile, coi piedi d’argilla direbbero i malevoli che la criticano, e quindi ancor più bisognosa di protezione. In Italia c’è perfino qualche medico invasato che conosco io (per fortuna messo aumma aumma in condizione di non nuocere da magistrati, poliziotti e altri amici delle multinazionali), che pensa che le cose stanno anche peggio di quanto trapela sui media e su internet; che ci sono elementi per sostenere che anche altri farmaci della Glaxo, es. per l’ulcera peptica, la sclerosi multipla, alcuni oncologici, e il vaccino per la prevenzione del tumore della cervice, sono basati su presupposti scientifici falsi e di comodo, essendo frutto del “corporate take over of science”; e che appare probabile che se si andasse ad esaminare scientificamente uno ad uno tutti i prodotti del catalogo Glaxo ci sarebbe da dare ragione a Roses, alto dirigente della Glaxo, che ha recentemente affermato che “più del 90% dei farmaci non funzionano”. (Roses lo ha detto per poi aggiungere subito che funzionano solo nel 30-50% dei soggetti; un’affermazione a effetto nell’ambito del lancio dell’ultimo grido della ricerca e del marketing farmaceutico, la farmacogenetica per la “tailored medicine”, il farmaco tagliato su misura, “ad personam”).

6. C’è come una buona stella che protegge il gigante Glaxo dalla macchina del fango: perfino gli attacchi sui farmaci per l’AIDS del Presidente sudafricano Mbeki, non un “keyboard warrior” ma un nero che ha speso la vita per la liberazione della sua gente, dipinto dalla stampa mainstream come un paranoico nemico dei bambini malati, sono rientrati. Chissà di quali argomenti si è avvalsa la Provvidenza.

7. Fosse per l’Italia, neppure ci sarebbe bisogno di un giro di vite sul web contro il partito dell’odio e dell’invidia. Il web è piombato sull’Italia come un oggetto fantascientifico proveniente da un altro pianeta; dipendesse da noi, trasformato in carrozzone pubblico al servizio di interessi privati, sarebbe stato imbrigliato da un pezzo; aprire un sito per il semplice cittadino sarebbe più difficile che ottenere il porto d’armi; e la rete non andrebbe molto oltre Radio Maria, i reality, C’è posta per te, le previsioni del tempo, le ricette, il calcio, la pubblicità palese e redazionale, es. i siti di educazione alla salute e sul corretto uso dei farmaci, pluralistiche rappresentanze di partiti e forze sindacali, etc.; l’angolo più estremista, luogo di feroci duelli tra bloggers, nell’ambito di quanto consentito dai moderatori, sarebbe il sito di Fabio Fazio.

8. Inoltre in un Paese tosto come il nostro la Glaxo e le sue sorelle, la loro immagine di benefattori, la loro libertà di ricerca e d’impresa, sono già protette contro questo nuovo terrorismo; potendo contare, per la liquidazione ad nutum di fonti percepite come un minaccia, sui servigi di persone serie e importanti, di corpi armati benemeriti; sui servigi di padroni delle ferriere che si sono improvvisamente scoperti una vocazione per la medicina accademica e vogliono acquisire meriti per entrare nel ramo, di soci italiani di Rockefeller, dei nostri servizi di sicurezza con la loro alta tradizione di indipendenza e abnegazione; tanti nobili signori che davanti a soldi e carriera arricciano il naso schifati, ma lottano a costo della vita per la salute dell’umanità; come quelli della Glaxo, essendo fatti della stessa pasta.

Sito web: menici60d15

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Blog de “Il Fatto”

Commento al post “Caso Pronzato, il botta e risposta tra Marco Travaglio e Massimo D’Alema sul Fatto” del 20 ott 2011

La fondazione Italianieuropei di D’Alema, il post-comunista che è a capo dell’organo di controllo dei servizi, ha preso soldi anche da case farmaceutiche come la Glaxo, che ne sono soci benemeriti. Questo legame sarà meno avvincente e meno politically correct di quelli con le storie di corruzione nazionale; ma dovrebbe essere più interessante, perché non riguarda solo “la questione morale”, ma anche la questione della salute dei cittadini, riguardando il modo col quale i politici controllano come vengono curati; per esempio, dovrebbe essere considerato se ci si volesse soffermare su quanto sta emergendo sui prezzi folli e la scarsa efficacia, per un usare un eufemismo, dei farmaci antitumorali “innovativi”:

par. 3b in http://menici60d15.wordpress.com/2010/12/07/da-quali-minacce-va-protetta-la-glaxo/

Brescia non solo bombe

23 novembre 2010

Blog di Aldo Giannuli

Commento al post “La sentenza di Brescia: lo Stato e le stragi” del 22 nov 2010

“La questione è una città che con la forza del muratore e lo sguardo ampio dell’architetto, sappia costruire fondamenta sociali solide”. (Giornale di Brescia, conclusione del fondo del direttore, 16 nov 10, giorno dell’assoluzione per la Strage)

Ho già commentato sulla sentenza di assoluzione (v. La Leonessa, sul sito menici60d15). Il commento del prof. Giannuli contiene molti aspetti istruttivi e coraggiosi. Avrei volentieri evitato di criticare altri aspetti di quanto scrive una persona delle sue conoscenze e capacità, alla quale si deve gratitudine per la sua opera di studioso, per la luce che ha fatto sull’eversione, e apprezzamento per la sua disponibilità alla discussione coi “quisque de populo”. Ma sull’impunità dell’eversione a Brescia mi considero una “persona informata dei fatti”, o meglio una vittima; e davanti ad alcune analisi mi sento come un tale al quale abbiano sparato, che dice che gli hanno tirato una revolverata, e che si sente rispondere da un ottimo perito balistico che è falso, in quanto è stata usata un’arma semiautomatica, non un revolver.

Alcuni contemporaneisti e altri analisti dell’eversione pare non ci tengano a trovare un principio unificante, ciò che in altre scienze viene considerato il più appetibile dei traguardi: es. l’origine microbiologica delle malattie contagiose, la tavola periodica degli elementi chimici, la deriva dei continenti, l’unificazione delle forze fisiche, l’identificazione delle pulsioni di base della psiche. Non che tale principio unificante debba esserci necessariamente (a volte anche per alcuni campi delle scienze “hard” si è concluso – ma dopo averlo cercato – che non esiste). Pare che chi si occupa di storia del terrorismo consideri dilettantesco e antiscientifico ricercare ciò che in altre discipline è il “Santo Graal”.

Prevale la visione “folignocentrica” dell’eversione (dal detto folignate “Foligno è lu centru de lu munnu”), per la quale l’eversione è un fenomeno essenzialmente locale: nazionale, e a volte addirittura provinciale; visione che è uno degli effetti della “tuboscopia”, l’analizzare meticolosamente singoli eventi uno a uno, come guardando con un occhio attraverso uno stretto tubo, orientando il tubo nelle direzioni opportune; e poi mettendo i fatti così selezionati uno accanto all’altro per sostenere una tesi, spesso preordinata; ma senza perseguire una sintesi complessiva, che, assegnate per quanto possibile a tutte e ad ognuna delle tessere disponibili le reali relazioni con le altre, si sforzi di scoprire cosa rappresenta la figura incompleta che emerge dal mosaico; in questo caso, un“pantocratore” terreno. Prassi che, spacciate per rigore, davanti ad alcune generalizzazioni consentono di gridare alla “dietrologia” anche quando si tratta di segreti di Pulcinella.

Ne consegue un’aderenza a un canone, a una regola di bon ton, o forse di sopravvivenza, che impone che l’eversione sia stata un fenomeno endogeno nazionale, dovuto a scontri di inenarrabile complessità tra DC-PCI, neri-rossi, Franza-Spagna, etc., animati da 4 coglioni esaltati che però, all’opposto dei buoni che avrebbero dovuto fermarli, erano incredibilmente abili e fortunati nel fare danno; con l’aiuto, a volte, di alcuni strani figuri delle istituzioni, peraltro sostanzialmente sane. Chi parla di mandanti esteri es. sull’uccisione di Moro è un “pistarolo” (ho assistito a una conferenza, al circolo bresciano “A. Moro”, dove tale tesi, sostenuta da un autorevole esperto e primo cittadino, DS, di Brescia, è stata corretta, non da un anarchico del Ponte della Ghisolfa, ma, sia pure blandamente, dall’allora ministro degli Interni, Pisanu, che ha citato a supporto l’Hyperion). Alcuni concedono che vi sia stato qualche influsso estero; però non si sa, e non è detto fossero solo e sempre gli USA, anzi… e poi neanche i vertici Usa sono monolitici… e così ad infinitum.

Venendo incontro alla storica soggezione del popolo e della classe dirigente italiche verso i forti, alla storica tendenza ad accettare chi sta in alto con la frusta e lottare solo sull’asse orizzontale, tra bande; e producendo un enorme fascio di dati slegato, privo di un principio informatore, difficile da maneggiare, dal quale si può estrarre e nel quale si può tenere nascosto ciò che si vuole, la “tuboscopia” e il “folignocentrismo”, nelle varianti accademica e giornalistica, ipertrofici a scapito della sintesi e del taglio pratico che l’importanza vitale dei temi imporrebbe, sono da contare tra i fattori che hanno favorito l’impunità. Fuciliamo i brigatisti; ora e sempre Resistenza; ma scherza con i fanti e lascia stare i santi. Anche se l’abbondante produzione saggistica e di denuncia ha costituito una qualche barriera, come un muro di libri, contro la strategia delle bombe e degli assassini politici.

Personalmente, estraneo sia ai rossi che ai neri che a qualsiasi fazione, senza competenze professionali specifiche ma avendo dovuto interessarmi obtorto collo all’argomento, credo, grazie all’ampia produzione di storici e analisti, e per esperienza personale in USA e in Italia, che con tutti i distinguo, le pieghe, le eccezioni, i fattori ausiliari, le convergenze d’interessi, le giravolte, i buchi neri, i cerchi concentrici, i burattini senza fili etc. vi sia un principio alla base di tutta l’eversione, di tutta l’eversione che ha contato e che ha fatto ciò che ha voluto; e che questo principio sia l’influenza della politica estera statunitense; a sua volta determinata, prima che dalla geopolitica, dai grandi poteri economici dei quali il governo USA è il braccio operativo. E penso che, oltre a chi ne ha scritto, moltissimi altri sanno, cento volte meglio di me, che il re è nudo.

Il principio unificante dei voleri degli USA può spiegare ad esempio quanto considera il prof. Giannuli, che il terrorismo rosso sia stato perseguito più efficacemente di quello nero, anche oggi che i magistrati non hanno simpatie per la destra; data l’inclinazione diffusa tra politici, magistrati e forze di polizia a compiacere, chi pancia per terra, chi facendo il pesce in barile, il potere vero, e quindi gli americani: il terrorismo nero era più vicino, sul piano ideologico e operativo, non solo ai servizi ma anche ai veri mandanti.

Quello che vorrei testimoniare, anche avendo visto – e sentito – da vicino alcuni dei protagonisti della “battaglia” per la verità sulla Strage, è che a Brescia, più ancora che nel resto del Paese, tali interessi di Stati Uniti e altri paesi influenti vengono serviti, almeno da dopo la caduta del Muro, col maggior zelo; con una partecipazione massiccia unanime e omertosa da fare invidia al più mafioso dei paesini del Sud. Interessi che vengono serviti anche quando consistono in interventi “deviati” volti a modificare, con metodi sporchi, con reati ignobili, l’andamento delle cose nel senso voluto; modifiche che ieri si ottenevano con la guerra a bassa intensità, con inequivocabili bombe in piazza o con clamorosi omicidi politici, e oggi con forme di violenza “a bassissima intensità” e perciò invisibile: oggi si persuade col lento veleno dei media; e si eliminano soggetti scomodi col lento veleno di forme di boicottaggio, discredito e logoramento camuffate da interventi legali, oppure occulte.

Credo che occorra distinguere nettamente tra onda d’urto fisica di una bomba, che dura una frazione di secondo, e onda d’urto politica, che può durare decenni; tra gli attentati e la lunga scia di ripercussioni; queste ultime possono avere effetti paradossi; sembra che chi ha fatto mettere le bombe avesse una profondissima conoscenza dei meccanismi di psicologia sociale che avrebbero messo in moto. Per me la reazione cittadina alla strage a Brescia rappresenta una delle vette dell’arte di rappresentare un’opposizione alta e vibrante dietro alla quale meglio servire i potenti.

A Brescia oggi operazioni eredi di quella stagione di eversione vengono servite, dietro la maschera dell’indignazione per la Strage, da chi ha responsabilità istituzionali ma anche da volontari. Da persone “serie e importanti” come dall’ultimo spalamerda raccomandato. Oggi l’omicidio politico, non solo morale ma fisico, viene compiuto con mezzi più sottili e subdoli, e simulando di aborrire ciò che nascostamente si aiuta. Brescia, addestrata alle doppiezze pretesche, e a suo agio anche con le doppiezze dello spirito protestante, è particolarmente adatta a ciò. Per avere un’idea di quello cui mi sto riferendo, e che non è né piacevole né facile da raccontare e spiegare, si può vedere il mio sito menici60d15; questa assoluzione, secondo la quale sopra la linea d’orizzonte del conosciuto non risulta alcun responsabile neppure per una folla di persone fatte letteralmente a pezzi da una bomba nella piazza principale, dice anche della credibilità di chi ignora tali denunce come opera di un mitomane.

Operazioni oggi aiutate, a Brescia e in Italia, dalla sinistra non meno che dalla destra. Sofri, oggi apertamente filoamericano e filosionista, che il prof. Giannuli cita, mi pare il prototipo della sinistra ambiguità della sinistra.

Così, paradossalmente, dopo la sorpresa ho accolto con sollievo la pur spiacevole notizia che la montagna non ha partorito nemmeno un topolino; sia perché una condanna due o tre fasi storiche dopo l’accaduto sarebbe stata ormai inutile rispetto al quadro sociopolitico; sia perché avrebbe condannato – a pene teoriche – dei manovratori più che i mandanti; ma soprattutto perché l’assoluzione evita di alimentare la doppiezza di istituzioni e società civile sull’eversione; il gesuitismo di laici e cattolici, di fascisti mascherati che danno lezioni di democrazia e di postcomunisti ridotti ad allearsi col delfino di Almirante nel servire poteri esteri che, come ha scritto una volta il prof. Giannuli, non ci sono amici.

La sentenza evita di riconoscere un risultato qualificante ad un sistema falso e corrotto, e con ciò di rafforzarlo. Evita di favorire ulteriormente la pratica dell’occultamento dell’eversione dietro al suo opposto, e di favorire ulteriormente i danni che agli epurandi di 40 anni dopo derivano da tale doppiogiochismo. Lascia uno sfregio che rende meno credibili i languori di “riconciliazione” dei discendenti dei Partigiani, e che risparmia forse all’Italia qualche altro dispiacere. Nello stato in cui siamo, meglio che la memoria della Strage e della reazione ad essa non siano completamente coperte dagli interventi cosmetici, ma resti un’impronta in negativo, come il pilastro scheggiato dall’esplosione a Piazza Loggia.

La Leonessa

21 novembre 2010

“Il Fatto” quotidiano. Blog di Bruno Tinti.

Commento all’articolo “Brescia, giustizia impossibile” del 20 nov 2010

“Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile…” (Pasolini, Io so…).

Dopo l’assoluzione del 2010 per la Strage di Brescia il dr Tinti scrive che “la storia non si fa con le sentenze”; mentre un avvocato di parte civile si è affrettato a commentare, alla “Casa della memoria”, che in uno Stato democratico “la magistratura è l’unico soggetto che ha il compito di stabilire i fatti”. La sentenza ha una sua cupa onestà: non perché rispetti la verità per corrispondenza con la realtà, ma perché rispetta la verità per coerenza. Il paragone del dr Tinti tra il procedimento sulla Strage di Brescia e quello sull’omicidio del presidente Kennedy ha un’involontaria ironia. Pur avendo patologi forensi espertissimi in USA l’autopsia a Kennedy la fecero fare ad anatomopatologi ospedalieri, con scarsa esperienza in ferite d’arma da fuoco. A Brescia ho avuto a che fare, pesantemente, con uno di coloro che eseguirono le autopsie sui cadaveri della strage (neppure lui patologo forense esperto), con inquirenti, tutori della legalità, autorità che sono salite sul palco degli oratori ogni 28 maggio, gente comune che cita la Strage come un merito. Non mi stancherò di testimoniare che dietro la maschera, dietro l’imenoplastica antifascista fornita dalla Strage (Pasolini) a Brescia coralmente si fa quello che si può, e anche quello che non si può, per servire gli USA e i grandi interessi economici; e con essi gli “interventi”, aggiornati ai tempi, di quelle stesse forze che 40 anni fa volevano le bombe e oggi ammazzano senza rumore (v. il sito menici60d15). La sentenza nega una giustizia posticcia, e ha anche il merito di confermare che per i reati di questa matrice, per gli omicidi politici “atlantici”, materiali e morali, di fatto non c’è una giurisdizione; credo che piuttosto le forme di aiuto all’eversione da parte di magistrati siano sottovalutate. Francesco Pansera.

Lotta alla mafia nell’anno domini 2010: Saviano e Lea Garofalo

23 ottobre 2010

Blog Aurora

Commento al post “San Saviano Sisde da Arcore” del 20 ott 2010

Mi ha colpito, mentre lo spazio informativo viene inondato dall’omicidio della quindicenne di Avetrana, la concomitanza delle notizie minori sui lauti cachet per gli interventi in Rai del cantore della lotta alla mafia Saviano e sull’uccisione, avvenuta l’anno scorso, della collaboratrice di giustizia Lea Garofalo, andata incontro alla morte credendo di andare a curare il bene della figlia. Due destini: l’altare catodico e la vasca di acido. Nella lotta dello Stato alla mafia intorno al 2010 i cantori a gettone dell’antimafia hanno la precedenza sui collaboratori dell’antimafia. Un’antimafia di Stato vanitosa e sbadata dove la fanfara è la prima arma.

Posso testimoniare che nel primo decennio del nuovo secolo lo Stato ce l’ha la benzina, gli agenti e le altre risorse per controllare a vista una persona (magari quando si tratta di zittire un cittadino onesto mediante abusi informali, perché dà noia ai crimini dei mammasantissima dell’economia legale). Soprattutto in Lombardia. Lo Stato, 30 anni dopo Impastato, non sa ancora che i mafiosi uccidono chi li danneggia, e lascia che una collaboratrice di giustizia venga sequestrata ed eliminata; contemporaneamente spende cifre esorbitanti per la lotta alla mafia con “il potere della Parola”, cioè  con i tromboni, affidando la sensibilizzazione popolare sul problema mafia a fegatacci che non guardano in faccia a nessuno: Fabio Fazio.

Da un lato Saviano, il creativo arcicompensato per la sua opera di riduzione dell’antimafia allo show business, così che secondo lui Impastato ha avuto giustizia grazie a un regista; dall’altro Lea Garofalo, che dava informazioni di prima mano sulla ‘ndrangheta ed è stata lasciata in pasto alle belve, monito per futuri possibili collaboratori. Questa divergenza mostruosa tra l’attenzione dello Stato per Saviano e per Lea Garofalo conferma quanto credo, che la lotta alla mafia coloro che occupano lo Stato non la vogliano vincere, non la vogliano chiudere, in modo da liberare risorse per la lotta ad altri mali, ma vogliano perpetuarla, anche per farne un alibi e un motivo di propaganda; penso che si voglia sfruttare la lotta alla mafia a fini di potere, come ho scritto: il fenomeno Saviano non è che un aspetto di ciò che ho chiamato “metamafia”.

L’omicidio di Lea Garofalo cade a fagiolo, sul piano mediatico: rafforzerà il tema, spinto dai media e dalle fonti accreditate, Saviano per primo, delle metastasi mafiose al Nord, che contribuirà a distrarre il pubblico e la società civile, e se ce ne fosse bisogno gli inquirenti, dagli altri grandi affari cancerosi, autoctoni, padani, es. quelli del business medico. A proposito di cancro, quello biologico, Saviano ha scritto, nel lodare la sua attività con la Mondadori “Come se si dicesse che i libri di oncologia diffondono il cancro”. Sarebbe lungo descrivere come a volte i sacri testi nei quali è depositata la dottrina oncologica facciano esattamente questo, diffondere il cancro; ma non si dovrebbe escludere a priori come delirante la possibilità che la medicina scientifica, in realtà la medicina commerciale, causi ciò che dovrebbe combattere: in USA pochi giorni fa milioni di cittadini hanno letto un articolo intitolato “Quando i farmaci causano i problemi che dovrebbero prevenire”; sul New York times (16 ott 2010), a firma di Gina Kolata, una fonte molto più vicina a Wall Street che agli anarchici, agli antisistema o ad altri fissati.

Uno dei farmaci dei quali parla l’articolo, l’antidiabetico Avandia, secondo fonti ufficiali ha provocato decine di migliaia di ischemie cardiache, uccidendo legalmente migliaia di persone; e ciò è potuto avvenire anche perché esperti indipendenti pagati dall’azienda produttrice, la Glaxo Smith Kline, hanno censurato le informazioni negative sul farmaco, manipolando la peer review (MJ Walker, Conflicts of integrity, 2008), dalla quale derivano i testi di riferimento di medicina. Nella patria dell’imperialismo capitalista la storia è nota; da noi invece gli impegnati che seguono frementi di sdegno i resoconti di come la cronica condizione di ingiustizia sia colpa dei “Cicciotto e’ mezzanotte”, si fanno il segno della croce quando sentono simili blasfemie sulla medicina.

Credo che l’esempio e i concetti lasciati in eredità da combattenti veri come Impastato vadano seguiti e applicati non lasciandosi imporre il nuovo paradigma sulla mafia, ma rendendosi conto di questa evoluzione al tempo del liberismo sfrenato e dell’oppio mediatico: da “La mafia non esiste” ergo “Zitti, scimuniti, e giù la testa” a “La mafia è Il Male” ergo “Le altre forme di grande crimine che vi parassitano non esistono; e Noi le Istituzioni siamo i vostri protettori dal Male, e pertanto dovete obbedirci, onorarci e lasciar fare al manovratore, subendo tutto senza fiatare e anzi mostrando gratitudine”. Anche chi vuole combattere sinceramente la mafia non dovrebbe lasciarsi sedurre dall’anacronismo, con gli allegati vantaggi, per il quale la lotta alla mafia va condotta negli stessi termini dei tempi e dei luoghi di Peppino Impastato.

I magistrati “business friendly” e la mafia come sineddoche tendenziosa

16 ottobre 2010

Blog Uguale per tutti

Commento al post “A Reggio deve venire Zù Ntònu” del 19 set 2010

Forse lo Zù Ntònu, il contadino calabrese retto e faticatore descritto dall’avvocato Siciliano, non sarebbe così restìo a battersi per la giustizia se davvero vedesse un gruppo col quale schierarsi: da un lato c’è un esercito di mafiosi, di collusi con la mafia, di appaltatori di business sterminati alla mafia; ma nell’ampio campo non mafioso Zù Ntò non vede una brigata di galatuomini. E nemmeno un reggimento o una compagnia.

A proposito delle forze sane e della fiducia nella giustizia, segnalo l’articolo “Usa, si può comprare il giudice” di Marcello Foa, Il Giornale, 14 ott 2010. In USA la doppiezza della democrazia traspare più chiaramente che in Europa. Col sistema delle lobbies si tende a legalizzare ciò che da noi si fa sottobanco. Lì i magistrati li elegge il popolo, nominalmente; all’atto pratico le multinazionali sono grandi elettori dei magistrati, finanziando legalmente le campagne elettorali di candidati graditi. In futuro le multinazionali potranno comprarsi i magistrati, riferisce l’articolo, grazie a una recente sentenza della Corte suprema che abolisce il tetto dei finanziamenti. Si prevede che il volume della campagna acquisti passerà dai 100 milioni al miliardo di dollari.

Il tema dei rapporti tra magistratura e multinazionali è in genere risparmiato dall’infuocato dibattito nostrano sulla giustizia; nella lotta furibonda che i media ci fanno vedere in continuazione tutti i contendenti stanno attenti a rispettare davanti al pubblico il canone teatrale per il quale il massimo livello di potere equivale a quello oggi impersonato magistralmente da un bravo caratterista come Berlusconi; e Il Male sono le mafie, che sono viste come un Kilimangiaro solitario, anziché una vetta ben integrata nella catena imalaiana delle grandi forze criminali che menomano la vita degli Zù Ntò. Gli altri “8000” essendo dati, tra gli altri, dai business che portano le corporations ad ottenere di poter acquistare magistrati, e a investire negli acquisti. Zù Ntòni, che è un po’ avanti con l’età, statisticamente ha da temere più da qualche sofisticato schema diagnostico-terapeutico nato a Boston o a Basilea e imposto su scala mondiale con le buone e con le cattive, che dal cannemozze del mafioso a cento passi da casa. E forse anche l’omicidio del moroteo dr Fortugno, avvenuto fanno oggi 5 anni, non è solo una questione locale.

Al contrario di Zù Ntòni, che non ha perso del tutto il legame con la visione contadina del mondo spazzata via dall’omologazione, chi si appassiona alla Commedia dell’arte recitata dalla politica, e ai suoi canoni, non si sente sovrastato da poteri senza volto che hanno una consistenza quasi ontologica; ma accetta la finzione secondo la quale viviamo in un Paese sovrano, dove a comandare sono comunque le strutture descritte nella Costituzione; e accetta la sineddoche tendenziosa che identifica tutto il grande crimine con le mafie.

Credo che i rapporti tra magistratura e i potentati economici, nazionali e internazionali, che in buona parte coincidono con le multinazionali, siano rilevanti per la comprensione del cattivo stato di cose attuale, e che le conseguenze di tali rapporti contribuiscano a spingere gli Zù Ntòni a non accordare alle istituzioni il credito che sarebbe necessario. Segnalo anche un mio scritto, che un poco parla dei magistrati, o della magistratura, “business friendly” in Italia:  “Leopardi, Unabomber, e altri eversori”; postato il 12 u.s. sul mio sito menici60d15.

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Blog de Il Fatto

Commento del 27 gen 2012 al post di M. Imperato “Lobby al sole anche da noi?” del 27 gen 2012

postato su questo sito il 5 feb 2012 causa boicottaggio Telecom

Il PM Imperato invita a considerare di introdurre anche da noi il lobbismo, cioè la legalizzazione dei finanziamenti ai politici da parte di gruppi di interesse. Il magistrato invita a guardare al fenomeno senza ipocrisie. Si dovrebbe estendere il suo suggerimento al potere giudiziario: considerando il fenomeno USA dei finanziamenti legali alle campagne elettorali dei magistrati da parte delle multinazionali. Lì è legale comprarsi dei magistrati in questo modo. Ma anche in Italia, così come non è sconosciuto il fenomeno dei soldi passati sottobanco da potenti gruppi di interesse ai politici, esiste la magistratura “business friendly”, che fa carriera essendo compiacente col business:

I magistrati “business friendly” e la mafia come sineddoche tendenziosa

Reati contro l’economia

http://menici60d15.wordpress.c…

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Blog de Il Fatto

Commento al post di A. Liberati “E la responsabilità civile dei politici?” del 13 feb 2012

Non è nell’interesse dei cittadini una magistratura esposta al ricatto dei potenti tramite la responsabilità civile. Occorrono però dei pesi e contrappesi per evitare che i magistrati operino per interessi diversi da quelli della giustizia, come invece di fatto avviene.

Il celibato dei magistrati http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/01/il-celibato-dei-magistrati/

 Il giudice Liberati, che nel difendere la sua categoria dallo spauracchio della responsabilità civile cita la “mancata applicazione di norme comunitarie, rispetto alle quali l’Italia si è impegnata aderendo all’Unione Europea”, ricorda quel posteggiatore che, sotto il fascismo, scacciato dagli avventori come importuno, intonò al violino “Giovinezza”. Così nessuno poté dirgli nulla.

In questi giorni due ricercatori, l’inglese Wynne e la norvegese Wickson, hanno paragonato la Commissione europea alla rana pescatrice abissale, quel pesce mostruoso che attira le prede con un’esca luminescente che penzola da un filamento che le protrude dalla testa (The anglerfish deception, EMBO reports, 13 gen  2012). Questo perché la Commissione vorrebbe che in tema di sicurezza degli OGM sia vietato agli stati nazionali avanzare critiche di carattere scientifico, l’unica voce scientifica ammissibile essendo quella degli esperti scelti dalla UE.

Ci si dovrebbe interrogare sul contrasto tra norme sovranazionali e giustizia. E anche sul costume di compiacere la UE, e i poteri economici dei quali è espressione, con misure informali, per acquisire meriti da spendere in sede nazionale. Dovrebbero farlo anche i nostri bravi magistrati, ricordando che cos’è la cosiddetta “difesa di Norimberga”. E anche cos’è l’eccesso di zelo nel favorire gli ordini criminali dei potenti.

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Blog de Il Fatto

Commento del 19 feb 2012 al post di M. Imperato “Mani pulite: vent’anni sembrano pochi” del 18 feb 2012

Credo che i magistrati non combattano la corruzione in sé, ma ne combattano alcune forme favorendone altre. Mentre si oppongono alla bribery dei signorotti locali, favoriscono – e a volte attivamente aiutano – l’istituzionalizzazione della grande corruzione, quella dei poteri forti. E’ un poco come la lotta tra piccoli feudatari e potere centrale, al tempo per esempio di Richelieu:

La magistratura davanti alle frodi mediche di primo e secondo grado
http://menici60d15.wordpress.c…

Il PM Nicastro come assessore alla sanità: la non complementarietà tra magistrati e tangentisti http://menici60d15.wordpress.c…

Questo è confermato da magistrati come il PM Imperato che oggi loda “Mani pulite” e pochi giorni prima ha prospettato in termini positivi la legalizzazione delle lobbies (Lobby al sole anche da noi?, 27 gen 2012), uno dei più nefasti focolai di corruzione e degenerazione della politica interna e internazionale.

Se voi foste lo scienziato

16 giugno 2010

Segnalato il 16 giu 2010 sul blog “Uguale per tutti” come commento al post “Riformare (ma seriamente) la Costituzione” del 10 giu 2010

Arriva l’estate, tempo di giochi e buonumore sotto l’ombrellone. Achille presenta sul blog la nuova Costituzione, composta da un solo articolo: “Il Presidente del Consiglio fa quello che cazzo gli pare”. Una blogger ha commentato che andrà a finire proprio così. Personalmente, ritengo che tra i primi responsabili vi siano gli elettori, che hanno permesso la “resistibile ascesa” di un modesto prepotente, votandolo, o votando la sinistra “gellista” (nel senso di Gelli Licio, non di Giustizia e Libertà). Siccome si scherza, avanzo un’altra proposta per la modifica della Costituzione: guardare alla Costituzione della effimera Repubblica romana del 1849, e adottarne l’art. 20, che prevede che il popolo elegga i suoi rappresentanti con voto pubblico. Non so valutare la portata degli effetti negativi della non segretezza del voto, che certamente vi sono, e saranno anche gravi. Ma il voto pubblico potrebbe servire da correttivo al degrado dell’elettorato, che oggi appare allo sbando, essendo deresponsabilizzato, rincitrullito, gasato dalla propaganda e incapace di tutelare i suoi interessi. Aristotele sosteneva che il popolo è anche lui una magistratura. Anche il famoso discorso di Pericle sulla democrazia ad Atene considera il popolo come una magistratura che ha delle responsabilità nella cura dello Stato; un discorso che a leggerlo viene da piangere, per il divario tra il fresco profumo di ciò che descrive e la nostra puzzolente condizione attuale. Col voto pubblico finirebbero molti piagnistei di furbi e sciocchi, e tanta gente non potrà che protestare con sé stessa davanti allo specchio, se non comincia a fare un uso meno dissennato del voto. Si potrebbe forse rendere facoltativa la pubblicità certificata del voto. Dichiarare quali forze si sono votate potrebbe divenire una prassi volontaria per coloro che comunicano al pubblico opinioni e critiche politiche (personalmente dal 2000 a tutte le elezioni restituisco il documento elettorale, con racc. a/r ; prima, alle politiche votavo, horresco referens, DC; poi PRI; poi scheda nulla; alle locali votavo candidati di centrosinistra, e me ne sono pentito). In USA, quando si cita un parlamentare si aggiunge al nome una “D” o una “R” per indicare se è democratico o repubblicano; si potrebbe almeno dire di quale partito sono i parlamentari non di primo piano quando li si cita, cosa che invece molti giornali evitano accuratamente; quale partito nominalmente, perché nella grande maggioranza dei casi si sa già che l’iscrizione vera è al Partito dei c. propri.

Sempre pour parler, per ingannare il tempo, propongo un quesito simile al “Se voi foste il giudice” della Settimana enigmistica. Però, in campo scientifico: “Se voi foste lo scienziato”. Poniamo che siate il direttore di un centro di ricerca e veniate incaricati di trovare una spiegazione per un altro di quei cluster di leucemia infantile che periodicamente vengono rilevati. Niente paura, potete farlo anche voi, visto che si incoraggia la gente affinché ogni “quisque de populo” dica la sua (meno alcuni, come vedremo): il quotidiano Il Giorno ha raccolto e pubblicato le ponderate opinioni del titolare di una cartoleria in merito alla patogenesi di un caso identico a quello che consideriamo qui (Leucemia a scuola il quartiere vuole la verità. Preoccupazione, ma senza psicosi. 11 giu 2010). E comunque, fare il direttore è più facile che fare il ricercatore … Immaginiamo allora che in una scuola si sia verificato un cluster di leucemia: quattro bambini, tre scolari e la sorellina di un altro scolaro, hanno avuto una diagnosi di leucemia linfoblastica acuta (LLA) a cavallo delle ferie natalizie, tra il 14 dic e il 22 gen. Nello stesso periodo ci sono stati altri tre casi di leucemia infantile nella metropoli dove è la scuola, Milano (ma, data la possibilità che tali cluster a volte siano degli artefatti statistici, per non sapere né leggere né scrivere scegliamo una forma semplificata del problema, circoscrivendolo ai quattro casi della scuola, che più facilmente e più nettamente possono mostrare o smentire l’individuazione di un fattore causale comune). Troppi casi nella popolazione composta dai bambini che frequentano la scuola e dai loro fratelli rispetto all’incidenza della malattia nella popolazione generale. Un vostro giovane collaboratore, Gianni, formula, dopo mesi di studio, un’ipotesi: i bambini che si sono ammalati avevano in comune una predisposizione genetica alla leucemia, che l’influenza H1N1 ha slatentizzato. Considerando solamente l’aspetto logico, vi sembra una buona ipotesi?  Cosa rispondereste al collaboratore ?

Altri quiz per i più interessati. C’è un vostro secondo ricercatore, Lorenzo, che commenta che l’ipotesi di Gianni così formulata dei due fattori, genetico e infettivo, assomiglia all’illusione cognitiva descritta da Tversky e Kahneman per la quale si tende erroneamente a credere che la probabilità di eventi congiunti che confermino nostri pregiudizi sia maggiore di quella degli eventi considerati isolatamente. Lorenzo aggiunge che l’ipotesi di Gianni appare come il classico caso nel quale per salvare le premesse si falsifica la conclusione; che è del tutto azzardato ipotizzare che un’infezione slatentizzi una neoplasia; che il campo delle relazioni causali tra virus e tumori umani è stato fortemente criticato quanto a solidità scientifica, e per la presenza di conflitti d’interesse e di condizionamenti politici; che sono astronomici i numeri per calcolare la probabilità che i casi dei bambini predisposti nei quali avrebbe avuto luogo la slatentizzazione, tra i tanti esposti alla pandemia, si siano casualmente concentrati nella scuola; e che se l’ipotesi – che intanto è apparsa sui giornali come l’unica al momento considerata – venisse corroborata dall’improbabile reperimento di una condizione di anomalie genetiche oncogene preesistenti comune ai quattro bambini si configurerebbe, caso non raro nell’odierna biomedicina commerciale, un “paradosso di Gettier” piuttosto sospetto. Cosa rispondereste all’irriverente ricercatore ?

Poniamo che si presenti un terzo ricercatore, un indipendente di passaggio, un “cultore della materia”, Mario, che vi facesse osservare che il cluster di leucemia infantile nella scuola non è stato solo un cluster, ma anche un cluster anomalo: con una distribuzione temporale e una distribuzione spaziale entrambe estremamente ristrette, e che riguarda un numero di soggetti basso relativamente alla popolazione potenzialmente esposta alle stesse cause. Un attacco repentino e simultaneo, che è apparso e si è spento velocemente tra quattro mura o poco più. Un fenomeno anomalo in quanto il cancro è una patologia a sviluppo biologico lento, della durata di anni, e qui si hanno soggetti in giovane età; quando il cancro è causato, come in genere avviene nei clusters, da una esposizione a cancerogeni ambientali, in genere gli incrementi di incidenza si distribuiscono con una dispersione non trascurabile nel tempo e nello spazio. Per la simultaneità e la ridotta estensione temporale, il cluster assomiglia a quelli dovuti a una causa infettiva, mentre sembra difficilissimo che possano averlo generato agenti cancerogeni; ma assomiglia a un cluster di tipo tumorale più di quanto non assomigli a un cluster infettivo per il basso numero di soggetti colpiti. La forte circoscrizione spaziale è possibile, ma atipica, rispetto a entrambi i generi di cluster. Appare quindi come un cluster particolare, che si potrebbe definire “cluster puntiforme”: netto e marcato, molto piccolo, di durata molto breve.

Mario aggiunge che esistono degli elementi semplici, noti ma gravemente trascurati e travisati, che consentono di costruire una spiegazione teorica coerente di questo genere di cluster di leucemia infantile, senza introdurre fattori ipotetici non ancora individuati, e inoltre dando conto delle sue peculiari caratteristiche di cluster puntiforme: a) la capacità di un contagio virale di provocare reazioni linfoblastomatose non neoplastiche, che mimano biologicamente il quadro diagnostico della LLA; capacità che forse si incontra con la predisposizione di alcuni soggetti, diffusa nella popolazione, a tali reazioni non neoplastiche; b) la tendenza storica, sempre crescente, della medicina a espandere le diagnosi di cancro, classificando o riclassificando il maggior numero possibile di varietà di proliferazione come più maligne di quanto non siano biologicamente; tendenza che nel caso della LLA ha assunto la forma della non volontà e dell’incapacità di discriminare, non sulla base di convenzioni o evidenze indirette, ma rigorosamente, su basi scientifiche indiscutibili, tra leucemia linfoblastica e reazioni linfoblastomatose non neoplastiche (un tema che, in un’agenda di ricerca seria e onesta sulla LLA infantile, avrebbe dovuto essere al primo posto nei trascorsi decenni di ricerca, anziché venire proscritto); c) fenomeni di suggestione e contagio psicologico innescati e propagati su genitori, bambini, e medici, dagli allarmi mediatici che vengono lanciati sui tumori infantili da alcuni anni (es. i recenti “SOS”, supportati da interventi della magistratura, sul rischio di contrarre la leucemia infantile per cause ambientali, come “l’elettrosmog” dei trasmettitori di Radio vaticana di S. Maria in Galeria; e sul rischio di contrarla a scuola, come il caso delle antenne di Monte Mario). Questi sono tre fattori che potrebbero interagire fino a dare luogo alla rilevazione di cluster puntiformi di diagnosi di leucemia linfoblastica, rilevazione dovuta in realtà a un insieme combinato di bias. Le cure chemioterapiche, coi  loro effetti di obliterazione del quadro biologico e di mimesi del quadro clinico fisserebbero poi l’errore (Pansera F. Relazione tecnica sull’omicidio doloso di Ketha Berardi, 2001. p. 15. consegnata al PM Mastelloni della Procura di Venezia in seguito a convocazione dei CC di Brescia, mediante il luogotenente Carrozza, il 26 set 2007).

Che ne fareste dell’ipotesi di Mario, tenendo conto che Mario ha un problema, ed è egli stesso un problema. Già in precedenza su altre malattie ha avuto ripetutamente uscite simili; per esempio, tanti anni fa scrisse un articolo dove mostrava che alcune caratteristiche morfologiche depongono contro una causa immunologica per la sclerosi multipla; senza volerlo, lo pubblicò proprio mentre veniva approvato, avendo superato “severissimi” requisiti, un nuovo farmaco, l’interferone,  che invece si basa sulla teoria immunologica (la pubblicazione dell’articolo fu ritardata, così che comparve negli indici bibliografici appena dopo il trial clinico sul quale si basò l’approvazione dell’interferone per la sclerosi multipla). In questi giorni, 3 giu 2010, il British medical journal pubblica un articolo, “Multiple sclerosis risk sharing scheme: a costly failure”, sul danno derivato dai salti mortali amministrativi che sono stati fatti in Inghilterra per pagare le multinazionali acquistando l’interferone, e un altro farmaco pure basato sulla teoria immunologia della sclerosi multipla, nonostante un’analisi dell’ente di valutazione dei farmaci britannico, il NICE, avesse mostrato nel 2001 che il loro rapporto costo/efficacia non ne giustificava l’uso.

(Nel “risk sharing” lo Stato riduce i pagamenti se il farmaco si dimostra inefficace; da un lato ci si chiede su quali basi scientifiche è stato allora introdotto un farmaco se si ammette che può darsi che non funzioni; ma ai pazienti e il pubblico queste domande non piacciono, e, facendo leva sulle loro umane ansie e paure, si può presentare il contratto come un pragmatico sistema di controllo. L’introduzione dell’interferone fu supportata anche da comitati di pazienti, così come ora alcuni comitati di genitori stanno involontariamente contribuendo al business dei tumori infantili contro l’interesse dei bambini. Quello che è accaduto in UK è che i pazienti andavano male, ma la commissione esaminatrice giudicava che era prematuro ridurre i pagamenti. E’ un escamotage per sbolognare farmaci che sono lucrosi ma che è particolarmente oltraggioso fare approvare come validi; assomiglia un po’ al “contratto con gli Italiani“ di Berlusconi. In Italia finora non c’è stato bisogno di simili moine per dare alle multinazionali farmaceutiche quello che è delle multinazionali farmaceutiche, ma di recente il risk sharing, che ha conseguito questi brillanti risultati altrove, è stato introdotto anche da noi, dall’AIFA, per il lapatinib, un farmaco di ultima generazione contro il cancro avanzato della mammella; il prezzo, ora è calato, 1800 euro a scatola; il NICE ha bocciato il lapatanib, e ha bocciato anche il risk sharing sul farmaco).

Se le multinazionali vengono favorite a tutti i costi, chi è loro d’intralcio riceve un trattamento opposto. Mario autofinanziava le sue ricerche col lavoro di assistente ospedaliero, non chiedeva né soldi né riconoscimenti né altro; riteneva che la discussione sulle tesi che avanzava andasse limitata – come per tutte le ipotesi mediche non dimostrate, incluse quelle più titolate – all’ambito degli addetti ai lavori nelle sedi deputate. Per questo, sempre secondo quanto dice lui, è stato segnato come un inetto, un disturbato, e cacciato dal lavoro, facendolo controllare da istituzioni dello Stato prostituite, che lo hanno trattato come un soggetto da tenere sotto stretta sorveglianza, ostacolandolo e screditandolo nelle maniere più basse, punendolo come un topo di Skinner ogni volta che apre bocca e dice qualcosa di sgradito agli interessi criminali del business medico. Un sistema che funziona: ora, se non fosse pestato a dovere  e screditato chiederebbe di avere più dati sul cluster di LLA, e cercherebbe di meglio definire la sua ipotesi, e di pubblicarla. Considerereste l’ipotesi di Mario insieme alle altre, verificandola, approfondendola e testandola? Oppure fareste finta di nulla, ignorando l’outsider, o giudicandolo inattendibile una volta informati della sua pessima reputazione ? Oppure vi sembra appropriato, a voi del gregge di Pericle, dare un giro di vite alle misure di contenimento di Mario ?

Vi sembra la cosa giusta da fare, dopo che il caso del cluster nella scuola è stato reso noto dai media, dichiarare che non ci sono risposte certe, imporre la censura sulle risultanze degli studi su ciò che è avvenuto nella scuola, in modo da impedire analisi come quella che potrebbe condurre Mario, e contemporaneamente dare fiato alle trombe e diffondere sui media l’ipotesi di Gianni, nonostante le critiche di Lorenzo, e nonostante che secondo l’ipotesi di Mario ciò potrebbe essere causa attiva, oltre che causa per omissione, della diffusione di quello che si dice di voler impedire, e quindi causa di danni alla salute di altri bambini ? E vi sembra corretto, mentre affermate che non si sa cosa sia accaduto nella scuola, sfruttare il caso della scuola per diffondere l’allarme mediante ipotesi tanto apocalittiche quanto lontane dall’essere sufficientemente provate su un effetto mutageno dell’inquinamento sulle cellule germinali dei genitori come causa di un ineluttabile aumento dei tumori infantili ? (Questo è ciò che è accaduto nella realtà).

“Sì, è tutto sotto controllo; non sappiamo bene cosa sia successo; certo, sembra proprio che a causa di questo maledetto inquinamento una quota di bambini sia predestinata a sviluppare il cancro, ma non alimentiamo psicosi collettive”: si sta allarmando o tranquillizzando? Si può anche allarmare fingendo di voler smorzare i toni e tranquillizzare: è una figura di pensiero che viene attualmente annoverata, col nome di “amblisia” (che originariamente si riferiva al preparare a una cattiva notizia nel dramma greco), tra quelle che si impiegano per ottenere un effetto comico.

Questi indovinelli sono interessanti anche per i giuristi, ai quali del resto a volte piace scambiare i ruoli con la corporazione cugina dei medici; si possono elencare diversi motivi di interesse. Del caso del cluster di leucemie nella scuola Cuoco Sassi si occupa la Procura di Milano, che ha formulato un’ipotesi di lesioni colpose. I giuristi citano Giolitti: le leggi si applicano coi nemici e si interpretano con gli amici. E’ bene che sappiano che anche in ambito scientifico valgono i due pesi: Tomatis ha osservato che gli standard di prova richiesti per il nesso causale tra agenti cancerogeni ambientali o occupazionali e cancro umano (nesso che quando stabilito ostacolerebbe i profitti dei grandi interessi) sono molto più severi di quelli coi quali si attribuisce il cancro allo stile di vita personale (che discolpano l’industria, e favoriscono il business del cancro spingendo le persone a fare accertamenti). In certi casi, si arriva alla divinizzazione di ipotesi di comodo gracili e deformi, mentre ipotesi alternative non gradite non solo non vengono verificate, ma divengono desaparecidos. E’ stato detto che il metodo di prova scientifico discende storicamente dal metodo di prova giuridico; e, contrariamente a quel che si può credere, i giuristi applicano nel lavoro giornaliero la logica più dei ricercatori biomedici (che infatti trarrebbero vantaggio dallo studio dei princìpi della prova giuridica). Le fallacie (e le frodi) cognitive sono pure d’interesse per i giuristi (Bona C. Sentenze imperfette. Gli errori cognitivi nei giudizi civili. Il Mulino, 2010). La medicina è un settore di primaria importanza dell’economia, della politica, della vita civile, dell’etica. Mi pare che l’influenza da H1N1 una parentela con il rigoglioso sbocciare del business della leucemia infantile di sicuro ce l’abbia; una parentela da manette: di recente è stato rivelato che la dichiarazione della pandemia, che ha fruttato fatturati di miliardi di dollari alle case farmaceutiche, è stata favorita da “kickbacks” (tangenti) agli esperti della OMS. La Costituzione, fino a quando non verrà ridotta alla versione di Achille, a favore di Berlusconi, sancisce anche la libertà della ricerca scientifica. Ma il comma è già di fatto cassato, e sostituito da un altro che stabilisce a riguardo l’applicazione del citato art. 1 di Achille, a favore non del brianzolo liftato e con la bandana, ma del potere senza volto dei grandi interessi consumistici che Pasolini preveggente indicava come il nuovo vero fascismo. Del resto, il magistrato Renzo Lombardi l’aveva già scritto con una perifrasi, e parlando seriamente: il potere, incluso in alcuni casi quello incarnato dai magistrati, “fa quello che gli pare, se gli pare e quando gli pare”.

Sempre per rilassarsi, un anno fa (4 giu 2009) su questo blog un commentatore proponeva come “passatempo per l’estate” di occuparsi della mia identità “così enigmatica e sfuggente”. Presentava a riguardo anche degli anagrammi. C’è un modo interessante di svolgere questo gioco: procurarsi il libro “La fiera della sanità” di Daniela Minerva, BUR, 2009; leggerlo, in modo da avere una buona panoramica sugli scandali noti della sanità italiana. Scorrere quindi l’indice analitico, cercando di individuare i cognomi identici di due medici che non sono parenti, ma sono accomunati dall’essere stati messi entrambi in carcere per bruttissimi reati. Il mio cognome è lo stesso, e anche la professione. E anch’io, come i due soggetti citati nel libro, rappresento una visione “estrema” della sanità non desiderata dal potere. Per esempio, una visione rigidamente contraria a provocare, per fare soldi o acquisire prestigio e potere, lesioni che possono essere mortali a bambini, trattandoli senza necessità con pesanti terapie oncologiche giocando sulla circostanza che la medicina è stata sciatta e sbadata, volutamente, nel definire sul piano dottrinale la leucemia linfoblastica del bambino (e in certi casi essendo i singoli clinici molto sciatti e peggio che negligenti nella diagnosi). Una visione della sanità che oltre ad essere contraria alla corruzione descritta nel libro è contraria anche ad un genere di corruzione strutturale della medicina che nel libro è solo accennata (v. La magistratura davanti alle frodi mediche di primo e secondo grado). Fatto curioso, anche io sostengo di essere stato privato dallo Stato della libertà personale, come i due omonimi.

Curiosamente, lo Stato ha in pratica tolto dalla circolazione tre medici omonimi tutti e tre rappresentanti di forme di medicina devianti rispetto al business della medicina; un business che vuole essere una forma di sfruttamento istituzionalizzata, né onesta, dietro la maschera, né identificabile in forme tradizionali di crimine -  alle quali peraltro può all’occorrenza appoggiarsi – come la crassa violenza mafiosa o le truffe grossolane. Dei tre medici, due sono stati eliminati dalla vita pubblica ufficialmente, perché si sono macchiati di gravi reati, e il terzo è stato epurato e messo agli arresti senza dichiararlo, perché può essere controproducente, oltre che essere illegale, la censura aperta delle sue posizioni. Posizioni come la tesi che oggi è antiscientifico e disonesto negare o trascurare la pesante influenza dell’Offerta di medicina – che è guidata da un interesse amorale a ottimizzare il profitto – sulle definizioni e sui criteri di diagnosi delle malattie, prima ancora che sulle terapie; o la tesi che è in corso una campagna di marketing per lanciare le malattie pediatriche e in particolare le neoplasie pediatriche; campagna che favorisce le sovradiagnosi di tumore su bambini (v. Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi; Mistero leucemia), con i banali orrori che ne conseguono. Una campagna che fa diffondere presso il grande pubblico da rinomati esperti spiegazioni ad hoc sulle cause dell’asserito incremento, presente e futuro, dei tumori in età pediatrica; che assicura a queste pezze d’appoggio teoriche, non importa quanto speculative, contorte, contraddittorie e pericolose, un monopolio, col sistema del racket: con la persecuzione subdola e implacabile di chi potrebbe contestarle sul piano tecnico avanzando temi, ipotesi, argomenti e critiche.

Le spiegazioni alternative e critiche devono essere represse sul piano scientifico, e non devono esistere nel dibattito politico  e nello spettacolo che si propina al pubblico. “C’è la possibilità … che le nostre conoscenze nel campo sono ancora troppo limitate per sapere in che direzione guardare” ha dichiarato l’epidemiologo che ha condotto l’indagine sul cluster della Cuoco Sassi. Quando ci si trova in questa condizione, di non sapere in che direzione guardare, propria dell’inizio di qualsiasi campo di ricerca (e non si dovrebbe essere ancora al “caro babbo” sulla LLA infantile, dopo tanti anni e così tanti soldi spesi in ricerca oncologica), si dovrebbe indagare “ a 360° ” prima di imboccare una o più direzioni. Ma in realtà si vuole che l’angolo visuale delle indagini resti sempre il più ristretto possibile, un sottile spicchio orientato in modo che si ottengano i risultati e i non-risultati che sono più vantaggiosi per l’Offerta, anziché per il pubblico e i pazienti. Il “bavaglio” non è solo quello delle intercettazioni, e non è applicato solo da Berlusconi.

Negli Anni di piombo ci sono stati alcuni magistrati e poliziotti che non abboccavano ai depistaggi, né facevano finta di abboccare per quieto vivere o perché collusi, e indagavano fuori dall’angolazione consentita; ed è accaduto che a questi inquirenti i pupi del terrorismo o della mafia gli abbiano sparato, o i superiori li abbiano messi sotto procedimento disciplinare. (E c’è stato qualche magistrato che ha ritenuto opportuno scriverle sotto pseudonimo, certe osservazioni sull’eversione). La campagna di marketing sui tumori pediatrici, che potrebbe essere chiamata “Operazione Erode”, è un esempio delle forme che l’eversione dall’alto assume al tempo della globalizzazione; un’eversione dall’alto che gode – non è la prima volta – della cooperazione della magistratura e delle forze di polizia, che hanno aiutato la campagna spendendo il loro prestigio a favore della diffusione del falso, dando credibilità coi loro interventi alle notizie e agli “scandali” adatti alla propaganda, e chiudendo nei cassetti le notizie e gli scandali che occorre tenere celati. E fermando un medico scomodo con lo stesso zelo, ma in silenzio, col quale hanno messo fragorosamente in galera l’omonimo medico mafioso e l’omonimo chirurgo della S. Rita; come se la legalità non fosse demarcata da una soglia ma da una finestra, una forchetta, con un limite superiore oltre che un limite inferiore, e il compito di  magistrati e poliziotti fosse quello di mantenere l’andamento delle cose entro questi due limiti, sia reprimendo l’illegalità che può danneggiare l’ordine desiderato dai grandi interessi, sia stroncando forme di impegno e di onestà che possono danneggiare gli stessi interessi.

Il ladro e il viandante

30 aprile 2010

Segnalato il 30 apr 2010 sul blog “Uguale per tutti” come commento al post “Qui tam pro domino rege. Riflessioni sul caso della dr.sa Arcifa” del 27 mar 2010

Prendo spunto dal commento della dr.sa Arcifa per proseguire la riflessione sul mio sito. Ci sono tanti casi possibili, diversi tra loro. Denunciare le scorrettezze e i reati degli uffici delle imposte, che, sia sul piano popolare che su quello ideologico, non sono le burocrazie più apprezzate e benvolute, è uno fra i tanti casi possibili. Come ho scritto altrove, denunciare chi ruba per sé anziché per il Principe può essere visto con favore in ambienti principeschi. Nel 2009 è cominciata la grande frenata sulla spesa sanitaria, e in USA, con la presidenza Obama, si sono messe in discussione, almeno verbalmente, regole che parevano sacre, come quelli sugli screening tumorali (mentre in Italia, se la “linea della palma” si espande verso Nord, la “linea del mammografo” geograficamente procede nel verso opposto); probabilmente non è un caso che nello stesso anno la denuncia di uno dei tanti giochi truffaldini di una potente multinazionale sia stata profumatamente ricompensata, dopo tanti episodi di “whistleblowers” in campo biomedico che se la sono vista brutta. Un caso finora raro: anni fa è stato osservato che le probabilità per un whistleblower di ricevere le ricompense previste dalle leggi USA, anziché la consueta scarica di legnate, sono pari a quelle di una vincita al lotto. E’ di questi giorni la notizia che un altro whistleblower riceverà dal governo USA 45 milioni di dollari; la società denunciata, l’AstraZeneca, ne pagherà 520 al governo USA per marketing di indicazioni improprie di un farmaco antipsicotico, il Seroquel. (AstraZeneca ha comunicato per il primo quarto dell’anno un incremento dell’utile operativo del 10%, a 3.86 miliardi di dollari). L’Attorney general Eric Holder ha detto a proposito che “[tali] atti illegali delle compagnie farmaceutiche possono mettere a rischio la salute del pubblico, corrompere le decisioni mediche, e prelevare miliardi di dollari direttamente dalle tasche dei contribuenti” (che è una sintetica descrizione di ciò che “happens all the time”). Queste notizie di un nuovo corso, oltre a mostrare che quando si parla di marketing farmaceutico si parla di un’attività molto concreta, dagli effetti estremamente concreti, ricordano che gli autori di giuste denunce dovrebbero essere semmai premiati piuttosto che essere puniti.

Il rispetto non delle regole in quanto tali, ma dei princìpi giusti e delle regole che da essi discendono, è praticamente sinonimo di civiltà. E’ quindi bene chiedere giustizia all’autorità preposta. Salvo che le circostanze impongano il contrario. Pochi giorni fa ho scritto all’amministratore del condominio dove abito perché facesse aggiustare finalmente il chiudiporta del portoncino d’ingresso, che rischiava di divenire un casus belli, e sono stato accontentato. Ora l’ordine regna sulla palazzina “Dalia”. Invece non ho a chi rivolgermi per cose molto più gravi. Gli ebrei che durante la Seconda guerra mondiale andarono a protestare presso i comandi tedeschi per i maltrattamenti ricevuti furono danneggiati dal loro senso di giustizia.

La risposta adatta alle rappresaglie per aver ostacolato ruberie dei colletti bianchi o crimini di alto bordo è diversa a seconda delle circostanze. La dr. sa Arcifa fa bene a rivolgersi, per l’ingiustizia subita, al giudice del lavoro, che verosimilmente la farà reintegrare. Diversi autori consigliano, nel caso dei ricercatori, di non fare affidamento su canali ufficiali, magistratura,  agenzie di mediazione, etc. (es. Devine T. The  whistleblower’s  survival  guide:  courage  without  martyrdom, 1997. Citato in: Against the tide. A critical review by scientists of how physics and astronomy get done. A cura di Correidora e Perelman, 2008). Devine, che pure consiglia di collaborare, cautamente, con le autorità, scrive: “A public whistleblower should not expect justice”. E c’è di peggio. Qui in Italia c’è stato il caso di Marotta, e quello di Felice Ippolito, entrambi arrestati nel giro di un mese dalla stessa Procura per accuse apparentemente non collegate, nell’ambito di un’operazione che a detta di diversi commentatori soggiogò agli interessi degli Usa la ricerca e l’industria di punta italiane (a partire dalla divisione elettronica dell’Olivetti); l’attacco ebbe effetti irreversibili, e fu condotto proprio da esponenti della magistratura, alcuni come un PM braccio destro di un magistrato dalle frequentazioni poco raccomandabili: “E’ accertato, comunque, che Spagnuolo fosse  in stretti rapporti con Sindona, amico di Nixon e finanziatore dell’ala dura degli strateghi della tensione” (G. De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia. Editori Riuniti, 1991). Qualcuno con fama di magistrato onesto e indipendente, ma evidentemente fortemente soggetto a farsi strumentalizzare dagli intrighi di politici corrotti e a farsi influenzare dalle campagne  denigratorie  di giornalisti prezzolati, visto l’accanimento che mostrò. Due anni prima era stato assassinato Mattei (fatto dimostrato di recente da un’indagine della magistratura, e rimasto nell’ombra grazie anche alle diagnosi psichiatriche che Montanelli e altri anticomplottologi lanciavano all’indirizzo di chi pensava non si fosse trattato di un incidente). Oggi ci si sta buttando nell’avventura delle centrali nucleari obbedendo agli ordini, così come allora si obbedì impedendo lo sviluppo del nucleare. La nostra classe dirigente non è solo corrotta: è anche compradora, dedita cioè a vendere assets nazionali a poteri egemoni esteri.

Il Procuratore Carmelo Spagnuolo è divenuto l’emblema dei magistrati che rendono le Procure “porti delle nebbie”, dove fatti grandi come navi scompaiono nel nulla. 15 anni dopo il caso Marotta il CSM rimosse Spagnuolo per il suo coinvolgimento in altre operazioni, più note e appariscenti. Marotta fu in seguito riabilitato. Comunque, come avviene in questi casi, che ricordano l’autoassemblaggio di componenti molecolari della cellula, dall’apparente disordine giudiziario nacque uno stabile ordine politico. Quei magistrati erano le persone giuste al posto giusto al momento giusto: il resto della magistratura prese le distanze a giochi fatti, ma non agì affatto, né agisce, come un baluardo; il volere di chi commissionò quel colpo di mano si è compiuto, e continua ad essere servito; l’intesa tra Stato ufficiale e Stato arcano continua a funzionare; e resta rilevante quanto scrisse a proposito nel 1965 l’Espresso: “Tra quaranta o cinquant’anni, uno studioso dei problemi sociali che vorrà accertare le ragioni dell’arretratezza culturale ed economica del nostro paese, individuerà certamente nello stentato sviluppo della ricerca scientifica una delle cause determinanti. Rivangando tra le testimonianze del passato, questo ipotetico studioso riesumerà un curioso processo che … sarà riuscito a scoraggiare e deprimere i ricercatori italiani ed avrà colpito alla radice uno dei fattori fondamentali dello sviluppo economico stesso” (Cit. in: Di Giorgio C. Cervelli export, ed. l’Unità, 2003). Oggi i ricercatori italiani non sono più depressi, ma in campo biomedico sono non di rado tanto obbedienti ai dettati della ricerca internazionale, e degli interessi privati che la dirigono, che ricordano l’allegria di un cagnolino che si alzi sulle sole zampe posteriori. O sulle sole zampe anteriori, in alcuni casi. Altro che cane a sei zampe.

Il ricorso al giudice è un poco come le medicine e gli interventi chirurgici o altre terapie: non dovrebbe essere peggiore del male. Si va sempre più verso la medicalizzazione della vita, per la quale in innumerevoli casi si medicalizzano affezioni banali e comuni problemi personali, e le persone passano la vita, senza reale fondamento, a riempire album di esami diagnostici, sottoporsi ai trattamenti più vari, ingurgitare psicofarmaci a palate, compiere periodici pellegrinaggi verso santuari medici e luminari, etc. ; analogamente, se si incappa in certe situazioni, a forza di legalismo si rischia di andare verso la “giuridificazione” dell’esistenza, vivendo in una serie ininterrotta di procedimenti amministrativi o giudiziari, in una perenne condizione di accusato o di postulante. (E può accadere il caso beffardo che, avendo contrastato la medicalizzazione, si venga colpiti mediante la “giuridificazione”). E’ giusto rivolgersi alla magistratura per avere giustizia, ma non è giusto dover chiedere ai magistrati ad ogni piè sospinto il permesso di vivere, non avendo fatto nulla di illecito, tutt’altro. Se ciò avviene, allora può insorgere, anche se non si è nati cuor di leone, “quella specie di coraggio disperato, con cui la ragione sfida a volte la forza, come per farle sentire che, a qualunque segno arrivi, non arriverà mai a diventar ragione” (Manzoni). E, oltre un certo limite, aiutati dall’arroganza dalla viltà e dalla pochezza di chi pensa di avere il coltello dalla parte del manico, si può decidere che non conta più “uscirne fuori”; che avere giustizia non è avere una sentenza che scagioni o riabiliti, e che al contrario l’unica giustizia possibile davanti a determinate porcate è proprio testimoniare, pagando s’intende; testimoniare affermando la corruzione delle istituzioni che dovrebbero tutelare i diritti.

Tale posizione diviene più chiara se non si pensa alla giustizia come a un mero servizio alla persona, ma si considera anche la dimensione sociale, che è quella che chi si oppone ai delitti del potere in genere ha ben presente. Margaret Thatcher ha detto che la società non esiste, e ai nostri giorni la consapevolezza della sfera pubblica, e della sua importanza, spesso non viene capita, o viene vista come un segno di estremismo e instabilità. La medicina non è puramente individuale, come invece sta sempre più diventando per ragioni di mercato: si parla di “personalizzazione” delle cure – che significa sollecitazione della soggettività del paziente – accampando motivi tecnici; ma le cure, mentre non vanno applicate en masse, come vuole la legge del profitto, ma solo ai pochi che ne necessitano, dovrebbero essere programmate avendo per oggetto la popolazione; non per ragioni etiche o ideologiche, ma per ragioni tecniche. Anche in medicina vale quello che ha scritto il giurista Hans Kelsen: l’unica felicità possibile è quella collettiva, la felicità sociale si chiama giustizia (cit. in Gratteri N. La malapianta, 2010, ultima pagina).

Per fare un esempio generale, senza addentrarsi negli aspetti tecnici, si è visto che in società diseguali, anche se ricche, come quella voluta dalla Thatcher, c’è meno salute che in quelle dove c’è maggiore eguaglianza. Una correlazione che riguarda tutte le fasce sociali, e quindi anche i ricchi, che risultano stare meglio nelle società a minore disuguaglianza. Berlusconi, in veste di santone, e anche guru medici del centrosinistra, annunciano agli allocchi un futuro con un’aspettativa di vita di 120 anni. Che è come dire che siccome col progresso l’altezza media negli ultimi decenni è sensibilmente aumentata, le generazioni future saranno alte due metri e mezzo. Al contrario, in una società individualista, dove si esasperano le disuguaglianze e la giustizia viene compressa, la vita col tempo tende a divenire più breve e brutale, per tutti.

Tornando alla giustizia, anche la richiesta di giustizia non è solo una questione privata dell’offeso; se si chiede giustizia, e ci si accorge che la fonte che dovrebbe erogarla è secca, o emette veleno, allora se si è abbastanza indignati e schifati si può pensare di allargare il problema, dal torto ricevuto al sistema ingiusto che lo ha permesso, generato e alimentato; così che sacrificando il tentativo di salvaguardare gli interessi personali lesi si difende almeno il concetto stesso di giustizia, a favore della società. Si persegue una “metagiustizia”, che è l’opposto dell’atteggiamento pragmatico di certi che, si dice, pur di minimizzare il danno patteggiano anche se non sono colpevoli (mi risulta che questo avvenga anche in ambito tributario).

Ed è anche l’opposto del gioco al ribasso, dell’andare verso lo svilimento della vittima e delle istituzioni praticato da coloro che usano il potere legale come cosa loro. I magistrati dicono che hanno così pochi mezzi che a volte si devono portare da casa la carta igienica, e la carta per le fotocopie la devono fornire gli avvocati; possono darsi delle situazioni così indecenti che la carica di decoro e dignità che ogni procedimento giudiziario dovrebbe avere ce la deve mettere tutta chi è sotto accusa o chiede giustizia, perché i magistrati sono sprovvisti anche di quella.

Trovo impensabile e completamente errato il suicidio, ma capisco la ribellione di Parmaliana. Credo che tra i fattori che sembrano averlo spinto vi sia stato anche l’abito mentale del chimico e del ricercatore di pensare secondo leggi razionali, esteso a temi extrascientifici e personali: un’impostazione che può avere portato a una forma del “suicidio anomico” descritto da Durkheim. Ai tanti italiani “pecore anarchiche” il concetto di trauma da anomia, e quello di reazione all’anomia, devono apparire incomprensibili; e anche coloro che fanno un uso strumentale del potere dello Stato, in particolare di quello di polizia e giudiziario, pur intuendo che hanno in mano una leva vantaggiosa con la quale colpire il soggetto predisposto a percepire l’anomia – col mostrargli che loro non sono la cura ma sono la malattia – non hanno però il senso di quello che stanno facendo, così che facilmente sbagliano le dosi. Quando cade il velo, e si prende atto che la legalità è una oscena foglia di fico, allora il quadro si semplifica. Non occorre più prendere in considerazione gli intricati cavilli dei legulei, che ora appaiono valere quanto gli elaborati arabeschi stampati sulle cotonine dozzinali delle bancarelle del mercato; ma si torna ai princìpi fondamentali; alla massima di Manzoni, sempre nella Colonna Infame: “il ladro non ha il diritto di dar la vita al viandante: ha il dovere di lasciargliela”. Absit iniuria. Comunque, Manzoni parlava proprio dei magistrati.

P.S.: dopo avere scritto questo post, nel controllare e approfondire le notizie storiche che riporto ho appreso (Paoloni G. Il caso Marotta e il caso Ippolito. Scienza e politica nell’Italia degli anni Sessanta. Lettera matematica Pristem, Univ. Bocconi, n.44, 2002) che Marotta, ritenendo di non meritare di essere trattato in quel modo, “…si rifiutò di comparire in aula. Venne giudicato come contumace e rischiò addirittura l’incriminazione per oltraggio alla corte”. Credo degno di nota che ci siano state in tempi diversi almeno tre persone, Domenico Marotta, Adolfo Parmaliana, e si parva licet lo scrivente Francesco Pansera, accomunate dall’occuparsi di scienza; dal praticare forme di impegno civile; dall’essere sgradite ad alcuni poteri; dal ritenersi oggetto di persecuzione giudiziaria; e dal rifiutare a un certo punto, con motivazioni diverse e in forme diverse, di continuare a riconoscere l’istituzione giudiziaria dalla quale dipendeva la loro sopravvivenza morale. Tre borghesi con radici culturali meridionali, studi scientifici, e una frequentazione di ambienti internazionali. (E’ possibile riscontrare almeno le prime tre  caratteristiche anche in Giuseppe Taliercio, che rifiutò qualsiasi riconoscimento dei brigatisti che lo avevano sequestrato). Venire a sapere che già in precedenza ci sono state persone degnissime che hanno avuto vicende con sostanziali affinità con la mia, che hanno voltato le spalle alla magistratura che favorendo interessi criminali li perseguitava, persone che, come ho fatto io da tanti anni, hanno risposto allo Stato incaricato di sfregiarli e azzopparli con un disconoscimento e una dichiarazione di sfiducia, è motivo di commossa consolazione, e di rassicurazione. Marotta, come Parmaliana siciliano e chimico, colpito quando era già in pensione, noto e stimato, fu difeso nel dibattito pubblico dai giuristi Galante Garrone e Jemolo. Di fronte aveva il “partito americano” di allora, con politici come Saragat, che non è certo l’unico politico divenuto presidente della Repubblica avendo nel curriculum la partecipazione all’eliminazione di persone che stavano servendo il Paese e per questo motivo erano invise a interessi americani; Spagnolli, vicesegretario amministrativo dell’Università cattolica del Sacro cuore, legato al deputato DC Montini, fratello del più famoso prelato e poi papa bresciano anche lui addentro nei rapporti tenebrosi con gli USA. Interessante anche la figura del senatore DC Messeri. Componente dell’associazione Bilderberg, risulta legato a Frank Coppola e al Pentagono. Era un siciliano vissuto a Chicago e rientrato in Sicilia come uomo di fiducia di Mike Stern, l’agente USA che gestì il bandito Giuliano (Caroli G. Napolibera); e che nel 2006, novantasettenne, si occupava, come mecenate, di manipolazioni della ricerca sul morbo di Alzheimer (Pansera F. Michael Stern e l’etiopatogenesi della demenza senile, 2007). Ma forse in questi casi il sottobosco delle tante mezzefigure, nate per vivere di espedienti, che in ogni tempo colgono in operazioni del genere l’occasione di poter lucrare senza rischio qualche miserabile vantaggio, conta non meno dei nomi come quelli che gli studi, i documentari, le fiction e le forme miste sui “Misteri d’Italia” ci hanno reso familiari.

rev. 2 mag 2010

Qui tam pro domino rege

27 marzo 2010

Blog “Uguale per tutti”

Commento al post “Licenziata dall’Agenzia delle Entrate per dei commenti scritti sul nostro blog” pubblicato come post il 27 mar 2010


Esprimo solidarietà alla Dr.sa Arcifa per il licenziamento censorio. L’opposizione intellettuale e politica agli abusi e alle sopraffazioni del potere può riguardare situazioni e circostanze molto diverse, e suscitare reazioni altrettanto diverse, a seconda di come si colloca rispetto al gioco degli interessi.

In medicina, ad un estremo sta il caso dei medici che sostenevano il progetto di Allende, medico anch’egli, di ridurre la farmacopea nazionale a poche dozzine di farmaci, e di ridurre i consumi e le importazioni di farmaci. Furono fatti assassinare nel 1973, pochi giorni dopo l’Undici settembre cileno, voluto dagli USA. In Italia si dovrebbe parlare di diversi casi della stessa matrice; es. quello di Domenico Marotta, padre nel dopoguerra dell’Istituto superiore di sanità, fatto mettere in cella ottantenne da PM che poi risultarono legati alla P2 e alla mafia; il Nobel Bovet lo definì “un integerrimo grand commis de l’Etat”. Marotta aveva infranto il monopolio anglo-americano sulla penicillina chiamando il Nobel inglese Ernst Chain a lavorare per l’Italia. Oggi l’ISS è un gran commesso di quegli interessi che Marotta offese (Pansera F. Michael Stern e l’eziopatogenesi della demenza senile, 2007. Relazione a Casarrubea, Dino, Scarlata, Scarpinato, Paci, Tranfaglia).

All’altro estremo, in USA c’è una legge che tutela i “whistleblowers” – come vengono chiamati gli autori di questo genere di denunce – che svelano frodi ai danni dello Stato; legge detta anche “Qui tam”, abbreviazione dell’interessante espressione “Qui tam pro domino rege quam pro se ipso in hac parte sequitur”: “Colui che si fa parte in causa sia per il re che per sé stesso”. La legge prevede che denunciando una frode ai danni dello Stato si abbia diritto a una ricompensa. Nel 2009 Kopchinski, un ex informatore farmaceutico della Pfizer, attualmente la maggiore casa farmaceutica al mondo, dopo essere stato licenziato ha ricevuto dallo Stato decine di milioni di dollari per avere denunciato che la ditta promuoveva l’uso “off-label”, cioè al di fuori delle indicazioni per le quali era stato approvato, di un antidolorifico (la legge USA consente prescrizioni off-label ai medici, ma non consente alle case farmaceutiche attività di marketing per indicazioni off-label). La British medical association nel 2009 ha invitato i suoi membri a denunciare irregolarità quanto prima, e ha istituito un servizio di supporto dedicato per i whistle-blowers.

Riguardo alla necessità di procedere per via gerarchica e istituzionale nel denunciare un danno o un pericolo al pubblico, ciò appare la via da seguire se ci si imbatte in problemi di tipo colposo. Va meno bene per le frodi o altri illeciti commessi consapevolmente da superiori, e può essere un suicidio per situazioni che sono profondamente radicate nel sistema, istituzionalizzate e che  muovono interessi di grande portata. Il fisico australiano Brian Martin, che ha studiato sul piano accademico la soppressione del dissenso nella ricerca, nei suoi consigli ai ricercatori dissidenti osserva che questi hanno in genere una forte fiducia nelle istituzioni e pertanto una tendenza a usare procedure ufficiali; in base alla casistica che ha raccolto, esprime scetticismo sull’efficacia del rivolgersi ai canali ufficiali, che vede come disegnati dal potere, e in genere ad esso asserviti; inclusa la magistratura. Invita quindi ad essere “wary” dei canali che noi chiamiamo istituzionali.

In uno studio su 35 “whistleblowers” (Lennane KJ. “Whisleblowing”: a health issue. British medical journal, 11 set 1993) tutti i soggetti avevano cominciato sollevando il problema all’interno delle organizzazioni delle quali facevano parte; comportamento che nella quasi totalità dei casi ha portato a subire persecuzioni e pesanti colpi. Lo studio espone i vari trattamenti ai quali si viene sottoposti quando si fanno queste denunce, e i conseguenti danni economici, psicologici, morali e fisici. Considera anche il profilo psicologico dei “suonatori di fischietto”, che tra i vari rischi corrono anche quello di venire patologizzati sul piano psichiatrico. Mentre non sono emerse personalità inusuali, in quasi metà dei casi è risultato un profilo del tipo “sensing, thinking, perceiving” (contro il 12% della popolazione generale). I “whistlebowers” dunque non andrebbero visti a priori né come eroi né come disturbati mentali. La risposta ai dubbi su di loro e sul loro operato andrebbe cercata, come al solito, partendo dal merito delle questioni che sollevano, volontariamente con le loro denunce; o che sollevano involontariamente, con altre iniziative; spesso convinti di stare semplicemente servendo il re, cioè i princìpi del bene comune.

Semiotica del potere: Via Craxi, Palazzo di giustizia Zanardelli e le “sedi disagiate”

25 gennaio 2010

Segnalato il 25 gen 2010 sul blog “Uguale per tutti” come commento al post del 18 gen 2010 “Craxi al netto delle tangenti” di Marco Travaglio

 

“…ebbi ed avrei sempre il più scrupoloso rispetto per l’indipendenza della magistratura…”

(Giuseppe Zanardelli. In: R. Chiarini, Zanardelli grande bresciano, grande italiano, 2004)

 

Se un magistrato, un pretore, un sottoprefetto, un impiegato pubblico – non solo lui personalmente, ma anche genericamente il suo entourage – osa appoggiare il candidato dell’opposizione, cala su di lui la scure del prefetto. Questa è la regola dell’Italia liberale, che vale anche per Brescia. Laddove poi non arriva la mano del prefetto, arriva l’influenza di qualche notabile.”

Certo, i dipendenti pubblici devono stare attenti a come si muovono. Incombe sulla loro testa il pericolo della sostituzione o del trasferimento, che al tempo equivale di fatto all’esilio”.

(R. Chiarini, cit., a proposito dell’influenza politica e del clientelismo di Zanardelli su Brescia)

 

 

 

Nel racconto “La banca di Monate” Piero Chiara mostra come certe severe lapidi celebrano in realtà autori di imbrogli e rapine, e sono quindi un nascosto sberleffo ai posteri, scolpito nel marmo. Anche nella città dove abito i politici, a destra e a sinistra, hanno preso a parlare di intitolare una via a Craxi. Nello stesso periodo, l’ANM ha organizzato visite ai palazzi di giustizia, per mostrare al pubblico in che condizioni i magistrati sono costretti ad operare. Ha anche prodotto un documento contro i trasferimenti d’ufficio; lo hanno distribuito insieme ad altro materiale il 21 gennaio 2010 due cortesi magistrati, che hanno dato un’utile infarinata a un gruppetto di visitatori, conducendoli per il nuovo palazzo di giustizia di Brescia, mostrando e spiegando alcune delle disfunzioni, grandi e piccole, che paiono fatte apposta per fare inceppare il sistema. Per esempio, il palazzo, colossale, è ancora privo di cartellonistica interna; entrato nell’atrio, al cittadino verrebbe da invocare Minosse, che almeno smistava i dannati con la coda: è un continuo aggirarsi di persone che chiedono “mi sa dire dov’è…”. Intanto si sta provvedendo ai segnali esterni: la tv locale ha riportato che tra pochi giorni, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il palazzo verrà intitolato a un personaggio storico, il bresciano Giuseppe Zanardelli, presidente del consiglio, ministro della giustizia, patriota e insigne giurista, che diede all’Italia unita il suo primo codice penale. Un codice penale giudicato positivamente dagli storici del diritto.

 

Zanardelli fu anche componente, e primo “venerabile” secondo Cossiga (F. Pinotti. Fratelli d’Italia, BUR 2007), della loggia Propaganda 2; quella originaria, ottocentesca, che si eclissò dopo il coinvolgimento nello scandalo della Banca romana. Decenni dopo, una loggia con lo stesso nome, e lo stesso criterio di radunare “la crema” della classe dirigente, sarebbe risorta con Gelli. I progetti sulla amministrazione della giustizia in Italia affidati a quest’ultima loggia si stanno concretizzando, col determinante contributo del presidente del consiglio attuale, Berlusconi, anche lui nella Propaganda 2. Non era lontano dalla P2 neppure il premier che aiutò Berlusconi nella sua ascesa, Craxi; appare che la colpa per la quale i poteri superiori disposero, nell’ambito di un’operazione più vasta, il suo castigo sia stata l’insubordinazione (un errore che i suoi seguaci, arroganti come lui ma sempre servili verso i più forti, non commettono). Una loggia, la P2 nuova, che non ha temuto, e non teme vorrei dire, gli uffici giudiziari bresciani. Attualmente a palazzo Zanardelli si sta celebrando il processo per la strage del 1974; chissà se tra altri 35 anni vi si tratteranno gli affari che occuparono la P2 ai nostri giorni.

 

Sono promiscuità, ed esibizioni di promiscuità, che ricorrono, ripetendo la loro stessa nota sardonica. Nel 1999, nell’aula magna del tribunale di Milano, il rappresentate del Comune che commemorò Ambrosoli, davanti alla vedova, era De Carolis, della P2. Ricordo che un anno, alle celebrazioni per la strage, in piazza Loggia era stato posto un cartellone con la storia della strategia della tensione, che comprendeva l’elenco noto degli iscritti alla P2, e pochi metri più su, nel salone Vanvitelliano della Loggia, sede del Comune, c’era un personaggio riportato nell’elenco, Gustavo Selva, che era stato invitato a parlare della strage. Non ricordo se il sindaco fosse Martinazzoli, l’altro Guardasigilli bresciano, o Corsini, già componente della Commissione stragi. Se davvero Craxi avrà la sua via, e la massoneria il suo palazzo di giustizia, non ci sarà da meravigliarsi. Sono gesti pienamente nella tradizione del potere.

 

Mi auguro che, per celebrare la figura carismatica di una masnada di forchettoni, nella targa non scriveranno “socialista” sotto il nome di Craxi. Il socialismo, evoluzione politica di ideali umanitari eterni, era una componente indispensabile alla democrazia, come contrappeso agli “spiriti animali”, o animaleschi; e per questo è stato tolto di mezzo; stravolgendolo prima nel suo opposto, come per annullarne anche il ricordo. Era tutt’altra cosa rispetto al craxismo, il socialismo vecchia maniera, nel quale risuonava il Vangelo; troppo, per i gusti dei preti, che furono e sono antisocialisti più di quanto i vecchi socialisti furono anticlericali. Lo stesso Zanardelli era diverso dal suo successore Gelli, anche se non quanto un altro illustre massone di allora, Garibaldi. Ma le antiche figure di padri fondatori si possono usare per legittimare il corso attuale, come consigliano i manuali di marketing. Craxi, che forse si vedeva come un puro alla testa di una compagnia di razziatori, volle lanciare il culto di Garibaldi. Travaglio riporta che Craxi teneva a diffondere una sua fotografia con a fianco Nenni; che invece gli aveva scritto di andarsene.

 

Queste intestazioni, che anche quando sono difendibili restano ambigue come è spesso ambiguo il messaggio delle istituzioni, celebrano in primo luogo la proteiforme continuità del potere. Hanno comunque una utilità semiotica: se si è informati, possono venire lette come segnali di pericolo. Imboccare una strada intitolata a Craxi, dove porterà?  La statua di un “33” della vecchia P2 davanti a un falansterio giudiziario può mettere sull’avviso il cittadino inerme. Tanto più se sullo stesso palazzo di giustizia pende già un’altra più inquietante ambiguità semiotica, e non solo semiotica: è ufficialmente “sede disagiata”. Questa denominazione fa ricordare il saggio sarcasmo di “Tre dita” Coppola su come forme sottili di sabotaggio dell’organizzazione degli uffici giudiziari siano la mafia (G. Falcone,  M. Padovani. Cose di cosa nostra, Rizzoli 1991). Coppola rispose, a un incauto magistrato che gli chiedeva cosa è la mafia, che la mafia è fare in modo di mettere nel posto di Procuratore capo un PM cretino; ma è vero in generale che se si indeboliscono con semplici disposizioni normative i ranghi degli uffici giudiziari, anche senza capi inadeguati, si ottengono guasti mafiosi, più gravi e meno rumorosi che mettendo le bombe.

 

Il distretto giudiziario di Brescia, ci hanno spiegato i magistrati dell’ANM, è gravemente carente di magistrati, pur coprendo un’area “a elevata industrializzazione, con rapporti commerciali intensi”. Secondo quanto detto dai magistrati, la copertura attualmente è circa l’80% di quella prevista. Il bacino d’utenza è di 2.800.000 persone. Brescia ha il 5° tribunale d’Italia per utenti. E’ una zona ricca, fittamente stipata, nel cuore geografico ed economico del sistema produttivo nazionale. Eppure, (questo, nell’aula nuova di zecca, i magistrati dell’ANM non lo hanno detto), come Barcellona Pozzo di Gotto o Locri, come altre sedi più piccole al Nord, Brescia è stata classificata nientedimeno che “sede disagiata” (dal ministro Alfano). Nel mutismo della locale società civile. Mi pare di capire che attualmente le sedi vengono dichiarate disagiate quando i magistrati, secondo una loro insindacabile decisione, non ci vogliono andare, e i posti rimangono pertanto vacanti in proporzione rilevante rispetto all’organico previsto. A Brescia, e ora a palazzo Zanardelli, i magistrati non ci vogliono andare.

 

In medicina, problemi del genere vengono risolti col tirocinio specialistico, che può durare da tre a sette anni a seconda della specialità: si affiancano ai professionisti esperti dei giovani, che mentre “tirano la carretta” sotto supervisione, imparano e crescono professionalmente, assumendo gradualmente responsabilità maggiori. In USA gli staff medici delle sedi di scuola di specializzazione sono strutturalmente composti di un’ampia quota di “residents”, regolarmente pagati, con “rotations” nelle varie branche della specializzazione, senza i quali i reparti si fermerebbero. Il sistema, che ha una natura privatistica, non è esente da rischi e storture, e l’attività del magistrato non è assimilabile a quella del medico, ma se lo scambio di esperienza e lavoro tra esperto e apprendista è equo, il tirocinio può produrre elevati vantaggi per tutte le parti. Forse si potrebbe studiare di adattare il sistema agli uditori giudiziari, distribuendoli e ruotandoli su tutto il territorio nazionale, tenendo conto che anche la funzione requirente necessita di tirocinio. In USA ci sono i “law clerk”, neolaureati in giurisprudenza scelti tra i migliori, che aiutano il giudice, e che poi a volte divengono giudici.

 

L’espressione “sede giudiziaria disagiata” è già dubbia in sé. Per le sedi oggettivamente difficili, come quelle dei territori poveri del Meridione dove è incancrenita la mafia, c’è da commentare che gli uffici giudiziari non sono semplici burocrazie come il Catasto, e non dovrebbero essere chiamati “disagiati” dove più servono; è come se i pastori chiamassero disagiata l’attività di recupero della centesima pecorella, quella per la quale il buon pastore lascia le altre 99; o i soldati chiamassero sede disagiata la prima linea; come se i medici preferissero – incredibilmente – curare le affezioni lievi anziché i malati gravi. Non è serio che mentre si celebra ininterrottamente l’epopea della lotta alla mafia, poi tanto si fa che alla fine i posti di magistrato in zone mafiose restano scoperti. Si opera così quando si finge di voler risolvere un problema, ma in realtà si vuole lasciarlo aperto, e bene in vista. Chi ci governa ha un forte bisogno di strumenti di distrazione e di alibi, e la mafia è, tra le altre cose, anche un eccellente generatore di distrazione e di alibi, es. per trascurare il corretto andamento della ordinaria amministrazione del Paese. Sono sicuro che non mancherebbe tra i tanti magistrati una manciata di giovani, e meno giovani, disposti ad andare spontaneamente per un buon numero di anni in trincea a colmare gli organici nelle zone calde; anche senza incentivi economici, purché provvisti dallo Stato dell’equivalente di “armi e munizioni”, e non troppo penalizzati. In tutte le professioni ci sono persone che quel lavoro “pagherebbero per farlo”. E che infatti a volte pagano. Rinunciare a coloro che, purché messi in condizioni di operare, si offrirebbero volontari per compiti che tanti schivano, e magari intervenire per scoraggiarli, o per fermarli, è uno degli aspetti più squallidi del tradimento consumato dalle istituzioni.

 

Il titolo di “sede disagiata” stride con un tono diverso nel caso di Brescia; dove forse alligna un greve timore esistenziale che porta ad accumulare ricchezza senza trovare mai pace; ma, proprio per questo, la città è fin troppo integrata nel sistema socioeconomico in vigore. Sarebbe interessante sapere perché i magistrati non vogliono andare nemmeno a Brescia. La città attira tanti a lavorare per lei; quello del magistrato è tra i pochi generi di lavoro sui quali esercita una forza repulsiva. Quali che siano le ragioni, non si può credere che il problema, che si trascina da tanti anni, sia “irredimibile”. Lasciare costantemente sguarnito un distretto come quello di Brescia e insistere nel sottolineare che manca personale, fino a chiamarlo “sede disagiata”, potrebbe corrispondere alla costituzione di un alibi, che addossa alla scarsità di risorse umane l’assenza di azione giudiziaria efficace sulle segrete magagne della città. Brescia non può dire di essere abbandonata dallo Stato, che interpella imperiosamente, e che la privilegia. Per esempio, nella mia esperienza è impossibile muoversi senza incrociare mezzi della polizia. Qualche ora dopo la visita guidata in tribunale sono andato a fare la spesa, e in poche centinaia di metri ne ho contati sei. La volta precedente per lo stesso tratto ne erano passati altri sei. Non mancano mai; sembra di stare in una città occupata dalla polizia. La proverbiale efficienza della terra di Zanardelli giunta agli uffici giudiziari si ferma e arretra; o forse assume in quei luoghi le forme paradossali che Coppola diceva essere addirittura l’essenza della mafia.

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Blog di Paolo Franceschetti

Commento del 9 feb 2011 al post “Introduzione allo studio del simbolismo” del 23 dic 2010

”Penetrano e sfuggono”

Bisogna ringraziare chi come Paolo Franceschetti fornisce elementi per comprendere il mondo oscuro del potere reale. Personalmente sono curioso e onnivoro, ma la simbologia dei poteri occulti è uno di quegli argomenti dai quali sarei felicissimo di stare lontano. Se non si è degli specialisti, è facile cominciare a vedere simboli dappertutto, e scivolare nell’irrazionale e nel non falsificabile così come, da millenni, si scivola dalla matematica e dalla fisica alla numerologia. Non avendo avuto la fortuna di poter ignorare i temi dei quali questo argomento è parte, vorrei segnalare un fatto che mi pare sia portatore di uno spiacevole valore simbolico, abbastanza trasparente. La recente intitolazione a Giuseppe Zanardelli del Palagiustizia di Brescia:

Semiotica del potere: Via Craxi, Palazzo di giustizia Zanardelli e le “sedi disagiate”

http://menici60d15.wordpress.com/2010/01/25/semiotica-del-potere-via-craxi-palazzo-di-giustizia-zanardelli-e-le-“sedi-disagiate”/

Il fondatore della P2 storica sta seduto, in bronzo, con le gambe accavallate, all’ingresso del Palazzo di giustizia. La statua è stata posta, nel 2010, mentre nel palazzo era in corso il processo sulla Strage di Brescia del 1974, nella quale è implicata la P2. Il processo si è risolto con un’assoluzione; e a Brescia i rapporti tra poteri legali e poteri paralleli, dietro a tante lacrime di coccodrillo sulla Strage, sono tali da portarmi a considerare ciò come il male minore:

La Leonessa

http://menici60d15.wordpress.com/2010/11/21/la-leonessa/

Brescia non solo bombe

http://menici60d15.wordpress.com/2010/11/23/brescia-non-solo-bombe/

Mentre Zanardelli, gran maestro, e maestro di diritto, e dell’arte di abusare del diritto, prendeva posto sullo scranno di nume tutelare là dove si amministra la giustizia in nome del popolo, presidente della Corte d’appello era Alfonso Marra, poi dimessosi per lo scandalo della cosiddetta “P3”.

Zanardelli fu un capo massone mangiapreti, mentre la P2 di Gelli appare come una casa comune per massoni e cattolici. La città di papa Montini, non estraneo agli ambienti dei servizi, e a quanto si dice non lontano dalla P2, sembra essa stessa un luogo simbolo della storica conciliazione tra i due poteri; e ogni tanto vi appaiono questi accostamenti stridenti. Ricordo una conferenza del cardinale Pio Laghi, amico e consigliere dei piduisti argentini al tempo delle loro atrocità, ad un circolo culturale di Castenedolo intitolato alla memoria di Aldo Moro.

Per la simbologia del potere, allo stesso tempo arrogante e ambigua, vale quanto detto da Manzoni: “Le parole dell’iniquo che è forte penetrano e sfuggono…”. La simbologia occulta è un terreno infido e scivoloso, e probabilmente è così volutamente, come parte della sua stessa natura. Ma il tema dei rapporti della magistratura con massoneria e servizi è molto concreto, e fortemente sottovalutato.

http://menici60d15.wordpress.com/

 

 

Quando “less is more”

18 novembre 2009

Liste di attesa per le Tac, per i processi, e liste di priorità per il controllo dei cancerogeni in Calabria

Segnalato il 18 nov 2009 sul blog “Uguale per tutti” come commento al post “Il precariato delle leggi” del 15 nov 2009

Per dimostrare l’assurdità dell’ultima sparata dei governanti che questa infelice nazione si è data, Felice Lima paragona la legge “tronca processi” sulla prescrizione dopo 2 anni ad una ipotetica eliminazione delle code per le Tac ottenuta facendo decadere i pazienti dalla lista d’attesa se l’esame non è eseguito entro 30 giorni. Il paragone tra le code per le Tac e le code per le sentenze può essere ulteriormente sviluppato.

Le Tac sono un’industria che ha avuto una crescita esplosiva negli ultimi anni. Studi ufficiali USA stimano che un terzo delle Tac siano inutili sul piano diagnostico. Un noto articolo sul New England journal of medicine (cit. in La magistratura e la separazione dei valori: il caso della “Nave dei veleni”) afferma che in USA i cancri attribuibili alle Tac hanno raggiunto lo 1,5-2% del totale. Esperti italiani hanno ripetuto preoccupazioni simili. Le Tac in USA mostrano come una medicina veloce ed efficiente sul piano commerciale, che fa contenti investitori e clienti, può portare alla prescrizione della vita sana o della vita tout court.

La pericolosità delle Tac facili non viene resa nota al pubblico; non si parla di eliminare le Tac inutili, ottenendo così una riduzione dei tumori e delle code, e liberando risorse economiche per cure più utili alla popolazione. Tutti invece sanno del cancro proveniente dalle navi affondate dalla ndrangheta; e le forze  “progressiste” sono le più interventiste in questa apertura del nuovo fronte, quello della “guerra sottomarina” al cancro. Sul cancro che si prende  dietro l’angolo, andando dal bonario medico di famiglia a farsi scrivere l’impegnativa di una Tac “per sicurezza”, omertà da tutti i pulpiti. La maschera da sub è anche un buon paraocchi. In questi giorni il Procuratore nazionale antimafia Grasso ha detto che non bisogna più partire dai relitti ma dall’inquinamento e risalire alla fonte. E’ giusto, ma se davvero si vogliono identificare e definire gli agenti dell’incremento delle diagnosi di tumori bisogna considerare oltre alle cause ambientali anche le cause mediche, come la massa di Tac non necessarie, e le sovradiagnosi, che sono cause accertate, che incidono fortemente. Ma per lo Stato e per il suo acerrimo nemico l’antistato, questo tasto è tabù.

Le rivelazioni di navi dei veleni al largo di Cetraro e Maratea, operazioni di intossicazione dell’informazione in grande stile, mostrano che oltre alle “ecomafie” ci sono le “infomafie”. Che forse sono ancora peggiori. Le smentite di questi giorni, con le relative accuse di voler occultare la verità (dopo averla portata alla luce ?) confermano che “la smentita è un falso ripetuto due volte”. Le navi affondate e i depositi abusivi di rifiuti tossici sono un tema reale e serio, ma dai contorni non definiti; che diventa una farsa quando tecnici, inquirenti, politici e media stravolgono l’ordine delle priorità e lo gonfiano a dismisura, fino a fargli oscurare le altre cause antropiche, concrete e certe, di incremento del carico di cancro, prendendone il posto; una farsa tragica, per la sua capacità, nella veste mediatica e politica che gli si è fatta assumere, di spingere la popolazione verso quei fattori di rischio oncogeno certi che vengono ignorati, e censurati da poteri rispetto ai quali la ndrangheta è subalterna. Sono entrati in azione i professionisti – e il codazzo di  improvvisatori – dell’arte di servire interessi criminali del potere con proteste “contro il Palazzo” che sono in realtà sobillate dal Palazzo stesso, in quanto strumentali ai suoi interessi. A coloro che sono in buona fede,  e che non sono succubi della foga che proviene dal pensiero delle tante ingiustizie subite dalla Calabria (spesso con la complicità di calabresi), si può presentare un paragone tra le navi affondate e il bandito Giuliano. Era senza dubbio un esaltato assassino; ma gli storici hanno svelato che quel giorno a Portella, a sua insaputa, oltre a lui c’erano altri due gruppi di fuoco, mafiosi ed ex marò, che fecero i maggiori danni; gruppi anch’essi controllati da quel grumo appena formatosi, che non si è più sciolto, composto da servizi USA, Vaticano, Viminale, Carabinieri, politici assortiti e compagnia; i pupari che incastrarono Giuliano, addossando a lui, come era assolutamente verosimile a prima vista, tutta la responsabilità, e che orientarono con la strage il consenso a proprio favore. Si potrebbero fare altri esempi di questa “tattica di Portella”. Uno schema tattico che conviene avere presente, essendo più frequente di quanto non si pensi; e che oggi, vinta la Guerra fredda, gli operatori del settore applicano a grandi interessi dell’industria e della finanza, come la medicina e l’igiene pubblica. L’identificazione narrativa tra ndrangheta e cancro, tra ndrangheta e nemici della salute, tradisce il supporto poliziesco, e piduista, al business medico e ai suoi crimini. In futuro forse vedremo una speculare identificazione mediatica e ideologica tra medici, questurini, carabinieri e scienziati.

Se la questione è la salute delle popolazioni, prima di guardare alle cartine delle navi affondate bisognerebbe guardare ad altre mappe e ad altri dati. Di quanto è aumentata l’esposizione alle radiazioni mediche in Italia e in Calabria negli anni?  Quale è stato e sarà il peso dell’introduzione tuttora in corso dei programmi di screening oncologico nell’aumento di incidenza dei tumori in Italia e in Calabria? In USA si stanno ponendo domande come queste. Lì fanno mea culpa per la spesa pubblica (Medicare) pagata a prestazione per esami di imaging medico, che dal 2000 al 2006 è raddoppiata, raggiungendo i 14 miliardi di dollari, un incremento sostenuto principalmente da esami avanzati e costosi, come la Tac e la medicina nucleare; esami che fanno aumentare i tumori. Si ammette che si tratta di “overutilization”: molti di questi esami sono totalmente inutili, e beneficiano non il paziente ma chi li commercia. Esami eseguiti sotto l’azione della disinformazione e della paura disseminate ad arte. C’è dunque una situazione aberrante, nella quale una sorgente di radiazioni ionizzanti, un fattore cancerogeno riconosciuto, è anche un enorme fattore di profitto, sostenuto da tecniche di marketing e promozione del prodotto; questo dovrebbe spaventare non meno delle navi in fondo al mare. L’articolo citato conclude stimando che in USA ogni anno 20 milioni di adulti e “crucially” oltre un milione di bambini sono irradiati senza necessità, a dosi in grado di provocare il cancro. Prima di spingere le masse verso la sala raggi lanciando allarmi, bisogna chiedersi cosa si sta facendo: se non si stanno propagando notizie false o tendenziose, praticando la banalità del cancro in cambio di qualche miserabile ricompensa.

A settembre, mentre sulla costa calabra, immemori del gorgo che attende chi fugge ciecamente da Scilla, si gridava al mostro marino Cunsky a poche miglia da Cetraro, in USA l’ortodossia medica dubitava dei suoi stessi dogmi: la più potente rivista medica di categoria, per la quale fino a ieri ciò che loro chiamano prevenzione, ovvero la diagnosi precoce, era la via regia contro il cancro, o meglio la via sacra, da difendere con la spada da qualsiasi critica, ha parlato di “ripensare” i programmi di screening per mammella e prostata, che stanno avendo risultati controproducenti: “screening may be increasing the burden of low-risk cancers without significantly reducing the burden of more aggressively growing cancers and therefore not resulting in the anticipated reduction in cancer mortality.” (Kaplan JG. Rethinking breast and prostate screening. Jama, 2009;302(15):1685-1692). (La frase diviene più chiara e lineare sapendo che “low-risk cancers” è un eufemismo per indicare formazioni che sono classificate come cancro, ma che clinicamente in genere non si comportano come cancro, e restano silenti; ovvero, sono “cancri” che se non vengono cercati e scoperti è come non averli; i “more aggressively growing cancers” sono i cancri veri).

Questi sono fattori che aumentano l’incidenza di cancro sotto il nostro naso, e che sono spesso appoggiati, nascosti e protetti grazie ai servigi di quei tribuni della plebe, ex comunisti, ex missini, dipietristi, Udc, etc. che ora si stracciano le vesti perché si trascurerebbero le navi affondate; di quei politici e funzionari dello Stato che così stanno conducendo a capofitto, col vibrante incitamento dei vescovi e parroci, anche la Calabria nella situazione i cui effetti nefasti vengono ora riconosciuti in Usa. Il battage sulle cause di cancro ambientali, quelle vere, ma meglio ancora quelle presunte, o false, o hollywoodiane, sta non solo coprendo ma sta anche potenziando le cause iatrogene (v. Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi). Purtroppo il male non proviene solo dagli ndranghetisti e da luoghi tenebrosi, ma anche da fonti insospettabili e rassicuranti.

Tornando alle liste d’attesa, non viene ricordato a sufficienza che una coda quanto più è lunga tanto più genera scarsità, e quindi tanto più aumenta il valore unitario del bene. In un paese evoluto l’ingolfamento stabile non è un accidente, e non è solo una franchigia per chi si dà da fare; è anche uno strumento ben definito, efficace anche se un po’ antiquato, per ottenere ingiustamente potere, e ricchezza; per costringere i cittadini comuni nel ruolo di sudditi; di supplicanti. Condizione della quale i molli italiani si accorgono solo quando hanno necessità urgente dell’attenzione del giudice, o del radiologo. Come per il ruolo della ndrangheta nel rischio di cancro, le pirotecniche trovate di Berlusconi si sovrappongono ai quieti interessi di potere e corporativi, dominanti da decenni, che pure non vogliono un sistema sano.

Considerando il paragone tra code per le Tac e per le sentenze, una medicina che facesse meno Tac, facesse solo quelle necessarie, non solo eliminerebbe le code, ma sarebbe una medicina migliore: molto più rapida, molto più sicura, con maggiore offerta di servizi utili a parità di spesa. Per sospette lesioni della caviglia, del piede e del ginocchio sono disponibili le “regole di Ottawa”, volte a ridurre le radiografie inutili. Ma il concetto di miglioramento tramite protocolli di limitazione è estraneo alla attuale concezione culturale “eroica”, o infantile, o neonatale, della medicina nell’opinione pubblica. Né è popolare tra gli operatori: “stai praticando medicina difensiva o è una scusa per guadagnare di più?” conclude un recente articolo medico sui costi e i danni di quella che chiama “medicina massimalista”. Sospetto che anche per rendere “l’amministrazione della giustizia” degna di questo complemento di specificazione basterebbero norme procedurali, non costose, volte a ridurre l’afflusso, la lunghezza e la tortuosità del “tubo giudiziario”. Norme che avrebbero il difetto di non essere spettacolari, e di poter essere strumentalmente attaccate come lesive della nostra altissima tradizione di garanzie giuridiche; oltre al difetto di rompere le uova nel paniere a gruppi forti. Concordo con altri bloggers: una giustizia a tempo è un assurdo, ma lo è anche una giustizia senza tempo. Questa è una occasione perché magistrati e politici perbene indichino i provvedimenti concreti “a levare”, quindi attuabili senza spese e in tempi brevi, per finire l’indecenza; e li ripetano ad nauseam, prendendo esempio da Berlusconi.

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Blog “Blogghete”

Commento dell’1 apr 2011 al post “Fukushima è già tra noi” del 31 mar 2011

 

Vi diverte? A me no: penso che ci sia già troppo caos informativo sui rischi di cancro da radiazioni; es. i rischi da “elettrosmog” sono inventati o sopravvalutati per depistare dai rischi reali come quelli da radiazioni mediche, e da agenti chimici nei prodotti di consumo e inquinanti. Converrebbe stare attenti, perché a volte gli scherzi sulla radioattività che viene da lontano coprono gli scherzi della radioattività che si prende per appuntamento:

http://menici60d15.wordpress.com/2009/11/18/quando-“less-is-more”/

La magistratura davanti alle frodi mediche di primo e secondo grado

22 agosto 2009

Blog AldoGiannuli.it

Commento al post “Tangentopoli e i suoi eredi” del 17 ago 2009


Ringrazio il prof. Giannuli per la risposta sul suo blog, “Tangentopoli e i suoi eredi“, che credo sia d’avanguardia tra le posizioni degli storici accreditati; pur avendo un carattere preliminare, e limitandosi al quadro nazionale, fornisce dati di fatto preziosi, e condanna entrambe le versioni dei due partiti, degli inquisiti e degli inquisitori, che si limitano a scoprire a vicenda gli altarini della controparte. Spero che ci illumini ancora su Tangentopoli: sull’effetto finestra, cioè la sua breve durata; sui rapporti tra Tangentopoli e le stragi di quegli stessi anni; sul colpo di grazia, a 100 anni dalla fondazione, al partito che doveva incarnare quella che un tempo fu la nobile idea socialista, dalla quale si era progressivamente estraniato, fino a divenire una cosa altra e mostruosa, come sotto l’effetto di una pluridecennale “Quaresima dei Visconti” ideologica.

Sempre a proposito del significato della Sanitopoli barese e dell’affermazione di Vendola su un ruolo dei servizi, vorrei presentare il concetto di grado delle frodi mediche (F. Pansera. La contabilità delle frodi mediche di secondo grado. Lettera alla Procura della Corte dei Conti della Calabria e a L. De Magistris, 11 lug 2006), che mi permetto di segnalare anche agli storici, e a coloro che si interessano di politica, che vogliano cominciare a ragionare e a scavare su quanto accaduto 17 anni fa con Tangentopoli.

In estrema sintesi. Frodi mediche di grado zero: corrispondono alla natura magica di quella antichissima pratica antropologica che è la medicina. Consistono nella stimolazione a fini di lucro e di potere di credenze irrazionali costitutive, come tali fisiologiche. Una specie di abuso della credulità antropologica. Es. la credenza che la medicina possa dare, di cura in cura, di riparazione in riparazione, l’eterna giovinezza o l’immortalità; che la chirurgia ortopedica possa, oltre la sua reale utilità, fare tornare a saltare come un grillo un anziano. Questa forma di frode viene combattuta come superstizione oscurantista dai poteri della medicina ufficiale, forti dei reali successi della medicina scientifica, solo nella misura in cui può dare luogo a medicine alternative a quella ufficiale; ma il sacro fuoco dell’irrazionale viene tenuto vivo nella sua versione scientista in un modo che più che le vestali ricorda un fuochista con la pala al focolaio della locomotiva. Nell’ambito di questo sforzo per sfruttare le immense potenzialità economiche della frode medica di grado zero, da alcuni anni è in corso una confluenza tra medicina ufficiale, formalmente razionale, e magia medica, che è stata ribattezzata “medicina complementare”.

Come altre credenze consolatorie di tipo magico-religioso, questa frode è spesso gradita al frodato, soddisfacendo necessità psicologiche ed esistenziali basilari; ed è quindi spesso difesa dal frodato, che con essa difende i gradi superiori di frode medica. E’ il robusto plinto sul quale poggiano le frodi di grado superiore, delle quali ci occupiamo qui. Nel caso in esame, si può vedere all’opera la frode di grado zero in un soggetto che racconti che sta facendo il giro degli ortopedici per dei dolori alla schiena, osservandone l’espressione del volto e le altre reazioni dopo che gli si dica che nella grande maggioranza dei casi si tratta di dolori non specifici, non legati a una patologia organica ben definita; che non beneficiano realmente delle terapie chirurgiche (v. infra); aggiungendo che secondo studi recentissimi in questi casi l’effetto analgesico delle tante forme di terapie è solo leggermente più efficace del placebo (L.A.C. Machado et al. Analgesic Effects of Treatments for Non-specific Low Back Pain: A Meta-analysis of Placebo-controlled Randomized Trias. Rheumatology, 2009;48(5):520-527), spesso al costo di affetti avversi che possono essere pesanti; che sulla rivista della potente e conservatrice American medical association è apparso uno studio che, non riuscendo a evidenziare un vantaggio delle terapie chirurgiche per l’ernia del disco rispetto ai trattamenti non chirurgici (addebitando, con lodevole spirito autocritico, l’insuccesso a una insufficienza metodologica) ammette obtorto collo che “any improvements seen with surgery may include some degree of ‘placebo effect’ “ (J. N . Weinstein et al. Surgical vs Nonoperative Treatment for Lumbar Disk Herniation. The Spine Patient Outcomes Research Trial (SPORT): A Randomized Trial. JAMA 2006; 296(20): 2441-2450).

Frodi mediche di primo grado: le più importanti, le più gravi e le meno conosciute; sofisticate manipolazioni dottrinali, spesso ottenute contraffacendo la ricerca scientifica, che permettono di massimizzare i profitti del business medico nella pratica clinica, in maniera formalmente legale. Si basano sulla frode di grado zero, e sono strutturali: intrinseche alla pratica medica. Si deve ad esse la trasformazione della medicina in una megaindustria. Provocano sovradiagnosi, sovratrattamento, iatrogenicità, su grande scala, ma in forma controllata. Ferocemente protette dai poteri forti della medicina. Es. le sovradiagnosi sistematiche, che attribuiscono un mal di schiena aspecifico a una protrusione di un disco intervertebrale, normale in soggetti anziani, ma ribattezzato ernia del disco; che sono favorite dalla dottrina, latitante o debole nel definire e delimitare scientificamente i nessi tra ernia del disco, sintomatologia e sua evoluzione nel tempo.

La medicina del mal di schiena mostra una tattica consueta con la quale le frodi di primo grado perseguono la sovradiagnosi e il conseguente sovratrattamento: dottrina e basi scientifiche approssimative e rudimentali, accoppiate a tecniche diagnostiche ad alta tecnologia sensibilissime e quindi prone al cosiddetto errore di tipo I, il falso positivo. Così se uno ha il mal di schiena si rivolgerà a una medicina che non ha le idee ben chiare sulla patogenesi del mal di schiena; ma che lo sottoporrà a esami sofisticati e costosi, come la risonanza magnetica nucleare, che spesso vedono anche quello che non c’è o che non è rilevante, e lo incanalano così dal chirurgo. La risonanza magnetica è  risultata positiva per segni di alterazioni discali nell’85% di soggetti asintomatici; positiva per protrusione discale nel 65% dei soggetti asintomatici. Gli ortopedici onesti sanno che in una marea di casi certi esami radiologici di grido sarebbe meglio non farli, o buttarli via.

Oppure l’estensione nella dottrina e nella pratica dei criteri di applicabilità delle protesi ortopediche (anca, ginocchio, etc.). Gli ortopedici coscienziosi selezionano attentamente i pazienti per i quali questi interventi hanno effettivamente un bilancio vantaggioso; ma l’industria multinazionale delle protesi esercita una pressione in senso contrario, volendo farle applicare al maggior numero possibile di pazienti; influendo sulla dottrina, cioè le pubblicazioni scientifiche, e sulla percezione del pubblico, tramite i media; e sui professionisti, che tranne encomiabili eccezioni oppongono a queste pressioni remore e resistenze pari a quelle della D’Addario.

Caso raro, per i presidi di osteosintesi c’è anche un esempio di contrasto istituzionale alle relative frodi mediche di primo grado (S. Brownlee. Overtreated: why to much medicine is making us sicker and poorer. Bloomsbury, 2007). Nel 1985 il Congresso USA istituì l’Agency for the health care policy and research, AHCPR. L’agenzia, basandosi sulla reale evidenza scientifica, raccomandò, per la cura del mal di schiena, di sostituire l’intervento di fusione spinale (che usa materiale come quello commercializzato da Tarantini a Bari) con terapie non chirurgiche. L’intervento di fusione vertebrale non è troppo ben visto neanche all’interno della medicina ortodossa, che da anni tende ad allontanarsi dell’invasività, soprattutto per gli interventi chirurgici più futili. Ma cominciò una guerra contro l’agenzia, coi chirurghi ortopedici come truppe, e con la partecipazione di una ditta produttrice delle placche e viti per fusione spinale, la Sofamor Danek. Risultato: all’agenzia furono tagliati i fondi (dopo aver progettato di chiuderla), cambiato il nome, e tolto il potere di incidere con le sue raccomandazioni sui rimborsi di Medicare e Medicaid. La sua opera di controllo rimase lettera morta. Invece di sparire, tra il 1990 e il 2001 il business delle fusioni spinali in USA ha potuto crescere del 220%; del 127% tra il 1997 e il 2004. Un mercato di miliardi di euro. Chiodi e placche per fusione spinale arrivano a costare in USA 16000$ a intervento: la Sofamor ha trovato la pietra filosofale per trasformare i metalli in oro. Come tante sue sorelle. Il Nobel comunque l’hanno dato agli inventori della risonanza magnetica. Non c’è invece alcuna seria evidenza scientifica che tale pratica sia utile al paziente Ci sono dati che suggeriscono che dopo l’intervento di fusione lombare i pazienti stanno peggio.

E’ interessante notare che in USA, fonte di questi mali, ogni tanto c’è qualche pezzo deviato delle istituzioni che osa opporsi seriamente alla frode di primo grado, la frode strutturale, se non altro identificandola e mostrandola al pubblico. Questo non avviene da noi, o almeno non riguarda Sanitopoli. Ciò che invece è ben noto da noi, sopratutto con Sanitopoli, sono le frodi mediche di secondo grado, che sono quelle che vengono perseguite e appaiono sui media; sono frodi piuttosto semplici, artigianali, a volte rozze. Sembra che perseguendole si sia raggiunto il cuore di tenebra della medicina; ma sono in realtà frodi derivate; frodi sulle frodi di primo grado. In genere vanno a vantaggio degli operatori degli ultimi settori della filiera produttiva; di chi siede alla cassa o allo sportello, per così dire, e non sono viste di buon occhio dai poteri forti della medicina, perché spesso non solo stornano profitti dal loro business, ma lo danneggiano.

Per esempio, il chirurgo della S. Rita di Milano, che per pochi miserabili euro impianta su un paziente un chiodo ortopedico riciclato, non sterile; riducendo i consumi a vantaggio di interessi di bottega; e riducendo gli standard qualitativi degli interventi, mettendo così a rischio la falsa reputazione di eccellenza di una pratica ortopedica di trattamenti inutili che in Lombardia ha raggiunto, legalmente, livelli di esasperazione tali che la Regione stessa ora deve frenarla; pur essendo stata la Regione con Formigoni ad aprire le chiuse del consumismo medico liberista. Oppure il comparaggio, denunciato dai NAS dei CC, dei sanitari del Careggi di Firenze, che succhiavano il costo di viaggetti a Cuba, e anche cash, dai profitti su protesi, placche e viti che applicavano in conformità alle prassi ufficiali. O la maga cartomante, che spilla migliaia di euro a chi è insoddisfatto delle cure ortodosse per il mal di schiena; lo fa stare meglio sospendendo le terapie inefficaci, e quindi i loro effetti avversi, e gli evita un intervento chirurgico inutile; propinando al loro posto un altro placebo, ma alla buona: pozioni, riti, o altro misterioso rimedio; correndo però il rischio di incorrere nella severa censura di una delle poche voci di giornalismo “watchdog” rimaste in circolazione: Striscia la notizia.

O come a Bari. Il business dei materiali per chirurgia quando necessario può avvalersi oculatamente di corruzione dei politici e di gadgets sessuali ai primari; ma qui lo si è trasformato nella locanda dell’allegra mutanda, in un magna magna sregolato, col quale si sta maltrattando la gallina dalle uova d’oro. Gran parte del denaro che ora va in tangenti intascate dagli smodati forchettoni locali può essere trasferito al grande business: rimettendo ordine, facendo lavorare principalmente la frode di primo grado, come si fa negli ospedali privati e pubblici delle civili regioni del Nord e in parte del Centro; limitando la frode di secondo grado all’indispensabile, all’ungere un poco gli ingranaggi, con percentuali ragionevoli.

Ma cosa si sono messi in testa i baresi coinvolti? Che l’ambaradan che a livello mondiale spinge il business delle protesi ortopediche e dei materiali per osteosintesi; i fraterni rapporti coi governi, da Washington al Pirellone, i migliori esperti, ricerche, pubblicazioni, convegni, corsi, articoli giornalistici, programmi divulgativi, etc.; tutto questo le multinazionali l’abbiano allestito per farli sollazzare? Ah, dove sono andati i tempi del rigore calvinista; quelli del vecchio senatore Agnelli, che, si dice, informatosi della parcella rinunciò a una ballerina, trovando esoso il prezzo; solo per principio, essendo già ricchissimo.

I responsabili della Sanitopoli barese saranno pure puttanieri della medicina, ma coi loro comportamenti non sono dei corpi estranei rispetto alla società attuale, o alla classe dirigente. La gente, mentre “soffre e gode” dello scandalo, non sembra interessata a saperne di più sulla reale utilità e appropriatezza degli interventi di chirurgia ortopedica in Puglia; se la sua colonna lombare o teste femorali e acetaboli sono a rischio di venire permutate con una marchetta. Né i magistrati sembrano approfondire molto il tema; dopo averlo sfiorato, veleggiano verso acque più sicure: Berlusconi, mazzette, donnine, etc. Né gli intellettuali engagé, alla ricerca di una nuova identità, vedono alcuna “contraddizione del capitalismo” sulla salute dei cittadini; alcun tema etico sul quale dire qualcosa “di sinistra”, davanti ai singolari criteri di intervento per chirurgia ortopedica maggiore; interventi che arricchiscono i chirurghi, ma danno anche lo stipendio ai portantini. Anche qui, Berlusconi, le mazzette, le donnine, etc. Non si parla di etica della pratica medica quotidiana. In un sistema senza regole, “esistono solo le eccezioni”, come il caso di Eluana Englaro, dove ci si può indignare contro il potere senza rischi, anzi servendo il potere.

Le frodi di secondo grado sono legate ad iniziative di individui o piccoli gruppi, e quindi avvengono più spesso, ma non esclusivamente, nell’ambito della medicina “privata” (privata nei profitti, essendo finanziata largamente da denaro pubblico). Ma anche il primario di un ospedale pubblico può fare comparaggio. Dato il loro carattere istituzionale, le frodi di primo grado non solo sono possibili nell’ambito della medicina pubblica, ma trovano in essa un ambiente adatto: la migliore reputazione del pubblico e un livello di conflitto d’interessi oggettivamente più basso, che conferiscono credibilità. In realtà, la medicina è ormai solo privata, nel senso che come pratica viene decisa da grandi interessi privati, che hanno in mano la ricerca, gli esperti e le leve politiche. Il controllo dello Stato sulla medicina “scientifica” ricorda le truppe Greche alle Termopili; ma solo nel rapporto di forze e nella posta in gioco. Nel malaffare medico, le escort sono l’ultima ruota del carro. La cosiddetta medicina pubblica è oggi una medicina privata con al termine della filiera operatori, e ufficiali pagatori, pubblici; che applicheranno criteri tecnici dettati da interessi privati, sia in buona fede, sia in cattiva fede, sia metà e metà, sotto la spinta di incentivi e punizioni. Parallelamente, le posizioni progressiste “di sinistra” sulla medicina costituiscono anche una elegante copertura per le evoluzioni tecnocratiche della medicina liberista.

Il mal di schiena è uno dei campi più ubertosi della medicina commerciale, ed è arrivato a un punto tale di sfruttamento che perfino la medicina ufficiale parla, in questo periodo di contenimento della spesa, della necessità di “fare un passo indietro” (R. A. Deyo et al. Overtreating Chronic Back Pain: Time to Back Off? J Am Board Fam Med. 2009;22(1):62-68). I grandi interessi vogliono che campi come questo siano tenuti ben coltivati, liberi sia da critiche, controlli e divieti, sia dalle erbacce infestanti delle frodi di secondo grado; e stanno ottenendo tutto ciò che vogliono. Vogliono che i magistrati e gli altri poteri dello Stato servano il grande capitale come ortolani, che estirpano la gramigna, e come campieri, che tengono lontano i ficcanaso, sistemando quelli più fastidiosi.

Poniamo che un ente regolatore dello Stato e un magistrato fossero usciti pazzi e, senza altri fini che il loro dovere, avessero indagato e fatto ricerche sulla diagnostica, i farmaci, la chirurgia nel comune mal di schiena; per verificare se, a parte le mazzette, siano presenti frodi di primo grado; es. se applicando la dottrina ufficiale e le comuni pratiche cliniche sull’ernia del disco si commettono reati e abusi a danno della salute e delle tasche dei cittadini (cfr. G. Cinotti. Il decorso naturale della malattia: ciò che il medico non può ignorare. Il caso emblematico delle patologie muscoloscheletriche. In: Filosofia della medicina. ManifestoLibri, 2001; S. Brownlee, cit. 135-139). E’ improbabile che avrebbero fatto carriera o acquistato prestigio come i magistrati di Sanitopoli e Tangentopoli; si sarebbero messi contro interessi economici forti e spietati, ma non avrebbero ricevuto la tutela del CSM di Mancino; o l’appoggio del Parlamento, che su questioni che interessano il grande business medico è ancora più bipartisan del solito.

Avrebbero ricevuto riconoscimenti come quelli toccati in USA alla ex AHCPR, o in Italia a magistrati che recentemente si sono avvicinati ad altri tratti della linea del proibito; o magari, se avessero persistito nell’errore, costituendo un cattivo esempio, e fossero stati quindi percepiti come un pericolo, avrebbero avuto il privilegio di  riscontri empirici alle “fantomatiche entità” previste da sofisticate teorie come quelle di Bobbio o F. De Felice o Giannuli sull’esistenza di “governi invisibili”.

La Spectre si interessa di lombaggine? I servizi si interessano di potere e di soldi. Le frodi mediche di primo grado hanno i piedi d’argilla, e sono pertanto tutto-o-niente: generano facilmente miliardi, e sono invincibili, ma solo se i loro talloni sono protetti. Altrimenti rendono poco più di quello che incassano le fattucchiere incastrate dagli inviati di Striscia coi carabinieri al seguito. Data la frode antropologica, di grado zero, basta poco a proteggere queste fondamenta argillose. Campagne mediatiche per plasmare un’opinione pubblica già predisposta; soppressione di dati, di analisi e notizie scomode; eliminazione di qualche rompiscatole che le produce, screditandolo e rendendogli la vita impossibile. E poi, dopo la necessità di difendere la frode di primo grado dagli onesti, quella di difenderla dai colleghi, con le loro frodi competitrici, o le loro frodi parassite di secondo grado: colpire i piccoli truffatori indipendenti, punire i “pusher” della medicina che fanno la cresta, selezionare i partiti e i politici più adatti, etc..

Un altro compito molto importante è di fornire appoggio alle operazioni di espansione e crescita del business; crescite brillantissime per prodotti che neppure avrebbero dovuto essere immessi nel mercato con quelle indicazioni, come le fusioni spinali o innumerevoli altri prodotti biomedici; e che invece non solo sono legali, ma sono “prodotti etici”. Giochi da ragazzi, per i servizi, che hanno fatto ben altro. Tanto che a volte forse hanno la mano pesante.

Personalmente, ritengo che il ruolo dei servizi nell’industria medica sia comunque subalterno alle forze economiche che hanno ideato la frode medica di primo grado; e cerco di parlare di questo argomento, rilevante ma per sua natura sfuggente e scivoloso, il meno possibile; anche perché evocare i servizi, mentre distrae dall’essenza del problema, non solo provoca comprensibili dubbi nei prudenti, ma stimola anche le accuse strumentali di dietrologia dei lecchini di professione, e peggio di tutto espone allo stolido scetticismo degli stupidi. “The back pain “market” is a humming, economic machine that produces millions in revenues annually”. (G. Waddell. The back pain revolution. Introd. Churchill Livingstone 2004. 2 ed); “Chronic low back pain market an attractive commercial opportunity for drug developers because of large drug-treated population” (Pharmalicensing.com, 2006): questo mi pare lo snodo centrale. In USA le cure mediche per il mal di schiena fatturano qualcosa come 40 miliardi di dollari all’anno. Pare che sia la spesa medica annuale procapite più alta dopo quella per la cardiopatia ischemica. Secondo l’agenzia di marketing farmaceutico WWMR, il solo mercato degli analgesici per il mal di schiena raggiungerà i 23 miliardi di dollari nel 2018, contro i 5 miliardi di dollari per i dolori da cancro.

Ma per cogliere questo facile frutto è indispensabile aggiungere ad una macchina già molto complessa un’ulteriore componente: un servizio di protezione della frode. Se si ha chiara la colossale deformazione dell’attuale medicina, la presenza di apparati ideologici e repressivi che la proteggono appare come una necessità strutturale. Altrimenti si postula un Principe che rimarrebbe sul trono pur avendo solo “della volpe”, senza “avere del leone”. Una presenza la cui individuazione peraltro non è figlia, in termini kantiani, di una conoscenza a priori, ma a posteriori; ed è suggerita anche da analisi di altri autori; e da numerosi indizi, ai quali l’affermazione di Vendola, nell’ambito di quanto qui esposto, va ad aggiungersi. Il ruolo di forze non ufficiali appare come uno degli aspetti costitutivi di un fenomeno più vasto e più grave. D’altra parte, dove si può sostenere tranquillamente che il successo del rapimento e dell’eliminazione di Moro è stato tutta farina delle Brigate rosse, o il successo della Mafia è tutta cosa dei mafiosi, non si vede quale ascolto possa avere l’introduzione di “deliranti tesi complottiste” sull’irresistibile ascesa di quella che ai contemporanei appare non come un crimine, ma come una delle più utili alte e nobili attività umane; e che solo tra molto tempo forse porterà a ripetere la domanda fatale: “come è potuto accadere?”.

Inoltre, i servizi “deviati” costituiscono solo una parte del Doppio Stato. Le frodi mediche di primo grado sono un altro di quei campi dove le azioni di magistrati carabinieri e poliziotti arrivano a volte ad essere “opus diaboli”; e dove i risultati della magistratura e quelli della “gemella corporazione di polizia” (Giannuli) favoriscono sistematicamente gli “arcana imperi”. La magistratura non corre i rischi che derivano dal pestare i piedi al grande business medico; anzi la sua azione appare conforme alle esigenze di tale business. E’ noto che le lobbies farmaceutiche influenzano addirittura l’elezione del presidente USA; da questo lato la magistratura italiana appare avere acquisito meriti presso i grandi elettori della politica mondiale. La magistratura tende a perseguire le frodi mediche di secondo grado, spesso clamorose, ma accessorie rispetto al nucleo fraudolento della medicina, che può esserne danneggiato; e tende a favorire, con una combinazione di propaganda, persecuzioni e insabbiamenti, quelle di primo grado, silenziose, complesse e contrarie al senso comune sulla medicina, ma strutturali, e indispensabili ai grandi poteri industriali e finanziari

In Italia, terra dove si vuole che l’ora di religione faccia media e comunque il buonismo è materia curricolare, quando si veste il camice bianco del soccorritore degli infermi la tentazione di “zanzare” qualcosa di tutto quel ben di Dio è irresistibile; e pertanto le frodi mediche di secondo grado sono molto comuni; e siccome è abbastanza semplice ottenere risultati giudiziari scoprendo queste magagne di amministratori, medici e altri “zanza”, la magistratura può facilmente caricarsi a piacimento di procedimenti di questo tipo; apparendo così ligia al dovere mentre trascura, e attivamente aiuta, le frodi di primo grado; che sono ardue e ingrate da combattere sotto tutti i punti di vista. E  inoltre ufficialmente neppure esistono.

Avrei preferito ricevere dall’analisi dei numerosi specialisti su Tangentopoli un supporto da un campo non medico a queste mie constatazioni; forse è ancora presto; tanto che invece posso offrire loro un termine di paragone con Tangentopoli, trasferendo il concetto di grado delle frodi oltre il settore biomedico (una generalizzazione che ha ovviamente dei limiti). Anche in Tangentopoli si sono contrastate le tangenti, un costo per le imprese, ma non si è messo in discussione il sistema che le tangenti parassitano. Non sempre le tangenti sono su progetti realmente degni. Un’opera pubblica inutile e dannosa, es. il Ponte sullo stretto, corrisponde a una frode di primo grado. Tangenti sull’opera pubblica inutile e dannosa, o l’impiego di materiali scadenti nella costruzione dell‘opera pubblica inutile e dannosa ma legale, a frodi di secondo grado. Una differenza è che nel settore medico le frodi di primo grado godono di vita autonoma, o di maggiore autonomia (data la frode di grado zero); in un settore come le opere pubbliche, a volte le frodi di primo grado sono architettate allo scopo di potervi impiantare frodi di secondo grado.

Anche con Tangentopoli si è privilegiato il contrasto alle frodi di secondo grado; a quel genere di ruberie che parassita le frodi di primo grado. Apprendo da Giannuli un elemento che in effetti combacia con quanto esposto qui: in Tangentopoli si è perseguito più il corrotto che il corruttore, “andando a parlare contro i corrotti a casa dei corruttori”: in Confindustria. Strana cosa, commenta sornione Giannuli. Ma gli iscritti a Confindustria hanno estremamente chiaro che nella pratica c’è un enorme divario tra la frode di primo grado “secca”, che arricchisce la sola impresa, senza rischi, e le frodi di secondo grado, che a volte sono obbligate se si vuole beneficiare delle frodi di primo grado, ma impongono di gonfiare i costi e spartire con altri, e provocano una serie di impicci.

E’ da notare che rientra negli illeciti di secondo grado anche il pizzo mafioso su attività che siano legali ma non limpide. L’industria medica rappresenta il modello esemplare agognato dagli imprenditori. Tanto è duro il mercato della produzione e vendita di bulloni e affini, altrettanto è paradisiaca la situazione per chi produce e vende ferramenta ortopedica. Dalla sua posizione vantaggiosa, l’industria medica non solo può creare facilmente profitti elevatissimi; ma, raggiunte posizioni egemoni, può anche riuscire a controllare meglio delle altre i parassiti.

Coloro che trovassero cervellotica la distinzione tra i due gradi di frode potrebbero considerare l’aforisma di Brecht: “Che cos’è rapinare una banca a paragone del fondare una banca?”; ed elaborarlo. La distinzione tra il praticare tassi usurai o piazzare titoli spazzatura dopo avere fondato un’attività in sé utile come un istituto di credito, e il derubarlo dall’interno alterando i conti come fanno certi ragionieri disonesti. I reati del banchiere versus i reati del bancario. Oggi che la medicina è in mano all’industria medica, i medici e gli amministratori pubblici sono sempre più i bancari della medicina. Tangentopoli, e Sanitopoli, potrebbero essere viste avendo presente la diversa attitudine culturale e giuridica sugli oscuri imbrogli tecnici delle banche e su chi vorrebbe vivere alle spalle delle banche.

Da questo punto di vista, più che verso la “legalità”, intesa come aderenza alla giustizia, Tangentopoli sembrerebbe essere stata un ulteriore passo verso la “legalizzazione” di attività di arricchimento discutibili o francamente illecite. Sanitopoli appare perfezionare, con risolutezza ancora maggiore, lo stesso obiettivo, già largamente raggiunto nel peculiare settore biomedico: quello dell’istituzionalizzazione del crimine, del crimine che si fa normalità rispettabile e autorevole. Come per Sanitopoli, forse Tangentopoli appartiene alla storia del progresso dello sfruttamento e dell’ingiustizia non meno che a quella della lotta all’ingiustizia.

La Sanitopoli barese ha un altro effetto, non meno importante di quello antiparassitario, sul sostegno alle frodi mediche di primo grado: contribuisce alla campagna di penetrazione della medicina “sabauda” nella medicina “borbonica”. Anche su questo ci sarebbero qualche spiegazione e qualche evidenza da presentare. Sui media a seguito delle esternazioni di Vendola al PM è apparsa immediatamente anche un’altra notizia, accavallata al “carico da undici” di Vendola sui servizi deviati, che appare più interessante del commento di Bertinotti riportato da Giannuli. Le agenzie hanno riportato un comunicato stampa del Censis secondo il quale, sulla base di un sondaggio di opinione e di un modello statistico in possesso del Censis, lo stato di salute della popolazione sarebbe peggiore al Sud che al Nord, e anche l’offerta di salute; tanto da fare commentare al volo al ministro Sacconi che la sanità del Sud deve adeguarsi al modello settentrionale. Mentre Vendola tirava in ballo i servizi, e, come Proust, sentiva un antico odore, quello di quando il nemico ufficiale dei servizi erano i comunisti, sui media usciva la notizia che secondo il Censis la regione con la miglior offerta sanitaria è la rossa Emilia Romagna. Come forse si può già intuire avendo letto fin qui, le cose sono più complicate, e più sporche, della oleografia manichea che il Censis spaccia per analisi scientifica.

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Blog de Il Fatto

Commento del 19 feb 2012 al post di M. Imperato “Mani pulite: vent’anni sembrano pochi” del 18 feb 2012

Credo che i magistrati non combattano la corruzione in sé, ma ne combattano alcune forme favorendone altre. Mentre si oppongono alla bribery dei signorotti locali, favoriscono – e a volte attivamente aiutano – l’istituzionalizzazione della grande corruzione, quella dei poteri forti. E’ un poco come la lotta tra piccoli feudatari e potere centrale, al tempo per esempio di Richelieu:

La magistratura davanti alle frodi mediche di primo e secondo grado
http://menici60d15.wordpress.c…

Il PM Nicastro come assessore alla sanità: la non complementarietà tra magistrati e tangentisti http://menici60d15.wordpress.c…

Questo è confermato da magistrati come il PM Imperato che oggi loda “Mani pulite” e pochi giorni prima ha prospettato in termini positivi la legalizzazione delle lobbies (Lobby al sole anche da noi?, 27 gen 2012), uno dei più nefasti focolai di corruzione e degenerazione della politica interna e internazionale.

Servizi segreti nella Sanitopoli barese ?

16 agosto 2009

Blog AldoGiannuli.it

Commento al post “La lettera aperta di Niki Vendola” del 10 ago 2009


Non penso che Vendola stia dando i numeri quando dice “Contro di me i servizi deviati una manina mi sta massacrando”; “Sento un antico odore che è quello della presenza dei servizi deviati, indirizzati o mirati”: è possibile, ritengo, soddisfare l’onere probatorio ricordato dal prof. Giannuli, producendo elementi che giustifichino l’ipotesi che i servizi – o meglio, gli interessi dei quali i servizi sono strumento – abbiano a che fare con la sanitopoli barese. Anche se non credo che sia Vendola l’obiettivo primario della loro azione. Non so se sia possibile costruire tale caso considerando, come fa il prof. Giannuli nell’articolo sul suo blog del 10 ago 2009, solo la lotta partitica; ma è possibile costruire il caso prendendo in considerazione elementi tecnici specifici della medicina e del mercato medico. Sarebbe però una fatica inutile, e dannosa, se non si trovano persone capaci, imparziali e interessate ad ascoltare. Gli italiani del resto non sono curiosi di sapere come vengono decise le cure mediche che ricevono; sono saziati dagli aspetti della sanitopoli barese relativi a sesso, droga e lotta tra fazioni.

Oltre all’analisi tecnica, un altro modo per verificare l’ipotesi di un ruolo del servizi è chiedere spiegazioni su tali gravi affermazioni direttamente al Presidente eletto della regione Puglia, che fino a prova contraria non è un mitomane, ma un navigato politico di livello nazionale, progressista, già esponente di punta della Commissione antimafia. Vendola condivide idee, progetti e opere sulla medicina con Verzè, il prete che ha introdotto Pio Pompa nei servizi: “oggi con il presidente Vendola abbiamo deciso di procedere su questa strada” (Verzè a proposito dell’erigendo San Raffaele del Mediterraneo a Taranto). Lungi da me la pretesa di comprendere gli intrighi della lotta partitica in Italia; in particolare, la pretesa di capire da che parte stanno i politici e gli intellettuali “di sinistra”; ma non c’è nulla che faccia pensare che una persona del calibro di Vendola, che ha mostrato di essere organica al sistema di potere integrato ai servizi, e che non ha ricevuto contestazioni dalla magistratura, sia “alla canna del gas”; mentre appare più probabile che, sollevando appena appena il coperchio di una pentola della quale, come altri, conosce il contenuto, abbia voluto lanciare un messaggio.

Forse Vendola ha lanciato un avvertimento, perché non gli causino troppo danno politico; forse, seguendo la tradizione del PCI di rivendicare una superiorità morale mentre si fanno accordi sottobanco col potere, vuole preservare l’immagine di una sua personale onestà rispetto a quel poco che è emerso sul governo della medicina andato a puttane.

Forse è anche tempo di non tenere più ermeticamente coperta la nozione che i servizi “deviati” giocano un ruolo in quel settore chiave dell’economia che è il business biomedico: può darsi che sia divenuto ormai preferibile lasciarla filtrare, in forma debole, per poi smentirla come dietrologia o come una falsa accusa strumentale. In questo modo, secondo la nota tecnica di disinformazione detta “inoculation”, si “immunizzerà” il pubblico contro forme più consistenti di denuncia di un’azione degli interessi forti, e quindi dei servizi, intorno alla medicina. Esistono già da anni, soprattutto nei paesi anglosassoni, campagne di “complottismo medico”, e non sarà difficile mescolare il grano al loglio.

Comunque, se anche la diceria dei servizi che si occupano di medicina attecchirà, nella forma vaga ed apodittica nella quale Vendola l’ha voluta presentare, o è stato costretto a presentarla, non sarà uno svantaggio per i poteri occulti; una delle funzioni dei servizi appare essere quella di accollarsi l’intero carico di infamia di certe operazioni, oltre all’abbondante quota che legittimamente spetta loro. Le avvincenti storie criminali degli “007” distolgono l’attenzione dai grigi interessi economici dei quali tali polizie sono il braccio operativo. I servizi, con il loro solido curriculum di lavori sporchi, hanno anche una funzione di protezione d’immagine per il Doppio Stato, al quale all’occorrenza fanno da parafulmine morale, addossandosi tutte le colpe; il Doppio Stato inteso come processo interno (Giannuli), e a volte intrinseco, alle istituzioni “perbene”; quelle istituzioni che suonerebbe spropositato o empio accusare, ripetendo quanto ha scritto Vendola al PM, di complicità con coloro che “costruiscono scientificamente la morte” di persone scomode.

C’ è anche una terza strada per tentare di avvalorare o “falsificare” l’ipotesi dell’influenza dei servizi nella Sanitopoli barese. La storia insegna che gli scandali come questo di Sanitopoli potrebbero fare parte della categoria di casi nei quali paradossalmente la repressione di un male porta ad un male peggiore. Nel paese del Gattopardo, scandali e rivoluzioni hanno spesso un andamento bifasico: ad una speranza di miglioramento segue la constatazione che le cose, anche se vanno diversamente, non vanno meglio di prima, tutt’altro. Il movimento che all’inizio sembrava una freccia di libertà scoccata nel cielo, a posteriori si rivela obbedire alle leggi del moto ciclico della circolazione delle elites. L’avvicendamento tra i vari predatori della savana evocato dal principe Salina; la manifestazione della necessità per i ceti parassitari di cambiare tutto, adattandosi al nuovo corso storico, affinché i loro pasti restino come prima.

Tale effetto paradosso, della lotta al male che si traduce in un altro male a volte peggiore, un fenomeno generale che si riscontra nei campi più diversi, spesso è sostenuto da meccanismi selettivi, che possono avere due forme: un meccanismo di selezione di tipo darwiniano, interno a una data specie; oppure una selezione tra specie diverse, conseguente all’alterazione dell’equilibrio ecologico entro il quale le specie competono per le risorse. In oncologia, la chemio- e radio- terapia possono ottenere una drammatica ma temporanea riduzione di volume di neoplasie maligne; secondo alcuni, la susseguente ricrescita del tumore in forme più aggressive – oltre che refrattarie alla terapia – è almeno in parte causata dalle terapie stesse mediante meccanismi di selezione clonale. I pesticidi possono peggiorare le infestazioni mediante entrambi i meccanismi: selezione genetica intraspecifica di soggetti resistenti, ed eliminazione dei predatori naturali delle specie infestanti.

In politica, Tangentopoli eliminando i ladri democristiani e socialisti ha aperto la strada a politicanti di un nuovo tipo, ma dalle mani non meno luride. Piercamillo Davigo ha parlato di un effetto evoluzionistico di Tangentopoli: la pressione selettiva dei predatori (i magistrati, secondo Davigo) sulle prede ha eliminato, tra i tangentisti, quelli “più lenti”, cioè meno abili; e ne ha così migliorato la specie. Ma gli entusiasti di Mani pulite non parlano volentieri del secondo effetto selettivo, quello ecologico, relativo alla competizione interspecifica, per il quale rimossa una specie di malfattori politici si è favorita la proliferazione di una specie diversa, ma non meno virulenta, di malfattori politici. Con il loro avvento, l’intero “ecosistema” politico è mutato, tanto che si parla di “Seconda Repubblica”. Vi è un’eterogenesi dei fini dell’azione giudiziaria che favorisce sistematicamente interessi illeciti di poteri forti; dovrebbe essere meglio studiata, soprattutto in campo biomedico (cfr. Il riduzionismo giudiziario nella frode medica strutturale: il caso del testamento biologico).

Pertanto, una terza via è di aspettare, e vedere cosa accadrà in futuro alla sanità nel Meridione. Vediamo cosa accadrà quando la sanità meridionale sarà stata “raffaelizzata”, secondo l’espressione usata nel giugno 2008 dal compagno di strada Verzè a proposito del San Raffaele di Taranto (mentre tesseva il panegirico di Francesco De Lorenzo, indicandolo come modello cristiano di medico). Vediamo se ci sarà una reale emancipazione dai mali storici della sanità meridionale, o se questi assumeranno solo forme più moderne e adeguate ai tempi; quale verso avrà l’andamento dello stato di salute delle popolazioni meridionali, e quale sarà stata l’influenza della sanità. Si potrebbero raccogliere i tassi per fasce d’età del consumo tra i meridionali di protesi ortopediche, per volume e per costo, nell’ultimo decennio, e registrare e analizzare le loro variazioni in futuro. Servizi o non servizi, ad un’opera moralizzatrice dovrebbero corrispondere buoni frutti; se invece i risultati saranno cattivi, allora si potrà dire che forse c’era davvero lo zampino di entità malefiche.

Questo metodo prospettico, l’attendere che con gli anni la cronaca diventi storia e poi contare i morti, è connesso a un quarto metodo, più rapido e pratico, non risolutivo ma non trascurabile dato il valore etico e politico della questione: il metodo retrospettivo del valutare analogie con casi pregressi; dei quali non c’è scarsità. Un metodo che necessita dell’opera degli studiosi di storia contemporanea. L’analogia da sola non permette inferenze forti, ma permette di valutare la plausibilità di un’ipotesi; può corroborare o indebolire le tesi ottenute per altre vie; in questo caso permette anche di evitare l’ostacolo, e i trabocchetti, degli aspetti tecnici della medicina e del business della medicina, che è necessario conoscere dovendo occuparsi di frodi mediche.

Vorrei pertanto chiedere al prof. Giannuli il suo autorevole parere su Tangentopoli. Alcuni sostengono che Mani pulite non sia stato il fenomeno spontaneo che è sembrato agli italiani, ma che sia stata sostenuta da una qualche forma di eterodirezione volta a modificare gli assetti politici del Paese; che si sia trattato essenzialmente della manifestazione locale dell’ondata liberista della globalizzazione, seguita alla caduta del Muro. Le stesse forze occidentali che hanno voluto i 40 anni di regime democristiano avrebbero deciso che era “time to pull the plug”. La magistratura è stata causa prima o causa intermedia dell’azione giudiziaria di Tangentopoli? Vi sono stati nella genesi di Tangentopoli interessi di poteri forti, anche sopranazionali? Vi è stata nel corso di Tangentopoli un’influenza di tali poteri forti? Se sì, i servizi sono rimasti inattivi o hanno mediato tale influenza?

Il relativismo epistemico

31 maggio 2009

Blog “Uguale per tutti”

Commento al post “Il relativismo etico fa ‘spudorata’ la politica” del 31 mag 09

Comunicato con link


Lo scandalismo sessuale dei politici educa il pubblico al relativismo etico, e ancora di più alla dabbenaggine, per gli elettori che standolo a sentire accettano di cedere il voto, che può determinare il destino della loro famiglia, in cambio dell’equivalente di un giornaletto da barbiere. Berlusconi è sospettato di avere avuto a che fare con le stragi che segnarono l’inizio della seconda Repubblica; davanti a ciò, e a tante altre accuse, le storielle di veline mi sembrano un “anticlimax”, per non usare altre espressioni. Meno male che non ho figlie, che sentirebbero queste lezioni sull’andare avanti nella vita “per vaginam”; mi consola anche il non aver contribuito a eleggere questa classe politica.

Anch’io credo che il relativismo etico sia dannoso; antropologicamente, politicamente e anche sul piano esistenziale personale. Non credo però che il clero sia davvero contrario al relativismo. Scarpinato parla di un relativismo etico occulto della Chiesa, per il quale “Dio parla per bocca di preti che frequentano senza problemi i salotti della borghesia corrotta e di quella mafiosa o le stanze del potere dei dittatori, e che riducono Dio a guardiano dei comportamenti da tenersi in camera da letto”. Il vescovo Coletti (CEI), praticando quanto meno il relativismo culturale, ha affermato che “anche l’occhio vuole la sua parte”, pur condannando la bellezza come unico o decisivo criterio per la scelta di candidati. Credo che se interrogata una velina darebbe una risposta simile. Chi tiene conto della bellezza nella scelta dei legislatori non è che pecchi di relativismo; si è bevuto il cervello. In Parlamento sarebbe bellissimo avere qualche donna come Rosa Luxemburg, ricordata per il coraggio, l’intelligenza e il carattere (che la rendevano affascinante nonostante fosse malaticcia, scrisse Trotsky); e per una definizione di libertà, che è la migliore che conosco:

“La libertà solo per i seguaci del governo, solo per i membri di un partito – per numerosi che possano essere – non è libertà. La libertà è sempre unicamente la libertà di chi la pensa diversamente. Non per fanatismo di “giustizia”, ma perché tutto ciò che di educativo, salutare e purificatore deriva dalla libertà politica, dipende da questa condizione, e perde ogni efficacia quando “libertà” si fa privilegio.”

La definizione è riportata da alcuni come “La libertà è la libertà dell’altro”. Mozzafiato. Diamo alla mente quello che è della mente, e al sesso quello che è del sesso.

Mi sembra inoltre che il clero aggiri la condanna del relativismo praticando un relativismo epistemico occulto, per il quale si rappresenta e a volte si altera materialmente la realtà in modo che l’applicazione di principi etici fissi esiti in conclusioni preordinate. E’ come avere giudici rigorosissimi che però valutano le risultanze di inchieste condotte da inquirenti criminali; che manipolano l’inchiesta e la stessa realtà. Le riforme che depotenziano gli strumenti di accertamento dei reati e mettono le indagini in mani sicure appaiono ispirate dal relativismo epistemico, che è più adatto alle istituzioni, consentendo loro di salvare l’immagine di depositarie di valori stabili e di imparzialità.

In questi giorni è uscito un libro, “Una mano lava l’altra”; mi correggo, “Siamo tutti sulla stessa barca”, di Martini e Verzè. Il primo è un autorevole esponente del cattolicesimo progressista. Il secondo ha un lungo curriculum etico, che comprende la presentazione di Pio Pompa al Sismi (Lui e Cristo). Fare finta di ignorare la rete di interessi della quale don Verzè è parte non secondaria è uno spudorato relativismo epistemico. Di recente ho sentito, ad una presentazione del libro di Stefania Limiti “L’anello della Repubblica”, che il servizio allestito da Pompa potrebbe essere la prosecuzione delle attività dell’Anello, che ebbe un ruolo primario nei “Misteri d’Italia” degli scorsi decenni. Entrambe le strutture si sono occupate di disinformare, calunniare, distruggere. L’Anello viene fuori solo oggi. Ci vorrà molto tempo, forse altrettanti decenni, prima che affiori il ruolo di servizi come quello di Pompa negli affari della biomedicina come quelli di Verzè. Ma già adesso ci si dovrebbe interrogare su quest’altra designazione “caligolare”, dove un personaggio come don Verzè impartisce lezioni di etica, a due voci con l’arcivescovo emerito di Milano, esponente del cattolicesimo illuminato. Abbiamo un maestro di morale, don Verzè, che è il padrino di un professionista della falsificazione della realtà, e dell’adeguamento della realtà al falso mediante la violenza. Un’accoppiata che rappresenta icasticamente il relativismo epistemico.

Il deuteragonismo

11 maggio 2009

Blog “Uguale per tutti”

Commento al post “Elio e le storie tese” del 10 mag 2009


Gentile dr Lima, quanto Lei scrive critica ciò che avevo scritto nel Suo blog il giorno prima sullo stesso argomento, sotto un altro post (I 18 anni di Noemi e la sanità integrativa): mi permetta di dissentire amichevolmente, e poi di andare oltre a quanto da Lei affermato, e, senza più alcun riferimento a Lei, trattare il tema, che mi pare davvero fondamentale, da un punto di vista generale.

Non condivido neppure le posizioni di Mauro C., che nel congratularsi con Lei per le Sue posizioni, contrappone il Suo dubbio alla certezza degli imbecilli. Ammiratore di Cartesio, il filosofo del dubbio metodico e, non meno importante, della molteplicità del reale, a Mauro C. dico che col dubbio bisogna convivere, ma in certi casi, per esempio per le notizie scandalose e anomale di Novella 2000, è più equilibrato che il dubbio assuma la forma di un ragionevole scetticismo. L’appello al dubbio unito all’accusa di dogmatismo (o di imbecillità) è tipico degli ufologi.

Se anche, come Lei sostiene, la relazione di Berlusconi con Noemi e il suo annunciato divorzio non fossero vicende private, credo che ciò nonostante sarebbe preferibile astenersi dal discuterle.

Non credo che un politico esperto come Bill Clinton non abbia preso precauzioni per prevenire la possibilità che una ragazzina potesse ricattarlo; ma se dopo avere scalato la massima cima della politica mondiale avesse commesso tale errore da principiante, e se la ragazzina fosse stata tanto matta da tentare realmente di ricattarlo, un’agenzia apposita che protegge i presidenti USA, il “Secret Service” (non è la CIA), avrebbe provveduto a disinnescare il problema. Se il presidente degli Stati Uniti avesse dovuto fronteggiare un ipotetico ricatto di un’amante, a lui e alla nazione non sarebbe accaduto proprio nulla; così come non è accaduto nulla quando Clinton ha detto che gli USA non c’entrano con la strage di Ustica. Roma locuta. A J.F. Kennedy dovettero sparare; non lo estromisero rivelando il suo maniacale “womanizing”, o facendolo cadere in qualche scandalo sessuale.

Parimenti, non credo che quanto Lei ipotizza sia verosimile: che la famiglia di un usciere sia in grado di ricattare uno degli uomini più ricchi, un piduista, presidente del consiglio, di pochi scrupoli, etc. La famiglia Letizia sembra piuttosto al totale servizio di Berlusconi, come tanti.

Quello che a me pare del tutto anomalo è che la notizia del fattaccio provenga dai media del colpevole, dalla famiglia del colpevole, dalle esibizioni del colpevole. Questa singolare situazione, nella quale la fonte e i responsabili dello scandalo coincidono, o sono vicini, è frequente; nonostante ciò, o forse per questo, i commentatori non sembra ci facciano molto caso; e non vedono analogie con le attricette che protestano perché fotografate in effusioni dopo che il fotografo l’hanno chiamato loro. Capisco il dubbio sistematico, che non deve mai essere azzerato; ma “certa evidenza circostanziale è molto forte, come quando trovi una trota nel latte” (Thoureau; si riferiva alla pratica dei lattai di annacquare il latte).

Occorre proteggere le minori da Berlusconi ? Fino a quando una fonte degna di ascolto, come la magistratura, non ci documentasse ciò, resto dell’idea che sia svantaggioso accettare di scendere in questo gioco di specchi con un fregoli come Berlusconi, quando gli si possono muovere contestazioni più fondate e sostanziose. Non si può essere ignari e fiduciosi come bambini su temi come la sanità integrativa e amletici su “Verissimo”.

E’ vero che l’argomento avrebbe risvolti politici degni di attenzione, es. la nostra immagine internazionale; ma allora il tema dovrebbe essere “Perché ci facciamo sputtanare all’estero da questo istrione ?”; invece così si continua a permettere che Berlusconi detti gli argomenti da contestargli. Mentre c’è solo l’imbarazzo della scelta per contestargli altre cose, politicamente molto più rilevanti.

Credo che questa sia stata un’occasione perduta. Al tempo della serie del presidente manager, operaio, intellettuale, buon padre di famiglia, capobanda, etc. a Roma c’era un grande manifesto con Berlusconi e la scritta “Per un presidente contadino”. Qualcuno con la bomboletta di vernice aveva aggiunto “Allora va a zappà la terra”. Cosa sarebbe accaduto alla credibilità di Berlusconi se la reazione all’agghiacciante rivelazione di Berlusconi-vecchio-satiro, degna del miglior Beautiful, fosse stata uno sbadiglio; seguito da una discussione a occhi aperti su cosa sta facendo per la crisi economica, l’occupazione, i giovani, la giustizia, l’equità sociale, la sanità, l’ambiente, i servizi al cittadino.

Penso che quanto avvenuto sia espressione di un problema endemico, che chiamo di “deuteragonismo”. E penso che questo sia un problema cruciale, pari a quello della DC, del craxismo, e oggi del berlusconismo; ma non riconosciuto, o largamente sottovalutato. Col deuteragonismo anziché fare un’opposizione vera, un’opposizione antagonista, che sceglie lei cosa contestare e come, si fa da secondo a chi è al potere, accettando di ribattere, in termini prevedibili, ai temi che vengono scelti da chi comanda; e di trascurare i temi che devono restare fuori dal dibattito, e quindi devono sembrare inesistenti.

Il deuteragonista fa l’opposizione che il potere vuole che si faccia; assicura così la fictio democratica; fa da spalla, da contraltare, per dialoghi che devono avere una conclusione predefinita; e allo stesso tempo è parte integrante di quella forma di controllo detta “agenda setting”. Ha inoltre l’importante funzione di inibire forme di opposizione non gradite, prendendone il posto e combattendole, come dirò.

Invece di correre platealmente in soccorso al vincitore, si può fargli l’opposizione che lui desidera, per ottenerne la benevolenza e ricompense. Penso che la posizione del deuteragonista sia per molti una vocazione, connaturata a tratti caratteriali, e a tratti culturali nazionali, che viene abbracciata con convinzione e sincerità. Guardando a certi casi, come quello dell’attuale opposizione dei DS, penso che per molti sia anche un mestiere. Comodo, ben retribuito e di un certo prestigio.

Antagonista non vuol dire estremista, e deuteragonista non vuol dire blando. Antagonista può voler dire: “abbiamo capito, Berlusconi ci tiene a far sapere che alla sua età va ancora a donne; mah; cosa vuol fare sulla sanità integrativa ?”. D’altro canto, il terrorismo, che ha fatto così comodo al potere, potrebbe essere guardato anche come una forma di deuteragonismo, inconsapevole (ma non sempre). Forse Pasolini si riferiva a ciò quando scrisse “essi credono di spezzare il cerchio e non fanno altro che rinsaldarlo”. Il magistrato Giovanni Tamburino ha scritto, considerando il ruolo dei servizi nel terrorismo, una pagina illuminate su questa tecnica del potere, che “A livello di maggior sofisticazione costruisce la propria opposizione” (In: G. De Lutiis, Il golpe di Via Fani, 2007. Pag 19). Solgenitsin, reduce dal gulag, ha scritto che il regime sovietico favoriva critiche su fatti circoscritti, purché non venisse messo in dubbio il sistema.

Certamente non tutte, ma alcune delle numerose “persecuzioni” o minacce ufficiali, tanto clamorose ed esagerate quanto senza conseguenze, sembrano fatte per creare dei curricola credibili di dissidente per il lancio di deuteragonisti di riferimento. Mentre per chi dev’essere veramente censurato si cerca di lasciare meno tracce possibile. Così ci sono dei “censurati” che tengono banco, mentre altre persone scompaiono dalla loro attività apparentemente senza motivo, senza grandi disturbi. Forze di polizia e magistrati che si occupano di queste manipolazioni a volte operano come dei truccatori, che dipingono sul viso di coloro che devono avere le credenziali di perseguitato i segni delle percosse; per quelli che vanno zittiti davvero ma non si deve sapere, sono come sbirri che picchiano coi sacchetti di sabbia.

E’ una forma cronicizzata e irredimibile di subalternità l’opporsi a chi comanda nei termini da lui dettati. Mettersi contro in maniera autonoma e netta, impermeabile ai condizionamenti del potere, facendo il punto della nostra posizione non sull’avversario, ma rispetto ai problemi reali sul tappeto e ai princìpi fermi nei quali crediamo, non è ciò che sappiamo fare meglio. Forse per questo sia il potere, sia i sudditi, fanno presto a tacciare di eversione, di terrorismo, di anarchia o almeno di eccessivo spirito libertario o eccentricità chi non si attiene al canovaccio del dissenso scritto dal potere.

Eppure una delle regole base dell’autodifesa è di non farsi dettare la difesa dall’assalitore: se ti afferra alla gola, consigliano i manuali, non cercare di togliergli le mani, come viene istintivo fare, ma colpirlo a nostra volta nella maniera più dolorosa in qualche parte del suo corpo per fargli mollare la presa.

In questo modo invece l’opposizione acconsente a comportarsi come il protagonista prevede si comporterà; il potere può così ad esempio sollevare ad arte degli scandali, volendo ottenere una certa modifica nell’opinione pubblica. Come le vergognose manovre sui clandestini (Animalità razionale): credo che per gli immigrati alla fine tutto andrà come vuole il Vaticano, al quale entrambi i contendenti fanno riferimento. Né più, né meno. Mi pare che questa tecnica, di suscitare una convinzione sostenendo la tesi contraria in forme rozze e deboli, fosse chiamata “ductus subtilis” dagli antichi rètori.

Un’altra tecnica di convincimento consiste nel partire alto per poi fingere di fare concessioni. Va bene, non candido una fila di ballerine. Hai vinto. Ti candido una squadra di anonimi yes men forchettoni. O la variante “bad cop, good cop”: non votate quel maiale; votate noi, (che gli abbiamo “portato l’acqua con le orecchie” (Guzzanti)); e vi daremo un berlusconismo serio, e con lo sconto.

Si ha l’impressione che di scandalo in scandalo, di meraviglia in meraviglia, di angoscia in angoscia, si trovi il modo di non parlare mai delle questioni di routine che riguardano i cittadini comuni e la loro vita quotidiana, o di parlarne il meno possibile, come di un argomento tra i tanti. I temi discussi, inclusi i temi del dissenso, ormai formano un reality continuo, tanto accattivante quanto vuoto. Richiamare alla realtà è sconveniente come per uno spettatore irrompere sul palcoscenico durante la recita.

L’opposizione parlamentare è arrivata al punto di necessitare di storie squallide come questa di Berlusconi e la diciottenne per darsi un tono. Il centrosinistra non solo pratica il deuteragonismo, come è suo diritto, ma è nemico acerrimo di coloro che sono su posizioni magari “artigianali”, ma comunque antagoniste, ovvero di opposizione genuina, senza inciuci, senza contropartite sottobanco.

L’opposizione antagonista mostra, per comparazione involontaria, o per denuncia diretta, la non autenticità del deuteragonismo del centrosinistra; inclusa in molti casi la non autenticità personale. Viene così contrastata dal centrosinistra, che dovrebbe essere un alleato, non meno che dal centrodestra. Ed è odiata più dal centrosinistra, per il quale potrebbe essere motivo di imbarazzo o di vergogna anche personali, che dai poteri reazionari, che sanno di poterla schiacciare, e coi quali il contrasto è aperto e dichiarato. In questo modo il centrosinistra va a costituire una cintura protettiva per il centrodestra, che è un compito primario del deuteragonismo. Sembra che ciò risalga ad un’antica tradizione, anche se sta prendendo forme caricaturali negli ultimi anni.

Il risultato è che l’opposizione in Italia è libera di scorrere, ma incanalata in argini di calcestruzzo. Il convento passa periodicamente dei temi, dei disegnini da colorare, ma guai a variazioni o a proposte alternative. Basta deviare di poco, basta voltare la testa davanti al pastone quotidiano, che subito i pennini del sensibilissimo sismografo di qualche professionista del dissenso rilevano il tremito di un presuntuoso, un imbecille, che si permette di criticare la velina del regime su quale infamia il regime stesso ha commesso questa settimana. Su certi blog si può ottenere di farlo bannare; su altri, gli si può fare la guerra. Il disturbatore viene sistemato, e l’opposizione, così depurata, prosegue il suo corso serena, con il vigore tipico delle popolazioni “inbred”, quelle dove gli incroci avvengono ripetutamente all’interno dello stesso ceppo.

Contemporaneamente allo scandalo su Berlusconi ordinato da Berlusconi, e al libro bianco sulla sanità integrativa, c’è stata in questi giorni la stretta di mano tra Licia Pinelli e Gemma Calabresi. Anche a me questo incontro è parso bello, sul piano umano. Si dovrebbe però avere il coraggio di parlare anche di cose come la lista degli 800 che firmarono contro Calabresi, esempio storico delle terribili insidie del dissenso conformista. Questo argomento invece è di cattivo gusto, è da astiosi; espone quei meccanismi strutturali che permettono che, mentre le parti si riconciliano per fatti di 40 anni fa, commettano insieme azioni impresentabili proprie del “doppio Stato”, delle quali si parlerà forse tra 40 anni. La lista è stata rimossa dalla memoria; ed è anche difficile trovarla. Su internet ho trovato solo una lista parziale. In quella lista c’erano pecoroni, opportunisti e cattivi maestri, ma anche persone oneste, e maestri autentici come Bobbio e Pasolini. Mi sono chiesto se non avrei firmato anch’io, e torno su questa domanda ogni volta che si parla di Pinelli e Calabresi. E’ un esercizio che mi permetto di consigliare a tutti i commentatori.

Il potere non è solo più forte di noi; io credo che, nella sua perfidia, sia più furbo, di me e di molti altri. Se non possiamo impedirgli direttamente di fare ciò che vuole, possiamo però rifiutare di pensare come lui vuole che pensiamo. E questa libertà, se l’abbiamo raggiunta, non ce la dovremmo fare togliere. Né dal Berlusconi di turno, né dai suoi volenterosi oppositori certificati.

Il “metodo Genchi” e la riduzione al sintattico nella lotta al principe

31 marzo 2009

Blog “Uguale per tutti”

Post del 31 mar 2009


Non conosco a fondo il caso Genchi, ma vedo che lo difendono molte persone informate che stimo.
Ora, dopo 20 anni di attività, Genchi viene messo sotto accusa dalla magistratura e sospeso dal servizio per aver leso il prestigio delle istituzioni. Che la sua presenza sia “nociva per l’immagine della Polizia” è il contrario del vero: ricordandoci che esistono poliziotti che fanno il proprio dovere, Genchi preserva l’immagine positiva della istituzione polizia. Non condivido la fiducia espressa pubblicamente dal vicequestore Genchi nei confronti del Viminale e di viale Romania.

Vorrei riportare alcune considerazioni su aspetti collaterali della sua vicenda, per come viene presentata dalle prime pagine dei giornali. Sono aspetti che, al di là del caso, possono interessare coloro che vogliono contrastare democraticamente la criminalità di tipo mafioso e la connessa degenerazione dello Stato.

Il primo aspetto è la preparazione di Genchi come tecnico, e la sua scelta tecnicamente felice del settore di attività. Non dev’essere facile districarsi tra i tabulati telefonici, nel regno del combinatorio, dove basta permutare 10 fattori per ottenere 3.628.000 sequenze diverse; sospetto che le inverosimili notizie per le quali si fa credere che Genchi abbia messo sotto controllo quasi un quarto dell’intera popolazione italiana abbiano un’origine combinatoria.

Un altro aspetto che è stato sfruttato per farlo apparire come super-spione degli italiani è la natura altamente concentrata dell’informazione contenuta nelle utenze. Possiedo un cd, pieno per due terzi, che contiene 23 milioni di recapiti telefonici. L’ho pagato un euro: il “Giornale di Brescia” lo ha distribuito in allegato.

Genchi ha compiuto la scelta all’apparenza minimalista di trattare informazione di tipo sintattico. L’utenza A è in contatto con l’utenza B, al tempo x, e con l’utenza C, al tempo y. Un’informazione priva di contenuto semantico intrinseco: nonostante sia il testo col maggior numero di riferimenti a persone reali, solo i matti delle barzellette trovano interessante leggere come un libro l’elenco telefonico. Un’informazione che certo non elimina la necessità di interpretazione, ma la limita a dati di tipo semplice, ed oggettivi; e che si presta ad essere processata per estrarre nuova informazione e generare ipotesi da verificare con altri metodi. Perfino i familiari elenchi del telefono sono una miniera di informazione sintattica, dalla quale si possono estrarre informazioni nuove sulle relazioni tra le persone: importanti studi di genetica delle popolazioni sono stati condotti incrociando i cognomi degli elenchi telefonici.

In quest’era tecnologica le conoscenze tecniche possono essere un pericolo per il potere. Oggi con la tecnologia “si può ingannare tutta la gente per tutto il tempo” purché qualcuno non intervenga a svelare l’inganno con altri strumenti tecnici. Se Genchi non fosse così preparato, e non avesse scelto così bene il campo di cui occuparsi, forse ci sarebbero stati minori motivi per accanirsi contro di lui.

Il secondo aspetto è la doppia inaccettabilità per il potere, tecnica e culturale, dello strumento che Genchi ha usato. Il non avere mai fatto un’intercettazione, ascoltando colloqui cioè raccogliendo informazione semantica, ma essersi occupato solo di tracciare il traffico telefonico, è in un certo senso un’aggravante. Riducendo le relazioni tra soggetti potenti a grafi che possono essere studiati sistematicamente Genchi ha oltrepassato la linea del proibito.

Si può pensare che limitarsi al traffico telefonico sia poca cosa. Al contrario, Genchi ha coltivato nel campo delle investigazioni giudiziarie quello che la scienza, la scienza vera, persegue per ottenere i suoi successi: la riduzione al sintattico di un sistema complesso.

E’ quello che fanno nel marketing – un campo dove a differenza di altre discipline più nobili la ricerca è realmente rigorosa – i sistemi di “data mining”. O gli algoritmi coi quali analizzano automaticamente i dati i computer delle grandi strutture di spionaggio elettronico delle superpotenze, come quelle della NSA. Ma qui Genchi non andava a favore dei poteri forti.

L’informazione sintattica, il dato nudo, e per di più in Italia: dove per sviare dall’esaminare le cose nella loro essenzialità la Controriforma promosse il barocco e dove infatti “la linea più breve tra due punti è l’arabesco”. Dove la lotta alla mafia è come la tela di Penelope, Genchi ha allestito un telaio inverso, che produce il diagramma di trame e orditi.

Maestro di una tecnica e del relativo mestiere, Genchi è portatore involontario di un’eresia culturale. Andando verso il sintattico si va nella direzione opposta a quella intuitiva dell’oralità e dell’immagine alla quale ci hanno assuefatto i media. Un metodo alieno: obiettivo, razionale, maneggevole; inesorabile nella sua semplicità di principio.

Ottenere mappe di relazioni tramite il traffico telefonico. Quale reticolo di mafia, meridionale o del malaffare padano, potrebbe lavorare in pace se venisse oggettivato da questo genere di controlli? Contro le mafie meridionali gli strumenti di punta li abbiamo già: una produzione letteraria, oratoria e cinematografica da paura. Che fine farebbe l’invincibilità mitica della mafia, se anziché con l’epopea degli eroi e la facondia degli appelli antimafia la si combattesse coi tabulati sfornati dal PC, carta e matita?

Un metodo barbaro, inaccettabile per i nostri modi bizantini basati sul culto della parola, del soggettivo, delle infinite sfumature del linguaggio, dell’interpretazione arbitraria e contorta, dell’esegesi illimitata. Un metodo pratico e potente, che è la negazione del vorticoso immobilismo col quale si può lasciare invariato ciò che conta davvero.

Oltre al merito di ciò che ha scoperto, per esempio sull’eliminazione di Borsellino e la strage di Via D’Amelio, Genchi si è posto nella posizione di essere considerato una minaccia a causa dei metodi sintattici, tecnicamente troppo efficaci e quindi pericolosi, e culturalmente devianti rispetto al discorso consentito dal potere.

Col caso Genchi possiamo vedere gli auto-sabotaggi cui le istituzioni ricorrono per evitare di fare sul serio contro le mafie meridionali, e per consentire alle mafie padane autoctone di restare coperte. La repressione di tale metodo di ispirazione positivista rientra anche negli aspetti culturali della restaurazione reazionaria in corso.

Le conoscenze tecniche possono costituire una forma altamente efficace di opposizione e come tali vanno energicamente tenute sotto controllo; e se necessario schiacciate. Il caso Genchi ci mostra quella che dovrebbe essere una moderna via per l’opposizione al “Principe”: la via tecnologica, basata sull’informazione legalmente accessibile e sulla sua analisi. Purtroppo questa strada non viene ben percorsa, al punto da portare a volte a ripetere la domanda ormai banale “ma da che parte sta l’opposizione?”

La riduzione al sintattico nella lotta al Principe

27 marzo 2009

Blog “Uguale per tutti”

Commento al post “Manganelli Canterini” del 25 mar 2009


Non conosco a fondo il caso Genchi, ma vedo che lo difendono molte persone informate che stimo. Ora, dopo 20 anni di attività, Genchi viene messo sotto accusa dalla magistratura e sospeso dal servizio per aver leso il prestigio delle istituzioni. Che la sua presenza sia “nociva per l’immagine della Polizia” è il contrario del vero: ricordandoci che esistono poliziotti che fanno il proprio dovere Genchi preserva l’immagine positiva della istituzione polizia. Non condivido la fiducia espressa pubblicamente dal vicequestore Genchi nei confronti del Viminale e di Viale Romania. Il solo nome “ROS” mi fa accapponare la pelle, non diversamente dal nome di quelle figure criminali alle quali è opposto così come il pollice è opposto alle altre dita della mano. Vorrei riportare alcune considerazioni su aspetti collaterali della sua vicenda, per come viene presentata dalle prime pagine dei giornali. Sono aspetti che, al di là del caso, possono interessare coloro che vogliono contrastare democraticamente la criminalità di tipo mafioso e la connessa degenerazione dello Stato.

Il primo aspetto è la preparazione di Genchi come tecnico, e la sua scelta tecnicamente felice del settore di attività. Non dev’essere facile districarsi tra i tabulati telefonici, nel regno del combinatorio, dove basta permutare 10 fattori per ottenere10!=3.628.000 sequenze diverse; sospetto che le inverosimili notizie per le quali si fa credere che Genchi abbia messo sotto controllo quasi un quarto dell’intera popolazione italiana abbiano un’origine combinatoria. Un altro aspetto che è stato sfruttato per farlo apparire come super-spione degli italiani è la natura altamente concentrata dell’informazione contenuta nelle utenze. Possiedo un cd, pieno per due terzi, che contiene 23 milioni di recapiti telefonici. L’ho pagato un euro: il “Giornale di Brescia” lo ha distribuito in allegato. Genchi ha compiuto la scelta all’apparenza minimalista di trattare informazione di tipo sintattico. L’utenza A è in contatto con l’utenza B, al tempo x, e con l’utenza C, al tempo y. Un’informazione priva di contenuto semantico intrinseco: nonostante sia il testo col maggior numero di riferimenti a persone reali, solo i matti delle barzellette trovano interessante leggere come un libro l’elenco telefonico. Un’informazione che certo non elimina la necessità di interpretazione, ma la limita a dati di tipo semplice, ed oggettivi; e che si presta ad essere processata per estrarre nuova informazione e generare ipotesi da verificare con altri metodi. Perfino i familiari elenchi del telefono sono una miniera di informazione sintattica, dalla quale si possono estrarre informazioni nuove sulle relazioni tra le persone: importanti studi di genetica delle popolazioni sono stati condotti incrociando i cognomi degli elenchi telefonici. In quest’era tecnologica le conoscenze tecniche possono essere un pericolo per il potere. Oggi con la tecnologia “si può ingannare tutta la gente per tutto il tempo” purché qualcuno non intervenga a svelare l’inganno con altri strumenti tecnici. Se Genchi non fosse così preparato, e non avesse scelto così bene il campo di cui occuparsi, forse ci sarebbero stati minori motivi per accanirsi contro di lui.

Il secondo aspetto è la doppia inaccettabilità per il potere, tecnica e culturale, dello strumento che Genchi ha usato. Il non avere mai fatto un’intercettazione, ascoltando colloqui cioè raccogliendo informazione semantica, ma essersi occupato solo di tracciare il traffico telefonico, è in un certo senso un’aggravante. Riducendo le relazioni tra soggetti potenti a grafi che possono essere studiati sistematicamente Genchi ha oltrepassato la linea del proibito. Si può pensare che limitarsi al traffico telefonico sia poca cosa. Al contrario, Genchi ha coltivato nel campo delle investigazioni giudiziarie quello che la scienza, la scienza vera, persegue per ottenere i suoi successi: la riduzione al sintattico di un sistema complesso. Quello che fanno nel marketing – un campo dove a differenza di altre discipline più nobili la ricerca è realmente rigorosa – i sistemi di “data mining”. O gli algoritmi coi quali analizzano automaticamente i dati i computer delle grandi strutture di spionaggio elettronico delle superpotenze, come quelle della NSA. Ma qui Genchi non andava a favore dei poteri forti. L’informazione sintattica, il dato nudo, e per di più in Italia: dove per sviare dall’esaminare le cose nella loro essenzialità la Controriforma promosse il barocco e dove infatti “la linea più breve tra due punti è l’arabesco”. Dove la lotta alla mafia è come la tela di Penelope, Genchi ha allestito un telaio inverso, che produce il diagramma di trame e orditi. Maestro di una tecnica e del relativo mestiere, Genchi è portatore involontario di un’eresia culturale. Andando verso il sintattico si va nella direzione opposta a quella intuitiva dell’oralità e dell’immagine alla quale ci hanno assuefatto i media. Un metodo alieno: obiettivo, razionale, maneggevole; inesorabile nella sua semplicità di principio. Ottenere mappe di relazioni tramite il traffico telefonico. Quale reticolo di mafia, meridionale o del malaffare padano, potrebbe lavorare in pace se venisse oggettivato da questo genere di controlli? Contro le mafie meridionali gli strumenti di punta li abbiamo già: una produzione letteraria, oratoria e cinematografica da paura. Che fine farebbe l’invincibilità mitica della mafia, se anziché con l’epopea degli eroi e la facondia degli appelli antimafia la si combattesse coi tabulati sfornati dal PC, carta e matita? Un metodo barbaro, inaccettabile per i nostri modi bizantini basati sul culto della parola, del soggettivo, delle infinite sfumature del linguaggio, dell’interpretazione arbitraria e contorta, dell’esegesi illimitata. Un metodo pratico e potente, che è la negazione del vorticoso immobilismo col quale si può lasciare invariato ciò che conta davvero. Oltre al merito di ciò che ha scoperto, per esempio sull’eliminazione di Borsellino e la strage di Via D’Amelio, Genchi si è posto nella posizione di essere considerato una minaccia a causa dei metodi sintattici, tecnicamente troppo efficaci e quindi pericolosi, e culturalmente devianti rispetto al discorso consentito dal potere. Col caso Genchi possiamo vedere gli auto-sabotaggi cui le istituzioni ricorrono per evitare di fare sul serio contro le mafie meridionali, e per consentire alle mafie padane autoctone di restare coperte. La repressione di tale metodo di ispirazione positivista rientra anche negli aspetti culturali della restaurazione reazionaria in corso.

Le conoscenze tecniche possono costituire una forma altamente efficace di opposizione e come tali vanno energicamente tenute sotto controllo; e se necessario schiacciate. Il caso Genchi ci mostra quella che dovrebbe essere una moderna via per l’opposizione al “Principe”: la via tecnologica, basata sull’informazione legalmente accessibile e sulla sua analisi. Purtroppo questa strada non viene ben percorsa, al punto da portare a volte a ripetere la domanda ormai banale “ma da che parte sta l’opposizione?”. Mi dispiace dirlo, ma il “travaglismo” appare soffrire di questa carenza. Qui stiamo discutendo sotto un ottimo articolo di Travaglio in difesa di Genchi, “Manganelli Canterini” Unità, 25 marzo 2008. La garanzia costituita dal suo nome però non è servita ad impedire che il forum non ufficiale www.marcotravaglio.it, dopo essersi spento improvvisamente e dopo un black out di quasi due mesi abbia azzerato tutto l’archivio e sia partito da capo, con un diverso indirizzo internet, adducendo ragioni tecniche e amministrative. Chi si prende la responsabilità di raccogliere commenti su un sito di opposizione e denuncia dovrebbe rendersi conto che, qualunque sia la qualità delle informazioni che accumula, sempre da valutare, sta producendo un data base “alternativo”, un piccolo servizio di controinformazione che può avere grande utilità per l’opposizione agli abusi e ai crimini del potere, come spiega Aldo Giannuli nel suo “Bombe a inchiostro” (BUR, 2008). Si dovrebbe stabilire il principio dell’obbligo morale a conservare disponibili in rete i data base indicizzati dei post e commenti pubblicati, magari facendo in modo che il loro volume non sia gonfiato da chiacchiere frivole, che spesso occupano la gran parte dello spazio (e sembra vengano incoraggiate). Questo obbligo riguarda fondatori, gestori, e anche gli stessi iscritti, che dovrebbero essere maggiormente responsabilizzati. Altrimenti si crea una sorta di siti civetta che raccolgono informazioni per quella che dovrebbe essere la controparte e poi scompaiono, inghiottendo tutto in ben altri data base. Su un forum come quello del defunto www.marcotravaglio.it (indirizzo che ora porta al blog ufficiale di Travaglio su Chiarelettere) ho trovato centinaia di informazioni e commenti illuminanti o comunque utili, che non andavano dispersi. Cancellare questi database è inoltre scorretto verso gli autori dei commenti, perché isola e oscura coloro che vi hanno riversato informazioni e idee, facilitando il lavoro a chi si occupa di misure repressive e rappresaglie. Sgombrare un sito dai dati già acquisiti per poter continuare a chattare a ruota libera tra amici è “lasciare la predica per andare alla farsa”, come dice un proverbio calabrese. E’ peggiorare il rapporto segnale/rumore, quello che Genchi ha invece ottimizzato nella sua attività di consulente. Il caso Genchi può fare comprendere quanto possa essere utile poter consultare un data base. Può fare comprendere come abbiamo a disposizione uno strumento potente, il computer, che può essere un’arma nella lotta impari. Può fare comprendere come sia sbagliata la tendenza del popolo dei blog a rinunciare alla potenza sintattica e di memorizzazione insita nel mezzo elettronico mentre privilegia l’opposto, l’oralità, con la valanga di affermazioni estemporanee presto dimenticate e rimosse. Anche se si oppongono alla persecuzione di Genchi, molti bloggers condividono coi persecutori l’impostazione culturale “crociana” (v. il recente saggio “Invertebrate left”) che porta a disprezzare gli aspetti tecnici e analitici: i blog sembrano a volte dei certamen letterari su chi produce le migliori invettive, preferibilmente contro un personaggio chiamato Berlusconi. Non ci si preoccupa di questioni “meccaniche e vili” come lo spazio disponibile sul server (che costa pochi euro all’anno, e che a mio parere chi scrive su un blog o un forum dovrebbe pagarsi di tasca propria); o come la necessità di lasciare disponibile in rete l’archivio indicizzato di quanto raccolto. A volte sembra di essere tornati alle effimere e velleitarie “radio libere” degli anni Settanta. Gli argomenti vengono presentati e fatti sparire a tamburo battente, con ritmi da televisione commerciale. L’effetto è quello di un cicaleccio sui massimi sistemi, che consolida lo status quo più di quanto non lo smuova. Una torre di Babele i cui lavori fervono ma restano sempre fermi al primo piano. Anche la casa editrice che si chiama, guarda un po’, “Chiarelettere” produce libri di denuncia spesso ricchi di solido materiale e scritti in bello stile, ma privi di indice analitico, nonostante gli strumenti elettronici ne rendano quasi automatica la compilazione. Un libro che sputtana mezza Italia ma non ha l’indice analitico è una denuncia che si azzoppa da sola. Una denuncia dove la normalizzazione comincia con la pagina successiva all’ultima. Crea nel lettore uno stato d’animo, ma lo scoraggia dal passare all’operatività con contestazioni puntuali. Chiedo ai blogger di contattarmi: se formiamo un gruppetto di almeno 4-5 persone possiamo, dividendoci il lavoro, produrre manualmente e mettere in rete gli indici analitici dei nomi e dei concetti principali di libri come “Mani sporche” (900 pagine) di Travaglio o “Il ritorno del principe” di Scarpinato. A dire il vero da certi autori ci si aspetterebbe che pongano all’editore l’indice analitico come mite condizione per la pubblicazione. Ma i data base e gli indici sono lontani dal nostro carattere mediterraneo. Io ho appreso della loro importanza in USA, dove ho visto che alcuni grandi centri di ricerca accademica hanno reso l’umile lavoro di archiviazione e indicizzazione dei dati uno strumento non meno efficace dei guizzi d’ingegno nei quali noi italiani identifichiamo la produzione di idee.

Parmaliana ha inciampato?

16 marzo 2009

Blog “Uguale per tutti”

Commento al post “Nessuno vuol fare il Pm in Sicilia: 4 domande per 55 posti” del 14 mar 2009


Titolidicoda.org, sotto l’articolo sui magistrati dissuasi dal chiedere di fare i PM in Sicilia, attribuisce all’isolamento la morte di Parmaliana, che annovera tra coloro che “combattono, contro la mafia e a volte inciampano e cadono”. Questa figura retorica dell’inciampare si presta ad ambiguità. Parmaliana non è stato solo isolato: ha anche ricevuto altri trattamenti che come l’isolamento agiscono per via indiretta. E’ stato mascariato da alcuni magistrati, con una botta che è andata a colpire esattamente là dove si doveva colpire uno come lui volendo neutralizzarlo senza esporsi. Scambiandolo di posto con coloro che denunciava lo si è ferito, sconfessato, screditato; lo si è esposto al ludibrio dei mafiosi e del pubblico imbevuto di cultura mafiosa. Se proprio si vuole dire che “ha inciampato” allora si deve anche dire che ha inciampato dopo che i magistrati gli hanno dato uno scappellotto che in quelle circostanze equivaleva a una randellata. Che è inciampato mentre lo stavano obbligando a ballare coi mafiosi la quadriglia delle accuse reciproche. Anche se trovo incomprensibile la scelta del suicidio, credo che il Prof. Parmaliana non abbia perso la testa, ma abbia piuttosto mescolato il dolore al tipo di ragionamenti ai quali era abituato come scienziato. Per ragioni che vanno esposte dettagliatamente, direi che sul viadotto il Prof. Parmaliana ha bilanciato la sua ultima equazione. L’equazione mafiosa che gli avevano appena consegnato.

§ § §

Blog  de Il Fatto

Commento al post di  F. Fabbretti e M. Di Gianfelice ” Un suicidio per arrivare alla verità” del 29 feb 2012

“Solo il chimico può dire, e non sempre, quale sarà il risultato della reazione….”

Non comprendo il suicidio del prof. Parmaliana, un uomo di valore braccato da una muta di ominicchi che non meritavano che disprezzo. Tra gli elementi endogeni, credo che oltre al suo carattere due altri fattori possano avere agito congiuntamente. Uno è la formazione scientifica. Il rifiuto innato dell’anomia, dell’assenza di regole, e l’orrore e lo sconforto per dover subire l’illegalità da chi rappresenta la legalità, possono essere stati acuiti dalla formazione scientifica, che vede l’andamento del mondo regolato da leggi; come Trainor il farmacista di Spoon river. Portando così al “suicidio anomico” descritto da Durkheim.

L’altro fattore può essere stato quello culturale dell’atavica sfiducia meridionale, non infondata, nella giustizia dello Stato davanti all’alleanza tra questo e i malvagi. Sfiducia che porta taluni meridionali, incapaci di accettare il giogo della prepotenza, a sostituire, a proprie spese, la richiesta formale di giustizia con l’esposizione dell’ingiustizia, della propria condizione di vittima. Il ritorno a una forma primitiva di difesa sociale della giustizia, l’unica possibile davanti alla paludata barbarie delle latitanze e complicità istituzionali; nella quale ci si sacrifica, si mostra l’infamia nuda anziché farla nascondere sotto carte bollate e sofismi, esponendo così i carnefici e i loro complici alla condanna nell’opinione popolare. Il ragionamento di tipo scientifico e quello della antica cultura subalterna possono essersi fusi in una deliberazione che nella terra dell’inconcludenza e del compromesso ha ottenuto, al massimo costo, un notevole risultato.

v. Parmaliana ha inciampato?
http://menici60d15.wordpress.c.

La sindrome di Peppa nei familiari delle vittime

2 gennaio 2009

Forum www.marcotravaglio.it

Post del 2 gen 2009

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Lusingata da una cittadinanza onoraria, la vedova di Paolo Borsellino si trova al fianco di Sgarbi e opposta al fratello e alla sorella del magistrato. L’Associazione nazionale vittime di mafia per dissuaderla dall’accettare ha fatto appello al rispetto per lo Stato e alla dedizione alle istituzioni. La vedova ha affermato di Sgarbi: “vedo nel suo lavoro un’azione missionaria”. La Sicilia, terra di bianchi che per duemila cinquecento anni sono stati colonia (Lampedusa), dovrebbe sperare nella caritatevole evangelizzazione di Sgarbi. La vedova sembra sia stata conquistata, e contagiata, dal carattere dannunziano del personaggio. Sgarbi è affetto da un pernicioso estetismo simile a quello col quale il Vate sedusse i suoi ammiratori, cioè dalla concezione della vita come opera d’arte, e dalla conseguente illusione che si possa mutare la realtà con lo scilinguagnolo, la magia della parola e i gesti altisonanti, uniti a spirito di sopraffazione. D’Annunzio fornì al fascismo il ciarpame propagandistico, le pratiche della sostituzione della realtà con la parola e l’immagine, che lo aiutarono a durare due decenni e poi favorirono il disastro, inducendo a credere di poter fare con le uscite a effetto anche la guerra. D’Annunzio non pagava i creditori, e messo alle strette se la svignava; Sgarbi è stato condannato per truffa aggravata e continuata perché non andava al lavoro. D’Annunzio (al quale il coraggio fisico non mancava) occupò Fiume e vi istituì la “Reggenza italiana del Carnaro”. Mentre era sotto l’occhio delle cancellerie delle potenze vincitrici, si occupò di stilare per i suoi legionari uno statuto che prevedeva che tra l’altro dovessero saper tirare sassi, fischiare e fare la capriola. Sgarbi si è fatto eleggere sindaco di Salemi, e per risolvere i problemi della Sicilia ha cominciato con l’istituire “l’Assessorato al nulla”. E’ da notare che nell’impresa di Fiume, che ebbe l’approvazione politica di Gramsci, il carisma di D’Annunzio convinse e attrasse avventurieri, sciocchi e sbandati, ma anche persone di valore, alcune delle quali sarebbero diventate eroici partigiani; qualcosa di simile può oggi accadere anche a siciliani validi ma inesperti o culturalmente indifesi davanti ai numeri dell’affabulatore Sgarbi. Sgarbi ora ha assunto come se nulla fosse atteggiamenti progressisti e antimafia; D’Annunzio, anch’egli parlamentare, era passato dai banchi dell’estrema destra a quelli della sinistra (“Vado verso la vita”). Su D’Annunzio è stato scritto che conquistò un successo letterario sproporzionato ai meriti reali grazie a una buona pubblicità, e ciò può essere ripetuto per Sgarbi. L’appellativo di “missionario” sarebbe piaciuto anche a D’Annunzio, che amava posare da monaco. Ho letto le immaginifiche dichiarazioni di Sgarbi, che oppone al problema mafioso tesi come quella che il pensiero della mafia non può essere che perdente perché i siciliani sono degni abitanti della terra degli Dei (ripresa, stravolgendone il senso, dal Gattopardo; “Vengono per insegnarci le buone creanze ma non lo potranno fare, perché noi siamo dèi” ironizza amaro Fabrizio Salina; anche D’Annunzio saccheggiava a man bassa le opere di altri autori). Penso che le cassate siciliane di Sgarbi avranno successo; quel successo di massa che D’Annunzio, esteta di altro livello, riscosse con le sue rime orecchiabili e i suoi romanzi torbidi nella piccola borghesia che voleva darsi un tono. Temo che per la Sicilia Sgarbi non sarà il nuovo Colapesce che una buona parte degli isolani evidentemente aspetta, ma un altro piombo che la tira giù.

Mi è dispiaciuto vedere la foto di Sgarbi che cinge protettivamente la vedova Borsellino. E’ molto interessante che Sgarbi abbia affermato che la vedova Borsellino gli avrebbe detto che assomiglia come nessun altro al marito. Oltre al dannunzianesimo ci sono forse anche ragioni più profonde per questo sodalizio. La notizia rende meno difficile parlare di un argomento iconoclasta, che però credo vada discusso, essendo convinto che il conformismo dell’opposizione è il primo male politico del Paese. L’argomento è quello della cooptazione da parte del potere dei familiari delle vittime di omicidi politici, di mafia, dello stragismo, o di altri omicidi nei quali lo Stato ha avuto responsabilità. Il familiare diviene simbolo dell’ucciso; infatti in questo caso si conferisce ad una signora una cittadinanza onoraria non per meriti propri, ma per il fatto di essere stata la moglie di un caduto valoroso. Cooptando la vedova, si trascina dalla propria parte anche il marito, che non può più parlare. C’è chi tiene ad affermare, giocando sui due significati, “ucciso” e “gravemente danneggiato”, che l’ucciso è “la vittima” e i familiari sono “le vittime”. La fusione simbolica tra il caduto e i suoi familiari è generosa ma impropria, e può essere fuorviante. I familiari della vittima non sono la vittima. Agnese Piraino Leto non è Salvatore Borsellino, e non è detto che la vedova di Borsellino necessariamente reincarni il marito. Anche per i familiari consanguinei, vale una legge della genetica, detta “regressione verso la media”, che lascia prevedere che nella grande maggioranza dei casi i familiari non condividano le eccezionali doti dell’ucciso. Nulla di cui vergognarsi. Soprattutto, i familiari hanno ricevuto una tremenda mazzata che li rende vulnerabili.

L’assassinio da parte del potere di una persona di valore, o di persone innocenti, è solo il primo passo di un’opera di manipolazione. La manipolazione prosegue con la prima corona di fiori al funerale mandata dai responsabili, in una lunga scia, che a volte dura decenni, con le commemorazioni ipocrite, e anche con la manipolazione dei familiari. Il potere tende a offrire ai familiari la scelta tra due opzioni. Possono rifiutare lo Stato che ha contribuito, con omissioni o attivamente, all’uccisione del loro caro. In tal caso saranno destinati al silenzio e all’oblio. Oppure possono essere cooptati, con pressioni psicologiche, con risarcimenti (o promesse di risarcimenti) in denaro o altri vantaggi, con la possibilità di un poco di fama, e assumere più o meno inconsapevolmente posizioni che sono funzionali agli interessi degli uccisori del loro caro, sotto mentite spoglie. I casi come il cambio di fronte della vedova Borsellino sono solo un aspetto eclatante. Più spesso i familiari vengono istituzionalizzati, e mentre condannano gli attentati impediscono però di condannare le istituzioni o le parti politiche che ne sono corresponsabili, divenendone severi garanti e indiscutibili testimonials. Ciò spiega perché lo Stato e i media, mentre hanno cura che sugli arcana imperi che hanno portato al delitto trapeli il meno possibile, sostengono e promuovono l’azione dei familiari delle vittime. Purché non parlino troppo.

La cooptazione si avvale di lusinghe e ricompense, che trovano nei familiari delle vittime soggetti che il trauma ha reso predisposti. Un omicidio da parte di un potere forte può avere una ramificazione di effetti, come uno di quei colpi di stecca al biliardo che non si limitano a mandare una palla in buca, ma cambiano il quadro. Andreotti una volta ha detto che lui gioca di sponda. Oltre agli effetti sul bersaglio, ci sono gli effetti sui vivi. Tra questi, anche quello di atterrare psicologicamente chi è prossimo alla vittima. In USA un tale mi disse di un metodo col quale i Berretti verdi riuscivano a spezzare la resistenza dei guerriglieri Vietcong catturati e farli parlare. Li mettevano in due per cella, e al mattino quello che era stato scelto per essere interrogato svegliandosi si trovava accanto il compagno sgozzato. La sopravvivenza al male non lascia intatti. Ne parla Primo Levi in quella spietata analisi dell’orrore, e allo stesso tempo potente antidoto alla retorica del dolore, che è “I sommersi e i salvati”. Nel lager chi sopravvive, i salvati, tra i quali Levi pone sé stesso, sono toccati dal male; sono capaci di gesti elevati, ma possono anche finire in quella che Levi chiama “la zona grigia”, e collaborare con gli aguzzini. Le vittime sono dei sommersi, ma i familiari delle vittime possono essere equiparati ai salvati, cioè a degli scampati. Anche chi viene ferito e sopravvive, e perfino chi subisce un omicidio morale, venendo fisicamente risparmiato, sul piano psicologico è un salvato. Non voglio dire che i parenti delle vittime divengono dei collaborazionisti, ma che sono stati posti in uno stato che li rende vulnerabili alle manipolazioni. Ciò non significa che si lascino sempre manipolare, ma che può accadere. Ricordando la differenza tra i sommersi e i salvati si può evitare la confusione tra la vittima e chi gli è sopravvissuto, senza negare che sia partecipe degli effetti della violenza che il congiunto ha subito pienamente. Il congiunto riceve una forma di violenza qualitativamente diversa, e meno intensa, ma non meno perversa.

Tra i possibili esiti di questa condizione di vulnerabilità c’è quello di subire una regressione psicologica che ha alcune analogie con la nota “sindrome di Stoccolma”. Potrebbe essere detta la sindrome di Peppa, dalla novella di Verga “L’amante di Gramigna”. Quando i Carabinieri catturano il bandito Gramigna, dopo avergli rotto una gamba con una fucilata, Peppa, l’amante del bandito, lo segue in città per stare vicino al carcere dove è rinchiuso. Poi il bandito viene trasferito lontano, al di là del mare. Peppa resta in città, e finisce per fare la serva ai Carabinieri che le avevano tolto il compagno, nutrendo per loro un attaccamento sincero. Qui gli uccisi sono l’opposto di un bandito, e i familiari non hanno la primitività di Peppa; ma il nostro inconscio è a-morale e primitivo, e le pulsioni che spingono Peppa a restare con le persone più prossime alla sparizione dell’oggetto d’amore possono essere le medesime pulsioni inconsce che operano un transfert dalla persona amata all’ordine costituito che ha avuto un ruolo nella sottrazione. Fare leva su questi meccanismi psicologici è una tradizione che si può fare risalire alla polizia di Mussolini, che alternava tecniche psicologiche alla violenza. La povera vedova Matteotti, smarrita e sotto il regime, fu tenuta sotto strettissimo controllo dalla polizia, e allo stesso tempo venne sostenuta finanziariamente dal fascismo stesso. Finì col permettere che si dicesse che imputava al Fato il colpo di lima da falegname col quale era stato barbaramente ucciso il coraggioso parlamentare: dopo anni di trattamento, il capo dell’OVRA Bocchini poté riferire che la vedova aveva affermato che il marito era stato “vittima di un momento storico”.

Ai nostri tempi un segno tipico e grave di assestamenti psicologici di questo tipo è la diffusione, da parte dell’autorevole voce dei familiari delle vittime, dell’argomento del “sacco di mele”, che nega la natura strutturata delle istituzioni. Una tesi che è musica per le orecchie di chi avrebbe da temere dalle loro affermazioni, sulla quale è opportuno soffermarsi: le responsabilità delle istituzioni sarebbero circoscritte ad alcune “mele marce” presenti al loro interno. L’argomento ha rilevanza particolare per magistratura e le forze di polizia; i politici hanno da tempo perso la vergogna. Le istituzioni non vengono viste come entità che, se non sono monolitiche, sono comunque fortemente strutturate, ordinate gerarchicamente, e collegate tra loro; ma vengono rappresentate come un insieme, un sacco, di singoli individui o di parti discrete. E’ come cancellare le linee che congiungono le componenti di un complesso organigramma, lasciando i nodi isolati. Ma un’organizzazione non è solo una collezione di persone, e il suo agire non è semplice conseguenza di scelte personali, che pure hanno un peso notevole. Per di più, le organizzazioni sono impalcate attorno al formalismo impersonale, che segmenta e sminuzza le responsabilità individuali, così che a volte basta “l’atto dovuto” per venir meno al proprio dovere, come scrisse Ambrosoli. Come sistema strutturato, provvisto di capacità di autocorrezione, un’istituzione se è sana è robusta: un sistema sano che per decenni presenta al suo interno poche mele marce che commettono atti gravissimi è una contraddizione in termini, un oggetto impossibile. Le dinamiche di un’organizzazione sono complesse, e possono permetterle di praticare il male e continuare a dimostrare di essere virtuosa. Se una parte cruciale dell’organizzazione è marcia, l’intera organizzazione viene ad essere corrotta, anche se alcuni dei suoi componenti sono onesti e capaci. Corrotto in qualsiasi sistema complesso non significa 100% marcio, ma marcio quanto basta a impedirne il corretto funzionamento. Nelle organizzazioni, che hanno dinamiche non lineari, per mantenere una corruzione efficiente bastano pochi aggiustamenti nei punti giusti; purché, elemento da non trascurare, vi sia anche la scarsa reattività a tali aggiustamenti di una massa critica di altri appartenenti. Qualche pescecane e tanti pesci lessi. Assicurata una tale configurazione, si può consentire una quota di competenti e onesti, che è anzi utile per non fare crollare la credibilità dell’istituzione. Per le organizzazioni dunque le responsabilità non sono solo personali, e dire che vi è anche una responsabilità oggettiva collettiva non significa dire che vi è una uniforme responsabilità personale di tutti e di ciascuno quando l’istituzione funziona all’incontrario: ci sono anche le responsabilità “collettive non distributive”, che corrispondono al funzionamento globale medio dell’apparato. Sulle responsabilità collettive non distributive delle istituzioni, in un sistema dove il popolo fosse sovrano i cittadini avrebbero il diritto di esprimere valutazioni, e accuse, purché fondate, e di chiedere correzioni. Con la teoria delle “mele marce” si nega speciosamente questo diritto, accusando chi critica di “fare di tutta l’erba un fascio”: sono sempre dei singoli soggetti, delle monadi, che sbagliano o fanno il male; e poi ci sono anche i buoni; le istituzioni non si criticano. Si privilegia il particolare, una scelta che fa venire in mente la casuistica gesuitica. La generalizzazione, operazione logica fondamentale, delicata ma senza la quale il pensiero è azzoppato e non si dà conoscenza scientifica, nel linguaggio corrente è divenuta un errore, una sconvenienza, un peccato: “non si può generalizzare”. Questa inversione di valore è una vera forma di censura, la censura di un importante strumento di analisi politica tramite la manipolazione culturale. La parola “statistica” viene da “Stato”. La generalizzazione è l’essenza della statistica, che, scienza quantitativa, prende il nome proprio dall’esigenza non solo quantitativa, indispensabile al potere e indispensabile anche ad una democrazia, di sintetizzare la situazione dello Stato per capire dove ci si trova e cosa bisogna fare. Si può e si deve generalizzare, o tentare di generalizzare; solo, bisogna farlo correttamente. Una generalizzazione illegittima è quella che considera le istituzioni sane per assioma, adducendo a sostegno figure istituzionali altamente positive. Quando si sente discutere di magistratura o di polizia spesso è come guardare un fumetto d’avventura, o un serial Mediaset. Considerando solo i Traditori e gli Eroi si considerano solo le esili code speculari della curva di distribuzione di aderenza al dovere, che appare essere, nell’ipotesi più caritatevole, una gaussiana; si parla troppo poco della pancia della curva, dove risiede la maggioranza, e del valore medio intorno al quale è fissata. L’avvincente visione primitiva dei Buoni contrapposti ai Cattivi sostituisce lo spettacolo dell’ambiguità che permea in toto la struttura istituzionale, il grigiore diffuso rispetto al quale gli epurati rappresentavano luminose eccezioni.

Occorre pertanto superare la tendenza a riconoscere nei familiari delle voci che sono per definizione sorgente di insegnamenti alti come è stato alto l’esempio dato della vittima. Mi rendo conto di quanto è delicato, insidioso e strumentalizzabile l’argomento. Si potrebbe accusarmi di bestemmiare, e accostare le mie parole a quelle di Craxi, che, anche a proposito dei familiari delle vittime, parlò di “una più nobile mafia”. E’ chiaro che va ai familiari un rispetto costante per il loro dolore, rispetto che non può essere mutato dalle loro prese di posizione. E’ però ingiusto e falso permettere che la sacralità del lutto privato impedisca di criticare e respingere, se del caso, le prese di posizione che riguardino la dimensione pubblica, cioè politica, degli attentati. C’è da rispettare anche un lutto pubblico, per la perdita di persone preziose. Il potere in Italia ha lo stile del buonismo: chi oserebbe contraddire un familiare della vittima? Ci si sente sgomenti al solo pensarci; si approva o tutt’al più si resta in silenzio. Il familiare della vittima può essere così preso in ostaggio e essere usato come scudo sacro per fare passare senza contraddittorio le tesi desiderate, stemperando l’opposizione in recriminazioni contro gli “spezzoni” “deviati” di un potere altrimenti sano; e facendone quindi un asset del potere, per proteggere le responsabilità dei piani alti e quelle istituzionali collettive. Siamo un popolo di baciapile, pronti all’inchino e all’occhio umido ma refrattari a restare in piedi e a guardare il male negli occhi. Un popolo sensibile all’estetica e quindi alle apparenze, che vota una persona di successo anche se è pregiudicata; che vede un maitre-à-penser in uno smanioso intellettuale di provincia come Sgarbi. Un popolo familista, che non vuole distinguere tra la sfera privata, governata dai sentimenti, e quella pubblica, dove i sentimenti possono essere controproducenti. Non ci vuole molto a capire che se uno è un pregiudicato è nel proprio interesse di elettore, di padre di famiglia, non votarlo e non votare il partito che si permette di candidarlo (è da notare che Borsellino, il cui modo di ragionare mi pare diametralmente opposto a quello di Sgarbi, spiegò come sia semplicistico considerare per certi politici l’assenza di condanne giudiziarie come prova di non mafiosità). Ma, se si vuole un Parlamento che funzioni correttamente, bisogna anche ammettere che l’avere avuto un familiare ucciso non è di per sé titolo di merito per l’alto compito di parlamentare, che non può essere un risarcimento o una consolazione. Non è raro che l’elezione sia accoppiata all’impunità giudiziaria per il delitto; questo è un falso ripristino della giustizia e dell’ordine, che permette di riprodurre l’ingiustizia e aumenta il disordine. I tanti familiari delle vittime mandati a riempire i banchi del Parlamento non è che in genere si siano distinti come mosche bianche dalla massa dei loro colleghi nell’azione legislativa. I familiari delle vittime possono essere onorati in altro modo. Vanno eletti solo se hanno capacità adeguate; invece vengono cooptati dalle segreterie dei partiti per iniettare un po’ di sacralità in un consesso di soggetti poco raccomandabili.

Ho quindi imparato a non stupirmi vedendo che i familiari delle vittime, una volta messi in cattedra, in genere non impartiscono grandi insegnamenti. Con alcune eccezioni. Mesi fa ho ascoltato una conferenza del fratello di Borsellino, Salvatore. Ha parlato in un modo chiaro e netto, degno della memoria del fratello. Un modo che impressiona, essendo privo di prudenze e bizantinismi, un modo diverso da quello siciliano, italiano o “di sinistra” cui i media ci hanno abituato. Non credo che sia solo perché di professione è ingegnere. Ha detto con calma cose terribili che riguardano anche la magistratura. Non gli improperi sbraitati da Sgarbi su Mediaset. Cose peggiori, e non inventate. Descrive Mancino, l’attuale capo esecutivo dell’organo di autogoverno dei magistrati, come una persona indegna. Salvatore Borsellino descrive un legame tra il colloquio che Paolo Borsellino ebbe con Mancino, allora ministro degli Interni, colloquio dal quale uscì sconvolto, e la strage di via D’Amelio 18 giorni dopo (S. Borsellino, 2008. La memoria ritrovata. Reperibile su internet). I bloggers si interessano dei magistrati che vengono attaccati dai politici dei quali hanno svelato le ruberie, ma trascurano le dirigenze apicali che i magistrati si danno o si lasciano imporre. Negli stessi giorni che la memoria di Borsellino subiva questa “sgarbata”, si è spento, presidente di sezione della Cassazione, Claudio Vitalone; era amico dei cugini Salvo, mentre Pecorelli gli stava antipatico. Sempre in questi giorni, emergerebbe dalle intercettazioni dell’indagine dei magistrati napoletani sulla Global service che i politici coinvolti potevano pilotare non solo le assegnazioni degli appalti, ma anche le sentenze del Consiglio di Stato sugli appalti. Osservando più attentamente le mele supreme si potrebbe capire meglio lo stato del sistema giudiziario.

Nando Dalla Chiesa, professore di sociologia, coi suoi libri ha puntato un riflettore sulla perfidia di quel potere che gli tolse il padre; anche se nella pratica politica non sembra avere avuto la stessa combattività. Maria Ricci, la vedova del poliziotto che guidava l’auto di Moro in via Fani, ci ha indicato che il re è nudo. Nella disgustosa farsa delle surreali dichiarazioni attorno all’omicidio Moro, in quel sostenere che lo si è sacrificato per salvare lo Stato, è stata una delle poche persone coinvolte a pronunciare parole sensate e autentiche, e che superano il suo interesse personale: “liberateli [i brigatisti dei quali era stata chiesta la scarcerazione] e poi girato l’angolo, salvato Moro, li riprendete…questo pensavo come madre e moglie che stava soffrendo”. Via Fani fu un golpe, e in guerra si tratta, se ciò occorre per vincere la guerra. Non era per ragioni umanitarie che il Paese doveva salvare un suo Presidente del consiglio. Ma il destino di Moro era stato deciso, ed era stato siglato proprio con l’assassinio della scorta. Sicuramente si possono fare numerosi esempi di familiari che indicano la strada segnata dai caduti; ma nei discorsi di altri familiari si trova anche tanta retorica che porta acqua al mulino dei responsabili.

Bisogna liberarsi dal buonismo, e cessare di comprare a scatola chiusa le posizioni dei familiari delle vittime. I familiari non rappresentano necessariamente uno standard al quale adeguarsi, seguendo ciò che dicono o fanno. Il modello esemplare è rappresentato dall’ucciso. Ovviamente non vanno attaccati sul piano personale, come fa il missionario Sgarbi, e come può accadere con un qualsiasi altro interlocutore nel dibattito politico. Il fatto che possano talora più o meno “passare al nemico” non ci deve scandalizzare, ma farci riflettere sul terribile stress psicologico che hanno subito, e farci considerare la fragilità del singolo quando si scontra col viscido muro del potere; che è la nostra stessa fragilità. I sentimenti di solidarietà e di affetto verso di loro possono anzi uscire rafforzati da questa consapevolezza. Ma il rispetto per il loro dolore non deve fare venire meno il rispetto per la comunità che ha perso leader che potevano davvero aiutarla.

Per parte loro, credo che le Associazione di familiari delle vittime di mafia, terrorismo e di altre violenze nelle quali è implicato lo Stato dovrebbero prendere coscienza del problema, distinguendo nettamente tra privato e pubblico e dandosi delle linee guida per gli interventi pubblici degli associati. I familiari e noi dovremmo riconoscere quanto la situazione nella quale sono stati posti sia terribile, essendo non solo tragica, ma anche difficile. Oltre al dolore, oltre al vedere il valore di un proprio caro ripagato con la morte, il rischio di commistioni nocive, e di conflitti, tra le necessità del dramma privato e la nobile opera di denuncia. La differenza tra intervento pubblico e sentimento privato può essere paragonata metaforicamente a quella tra il passare gli anni a mostrare al pubblico le diapositive dell’autopsia e l’andare al cimitero a tenere la tomba linda e ornata di fiori. Sulle loro spalle è stata posta una croce che non possono togliere, se vogliono intervenire nella sfera pubblica: in questo ambito, il loro compito primario dovrebbe essere come quello del patologo e non dell’imbalsamatore. Il compito di perseguire la verità, diffonderla e fare memoria, non di fare la plastica alle ferite. La loro sacra esigenza personale di riparare lo squarcio provocato dall’attentato può essere subdolamente sfruttata per nascondere responsabilità e conseguenze. Occorre che i familiari non facciano più da ponte, venendo usati strumentalmente per istituire una continuità tra le vittime e il sistema che le ha fatte uccidere; se non si vuole che, di compromesso in compromesso, accadano cose come questa, che l’azione antimafia di Borsellino e di altri caduti venga usata per il lancio dell’antimafia berlusconiana di uno Sgarbi.

Il male non si è esaurito con quello che hanno subito loro, e può avvalersi del loro dolore. I familiari dovrebbero considerare quali sono le conseguenze quando parlano, riecheggiando la vedova Matteotti, di periodo storico superato e della necessità di voltare pagina; quali sono le conseguenze quando montano il cavallo di battaglia del buonismo, il perdono pubblico, come se su fenomeni come la mafia o la P2 fossimo in una situazione post festum, mentre in realtà così si perdonano i delitti pregressi di forze criminali e antidemocratiche ancora attive, che intascato il perdono continuano a picchiare; quando ci mostrano una commovente rimpatriata con i terroristi, che uccidendo dei singoli hanno rovinato l’Italia; quando non si lasciano sfuggire occasione per cantare l’apologia delle istituzioni, dimentichi delle complicità e debolezze che hanno reso possibile il delitto, delle successive impunità giudiziarie, e dell’oscurità perenne sui mandanti. Quando vengono spinti a fare cose come queste, dovrebbero considerare che c’è la concreta possibilità che stiano inconsapevolmente contribuendo al rinnovamento della tradizione del boia, conferendo legittimità a chi esercita forme di violenza politica proprie dei nostri giorni.

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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia

Calipari: virtù militari e diritto

21 giugno 2008

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Post del 21 giu 2008

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Nel giugno 2008, dopo oltre 3 anni, si chiude, espletati tutti i passaggi e ricorsi di rito, con l’archiviazione per “carenza di giurisdizione” il procedimento giudiziario sull’assassinio del valoroso Nicola Calipari, generale della Polizia di Stato, agente del SISMI. L’elevata probabilità che l’uccisione di Nicola Calipari non sia stata un incidente, ma appartenga ai “Misteri d’Italia”, e che come tale sarebbe rimasta indefinita e impunita, è apparsa chiaramente fin dall’inizio a chiunque conoscesse a grandi linee la storia dell’Italia del dopoguerra. Il procedimento giudiziario è servito da riempitivo, per frapporre il feltro del tempo tra una realtà impresentabile e la sua percezione.

E’ ovvio che se si vuole controllare una nazione straniera occorre coltivare una classe dirigente servile, mentre vanno eradicati, come la gramigna, quei soggetti che si opporrebbero alla dominazione; e ovviamente i detentori del potere militare sono tra i primi a dover essere “purificati”. In Cile un anno prima del golpe che mise al potere Pinochet si ebbe cura di fare assassinare il capo delle forze armate, generale Schneider (Schneider nel mirino della CIA. In: Salvador Allende. P. Verdugo, Baldini e Castoldi, 2003).

In Italia, si può immaginare in base a quali criteri siano avvenuti avanzamenti e nomine nelle forze armate, con ministri della difesa come Andreotti o Cossiga. Tale “selezione avversa”, una selezione all’incontrario, ha comportato anche alcune eliminazioni fisiche, delle quali quella di Calipari è stata la più recente. La prima è stata quella di Nicola Bellomo, un generale dell’Esercito che dopo l’8 settembre sfoderò, in un Paese allo sbando, una grinta impressionante. Per il suo comportamento roccioso ed efficace nella fiumana della disfatta, si sarebbe dovuto intitolargli vie, piazze e accademie militari. Invece è dimenticato, e ad aiutare l’oblio è anche intervenuto il segreto di Stato. Lo fucilarono gli inglesi – che avevano capito di che pasta era fatto – grazie ai maneggi dei suoi biliosi colleghi italiani, privi del suo coraggio, ma dotati di quel singolare “coraggio” necessario a commettere atti vili, e quindi ben visti dai vincitori come capi nel futuro esercito repubblicano. Bellomo rifiutò di chiedere la grazia. Si è scritto che l’Italia postfascista è cominciata con questo vergognoso episodio (F. Bianco. Il caso Bellomo. Un generale condannato a morte. (11 settembre 1945). Mursia, 1995).

Dal dopoguerra ci sono stati diversi casi di militari morti in circostanze che fanno pensare ad un’epurazione. Un generale che era troppo leale alla nazione per i gusti dei governanti fu il Vicecomandante generale dei Carabinieri Giorgio Manes (G. De Lutiis. Storia dei servizi segreti in Italia. Editori Riuniti, 1991). Oppositore di De Lorenzo, vessato e screditato, morirà d’infarto nel 1969, a 63 anni, bevendo un caffè mentre attendeva di deporre presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sul tentato golpe di De Lorenzo del 1964. I familiari sostennero che era stato ucciso. C’è poi Dalla Chiesa, che non era un angioletto, ma un Carabiniere, con l’evidente stortura di indossare la divisa di generale essendo come persona un autentico generale, che vuole servire il suo Paese e ne è capace.

Di Calipari, che apparteneva all’ambientino dei servizi segreti, non sappiamo molto. Sappiamo che ha portato a termine una missione molto delicata e pericolosa a Baghdad, andando contro il volere degli statunitensi, che preferivano ai vertici dei servizi segreti persone più “fidate”; persone che sono state avvantaggiate dall’assassinio (G. Malabarba. 2001-2006 Segreti e bugie di Stato. Partito americano e l’uccisione di Calipari. Alegre, 2006). Sappiamo che Calipari ha reso un importante servizio al Paese, senza che le istituzioni gli coprissero le spalle da vivo; mentre lo hanno scaricato da morto, ovviamente in un tripudio di pianti, corone funebri e discorsi alati. “L’alleanza” cortigiana agli USA nell’occupazione dell’Iraq è stata ripagata con gesto che esprime un “disprezzo che va oltre la subalternità” (N. Dalla Chiesa. No alla medaglia americana. l’Unità 27 apr 2005). In effetti, sembra una punizione esemplare per tenere degli schiavi al loro posto, troncando sul nascere, con una ferocia da negriero, qualsiasi gesto di autonomia.

Mi pare che questi quattro alti ufficiali italiani, e altri come loro, siano stati eliminati, al di là delle ragioni contingenti, per due motivi fondamentali: da un lato, erano nati soldati, e comandanti, nel senso migliore del termine; ben capaci di battersi, onesti, amavano il loro Paese, e non si facevano mettere la cavezza da nessuno; dall’altro, subivano la rivalità di colleghi o politici con orizzonti più ristretti, che invece erano pronti ad assumere ruoli servili. Credo che, come molti civili pure eliminati, siano stati epurati, prima che per i loro atti, per le loro qualità personali e professionali.

Le infinite analisi sui massimi mali dell’Italia repubblicana: il terrorismo, la mafia, il governo clericofascista, l’opposizione venduta, il cronico cattivo andamento dell’economia, etc., sarebbero grandemente semplificate considerando due elementi che sono semplici e importanti, ma sono tabù. Il primo è che la classe dirigente italiana, mutuando gli storici costumi della Chiesa, è “compradora”: ha una tendenza a prosperare vendendo i beni materiali e morali del Paese a forze straniere; vendendo quindi anche persone, o l’onore della nazione, se richiesti. Il secondo è che attualmente tale classe compradora è al servizio degli USA, dei quali siamo uno Stato satellite. Sottovalutando questi fattori, viene sottovalutato anche il peso che hanno gli USA nel determinare le carriere della classe dirigente italiana, decidendo chi deve andare avanti e chi va fermato.

Il caso Calipari mostra bene questi due elementi; mostra l’incontro tra lo strapotere USA e il servilismo volontario e talora entusiasta col quale le nostre istituzioni consentono agli USA di spadroneggiare sugli Italiani. Le giustificazioni dei giudici all’archiviazione appaiono della stessa stoffa della quale erano tessuti i vestiti nuovi dell’imperatore. Non so se ci sono davvero barriere giuridiche insormontabili che rendono non punibile l’uccisione di Calipari, e quindi formalmente inevitabile la degradante accettazione di un oltraggio così profondo all’intero Paese e alle sue Forze armate; ma, se così fosse, questa è un aggravante, e non un esimente, per la nostra classe dirigente; della quale fa parte anche la magistratura, che non è nuova al conferire impunità ai reati sui quali si allunga l’ombra dell’amico americano. Mentre su reati riguardanti altri affari politici, reati riguardanti la lotta interna per il potere, è molto meno timida.

Il 7 marzo 2005, giorno dei funerali di Calipari, scrissi alla sezione locale dell’Associazione nazionale magistrati, e al prefetto della città dove abito, una lettera dove lamentavo l’asservimento dei pubblici poteri a interessi illeciti; citando Calipari come esempio di selezione avversa delle elites, per la quale vengono eliminati gli uomini migliori delle istituzioni; viceversa, scrivevo, le autorità come quelle oggetto della lettera, che abusano del proprio potere per compiacere i poteri forti, camperanno quanto “tartarughe delle Galapagos”, relativamente a tale selezione. (Scrissi pure che le esortazioni, allora correnti, sulla necessità di aspettare i risultati dell’indagine giudiziaria prima di accusare gli USA di aver voluto assassinare Calipari, mi ricordavano il guappo de “Il turco napoletano” che risponde allo schiaffo di Totò dicendo che andrà dal dentista, e che farà un macello se il dentista gli dirà che il dente che lo schiaffo gli ha fatto saltare era sano).

Il caso ha voluto che “la goccia” che mi spinse a scrivere il giorno del funerale si sia ripresentata puntuale tre anni dopo, contemporaneamente alla sentenza di archiviazione. Si ha l’impressione che fra le figure-guida di diversi magistrati e uomini d’arme, invece che i magistrati, i soldati, e i poliziotti che non hanno accettato il giogo, ci siano i lenti bestioni delle Galapagos, emblema dell’arte di campare cento anni e più, visto che sono tra gli animali più longevi; e dell’arte di sopravvivere in tempi difficili, perché la tartaruga, che sembra così impacciata, e così assorta nel farsi i fatti suoi, è anche tra i pochi gruppi di rettili sopravvissuti all’estinzione del Mesozoico che segnò la fine dei dinosauri, decine di milioni di anni prima della comparsa della nostra specie.

Anche le nostre Forze armate, inclusi i corpi di polizia, sono parte di questa dirigenza compradora. Poche settimane fa abbiamo avuto la sfilata delle Forze armate del 2 Giugno e la festa dei Carabinieri. Ogni anno le divise si appesantiscono di nuovi ornamenti; come se la continua aggiunta di buffetterie, canutiglie e pennacchi dovesse mimetizzare dei vuoti sotto la divisa. La locale tv ha riportato che in occasione della festa dei Carabinieri il Comandante provinciale dei Carabinieri della città dove abito ha detto che l’azione dei CC poggia da un lato sul diritto e dall’altro sulle virtù militari. Questa accoppiata mi è tornata in mente leggendo dell’archiviazione per Calipari. Nella mia personale esperienza l’azione degli attuali CC affonda piuttosto le sue radici in quella stessa furbizia amorale e imbelle che è il vanto dell’Italiano medio, e in particolare dell’Italiano medio che occupa cariche istituzionali; la differenza maggiore essendo data dalle armi e dai mezzi che davanti ai cittadini inermi li fanno sembrare guerrieri invincibili, e che possono facilmente mutare tale furbizia in violenza, e a volte in spargimento di sangue.

Una furbizia che li porta, poco militarmente e a onta del diritto, a mettersi dalla parte del più forte, se il più forte è molto grosso, così grosso che non si può certo metterlo in gattabuia, come meriterebbe. La furbizia amorale e imbelle per la quale se un qualunque cittadino italiano è sgradito a interessi economici o politici USA – si tratti di un presidente del consiglio, come Moro, di un funzionario, o dell’ultimo povero diavolo – e gli yankees mostrano il pollice verso, la sua vita non vale cento lire, per i nostri CC, o per la PS. Del resto, prima degli studi sul “familismo amorale” delle nostre classi dirigenti, Longanesi aveva detto che nel bianco del tricolore andrebbe scritto “Tengo famiglia”.

Naturalmente, anche nei CC e negli altri corpi armati sono presenti persone oneste, o coraggiose, o intelligenti. Ma, se qualche militare o poliziotto avesse tutte e tre queste qualità, e volesse esercitarle, in grado eroico, in circostanze come quelle nelle quali si è trovato Calipari, di coraggio e abilità dovrebbe averne dosi doppie, rispetto ai suoi colleghi di altre nazioni: una dose per fronteggiare il nemico, e l’altra per reggere ai superiori e politici che ha alle spalle e che dovrebbero coprirlo. Con l’omicidio e l’archiviazione, militari e poliziotti che sentissero il prurito di emulare Calipari o altri con la spina dorsale, sono avvisati. Fatte salve le solite eccezioni, che rafforzano la prassi, quando lo zio Sam chiede la testa di qualche italiano anche i magistrati depongono la prosopopea con la quale si presentano al volgo, e battono i tacchi; facendo del diritto e dell’onore della magistratura ciò che i CC e le altre forze armate fanno del diritto e delle virtù militari davanti alla stessa richiesta.
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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia

Poliziotti e provocatori

8 aprile 2008

Forum www.marcotravaglio.it

Commento al post “La coltivazione della viltà: Giuliani e Bagnaresi”

sito chiuso


Il parallelo tra le due vittime, Giuliani, manifestante politico che si è comportato come un ultrà, e Bagnaresi, ultrà che era anche impegnato nei movimenti della sinistra no-global e nel sociale, non è sconcio, ed è volto a evitare altri fatti di sangue e conseguenti sconcezze. Porta piuttosto ad chiedersi se oggi, dopo la caduta delle ideologie classiche, il consueto tentativo di incanalare e dirottare la protesta sociale e politica verso forme “self-defeating” non cerchi di saldare forme di estremismo politico e di tifo sportivo.

In effetti quanto ho scritto sulla coltivazione della viltà può interessare qualsiasi corte che volesse, sia pure tardivamente, ripristinare la giustizia sull’assassinio di Giuliani. Potrebbero interessare ai giudici anche queste righe:

“(…) è pronta la concreta possibilità che una “asfissia posturale” di Federico Aldrovandi vada ad aggiungersi al “malore attivo” di Giuseppe Pinelli, e alla collisione tra il proiettile e un sasso di Carlo Giuliani, nella lista di quelle morti che andrebbero chiamate da “violenza senza soggetto”. Decessi per i quali sono stati accusati poliziotti, che le ricostruzioni ufficiali spiegano con meccanismi impersonali che sono concettualmente, e anche fisicamente, acrobatici; e che portano così all’assoluzione dei poliziotti, o a condanne lievi; e, soprattutto, alla conservazione del regime degli abusi. (Dubito che sia stato Calabresi ad uccidere Pinelli; di sicuro rimase vittima di un’altra manipolazione, e forse fu scelto come capro espiatorio). “

(da: Federico Aldrovandi: un altro omicidio senza soggetto? cit.)

Questa osservazione sulla tipologia della ricostruzione dell’omicidio di Piazza Alimonda fa parte di un commento che non è stato pubblicato, e che ho inviato in forma più ampia ad alcuni magistrati nell’ottobre 2007; ricevendo in risposta le assidue attenzioni dei “boys” di Manganelli; lo stesso che sul blog di Grillo di ieri, 7 aprile, presenta la polizia come garante della libertà e del dissenso, e pronta ad assumersi le sue responsabilità riguardo ai procedimenti giudiziari per gli omicidi commessi da poliziotti.

nota: ho aggiunto l’oggetto, “Poliziotti e provocatori”, che si deve essere perso mentre inserivo il post.
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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia

Federico Aldrovandi: un altro omicidio senza soggetto?

30 settembre 2007

Blog www.federicoaldrovandi

Inviato il 30 set 2007. Respinto per la pubblicazione. Autore bannato.


Non è dai volgari insulti di maleducati o provocatori che i genitori di Federico devono temere di essere sporcati. Ma dal potere che ha il male di contaminare anche le sue vittime. Le poesie (e le parolacce) abbondano in questo blog. Vorrei rispettosamente fare presente che altri tipi di commento vengono un po’ evitati. Ad esempio, è pronta la concreta possibilità che una “asfissia posturale” di Federico Aldrovandi vada ad aggiungersi al “malore attivo” di Giuseppe Pinelli, e alla collisione tra il proiettile e un sasso di Carlo Giuliani, nella lista di quelle morti che andrebbero chiamate da “violenza senza soggetto”. Decessi per i quali sono stati accusati poliziotti, che le ricostruzioni ufficiali spiegano con meccanismi impersonali che sono concettualmente, e anche fisicamente, acrobatici; e che portano così all’assoluzione dei poliziotti, o a condanne lievi; e, soprattutto, alla conservazione del regime degli abusi. (Dubito che sia stato Calabresi ad uccidere Pinelli; di sicuro rimase vittima di un’altra manipolazione, e forse fu scelto come capro espiatorio). La poesia allevia il dolore, e restituisce un senso di civiltà, ma c’è il rischio che alla fine anche Federico risulterà essere stato ucciso, poeticamente, dal diavolo, che ci ha messo la coda, nella specie di un portentoso meccanismo fisiopatologico, visibile solo ai tecnici, che è stato solo involontariamente innescato dall’uso macroscopico e smodato della forza da parte dei poliziotti.

Un altro aspetto prosaico è che se i genitori di Federico, in una battaglia riguardante i diritti personali del cittadino, cioè il diritto alla libertà e all’incolumità fisica, si ergono a difensori delle istituzioni, sostenendo, insieme a Bertinotti, che sono pulite, che si è trattato solo di singole persone, di mele marce, gli abusi istituzionali continueranno ad essere giustificati come aberrazioni in un sistema sano; a qualcun altro poliziotto scapperà ancora la mano, e altri familiari piangeranno.

La verità è che una polizia che commetta impunemente abusi sui cittadini (senza strafare come invece è accaduto in questo caso) fa comodo alla classe dirigente: come braccio armato per alcuni suoi affari, e per ottenere col timore quel rispetto che non può avere per autorevolezza e prestigio. La “sacralità” delle istituzioni viene di fatto ottenuta tramite i soprusi, e la violenza, dei suoi bassi ranghi. Uno dei giovani pestati al G8 ha raccontato che si è sentito sollevato dal trovarsi davanti al magistrato, in qualità di indagato, dopo il trattamento ricevuto dai poliziotti. Eppure era indagato ingiustamente.

Vorrei sommessamente chiedere ai genitori, che stanno dando una lezione di perseveranza e abilità nella richiesta di giustizia, di non favorire senza volerlo altri abusi, di non calpestare inavvertitamente altrui orticelli di sofferenze, ponendo la loro immagine a difesa delle istituzioni della polizia, della magistratura e della politica; e di astenersi quindi per quanto è possibile da proclami tranchant, come quelli contenuti nel post “Giustizia uguale per tutti!”, a favore di quelle stesse istituzioni che avrebbero dovuto prevenire la morte di Federico, e che avrebbero già dovuto emettere la ricostruzione dei fatti e la punizione dei colpevoli. La richiesta delle autorità di rispetto per il proprio ruolo e funzione istituzionali è spesso associata a mancanza di rispetto verso l’umanità dei propri simili.

F4402

Commento al topic: 17 lug 2007: 20 anni

26 luglio 2007

Blog www.federicoaldrovandi

rimosso dal webmaster


L’appello a considerare innocenti i 4 poliziotti fino al termine dei processi suona opportunistico, essendo tardivo e posteriore a palesi manipolazioni. La presunzione di innocenza, propria di un vero Stato di diritto, è un principio astratto, che necessita di una macchina giudiziaria sana ed efficiente che lo bilanci. Altrimenti diventa una speculazione e una beffa. Da noi in casi del genere il momento cruciale non è il giudizio finale, ma all’opposto l’inizio delle indagini, quando si consumano liberamente omissioni, falsi, calunnie, intimidazioni, depistaggi. Se non è possibile mettere tutto a tacere già in questa fase, mr. Hyde apparentemente torna dr. Jekill: codici e garantismo (e conseguente pretesa di monopoli sulla ricostruzione storica e sul giudizio etico e politico). Questo giustizia rigorosa della quale ci si ricorda solo dopo una fase di manipolazioni preliminari ricorda documenti contraffatti ma vidimati con timbri autentici. E’ una sequenza classica. Nel 1974 a Brescia in Piazza Loggia poco dopo l’esplosione della bomba qualcuno diede ordine di lavare la piazza con gli idranti, che spazzarono via gli indizi. Il magistrato ebbe buon gioco a seguire l’ipotesi della “ragazzata”. 33 anni dopo, il procedimento, fattosi rigoroso, e quindi lentissimo, prosegue. La strage è rimasta impunita, come quasi tutte le altre. Carabinieri, magistratura e giornalisti fecero passare Peppino Impastato prima per un bombarolo rimasto vittima del suo stesso ordigno, reggendo il gioco alla rozza messinscena degli assassini; e poi per un suicida. Ci sono voluti 20 anni, e circostanze favorevoli, per disfare il loro lavoro e riconoscere ufficialmente che era stato ucciso a causa delle sue denunce contro mafiosi che andavano letteralmente a braccetto con i carabinieri. Se si guarda ai maggiori casi nei quali la Costituzione andava applicata e difesa, sui quali Daniele Biacchessi ha appena pubblicato un libro, “L’Italia della vergogna”, si vede che il formalismo giuridico può divenire strumento di impunità; e che, volendo avere giustizia dallo Stato per atti gravissimi commessi da alcuni suoi rappresentanti, non ci si può limitare alla dimensione giudiziaria, andando dal magistrato con un buon avvocato e aspettando un poco. Segnalo una recente intervista a Biacchessi.

No Dal Molin ~ Elezioni: “Pesélo, paghélo, impichélo”

13 maggio 2007

Forum www.altravicenza.it

Post del 13 mag 2007

cancellato con l’azzeramento del forum


“Quando il doge di Venezia presentava al popolo il nuovo Magistrato delle Acque, cioè colui che doveva sovrintendere alla costruzione e alla conservazione delle opere idrauliche necessarie alla vita di una città come Venezia, “in aquis fundata”, pronunciava la formula: “Pesélo, paghélo, impichélo”. Cioè, valutatelo e se va bene stipendiatelo, ma se mancherà al suo ufficio, impiccatelo.
Ecco perché, venuta meno qualche buona norma, Venezia sta andando in rovina.”
(Piero Chiara, 1971)

La Repubblica veneta, formalmente democratica ma retta da un’oligarchia, aveva chiara l’importanza del controllo popolare: il potere stesso esortava i cittadini ad esercitare questo diritto-dovere senza mezze misure. Trasponendo l’antica espressione ai nostri giorni, si può dire che i cittadini hanno l’obbligo di valutare bene la qualità dei loro governanti; ai quali devono pagare il tributo di rispetto e obbedienza, se sono all’altezza dei loro incarichi. Ma se i governanti tradiscono la fiducia su temi gravi, basilari per la sicurezza e il benessere, i cittadini devono eliminarli nella maniera più netta ed energica dal ruolo di governo, certo non con mezzi cruenti, ma con il ripudio morale e non votandoli. In una vera democrazia, essere elettore è già un incarico importante: comporta l’ufficio di pesare le magistrature elettive, accettarle, o destituirle del consenso. La democrazia, forma di governo innaturale e sofisticata, non è un “volemose bene” o la libertà di mugugnare per essere stati fatti fessi dopo che si è votato. La diffidenza e’ un mezzo di difesa della democrazia che accomuna tutte le persone sensate, ha scritto Demostene, un politico che amò profondamente la democrazia e difese strenuamente la libertà della sua città.


Prima della decadenza, Venezia riuscì a mantenersi sovrana nei secoli tra stati molto più grandi (non sovrana rispetto agli zingari, come piace ai duri di paese del “padroni a casa nostra”; che servono gli interessi della globalizzazione, ai quali occorre un’Italia ancora più divisa e debole). Vi riuscì anche grazie ad un assetto istituzionale provvisto di meccanismi solidi ed efficienti di controllo e bilanciamento; l’antica Repubblica veneta e’ stata considerata un modello dagli USA, che disprezzano la nostra attuale condizione. Sotto i dogi i cittadini minacciavano gli amministratori di impiccagione, cioè di lussazione delle vertebre cervicali, se non avessero tenuto in piedi la città. Sotto i Prodi e gli Hullweck sono i cittadini che vengono scansati dalla loro città come ometti senza spina dorsale per fare posto ad un esercito straniero. Vicissitudini storiche della colonna vertebrale in Veneto.

Forse è ora di tornare all’antico. “Impichélo” è la parola giusta, non perché si debba torcere un capello ad alcuno, ma perché si deve dare uno strattone, si deve compiere una scelta brusca, netta e senza complimenti contro quelle persone e quei gruppi che si siano dimostrati incapaci o corrotti; superando la riverenza naturale per l’autorità, e quella indotta dall’ideologia. Ci vogliono chierichetti dei loro riti, oppure ribelli ciechi e violenti, ma non cittadini responsabili che controllano chi li controlla; riprendiamo invece questo ruolo. Uno strattone interiore, riconoscendo che non si perde nulla ma si guadagna, per lo meno in dignità; rifiutando di farci imbrogliare, di onorare appartenenze ormai svuotate, di seguire le voci suadenti che fanno vibrare come nuovi i nostri sentimenti e speranze di libertà, giustizia, pace che poi calpesteranno. Non riusciremo ad affrontare le falsità della politica se prima non “giustizieremo” le nostre contraddizioni interne. Sono le nostre stesse contraddizioni che dobbiamo impiccare. Lotte come questa contro la base militare, che portano a dover verificare le proprie forze e le proprie debolezze, possono fare crescere.


Con il nuovo insediamento USA, anche Vicenza avrà la sua acqua alta. Un’acqua alta perenne. La seconda caserma menoma la città, e contribuisce al declino dell’intera nazione. Tutti gli Italiani dovranno pagare in denaro e in degrado, sociale, ambientale e urbanistico, per una base che frutterà a noi e alle generazioni che ci seguiranno come minimo la maledizione di lontane popolazioni civili quando, non avendoci fatto nulla, subiranno operazioni di macelleria partite da qui. Questo di Vicenza è un momento della verità che permette di pesare la qualità dei nostri governanti, di valutare quanto curano le fondamenta della città e quanto invece i loro interessi.


Quanto pesano i politici del liberismo, che cavalcano l’idea furba che contano solo i soldi, e che i valori non sono una protezione, ma una zavorra che può essere proficuamente sostituita da una nuvola di chiacchiere, moine e pagliacciate. Per loro la libertà è la libertà di fregare il prossimo, inclusi i propri elettori. Quanto pesano i clericali, emissari di un potere che per secoli si è accordato con potenze straniere per il controllo dell’Italia, e ha ripreso a farlo con gli USA dopo la II Guerra mondiale. Non sorprende che dai pulpiti più alti i preti, mentre scandalizzano lanciando sassi sull’adultera, per unioni civili e aborto (accomunati rispettivamente a pedofilia e terrorismo), lanciano anche silenzi che sono pietre, ma passano inosservati, sullo sbancamento di Vicenza e la conseguente orgia oscena di violenza della guerra di aggressione. Quanto pesano i politici del centrosinistra, che ci impartiscono sia lezioni di buonismo sul dovere di stringerci per coabitare con genti di lingua ed etnia estranee, chiamando razzismo la fisiologica reazione di rigetto culturale; sia lezioni di alta politica sul dovere di stringerci per dare spazio alle basi con le quali massacrare nella loro terra popolazioni extracomunitarie che vanno tenute sotto un tallone di ferro. Quanto pesano questi bramini del centrosinistra, una casta che disprezza come nessun’ altra il popolo che amministra con consumato mestiere per conto dei poteri forti ai quali si è consegnata. Quando pesano i politici con l’etichetta “sinistra radicale”, che parlano come Don Chisciotte e agiscono come Sancho Panza, specializzati nell’ammansire l’indignazione popolare e riportarla all’ovile simulando un’opposizione.


Se, nel ristretto spettro parlamentare, nessun gruppo raggiunge il peso minimo, abbiamo il diritto democratico di non votare nessuno. Dobbiamo chiederci se non ne abbiamo anche il dovere. Il dovere di porre un limite all’appropriazione delle istituzioni, invece di continuare ad assecondarla. Le istituzioni democratiche vanno difese anche dagli abusi di chi le occupa. Le elezioni non sono una bancarella di beneficenza a favore di bambini poveri, dove comunque qualcosa dobbiamo comprare, anche se tutta la merce è avariata. Non votando, esercitiamo al meglio il nostro dovere di elettori: chiedendo che le figure che ci rappresentano non scendano sotto la soglia della decenza; il contrario di questi politici che, eletti da noi, votano in blocco come rappresentanti di interessi terzi.


Non votando esercitiamo inoltre il diritto naturale, e il dovere naturale, a tutela di noi stessi e delle nostre famiglie, di togliere la fiducia a chi ci ha già ingannato. Votandoli, partecipiamo ad una truffa pseudodemocratica a nostro danno, nella quale accettiamo di considerare nostra espressione personaggi scelti dall’alto che gestiranno docilmente politiche scelte dall’alto. “Not in my name” è sia una dichiarazione di riaffermazione dei principi democratici sia una forma pratica di autodifesa dalla frode politica. Proseguendo la metafora del capestro, quando la democrazia diviene una farsa, andando alle urne il cittadino rischia di fare come quei due personaggi dell’Amleto, Rosencrantz e Guildenstern, che andarono dal re d’Inghilterra per consegnargli una lettera, non sapendo che la lettera conteneva l’istruzione di impiccarli. I due finirono sulla forca in questo modo, essendo agenti della loro fine; autori contemporanei hanno ripreso la loro storia come simbolo della condizione dell’uomo moderno. Il mondo sta divenendo un luogo sempre più duro, retto solo dalla legge del profitto, dove purtroppo la politica non ha che un ruolo accessorio: se non diamo un giro di vite, e continuiamo a legittimare uno stuolo di imboscati e i banditi che li capeggiano, potremmo amaramente pentircene. I tempi delle vacche grasse sono finiti anche in questo campo, ma rischiamo di accorgercene quando sarà troppo tardi. Avremmo bisogno di selezionare una classe dirigente di qualità, non di alimentare un ceto parassitario. Farsi sentire sul serio non e’ un’alzata di testa, ma una misura di prudenza.


D’altra parte, anche i politici ci pesano. Vedono che, in genere, ci possono intortare facilmente con quattro favolette vecchie o nuove; che sul piano politico non sappiamo curare i nostri interessi materiali, né difendere la nostra dignità, infatti continuiamo a votarli; sanno che se anche ci accorgiamo di essere stati malamente raggirati basta farci sfogare un poco, darci ragione a parole, confondere le carte, presentare qualche “faccia pulita”, farci “conquistare” un contentino, promettere che non accadrà più, spaventarci facendoci credere che se non votiamo la terra si aprirà sotto i nostri piedi, e poi continueremo timorosi a eleggerli nostri rappresentanti. Mentre ballano all’unisono la stessa musica tenendosi a braccetto come le ballerine del Can-can, accusano noi di volgare qualunquismo se non li applaudiamo. Chiamano invece serio e impegnato chi dà loro il voto che dà l’accesso a privilegi, prebende e affari. Sanno che il prendere atto, senza filtri ideologici di alcun colore, della loro posizione compradora, cioè di mediazione dello sfruttamento della nazione da parte di poteri esteri, sarebbe per noi un risveglio troppo brusco e sgradevole dalle nostre illusioni. Sanno che l’attuale popolo italiano ha diverse virtù, ma non quella del coraggio civico. Lamentarsi a parole, scendere in gruppo in piazza quando suona l’adunata, non e’ difficile: ma manca la mentalità per dire individualmente “basta” con l’unica leva politica formale a portata del cittadino.


La questione della base prova che abbiamo governanti centrali e locali che non ci rappresentano e non ci guidano in maniera fidata. Siamo colpevoli di avere permesso una tale degenerazione della qualità dei politici: abbiamo sciupato il non trascurabile potere di fare insediare i migliori votando partiti che hanno fatto del Parlamento un luogo con una concentrazione di pregiudicati, di condannati con sentenza definitiva, più alta di quella di qualunque area del Paese. Ma forse non meritiamo magistrature elettive tanto scadenti. Difendiamo in maniera semplice e risoluta i nostri interessi vitali, non come improvvisati rivoluzionari, ma nello spirito dei saggi borghesi della Repubblica Veneta. Non legittimiamo i partiti che ci vendono. Escludiamo a priori e senza eccezioni tutti i partiti, che, unanimi, hanno permesso questo sconcio; inclusi i “rami dissidenti”, i tentacoli buoni, allestiti per riacchiappare voti. Non seguiamo la corrente in scelte fintamente progressiste decise a tavolino da gruppi di potere, ma riconosciamo e recuperiamo la nostra umile individualità. Facciamo parlare i certificati elettorali con la nostra voce, invece di buttarli nella fornace dei seggi: restituendoli allo Stato – al Quirinale o alla Prefettura – e votando così No ai partiti che ritengono di potersi vendere pezzi di città. Non conferiamo autorità e autorevolezza (né grassi stipendi) a degli spocchiosi yes men professionisti. Non perdiamoci in sofisticherie. Questo e’ un caso dove e’ equilibrato applicare la rozza legge del taglione: scheda per scheda.


Vediamo se in questa grave circostanza riusciamo a ripristinare una verità elementare: noi vogliamo eleggere persone che ci rappresentino degnamente, sia pure senza specifico mandato; mentre non vogliamo eleggere rappresentanti della controparte, e neppure mediatori. Vediamo se, oltre a porre un segnale di divieto sul jet militare nel logo del “No Dal Molin”, stampiamo lo stesso segnale sui tarallucci e vino. Se non vogliamo la base, ma non abbiamo la modesta forza necessaria a rispondere per le rime ai politici che ci tradiscono in questa maniera infame; se portiamo noi stessi al seggio la scheda elettorale che ci condanna, invece di rispedirla alle istituzioni; se magari votiamo scheda bianca o nulla, nell’illusione ridicola che tale scelta verrà rispettata; se mettiamo noi la testa nel laccio il giorno delle elezioni; se legittimiamo come governanti chi ci delegittima come cittadini e come persone libere, allora meritiamo di essere venduti, e non potremo lamentarci.

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