Archivio per il 'Clero'Categoria
12 aprile 2012

“Non basta dire che, essendo il cancro maligno, occorre chiamare cancro ogni altra formazione maligna: sarebbe questo un circolo vizioso [...] Si deve determinare [...] l’istologia e la fisiologia dei tumori. […] Purtroppo tutto ciò non è facile”
R. Virchow, 1858
“Il test [del PSA per il cancro alla prostata] vale poco più che fare testa o croce”
R. J. Ablin, co-scopritore del PSA. In: The great prostate mistake. New York times, 10 mar 2010
Il cancro purtroppo esiste, e fa paura. Ma nella nostra società sulla paura del cancro si innesta indisturbato un fenomeno di sciacallaggio. Così come le famiglie dei rapiti sono esposte a richieste di riscatto da parte di falsi rapitori, che vogliono sfruttare il loro stato di debolezza, chi ha il cancro, o teme di poterlo contrarre, deve fronteggiare non uno ma due pericoli: quello della malattia biologica e quello dei suoi simili disposti a sfruttare il suo stato di paura e di ricerca di aiuto. Uno sciacallaggio che può prendere un’ampia varietà di forme, ed è istituzionalizzato, come mostra il caso delle sovradiagnosi di cancro. Ciò vale anche per altre malattie, che l’attuale medicina tende a sfruttare economicamente prima che a curare.
Questo è il primo di una serie di articoli che riportano e commentano, integrandoli con aggiunte personali, i capitoli del libro “Sovradiagnosticati. Fare ammalare le persone nel perseguire la salute” di Welch, Schwartz e Woloshin [1]. La sovradiagnosi è diagnosticare una condizione morbosa attribuendole una gravità che non ha. La condizione falsamente rappresentata come molto più grave o potenzialmente più grave di quanto non sia realmente è in genere, anche se non sempre, reale: la sovradiagnosi è un’esagerazione interpretativa truffaldina; che come si può immaginare è a scopo di lucro. Si traduce in un danno per il paziente provocando ansie e paure, perdite economiche e cure inutili e spesso dannose, fino a configurare forme di lesioni gravissime e di omicidio. Può riguardare moltissime malattie, anche conclamate, ma assume aspetti epidemici nelle diagnosi precoci su soggetti asintomatici o con sintomi lievi o vaghi, eseguite per iniziativa individuale oppure nei programmi pianificati di screening di massa, in particolare di quelli per i tumori; dove vengono diagnosticate malattie, anche molto gravi, non in seguito alla richiesta della singola persona già sofferente per una causa organica da definire, ma su soggetti sani.
Al lettore verrà alla mente il caso della casa di cura S. Rita. Ma lì le diagnosi erano falsificate grossolanamente, per una impostura personale di alcuni medici che, se non sono gli unici a praticare questo genere di medicina, non sono però rappresentativi della categoria. Il problema delle sovradiagnosi è legato al loro essere strutturali, cioè incorporate nella dottrina, e applicate legalmente e con tutti gli onori come routine nella prassi quotidiana, tramite sofisticate manipolazioni e una massiccia propaganda. L’operato di Brega Massone, Pansera Marco e gli altri sta alle sovradiagnosi di massa come un pusher che fa la cresta sulla merce tagliandola eccessivamente sta al traffico internazionale di droga [2]. Come dirò, le forze di polizia e la magistratura non combattono ma favoriscono illeciti come le sovradiagnosi strutturali, che non sono gli illeciti di balordi indisciplinati, ma espressione mainstream della medicina delle multinazionali e dei banchieri.
Il tema in Italia finora fa parte del proibito, di ciò di cui non si deve parlare al grande pubblico [3]. I programmi di screening, spesso appoggiati dallo Stato, in Italia e in altri paesi europei nascondono agli utenti quello che è il loro principale effetto avverso, la sovradiagnosi e il conseguente sovratrattamento. In USA, dove del resto il problema è ancora più grave, invece se ne parla. Su media che fanno opinione come il New York times e Newsweek sono comparsi diversi articoli “eye-opener”. Si sta considerando di avvisare anche formalmente gli utenti, introducendo quella liberatoria chiamata “consenso informato” anche per gli screening, scaricando così sull’utente la responsabilità, ma comunque inducendo almeno i più accorti a considerare di non sottoporsi ad alcuni esami. In USA il tema è stato fatto emergere per vari motivi, il principale dei quali è che in corso una manovra di frenata della spesa sanitaria. Lì, dove il sistema è disegnato per fare aumentare i costi, la spesa sanitaria sta divenendo un problema, e un po’ di marketing negativo mediante qualche spiffero di verità sulle sovradiagnosi, che sono un formidabile moltiplicatore, capace di incrementare capitoli di spesa per decine e centinaia di volte, può aiutare a rallentarne la crescita; senza certo fermare un volano che ha l’inerzia dei convincimenti di tipo religioso sulla medicina, e quella di alcuni trillions di dollari di PIL all’anno (un trillion sono mille miliardi). La spesa sanitaria USA ha raggiunto il 17.3% del PIL nel 2009 e si prevede che sarà del 19.3% nel 2019; se l’esuberanza del suo tasso di crescita, che è oggi intorno al 5% annuo, non verrà placata, la spesa secondo alcuni osservatori raggiungerebbe il 25% nel 2025.
Questo può spiegare perché il Chief medical officer dell’American cancer society, la principale fomentatrice della iatrogenesi in oncologia mediante quelle sovradiagnosi che calpestano il “primum non nocere”, abbia pubblicato un libro gesuiticamente intitolato “How we do harm” “Come nuociamo” [4]. L’autore, Brawley, che mette in epigrafe una poesia di s. Ignazio di Loyola, e nel dilungarsi sulla sua ammirazione per i gesuiti raccontata come a scuola i gesuiti gli abbiano insegnato a chiamare “shit” la shit, fa vedere un pochino dello sterco dell’oncologia, stando attento a non mostrarne troppo; e fa anche, tra tanta retorica, qualche critica tecnica di notevole peso. Appare piuttosto che i gesuiti gli abbiano insegnato a camminare sul filo, per mettersi alla testa della denuncia delle gravi colpe dello stesso sistema che lo annovera tra gli appartenenti all’alto clero. Forse le confessioni involontarie, prima di quelle dei peccati ammessi come a imitazione di sant’Agostino, sono i passi più interessanti del libro. In Italia, che è spesso indietro di 5-15 anni, il clero e i cattolici sono all’avanguardia nella produzione di quel lucroso materiale imbrattato di sangue sul quale oggi in USA si piangono lacrime di coccodrillo, pie o laiche.
Anche se forse questa, in USA ma per ora non da noi, è proprio la volontà di chi comanda, è utile diffondere il concetto di sovradiagnosi, che è tra i fattori maggiori di degenerazione della medicina. Il concetto è necessario sul piano politico: la vicinanza sul piano tecnico col modello USA di medicina, già stretta, sta aumentando, e vi è da noi chi auspica che si vada verso il modello USA di espansione della spesa sanitaria anche sul piano delle scelte politico-economiche [5]. La sovradiagnosi è uno dei modi principali di ottenere questo obiettivo. Purtroppo, anche se non dovrebbe mai, mai, essere così, perché ci si dovrebbe poter fidare della medicina, è necessario sapere del problema anche a livello personale, per meglio tutelare la salute della propria famiglia dai trabocchetti della medicina.
L’argomento oltre che vasto è intricato, derivando dalla commistione di due complessità tra loro eterogenee: la sovradiagnosi istituzionalizzata è il risultato di un impasto di alta tecnologia e pulsioni psicologhe primitive, opportunamente stimolate. Una mistura infernale di scienza sofisticata, ma distorta e manipolata in modo da combinarsi con alta affinità con un oscurantismo sostenuto dalla propaganda, che eccita gli eterni sentimenti e paure primordiali sulla salute. Il libro di Welch et al. consente un approccio relativamente semplificato al tema. L’autore principale, ricercatore al Dartmouth college, ha competenze sia cliniche che epidemiologiche, e ha fatto “a hell of a job” nel contestualizzare la sovradiagnosi nella realtà clinica e nel definirla in termini quantitativi sul piano epidemiologico. Glissa, e a volte è omissivo, sulle conseguenze iatrogene e sulla manipolazione ad hoc della dottrina fisiopatologica; pur descrivendo il movente economico, tende a scusare per quanto può le responsabilità morali dei medici, attribuendole in parte a fiducia in buona fede in ciò che prescrivono (nonostante studi abbiano mostrato che quando si indebolisce il “profit motive”, come la copertura di Medicare, calano come per incanto anche le prescrizioni inappropriate e nocive, emesse in scienza e coscienza, come quelle per il cancro alla prostata [4]). Del resto, considerate oggettivamente, le responsabilità sarebbero al livello di crimini contro l’umanità, e coinvolgerebbero una quantità di intoccabili del mondo economico e politico. Welch è comunque un autore che resta nell’ortodossia ufficiale, affiliato a un’istituzione il cui presidente di recente è stato messo a capo della Banca mondiale. Forse vuole anche evitare di essere sbranato dai colleghi, e di essere censurato dai poteri medici superiori, mostrando loro che anzi si è limitato. Ma in ogni caso il libro, che si sforza, riuscendoci, di rendere chiaro un soggetto un po’ complicato e soprattutto contrario al senso comune, ci offre la possibilità di comprendere un tema fondamentale, proibito in Italia.
Comincio dal considerare il capitolo su quello che è considerato come il caso più netto e chiaro di sovradiagnosi: lo screening per il cancro alla prostata.
La bolla del cancro della prostata
- Lo psichiatra: perché agita le braccia?
- Il paziente: per tenere lontano gli elefanti.
- Lo psichiatra: ma non ci sono elefanti qui.
- Il paziente: appunto, funziona.
Incredibilmente, in sei anni, dal 1986 al 1992, in concomitanza con l’introduzione dello screening per il cancro della prostata con il PSA, il tasso di diagnosi di cancro della prostata in USA è quasi raddoppiato. Il picco è stato preceduto da un aumento, cominciato nel 1975, legato all’esame istologico dei frammenti di prostata da resezione endouretrale per ipeplasia prostatica; ad esso è seguito un certo calo, ma con un tasso sempre superiore del 50% a quello pre-1975.
Il problema del presagire un male futuro per poi affermare di averlo evitato con un proprio intervento, dalle misure contro gli elefanti del paziente della barzelletta alle predizioni di cancro e relative cure alle predizioni e i relativi sortilegi delle fattucchiere, è che genera controfattuali: se non avviene niente l’oncologo o la maga possono dire che la loro azione ha salvato il cliente. Questo sul piano individuale; la singola persona diagnosticata come affetta da tumore difficilmente metterà in dubbio una simile diagnosi; e se anche lo facesse non saprà riconoscere, se non dispone di competenze specialistiche – che in alcuni casi non sono comunque sufficienti a dare una risposta certa – se aveva davvero un cancro. La sovradiagnosi si rivela sul piano epidemiologico, dove, scrive Welch, se il tasso di diagnosi positive per un tipo di cancro nella popolazione aumenta, e se si tratta davvero di cancro, aumenterà con una buona correlazione anche il tasso di mortalità per quel cancro (fig. 1). Invece la mortalità per il cancro alla prostata è rimasta sostanzialmente stabile, con qualche riduzione attribuibile al miglioramento delle terapie; o anche, paradossalmente, agli effetti iatrogeni delle terapie, che fanno morire il paziente per altre cause, cardiovascolari, prima di quando il cancro della prostata, ammesso che ci fosse, lo avrebbe ucciso [4]; mentre l’incidenza di diagnosi è passata da meno di 100 per centomila nel 1975 a circa 150 per centomila nel 2005, con un picco di oltre 225 per centomila nei primi anni Novanta (fig. 2).

Fig. 1 Evidenza epidemiologica di sovradiagnosi secondo Welch.

Fig. 2. USA 1975-2005. L’area scura è data dai cancri della prostata sovradiagnosticati. Welch, cit.
Un fautore dello screening, o anche per il suo campo Wanna Marchi, potrebbero rispondere che se non si vede nulla è perché il danno sarebbe stato maggiore, se non fosse stato sventato appena in tempo, proprio grazie al loro intervento. Ma questa spiegazione “forza la credibilità” commenta Welch. Invece che un fattore – la sovradiagnosi – ne richiede due: autentico incremento nel cancro e miglioramento nelle cure. Inoltre richiede un’ipotesi “eroica”: che l’autentico aumento del carico di cancro, l’introduzione dello screening e il miglioramento delle cure siano avvenuti tutti e tre in perfetta sincronicità. Questa ipotesi tripla è altamente implausibile, mentre come dirò ci sono altri elementi che non lasciano dubbi che si sia trattato di sovradiagnosi.
Se lo screening fosse solo una diagnosi precoce di cancro autentico, il numero totale di individui diagnosticati sarebbe costante, limitandosi ad accumularsi nei primi anni dell’introduzione dello screening. Con lo screening c’è stato invece un incremento nel numero totale dei cancri della prostata, o meglio delle etichette con questa diagnosi, che Welch stima in un extra di due milioni di persone in USA tra il 1975 e il 2005. I tassi di incidenza sono rimasti elevati. Hanno ammesso che vi è stato un enorme problema di sovradiagnosi le stesse istituzioni Usa preposte. Nel 2008, sulla base di studi clinici, la US Preventive Services Task Force ha raccomandato contro lo screening sui sani per il cancro della prostata, ammettendo che il test sul quale si basa, il dosaggio del PSA, risulta in una riduzione della mortalità piccola o nulla ed è associato a danni; l’American cancer society ha ammesso a posteriori che “la ricerca non ha ancora provato che i potenziali benefici dello screening superano i danni del test e del trattamento” invitando a limitare lo screening ai soli pazienti sintomatici e con più di 10 anni di aspettativa di vita.
In Italia, già nel 1996 un documento di consenso sugli screening del CNR e della AIRC affermava che allo stato non era “lecito né etico realizzare lo screening” per il cancro della prostata. Ma al 2011, quando la non eticità e la non liceità sono risultate ancora più chiare, il nostro ministero della salute propone un test annuale del PSA dopo i 50 anni. Da noi il test ematico di screening a volte viene inserito di routine nei comuni esami del sangue, senza chiedere il consenso del paziente, e non informandolo preventivamente dei pesanti rischi del test. Sulle “problematiche” etiche, deontologiche, giuridiche e politiche di queste politiche e prassi, i nostri tanti bioeticisti, così facondi sui media, muti come pesci sono. I dati ISTAT riportano un quasi raddoppio dell’incidenza delle diagnosi di cancro della prostata tra il 1998 e il 2002. La situazione italiana [6] è un’importazione di quella USA. Ma noi non ce ne preoccupiamo, concentrati a osservare e commentare le vicissitudini mondane delle ghiandole sessuali di Berlusconi anziché pensare a salvare le nostre [7].
Una diagnosi di cancro su una persona sana non è uno scherzo. Provoca danni gravi, e lesioni che possono arrivare a essere mortali. L’efficacia delle terapie precoci, che viene data per scontata nella mistica degli screening, dovrebbe invece essere la prima questione scientifica da accertare in questo campo, nota Brawley. Welch concede che alcuni tra i pazienti possano avere beneficiato dello screening per il cancro della prostata, anche se su questo non ci sono dati certi, e le istituzioni accreditate ammettono che i benefici potrebbero essere nulli anche per una fortunata minoranza di pazienti; ma calcola che per ogni paziente che ne ha beneficiato, non si sa in che misura, da trenta a cento sicuramente hanno sofferto le conseguenze di una falsa diagnosi di cancro della prostata: le conseguenze psicologiche e sociali della diagnosi, e le pesanti conseguenze fisiche delle cure. Uno studio di coorte ha mostrato che dopo una diagnosi di cancro della prostata i rischi relativi di suicidio e di attacco cardiaco mortale nel primo anno dopo la diagnosi raddoppiano, con un picco di rispettivamente 8 e 11 volte nella prima settimana dopo la diagnosi. Un giornalista del New York times, scrivendo della sua esperienza personale, ha commentato “ è più difficile scrivere del peso della depressione che del cancro della prostata in sé e delle indegnità fisiche che ne conseguono”.
La biopsia prostatica è dolorosa e comporta un certo rischio di sanguinamento e infezioni gravi. Le terapie in Italia tendono ad essere meno “aggressive” che in USA, ma non troppo. La sovradiagnosi ha portato nella maggior parte dei casi all’asportazione chirurgica della prostata e alla radioterapia. Dalla terapia derivano molto spesso impotenza, incontinenza urinaria, altri penosi disturbi alla defecazione. Se le cose si mettono male, la terapia può causare ulteriori complicanze, come la creazione di fistole tra il retto e la vescica, che porteranno a una colostomia e a una ureterostomia, così che le feci e le urine verranno emesse in sacche mediante tragitti che passano la parete addominale. A ciò si può aggiungere il sovratrattamento: venire curati con terapie più pesanti, pensate per il cancro avanzato [4]; blocco della produzione di ormoni maschili mediante farmaci, se non mediante asportazione chirurgica dei testicoli, con complicanze come fratture ossee, attacchi cardiaci, ictus. I milioni di false diagnosi, in USA e negli altri paesi occidentali, inclusa l’Italia, hanno avuto conseguenze inimmaginabili.
Le sovradiagnosi generano un forte spreco di risorse che poi mancano per interventi più utili ai malati. Distorcono la pratica medica e il mercato; in USA gli screening per il cancro della prostata vengono utilizzati per attrarre pazienti per ammortizzare il costo della chirurgia robotica per il cancro della prostata, che ha macchinari – chiamati “da Vinci” – e spese dell’ordine dei milioni di dollari per singolo centro con vantaggi non più che modesti rispetto alla chirurgia tradizionale. Una conseguenza avversa di questi screening, che viene trascurata, è il loro tendere a soffocare la ricerca di cure migliori. Se il cancro diviene un gigantesco affare diagnosticandolo falsamente con indagini di massa, riuscire a controllarlo nelle sue forme autentiche, che riguardano popolazioni molto più piccole, ridurrebbe i profitti rendendo obsoleti gli screening. Il saggio aforisma “meglio un’oncia di prevenzione che una libbra di cure” è stato stravolto nella fraudocrazia nella quale viviamo; si è visto che non ottenendo una buona oncia di cure si può guadagnare su diverse libbre di falsa prevenzione.
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La prostata è una ghiandola normalmente delle dimensioni di una testa d’aglio, posta alla base della vescica, dove circonda il primo tratto dell’uretra. Contribuisce alla produzione dello sperma. Non è indispensabile alla sopravvivenza. Il cancro della prostata è la seconda causa di morte per cancro tra i maschi in USA, e la terza in Italia. E’ divenuto la neoplasia più frequentemente diagnosticata negli uomini. Il tasso di frequenza è basso fino all’età di 50 anni, per poi crescere fino a raggiungere livelli molto elevati sopra i 75 anni. Metà delle morti avvengono a un’età superiore agli ottanta anni; l’età mediana di morte per questo cancro è attualmente superire all’aspettativa di vita alla nascita. Quindi, il cancro della prostata è annoverato tra i quattro cancri “big killer”, ma causa la morte principalmente in soggetti con bassa aspettativa di vita. La sottopopolazione più esposta alla malattia, quella degli anziani, è anche quella nella quale misure preventive di massa anche se efficaci porterebbero ai minori vantaggi in termini di aspettativa di vita.
Il cancro autentico della prostata si sviluppa più spesso dalle cellule epiteliali dell’organo. Nelle forme aggressive può infiltrare gli organi vicini, la vescica e il retto, e dare metastasi, anche metastasi localizzate alle ossa, particolarmente dolorose. Si considera in genere, come fa anche Welch, che vi siano forme neoplastiche poco aggressive, molto più frequenti, che crescono così lentamente che restano asintomatiche e la persona muore per altre cause. Le sovradiagnosi deriverebbero dal reperire e trattare questi cancri a bassa aggressività. Questa rappresentazione può essere in parte vera, ma è incompleta e fuorviante.
L’assist e il bomber. O l’ubriaco e il paranoico
Vediamo ora i meccanismi che hanno permesso le sovradiagnosi di cancro della prostata; sono molto diversi dalle rozze invenzioni dei chirurghi della S. Rita. Le sovradiagnosi istituzionalizzate di cancro della prostata si basano su un meccanismo a due stadi: c’è un assist, il test del PSA, che passa la palla al bomber, la diagnosi bioptica, che va a segnare. Cominciamo dal bomber. Le sovradiagnosi predittive puntano a fare numero: a diagnosticare come malati il maggior numero possibile di soggetti. Lo fanno, per gli screening oncologici, sfruttando alcune variazioni biologiche comuni, molto più comuni del cancro autentico, che si sviluppano con frequenza elevata in alcuni organi e possono essere fatte passare per cancro. La prostata è tra gli organi che offrono questa opportunità commerciale. Con l’età tende a ingrossarsi, dando luogo a ostruzioni dell’uretra e quindi a difficoltà della minzione. Si tratta dell’iperplasia prosaica benigna, una condizione così comune che c’è chi, a ragione, sostiene che vada considerata come una manifestazione normale, anche se indesiderabile, dell’invecchiamento piuttosto che come una malattia. Oltre, e spesso insieme, a questa iperplasia, si verificano con l’età nell’organo una varietà di modificazioni microscopiche, che al microscopio assomigliano a quelle del cancro conclamato; e pertanto, seguendo e portando al parossismo un antico e anacronistico accademismo, che è una forma della comune fallacia dell’affermazione del conseguente, le si chiama cancro; essenzialmente sulla base del loro aspetto.
Da “se A (cancro autentico) allora B (quadro istologico x)”, si inferisce erroneamente “Se B allora A”, che può essere vero ma non è necessariamente vero. Inferire A da B è possibile, soprattutto su lesioni che hanno dato manifestazioni macroscopiche di sé, ed è estremamente utile quando ciò è possibile; ma non sempre ciò è possibile, soprattutto quando si cerca di farlo su modificazioni minime, precocissime e silenti. In soggetti con cancro conclamato della prostata il tessuto neoplastico avrà al microscopio una certa apparenza x; se ne deduce abusivamente, o sulla base di studi di validazione insufficienti, quando non compiacenti, che se si trovano focolai microscopici di aspetto x, o anche solo riconducibile a x, allora il paziente ha il cancro.
Non era questo che voleva fare Virchow, uno dei fondatori della moderna diagnostica istologica dei tumori, che studiava l’anatomia microscopica dei tumori nelle autopsie di pazienti morti per cancro. Virchow, grande scienziato, e politico progressista che diede un notevole impulso alla difesa della salute pubblica, a quanto scrive (v. epigrafe) sembra avesse intuito il pericolo insito nel nuovo paradigma che andava creando. Sembrerebbe che riguardo a questo concetto preliminare forse aveva maggiore sensibilità lui, che esplorava coi mezzi di allora territori ancora vergini, che i suoi successori di 150 anni dopo, che con tutte le conoscenze accumulate e la tecnologia avanzata, e i danni ai pazienti che sono derivati su larga scala dalla fallacia, non mostrano questa consapevolezza; se non in negativo, per impedire che questo nodo, alla base della loro professione, venga esplicitamente affrontato e risolto. Virchow non poteva immaginare che il paralogismo avrebbe attecchito e si sarebbe ingigantito fino a divenire parte dell’ossatura economica del mondo civile.
Queste modificazioni che sembrano cancro non si comportano come cancro, e nella stragrande maggioranza dei soggetti sono irrilevanti, venendo portate fino alla morte, come una tra la moltitudine di parti che compongono il nostro corpo e delle quali non sappiamo l’esistenza. A meno che non le si vada a cercare e le si proclami “cancro”. La loro frequenza è comparabile a quella della iperplasia prostatica; anzi appare essere anche maggiore di quella dell’iperplasia prostatica nelle classi più giovani: studi su autopsie di soggetti morti per altre cause hanno mostrato che la frequenza cresce con l’età, passando da un 30% tra i 30 e 40 anni fino a superare l’80% tra i 70 e i 79 anni, il gruppo nel quale è relativamente elevata anche l’incidenza di cancro autentico. Il trucco sta nel chiamare cancro e trattare come tali queste modificazioni.
Volendo, in questo modo si potrebbe ottenere un’epidemia di cancro, falsa, tra i ventenni, tra i quali modificazioni che vengono definite come forme neoplastiche iniziali sono state trovate in uno studio nell’8% delle prostate di soggetti morti per incidente. In uno suo studio, Welch ha mostrato che con l’introduzione dello screening col PSA ha moltiplicato per 7 il numero di diagnosi di cancro della prostata nei soggetti sotto 50 anni; il cancro della prostata in questa classe d’età secondo le statistiche è aumentato di sette volte. Dalla dottrina ufficiale e da ciò che viene raccontato al pubblico consegue l’assurdità che esisterebbe una classe di tumori che da un lato insorgono con elevatissima frequenza e per di più in soggetti giovani, ma che dall’altro lato non danno mai segno di sé, fino a che i soggetti non muoiono per altre cause, spesso di vecchiaia. La rappresentazione più semplice e razionale di un tale fenomeno è che questo sottotipo di cancro della prostata non è cancro, per lo meno ai fini pratici, e pertanto non andrebbe chiamato cancro nella clinica.
Queste modificazioni microscopiche e asintomatiche sono multicentriche, cioè si sviluppano contemporaneamente in più zone della ghiandola, come è tipico delle varianti parafisiologiche e delle forme degenerative; il cancro autentico invece, che ha origine monoclonale, derivando da una singola cellula, si sviluppa in un unico nodulo, che solo in un secondo tempo replica sé stesso, quando dà metastasi. La multicentricità, invece di costituire un’ulteriore ragione per rivedere la denominazione e classificazione di questi reperti, è stata sfruttata per la sovradiagnosi. Mentre per gli altri tumori si fa la biopsia mirata ad un nodulo o una massa per verificare al microscopio la sua natura, per il carcinoma occulto della prostata, non essendoci un nodulo sospetto (in un organo che spesso è già bozzoluto per l’iperplasia benigna) si eseguono biopsie multiple campionando l’organo; riuscendo così a pescare una di quelle aree che si prestano a venire etichettate come cancro. Studi hanno mostrato che più biopsie per paziente si prendono, più diagnosi di cancro si fanno. Portando il numero delle biopsie a 32-38 per paziente si è arrivati a ottenere una diagnosi di cancro ogni sette soggetti.
L’assist è dato dal test per il PSA. Nello screening le biopsie sono prescritte sulla base di una positività al test per il PSA, prostate specific antigen. Il PSA è un enzima che liquefà lo sperma dopo l’eiaculazione, per facilitare la motilità degli spermatozoi. Aumenta nel sangue in presenza di cancro autentico della prostata, e quindi si è pensato, anche qui con una classica fallacia dell’affermazione del conseguente, di dosarlo nel sangue considerandolo come un indicatore di possibile presenza di cancro iniziale della prostata. Come indicatore a questo scopo è pessimo: il suo livello ematico può aumentare per patologie non neoplastiche, inclusa la comune iperplasia benigna, e invece rimanere basso in presenza di cancro della prostata. Non è specifico non solo per il cancro, ma neppure per la prostata. E’ ciò che serviva per convogliare verso la biopsia non mirata, della cui affidabilità si è già detto. Così si è deciso, arbitrariamente, che livelli ematici superiori a 4 miliardesimi di grammo per millilitro sono un campanello di allarme (soglia che a volte viene ulteriormente abbassata); tali livelli sono presenti nel 5% della popolazione sopra i 65 anni: il test crea un vastissimo portafoglio clienti. Ci sono imprese commerciali che vantano il PSA come un test col 70% di falsi positivi, ed eseguito 45 milioni di volte all’anno nel mondo. Usare su milioni di persone un test sofisticato ma ubriaco, che è costante nel prendere fischi per fiaschi, per convogliare verso un esame di diagnosi istologica che ha tassi paranoici di positività per cancro, segue evidentemente una logica che non è quella della buona qualità delle cure, per non parlare della logica della scienza o di quella dell’etica.
Così come uno degli scopritori del PSA ha preso le distanze dal suo uso (v. epigrafe), anche Gleason, il patologo che negli anni Sessanta formulò con uno studio di correlazione anatomo-clinica il più usato sistema di gradazione istologica del carcinoma della prostata, in seguito rimaneggiato, propose poi, dopo il silenzioso disastro delle sovradiagnosi, di rinominare “adenosi”, termine che evita connotazioni allarmanti, le forme da lui precedentemente classificate come cancro a bassa e media aggressività. Ma non fu ascoltato; la parola fatidica, quella che in USA chiamano “the C word”, “cancro”, oppure “neoplasia” o almeno “atipico” magari con qualificazioni che permettono di usarle ambiguamente, inoculando la paura del cancro ma potendo negare di averlo fatto, “in situ”, “intraepiteliale”, deve essere presente per fare girare la macchina. E si vuole e si ottiene che venga usata sempre di più, mai di meno. La nosografia e la sua nomenclatura “scientifiche” obbediscono a esigenze di marketing, anche quanto sono opposte agli interessi e diritti dei cittadini su un bene come la salute.
Questa è una ricostruzione ridotta e semplificata della frode. Ci sarebbe molto altro da dire su argomenti come le manipolazioni dottrinali della diagnosi istologica del cancro, i possibili effetti causali di sostanze con azione ormonale, la propaganda mediatica, il ruolo attivo dei truffati nella truffa [8], le complicità istituzionali, la censura e la disinformazione gestite da forze di polizia e magistratura in obbedienza a poteri forti internazionali [9] per favorire l’introduzione e il mantenimento nella colonia italica di queste frodi mediche sanguinarie, che sono allo stesso tempo settori industriali, economici e finanziari strategici [10]. Ma quanto esposto può bastare per farsi un’idea di come, quanto facilmente, e quanto spesso, avviene che con la sovradiagnosi una persona in buona salute venga ridotta a un impotente col pannolone e con sulla testa la spada di Damocle della ricorrenza di un cancro, in realtà fantomatico. E può portare a interrogarsi, al di là del caso del cancro, sul peso dello sciacallaggio nel sistema socioeconomico in cui viviamo; e a chiedersi se tale costume sia maggiormente tipico del volgo, dell’inclita, o se non sia piuttosto un tratto trasversale, che sotto sembianze diverse accomuna tanti, dai medici che praticano questa medicina e i loro complici di altre corporazioni agli strati moralmente infimi della società; da coloro che godono della nomea di benefattori dell’umanità e di paladini della giustizia, a quelli che sono riconosciuti come brutta gente.
http://menici60d15.wordpress.com/
Note
- Welch H G, Schwartz L M, Woloshin S. Overdiagnosis. Making people sick in the pursuit of health. Beacon press, 2011.
- Voler guarire senza essere malati. http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/30/voler-guarire-senza-essere-malati/
- Giancarlo Caselli i NOTAV: il Negativo e il Proibito. http://menici60d15.wordpress.com/2012/02/23/giancarlo-caselli-e-i-no-tav-il-negativo-e-il-proibito/. L’articolo considera tra l’altro l’affermazione di G. Caselli che la magistratura sarebbe intervenuta chirurgicamente su una sanità sana in un caso di tangenti sui pannoloni. Questo è tipico della nostra magistratura, che attacca quelle che ho chiamato frodi di secondo grado, ma rispetta – e protegge – le frodi strutturali di primo grado sulle quali quelle di secondo grado si basano, chiamando “sano” ciò che è marcio; le frodi che hanno portato Brawley [4] a scrivere che “lo screening del cancro della prostata e il trattamento aggressivo forse salvano vite, ma di sicuro fanno vendere [legalmente] pannoloni” commentando la partecipazione di un’industria di pannoloni al finanziamento di un’associazione che propaganda lo screening con pratiche scorrette e disinformative.
- Brawley O W. How we do harm. A doctor breaks ranks about being sick in America. St. Martin’s Press 2011. (L’immagine del caduceo che proietta l’ombra del dollaro è presa dalla copertina).
- La medicina come rimedio ai limiti della crescita economica. http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/15/la-medicina-come-rimedio-ai-limiti-della-crescita-economica/
- Tombesi M. Il PSA avanza, ma il tumore non recede. Occhio clinico, apr 2007.
- Il mediatico e l’extramediatico. Il caso delle ghiandole sessuali maschili. http://menici60d15.wordpress.com/2009/05/13/il-mediatico-e-lextramediatico-il-caso-delle-ghiandole-sessuali-maschili/
- Dittatura a stampo e medicina. http://menici60d15.wordpress.com/2012/01/23/dittatura-a-stampo-e-medicina/
- La corruzione ghibellina di polizia e magistratura. http://menici60d15.wordpress.com/2012/03/24/la-corruzione-ghibellina-di-magistratura-e-polizia/
- D’Andrea S. I settori industriali strategici. Appello al popolo 31 mar 2012.
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8 aprile 2012
I violenti, gli ipocriti, gli sciacalli spesso invocano o augurano la pace. “Solitudinem fecerunt, pacem appelunt”. Altro è la pace, altro è starsene in pace a spese degli innocenti ai quali si è mosso guerra.
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15 marzo 2012
Blog Appello al popolo
15 mar 2012

Due mesi fa, su una rivista della Società europea di biologia molecolare due ricercatori, la norvegese Wickson e l’inglese Wynne, hanno paragonato la natura di una proposta legislativa della Commissione europea (CE) alla rana pescatrice abissale [1]; è quel pesciaccio, che vive negli strati marini profondi, dove la luce solare non arriva, che pare disegnato da un caricaturista per quanto è brutto e per come rappresenta il predatore astuto (e anche la dabbenaggine delle sue vittime). Ha una enorme bocca, sproporzionatamente grande rispetto al corpo in alcune specie, orlata di lunghi denti aghiformi. Dalla testa gli protrude un filamento che porta un’esca luminescente. In quei neri abissi, nella zona “abissopelagica”, gli organismi ci vedono poco, quando non sono del tutto ciechi. Quelli che percepiscono la luce dell’esca ballonzolante le si avvicinano, senza vedere a cosa è attaccata, e finiscono inghiottiti nella bocca spalancata del predatore.
Il lysenkismo della CE
Ho apprezzato la metafora del mostro che è inguardabile e che però riesce ad attrarre le sue prede, conoscendo la propensione del pubblico a prestare consenso alle frodi che provengono dalle oscure profondità del big business sopranazionale, riguardanti la cura delle malattie [2]. I due ricercatori sono ricorsi all’immagine della rana pescatrice per mostrare come una riforma UE in discussione, a prima vista attraente, sia realtà una trappola e una mostruosità: la recente proposta della CE di non consentire agli Stati nazionali di avanzare obiezioni di carattere scientifico sulle importazioni di cibo geneticamente modificato, né sugli organismi e le coltivazioni geneticamente modificate; in particolare, sulla loro sicurezza e sui danni che possono provocare alla salute e all’ambiente.
Questi argomenti scientifici verrebbero riservati alla preposta agenzia UE, che diviene quindi l’unica fonte qualificata a esprimere pareri scientifici recepibili sede legislativa UE; gli Stati potrebbero avanzare sugli OGM solo obiezioni di altro genere: sociali, economiche, di politica interna, etc. (v. l’articolo [1], reperibile su internet, per i dettagli e un’analisi critica). Il perseguimento della centralizzazione in sede comunitaria dell’analisi scientifica dei rischi degli OGM si basa su presupposti confusi, falsi e contradditori, affermano giustamente i due ricercatori.
Il Parlamento europeo ha proposto emendamenti che eliminano questo diktat; non conosco l’evoluzione più recente dell’iter legislativo, se e quanto questa misura draconiana verrà bocciata o addolcita; i media, anche quelli “progressisti”, e forse quelli “progressisti” ancor più degli altri, stanno attenti a non farci sapere nulla di queste cose, mentre ci martellano e ci distraggono con le solite questioni di cortile, le solite miserie nostrane, o sempre nuove scempiaggini: argomenti come la denuncia di questa singolare limitazione agli Stati fanno parte del Proibito [3]. In ogni caso, resta il fatto che la CE vorrebbe fare un solo boccone di una serie di capisaldi di civiltà, giustizia e razionalità, che riguardano la salute delle persone e la tutela dell’ambiente oltre che gli interessi economici degli Stati nazionali; con un notevole danno per le popolazioni. Mediante una misura che è rivelatrice dei reali princìpi ispiratori della politica comunitaria.
Sul versante scientifico, la restrizione della CE non rispetta le norme di comunitarismo e universalismo dell’etica della ricerca. Questa reductio ad unum della consulenza scientifica, ottenuta lasciando parlare solo gli scienziati di corte, per ora sugli OGM, e, una volta fatto passare il principio, magari anche su altri campi, come le cure mediche o le grandi opere, non rispetta il metodo scientifico, che è basato sul confronto tra ricercatori diversi. E in un campo, quello dell’analisi scientifica del rischio, che è tra i più incerti, indeterminati e controversi; e tra i più esposti a influenze politiche ed economiche e conseguentemente ad analisi e interpretazioni di parte. Un settore che spesso dà luogo a diatribe che si trascinano per molti anni, dove in effetti si spererebbe che la scienza desse risposte univoche; che è cosa molto diversa da una scienza che parla con una voce sola, la voce del padrone.
Sul versante politico, la pretesa della CE non rispetta la più elementare decenza. Secondo la CE ora i popoli non dovrebbero essere liberi neppure più di proteggersi dai rischi alla salute e all’ambiente, ma dovrebbero accettare prodotti sapendo che sono nocivi. La CE non rispetta la libertà politica, impedendo a un’entità politica – a Stati nazionali, non alla giunta di Roccacannuccia – di scegliere, tra quelli legittimi, gli argomenti che giudica appropriati. Non rispetta il corretto rapporto tra scienza e politica, dove non può essere “accountable” una scienza volta alla “non accountability” politica; e non lo rispetta fingendo di ignorare come gli argomenti etici, e anche quelli sociali o politici, sono, nell’analisi del rischio, inestricabilmente intrecciati a quelli scientifici.
L’Olimpo dal quale dovrebbero discendere sugli abitanti di Europa le pure e imparziali verità scientifiche non è altro che l’EFSA, che ha sede a Parma. Un ente tutt’altro che indipendente, da sempre fortemente favorevole al cibo e alle coltivazioni OGM, e da anni per questo criticato da associazioni watchdog [4-6]; con un curriculum, che si sta aggiornando in queste settimane, di denunce e reprimende che lo vedono con le mani nella marmellata: esperti che dirigono potenti associazioni di categoria dell’industria alimentare, o che lavorano per le industrie che dovrebbero controllare; adozione degli stessi criteri di valutazione tossicologica scelti per convenienza dall’industria; decisioni su prodotti sui quali, più ancora che gli OGM, non si dovrebbe scherzare, come i pesticidi, prese sulla base di studi sponsorizzati dall’industria, mentre, antiscientificamente, studi indipendenti vengono ignorati; norme di abbattimento dei controlli, scappatoie, e innalzamento delle concentrazioni di sicurezza a favore dell’industria. Si parla di una sua riforma …
L’EFSA è così responsabile e rigorosa che ha anche appoggiato con affermazioni false che ha poi dovuto ritirare l’introduzione in commercio di prodotti OGM contenti geni che conferiscono resistenza a antibiotici di primaria importanza per l’uso medico, esponendo così le popolazioni a un rischio di diffusione della resistenza a tali antibiotici (la patata Amflora per la produzione industriale di amido e, con gli scarti di questa produzione, come mangime per animali). L’EFSA appare come un modello di cattiva scienza, al servizio di interessi parte. Secondo la CE l’oste, oltre ad avere l’esclusiva sui controlli antisofisticazioni di legge sul suo vino, non potrebbe neppure venire contestato, essendo stabilito che il suo Verbo è assoluto.
I soloni della CE mostrano una superbia e un’esaltazione che raggiunge il ridicolo. Allestiscono una scenetta dove la UE è rappresentata da un austero scienziato che ascolta, paziente, ma fermo, gli Stati nazionali che si presentano coi farfugliamenti di fricchettoni alla Verdone di “Un sacco bello” sull’amore per la natura, o le recriminazioni interessate e miopi di villici gretti e ignoranti nemici del progresso, o le superstizioni di donnicciole spaventate da dicerie metropolitane sui rischi del cibo industriale.
La proibizione ha anche un valore simbolico, che è umiliante per gli Stati. La notizia è un dato a favore di quanto dice Ida Magli, che parla di dittatura europea, di mostruosità del progetto UE, e sostiene che la sua unica finalità è l’eliminazione degli Stati nazionali. Questi fondamentalisti dei cavoli loro vogliono addirittura sancire l’inferiorità intellettuale rispetto all’Impero [7] di intere nazioni, le stesse che con tutte le loro colpe hanno fatto la Civiltà occidentale. Nazioni che hanno fatto anche la storia della scienza, che un tempo dicevano sciovinisticamente cose come “la chimica è una scienza francese”, adesso dovrebbero stare zitte e col cappello in mano mentre le buone forchette di Parma (l’EFSA) gli fanno la lezione.
E se non rispettano intere comunità nazionali, possiamo farci il conto di quanto importi dei singoli individui a questi emissari dei grandi poteri economici e finanziari. E’ una conferma che alla CE non sono interessati alla salute, al benessere e alla prosperità delle popolazioni, quanto agli interessi di chi trae profitto da quelle popolazioni.
Questa trovata ricorda il caso Lysenko (che pure riguardava l’agronomia) in URSS sotto Stalin: la manipolazione della scienza, e l’imposizione di tale scienza manipolata da parte dello Stato. Ora si vuole qualcosa di simile in Occidente, e a livello sovranazionale, contro gli Stati. L’impossessarsi della scienza per farne un instrumentum regni è in tempi moderni tentazione di tutti i poteri forti. Il caso mostra l’imperversare dello scientismo, che nel sistema neoliberista degenera nell’opposto della scienza autentica: una forma di Sacro sul quale fondare il potere tecnocratico. Uno stravolgimento e una corruzione della scienza che guasta e discredita questa preziosa risorsa intellettuale dell’umanità.
L’Impero e i Baroni
L’uso strumentale di argomenti scientifici in politica economica internazionale non è una novità, ma finora ha interessato la competizione tra attori economici e quindi quella tra Stati. Lorenzo Tomatis ha scritto di come in materia di regolamenti internazionali sui cancerogeni per un certo periodo le industrie più forti volevano che fossero privilegiati i dati sperimentali rispetto a quelli epidemiologici: i dati sperimentali portavano più di quelli epidemiologici all’eliminazione di sostanze in uso nell’industria, imponendo quindi una riconversione che solo le industrie forti potevano sostenere, e che aveva quindi come conseguenza la sparizione o l’asservimento delle industrie piccole e medie. (Oggi i poteri forti fanno largo uso dei “dati” epidemiologici, più facilmente manipolabili e, date le difficoltà pratiche, meno facilmente replicabili e quindi meno facilmente smentibili; così che accade che un cattedratico di biochimica citi come risolutivi a favore del dogma HIV-AIDS dati epidemiologici anziché sperimentali [8]). La novità è che ora la scienza, o meglio la retorica pseudoscientifica, è messa al servizio della centralizzazione dell’economia, e anche al servizio della centralizzazione delle frodi a fini di profitto.
Oltre che come volto a soggiogare e svilire gli Stati, a impedirgli di difendere i loro legittimi interessi, l’intendimento della CE va visto nell’ambito della guerra dell’Impero ai Baroni. Il contrasto sotto gli occhi di tutti, ma tabù, tra da un lato l’Impero, che ha la sua testa, o la principale tra le sue teste, in USA (e questo caso lo conferma [9]); cioè i poteri forti della globalizzazione che si stanno impossessando dell’Europa; come le grandi banche, le multinazionali, i poteri finanziari, i poteri militari. Impero del quale la CE non è che uno dei tentacoli politici, per quanto importante. E dall’altro lato i Baroni, i tanti piccoli e medi potentati locali che un tempo, tramite il potere degli Stati nazionali, regnavano non formalmente ma di fatto sui rispettivi feudi, nell’ambito di un complesso gioco di alleanze ed equilibri tra di loro; come i partiti, i gruppi di interesse, le caste; il clero, un principato tra i più potenti. Soprattutto nel caso dell’Italia, con la secolare attitudine dei suoi abitanti a stare sotto qualche potentato grande o piccolo, la guerra riguarda i diritti di sfruttamento sui sudditi, che l’impero vuole per sé, riducendo, se non abolendo, il potere dei baroni.
Ad esempio, prima gli agricoltori o i proprietari dell’industria alimentare locali potevano rivolgersi, per la tutela dei loro interessi, non sempre coincidenti con gli interessi del popolo, al politico del partito giusto, previo pagamento di una quota al partito, agli amici e perché no anche al politico stesso, che avrebbe difeso e promosso i loro interessi in sede legislativa nazionale, e anche internazionale; magari appoggiandosi secondo convenienza ad argomenti “scientifici”. Non va dimenticato che anche le politiche statali nazionali possono essere corrotte; per non parlare della ricerca scientifica che, indipendentemente dalla UE, riguardi temi rilevanti per grandi interessi economici. I baroni contano ancora qualcosa; il peso degli interessi locali dell’agricoltura e dell’industria alimentare non è stato ancora del tutto cancellato. Misure come questa tolgono potere ai baroni per darlo agli “imperiali” come le multinazionali.
Una lotta che vede un’inclinazione ghibellina della nostra magistratura [3,10,11], che identifica la corruzione con l’endemica corruzione esercitata dai baroni, seguendo i dettami di “Transparency international”, e la combatte; meritoriamente; ma che davanti a forme superiori di corruzione e malaffare, quelle relative all’impero, è, almeno in campo biomedico, muta come una trota e cieca come un pesce abissopelagico; quando non le aiuta attivamente.
Mussolini, che in precedenza aveva detto “il razzismo è roba da biondi”, poi su pressione di Hitler impose le infami leggi razziali, con relative teorie d’appoggio sulle razze biologiche umane. Bottai, considerato tra i gerarchi più colti e intelligenti, commentò “perché sparare con un cannone per uccidere un uccellino?”, “il problema degli ebrei esiste ” ma “si poteva risolverlo con piccoli atti amministrativi”. Anche la proposta della CE di impedire per legge agli Stati nazionali obiezioni scientifiche sugli OGM è roba da biondi, da anglosassoni (o anche da germanici), che hanno questa tendenza a formalizzare il sopruso e l’imbroglio, a renderli direttamente legge scritta; es. con la legalizzazione delle lobbies (la cui introduzione in Italia è auspicata da illuminati magistrati nostrani, allo stesso tempo cantori di “Mani pulite” [10]; l’EFSA è stata anche accusata di essere un trampolino per il lobbying, dati i passaggi, tipici del lobbismo, di suoi controllori alle dipendenze dei controllati come lobbisti UE [4]). Invece in un paese cattolico e con una tradizione giuridica come il nostro si preferisce il sistema alla Bottai, quello di non mettere direttamente nero su bianco, inequivocabili, l’infamia o l’inganno troppo grossi, ma di fare la legge prima facie presentabile, ma predisposta all’infamia e alla strumentalizzazione, e poi escogitare caso per caso come aggirarla o sfruttarla con piccole mosse, salvando le apparenze e facilitando la corruzione baronale.
Del resto i due poteri in parte si contrastano, ma in parte si sostengono e cooperano, trovando accordi spartitori. All’Impero un po’ di corruzione locale, ridimensionata e rispettosa dei suoi interessi, serve comunque per scopi amministrativi e come lubrificante per la sua macchina; né i baroni possono minimamente sognare attualmente di potersi liberare dell’Impero. La cooperazione ha ragione d’essere soprattutto in Italia, dove la classe “dominante”, o subdominante – a cominciare dal clero - ha una storica tradizione compradora, cioè di mediatrice di forme di sfruttamento del Paese da parte di poteri esteri; badando ai suoi interessi, conformandosi al periodo storico, cercando di trovare accordi con gli invasori di turno e per il resto impipandosene altamente del bene della nazione [12].
Ida Magli si è chiesta stupita come è stato possibile ottenere un così totale “addomesticamento delle scienze umane” all’ideologia necessaria al progetto UE [13]. Posso risponderle che, per quel che riguarda le scienze biomediche in Italia, oltre all’inganno, alla propaganda, alla corruzione, all’istituzionalizzazione del sopruso, si è ricorsi, al fine di ottenere la selezione voluta dai poteri dei quali la CE è braccio politico, a epurazioni col sistema Bottai di soggetti che non si facevano addomesticare, e rischiavano di traviare gli altri col loro esempio.
La vendita di singoli cittadini è preliminare alla vendita di cittadini in massa; è un servizio che i baroni della ricca (finora) e molle provincia italica hanno svolto e svolgono per l’Impero, con una perizia e un’affidabilità testimoniate dall’appoggio che hanno fornito alle eliminazioni cruente, che hanno avuto luogo fin dalla nascita della Repubblica, di soggetti invisi ai poteri esteri egemoni. Un’onorata società composta da magistrati, politicanti, amministratori pubblici, antichi corpi di gendarmi che stanno passando armi e bagagli sotto la bandiera della gendarmeria europea, e servizi, si occupa di neutralizzare voci che intralcerebbero il disegno dell’Impero, soffocandole e screditandole, applicando gli insegnamenti dell’illustre fascista, aggiornati ai mezzi offerti dal progresso.
L’esca nel buio
Questo caso conferma come l’Unione europea contrariamente al nome abbia una natura litica: come non unisce le forze per costruire una più ampia e forte entità politica, ma dissolve strutture politiche e sociali, principi non negoziabili, sistemi culturali, diritti e regole fondamentali, sciogliendo gli Stati e le comunità nazionali in una poltiglia adatta a essere sfruttata. Questa non è un’unione, ma l’unificazione a un omogenato. Non sappiamo come andrà a finire; non si può escludere che il progetto UE data la sua natura strumentale rientri, una volta che ci avrà resi sufficientemente poveri e soli. Noi credevamo – peccando di superficialità, commenterebbe da antropologa Ida Magli [13] – a questa affascinante storia dell’unire i popoli europei, dell’affratellarci superando l’ostilità che ha portato a scannarci tra di noi per tanti secoli, per raggiungere la pace e la prosperità. In realtà, davanti al progetto reale di unione europea e alle sue tante manifestazioni siamo come la preda nel buio davanti all’esca del mostro abissale. Questa unione europea non unisce ma dissolve.
Dobbiamo essere grati a chi ci avverte dell’abbaglio, e a coloro che, come gli animatori di questo sito, oltre a informarci studiano possibili vie d’uscita e ce le indicano. Ma il mostro adescatore è l’intero sistema neoliberista, con le sue tante trappole composte da seduzioni luccicanti collegate a mandibole che si serrano automaticamente. Il fenomeno della bioluminescenza accomuna la rana pescatrice abissale alle lucciole. Le lucciole sono quasi scomparse, cacciate dall’inquinamento. Aggiornando il proverbio ai tempi, stiamo attenti a non prendere esche luminescenti per lanterne.
http://menici60d15.wordpress.com/
Note
1. F. Wickson, B. Wynnie. The anglerfish deception. EMBO reports. 12 Jan 2012. Reperibile su internet.
2. menici60d15. La generosità del governo Monti e del suo elettorato virtuale verso le multinazionali farmaceutiche. http://menici60d15.wordpress.com/2011/12/01/la-generosita-del-governo-monti-e-del-suo-elettorato-virtuale-verso-le-multinazionali-farmaceutiche/
3. menici60d15. Giancarlo Caselli e i No-TAV: il negativo e il proibito. http://menici60d15.wordpress.com/2012/02/23/giancarlo-caselli-e-i-no-tav-il-negativo-e-il-proibito/
4. Conflicts on the menu. A decade of industry influence at the European Food Safety Authority (EFSA). Corporate Europe observatory e Earth open source. Reperibile su internet.
5. G. Paglino. “Mancanza di indipendenza e conflitto di interessi”. L’Efsa nel mirino delle associazioni. Il Fatto quotidiano 6 mar 2012.
6. G. Monastra. La questione OGM. Circoli Nuova Italia. 11 apr 2010. Reperibile su internet.
7. Uso lo steso termine, ma per fini che non hanno nulla a che fare con quelli del libro “Impero” di Toni Negri; edito, andrebbe notato, dalla Harvard university press.
8. menici60d15. Aids: negazionisti vs. non-riproducibilisti. http://menici60d15.wordpress.com/2012/01/26/aids-negazionisti-vs-non-riproducibilisti/
9. A. Pisanò. Pressioni americane sull’Europa per introdurre colture Ogm. Il Fatto quotidiano. 9 mag 2011.
10. menici60d15. I magistrati business friendly e la mafia come sineddoche tendenziosa
http://menici60d15.wordpress.com/2010/10/16/1593/
11. menici60d15. Reati contro l’economia. http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/23/reati-contro-leconomia/
12. menici60d15. C’è la parola: compradora.
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/21/c’e-la-parola-compradora/
13. Ida Magli. La dittatura europea. BUR, 2010.
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29 dicembre 2011
Blog Appello al popolo
Commenti al post di Tonguessy “Strutture di potere – Galileo e la Chiesa” del 29 dic 2011
Postato su questo sito il 19 feb 2012 causa boicottaggio Telecom
Grazie a Tonguessy per l’ottimo articolo. E’ particolarmente interessante l’osservazione del progresso scientifico come ideologia che allontana il popolo dalla concezione medievale della vita frugale. La promessa di salvezza intramondana che allontana da quella concezione del limite che abbiamo perso, e che farebbe risaltare la Scienza nella sua vera grandezza.
Io sono tra quelli che quando sono in spiaggia sul Tirreno restano a guardare il tramonto sul mare. Uno spettacolo bello in sé, e che induce a riflessioni delle quali “Il silenzio” fuori ordinanza è l’equivalente musicale. La contemplazione del sublime che la nostra stella ci offre quotidianamente è temperata dal pensiero che non è il Sole che cala dietro l’orizzonte, spandendo colori regali attorno a sé; ma siamo invece noi che insieme alle sdraio e a tutto il resto ci stiamo lentamente ribaltando all’indietro.
Anche l’antagonismo Chiesa/Scienza si è evoluto, e credo occorra fare attenzione a non identificarlo con quello dei tempi di Galilei; come invece può essere interesse dei contendenti far credere:
http://menici60d15.wordpress.com/2008/01/21/diplomi-di-laurea-bruciati-sul-sagrato-tornano-i-roghi/
Resta l’antagonismo ideologico, con la Scienza e la Fede usate come armi; un esempio è dato da come entrambe le parti strumentalizzano la discussione sul darwinismo. Confronto che a volte sbotta in toni che tradiscono l’antica vocazione:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/16/i-preambula-fidei-di-san-tommaso-e-quelli-di-de-mattei-e-carancini/
Ma il clero attualmente ha anche interesse a favorire la scienza. Interessi “pastorali”, perché, preso atto che la nuova religione secolare è oggi quella che fa più presa sulla credulità delle masse, preferisce cooptarla e sfruttarla anziché attaccarla frontalmente. (E sa, vecchia volpe, che conviene dargli corda anche perché le magagne della degenerazione affaristica della scienza ne minano la credibilità dall’interno). Diventato lo scientismo un’ideologia parareligiosa, il clero col suo know-how può insegnare ai seguaci di Prometeo come ricavarne consenso e zecchini.
Interessi politici, perché il Vaticano deve trovare un punto di convivenza e alleanza con altri poteri che non può certo contrastare, e che fanno dell’ideologia scientista il loro credo. Appoggiando la scienza, evitando di attaccarla, se non per ridicole questioni teologiche, tacendo sulle strumentalizzazioni e storture dei modi nei quali è praticata, e fornendo servizi di supporto, il clero può acquisire meriti presso poteri che non lo amano.
Interessi economici, perché la “scienza” è in pratica la tecnologia commerciale, e il clero è tra le forze che investono molto denaro e ricavano molto denaro da essa; v. il caso San Raffaele, scoperchiato, nei suoi aspetti finanziari ma non in quelli “scientifici”, nell’anno del passaggio di governo da Berlusconi a Monti.
Così le occasionali rumorose baruffe e le frequenti gomitate non devono fare perdere di vista che tra le due chiese, che se potessero adotterebbero gli argomenti degli inquisitori da un lato e dei lanzi dall’altro, i rapporti sono articolati; come quelli dei famosi imprenditori di Pisa, che litigavano di giorno ma cooperavano di notte:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/12/i-futures-di-santa-lucia/
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@Lorenzo. Tra il primitivo che adora la luna e lo scienziato capace di mandarci un razzo (magari forte della pregressa esperienza pionieristica con le V2 naziste) c’è una grande differenza; ma non sarei così sicuro che ci sia un abisso. Il 23 dicembre scorso c’è stato il quarantennale della “Guerra al cancro” dichiarata da Nixon sull’onda dell’esaltazione per le missioni Apollo. La luna è sempre là, non più meta di visite a parte quelle innocue dei poeti, ma la guerra al cancro non è stata vinta. Invece, si è trasformata la lotta al cancro in una economia di guerra. La soluzione è stata brillante sul piano economico; inqualificabile su quello etico e politico.
La “comunità scientifica”, superiore alle diatribe ideologiche, lo sguardo fisso in alto verso il perseguimento della Conoscenza dell’ignoto, ma anche con un fine intuito per buste paga e pensioni, continua a pestare alacremente l’acqua nel mortaio così come si vuole che faccia. Il cancer burden continua ad aumentare. Dal 1998 al 2007 in Europa la spesa pro capite per i farmaci oncologici è cresciuta di sei volte, e attualmente si parla di aumento dei prezzi insostenibile per i nuovi farmaci “innovativi”; prodotti frutto di un metodo così galileiano che si discute apertamente nelle sedi ufficiali di come valutarne l’efficacia sui pazienti dopo che sono stati commercializzati, in carenza di dati sperimentali sufficienti; cioè di come chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati; e così efficaci che diversi medici scelgono di non assumere le terapie destinate ai pazienti se affetti da cancro. Gli analisti finanziari prevedono ulteriori enormi guadagni, e la gente continua a credere, anche se con qualche tentennamento, ai proclami di vittoria della “comunità scientifica”.
Lo scienziato non deve essere necessariamente “engagé”; ma deve essere onesto, e non può pretendere di essere considerato tale per dogma. Tra il primitivo e lo scienziato ideale in mezzo c’è l’acquitrino della scienza corrotta, e di quell’atteggiamento irrazionale, diffuso tra il pubblico e anche tra i ricercatori, prossimo alle credenze dei primitivi che il fisico Feynman (Il Nobel che scoprì la causa del banale errore tecnico che causò il disastro della navetta Challenger) ha chiamato “Cargo cult science”. Cioè l’adorazione di stampo tribale di ritrovati tecnologici e della scienza, che vengono visti come divinità benevole e onnipotenti.
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@Lorenzo. Grazie per questo esempio di teologia scientista.
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@Mincuo. Leggo che Bellarmino ebbe parte nel primo processo a Galilei, quello del 1616. Circa venti anni prima aveva partecipato al procedimento che aveva mandato sul rogo Giordano Bruno; alla figura del cardinale, e futuro santo e dottore della Chiesa, era quindi associata una notevole carica intimidatoria; se non altro da vivo. Assieme a teorie che oggi suonano esoteriche, veniva contestata a Bruno l’affermazione che “vediamo il sole nascere e tramontare perché la terra se gira circa il proprio centro”. Pare che a Bruno fosse stata offerta la possibilità di evitare la morte accettando qualche compromesso dottrinale; ma Bruno non volle. Questa fermezza, più ancora che le sue teorie, deve essere suonata inaccettabile alle orecchie dei preti.
Una posizione ancora oggi da giudicare negativamente per l’ethos nazionale: ricordo come Montanelli sul Corriere abbia scritto che in pratica Bruno, che comunque secondo lui era un pensatore che valeva poco, se l’era cercata con la sua cocciutaggine. La sua scelta credo fosse il frutto di un misto di consapevolezza intellettuale e carattere; e anche di stanchezza esistenziale, se non disgusto, per la sua vita travagliata e per la meschinità e viltà che vedeva nei suoi persecutori. Bruno divenne poi un simbolo di laicità; cioè in pratica di anticlericalismo massonico, che invece nei compromessi si trova a suo agio.
Come Campanella, se i suoi concetti mostrano un modo nuovo di pensare che muove i primi passi, fu un bravo poeta. Mi colpì su “the Crimson”, la rivista di Harvard (interdisciplinare), un detto a lui attribuito: “Lux umbra dei”, la luce è l’ombra di Dio. Un altro pianeta rispetto ai minuziosi sofismi di coloro che dicono di parlare in Suo nome; e rispetto alla loro nascosta ma non sopita propensione a scempiare quelli che non possono piegare; con qualsiasi mezzo, dalle dotte falsità dell’erudito alle pratiche di compiaciuta violenza degli sbirri e lacchè.
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@Mincuo. “L’ambasciatore della Corte medicea, Piero Guicciardini, ottimo conoscitore dell’ambiente romano, era ben consapevole dei pericoli incombenti sullo scienziato: «so bene che alcuni frati di San Domenico, che hanno gran parte nel Santo Offizio, et altri, gli hanno male animo addosso; e questo non è paese da venire a disputare sulla luna, né da volere, nel secolo che corre, sostenere né portarci dottrine nuove».[44]
Il 24 febbraio 1616, richiesti dal Sant’Uffizio, i teologi risposero unanimemente che la proposizione «il sole è il centro del mondo e del tutto immobile di moto locale», era «stolta e assurda in filosofia, e formalmente eretica», in quanto contraddiceva molti passi delle Sacre Scritture e le opinioni dei Padri della Chiesa; che la proposizione «la Terra non è il centro del mondo, né immobile, ma da sé si muove anche di moto diurno», era «censurabile in filosofia; riguardo alla verità teologica, almeno erronea nella fede». Di conseguenza, il 25 febbraio il papa ordinò al cardinale Bellarmino di «convocare Galileo e di ammonirlo di abbandonare la suddetta opinione; e se si fosse rifiutato di obbedire, il Padre Commissario, davanti a un notaio e a testimoni, di fargli precetto di abbandonare del tutto quella dottrina e di non insegnarla, non difenderla e non trattarla». Un documento datato 26 febbraio attesterebbe l’avvenuto precetto del Bellarmino e l’obbedienza di Galileo[45] mentre il 5 marzo era reso pubblico il decreto della Congregazione dell’Indice che proibiva e sospendeva «rispettivamente gli scritti di Nicola Copernico De revolutionibus orbium coelestium, di Didaco Stunica su Giobbe e di Paolo Antonio Foscarini, frate carmelitano».” (Wikipedia).
Lei chiama “raccomandazioni amichevoli” una convocazione dopo una procedura formale, da parte di uno che aveva sistemato Bruno; il quale pare sia stato anche torturato (secondo Wikipedia). Qui bisognerebbe parlare della radice culturale comune a clero e mafia, evidente anche nei modi di esprimersi. Ma non vorrei essere ripreso da lei con accusa di andare fuori tema. Dovreste vergognarvi per quello che avete fatto, in quella e innumerevoli altre occasioni, e invece vi mettete in cattedra a dispensare menzogne e giudizi. Non so chi lei si creda di essere o cosa pensi di avere detto, ma ci vuole un po’ più di un pallone gonfiato per farmi “lasciare stare”.
Non sono di nessun partito, non difendo nessuna fazione, a differenza di lei. Non apprezzo Michele Serra, non leggo Repubblica, che elogia quanto ha prodotto in medicina e in campo culturale il suo degno correligionario Verzè. Vede, lei questo non può capirlo, ma ci sono persone che hanno opinioni forti pur non appartenendo a nessun gruppo. L’argomento del quale tratto non è Galileo, ma gli abusi di potere della Chiesa. Che lei giustifica con la situazione politica del tempo. No; posso testimoniare che avete la vocazione, come mostra anche il suo atteggiamento mistificatorio e arrogante. Lo mostra nella sua parte presentabile; i sudici scagnozzi dei quali allora come oggi vi servite completeranno i suoi auguri di lunga vita e la brillante lezione di filologia fraudolenta.
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Egregio Mincuo, difensore della Fede, cerchi di capire. Il clero si oppone sostanzialmente al progresso che emancipando l’uomo lo sottrae al giogo del potere. E nell’opporsi non si astiene da forme di violenza e di inganno; anzi eleva queste pratiche al rango di scienza, che è l’unica scienza che si può riconoscere alla massa di zeloti e farisei dei quali lei fa parte. Se fosse per Bellarmino o per quelli come lei staremmo ancora al Medioevo; agli aspetti negativi del Medioevo. Queste sono responsabilità molto gravi. Sono il primo a criticare le distorsioni dell’attuale tecnocrazia, alla quale i preti fanno da tirapiedi. Ma il progresso sano è salvezza dell’Uomo. Pensi ad esempio se non avessimo le fogne: quante malattie infettive. Certo, ci sarebbero anche aspetti positivi. Davanti a un vomitatore di insulti come lei, si potrebbe prendere il pitale, metterglielo davanti e dirgli “parla con questo”.
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Caro Stefano, grazie per il tuo intervento. Non ho nessuna voglia di riaprire la questione che hai chiuso, ma vorrei andare oltre evidenziando un aspetto che mi pare interessante. Un poco la storia si ripete. J. Schwartz, in “The creative moment”, 1992, sostiene che la Chiesa era orientata ad ammettere la teoria eliocentrica purché fosse nascosta entro l’oscuro linguaggio matematico, ferma restando la versione delle Scritture. Lo stesso Bellarmino, leader intellettuale dei gesuiti, istruiva i preti a stare lontano dalle dispute coi matematici sulla questione. Per questo autore, un fisico, lo scandalo è consistito non tanto nella soppressione della verità da parte dell’autorità, ma nell’avere imposto che la “chiarezza sovversiva” della fisica venisse avvolta in un linguaggio matematico inaccessibile ai più.
Oggi più di allora il rigore, la specializzazione, possono essere distorti in uno strumento per occultare e censurare il vero. O per propagare il falso. E’ nota la critica ai modelli matematici in economia; si parla meno di come alcune metodologie matematiche di base dell’epidemiologia clinica, di difficile valutazione per i non iniziati, a detta di statistici professionisti servano più ad ingannare che a trovare il vero. Qui sul blog è stato possibile screditare con toni sprezzanti chi proponeva tesi non gradite, col pretesto che non si può parlare che di un solo processo a Galilei, non contando nulla la raccomandazione di censura dei teologi nel 1616, e la conseguente disposizione del papa a Bellarmino di ordinare a Galileo di cessare di insegnare, discutere, difendere le sue tesi se non voleva essere arrestato. (Che a me sembra anche peggio di un regolare processo). Tizio spara a Caio con una calibro 9, e Caio, sopravvissuto, lo accusa di avergli tirato una revolverata. L’avvocato di Tizio, rispondendo che per il perito balistico è una sciocchezza chiamare “revolver” la calibro 9, che invece è un arma semiautomatica, non sta servendo il rigore e la precisione; se adotta questi argomenti si vede che non può che buttarla in chiasso.
Ci sono molti modi per reprimere voci non gradite. Dall’omicidio fisico a quello morale all’attacco verbale all’appello al metodo; da usarsi diversamente a seconda delle circostanze. Nell’affresco del quale il caso Galilei è parte appaiono le varie tipologie. Mentre qui tutto lo spazio è stato invaso e occupato da ciò che potrebbe costituire l’oggetto di una nota a piè pagina, se correttamente riportato. Spaccando la pagliuzza in quattro si può ignorare il quadro generale; dalle pugnalate, si ritiene per mano di sicari della Chiesa, all’amico di Galilei Paolo Sarpi, difensore dell’indipendenza della Repubblica di Venezia; alle migliaia di donne che in quegli anni in Europa venivano bruciate per stregoneria.
Pubblicato in: Abolizione dell'opposizione reale, Adeguamento della realtà al falso con la violenza, Agenzie morali parassitarie, Alleanza della sinistra col clero, Animalità razionale, Appoggio ai dissidenti ingiustamente attaccati, Avversione della sinistra deuteragonista per l'opposizione autentica, Avvicinamento clero e scientismo, Biopolitica, Carattere nazionale e radici storiche del malcostume, Censura del dissenso tecnico, Censura e persecuzione del dissenso, Censura e persecuzione occulte, Censura su questioni bioetiche, Censurati e perseguitati riconosciuti, Clero, Clero e censura, Clero e compradora, Clero e doppio Stato, Clero e frode medica strutturale, Clero e violenza, Coltivazione dell'ignoranza, Complesso biomedico-mediatico, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Criminalizzazione degli oppositori, Crimine dei colletti bianchi, Crimine universitario, Deontologia dei blogs, Difesa del fraudolento mediante l'appello al rigore scientifico, Difesa istituzioni repubblicane dagli occupanti, Diritto all'informazione, Discriminazione istituzionale di cittadini, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Educazione e incitamento al disprezzo e all'odio, Estetizzazione dei problemi politici o etici, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Etica post-moderna, Fallacia delle regole, Falsa coscienza e buona fede degli operatori nella frode medica strutturale, False biografie, Figure nobili, Forma democratica e sostanza pontificia, Frode medica strutturale, Frodi quantitative, Grazia e antinomianismo, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Inautenticità della sinistra, Indebolimento metodologia scientifica, Influsso delle oligarchie finanziarie, Libertà dalla bugia, Malamisura, Manipolazione delle statistiche sul cancro, Manipolazione ideologica, Mediocrità etica e intellettuale tra gli scienziati, Neoalchimia, Omertà scientifica, Pansera, Politica e biomedicina, Prepotere del clero, Promesse messianiche di successi scientifici, Propaganda di malattie, Relativismo epistemico, Religione, Repubblicanesimo, Resistenza civile, Riconoscimento dell'extramediatico, Riconoscimento delle divisioni e divisione come valore, Scambio tra accuratezza e precisione, Scientismo, Scienza ad auctoritatem, Scienza e medicina come nuove religioni, Selezione avversa classe dirigente, Sineddoche tendenziosa, Sofismi, Successi spuri nella lotta al cancro, Supporto della religione all'oppressione, Teatrino laici cattolici su questioni bioetiche, Tecnica del potere, Tecnologia irrazionale pro business, Tirannia della bugia, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza e medicina | Commenti disabilitati
8 dicembre 2011
Blog di Aldo Giannuli
Commento al post “Il caso Bisignani-P4″ dell’8 dic 2011
Il prof. Giannuli invita a non considerare le nuove Pn, con n>2, come una semplice prosecuzione della P2. E’ vero che ci sono differenze, forse legate a diramazioni: certi segni, come il magistrato che, denunciati meritoriamente i privilegi borbonici e gli abusi dei Consiglieri di Stato, invita a “una collaborazione sincera e duratura tra massoneria [buona] e magistratura” [1] portano a chiedersi se gli scandali giudiziari non riflettano una lotta intestina tra fazioni in lotta, portatrici di interessi e stili diversi. Inoltre, cambiato il periodo storico, occupandosi di affari invece che di “Guerra fredda”, forse le nuove Pn non si occupano più di sbudellamenti. Forse: v. Breivik. Però si occupano più di prima di budella, occupandosi di quel fondamentale settore dell’economia che è la medicina.
Forse è un caso, ma è stata la Corte d’appello di Brescia presieduta da Marra, poi dimessosi per lo scandalo P3, ad appoggiare la campagna sui cellulari che provocano il cancro, riconoscendo il nesso etiologico con una sentenza, la prima del genere in Italia. (Questa di scrivere pagine “acrobatiche“ di medicina – gradite al potere – è una delle attività improprie che distraggono i magistrati dal loro lavoro). La cancerogenesi a pile dei cellulari ha scarsissima plausibilità biologica, ma viene agitata in continuazione; in contraddizione col silenzio su radiazioni elettromagnetiche molto più potenti e che si sa per certo essere cancerogene, come quelle dei raggi X: i presunti e dibattuti pericoli dei telefonini sono noti al pubblico come lo erano gli unguenti degli untori sotto la peste, mentre gli si nasconde quanto gli addetti sanno, e scrivono nelle riviste scientifiche, che una quota non trascurabile e crescente di tumori sta venendo provocata da esami radiologici, spesso non necessari, in particolare le TAC. Ritengo che il cancro da cellulari sia un vero depistaggio etiologico. Peraltro attuato su scala mondiale; i piduisti nostrani di ieri e di oggi appaiono come gli operatori locali di movimenti di portata internazionale.
I nostri comunque fanno la loro figura all’interno di questa orchestra internazionale. Statistiche di questi giorni riportano che l’Italia ha la più alta incidenza al mondo di neoplasie dell’età pediatrica. Immediatamente, insieme all’inquinamento (fattore reale, negato o esagerato a seconda della convenienza) sono stati accusati i cellulari. Le Pn si occupano, insieme ai cugini delle forze di polizia, e agli zii della magistratura, di screditare e mettere a tacere chi indichi altri fattori, di tipo sociologico, e segnatamente criminologico, per questo record [2].
Va bene uno sguardo distaccato sui nuovi fenomeni piduisti; ma, soprattutto con una magistratura al 99% abituata, allora come oggi, a fare il pesce in barile, e a ingraziarsi i poteri forti, quando non è parte diretta della rete piduista, suggerirei ai comuni cittadini di non perdersi in distinguo eccessivamente sottili, e di non vedere con occhio più benevolo queste reti di potere; che mettono silenziosamente a rischio gli organi interni, cioè le budella, più di quando facevano fragorosamente esplodere le bombe o crepitare i mitra.
1. http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/11/massoni-e-legalita/
2. http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/
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@Laura. Noi viviamo immersi in un mare di radiazioni elettromagnetiche. La vita sulla Terra si basa sulla radiazione solare. Vedere significa rilevare mediante i fotorecettori della retina le radiazione elettromagnetiche emesse o riflesse dagli oggetti, da tutto ciò che vediamo, nello spettro del visibile (l’informazione è poi trasmettessa al cervello, che la elabora). La luce visibile ha una lunghezza misurabile in decimillesimi di millimetro, e non ci fa venire il cancro. C’è in genere una relazione inversa tra lunghezza d’onda ed energia, e quindi una relazione inversa tra lunghezza d’onda e dannosità. La propaganda mediatica ha invece fatto sì che la relazione tra lunghezza d’onda della radiazione e percezione del danno che essa provoca sia diretta. I cellulari usano “radiazioni” ad alta lunghezza d’onda e quindi a bassa energia, misurabili in decimetri; sono circa un milione di volte più lunghe della radiazione del visibile. I telefonini non sono, come invece ci sembrano, scatolette magiche eccezionalmente potenti: si chiamano “cellulari” perché non sono che delle piccole radiotrasmittenti, capaci di trasmettere in un raggio di qualche chilometro, che necessitano pertanto che il territorio sia coperto da “celle”, ciascuna centrata da un’antenna, che formano la rete attraverso la quale si trasmettono i segnali.
I raggi X, che sono circa diecimila volte più corti della radiazione del visibile, e circa 10 miliardi di volte più corti delle radiazioni dei cellulari, data la loro elevata energia sono capaci di ionizzare, cioè di “scassare” le molecole togliendo loro elettroni, formando così composti nocivi e provocando mutazioni nel DNA. Stime mainstream considerano che in USA il 2-3% dei tumori sia dovuto a radiazioni mediche. Si stima, secondo fonti ortodosse, che una singola TAC in una persona di 25 anni incrementi dello 0.6% il rischio di morire di cancro. Una angiografia coronarica su una donna di 25 anni dà una probabilità su 143 di sviluppare un cancro della mammella o del polmone (D. Johnson, CT Radiation and Cancer Risk.What Healthcare Providers Need to Know, 2011, reperibile su internet). Per dare un’idea, una probabilità simile a quella di spararsi scegliendo, per un singolo giro di roulette russa, tra 24 revolver con tamburo a 6 camere posti su un tavolo, uno solo dei quali contiene una singola pallottola. Si ammette che nella pratica le dosi, e quindi i rischi, siano non di rado maggiori di quanto riportato dai dati ufficiali.
Io non amo i cellulari, che sono utili ma riducono la privacy, e la mia distanza dall’industria della telefonia, che Lei cita, è ancora maggiore di quella che sullo spettro elettromagnetico separa ai raggi X dalle onde radio dei cellulari; ma non bado alle “radiazioni” dei cellulari, che Lei teme; mentre avrei paura a farmi irradiare ripetutamente la testa con le TAC, come Lei fa tranquillamente. Ci sono buone ragioni, delle quali non si parla, come quelle di ordine pedagogico che avanzò lo psicoanalista Carotenuto, per non dare il cellulare ai bambini. In letteratura, sia pure in ritardo, si sta cominciando a cercare di stabilire protocolli per limitare le TAC ai bambini. Invece affermare che “poco importa e poco cambia” tra le “radiazioni” dei cellulari e quelle dei raggi X, cioè tra un gatto e una tigre, mostra su quale genere di convinzioni e quale livello di disinformazione si appoggia la campagna istituzionale che concentra l’attenzione sui presunti danni da cellulare. Si parla sempre di “scientificità”, “rigore”, ma questa è una mistificazione essenzialmente quantitativa, che dalle alte sfere discende fino a fare sostenere degli sproloqui agli zelanti sostenitori di base. Mi chiedo dove sono gli esperti di fisica, ingegneria, biologia, che potrebbero meglio di me spiegare l’equivoco e muovere critiche su questo depistaggio.
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@Giandavide.
a) A seminare paura indicando falsi colpevoli ci si guadagna in controllo politico, denaro e impunità. Soprattutto sul cancro: si spingono le persone ad accettare il cancro come una fatalità, una quidditas che pervade ogni cosa, e ad entrare nei meccanismi dell’oncologia temendo di averlo. I cellulari cancerogeni sono inoltre parte di una campagna di colpevolizzazione delle vittime che trasferisce le responsabilità dal potere alla gente; dall’inquinamento, quello vero, e dalla iatrogenesi, ai “lifestyles”:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/30/il-pornografico-e-l’osceno/
Intanto i cellulari continuano a vendersi come il pane, ed è sorto un mercato complementare sulla protezione da elettrosmog.
Il rasoio di Occam è un accorgimento ottimo per le ipotesi filosofiche e per quelle sulla natura (incluse quelle sulla correlazione tra lunghezza d’onda e pericolosità delle radiazioni elettromagnetiche); ma semplificare è controindicato per le trame del potere. Il principio euristico che trovo utile in questi casi è che il potere è più scaltro di noi gente comune.
b) L’elettrosmog della stazione radio Vaticana, sul quale inutilmente ho chiesto ai magistrati e al loro perito dati raccolti rilevanti ma omessi nella perizia, contribuisce alla paranoia sulle onde usate dagli apparecchi radio civili come raggi della morte; e ha le caratteristiche del “fare la pecora”, cioè accollarsi un reato per scagionare altri; o dell’accusarsi di un reato non commesso mentre si nascondono propri reati più gravi e autentici. Pratiche alle quali i preti, che evidentemente non credono nel giudizio divino visto il loro tuffarsi negli orrori del business medico, si prestano, con poco danno e bilancio netto positivo date le loro cointeressenze nel business medico e nella gestione del potere. La manovra riguarda anche la campagna di disinformazione e propaganda sulla leucemia infantile:
http://menici60d15.wordpress.com/2010/06/16/se-voi-foste-lo-scienziato/
Leggendo le due perizie, quella dell’accusa e quella di Veronesi, spiace dover dare ragione a quest’ultimo, che ha gravi responsabilità nella involuzione dell’oncologia in un fattore di crescita economica, e ritenere innocenti, dei reati ascritti, i preti, che sulla tutela dell’infanzia appaiono più vicini a Erode che al Bambinello. Ma sembra vigere il principio di economia dei neuroni, per il quale gli unici complotti e gli unici scandali che esistono sono quelli dei quali anche un cretino sa comprendere lo schema, e che vengono sbattuti in faccia dai media.
c) Nel caos disinformativo, e quello sui cellulari è una pacchia per i falsi progressisti di sinistra, si prospetta anche che i cellulari facciano bene (“Fanno bene al cervello? Non bisogna escludere nulla, neanche un effetto benefico delle onde elettromagnetiche dei cellulari” Repubblica, 28 nov scorso, in un dossier sulla pericolosità dei cellulari sull’onda della trasmissione Report). Sostenere che “non bisogna escludere nulla”, incluso che le onde radio dei cellulari possano addirittura contrastare la perdita di memoria da demenza senile, mostra lo stato pietoso delle facoltà critiche in età anteriore alla senilità in quelli che dovrebbero costituire il nerbo dell’opposizione alle manipolazioni del potere.
Le P2 vecchie e nuove hanno buon gioco in questo campo nel difendere gli interessi del business medico. Non siamo molto cambiati dai primi decenni del secolo scorso. Nel 1909 a Verbicaro, in Calabria, durante un’epidemia di colera, avvenne l’ultimo caso di linciaggio di una persona considerata un untore, un milite della Croce rossa. Negli stessi anni in USA sull’onda dei successi scientifici della fisica si diffondeva la credenza che la radioattività avesse proprietà salutari. Ci fu chi beveva acqua tonica radioattiva per vivere più vigoroso e più a lungo, finendo a volte con la mandibola mangiata dal cancro; e chi si applicava lo “scrotal radioendocrinator”, il cui inventore, che si vantava di essere il maggior bevitore di acqua al radio, morì di carcinoma della vescica. L’aura taumaturgica attorno alle radiazioni spinse ad applicarle ai bambini, che sono quelli nei quali gli effetti cancerogeni sono più pesanti. Ricordo, in un ospedale di Boston dove ho lavorato, la gigantografia di una vecchia foto di un’infermiera che si protegge il volto con una mano mentre con l’altra abbassa la leva del macchinario puntato su un bambino. In quell’ospedale pediatrico, nato come nave ospedale per curare i bambini con l’aria di mare, negli anni Venti si trattava la pertosse con i raggi X. Dagli anni Venti agli anni Cinquanta si sono irradiati con raggi X i bambini per patologie benigne come la tigna del capo, o per non-malattie come le tonsille o il timo ingrossati (Hemplemann et al. “Neoplasms in persons treated with X-rays in infancy: fourth survey in 20 years,” Journal of the National Cancer Institute, 1975: 50, 519-530).
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@Laura.
Veramente è il concetto che fisicamente tanti piccoli urti non fanno niente e una singola fucilata sì (a parte il fatto che gli effetti delle radiazioni ionizzanti sono cumulativi) che è di immediata comprensione; lo capisce un bambino e lo applicò Einstein per la spiegazione dell’effetto fotoelettrico che diede inizio alla meccanica quantistica e gli valse il Nobel; dovremmo capirlo anche noi che siamo in posizione intermedia tra questi due estremi. Io non sono in missione per conto di Dio contro tutte le diavolerie del potere; tento di occuparmi di quelle che ho trovato, all’inizio con stupore e smarrimento, nel mio campo, la medicina, ed è anche troppo. Dell’abuso delle moderne tecnologie per il controllo, in campo generale e medico, ho parlato [1]. E pure sugli effetti sull’economia, e quindi anche sulle nostre borse, della frode medica strutturale [2]. Qui però stavamo parlando di altro: di come si cincischi sulla cancerogenicità di onde radio a debolissima energia per meglio tacere dei danni di quelle ad alta energia, e di altri fattori cancerogeni; e di come e perché le istituzioni dello Stato e quelle dello Stato parallelo aiutano e proteggono le credenze irrazionali che Lei, e scienziati accreditati, sostengono.
Continuando quanto ho detto a Giandavide sulle concezioni popolari irrazionali sulle onde elettromagnetiche, alla fine del Novecento si è sviluppato l’uso, che dura fino ai nostri giorni, degli screening per prevenire il cancro mediante immagini radiologiche. Cioè di prevenire il cancro esponendo masse di persone sane a cancerogeni. I tecnici, come Irwin Bross, che denunciarono la pericolosità di tale pratica, hanno perso, se non la vita come rischia Lei a quanto dice, il lavoro e la serenità. E’ di 3 giorni fa il più recente studio ortodosso che smentisce i precedenti trionfalismi degli studi “scientifici” sullo screening della mammella, ridimensiona i benefici, evidenzia i danni che comporta e auspica un cambio di trend [3] (mentre da noi si punta ad espanderlo [4,5]); stenta a decollare la proposta, sostenuta da interessi potenti, di sottoporre a TAC i fumatori per prevenire il cancro al polmone. Probabilmente questa resipiscenza sugli screening ha a che fare con quei mutamenti epocali economici e politici considerati dal prof. Giannuli; altre forme di sfruttamento della medicina, diverse, si stanno preparando. Può darsi che in futuro gli storici accomuneranno le bizzarrie che nella prima metà del Novecento vedevano nella radioattività una fonte di salute agli screening mediante esami radiologici di fine secolo e del secolo presente. E che pratiche come il sottoporsi fiduciosamente a ripetute irradiazioni delle mammelle a scopo diagnostico verranno viste come rituali apotropaici, che speculavano, come in una forma religiosa, sul desiderio di salute e sulla paura di morire. Questo scambio di opinioni tra Lei e me potrà mostrare i motivi e i meccanismi del successo di tali operazioni.
1. http://menici60d15.wordpress.com/2010/05/10/privacy-sicurezza-e-panottismo/
2. http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/15/la-medicina-come-rimedio-ai-limiti-della-crescita-economica/
3. E Hitt. UK study finds lack of net benefit for mammography, Medscape, 9 dic 2011
4. http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/teenage-cancer/
5. http://menici60d15.wordpress.com/2011/11/25/lo-sfruttamento-del-bias-da-sovradiagnosi-in-oncologia/
Pubblicato in: Agenzie morali parassitarie, Agnotologia, Animalità razionale, Appoggio della magistratura alla frode medica strutturale, Associazioni a delinquere di stampo mafioso autoctone padane, Avversione della sinistra deuteragonista per l'opposizione autentica, Avvicinamento clero e scientismo, Biopolitica, Buonismo medico, Censura del dissenso tecnico, Censura su questioni bioetiche, Clero e deuteragonismo, Clero e doppio Stato, Clero e frode medica strutturale, Clero e violenza, Collusione della magistratura col potere, Coltivazione del conformismo, Coltivazione dell'ignoranza, Complesso biomedico-mediatico, Compradora e deuteragonismo, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Crimine dei colletti bianchi, Crimine universitario, Depistaggi eziologici, Deuteragonismo medico, Difesa diritti fondamentali pre-costituzionali, Diffidenza verso il potere, Diritto all'informazione, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Dittature occulte, Dolo in medicina, Doppio Stato polizie segrete e associazioni di tipo massonico odierni, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Falsa coscienza e buona fede degli operatori nella frode medica strutturale, Fiducia nelle istituzioni, Forma democratica e sostanza pontificia, Forze di polizia come milizie mercenarie, Frode medica strutturale, Frodi quantitative, Iatrogenesi, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Inautenticità della sinistra, Indebolimento metodologia scientifica, Influsso delle oligarchie finanziarie, Inquinamento, Istituzionalizzazione del crimine, Istituzioni ibride, L'uomo e la morte, Libertà dalla bugia, Mafia meridionale e mafia fordista, Magistrati e deuteragonismo, Magistratura business friendly e dottrina Pizzillo, Malamisura, Manipolazione ideologica, Manipolazione mediatica, Medicalizzazione della vita, Mediocrità etica e intellettuale tra gli scienziati, Midcult progressista, Neoalchimia, Omertà scientifica, Onore virtù militari e senso del diritto delle forze di polizia, Pansera, Paziente come supporto, Perversità del crimine istituzionale, Politica e biomedicina, Principio di Mazzarino, Profezia che si autoavvera in medicina, Promesse messianiche di successi scientifici, Propaganda di malattie, Relativismo epistemico, Responsabilità del pubblico nella frode medica strutturale, Riconoscimento dell'extramediatico, Ruolo della magistratura nel doppio Stato, Scientismo, Scienza ad auctoritatem, Scienza e medicina come nuove religioni, Selezione opportunistica dei pazienti, Servizi segreti e frode medica strutturale, Silenzio osceno, Sinistra compradora, Sinistra deuteragonista, Sovradiagnosi, Sovradiagnosi di cancro, Sovratrattamento, Subordinazione delle forze di polizia al clero, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Successi spuri nella lotta al cancro, Supporto della religione all'oppressione, Sussiego della sinistra, Teatrino laici cattolici su questioni bioetiche, Tecnica del potere, Tecnologia irrazionale pro business, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza e medicina, Violenza impunita | Commenti disabilitati
1 dicembre 2011
Blog Appello al popolo
16 dic 2011
Postato su questo sito il 14 feb 2012 causa boicottaggio Telecom
Mentre c’è la crisi, e il governo impone nuovi prelievi e restrizioni, un analista della Global Insight, società di “market intelligence”, ha definito “fairly generous” il tetto di spesa (62,5 milioni di euro) stabilito dalla nostra agenzia del farmaco, l’AIFA, nell’approvare il Brilique, un antiaggregante piastrinico. Gli antiaggreganti piastrinici costituiscono una classe di farmaci da prescrivere e dosare con cautela, potendo provocare emorragie; non da distribuire a vagoni. E’ una delle quattro classi di farmaci che, mentre non vengono comunemente considerate ad alto rischio, insieme risultano causare i due terzi dei ricoveri d’urgenza di anziani per effetti avversi da farmaci, ha evidenziato un recente studio. Anche le approvazioni e i pagamenti stabiliti nella stessa tornata per altri farmaci hanno sollevato giudizi positivi in chi cura gli interessi di chi riscuote: “L’Italia continua ad essere un mercato affidabile per i farmaci innovativi [nonostante le difficoltà economiche e gli alti livelli di debito pubblico]” ha aggiunto l’analista [1].
La segnalazione della Global Insight sembra dire alle case farmaceutiche che per i loro prodotti col nuovo governo italiano possono continuare ad andare a colpo sicuro, almeno finché ci sarà qualcosa da raschiare. Tra i prodotti farmaceutici approvati dall’AIFA considerati dalla Global insight, che frutteranno centinaia di milioni di euro nei prossimi due anni alle case farmaceutiche, c’è anche l’oncologico Jevtana, per il cancro della prostata; la casa produttrice Sanofi converrà con la Global Insight che “il sistema italiano rimane aperto in maniera rassicurante alle nuove terapie”, dopo che il suo farmaco nel settembre scorso è stato respinto in primo grado dal NICE, l’omologo britannico dell’AIFA.
Gli inglesi hanno così motivato il respingimento:
a) Il Jevtana avrebbe dimostrato di prolungare la vita di poco più di due mesi. Per il NICE (che sa come funzioni la “scientificità” della ricerca sui prodotti da 48 milioni di euro di fatturato a trimestre come il Jevtana) un prolungamento inferiore a tre mesi non è un dato sufficientemente robusto per provare l’effettiva capacità di prolungare la sopravvivenza.
b) Il prolungamento putativo della sopravvivenza è associato per certo al rischio di effetti collaterali ematologici, gastrointestinali e renali e quindi di una peggiore qualità di vita. Gli effetti avversi possono essere anche gravi o mortali.
c) Il rapporto costo/Qaly, cioè tra costo e guadagno di vita corretta per la qualità, ammettendo tale guadagno, sarebbe troppo alto: 89˙000 sterline per Qaly, quando il limite raccomandato dal NICE è di 30˙000 sterline per Qaly. Un ciclo di trattamento costa 22˙000 sterline.
In Italia invece, nonostante il vago sentore british dei nuovi governanti, le risorse vengono impiegate per l’uso eroico del Jevtana, per poi naturalmente mancare per interventi più utili. Sono d’accordo che Albione sia perfida; però un poco i fatti suoi se li sa fare. E’ possibile che, dato che comandano le oligarchie finanziarie, alla fine il farmaco passi anche là, ma a un prezzo minore, e con la nomea di ripescato, non di “miracle-drug”; per lo meno gli esperti dell’agenzia nazionale UK non avranno ceduto senza combattere; invece che vestirsi da fessi e raccogliere le lodi della controparte, avranno limitato i danni alla cittadinanza. In Italia il 50% dei bambini assume almeno un antibiotico all’anno – molto spesso inutilmente e con effetti nocivi – contro il 14% dei bambini inglesi.
“Farmaco innovativo” suona bene, ma il suo significato reale non è così positivo. L’innovazione è quella schumpeteriana, volta al profitto; che nel caso della medicina si congiunge alla speranza della novità, della buona nuova che porta la salute. E’ una categoria merceologica ben definita, della quale il Jevtana è un esempio tipico, che fa drizzare le orecchie agli operatori finanziari; e le dovrebbe fare drizzare, per ragioni diverse, anche al paziente. L’industria farmaceutica è orientata a emettere di continuo “novità” da quella che chiama la “pipeline”, in modo da lucrarvi; si tratta in genere di rimaneggiamenti dell’esistente, che spesso è di base non efficace o poco efficace; si riducono alcuni difetti e problemi ma ne introducono altri; l’effetto principale è il mantenimento o l’incremento degli introiti, a spese della Domanda. Due passi avanti e uno indietro, o uno avanti e due indietro. Siamo abituati ad attenderci l’ultima novità; nonostante vi siano esperti che, in campo farmacologico, lo sconsigliano espressamente, osservando che i farmaci nuovi possono essere peggiori di quelli vecchi [2]. I farmaci, a chi li deve assumere o fare assumere ad altri, conviene distinguerli in utili e dannosi, piuttosto che in vecchi e nuovi.
Con questa sua “generosità” e “apertura” verso i farmaci innovativi, il governo Monti conferma di non essere “donna di province” ma il governo dei grandi interessi finanziari. (Liberalità che si associa a metodi criptofascisti di repressione di chi è di ostacolo a questi interessi in campo medico). Si dice che questo governo sia illegittimo in quanto non derivante da elezioni democratiche. Però l’episodio mostra che, anche se non eletto, ha un suo elettorato virtuale: che i suoi comportamenti, pur contrari agli interessi nazionali e del popolo, riflettono le opinioni e la mentalità di parte non trascurabile degli italiani.
Infatti, se anche la notizia non fosse stata tenuta fuori dal palcoscenico mediatico, non è detto che avrebbe necessariamente ricevuto la condanna unanime dell’opinione pubblica. Sulla decisione del NICE devono aver pesato l’allarme lanciato da commentatori anglosassoni sui nuovi farmaci oncologici “innovativi”: sul loro costo insostenibile e sulla loro scarsa efficacia e i pesanti effetti avversi; e la discussione sulla futilità di dare farmaci tossici e costosissimi a pazienti che comunque hanno un’attesa di vita di settimane. I medici spesso scelgono per sé stessi l’astensione da ulteriori cure per lo stadio avanzato e terminale [3] . Ma in Italia all’idea di non rimborsare il “salvavita” alcuni griderebbero al nazismo, col sostenere che non è giusto togliere vita o almeno speranza ai malati di cancro, o argomenti del genere; invocherebbero il liberalismo contro la cultura clerico-crociana, magari citando Locke e Stuart Mill; e molti, pur stando zitti, assentirebbero. Rifiutando di pensare che alla fine starebbero chiedendo di aggiungere castighi come infezioni gravi e insufficienza renale alle ultime settimane dei malati di cancro alla prostata.
Probabilmente molti difensori del Jevtana sarebbero gli stessi che poi, per paura di soffrire, ambiscono, indotti dalla propaganda, a forme di interruzione delle cure, e magari anche dell’alimentazione per via orale, o all’eutanasia, ma mediante il “testamento biologico”, che sostanzialmente è una liberatoria che lascia che la decisione dipenda dal giudizio degli interessi medici, laici e preteschi, prima che dal loro interesse [4]; e che non rileverebbero alcuna contraddizione tra le due posizioni. Su Il Fatto, che ha trovato in Monti la soluzione alle angosce per la cafonaggine di Berlusconi, l’orientamento prevalente propugna sia il testamento biologico, e ora anche il suicidio assistito, presentati come alta manifestazione di pensiero laico; sia l’allocazione dei fondi disponibili per la sanità nell’incremento dell’acquisto delle “terapie innovative” oncologiche [5].
Non si parla di come molte situazioni di fine vita da non augurare a nessuno possono essere prevenute o ridotte evitando di ricorrere a cure commerciali come quella alla quale i successori di Berlusconi, continuatori della sua opera, spalancano le porte e le casse dello Stato. Si trascura che, se si vogliono avere trattamenti che guariscono, è altamente imprudente consentire all’industria e alla finanza di rendere la cura del cancro l’equivalente di un titolo a rendimento annuale elevato, crescente e che non scade mai.
I nostri governanti, amministratori, tutori della legalità, opinion makers più o meno consapevolmente si vendono e ci vendono, come hanno sempre fatto, a questi interessi. Nel popolo, la coerenza è quella del sottomesso che è costante nel credere che ciò che è meglio per i suoi interessi è quanto chi comanda gli dà o gli prospetta. In futuro tanti, a cominciare dai progressisti italiani rassicurati dal loden di Monti, avranno ciò che chiedono: sia i farmaci inutili e costosi che aumentano la sofferenza e tolgono risorse, sia il venire liquidati, non sempre con metodi rapidi e indolori, quando non saranno più convenienti economicamente come supporto ai prodotti medici.
pubblicato anche su http://menici60d15.wordpress.com/
- Taylor N. Italy announces reimbursement for innovative new drugs. Pharmatimes world News. 14 dic 2011
- Grady D. Cit. in http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/15/la-medicina-come-rimedio-ai-limiti-della-crescita-economica/
- Murray K. How doctors die. 8 dic 2011 Zocalo public square.
- http://menici60d15.wordpress.com/2009/06/24/il-riduzionismo-giudiziario-nella-frode-medica-strutturale-il-caso-del-testamento-biologico/
- Moccia F. La Sanità e gli sprechi del parto cesareo. Il Fatto, 15 dic 2011
§ § §
@Gengiss. Infatti non si dice che il governo Monti abbia privilegiato un singolo farmaco, ma che dopo il suo insediamento è passato un intero pacchetto con criteri tali che rassicurano, secondo un analista, produttori e investitori sull’orientamento generale del nuovo governo; mentre nel mondo occidentale le misure dei governi alla crisi economica stanno provocando da tempo le reazioni preoccupate delle case farmaceutiche.
Monti pare sia stato mandato al governo per arginare tale crisi; a costo di sacrifici a carico dei cittadini, con misure che sta varando celermente. Credo sia significativo che mentre per i cittadini il prelievo di ricchezza mediate lo Stato aumenta ulteriormente, i servizi forniti in cambio diminuiscono, e dilaga l’insicurezza, ci siano voci che considerano il governo Monti generoso e rassicurante; e che siano quelle potenti dell’industria farmaceutica; e per prodotti come il Jevtana.
E’ giusta invece l’enfasi sulla natura tecnica, quindi teoricamente indipendente, dell’AIFA. In questi giorni un ex direttore dell’agenzia “più o meno indipendente”, Nello Martini, è stato rinviato a giudizio per disastro colposo, avendo omesso, dietro pagamento di tangenti, di informare il pubblico sugli effetti avversi di alcuni farmaci. Per i magistrati quindi l’operato di un recente direttore dell’AIFA è da galera.
Addetti del settore considerano sinceramente i pesanti reati dei quali Martini è stato accusato come delle inezie; e in effetti sono poco cosa, rispetto al quadro generale del quale sono parte. Diversi commentatori, anche autorevoli, difesero Martini all’epoca dell’arresto di altre persone coinvolte nel caso, descrivendolo come relativamente più indipendente dalle pressioni dell’industria farmaceutica di chi gli è succeduto; non credo che avessero torto in questa valutazione comparativa.
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27 novembre 2011
Blog de Il Fatto
Commenti al post “La poliziotta-scrittrice: “Sull’assalto alla Diaz assoluzioni dubbie” ” del 26 nov 2011
“Però non sono d’accordo con la tesi che tutto questo sia stato deciso precedentemente, come un mostro che si muove e mette i tentacoli”.
Simona Mammano, l’agente di polizia scrittrice che condanna l’operato della polizia al G8 di Genova ma non vi vede dolo (né lo vede nelle successive assoluzioni).
“…decine e decine di serpenti aggrovigliati tra loro che si mangiavano l’uno con l’altro… un poco più distante, un altro serpente più grosso, con la testa d’uomo li guarda compiaciuto …dalla sua bocca pende la coda di un topo e cola del sangue nero. ‘Che schifo… dobbiamo intervenire per interrompere questa carneficina e sapere chi è … conoscere il progetto di quest’uomo serpente’ dice Calipari. ‘Hai ragione…dobbiamo…perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione e a scoprire la verità’. “
Il sogno di un personaggio in “Mistero di Stato, la strana morte dell’ispettore Donatoni”, scritto dal giudice Mario Almerighi.
Da un lato la scrittrice con la pistola, che disorienta anche per la delicatezza sbagliata con cui rifinisce l’opera di smorzamento delle responsabilità di polizia e magistratura. Riconosco per esperienza di vita che l’allegoria del mostro schifoso, che si ha buon gioco a respingere come inconcepibile, è tanto fedele al vero quanto distante dalla melassa mediatica nella quale ormai anche l’affare G8 sta venendo dissolto.
Dall’altro un uomo di legge sorprende per l’apparente brutalità dell’immagine che usa affrontando uno di quei casi agghiaccianti, che restano sommersi e impuniti grazie alle viltà e complicità dei più, dove la polizia appare come l’antistato. Non nasconde né abbellisce l’orrore, ma con mano sicura lo svela e lo indica, svegliando dal torpore anziché cullare con favole rassicuranti.
Francesco Pansera
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25 novembre 2011
Sito “Partecipasalute” (Ist. Mario Negri, aderente allo standard Honcode per l’affidabilità dell’informazione medica).
Commento al post di Anna Roberto “Tumori e sopravvivenza: dati rapporto AIRTUM 2011″ del 25 nov 2011.
“Partecipasalute”, che vuole che i cittadini “partecipino e decidano consapevolmente”, e ha un comitato scientifico di tutto rilievo, dovrebbe spiegare che l’informazione dell’AIRTUM che riporta senza commenti è gravemente carente sul piano tecnico, etico e politico. La “sopravvivenza” di cui si parla è la sopravvivenza data una diagnosi di neoplasia; ed è diversa dalla mortalità, il tasso di decessi per tumore nella popolazione.
Il Sud ha una sopravvivenza statistica più bassa; ma ha avuto tassi di mortalità migliori del resto d’Italia: contrariamente a quello che l’articolo fa credere, al Sud si muore di cancro meno che al Nord (salvo progressi della ultim’ora). Il paradosso è spiegabile, tra gli altri fattori, con le sovradiagnosi di tumore, derivanti soprattutto da programmi di screening: nella mortalità le unità statistiche e la variabile in esame sono oggettive; nella sopravvivenza possono essere gonfiate.
Partecipasalute potrebbe informare su come nell’ortodossia internazionale stia crescendo la richiesta di informare i pazienti dei rischi di sovradiagnosi e altri danni dei programmi di screening. Richiesta rafforzata da studi recenti che hanno mostrato come ad es il principale screeening oncologico, quello per la mammella, salva non più che pochissime vite; contrariamente a quanto propagandato in Italia da studi e notizie come quelli in oggetto.
Sarebbe anche necessario, per un’informazione corretta, considerare il cancer burden e i DALY per cancro, cioè comparare quanta vita toglie il cancro, per morte e per menomazione della qualità di vita. Lo stesso meccanismo che fa ingannevolmente credere che si viva di più al Nord che al Sud dato il cancro, cioè le sovradiagnosi, che pongono in una condizione di malato ed espongono a rilevanti rischi iatrogeni, peggiora ulteriormente i DALY, cioè la qualità di vita e presumibilmente la longevità, al Nord.
Più che di un bias macroscopico inspiegabilmente trascurato, questa informazione tendenziosa, per non dire capziosa, appare come il riflesso di una volontà sistematica, volta a rafforzare, e ad estendere al Sud, la medicina commerciale e speculativa, inutile e dannosa per i pazienti ma redditizia e comoda per chi a vario titolo la gestisce.
§ § §
La negazione del conseguente
Che le statistiche di cancro al Sud, dove la sanità ha piaghe diverse, si sarebbero allineate a quelle del Centro Nord lo predissi anni fa [1], anche nel denunciare come bufala la rivelazione della “nave dei veleni” di Cetraro [2]. Ma non credo si possa ancora parlare di “sostanziale omogeneizzazione”, se non per alcune aree, come la Campania. Quando in questi anni ho detto che la mortalità per tumore in Lombardia risulta del 30% più alta che in Calabria [3], il più delle volte ho osservato, sui volti sia di calabresi che di lombardi, un’espressione di incredulità. Questo non è che uno degli effetti delle informazioni distorte presentate al pubblico, che hanno nell’equivoco semantico tra mortalità e sopravvivenza [1] uno dei loro fulcri. Il Rapporto AIRTUM 2011 in oggetto afferma nella prima pagina di prefazione che “al Sud si sopravvive un 4% in meno che al Nord e al Centro”. I citati dati AIRTUM [3] mostrano che al Nord si muore un 4% in più che al Sud. Non vi pare doveroso chiarire che dove “si sopravvive” di più si muore di più, e come è possibile? Forse introducendo il concetto di non-complementarietà tra mortalità e sopravvivenza [4]?
La comparazione della sopravvivenza tra aree con screening e senza screening invece che essere presentata come indice della superiorità della sanità (delle aree con screening), può servire a sviluppare un indice epidemiologico sulle sovradiagnosi, e quindi sulla iatrogenesi (delle aree con screening).
Grazie per avere trovato nella lettera spunti interessanti per leggere i dati, ma non dico novità: che la mortalità sia come indicatore generale più affidabile della sopravvivenza, e dell’incidenza, è stato spiegato da anni da cattedre autorevoli [5]. Al contrario, la monografia AIRTUM in oggetto non solo con la sua credibilità coonesta presso il pubblico l’equivoco tra sopravvivenza e mortalità, ma caldeggia l’impiego della “sopravvivenza oncologica” come strumento fondamentale della valutazione e quindi della programmazione sanitaria.
In realtà nella attuale epidemiologia dei tumori la sopravvivenza è un esempio da manuale di indice epidemiologico vistoso ma non autonomo, che non andrebbe considerato isolatamente, perché da solo è insufficiente e fuorviante al punto da essere gravemente dannoso. Assegnargli per se un valore politico centrale, per la “valutazione del sistema sanitario nella sua complessità” è deprecabile, per non dire sciagurato, equivalendo a legalizzare un artifizio contabile che, registrando le passività (iatrogene) come attivi, induce a una spirale perversa.
E’ meritorio che segnaliate anche i danni degli screening, e la propaganda su cui si basano; siete tra i pochi a farlo. Però in questo articolo di fatto sostenete radicalmente gli screening; come del resto fa esplicitamente la monografia in oggetto, che parla di “risultati eclatanti” per lo screening della mammella. E’ eclatante che in questi stessi giorni tra le varie voci qualificate di critica vi sia quella di una docente universitaria di ostetricia che spiega le ragioni scientifiche per le quali ha declinato l’invito a sottoporsi allo screening, nonostante sia portatrice di fattori di rischio [6].
Nel linguaggio comune questo si direbbe un “dare un colpo al cerchio e uno alla botte”. A me pare una pratica diffusa tra specialisti competenti che trattano di argomenti politicamente caldi, o meglio “hot”. L’ho osservata ad esempio tra gli studiosi più ferrati del terrorismo in Italia: che svelano e descrivono i legami di pochi sbandati con strutture dello Stato e poteri sopranazionali immensamente più forti; salvo poi minimizzare, quando non negare, il peso avuto da tali legami. La chiamo “la negazione del conseguente”, perché segue lo schema logico:
- A
- Se A allora B
- Non B.
Qui, semplificando:
- Gli screening portano a sovradiagnosi, che aumentano i profitti a scapito della salute.
- Se ci sono sovradiagnosi, l’uso dell’indice di sopravvivenza per la valutazione della qualità della sanità è ingannevole e aggrava la situazione.
- L’indice di sopravvivenza mostra la qualità della sanità e deve guidare la programmazione sanitaria.
L’implicazione materiale porta spesso a errori logici, basati sullo scambio tra necessario e sufficiente; ma nella vita di tutti i giorni non si commette spesso un errore tanto evidente come la negazione del conseguente. Che perciò si potrebbe chiamare “la fallacia dei dotti”. O forse, dei dotti che sono uomini di mondo.
30 nov 2011 h 8:15
1. http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/
2. http://menici60d15.wordpress.com/2009/10/28/la-magistratura-e-la-separazione-dei-valori-il-caso-della-“nave-di-veleni”/
3. Grande E. et al. Regional estimates of all cancer malignancies in Italy. Rapporto AIRTUM 2007. Tumori, 2007. 93: 345-351.
4. Reich J.M. Improved survival and higher mortality. The conundrum of lung cancer screening. Chest, 2002. 122: 329-337.
5. Bailar E.C. Cancer undefeated. NEJM, 1997: 336: 1569-1574.
6. Bewley S. The NHS breast screening programme needs independent review. BMJ 25 ott 2011.
§ § §
Blog de Il Fatto
Commento al post di F. Sylos Labini “I testi tossici dell’economia” del 17 dic 2011
I modelli matematici hanno nella loro parte verbale, e in particolare nei nomi delle variabili, un punto debole che si presta particolarmente a manipolazioni. Esiste un retorica quantitativa, che consente di mentire e ingannare coi numeri (in realtà, con le misure o i conteggi). Per es. in epidemiologia dei tumori si equivoca tra “mortalità” e “sopravvivenza”, riuscendo a fare figurare un aggravamento del cancer burden come un successo: v. Lo sfruttamento del bias da sovradiagnosi in oncologia. http://menici60d15.wordpress.com/2011/11/25/lo-sfruttamento-del-bias-da-sovradiagnosi-in-oncologia/.
Nonostante si sappia che nel valutare l’efficacia di interventi sanitari come gli screening di massa l’indice corretto è la mortalità, non la sopravvivenza: v. paragrafo 20, in: National lung screening trial questions & answers. National cancer institute. http://www.cancer.gov/newscenter/qa/2002/nlstqaQA
Basterebbe sostituire il termine ingannevole “sopravvivenza” con quello tecnicamente più corretto “case fatality ratio”. Ma anche le professioni scientifiche hanno i loro trucchi.
Pubblicato in: "Prevenzione", Agenzie morali parassitarie, Agnotologia, Animalità razionale, Associazioni a delinquere di stampo mafioso autoctone padane, Bioetica strumentale, Biopolitica, Borghesia compradora, Buonismo medico, Carotismo, Censura del dissenso tecnico, Censura su questioni bioetiche, Clero e frode medica strutturale, Complesso biomedico-mediatico, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Crimine dei colletti bianchi, Crimine universitario, Deontologia dei blogs, Depistaggi eziologici, Deuteragonismo medico, Deuteragonismo nei blogs, Difesa diritti fondamentali pre-costituzionali, Diritto all'informazione, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Fallacie di generalizzazione e induttive, Falsa coscienza e buona fede degli operatori nella frode medica strutturale, Forma democratica e sostanza pontificia, Frode medica strutturale, Frodi quantitative, Iatrogenesi, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Indebolimento metodologia scientifica, Influsso delle oligarchie finanziarie, Istituzionalizzazione del crimine, Istituzioni ibride, Libertà dalla bugia, Mafia meridionale e mafia fordista, Mafie meridionali e medicina, Malamisura, Manipolazione delle statistiche sul cancro, Medicalizzazione della vita, Medicina e frode medica strutturale nel Meridione, Mediocrità etica e intellettuale tra gli scienziati, Midcult progressista, Neoalchimia, Non-complementarietà, Omertà scientifica, Pansera, Passaggio da medicina dei baroni a medicina delle multinazionali, Paziente come supporto, Politica e biomedicina, Praticità del teorico, Profezia che si autoavvera in medicina, Promesse messianiche di successi scientifici, Propaganda di malattie, Relativismo epistemico, Riconoscimento dell'extramediatico, Sanità lombarda, Scambio ruoli progressisti e conservatori, Scambio tra accuratezza e precisione, Scientismo, Scienza ad auctoritatem, Scienza e medicina come nuove religioni, Selezione opportunistica dei pazienti, Silenzio osceno, Sineddoche tendenziosa, Sovradiagnosi di cancro, Sovratrattamento, Successi spuri nella lotta al cancro, Teatrino laici cattolici su questioni bioetiche, Tecnologia irrazionale pro business, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza e medicina, Violenza indiretta, Violenza occulta | Commenti disabilitati
22 novembre 2011
Blog de Il Fatto
Commento al post di Francesca Moccia “A nome di chi ancora crede nella sanità” del 22 nov 2011
Francesca Moccia, coordinatrice del “Tribunale per i diritti del malato” chiede al Ministro della salute del governo Monti di difendere la Sanità pubblica; e lamenta che si deve “aspettare fino a 12 mesi per una mammografia”.
Chi pensa che lo screening mammografico salvi dal cancro ha buone ragioni per essere ottimista: questa pratica, la cui propaganda in questi giorni un USA viene criticata nelle sedi più ortodosse, sotto titoli come “Stop ‘selling’ cancer screening”, verrà favorita dal nuovo governo “tecnocratico”, che su questo punto non sarà un castigatore dei costumi ciellino-formigoniani.
Se invece si è disposti a prestare ascolto alla concezione per la quale la sanità – pubblica o privata – dovrebbe curare il cancro, anziché continuare a sfruttarlo con sistemi non esattamente limpidi avendone fatto un settore di punta dell’economia; se non si condivide la visione riportata nel sito del PD, per la quale “la sanità è un fattore di sviluppo per il Paese”, ma si ritiene che la sanità, almeno quella pubblica, debba essere un servizio, che spende le risorse disponibili nel miglior interesse dei pazienti, allora consiglio di leggere “The NHS breast screening programme needs independent review” British medical journal, 25 ott 2011; dove una donna, Susan Bewley, professore universitario di ostetricia, con una storia familiare positiva e multipli fattori di rischio per il cancro alla mammella, spiega i motivi scientifici per i quali ha rifiutato lo screening mammografico che le è stato offerto.
http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/16/teenage-cancer/
http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/27/la-lotta-ai-contronimi-ideologici-prevenzione/
§ §
@alexei. Io invece mi sono chiesto perché, con tutti i problemi autentici, l’articolo della dirigente di “Cittadinanzattiva” evidenzi in grassetto “aspettare fino a 12 mesi per una mammografia”. Perché in un paese che pullula di mammografi si diffonde in continuazione la stessa storia che le mammografie sono troppo poche? Perchè non si parla di pinzillacchere come le critiche sulla loro scarsa utilità o dannosità; non si parla dell’inefficacia o dannosità delle costosissime terapie oncologiche; dell’impoverimento cui vanno incontro molti malati di cancro nel tentativo, spesso inutile e controproducente, di guarire? E di come, con la privatizzazione della sanità, il burden cancer, il carico di cancro, non diminuirà, ma il suo incremento sarà una provvidenza per gli investitori, che lo tradurranno in una ulteriore moltiplicazione della spesa? O magari, per prendere un altro argomento citato dal Tribunale, i “10 mesi per una TAC”, perché tribunali dei diritti e giornalisti stanno zitti sugli allarmi lanciati anche dall’ortodossia in merito all’eccessivo uso delle TAC, che esponendo a radiazioni ionizzanti sta contribuendo all’ incremento dei casi di cancro?
Contestare argomenti non graditi come irrilevanti nelle denunce sulla sanità non è solo “un limite”; è favorire una forma di censura, molto usata dai media, e da chi ha interessi personali su temi pubblici, che è la censura per tematizzazione. Per quale si parla ad nauseam di alcuni aspetti, che finiscono per essere identificati con il problema, mentre altri sono tabù, e suonano quindi come non pertinenti. E guarda caso gli argomenti propagandati sono le “carenze” di quei servizi che portano soldi a chi li vende, il fornisce e li sostiene; e gli argomenti proibiti i danni che questa inflazione di servizi a scapito di altri più utili causa ai cittadini.
Del resto, fanno così anche i magistrati veri:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/10/radiotossicita-mafiosa-e-legale/
§ §
@alexei. Di che regione è la ASL che non concede la mammografia preventiva in tempi brevi? Perché, pensi invece c’è chi si lamenta delle sollecitazioni che riceve dalle ASL lombarde per fare la mammografia (v. La criminale medicalizzazione del corpo delle donne. Blog “agorà di cloro”, 13 nov 2011). Immagino che quindi per lei sarebbe del tutto fuori luogo parlare, in tema di problemi della sanità, di quanto bisogna aspettare, data l’allocazione delle risorse distorta a favore degli squali della salute, per avere le comuni cure odontoiatriche in cambio delle tasse pagate. O di quanto si deve sborsare se si ha in famiglia una persona affetta da demenza senile.
Ho l’impressione che lei sia tra coloro che tendono a confondere i problemi della sanità con gli interessi di chi trae guadagno dalla sanità. Credo che sostenere che l’allocazione delle risorse in sanità che obbedisca a criteri etici e razionali anziché speculativi, corporativi o sindacali non c’azzecca coi problemi della sanità sia peggio che un limite; ma è interessante, perché la forma alla medicina la dà il pubblico. Abbia fiducia che col nuovo corso il desiderio di ricevere da sani una periodica dose di radiazioni ed eventualmente un intervento chirurgico inutile o dannoso sarà esaudito (quello di sottrarsi realmente al rischio del cancro credo di no). E la verranno a cercare a casa, come già avviene nelle regioni a sanità civile come la Lombardia; dove infatti nel 2007 i tassi di diagnosi di cancro della mammella standardizzati per età nel 2007 sono risultati 110/100000 contro i miseri 74/100000 della arretrata Calabria. Solo, poi non bisognerebbe fare il piagnisteo quando si hanno problemi di salute seri e si viene lasciati a sbrogliarsela da soli.
§ §
@alexei. “Non fare nessuna distinzione tra tempi di attesa” per i servizi utili, che non vengono forniti – favorendo così i privati – perché le risorse sono sprecate nell’inutile e nel dannoso, e i tempi di attesa per una “diagnostica di massa forse inutile se non addirittura pericolosa” [sue parole]? Immagino che prima di chiedere una summa in 2000 caratteri dello sterminato campo delle frodi mediche strutturali, e dare voti anziché argomentare, dovrebbe chiarirsi un po’ le idee.
§ §
@alexei. Le frodi strutturali in effetti sono il nucleo portante, e trascurato, del malaffare medico. Ma sfortunatamente i ministri queste cose non le ascoltano, anzi: vedi quanto sta emergendo in questi giorni (ma dopo che non è più ministro) sui rapporti d’affari tra l’allora ministro Fazio e il bancarottiere Verzè. Per di più, gli enormi interessi in gioco, che ogni anno spendono cifre astronomiche in marketing e appoggi politici, riescono a lasciare tutto com’è; anche avvalendosi di quelli come lei, che tutto fanno per non chiarire, lanciando attacchi personali a chi denuncia ciò che va taciuto, mentre fingono di denunciare chissà quali scandali.
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15 novembre 2011
Blog de Il Fatto
Commento al post di M. Viroli “Gli italiani? Realisti miserabili” del 15 nov 2011
Ritorno ai principii? Finalmente:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/05/la-fallacia-delle-regole/
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/08/obbedienza-alle-regole-e-obbedienza-delle-regole/
Anche se in tempi un po’ sospetti:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/27/la-riesumazione-dell’etica/
La forma nostrana di potere, pontificia, predica magistralmente la virtù mentre pratica la perversione. Viroli e Magris per i miei gusti sono tra i suoi migliori “domenicani”; le loro parole sono spesso un balsamo e una guida. I due vengono attaccati su questo blog come teorici privilegiati, ma sarebbe ora di non tacere più sul popolo come istituzione corrotta. Aveva ragione De Filippo:“La gente fa paura”.
Credo ci sia un punto che possa testare la buona fede delle due parti, e portare ad una convergenza: la instancabile e continua richiesta di giustizia, dati i principii, nei casi concreti. Che non è rivolgersi al magistrato, e può consistere nel rinunciare a farlo:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/31/“se-la-canaglia-impera-la-patria-degli-onesti-e-la-galera”/
Chi parla di principii da una cattedra ben incistata nell’establishment sarà credibile se sfrutterà le sue notevoli capacità intellettuali per chiedere giustizia riguardo a casi concreti: le tante forme dell’istituzionalizzazione della predazione da parte del potere sulle persone comuni.
Chi tira ogni giorno la carretta non dovrebbe scordare che chiedere giustizia per ciò che subisce non è solo un dovere civico, ma è l’unica arma pratica per non essere completamente sopraffatto da chi comanda; che fare proprio il cinismo dei potenti e cercare solo di integrarsi nello status quo, perdere la capacità di riconoscere l’ingiustizia che si subisce o si vede (e anche quella che si pratica) e rinunciare a reagire, non è da furbi. Lo dimostra la situazione nella quale, nonostante i loro pregi, gli italiani sono riusciti a farsi incastrare come imbecilli.
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5 novembre 2011
Blog de Il Fatto
Commento al post di S. Truzzi “Calamandrei, educazione italiana” del 5 nov 2011
Le sue parole, che emanano il “fresco profumo di libertà”, erano consentite negli anni del Dopoguerra. Oggi Calamandrei va bene come santo laico, al quale accendere una candela per poi voltarsi, tornare nel mondo alleggeriti da sensi di colpa e continuare a peccare contro l’etica pubblica con rinnovato vigore.
Persone come lui, o anche solo persone normali che seguono istintivamente la direzione che magistralmente indicava e descriveva, oggi possono essere attivamente eliminate, sul piano morale quando non fisico, da apparati dedicati. Con meccanismi che ottengono una selezione avversa della classe dirigente, inclusa del resto l’estinzione dei veri azionisti; che assegnano valore alle persone secondo una scala invertita, per poi fare in modo che tale perversa falsa misura si avveri. Come un processo dove la sentenza viene emessa per prima, e poi il procedimento e la realtà vengono ad essa adattati col dolo e la violenza, potrei dire a Calamandrei se fosse vivo.
Apparati ai quali non è estranea la magistratura, che anche in questo più che i suoi elogi merita la sua diagnosi di conformismo e di letargia morale. Oggi un Calamandrei verrebbe classificato come “un insopportabile importuno”, cioè un rompiscatole, se non peggio. Calamandrei contrastò ai suoi tempi tali capovolgimenti, ormai istituzionalizzati:
“[L’arcivescovo di Palermo Ruffini nel 1964] denunciò una diabolica congiura mediatica mirante a calunniare la Sicilia; una congiura che aveva tre teste. … Danilo Dolci … Giuseppe Tomasi di Lampedusa … e la mafia, la quale, affermava Ruffini, non era niente di grave”. J. Dickie, Cosa nostra. Storia della mafia siciliana, 2005.
“Sono insopportabili questi importuni che ricordano, con il loro esempio, fastidioso come un rimprovero vivente, che nel mondo esiste la onestà e la dignità”. P. Calamandrei, arringa in difesa di Danilo Dolci, 1956.
(da: http://menici60d15.wordpress.com/leopardi-unabomber-e-altri-eversori/)
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27 ottobre 2011
Blog de Il Fatto
Comento al post di N. Dalla Chiesa “La vendetta dell’etica” del 27 ott 2011
Mi capita spesso di trovarmi d’accordo con gli enunciati di principio di Nando Dalla Chiesa, e di ammirare il modo in cui li formula; è con la loro estensione che spesso dissento. Sì, c’è una nemesi per aver trascurato l’etica, in particolare quella pubblica; che colpisce chi la calpesta rozzamente, a cominciare dai cittadini semplici che, ormai infettati dal corso storico, credono di poter scimmiottare il Principe, così come pochi anni fa pensavano di poter diventare milionari con la Borsa; senza sapere che senza etica sono un parco buoi anche in tema di diritti fondamentali.
Per andare a chi la trascura in nome di analisi politiche o economiche “oggettive”, pensando che dicendo “scevro da giudizi di valore” ci si qualifichi automaticamente come un serio studioso; che si bea di conoscere e applicare il termine “avalutativo”, ma non conosce o trascura la differenza tra “avalutativo” e “unprincipled”.
Per finire a quelli che la predicano per meglio razzolare, e sono i peggiori come si vede dai risultati; clero, sinistra, intellettuali, agenzie etiche come la medicina, il potere giudiziario, le forze di polizia. La loro ipocrisia è profonda e strutturata come il pozzo di S. Patrizio del Sangallo. Dalla Chiesa vede l’etica calpestata solo da B. e soci, ovviamente. Osservando gli effetti di quella che Illich chiamò la “Nemesi” medica, vedo che riguardo alla salute la parte che Dalla Chiesa difende non è seconda all’Amorale per antonomasia.
Ora che le cose si mettono male, probabilmente ci si ricorderà dell’etica pubblica; retoriche consolatorie si incontreranno con piagnistei di comodo. Ma l’etica non è un emolliente; sferza e brucia. Vorrei riportare un passo di Maccacaro, esempio raro di medico, scienziato, intellettuale e comunista che l’etica la sentiva in interiore homine, a differenza di tanti suoi compagni di partito e colleghi:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/27/la-lotta-ai-contronimi-ideologici-prevenzione/
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Blog de Il Fatto
Comento al post di M. Viroli “Letteratura della nuova Italia” del 4 dic 2011
Prevedibile…
http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/27/la-riesumazione-dell’etica/
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24 ottobre 2011
Blog de Il Fatto
Commento al post di L. Franco “Cocaina e banane, trovati 25 chili di droga tra i bancali dell’Esselunga” del 24 ott 2011
Strane cose accadono all’Esselunga. Ora i 25 kg di cocaina tra le banane. E dire che la ditta è strettamente sorvegliata dalle forze dell’ordine. Per esempio, dopo aver postato questo:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/07/mafia-padana-e-magistrati/
e questo:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/17/salsa-cilena-allesselunga/
mi ci sono voluti 41 tentativi, nell’arco di un mese (mentre negli stessi giorni, vedo, avveniva il contrabbando di cocaina) per riuscire a compiere le poche centinaia di metri da casa all’Esselunga di via Volta a Brescia senza incrociare almeno un’auto di polizia. Per poi subire il solito comportamento gratuitamente provocatorio all’interno del grande magazzino. Oggi, appena pochi minuti prima di leggere l’articolo de Il Fatto, essendo passato in auto lì vicino, ho goduto della scorta di una Land Rover dalla Polizia provinciale, lo stesso modello di auto e lo stesso corpo di cui riferisco nel primo post, che mi si è messa dietro seguendomi a lungo per poi svoltare per una stradina che porta all’Esselunga.
Quasi sicuramente combinazioni prive di significato; oppure, dato il loro sapore onirico, opera del mago burlone sapientemente descritto da Tornatore nella sua recente apologia cinematografica dell’Esselunga. Oppure forse, attorno a forti realtà imprenditoriali come Esselunga le categorie onesti/criminali/tutori della legalità, presentate dai media e dalle forze di polizia, e sancite – o coonestate – dalla magistratura, e accettate come ovvie e naturali dal pubblico, sono solo parzialmente sovrapponibili a quelle reali; così che i ruoli e le alleanze reali sono talora opposti a quelli apparenti. I magistrati, inclusi quelli che si occupano di mafia, dovrebbero avere presente che vi sono oltre a quelle riconosciute anche forme sommerse di grande criminalità; e la possibilità che, come ho scritto più volte, con l’alibi della lotta alla criminalità si commettano reati non meno gravi.
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@Ecomostro. I fatti oggetto di denuncia si distinguono principalmente in veri o falsi, non in realistici o irrealistici. Io ho i filmati dei passaggi delle auto di polizia. (Né ci vuole molto, con la video sorveglianza, a fare eseguire un passaggio a una pattuglia al bisogno). Contra factum non valet argumentum. Argomento peraltro fallace: possono benissimo esserci fatti veri che suonano irrealistici. Se una denuncia venisse negata a priori perché secondo i gusti di qualcuno, o il sentire comune, non suona realistica, i critici cinematografici potrebbero fare le veci dei PM. Capisco che quanto denuncio possa essere accolto con perplessità. Però conoscere la differenza tra vero e verosimile fa parte del’abc del cittadino consapevole. Negare sicuri un abuso non conoscendo i fatti perché non corrisponde ai canoni Mediaset e Rai di rappresentazione del crimine è invece l’attività preferita dei boccaloni. Il “realistico” spesso non è che un nome rispettabile per “conformismo” e bigotteria. Io ad esempio ho forti dubbi che alla polizia manchi la benzina, visto che non mi riesce di uscire senza incrociarla. E la storia d’Italia è costellata di fatti “irrealistici”, inclusa l’invincibilità della mafia:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/17/italia-150-anni-di-conquiste-fiat/
Un piccolo test. Poniamo che sia stata commessa una strage terroristica nella piazza principale di Brescia, diciamo nel 1974. E diciamo che oggi, ottobre 2011, si attenda l’anno prossimo per un’altra tornata del relativo processo. E’ “realistico” che un processo per un fatto tanto grave si estenda al quinto decennio dalla commissione del reato, diverse epoche storiche e politiche dopo? Per me è un esempio della normale assurdità in cui viviamo. Di sicuro, è lo stesso ambiente dove avvengono i fatti che riporto; dei quali probabilmente dovrei discutere solo con chi non consideri “realistici” i tempi – e gli esiti – dei processi sul terrorismo.
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@ecomostro. Quello che non capisco io è come non ci possano essere eccezioni al “continuo via vai” in quel tratto; a Lei succede di incontrare senza eccezioni un’auto della Polizia ogni 500 metri ? E le capita di essere urtato al supermarket dallo stesso dipendente nello stesso punto per 4 volte consecutive?
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@n di zorro. Per proseguire il tuo “brainstorming”, forse non si sono lasciati scappare un quarto di quintale di coca; potrebbero anche averlo lasciato arrivare. Senza offesa. Le forze di polizia hanno precedenti di tutto rilievo nel doppio gioco sulla droga e nel non farsi scappare affari di droga (Ros di Bergamo); nel provocare e reprimere a fini di controllo politico (secondo gli insegnamenti di Cossiga); e nel pilotare l’eversione (attività sulla quale sono state scritte centinaia di pagine). E da quei professionisti che sono riescono a fare queste cose contemporaneamente senza fatica. Non come te che devi sforzarti per emettere contemporaneamente fesserie e insulti.
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@xenomars. A me pare che la polizia, e i servizi, siano anche troppo amici di Esselunga; e che abbiano una tendenza ad allestire insieme falsi scenari. (E che la Coop sia rivale in affari, ma non avversario ideologico di Esselunga, facendo parte dello stesso sistema).
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@pombo. Non mi seguono, si fanno vedere. Lo stalking Esselunga è cominciato a fine 2006, quando scrissi al comandante della municipale, promosso vicecomandante a Milano, e al difensore civico comunale, un magistrato emerito, commentando sulla circostanza, che è durata per tutto il 2006, per la quale ogni volta che entravo o uscivo da una biblioteca o da una libreria di Brescia incrociavo, senza eccezioni, un auto della polizia municipale, CC, PS, etc. E a volte sia quando entravo che quando uscivo.
Questo è l’esergo della lettera del 2006:
“Questa specie, ora del tutto perduta, era allora floridissima in Lombardia…”
(I Promessi Sposi. Commento sul modo dei bravi di farsi riconoscere dall’abito, dal portamento e dall’esibizione delle armi.)
L’accompagnamento culturale ha smesso di essere al 100%, ed è cominciato quello al supermarket; che è tenace e duraturo. Può darsi che a loro, e mi sa pure a te, siano più congeniali le banane che i libri.
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22 ottobre 2011
Blog de “Il Fatto”
Commento al post di A. Pisanò “Corte di Giustizia europea, no ai brevetti sugli embrioni umani” del 22 ott 2011
Sono almeno 40 anni che si annuncia la venuta dell’era della produzione di organi e tessuti mediate staminali. Un’idea affascinante; ma il gap tra sogno e risultati pratici resta oceanico, mentre al business occorrono risultati commerciabili. Non importa però che siano reali; trattandosi di medicina, basta dare l’impressione che ci siano. La bioetica, giovane disciplina ancillare al business, serve anche a fornire tale falsa impressione. Il litigio accanito su una carta inscenato tra il mazziere del gioco delle tre carte e il suo compare che si finge uno del pubblico dà agli astanti l’impressione che il gioco sia equo e ci sia per loro una possibilità di vincere. La bioetica assolve spesso lo stesso ruolo: allestendo una diatriba etica, fa sembrare vero l’entimeme dell’esistenza delle cure oggetto di discussione, o della possibilità di ottenerle in tempi brevi. Qui il gioco è quello delle staminali, e mazziere e compare sono i laici e i cattolici. Già 20 anni fa un famoso bioeticista, Kaplan, affrontò il caso, che ancora oggi è prematuro tanto quanto è contorto, di una donna che voleva farsi inseminare artificialmente dal padre, affetto da Alzheimer, per ottenere cellule embrionali con le quali curarlo. Il moralista non si chiese se tale questione non assomigliasse a quelle prove ontologiche che vorrebbero provare l’esistenza di qualcosa, in genere onnipotente, considerandone gli attributi; e se la questione, stante l’impossibilità materiale allo stato di curare l’Alzheimer con le staminali, non appartenesse alla categoria dei sofismi che rispondono in primis a esigenze ideologiche di interesse e di potere.
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/12/i-futures-di-santa-lucia/
http://menici60d15.wordpress.com/2008/01/21/diplomi-di-laurea-bruciati-sul-sagrato-tornano-i-roghi/
I magistrati favoriscono il business delle staminali dando una mano a entrambi gli attori in questa recita, e tenendo a bada i guastafeste.
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@Precisa. Grazie. Andrebbe riconosciuto che la bioetica può avere un fine propagandistico, che segue le leggi del marketing, o delle pubbliche relazioni. Può creare aspettative, e può contribuire a creare un prodotto che è una merce virtuale, fatto solo di aspettative, speranze e false impressioni. Cioè una truffa. Qui siamo a distanze astronomiche dagli impressionanti effetti terapeutici della penicillina sulla polmonite lobare.
Penso che, se davvero si fosse in grado di rigenerare strutture anatomiche con le staminali embrionali, i cattolici, che sono animati da un attaccamento sano, e talora fin troppo viscerale, a questa valle di lacrime, e che hanno avuto un papa che si fece iniettare cellule fetali di agnello nel tentativo di ritardare il redde rationem con Colui del quale era vicario, troverebbero in un lampo buonissime giustificazioni teologiche per usarle.
Dall’altro versante, la sentenza dei giudici della Corte europea toglierà molti “laici” dall’imbarazzo, permettendo di sostenere che se non ci sono stati i risultati promessi è perché, cedendo alle ingerenze clericali, si è penalizzata la ricerca sugli embrioni; dando così nuovo impulso alle interminabili recriminazioni tra “laici” e “cattolici”, la macchina del fumo; fumo che viene poi venduto a peso d’oro.
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Blog “Appello al popolo”
Commento al post “15 ottobre: un punto di vista diverso” del 23 ott 2011
@Stefano. Segnalo un altro caso di falso dilemma impostato e imposto dal potere (con la complicità dei magistrati) partecipando al quale come “sinistra” si ottiene il doppio vantaggio di fare bella figura apparendo come progressisti e di intascare benefici per la manovalanza fornita alle frodi e alla violenza del potere:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/22/la-fallacia-esistenziale-nel-dibattito-bioetico-sulle-staminali/
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15 ottobre 2011
Blog de il Fatto
Commento al post di Fabio Balocco “La responsabilità personale” del 14 ott 2011
Non vorrei che, nel paese dei preti e dei sacrestani, questo appello alla responsabilità personale, in sé sacrosanto, e che penso di applicare, divenisse un “victim blaming”:
“La decrescita degli altri
Bisogna stare attenti affinché l’augurabile programma di decrescita economica non sia confuso con quello di “decrescita”, cioè di impoverimento, dei ceti medi e bassi da aumentato sfruttamento in un sistema altrimenti immutato. Se viene cooptato dai nostri politici, questo appello alla decrescita corre il concreto rischio di trasformarsi nello “accettate con letizia di stringere la cinghia mentre noi e i poteri che rappresentiamo continuiamo ad abbuffarci a vostre spese e a fare danno al pianeta meglio di prima”. A una declamazione astratta sulla virtù dell’austerità e i mali del consumismo, che riproponga quella di Enrico Berlinguer del 1977 che Lanza cita, si può associare un appoggio pronto, cieco e assoluto alle vie più turpi per proseguire la crescita economica “legale”:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/15/la-medicina-come-rimedio-ai-limiti-della-crescita-economica/ “
Da un lato dobbiamo ammettere che la colpa è anche nostra; fino a che le cose andavano bene il modello consumistico ha calzato a pennello i valori della maggioranza delle persone. “Il popolo”, la “Ggente”, dovrebbe sedere accanto a Berlusconi e ai suoi soci di sinistra nel gabbione degli imputati. Dall’altro esiste anche una dimensione irriducibilmente politica di questo sistema basato sullo sfruttamento: chi ci governa, a destra e a sinistra, ha speso le sue notevoli doti a favore di un modello che è intrinsecamente sociopatico. Anche lì, davanti a politici che rappresentano non lui ma gli interessi che ci hanno condotto in questa situazione, l’individuo oltre che battersi il petto e risparmiare sull’acqua del water può fare attivamente la sua parte:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/29/le-ragioni-per-non-votare/
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6 ottobre 2011
Blog Blogghete
Commmento al post di G. Freda “Spacciatori di fuffa” del 6 ott 2011
Dell’influenza degli USA sull’arte tramite la CIA sentii parlare da Enrico Baj ad una conferenza che tenne mi pare nel 1997 in un paese vicino a Brescia. Citò anche lui Peggy Guggenheim. Fece affermazioni sorprendenti su metodi di persuasione del genere “diplomazia delle cannoniere” che furono usati a Venezia. Riporto un passo da “Conversazioni con Enrico Baj” di L. Caprile, 1997 (pag. 54):
“Castelli ha organizzato la mostra al Padiglione americano della Biennale di Venezia nel 1964 assieme al suo amico Alan Solomon, entrambi dei servizi segreti americani. D’altra parte, i servizi segreti americani, qualche anno fa, hanno pienamente ammesso di aver considerato l’arte americana come un fatto d’importanza strategica e per tale considerazione di avere sollecitato l’interesse diretto del governo e della Casa Bianca. Nel caso della Biennale, Castelli e Solomon hanno avuto via libera dal Dipartimento di Stato.[…] improvvisamente si presenta l’accoppiata Castelli-Solomon, cambiano tutti i progetti precedenti e tutto lo spazio viene occupato dalla Pop Art con il conseguente successo dell’immagine americana up to date. […] Pensavamo che la Pop art volesse distruggere il mito della Coca-cola, della Marylin e del fumetto. Eravamo in errore perché lo si voleva solo esaltare.”
Credo che, come per altri aspetti della Guerra fredda, quello della opposizione all’URSS fosse un pretesto. Il movente principale mi pare sia stato quello di costruire un’egemonia culturale nei paesi “alleati”, che favorisse il dominio politico ed economico; creando consenso per le idee politiche capitalistiche, e mercati per i prodotti da consumare. Non si dirà mai abbastanza degli effetti negativi del condizionamento culturale. D’altro lato, occorre considerare che si tratta di informazioni “declassified”, come mostrano anche il libro della Stonor Sanders e la circostanza che la clamorosa rivelazione è arrivata sulle pagine di Repubblica. Sembra uno di quei “limited hang-out” tipici degli anglosassoni.
Questa ingerenza viola l’art. 33 della Costituzione, che dice che “L’arte e la scienza sono libere”. E’ noto il controllo sull’arte, che si può dire abbia ottenuto i suoi effetti già da molti anni; si parla molto meno di quello sulla scienza, attuato mediante i servizi e mediante vie riservate; che invece è più attuale e importante, per le ovvie implicazioni economiche; soprattutto in campo biomedico. Controllando l’arte si può influenzare la cultura generale dei popoli; controllando la ricerca scientifica e tecnologica, si controllano l’industria e il commercio.
I gruppi facenti capo a Rockefeller, citati a proposito del controllo dei servizi sull’arte, sono noti anche per l’influenza determinante che hanno avuto nel plasmare la medicina e la ricerca scientifica biomedica del nostro tempo. Pochi in Italia conoscono il caso della persecuzione di Domenico Marotta, mediata da magistratura e democristiani, e appoggiata da una campagna diffamatoria dell’Unità, due anni dopo l’uccisione di Mattei e alcuni mesi dopo il caso Ippolito. Marotta era un autentico gran commis dello Stato, molto lontano dai soggetti cui siamo ormai abituati. Fu un validissimo direttore dell’Istituto superiore di sanità, del quale è considerato il padre. Infranse il monopolio anglo-americano sulla penicillina, chiamando l’inglese Chain, premio Nobel, a lavorare per noi; un atto che ha evidenti analogie con la ricerca dell’indipendenza energetica per l’Italia di Mattei e Ippolito. Subì l’oltraggio del carcere ottantenne, mentre sui giornali veniva presentato come una “forchetta della scienza”. Marotta era un uomo del passato. I moderni servitori dello Stato hanno reso l’Italia un verde pascolo per le multinazionali farmaceutiche estere. In Italia un bambino su due assume almeno un antibiotico all’anno – molto spesso inutilmente e con effetti nocivi – contro il 14% degli inglesi.
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3 ottobre 2011
Postato su Apppello al popolo il 3 ott 2011
Su questo sito Simone Santini [1] ha di recente discusso del neologismo “rossobruni” applicato all’area antagonista. Non considero qui le categorie ideologiche risultanti dalla conflazione di marxismi e fascismi, o eventuali “nazimaoisti” in carne e ossa, ammesso che esistano, argomenti sui quali non so nulla; né tanto meno l’analisi dell’evoluzione attuale del marxismo, altro argomento sul quale non so niente; ma la tendenza della sinistra di potere ad attaccare gratuitamente anche con sistemi abietti chi è inviso ai suoi nuovi padroni; e a dare dell’estremista – rosso, nero, o magari milanista - a chi non le garba, o non garba ai suoi nuovi padroni; e questo lo conosco benissimo per esperienza diretta.
Santini mostra come l’opposizione rossi/neri sia da superare. Non penso che “rossobruni” sia un complimento, da prendere come titolo del quale felicitarsi. Nè che gli antagonisti rossi vadano accomunati a quelli neri sotto la categoria “antisistema”: il modello ideale di società desiderato è, si presume, fondamentalmente diverso per le due posizioni, pur essendoci, oltre all’opposizione al capitalismo, punti di contatto ideologici, e psicologici. Ma sono d’accordo nel rifiutare la dicotomia sinistra/destra: sta divenendo sempre più evidente che questa contrapposizione orizzontale distoglie dalla divisione fondamentale, che è quella verticale potere/governati. E’ un’opera dei pupi, con Berlusconi che parla di pericolo comunista e la “sinistra” che si dice discendente dei partigiani, mentre entrambi fanno quello che vuole il puparo (la “sinistra” ancor più che Berlusconi, secondo alcuni commentatori); un pubblico di bambini guarda a bocca aperta, mai stanchi della stessa recita rassicurante. Come le botte tra Arlecchino e Pulcinella con Mangiafuoco alla cassa nella canzone di Bennato.
E’ proprio di questa “sinistra” attaccare chi è su posizioni progressiste vere; sia perché è questo il lavoro per il quale è pagata: impedire una sinistra autentica in Parlamento occupandone il posto. Sia perché come tutti i rinnegati c’è un odio personale verso chi non ha tradito e può quindi testimoniare, anche con la sua sola esistenza, la loro falsità. Gli attacchi alla sinistra che, absit iniuria, qualcuno potrebbe chiamare “ingenua”, e in generale ai progressisti autentici, sono quindi sistematici e ben studiati.
L’epiteto “rossobruno” è sia interessante che impudente, perché proietta sugli oppositori la circostanza – e la vergogna – che sono la destra e la sinistra parlamentari a fondersi, e talora a scambiarsi i ruoli; così che chi critica la “sinistra” da una posizione di sinistra coerente, anche moderata, può essere rappresentato come di estrema sinistra se critica il loro praticare politiche di destra; e come di destra se critica le posizioni di finta sinistra. Il liberismo ha una dimensione anarchica, individualista, distruttiva e creatrice, che è possibile spacciare per progressista. Io lo vedo soprattutto in campo medico, dove alcune frodi, o alcune manovre liberiste liberticide vengono presentate come istanze progressiste e libertarie, così che chi le critica può essere fatto passare per reazionario.
Un esempio è il teatrino tra “laici” e quell’altra cattedra di doppiezza, il clero, sul testamento biologico, nel quale la “sinistra” finge di ignorare che un problema autentico, il diritto alla autodeterminazione sul proprio corpo in caso di malattia terminale o gravemente menomante, viene distorto e strumentalizzato per finalità malthusiane legate a quei poteri economici che vivono dello sfruttamento della popolazione; alla quale guardano come alle loro mandrie gli allevatori di bestiame, che abbattono i capi che non rendono più [2]. Anche criticare l’immigrazione come portato della globalizzazione liberista, che dietro alla melassa buonista è una trasfusione forzata di persone che anemizza delle energie migliori i popoli dei paesi poveri e impoverisce il tessuto antropologico dei paesi ricchi [3], consente ai “sinistri” di servire il grande capitale e accusare farisaicamente di razzismo, rossobrunismo, etc. chi non si allinea. Oppure il dire che il fatto che Gheddafi (peraltro viscidamente appoggiato dai nostri governanti fino a poco prima dell’inizio dei bombardamenti) fosse un dittatore non toglie che l’occupazione coloniale della Libia, Stato sovrano, con le uccisioni di civili, sia una nefandezza; ciò dai marciapiedi di Assisi [4] viene visto come segno certo che a parlare è uno che ha i ritratti affiancati di Lenin e Goering sopra la testiera del letto. Di recente “il Fatto” ha ospitato un post dell’on. Fabio Granata sulla mafia. Il mio commento al post è stato censurato [5]. Troppo estremista? Questo collaboratore degli antifascisti de Il Fatto, Granata, seguace del pacato maestro di democrazia già delfino di Almirante, Fini , mesi fa ha difeso dalle critiche una sua militante, Lucia Alonzi, che si è presentata alla Camera con la croce celtica al collo. Ha difeso anche il simbolo. E’ interessante come: definendolo “segno di un’identità cattolica”. Anche i post-fascisti sono passati dalle posizioni “categoriche e irrevocabili” alla riposta a saponetta, scivolosa, fatta per sgusciare via.
Il tradimento della sinistra, con l’abolizione della opposizione autentica, quella che contrasta seriamente i partiti apertamente sostenitori degli interessi dei più forti, e con la sua trasformazione in un simulacro manovrabile, è un fattore determinante dello sgretolamento dei capisaldi di giustizia e di libertà raggiunti in secoli di lotte contro l’oppressione. Per chi ha creduto in certi ideali, una metamorfosi da farfalla in bruco, o in anellide. La “sinistra” odierna è una bolla che si regge per l’abilità di professionisti dell’ipocrisia. I fascisti erano più autentici. Lo stesso Berlusconi, pericoloso istrione, ha una distanza tra ciò che realmente è e ciò che finge di essere che è minore di quella della “sinistra”. “Se un ladro ha la faccia da ladro in fondo è onesto” dice un personaggio di Fellini.
Col suo doppio gioco, la sinistra di potere è la cintura di protezione politica della destra affarista, del clero, di Confindustria e degli altri feudatari dei poteri forti internazionali che reggono il Paese. Avendo voltato le spalle alla sua storia e sputato sui suoi ideali, ed essendosi convertita alla religione dell’antico nemico, priva com’è di una sua spina dorsale, di una sua identità forte, è considerata dai poteri forti sovranazionali più affidabile di altri signorotti locali, e si appresta a gestire direttamente il protettorato italiano.
Da bambino guardavo in televisione Saragat, del PSDI, declamare in continuazione “gli alti ideali della Resistenza”; da grande, leggendo scoprii che questo patriota era al vertice del partito americano – non diversamente dal presidente della Repubblica attuale – e ha fatto tanto per svendere l’Italia; anche in campo scientifico, es. con la vicenda della persecuzione di Felice Ippolito; e anche quella di Domenico Marotta [6], sorretta da una campagna diffamatoria de l’Unità. Negli anni ’70 i coetanei mi davano del fascista perché esprimevo dubbi sulla genuinità della decisione, pressoché unanime, di occupare il liceo, che mi sembrava una libera uscita goliardica pilotata dal PCI e permessa dalla DC; oggi gli ex compagni quando vogliono essere gentili mi definiscono anarchico. Le mie idee politiche, che sono sostanzialmente costanti nel tempo, sono accostabili a quelle di tipo repubblicano e all’antiutilitarismo; se mi trovo su posizioni “estremiste” non essendomi mosso è per lo spostamento a destra della “sinistra”.
La “sinistra” ora chiama “rossobruni” oppure – e questo è un classico – “anarchici” quelli che la intralciano nel suo ruolo di falsa sinistra. Ma come chiamare questa “sinistra”? Si sono tenuti un marchio che non gli compete più da molto tempo, e che favorisce la loro funzione di falsa opposizione. Propongo di non limitarsi a difendersi dagli appellativi che ci vengono appioppati, come “rossobruno”, ma di passare al contrattacco – soprattutto se ci si considera rivoluzionari – e trovare nomi appropriati per definire l’attuale “sinistra”. Qualcuno ha proposte?
Una interessante definizione è quella di “comunismo individualistico” [7]; non perché abbia “un vago sapore aporetico” come ha scritto chi l’ha coniata, Eugenio Orso, ma come ossimoro beffardo, efficace nel mettere in risalto l’ambiguità cialtronesca con la quale la “sinistra” vuole tenere il piede in due staffe. A proposito di contraddizioni che uniscono “fasci” e “compagni”, ricordo un discorso di Berlinguer che sosteneva che i comunisti erano rivoluzionari e conservatori; e come mi colpì sfavorevolmente, perché avevo da poco letto un passo di un discorso di Mussolini dove sosteneva la stessa cosa del fascismo. Forse un test per saggiare la consistenza, e la qualità, di un’idea politica, o di una posizione politica, è verificare la sua reattività: il suo non combinarsi facilmente con altre idee, formando nuovi composti, è in genere una caratteristica di pregio. In un paese abituato alla tecnica cattolica del potere di gettare ponti, o meglio estendere pseudopodi, verso le opposizioni, per poi inglobarle, usarle strumentalmente, dissolverle, andrebbe riconosciuto il valore positivo delle divisioni tra concetti e tra parti politiche.
Io la chiamo “sinistra gialla”, o “i gialli”, come erano chiamati “gialli” i falsi sindacati allestiti dai padroni. Oppure “sinistra smagnetizzata”, visto che mostra che il Piano Demagnetize degli anni ’50 ha funzionato, fino a fare della “sinistra” uno strumento dei poteri che dice di combattere, e che in passato hanno ucciso diversi dei suoi migliori esponenti [8]. Oppure “glaxocomunisti”, dati i finanziamenti della Glaxo a D’Alema e in generale le posizioni servili verso le multinazionali farmaceutiche e il businness biomedico, dove il liberismo raggiunge aspetti turpi [9].
Oppure “sinistra deuteragonista”, che serve da spalla teatrale al protagonista [10,11]. Oppure “sinistra metastatizzata” visto che, come un linfonodo invaso dal tumore, da elemento di difesa è divenuta focolaio del male. O anche “sinistra gellista”. “Gellista” non nel senso che ha raccolto l’eredità degli ideali dei giellisti, gli aderenti a Giustizia e Libertà; ma nel senso di Gelli Licio, del quale ha attuato i programmi per l’Italia.
Oppure, riconoscendo che destra e sinistra di potere sono una coppia di soci che per guadagnarsi la pagnotta servono il potere, anche inscenando liti; e riconoscendo che in quest’ultimo compito, dove si legittimano a vicenda spernacchiandosi a vicenda, mostrano elevata padronanza del mestiere, potremmo chiamare una “l’Augusto” e l’altra “il Bianco” [12].
Pubblicato anche su:
http://menici60d15.wordpress.com/
1. Simone Santini. Rossobruni ? No, rivoluzionari! Appello al popolo, 30 set 2011.
2. v. citazioni [9-11] in:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/05/16/sperimentazione-animale-uno-spoglio-etico-2/
3._http://menici60d15.wordpress.com/2009/05/24/immigrati-la-pieta-coi-numeri-e-altre-forme-minori-di-pieta/
4. Commento a “La guerra in Libia non esiste per la marcia Perugia Assisi” in [8].
5. Contro la legalizzazione della mafia. In http://menici60d15.wordpress.com/2010/06/08/i-professionisti-della-metamafia/
6. http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/31/“se-la-canaglia-impera-la-patria-degli-onesti-e-la-galera”/
7. Stefano D’Andrea. Comunismo individualistico post sovietico. Appello al popolo, 16 giu 2011.
8. http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/03/la-sinistra-smagnetizzata/
9. http://menici60d15.wordpress.com/2010/12/07/da-quali-minacce-va-protetta-la-glaxo/
10. http://menici60d15.wordpress.com/2009/05/11/il-deuteragonismo/
11. http://menici60d15.wordpress.com/2009/05/19/deuteragonismo-di-lotta-e-di-governo/
12. http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/
§ § §
Blog di Aldo Giannuli
Commento del 18 feb 2012 al post “Caso Goracci. La risposta di Paolo Ferrero” del 17 feb 2012
@Santi. Sul simpatico epiteto “rossobruno”, o sulla croce uncinata che sarebbe nell’anima di chi dà noia ai rossi di mestiere:
Come chiamare la sinistra di potere ?
http://menici60d15.wordpress.com/2011/10/03/come-chiamare-la-sinistra-di-potere/
Nella mia ricerca su come chiamare quelli della sinistra che conta, vorrei aggiungere “debenedettini”, data la loro devozione all’editore di Repubblica e agli interessi che rappresenta.
§ § §
V. anche: La sinistra radicchiale
Pubblicato in: Abolizione dell'opposizione reale, Agenzie morali parassitarie, Alleanza della sinistra col clero, Avversione della sinistra deuteragonista per l'opposizione autentica, Berlusconismo, Campagne istituzionali di discredito, Carotismo, Cattivi maestri, Censura e persecuzione del dissenso, Censura e persecuzione occulte, Clero e deuteragonismo, Colpa d'autore, Coltivazione del conformismo, Coltivazione dell'ignoranza, Continuità tra destra e sinistra, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Criminalizzazione degli oppositori, Danni e pericoli della globalizzazione, Degrado del tessuto sociale e atomizzazione sociale, Destra, Deuteragonismo nei blogs, Difesa istituzioni repubblicane dagli occupanti, Educazione e incitamento al disprezzo e all'odio, Eutanasia, Fagocitosi dell'opposizione, False biografie, Funzione censoria del deuteragonismo, Immigrazione e sfruttamento del Sud del mondo, Inautenticità della sinistra, Laicità all'italiana, Manipolazione ideologica, Midcult progressista, Opposizione deuteragonista, Opposizione verticale al potere, Partecipazione della Sinistra deuteragonista al doppio Stato, Partito americano, Perbenismo poujadista, Persecuzione di polizia, Popolo come istituzione, Resistenza civile, Riconoscimento delle divisioni e divisione come valore, Scambio ruoli progressisti e conservatori, Selezione avversa classe dirigente, Sinistra compradora, Sinistra deuteragonista, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Sussiego della sinistra, Teatrino laici cattolici su questioni bioetiche, Tecnica del potere, Tipi antropologici proibiti, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina | Commenti disabilitati
25 settembre 2011
Blog “Blogghete”
Commento al post “Magistrati alzatevi. Stavolta gli imputati siete voi.” del 24 set 2011
Le perizie ballistiche
Mi fa piacere che il giudice Mori citi il principio euristico del rasoio di Occam: l’ho citato anch’io settimane fa in una lettera al presidente di una Corte d’appello nel denunciare le manipolazioni giudiziarie di una perizia che ha deciso un importante processo. I magistrati ottengono perizie addomesticate non solo per sostenere l’accusa, come dice il giudice Mori, ma anche per favorire colpevoli eccellenti. Perizie che a volte sostengono tesi demenziali e grottesche, ma vengono protette dalle critiche con sistemi massonico-mafiosi.
L’autopsia di Ketha Berardi, la bambina morta nel 1999 in seguito alla contesa tra dibelliani e l’oncologia ortodossa, non mostrò ciò che ci si aspettava, un organismo invaso dal tumore, ma un corpo devastato dalle terapie, con un midollo osseo svuotato; nonostante i media nazionali avessero detto al pubblico che la leucemia aveva addirittura invaso l’addome. I disturbi addominali erano dovuti a una colite neutropenica da chemio, incredibilmente non riconosciuta e mal curata, anello di una catena di equivoci che portò al decesso. Per nascondere ciò, i periti del PM – tra cui i medici legali che lavoravano per lo stesso ospedale e nella stessa università dei responsabili - sostennero che se il cancro non si vedeva è perché era oscurato dal cancro stesso. Come la nebbia di Milano in “Totò Peppino e la malafemmina”: non la si vede perché quando c’è la nebbia non si vede. Qui bisognava proteggere i grandi interessi dell’oncologia ortodossa, e allo stesso tempo la tesi solo apparentemente contraria, la perniciosa “libertà di cura”, che in pratica vuol dire marketing diretto tra industria e pazienti. Andava nascosta la circostanza che la bambina aveva pienamente ragione a fuggire da giudici e CC che su mandato dei medici la braccavano con la siringa in mano; andavano nascosti gli effetti avversi di farmaci lucrosi ma dannosi, come il G-CSF. E andava aiutato lo sviluppo economico di quel pinnacolo di civiltà e scienza che è diventata l’oncologia pediatrica: http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/ .
Nel caso di Pantani, il perito (un massone) ha attribuito le cause del decesso alla sola cocaina. Non si è parlato del Surmontil, un farmaco trovato nella stanza dove il campione è morto, che appartiene ad una classe, quella degli antidepressivi triciclici, che risulta al primo posto in una graduatoria delle cause di morte per overdose da farmaci negli USA. Il rapporto dose letale / dose efficace di queste medicine è ben peggiore di quello della cocaina, con la quale condividono il meccanismo d’azione generale e con la quale interagiscono in maniera sinergica. Ma nello strano accanimento giudiziario e mediatico contro il fuoriclasse è rimasto costante il messaggio che i farmaci non fanno che bene: l’EPO (un farmaco pericoloso, usato criminalmente anche nella clinica, ma “raccomandato”:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/05/16/sperimentazione-animale-uno-spoglio-etico-2/ )
è stato presentato come un farmaco-talismano, che potenzia le normali capacità. Mentre quando si sarebbe dovuto parlare come concausa, forse determinante, di un farmaco che si vende in farmacia, il Surmontil, usato per curare la tossicodipendenza, che come molti farmaci può aggravare ciò che dovrebbe curare, silenzio. Non ha invece avuto problemi di doping, o meglio problemi giudiziari e di immagine per il doping di cui faceva uso l’eroe che ha preso il posto di Pantani, lo statunitense Lance Armstrong. Vittorioso anche sul cancro. Il cancro del testicolo, un’eccezione ai generali insuccessi dell’oncologia che è stata fatta passare per regola.
Nel caso Aldrovandi, la Corte d’appello di Bologna ha confermato sulla parola, senza uno straccio di evidenza, l’interpretazione di un luminare di una fotografia che mostrerebbe un ematoma nella parete del cuore non notato dai periti all’autopsia. Non vedere un ematoma, anzi due, che affiorano dalla parete del cuore all’autopsia mentre si sta cercando la causa di morte è come non vedere un’incudine mentre si setaccia un cumulo di paglia cercando un ago, ma il perito (passato dalla difesa all’accusa per nobili ragioni di coscienza) è stato dipinto dai magistrati come un sapiente: una fonte primaria di conoscenza. Dati sperimentali dimostrano che per ottenere una simile lesione agendo a contatto diretto col cuore occorre una pressione equivalente a una tonnellata e 4 quintali a decimetro quadrato. Bisogna essere Hulk per sviluppare questa forza manualmente, e ottenerla agendo dall’esterno; e anche Silvan, per riuscire a mantenere allo stesso tempo la parete toracica e la colonna vertebrale intatte, che è, per capirsi, come fracassare il regalo in un uovo di Pasqua comprimendo l’uovo ma senza romperlo. Qui i giudici proteggono come al solito i poliziotti, applicando la regola che per mano dei colleghi di Montalbano e del maresciallo Rocca i cittadini innocenti muoiono per incredibili e imprevedibili cause accidentali; non per un pestaggio bestiale. Si è difeso, aumentandolo, anche il fumo attorno all’asfissia da compressione, una causa di morte che non deve apparire in forma piana perché è associata a manovre di contenzione e forme di tortura da parte di polizia e infermieri. Sul piano ideologico, i giudici servono il principio della scienza ad auctoritatem; e della validità dell’imaging e del virtuale in medicina, che ha causato e causerà più morti di una guerra con le sovradiagnosi; oltre a produrre montagne di soldi.
Sembra che nelle perizie mediche giudiziarie sia possibile osservare il peggio del potere giudiziario e del potere medico, che proteggendosi a vicenda ed entrambi coperti dal latinorum tecnico gettano la maschera e si abbandonano a forme orgiastiche di abuso di potere. Purtroppo in Italia i magistrati o sono demonizzati dai malfattori istituzionali che vorrebbero mano libera, oppure vengono dipinti dai lecchini “progressisti” come i Buoni che ci proteggono. I magistrati non scippano le vecchiette, e tranne rare eccezioni non prendono bustarelle. Deve esserci tra loro una quota, non preponderante, che svolge il suo dovere correttamente e in silenzio (e che forse un popolo cialtronesco come il nostro neppure si merita). Ma il cittadino che vuole esercitare il potere di controllo democratico dovrebbe tenere ben presente che non esistono poteri buoni; e che quando sono in gioco gli interessi di poteri forti i magistrati per lo più tendono a ritornare alla posizione naturale, accucciandosi ai piedi del trono; e possono fare imbrogli e partecipare a trame che nei meccanismi e negli effetti non sono diversi da quelli dei Cattivi come la banda Berlusconi o la borghesia mafiosa.
* * *
@sal. Esperimenti hanno mostrato che il cuore suino, che è paragonabile a quello umano, ha uno stress di rottura di 14 kg/cm^2 (Seki S, Iwamoto H. J Trauma, 1998. 45: 1079). In un decimetro quadrato, un’area dell’ordine di grandezza dell’area di compressione esercitata da una o più persone sul dorso di un soggetto prono a terra, ci sono 100 centimetri quadrati. (14 kg/cm^2) x 100 cm^2= 1400 kg = 1 tonnellata e 4 quintali (per ottenere la pressione utile di 14 kg/cm^2 esercitando una compressione su 4 decimetri quadrati occorrono 5 tonnellate e 6 quintali). E’ da notare che tale valore di pressione rientra nel range di pressioni che si sviluppano nei cilindri di un motore di automobile in moto: 10-60 kg/cm^2. Infatti gli ematomi del cuore si osservano in vittime di schiacciamenti del torace, dove hanno agito pesi rilevanti o energie elevate, es. da incidente automobilistico.
Con questo ematoma della parete cardiaca a torace integro ottenuto manualmente il perito e i magistrati hanno in pratica scritto una nuova, inverosimile, pagina di nosografia; non si capisce come mai tale evenienza non si verifichi nelle tante compressioni del torace da manovre rianimatorie, nelle quali può accadere di provocare fratture costali, e dove non c’è la colonna vertebrale di mezzo. Per spiegare i presunti ematomi il perito ha aggiunto alla pressione esterna quella arteriosa; ma questa, considerando una pressione arteriosa di 200 mmHg, equivale a circa 2 etti e 65 grammi per cm^2, un valore trascurabile, oltre 53 volte inferiore al carico di rottura.
Invece di introdurre questa acrobatica teoria dell’ematoma, che poi sarebbe andato a interrompere il fascio di His, sarebbe bastato considerare che la compressione toracica da immobilizzazione su Aldrovandi e lo stato di soffocamento sono stati comprovati da testimonianze, che ci sono segni autoptici di asfissia, e che “Kneeling on the chest or any other form of chest compression during restraint is now accepted as being potentially fatal, and both the police and the prison service in the UK teach their officers of the risks of such pressure.” (Sheperd R. Simpson’s forensic medicine, 2003. Capitolo sulle asfissie).
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Blog “Uguale per tutti”
Commento al post di Grazia Fenza “Il re è nudo … ma anche la magistratura italiana, purtroppo, non è granché vestita! ” del 26 set 2011
Davanti ai crimini del potere tanti magistrati, che dicono di indossare la toga di Falcone e Borsellino, sotto la loro toga portano la zimarra di Azzeccagarbugli:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/25/le-perizie-ballistiche/
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Blog de Il Fatto
Commento al post di Bruno Tinti “Meredith, il verdetto del popolo sovrano” dell’8 ott 2011
Al dr Tinti le discussioni sull’assoluzione della Knox e di Sollecito fanno venire in mente che il popolo ciancia senza capire nulla di diritto, e che i magistrati italiani sono superiori a quelli USA perché motivano le sentenze. Pur condividendo il giudizio sulla gente e sul sistema giudiziario USA, posso testimoniare che quando si tratta di dare impunità o appoggio ai crimini dei poteri forti, a partire da quelli coi quali gli USA mantengono il loro dominio sull’Italia, i magistrati italiani non sono migliori della gente e dei colleghi USA. Si può assistere alla “parallelizzazione” dei gradi di giudizio, che, sequenziali nel tempo, vengono affiancati sul piano spicciolo creando doppie verità; così che gli imputati sono assolti però si lascia intravedere, magari anche dallo stesso giudice che ha smentito il giudizio di colpevolezza del grado precedente, che di fatto sono colpevoli (o al danneggiato viene data ragione formalmente mentre col grado successivo, senza negare il giudizio precedente, si fa in modo che il torto prosegua). Le perizie tecniche, che andrebbero ormai riconosciute come un magnifico mezzo per eludere la logica più elementare e la decenza dietro al paravento del “rigore” e della prosopopea scientifica, possono certificare che gli asini volano:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/25/le-perizie-ballistiche/
o i periti possono divenire degli imbranati fantozziani (v. la perizia genetica della polizia per l’assassinio dell’ispettore Donatoni, in “Mistero di Stato”, di M. Almerighi). E la luce non è mai giusta: o è quella abbagliante dei proiettori dello show mediatico, oppure magistrati e forze di polizia cercano di operare nell’oscurità, senza contraddittorio, con procedure anomale, e di dare meno motivazioni pubbliche possibile, agendo per vie informali e riservate, lasciando meno tracce possibile della loro concezione del diritto e della giustizia rispetto allo zio Sam o altri signori.
Francesco Pansera
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Blog de Il Fatto
Commento al post di G. Costa “Tutti i giudici di Amanda Knox” del 10 ott 2011
La coppia “calculemus” e “ignorabimus” nell’attività giudiziaria
@Gioele28. Che brutta professione quella del giudice, sul piano intellettuale oltre che umano, se consiste davvero in ciò che tu dici. Credo che la verità, ai fini pratici, etici e giudiziari sia un’entità tangibile e unica *; la cui approssimazione, se non sempre è possibile, non è però neppure così terribilmente irraggiungibile. Viene dipinta come vaporosa soprattutto quando al contrario si è proceduto con l’accetta.
E’ un po’ buffo che parlando dell’attività dei tribunali, che dovrebbero essere il luogo della misura nel giudizio, dall’ottimismo positivista sulle perizie tecniche si passi a dolenti considerazioni sull’inaccessibilità della verità, dove la vita reale sembra un’entità noumenica che le mura dei palazzi di giustizia tengono separata dal lavoro dei magistrati. Dalla hubris scientista, dal “calculemus” leibniziano, ad uno “ignorabimus” che invoca smarrito la trascendenza a giochi fatti.
Credo che sarebbe utile per tutti, meno che per chi è colpevole, che ci fossero linee guida solide sulla prova scientifica nei procedimenti giudiziari; basate su una definizione non ingenua – non ingenua sotto il profilo epistemologico e quello della conoscenza di come va il mondo – del rapporto tra la ricostruzione “naturale” del fatto, considerato come fenomeno causato da azioni umane, e ruolo dell’analisi scientifica nella ricostruzione. L’analisi scientifica porta la ricostruzione ai piani ipogei o iperurani del non osservabile, e può approfittarne per sdoganarsi dalla razionalità e dal controllo di attendibilità; facendo le veci del Dio di cui parla Gioele28; o meglio venendo usata come un traballante deus ex machina che interviene tonante e cigolante per imporre il finale desiderato.
* http://menici60d15.wordpress.com/2009/06/03/contro-il-relativismo-etico-ed-epistemico/
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Avvocato Costa, ringrazio Lei per mostrarmi in cosa consiste il Vostro lavoro.
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Blog di Panorama
Commento all’articolo della redazione “Da Perugia ad Avetrana: la debacle della scientifica” del 14 ott 2011
Può anche esserci un interesse della polizia a fare apparire le sue indagini scientifiche come opera di imbranati fantozziani; cfr. la perizia genetica della Polizia scientifica sulle macchie di sangue nell’assassinio dell’ispettore Donatoni in “Mistero di Stato” di M. Almerighi.
http://menici60d15.wordpress.c…..llistiche/
Pubblicato in: "Mele marce", "Rispetto per le istituzioni", Abolizione dell'opposizione reale, Adeguamento della realtà al falso con la violenza, Agenzie morali parassitarie, Agnotologia, Animalità razionale, Appoggio della magistratura alla frode medica strutturale, Artifici della magistratura, Associazioni a delinquere di stampo mafioso autoctone padane, Campagne istituzionali di discredito, Censura del dissenso tecnico, Censura su questioni bioetiche, Collusione della magistratura col potere, Coltivazione dell'ignoranza, Complesso biomedico-mediatico, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Criminalizzazione degli oppositori, Crimine dei colletti bianchi, Crimine universitario, Depistaggi eziologici, Deuteragonismo medico, Difesa istituzioni repubblicane dagli occupanti, Diffidenza verso il potere, Diritto all'informazione, Discriminazione istituzionale di cittadini, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Dolo in medicina, Esposizione dell'ingiustizia come alternativa alla giustizia, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Fallacia delle regole, Falsa coscienza e buona fede degli operatori nella frode medica strutturale, Fiducia nelle istituzioni, Forma democratica e sostanza pontificia, Frode medica strutturale, Frodi quantitative, Iatrogenesi, Immunità giudiziaria delle forze di polizia, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Inautenticità della sinistra, Indebolimento metodologia scientifica, Istituzionalizzazione del crimine, Istituzioni ibride, Libertà dalla bugia, Libertà di cura, Mafia meridionale e mafia fordista, Magistrati e medicina, Magistratura business friendly e dottrina Pizzillo, Malamisura, Medicalizzazione della vita, Mediocrità etica e intellettuale tra gli scienziati, Midcult progressista, Morton's fork e doppio legame, Neoalchimia, Omertà scientifica, Opposizione verticale al potere, Pansera, Perizie ballistiche, Persecuzione giudiziaria, Perversità del crimine istituzionale, Politica e biomedicina, Praticità del teorico, Profezia che si autoavvera in medicina, Promesse messianiche di successi scientifici, Propaganda di malattie, Riconoscimento dell'extramediatico, Riconoscimento delle divisioni e divisione come valore, Ruolo della magistratura nel doppio Stato, Sanità lombarda, Scambio tra accuratezza e precisione, Scientismo, Scienza ad auctoritatem, Scienza e medicina come nuove religioni, Servilismo degli intellettuali, Servizi segreti e frode medica strutturale, Sinistra deuteragonista, Sovradiagnosi di cancro, Sovratrattamento, Successi spuri nella lotta al cancro, Tecnica del potere, Tecnologia irrazionale pro business, Terzietà della magistratura, Tirannia della bugia, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza gratuita, Violenza impunita, Violenza occulta | Commenti disabilitati
22 settembre 2011
Blog di Alessio Liberati su Il Fatto
Commento censurato al post “Preti pedofili, “sbattezzo” e scomunica” del 22 set 2011
Il dr Liberati da giurista si chiede come si possa addebitare una colpa, e irrogare una scomunica, per aver rifiutato il battesimo che si è ricevuto inconsapevolmente a pochi mesi di vita. Cosa pensano i giuristi della liceità di porre una persona in questa trappola, e in generale in una condizione di appartenente a una religione, avvalendosi – o approfittando – del suo stato di neonato incapace di intendere e volere? Una affiliazione che per di più comporta forme di obbedienza, di accettazione di istruzioni, e comporta la possibilità di ricevere sanzioni. Si potrebbe obiettare su basi giuridiche alla liceità di battezzare i minori, anche se i genitori lo desiderano ?
Ma queste sono questioni teoriche. Non si sfugge al Doppio cielo con un tratto di penna:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/24/il-doppio-cielo/
E la vera scomunica, lo acquae et igni interdictio, spesso inflitta ed eseguita da preti e massoni a braccetto, è per chi è blasfemo verso il dio Quattrino e i suoi sacerdoti.
* * *
Blog di Alessio Liberati su Il Fatto
Commento al post “Preti pedofili, “sbattezzo” e scomunica” del 22 set 2011. Accettato.
Potrebbe essere utile comparare queste osservazioni sul battesimo di minori con l’appello recentissimo, del 6 set 2011, dell’arcivescovo di Los Angeles Gomez al governatore della California Brown per non fare passare una legge che prevede che i minori vengano vaccinati contro lo HPV anche senza il consenso dei genitori. La legge è voluta da Big pharma; e la capacità del vaccino di prevenire il carcinoma della cervice potrebbe essere paragonata a quella del battesimo di liberare dal peccato originale (cfr. Duesberg P. “Virus che causano il cancro della cervice” in “AIDS il virus inventato”; lettura raccomandata ai genitori che devono decidere se fare vaccinare le loro figlie). Sembra che le due chiese, quella di S Pietro e la nuova che promette la salvezza su questa terra, si contendano il diritto di mettere il loro marchio sui pargulos. Ma ho motivo di ritenere che queste comparazioni non siano gradite nel blog del dr Liberati su Il Fatto:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/22/liceita-giuridica-del-battesimo-dei-neonati/
Pubblicato in: "Amore", Agenzie morali parassitarie, Agnotologia, Alleanza della sinistra col clero, Avversione della sinistra deuteragonista per l'opposizione autentica, Avvicinamento clero e scientismo, Bioetica, Carattere nazionale e radici storiche del malcostume, Censura del dissenso tecnico, Censura su questioni bioetiche, Clero e compradora, Clero e violenza, Collusione della magistratura col potere, Coltivazione del conformismo, Coltivazione dell'ignoranza, Complesso biomedico-mediatico, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Depistaggi eziologici, Difesa diritti fondamentali pre-costituzionali, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Falsa coscienza e buona fede degli operatori nella frode medica strutturale, Fictio democratica, Fiducia nelle istituzioni, Forma democratica e sostanza pontificia, Frode medica strutturale, Iatrogenesi, Inautenticità della sinistra, Indebolimento metodologia scientifica, Laicità all'italiana, Libertà dalla bugia, Libertà di cura, Magistrati e deuteragonismo, Magistrati scrittori, Manipolazione ideologica, Medicalizzazione della vita, Omertà scientifica, Prepotere del clero, Promesse messianiche di successi scientifici, Propaganda di malattie, Relativismo epistemico, Religione, Resistenza civile, Riconoscimento delle divisioni e divisione come valore, Scientismo, Scienza e medicina come nuove religioni, Silenzio osceno, Sovradiagnosi, Supporto della religione all'oppressione, Teatrino laici cattolici su questioni bioetiche, Tecnica del potere, Tecnologia irrazionale pro business, Terzietà della magistratura | Commenti disabilitati
22 settembre 2011
Blog de Il Fatto
Commento al post “L’arcivescovo di Bologna Caffarra: “E’ un obbligo morale pagare le tasse”” del 21 set 2011
Sono d’accordo col cardinale: pagare le tasse è un obbligo morale; in uno Stato sano dovrebbe quasi essere un piacere, una benedizione, dati i servizi che assicura. Dove dissento è nel considerare quest’obbligo spaiato. Credo che alcuni obblighi morali siano binari, essendo costituiti – come le forze in natura – da coppie; ci hanno abituati a considerarlo naturale, ma è in realtà artificioso e scorretto considerare solo un elemento della coppia di obblighi. Anche l’obbligo di pagare le tasse; che fa coppia con l’obbligo di bene amministrare le tasse: quello di amministratori e governanti di usare quel denaro nel miglior interesse dei cittadini; e di non intascarlo o farlo intascare agli amici o a poteri maggiori. Il prelievo tramite la forza e l’autorità morale dello Stato sta invece divenendo, con questi governi corrotti, un astuto metodo per sifonare denaro al popolo a favore dei grandi poteri parassiti (e qui l’esortazione del clero suona decisamente interessata).
Condannare l’evasione è giustissimo. Ma è ingiusto quando si omette, cosa che avviene regolarmente, che le tasse vanno tanto pagate dai contribuenti quanto onestamente amministrate da coloro che ne dispongono. Oppure quando la simmetria viene sostituita, come fa il cardinale cambiando abilmente il soggetto dalle tasse alle persone, con un richiamo generico agli amministratori a non lasciare che si perda nel loro foro interiore la coscienza di essere “servitori” del “bene comune”. Questo considerare sempre un solo piatto della bilancia – quello estremamente concreto del “pagate” – e di ignorare l’altro o metterci vuota retorica anziché pari sostanza, sa di ricatto morale a sostegno di una truffa. Qui la Chiesa, abituata alle decime, e a “bilanciare” l’oro con qualche elemosina, pratica l’opzione per i potenti e per le cose terrene, che è quella che le è più congeniale.
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/08/obbedienza-alle-regole-e-obbedienza-delle-regole/
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Blog de Il Fatto
Commento al post di P. Corrias “Se per la Chiesa l’Ici val bene anche un Silvio” del 22 set 2011
Può darsi che il clero stia solo temporeggiando per attendere il momento giusto per mollare B. Ma il problema delle tasse è più ampio, e non andrà via con Silvio; forse verrà aggravato dai nuovi reggenti, e il clero si prepara anche a questo. Segnalo il post “Le tasse come obbligo binario” a proposito della recente esortazione del cardinale Caffarra a pagare le tasse:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/22/le-tasse-come-obbligo-binario/
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Blog de Il Fatto
Commento al post di V. Bellavite “Beni della Chiesa: un’altra gestione è possibile” del 7 ott 2011
“Monaci, preti e polli non furono mai satolli”:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/22/le-tasse-come-obbligo-binario/
Pubblicato in: "Regole", "Antipolitica", Agenzie morali parassitarie, Alleanza della sinistra col clero, Borghesia compradora, Carattere nazionale e radici storiche del malcostume, Clero, Clero e compradora, Coltivazione dell'ignoranza, Continuità tra destra e sinistra, Crimine dei colletti bianchi, Danni e pericoli della globalizzazione, Diffidenza verso il potere, Etica della conoscenza e del giudizio, Etica post-moderna, Fallacia delle regole, Fictio democratica, Fiducia nelle istituzioni, Forma democratica e sostanza pontificia, Grazia e antinomianismo, Inautenticità della sinistra, Influsso delle oligarchie finanziarie, Istituzionalizzazione del crimine, Laicità all'italiana, Libertà dalla bugia, Manipolazione ideologica, Manipolazione mediatica, Midcult progressista, Morton's fork e doppio legame, Opposizione deuteragonista, Opposizione verticale al potere, Partito americano, Praticità del teorico, Prepotere del clero, Relativismo epistemico, Religiosità laica, Riconoscimento dell'extramediatico, Riconoscimento delle divisioni e divisione come valore, Scambio ruoli progressisti e conservatori, Sinistra compradora, Supporto della religione all'oppressione, Tecnica del potere | Commenti disabilitati
22 settembre 2011
Blog Il Corrosivo di Marco Cedolin
Commento al post “Quali sono i veri poliziotti?” del 22 set 2011
La polizia, che è fatta di Italiani, manifesta davanti a Montecitorio perché è voltagabbana: ha fiutato il vento e si stacca dal signorotto in disgrazia che prima ha aiutato con tutti i mezzi a spadroneggiare; e anzi gli va contro. Il Griso quando Don Rodrigo si ammala prende le distanze e poi lo tradisce accordandosi coi monatti, noterebbe qualcuno. Come fa spesso, Cedolin coglie un punto nodale: I poliziotti sono onesti e benemeriti lavoratori o sgherri del potere? Credo che il dilemma sia insolubile, posto così. Per trovare le coordinate che Cedolin giustamente chiede occorre superare le dicotomie semplici, e ammettere che alcune grandi istituzioni etiche, come la polizia, sono intrinsecamente ibride: hanno una funzione sociale positiva, ma anche una insopprimibile componente oscura. Un miscuglio, nel quale il primo aspetto, al quale ascrivere comportamenti corretti e esempi luminosi, viene sfruttato dal secondo, che si fa scudo dei casi nobili di aderenti all’istituzione che sono stati uccisi, che a volte sono casi di epurazione.
Come la salute, l’ordine quando c’è non si nota. Ci dimentichiamo che se non siamo in un Far West è perché c’è il lavoro delle forze di polizia. Non si può fare a meno di tale servizio pubblico. Questa azione però è carente là dove sarebbe più necessaria, come le aree del Sud dove la mafia è forte; e per i crimini dei colletti bianchi; e solo chi ci è passato in prima persona può sapere quanto possono essere vendute le forze di polizia (soprattutto, posso dire, quando servono i poteri forti, come quelli che hanno commissionato gli omicidi politici); e quali reati possono impunemente commettere, quali abissi di infamia possono raggiungere; con la connivenza e a volte la complicità attiva della magistratura, altra istituzione ibrida.
La polizia dovrebbe difendere i cittadini: in realtà tende ad esercitare una protezione, arbitraria ed ineguale a seconda del cittadino, e che si riserva di ritirare a piacimento, regolandosi sulle convenienze e gli interessi in gioco, analogamente alla protezione mafiosa. Per il cittadino comune, la protezione si paga col pizzo della sottomissione al potere, che ha nei poliziotti i suoi campieri. Bisogna fuggire sia il rifiuto ideologico dell’istituzione, sia la tentazione di porvi cieca fiducia, come la propaganda martellante e la pavidità del cittadino medio spingono a fare:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/14/vogliono-i-poliziotti/
Ma da cittadini repubblicani occorre guardarla con distacco, esercitando il controllo democratico e pretendendo che nei suoi comportamenti si avvicini a ciò che dovrebbe essere, se vuole essere riconosciuta come istituzione, e non come una banda di soggetti descritti nel canto della mala:
“Prima faceva il ladro / e poi la spia / adesso è delegato di polizia”.
Quello dei Notav, in un’Italia piena di finte proteste pilotate dal potere, è un raro caso di lotta popolare genuina, e di risonanza nazionale, contro i soprusi del potere. Quindi sono in gioco non solo le grandi ruberie sull’Alta velocità, ma anche il principio che la gente deve stare buona mentre viene derubata; questo rifiuto di massa ad essere defraudati di beni essenziali è inaccettabile per la tirannia che aleggia dietro alla fictio democratica. Occorre che i resistenti della Val di Susa stiano attenti, perché se da un lato si cercherà di addormentare la protesta, dall’altro si farà di tutto per dipingerla come opera di violenti, esaltati, etc. E i poliziotti, che davanti a terroristi veri non brillerebbero, quando si tratta di bastonare brave persone divengono guerrieri implacabili e audaci.
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Grazie Marco. E’ vero che la polizia è immersa in una rete di relazioni istituzionali, che ne condizionano il comportamento; e come altri poteri dello Stato è subordinata a forze come gli USA, le oligarchie finanziarie, il Vaticano. L’assorbimento, del quale parli, è un fenomeno passivo; ma le forze di polizia brillano anche di luce propria. Andrebbe forse maggiormente riconosciuto il ruolo attivo, silenzioso e sottovalutato, delle forze di polizia nel determinare la politica italiana, al livello intermedio del quale fanno parte. La difesa manu militari degli interessi illeciti del business medico è a mio parere un esempio di questa cogestione attiva. La gente non lo sa, ma la medicina che ha e che avrà
http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/15/la-medicina-come-rimedio-ai-limiti-della-crescita-economica/
è una medicina imposta coi questurini e i militari dal budriere bianco; e anche con forme più sofisticate di poliziotto.
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Blog “Conflitti e strategie”
Commento al Post di Gianni Petrosillo “Dateci un taglio” del 23 set 2011
Questa immagine della polizia esasperata che assalta il Palazzo ricorda gli ammutinati della Corazzata Potemkin; e chi ci crede dovrebbe stare a sentire Fantozzi…
Non so quanto sia sincero questo attrito tra La Russa e i poliziotti, che di fatto ha gettato l’amo di una polizia che sta al fianco dei cittadini esasperati dal Palazzo, e non di fronte a difesa del Palazzo con i randelli e con gli uffici riservati; ma anche se lo fosse, non mi sembra quello tra un fascista e onesti lavoratori esasperati …
http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/22/istituzioni-ibride/
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10 settembre 2011
Blog “L’anticomunitarista”
Commento al post “On. Torazzi, Lega Nord: “I magistrati meridionali favoriscono la mafia” del 7 set 2011.
Dall’articolo della Stampa del 10 set 11, citato dall’anonimo lombardo n.65 come “ennesimo episodio” che dimostrerebbe che la sopravvivenza della mafia è dovuta a insufficiente indipendenza dallo Stato. Titolo: “La galleria radioattiva ecco le prove dell’orrore”.Testo: “Senza alcuna pretesa di scientificità…”; “…0,41 millisievert [/ora] non è indice di pericolosità.”; “Resta il dubbio se possa essere un piccolo indizio.”
Tutti sanno di ndrangheta e radiazioni cancerogene, e a parte Cetraro potrebbe esserci del vero. Ma dovrebbero sapere anche che con una TAC si assorbono, ufficialmente, 5-10 millisievert; o anche il doppio o più ancora in realtà; che il rischio di cancro da radiazioni ionizzanti da imaging medico, che la FDA ha classificato tra i cancerogeni, è a vita e si cumula nel tempo; che le stime ufficiali, quelle mostrabili al pubblico, attribuiscono alle radiazioni mediche il 2-3% dei cancri. (D.A. Johnson, CT Radiation and cancer risk, Medscape, 26 apr 2011). Equivalenti a 5000-7500 nuovi casi all’anno in Italia. E che tale esposizione deriva da esami clinici che a volte possono essere molto utili, ma spesso non lo sono affatto, venendo effettuati per fare soldi, avendo indotto il pubblico ad accettarli e pretenderli senza reale giustificazione.
Mafiosi, CC PS etc., magistrati, servizi, leghisti, benpensanti, preti, sindacalisti, politici “di sinistra”, giornalisti, bloggers non si risparmiano per esaltare l’esposizione a radiazioni cancerogene possibilmente causata dagli ndranghetisti; e allo stesso tempo per nascondere l’esposizione certa dovuta al business medico; risultato quest’ultimo che è ottenuto anche con tecniche censorie mafiose. Lo Stato conta poco. A manovrare i mafiosi, e insieme a loro anche tanti antimafiosi, sono poteri ad esso superiori; che ottengono che gli orrori autentici, e se non basta quelli inventati, della mafia, distolgano dagli orrori della criminalità economica istituzionalizzata.
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4 maggio 2011
Blog “Appello al popolo” 4 mag 2011
“Che nome gli metterò? Disse fra sé e sé. Lo voglio chiamar Pinocchio, il nome gli porterà fortuna; ho conosciuto una famiglia di Pinocchi … e tutti se la passavano bene. Il più ricco chiedeva l’elemosina”.
Mastro Geppetto
In un recente post di questo blog un padre ha parlato del senso gravoso di responsabilità provato nel dare il nome a un bambino. Nello scegliere un nome per un bambino – o nel darsi uno pseudonimo da usare nei blog – giocano diversi elementi. Tra questi, può essere utile considerare che il nome deve assolvere a due funzioni, che in parte sono contrastanti; e che quando sono soddisfatte contemporaneamente possono assieme andare in una direzione sbagliata. Una è quella identificativa; per la quale il nome deve essere univoco. La burocrazia cerca di ottenere l’univocità aggiungendo all’occorrenza al nome e cognome la data di nascita e la paternità. Idealmente, ci si potrebbe chiamare con un semplice codice alfanumerico, una sequenza di lettere e numeri, della minima lunghezza sufficiente ad assicurare la copertura dell’insieme delle persone da registrare; un identificativo rigoroso e totalmente muto sul piano umano. Come il codice fiscale, che però echeggia ancora il nome e cognome riprendendone alcune consonanti.
Si potrebbe costruire un algoritmo che generi automaticamente il nome-codice partendo dalla data di nascita e dal codice dei genitori; verrebbe emesso in sala parto da un terminale, che produrrebbe un’etichetta al momento della prima fasciatura; magari integrato alla bilancia pesabambini, così come la bilancia dei supermarket emette l’etichetta della frutta per la cassa. Nella società multietnica, dove la nazione è un porto di mare, inondato di volti anonimi, una babele di nomi e cognomi, di documenti falsi e di sans papier, la necessità di assegnare identificativi univoci alle persone sta acquistando importanza. Di certo la pratica di identificare le persone con codici “sintattici” ottimizzati per il trattamento dati, come il codice fiscale, magari preregistrati su un supporto elettronico, crescerà con lo sviluppo dello e-commerce.
L’altra dimensione del nome è quella morale, dove il nome identifica sé stesso: segnalando che è un significante che ha per referente una persona, non un oggetto qualsiasi. La modernità e i suoi gadget non riducono questa necessità, tutt’altro. Inoltre, mentre la ridondanza è peccato nel “modello relazionale” – la teoria matematica alla base della costruzione dei moderni database dove si raccolgono anche i nomi – un codice ridondante aiuta gli umani a ricordare il nome stesso, non lavorando la nostra memoria come quella di un computer. Come il ciondolo di un portachiavi aiuta a maneggiare e a non perdere una chiave.
Nelle nostre culture si usano “antroponimi”: nomi propri specifici per gli individui. Presso gli antichi romani il senso della “de hominis dignitate” veicolato dagli antroponimi risultava rafforzato dall’uso di una sequenza, che allunga il nome (prenomen; nomen, che indicava la gens; e cognomen): Lucio Anneo; Marco Tullio; Publio Cornelio; Quinto Fabio Massimo, il vincitore di Annibale (che a dirla tutta si chiamava Quinto Fabio Massimo Verrucoso).
Questo senso di dignità viene trasmesso anche dall’uso russo del patronimico, introdotto per ragioni identificative. I nomi storici usati da alcune nazioni degli indiani americani sono descrizioni umane della natura; paradossalmente spesso definiscono una persona con descrizioni di animali, come se si associasse la persona a un’entità totemica: “Alce chiazzato”, “Scoiattolo che ride” “Gru bianca che cammina” “Sole che sorge”. Questi nomi trasmettono un piacevole lieve pathos. Per la falsa referenza, la discrepanza tra il significato e il referente, e la qualità del significato, si prestano a canzonature da parte di noi Occidentali. Ma un vecchio saggio pellerossa potrebbe in teoria rispondere che i visi pallidi sono pazzi anche nel dare un nome alle cose umane. A volte identificano le persone con codici che non consentono alcun fraintendimento, che poi strutturano in database elettronici conservati a migliaia di chilometri di distanza. Si vantano per atti come questo di essere superiori in quanto razionali; ma sui nomi di parti del corpo malate fanno cose da pazzi, che smentiscono sia il possesso di una razionalità degna di questo nome sia la pretesa di essere il faro del mondo.
Per esempio, chiamano “carcinoma in situ” proliferazioni epiteliali della mammella che non sono cancro e che in gran parte restano occulte, se non le si va a cercare. Questa denominazione, assieme ad altri fattori, allarga anziché restringere l’area grigia tra benigno e maligno, il confine che avrebbe dovuto essere dovere primario della medicina definire nella maniera più rigorosa possibile. E’ stato osservato che questo è un nome arbitrario che assurge a diagnosi [1]. Un modo di chiamare le cose all’uso del paese di Acchiappacitrulli [2].
E in un certo senso anche un modo fraudolento di chiamare una persona, o un essere animato; perché il cancro, una scomposta vegetazione cellulare fuori controllo, psicologicamente è Il Male, ed è come la Morte un’entità personificata, o comunque con un’anima, con la quale a volte i pazienti dialogano mentalmente. Oppure ne studiano angosciati il nome, come “L’uomo dal fiore in bocca” di Pirandello: “Un nome dolcissimo… più dolce di una caramella: Epitelioma…”.
Anche i bambini capiscono che “Toro seduto”, “Cavallo pazzo”, “Cane giallo” non sono veramente animali; mentre l’equivoco ottenuto col nome arbitrario, o ingannevole, “carcinoma in situ” della mammella imbroglia anche i grandi; è stato determinante nel gonfiare, a spese delle donne, le diagnosi di cancro della mammella e con esse l’industria del cancro della mammella, che nei paesi del G7 per i soli farmaci è arrivata a fatturare oltre 10 miliardi di dollari all’anno, e continuerà a fatturarli secondo le proiezioni di analisti finanziari.
Altri analisti prospettano per il 2019 una crescita di 5 miliardi di dollari delle vendite annuali dei costosi farmaci di ultima generazione per il cancro della mammella. Un’etichetta a occhio, rozza e fallace, è stata tra le fondamenta “scientifiche” che hanno giustificato l’allestimento di un gigantesco complesso medico-industriale, volto a sfruttare il cancro per ottenere profitti sempre maggiori. Una diagnosi istopatologica di cancro “non dovrebbe essere un anacronismo sostenuto da aneddoti, congetture e tradizioni” concludeva un articolo di un patologo su Lancet che trattava di questo scambio tra nome e diagnosi; articolo rimasto inascoltato, se non per tutelare l’ambiguità diagnostica da questa critica; era intitolato appunto “I patologi sono usciti pazzi?” [3].
Tornando ai nomi di battesimo, Troisi, in “Ricomincio da tre” dice di voler chiamare il figlio “Ugo” anziché “Massimiliano” per richiamarlo meglio; è un accorgimento che si usa realmente coi nomi dei cani. I nomi lunghi sono poco pratici e poco adatti all’attuale velocità della vita. Negli Stati Uniti si usa molto l’identificazione col Social security number (assegnato anche agli immigrati legali temporanei), e si sfrutta il “middle name”; scelte che in quel paese pragmatico spesso si associano all’eliminazione delle ridondanze nei nomi. Lì è OK ridurre i nomi di persone molto note alle sole iniziali: J.F.K. , J.R. Nei luoghi di lavoro agli stranieri che non hanno il middle name può essere assegnata d’ufficio e immessa nel computer aziendale la sola iniziale del nome del padre come iniziale del middle name; così che la persona ha una iniziale puntata tra nome e cognome: un secondo nome solo potenziale, col quale nessuno la chiamerà mai.
Nella toccante canzone di Dalla “4 marzo 1943” la madre, che morirà giovane, vuole chiamare il figlio, presto orfano anche del padre – un marinaio di passaggio – “Gesù Bambino”. Il nome della seconda persona della Trinità è usato come nome di battesimo in alcuni paesi. Non in Italia, forse perché la prudenza pretesca l’ha impedito. Un nome tanto impegnativo può portare a contrasti impresentabili; es. Jesus era il middle name di James J. Angleton, che fu uno dei primi agenti segreti USA a gestire il protettorato italiano; con metodi da governatore romano in intesa col sinedrio dei sacerdoti locali, ma non così svagato come Pilato (era in ottimi rapporti di lavoro col Vaticano, peraltro). Tra il ’44 e il ’47 questo Jesus trovò una consonanza col Cattivo ladrone, che salvò: sottrasse alcuni fascisti al plotone d’esecuzione e li riconvertì in terroristi; insieme al futuro papa Montini impiantò le “ratlines” che esfiltrarono i nazisti in Sud America. Si occupò, con la collaborazione dei poteri nazionali, di attività come la strage di Portella della Ginestra. Chissà se nel decidere quella prima strage oltre ai fini principali pesò anche il fatto che una manifestazione del genere assomigliava un po’ troppo a un pellegrinaggio di fedeli a un santuario fuori porta. Jesus e i suoi portarono la cattiva novella a una giovane concorrente delle secolari processioni religiose; una processione laica, che forse alcuni dei partecipanti stavano conducendo con lo stesso passo col quale avevano già sfilato in precedenza in nome di Gesù, santi e madonne.
Un nome simile ha altri inconvenienti. Può indurre da piccoli a credenze eccessivamente lusinghiere su sé stessi. E poi, date le espressioni ingiuriose che vengono comunemente associate al nome di una persona quando si impreca contro di lei, l’afflato religioso dei genitori potrebbe esitare, soprattutto con certi figli, in una variegata fioritura di dichiarazioni di negazione del Credo cattolico, involontarie, ma pronunciate con voce ferma e forte, talora gridate, e dal contenuto gravemente blasfemo.
Ora va di moda allontanarsi dai nomi dei “santi vecchi”, per cercare nomi strani ed evocativi. Ma la ricerca di nomi poetici, ricercati, inediti, ha in genere un che di triste. Sembra obbedire alla regola del pensiero unico per la quale è obbligatorio sia essere omologati sulle cose sostanziali, sia differenziarsi in quelle superficiali. Soldatini ben inquadrati in impeccabili plotoni; ciascuno però con una diversa maglietta variopinta a piacere; la differenza d’ordinanza. La divisa sta nella testa. Nomi esotici che suonano smorfiosi nei vip; e pretenziosi e ingenui nelle persone comuni, non diversamente dal tatuaggio da bordello di Singapore sulla cassiera della locale cassa rurale e artigiana, e quello da guerriero Maori del piastrellista. Un costume che configura una società che ricorda certe terrace-house popolari, una interminabile ripetizione di appartamenti tutti uguali, e abitati da persone molto simili nel modo di pensare e comportarsi; tinteggiati però ciascuno con un colore diverso e squillante.
Il nome andrebbe cercato assolvendo a queste due necessità, identificativa e morale, ma evitando gli estremi, all’insegna della misura e del buon gusto. La tradizione, es. quella di ripetere il nome di un genitore o di un parente, resta uno dei pozzi ai quali si può attingere con successo. La ricerca di un nome univoco, o meglio di una combinazione nome-cognome se non unica almeno poco comune, può aiutare nella scelta, essendo un criterio utile e che restringe l’insieme dei nomi candidati. Ma non si dovrebbe finire col zavorrare l’ignara creatura con nomi che suonino bizzarri ed eccentrici. Volendo incorporare nel nome una connotazione valoriale, si potrebbe scegliere il nome, in sé neutro, di una figura che si ammira. Chi ritiene di usare un alias per rappresentare la sua identità sui bit della blogosfera, potrebbe costruire una sequenza univoca, una volta registratosi col suo nome vero, aggiungendo a una parte morale, con la quale essere chiamato nelle discussioni, un breve suffisso alfanumerico, es. la data di nascita abbreviata.
Inoltre, se è meglio evitare slanci lirici, il significato etico del nome non dovrebbe neppure avere un valore negativo. Capita anche questo. Ritengo che la magistratura sia da annoverare tra i protettori istituzionali occulti delle frodi mediche strutturali, e quindi anche dei nomi come “carcinoma in situ” della mammella, che sono leciti quanto una stuoia che celi una buca con al fondo un palo di legno appuntito; ma sul decoro dei nomi di persona vigila nel verso giusto. Hanno fatto bene quei magistrati che hanno impedito a dei genitori di chiamare loro figlio Venerdì, come il cannibale che secondo Defoe si emancipò divenendo servo di un naufrago europeo.
1. Pathology as art appreciation. Bandolier. Evidence-based health care, 1997. Vol. 4 issue 3. Reperibile su internet.
2. Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi. http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/
3. Foucar E. Carcinoma-in-situ of the breast: have pathologists run amok? Lancet, 1996. 347: 707-8.
Pubblicato anche in menici60d15
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Blog Uguale per tutti
Commento al post di G. Faenza “Il re è nudo … ma anche la magistratura italiana, purtroppo, non è granchè vestita!” del 26 set 2011
Gentile Grazia da Crotone, lei dice di avere dovuto trovare il coraggio, per riuscire a intervenire sul blog con nome e cognome. Mi permetta una bonaria osservazione. Come mostrano anche innumerevoli episodi della vita pubblica, al giorno d’oggi, nella nostra società, coi suoi capovolgimenti di valori, non sono tanto le generalità quelle che bisogna avere il coraggio di mettere in gioco intervenendo:
Metterci la faccia
( http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/09/2398/ ).
Ci sono lettere anonime firmate, si dice. Col rapporto tra le persone o le cose e i loro nomi si possono fare tanti giochi. Per esempio, a mio parere i magistrati sono parte – non sempre inconsapevole – del sistema di protezione di alcune importanti e gravi frodi, istituzionalizzate, che sono legate anche a nomi relativi alle persone e al loro corpo. Ci sono, nella nosologia del cancro, trasposizioni di nomi che sono come chiamare “tigre” un gatto in quanto entrambi felidi:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/05/04/riflessioni-e-divagazioni-sulla-scelta-dei-nomi/
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Blog de Il Fatto
Commento al post di E. Salvato “Mantova, la bambina Andrea deve chiamarsi Andrée (per legge) del 29 dic 2011
Credo che il nome proprio abbia due funzioni, identificativa e morale:
Riflessioni e divagazioni sulla scelta dei nomi http://menici60d15.wordpress.com/2011/05/04/riflessioni-e-divagazioni-sulla-scelta-dei-nomi/
La funzione identificativa richiede che il nome indichi la persona nella maniera più chiara; questa mi pare una motivazione rispettabile per evitare nomi che diano luogo a equivoci. Tenendo conto del vincolo identificativo nello scegliergli il nome, si risparmieranno al figlio seccature in futuro; e con tutti i nomi che ci sono la creatività onomastica non verrà seriamente limitata. Sulla valenza morale, non meno importante, dei nomi stranieri, a parte il caso in oggetto, dove in effetti c’è una ragione valida per scegliere un nome straniero, ognuno è libero di regolarsi come crede; anche se non condivido quest’ansia di dissolvere l’identità antropologica nazionale nel calderone globale.
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24 aprile 2011
Youtube
Commento agli auguri di Pasqua 2011 del vescovo di Brescia
Commento censurato da Youtube
La volta della Cappella sistina eleva a sé chi la guarda dal basso. Ma volgendo lo sguardo al concreto operato dei preti si vede che l’impostura religiosa usa un doppio cielo per opprimere. Coprire il cielo vero con un contro-cielo. Macchinisti teatrali che si fanno Ananke, costruendo per gli altri un falso cielo, un falso destino. Posando il loro telone separano Cielo e uomini, e spregiano così entrambi.
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Blog de Il Fatto
Commento al post di Pallante e Bertaglio “L’ipocrisia leghista è l’arroganza occidentale” del 4 ott 2011
@giustizialista. Questo “ontolologizzare” la volontà dei poteri più forti, o le conseguenze della loro volontà, per cui la globalizzazione liberista, e le relative migrazioni, vanno prese come un dato di realtà non modificabile altrimenti è propaganda, mi pare un’impostura blasfema:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/24/il-doppio-cielo/
Pubblicato in: "Amore", Adeguamento della realtà al falso con la violenza, Cattivi maestri, Clero e censura, Clero e violenza, Coltivazione dell'ignoranza, Forma democratica e sostanza pontificia, Grazia e antinomianismo, Libertà dalla bugia, Manipolazione ideologica, Prepotere del clero, Religione, Religiosità laica, Resistenza civile, Selezione avversa classe dirigente, Standard negativo e falso standard, Supporto della religione all'oppressione, Tecnica del potere, Tirannia della bugia | Commenti disabilitati
21 aprile 2011
Blog di Alessio Liberati su Il Fatto
Commento al post “OK, sono un terrorista. Ma di destra o di sinistra ?” del 18 apr 2011
Salvo eccezioni, dr Liberati, lei e i suoi colleghi non siete “antropologicamente diversi”:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/03/antropologicamente-diversi/
Quanto al nuovo adynaton di Berlusconi che i magistrati sono brigatisti, dovreste avere motivi di gratitudine. E’ l’effetto Bokassa, cioè l’adozione di uno standard negativo: Previti è un fine statista, rispetto a Bokassa. Rispetto allo standard rappresentato da Berlusconi, voi siete 20 volte meglio.
E questo permette di dimenticare che rispetto allo standard dettato dalla Costituzione siete in media 20 volte peggio. Sia per quel che riguarda il doppio Stato; penso a quanto il doppio Stato commette oggi, impunemente, e anzi aiutato dai tre poteri dello Stato, es. gli affari del grande capitale sulla biomedicina; sia per l’andamento routinario della amministrazione della giustizia.
B. e voi duellate come Brancaleone con Teofilatto; ma alla fine andrà tutto bene, per entrambi i contendenti. Le conseguenze di ciò che la politica e la magistratura hanno ignorato e protetto in questi anni, penso alla medicina, le sentiranno i cittadini in futuro.
Con questa differenza: B. è un uomo di spettacolo, un istrione; voi magistrati, che dovreste essere abituati a giudicare secondo standard fissi e alti come la Costituzione, dovreste riconoscere e non accettare il gioco degli standard negativi di comodo.
Credo che il terrorismo, e oggi la mafia, siano altri standard negativi che rendono più accettabili le infamie commesse in nome dello Stato. Gli standard negativi sono comodi per il potere; contribuiscono all’allontanamento dallo Stato di diritto.
Davanti a pagliacciate come questa, e alle convergenze che nascondono, apprezzo sempre più Ortega y Gasset: “La barbarie è l’assenza di standard a cui appellarsi”. Un corollario è che una forma sofisticata di barbarie è la loro sostituzione con standard negativi costruiti ad arte.
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Blog di Aldo Giannuli
Commento del 22 apr 2011 al post “Caso Asor Rosa: è peggio ancora di quel che sembrava” del 20 apr 2011
Il bianco e l’augusto
Il prof. Giannuli ha “messo a posto” da par suo l’appello a un golpe di polizia di Asor Rosa e degli altri della “gauche caviar”. Mi chiedo però se avvalersi del suo intervento non sia stato come essere costretti a fare spiegare a Rubbia che non è il sole che gira attorno alla terra.
L’impressione è rafforzata dalla contemporanea uscita di un berlusconiano, Lassini, che ha affisso manifesti sui magistrati che sarebbero brigatisti; e anche lì, alte grida per affermare che non è vero che i magistrati appartengono alla principale banda armata dichiarata che ha impestato l’Italia.
A me pare uno scambio di cortesie, perché con questi standard negativi – la sinistra alla generale De Lorenzo, un premier che sbraita come l’ultimo magliaro – si conferisce alla controparte una credibilità relativa, che fa le veci di un autentico prestigio:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/
Ormai invece che a “destra” e “sinistra” bisogna assistere alle performance di due artisti che si fanno reciprocamente da spalla sull’arena; e si deve scegliere tra “il Bianco” e “l’Augusto”.
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Blog L’anticomunitarista di Gabriele Sensi
Commento del 12 set 2011 al post “On. Torazzi, Lega Nord: “I magistrati meridionali favoriscono la mafia” del 7 set 2011
Le ammuine leghiste
Zac, è la solita sceneggiata. I leghisti, che dovrebbero includere Mario Merola tra i loro intellettuali di riferimento, lanciano affermazioni da avvinazzati, come questa che la colpa della mafia è dei magistrati meridionali; e magistrati e “sinistra” ci imbastiscono un caso per atteggiarsi a senatori romani indignati e nascondere le loro responsabilità reali:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/
Così intanto il servizio giustizia, e la lotta per la legalità, continuano ad andare alla deriva. I compagni di partito dall’attuale ministro dell’Interno inscenano le loro ammuine con quelli come te, non come me (v. Il bianco e l’augusto, stesso post). Non penso sarebbe giusto censurare i commenti che non seguono il canovaccio. Forse si dovrebbero cancellare le ingiurie che sono offensive per categorie di soggetti svantaggiati, come i cerebrolesi. Sono sicuro che Zac ha nella sua faretra tutta una serie di espressioni alternative per esprimere lo stesso acuto argomento; espressioni per le quali non mi offendo, finché implicano che io da un lato, lui e i tanti altri corifei dall’altro, siamo su versanti intellettuali e morali opposti.
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Blog de Il fatto
Commento al post di A Beccaria “Ustica, Giovanardi sui giudici: “Come aver condannato Tortora per droga” del 13 set 2011
Sia l’adulazione della magistratura per una sentenza di risarcimento quando i colpevoli restano come al solito ignoti e impuniti, sia le accuse palesemente infondate di Giovanardi ai magistrati per una sentenza che almeno va nella direzione giusta, favoriscono la favola ufficiale di una magistratura non ambigua, strenua avversaria dei poteri forti responsabili delle stragi di allora e delle operazioni sporche di oggi.
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/
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Blog de Il Fatto
Commento al post di M. Imperato “Le Br in procura e il silenzio al Ministero” del 18 nov 11
Il prestigio relativo
Non ci si è ancora chiesti dei rapporti tra il governo Monti, appena insediato, e la magistratura. A me pare che abbiano in comune quanto meno l’avvalersi dell’effetto Bokassa:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/
Cioè il trarre prestigio dal paragonarsi a standard negativi; e appare che non occorra meno che le pulcinellate berlusconiane, come questa dei magistrati brigatisti, per ottenere un gradiente sufficiente. Come dico nel post linkato, l’assumere standard di comodo mi pare alla radice di quella istituzionalizzazione dell’illegalità che il giudice Imperato dice di voler combattere.
Ma, al tempo della società dello spettacolo, il prestigio relativo può surrogare quello autentico; e pretendere governanti e magistratura che non abbiano bisogno di propaganda comparativa ma brillino di luce propria sembra un voler chiedere il ritorno alla tv in bianco e nero e con due soli canali.
Comunque massima solidarietà ai magistrati per l’ostruzionismo al procedimento per vilipendio alla magistratura denunciato dal giudice Imperato; anche, penso, da parte di altri cittadini che magari non hanno badato a questo immondo oltraggio, ma conoscono bene il significato della locuzione “le lentezze e i silenzi della giustizia”.
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Blog di Aldo Giannuli
Commento al post “Due parole sul nuovo governo” del 21 nov 2011
21 novembre 2011 alle 08:48
C’è la possibilità che questo governo “Vaticano-Loggia Continua”, che dovrà raccogliere quanto Berlusconi ha seminato, si avvalga di un qualche ritorno del terrorismo? Come standard negativo dal quale trarre credibilità, legittimità e consenso:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/
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19 aprile 2011
Blog di Sergio Caserta su “Il Fatto”
Commento al post “Arrigoni, martire non per tutti” del 18 apr 2011
Sergio Caserta, esperto di marketing, vendoliano, che attribuisce l’assassinio di Arrigoni ad Hamas e dintorni, osserva giustamente che mentre lodano i militari morti in missione, le autorità, ipocritamente, parlano poco di Arrigoni. Il Capo di Stato maggiore dell’Esercito, Valotto, ha avuto la buona grazia di lodare il pacifista Arrigoni; accomunandolo ai soldati per l’impegno e il coraggio; e forse accomunato anche dall’esposizione a forme volontarie e subdole di quello che i militari chiamano fuoco amico.
Non è del tutto vero che le altre autorità staranno zitte; è come per il terrorismo: se si tratta di commemorare genericamente, ponendosi in prima fila ai funerali per “rifarsi una verginità” (Pasolini), allora partecipano e pontificano; ma se c’è il rischio di dover sentire che la responsabilità è di forze come gli USA e Israele, allora le nostre autorità, quelle che si riempiono la bocca di Stato di diritto, o Resistenza, o Patria; le polizie che proteggono i cittadini dai delinquenti piccoli, e aiutano quelli grossi; i preti che si atteggiano convinti a mezzi Dio; i politici e amministratori che credono di avere le palle perché litigano con la voce grossa mentre studiano come meglio vendersi, tutti quanti, cambiano faccia. Come la cambiò Azzeccagarbugli:
“Che mi venite a rompere il capo con queste fandonie? …Andate, andate; non sapete quel che dite; io non m’impiccio coi ragazzi”.
Come Azzeccagarbugli, siedono “in atto di rispetto il più puro, il più sviscerato” alla tavola degli occupanti; e nonché della loro ipocrisia, bisognerebbe parlare del loro costume di vendere gli italiani dello stampo di Arrigoni:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/15/i-precedenti-di-arrigoni/
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/03/la-sinistra-smagnetizzata/
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16 aprile 2011
Blog di Andrea Carancini
Commento del 16 apr 2011 al post “Sbagliata la petizione contro Roberto De Mattei” del 16 apr 2011 . Cancellato senza avviso al 25 apr 2011
La tesi di De Mattei non è illogica: è infatti esente da vizi logici evidenti. Come quella di quel pastore anglicano che cercò di contestare l’evoluzione dicendo che i reperti fossili ce li aveva messi Dio stesso, che li aveva creati fossili fin dall’inizio: i ragionamenti religiosi hanno spesso logicità, cioè coerenza interna, e a volte sono ingegnosi.
Ma quanto afferma De Mattei non è razionale; le affermazioni sulle cause dei fenomeni naturali si richiede siano di carattere scientifico per essere considerate razionali; e per essere di carattere scientifico devono essere almeno “falsificabili”, secondo la nota espressione di Popper. La tesi che Dio faccia provocare terremoti, osserva Carancini, non è “dimostrabilmente falsa”; nel senso che non è possibile dimostrarne la falsità; ma questo è esattamente il criterio generalmente stabilito per considerare un assunto non assurdo, o privo di valore o di significato, ma estraneo al discorso scientifico.
E siccome si sta parlando di terremoti è impressionante che un alto funzionario dell’istituto pubblico che dirige anche la ricerca sul tema indulga in spiegazioni causali non falsificabili. Le spiegazioni non falsificabili di disgrazie sono tipiche di maghi, fattucchiere e profittatori vari; il clero stesso è prudente nel dosare questo strumento di persuasione. Attribuire una natura divina alle calamità naturali non lascia sperare che si farà tutto il possibile per prevenire gli strazi e i danni che provocano, e per porvi rimedio. Non si vorrebbe percepire una morbosa approvazione per le sciagure in chi avrebbe l’incarico di contrastarle.
Oltre a ciò va rilevata una carica di fanatismo che allontana ancor più le affermazioni di De Mattei dalla razionalità (e anche dalla carità): per es. per De Mattei il terremoto sarebbe anche segno della misericordia divina, perché, pur meritando noi di venire uccisi, essendo peccatori, Dio ci risparmia. Questo più che razionale suona come indice di una mentalità sadica e prevaricatrice. E’ da notare che sul sito “Pontifex”, dove si sono minacciate azioni legali a difesa di De Mattei (citando anche miei passi), nel post “Riflessioni su catastrofi e castighi” si afferma, a proposito dello Tsunami del 2004 nel Sud Est asiatico, che:
“purtroppo, anche molti uomini di Chiesa hanno detto che non era certamente da considerarsi come un castigo. Ora è innegabile che il “turismo sessuale”, che si commetteva in molti di quei luoghi, è proibito dalla legge di Dio; basta leggere la Bibbia (sia il Vecchio che il Nuovo Testamento) per rendersi conto che Dio non transige su certi comportamenti.”
Cioè Dio avrebbe punito il turismo sessuale spazzando via con un’ondata le vittime del turismo sessuale e le loro povere abitazioni. Se questa è razionalità, è una razionalità che darebbe tanto lavoro a uno psicanalista.
Sono comunque d’accordo che una petizione contro De Mattei sia errata; in sé, perché per principio non si può votare l’ostracismo verso il singolo che esprime opinioni; sia perché avvantaggerebbe l’altra chiesa, quella scientista; che poi col clero è in buoni rapporti d’affari; affari seri che spesso beneficiano di queste baruffe per i gonzi:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/12/i-futures-di-santa-lucia/
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Blog di Andrea Carancini
Commento non pubblicato con la motivazione di essere inerente a un commento ritirato
Ho ricevuto il seguente interessante commento email (del quale posso esibire copia):
“Non tutto ciò che è razionale è scientifico, almeno rispetto alla percezione comune di ciò che è scientifico. Di sicuro, quanto detto da De Mattei non solo non è irrazionale ma è coerente con il concetto cattolico di razionalità, che ha sempre postulato la CONOSCIBILITA’ di Dio tramite la conoscenza della natura. La logica dei ciarlatani non può certo essere paragonata a quella di un S. Tommaso.
Nessuno si può permettere di tacciare di ciarlatanismo i preambula fidei di S. Tommaso. Per me la discussione finisce qui.”
Ritengo utile rispondere:
I Preambula fidei del tredicesimo secolo dell’Aquinate non sono “ciarlatanismo”; ma non sono neppure i criteri sui quali si basa la ricerca scientifica nel mondo. Alcuni, come la prova “ex fine” dell’esistenza di Dio sono tipi di ragionamento esplicitamente negati dalla metodologia scientifica ufficiale. Secondo il criterio di falsificabilità cui si attiene universalmente la ricerca scientifica per essere riconosciuta tale, quanto dice il vicedirettore del CNR De Mattei dei terremoti non è razionale; è libero di dirlo ovviamente, ma si tratta di affermazioni non compatibili con una posizione di dirigente di ricerca.
Francesco Pansera
Pubblicato in: "Amore", Agenzie morali parassitarie, Animalità razionale, Avvicinamento clero e scientismo, Bioetica, Bioetica strumentale, Biopolitica, Clero, Clero e censura, Clero e frode medica strutturale, Clero e violenza, Coltivazione della viltà, Crimine dei colletti bianchi, Deontologia dei blogs, Difesa diritti fondamentali pre-costituzionali, Difesa istituzioni repubblicane dagli occupanti, Educazione e incitamento al disprezzo e all'odio, Emarginati e deboli come fair game, Etica della conoscenza e del giudizio, Etica post-moderna, Fictio democratica, Fiducia nelle istituzioni, Forma democratica e sostanza pontificia, Indebolimento metodologia scientifica, Istituzionalizzazione del crimine, Istituzioni ibride, Manipolazione ideologica, Mediocrità etica e intellettuale tra gli scienziati, Morton's fork e doppio legame, Oltraggio mediante il potere istituzionale, Opposizione verticale al potere, Pansera, Perversità del crimine istituzionale, Praticità del teorico, Prepotere del clero, Religione, Religiosità laica, Scientismo, Scienza e medicina come nuove religioni, Selezione avversa classe dirigente, Sofismi, Strumentalizzazione della sessualità, Supporto della religione all'oppressione, Teatrino laici cattolici su questioni bioetiche, Tecnica del potere, Violenza, Violenza gratuita | Commenti disabilitati
12 aprile 2011
Blog di Valentina Rinaldi su Il Fatto
Commento al post”Quando la Chiesa spegne la speranza” dell’11 aprile 2011
E’ falso che la ricerca dei giapponesi citata dimostri o affermi che “è possibile generare una retina perfettamente funzionante utilizzando le cellule staminali”. Si tratta di un interessante esperimento di embriologia che riproduce, non si sa quanto fedelmente, alcune fasi della morfogenesi della retina; non una retina funzionante. Se pure si producesse una retina, e la si sapesse impiantare, il paziente sarebbe comunque nella condizione di chi abbia il midollo spinale sezionato: connetterla al cervello – del quale è parte – resta un compito formidabile.
Il clero, col suo know-how sullo sfruttamento della credulità, e i suoi investimenti sulle staminali, non spegne la speranza, ma la titilla: con la ridicola querelle embrionali/adulte fa credere all’efficacia attuale o prossima di terapie che sono nel libro dei sogni. Come nel gioco delle tre carte c’è un compare nel pubblico che fingendo di contestare veementemente il croupier lo rende credibile, e invoglia quindi i polli a puntare. L’efficacia viene posta per “entimema”. Tale attività di distrazione e propaganda è uno dei compiti della bioetica, che, “laica” o “cattolica”, è ancella del grande business biomedico (*).
La medicina è oggi strettamente legata alla finanza, e queste staminali assomigliano ai “derivati”: si vende una terapia che potrebbe esserci, o no, in futuro. Diffondendo voci false (e soffocando le critiche) si pratica una forma di aggiotaggio.
Travisare così le staminali è anche una forma moderna della richiesta di grazia a Santa Lucia: il prete, lo scienziato e il banchiere fanno cartello. Un po’ di speranza o di illusione possono alleviare la sofferenza per alcuni malati; ma non le truffe. Meglio fare come San Tommaso, e finché non ci sono risultati veri i soldi per la cura e l’assistenza spenderli in interventi razionali, non in “biglietti per Tokio”.
* http://menici60d15.wordpress.com/2008/01/21/diplomi-di-laurea-bruciati-sul-sagrato-tornano-i-roghi/
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10 aprile 2011
Blog Malvino
Commento al post “:-D)” del 10 apr 2011
E’ vero che il messaggio dei preti è spesso una loro arma, funzionale ai loro interessi: mi sono chiesto come mai, tra tante belle filosofie e spiritualità, soggetti di potere e presumibilmente colti e sensibili come i magistrati abbiano sentito l’impulso di aderire al “nebuloso misticismo mondano” di Giussani, la cui parola “spicca più per il suo essere costruita attorno al perseguimento di soldi e potere che per una grandezza teoretica o morale”:
http://menici60d15.wordpress.com/2008/05/18/pubblicare-la-lista-dei-magistrati-di-cl/
Parlando di CL non si dovrebbero trascurare le accuse di essere stata finanziata dalla CIA. Sicuramente si comporta come se lo fosse.
Dei radicali, filoUSA quanto CL, non mi sono mai fidato, e trovo capziose le loro distinzioni, mutuate dai preti, chiesa/gerarchia, Cattolici/Vaticano, etc. Però, come dicevo qui qualche post fa su Capezzone e il Panopticon, non bisognerebbe rinunciare a concetti che hanno una loro validità, dei quali si impossessano, e lasciarli a loro che ne fanno un uso distorto, fino a capovolgerne il significato.
Credo che sia necessario riconoscere che i preti non scrivono su una tabula rasa quando convincono i credenti, ma interagiscono con un sistema predisposto. In una rapina, c’è un soggetto attivo e uno passivo, ben distinti. Invece nelle truffe il truffato è spesso parte della truffa con la sua avidità e credulità. Non ci sarebbe traffico di droga se non ci fossero nel cervello i recettori delle endorfine o il sistema dopaminergico, e sostanze capaci di legarsi opportunamente a tali entità biologiche. E’ a questo carattere di reciprocità, di legame tra criminale e vittima, con una sua affinità che può essere elevata, più che a una diabolica abilità di truffatori e drug lords, che le truffe e il traffico di droga devono il loro successo.
Analogamente, credo che sulla religione occorra sia distinguere tra fonte, messaggio e ricevente; sia considerare la loro integrazione. Clero, messaggio religioso, e religiosità naturale o altri loci psicologici del pubblico sono soggetti diversi e interagenti. Una dissezione, qui abbozzata, della religione nelle sue componenti, aiuterebbe tra l’altro ad attribuire le giuste responsabilità ai vari attori, e a distinguere tra diritti e doveri. Per esempio, il clero sfrutta la mancata corretta distinzione chiedendo “libertà” religiosa e allo stesso tempo opponendosi al reato di plagio da manipolazione religiosa. La sfera psicologica, forse con una base biologica, della religiosità naturale non può essere negata o conculcata; ma va protetta da manipolazioni e abusi, che possono raggiungere facilmente forme gravissime per l’individuo e la società.
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Blog Gians
Commento del 7 apr 2011 al post “Vi mostro il mio pollice” del 7 apr 2011
Penso che occorra distinguere nettamente tra religione e clero. Lo stalking, la molestia continua deumanizzante, non dichiarata e attuata con mezzi obliqui, è, posso testimoniarlo, uno strumento pretesco dei nostri giorni; ma ha a che fare con la religione quanto gli strumenti del boia che i preti usavano liberamente nei secoli scorsi.
Nel dibattito sulla libertà di religione andrebbe detto che i preti, uno dei vari gruppi di potere terreni, spesso e volentieri violano e calpestano anche il naturale senso religioso delle persone.
Segnalo il commento “I preti sciamani furbi” sul proclama di Radio Maria delle calamità naturali come meritati e misericordiosi castighi di Dio:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/
Questa è gente pericolosa, che non scherza, disposta a spazzare via con qualsiasi mezzo, quando può, chi ritiene vada tolto di mezzo. Se si vuole sopravvivere, anche in un cantuccio, bisogna resistere.
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Grazie a te, Gians. Accettare la distinzione tra “credenti” e “atei”, noi/loro, può essere una trappola. Forse si potrebbe stabilire che tutti hanno diritto al rispetto della loro sfera religiosa, o meglio spirituale come dice Nicoletta; inclusi gli a-tei, che vengono definiti in negativo rispetto ai “credenti”, e dipinti quindi come degli esseri privi di spiritualità; quindi vuoti, o malvagi; o instancabili libertini. Gli atei non sembrano peggiori dei credenti; e a volte si costruiscono una loro ricca spiritualità, senza farsela iniettare come un vaccino dalle religioni confessionali.
Accanto a ciò, si potrebbe stabilire anche che, dato ciò che la storia insegna, l’adesione a una religione o a una qualsiasi credenza comporta pericoli almeno potenziali per la società: non è un merito in sé. Non può mai essere un lasciapassare, che fa entrare in una casta di “eletti” e che consente di commettere le porcherie grandi, piccole e medie che da sempre i professionisti della religione e i loro seguaci commettono in nome di un dio.
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Gians, a volte più che ingerenze bisogna dire “ricatti” e “violenze”. Non è solo proselitismo o attivismo politico. Qui in Lombardia, feudo CL, i preti hanno portato il loro principio “nulla salus extra ecclesia” a livelli più vicini alla mafia che alla vecchia DC.
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9 aprile 2011
Blog di Beppe Grillo
Commento al post “Il David a ‘E’ stato morto un ragazzo’” del 9 apr 2011
Il caso Aldrovandi mostra come invece dell’ingiustizia totale, con insabbiamento e impunità assoluta, e invece della giustizia, con ricostruzione fedele dei fatti e giusta punizione, si ricorra a volte a una sofisticata terza via. Il Davide al film di Vendemmiati è un altro anello della kermesse mediatica sul caso Aldrovandi.
Come per altre morti per mano di polizia, la ricostruzione postula entità inedite e vergognosamente inverosimili; qui l’essere montati sulla schiena di Federico, atto in grado di provocare la morte per asfissia, avrebbe ucciso causando, incredibilmente, un ematoma della parete cardiaca, incredibilmente non notato, ma fotografato, all’autopsia.
Per quell’Ecce homo di 18 anni non è stata riconosciuta che una responsabilità minima, per “eccesso colposo”. La pena per i colpevoli sarà comunque nominale. Il dogma di forze di polizia costituzionalmente sane, necessario agli abusi e alle violenze intenzionali di polizia, viene riaffermato. Chi si oppone ai falsi sulla ricostruzione e alla manipolazione ideologica è minacciato come può fare chi può contare sulla connivenza della magistratura.
Gran bel film. Dietro al quale la polizia potrà continuare, sicura dell’impunità, il mestiere, o il secondo lavoro, di togliere vita a soggetti sgraditi, con forme di violenza meno rozze. Non chiamatelo trionfo della giustizia.
La maestria del film, il buono e il bello che espone, contrapposti alla bruttezza del male, fanno le veci di una giustizia che corregga davvero. Qualcosa del genere è avvenuta anche con la Strage di Brescia; una Piedigrotta di celebrazioni, una montagna di produzioni artistiche, impunità per gli esecutori, e collaborazione sottobanco coi mandanti:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/03/la-sinistra-smagnetizzata/
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Blog di Eleonora Bianchini su Il Fatto
Commento del 13 apr 2011 al post ’“E’ stato morto un ragazzo”, i silenzi di polizia e stampa sull’omicidio di Federico Aldrovandi? del 13 apr 2011
Il film di Vendemmiati su Aldrovandi porterà il coraggioso regista, e i genitori dell’ucciso, al Quirinale; quale migliore sede per celebrare il loro impegno civile contro gli abusi delle stanze del potere. Purtroppo, insieme a questa bella notizia è giunta quella che la madre dovrà subire un processo per diffamazione. “Strano paese …”, commenta Vendemmiati sul blog degli Aldrovandi (dal quale sono stato bannato). Anch’io avrei qualche sospiro sul modo col quale in Italia si contrastano le violenze e gli omicidi di polizia.
Nella speranza che possa recare sollievo al rimescolamento provocato da questa seria, molto seria, contraddizione, segnalo da questo blog a lui e agli altri indignati il breve racconto “Quel generale romano” di Achille Campanile; è un commento su quel generale che come padre abbracciò il figlio che disobbedendogli aveva vinto la battaglia; ma come generale lo condannò a morte. (Si trova nel libro “Vite di uomini illustri”).
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/09/surrogati-della-giustizia-la-kermesse-mediatica/
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Blog di Beppe Giulietti su Il Fatto
Commento del 14 apr 2011 al post “Chi ha paura di Federico Aldrovandi” del 14 apr 2011
Il caso Aldrovandi sta venendo istituzionalizzato; non fa paura alle istituzioni, ora in prima fila al funerale e nel corteo di protesta; non ai poliziotti responsabili, che la passeranno liscia; non agli altri poliziotti, ai quali la magistratura ha mostrato di poter scodellare a volontà equivalenti del “malore attivo” di Pinelli (stavolta con l’ematoma del fascio di His diagnosticato in fotografia). Non alla “società civile”, che potrà sentirsi coraggiosamente impegnata guardando in poltrona un’altra pellicola su “mele marce e deviazioni combattute dai poteri buoni”, senza mettere in discussione sul serio il potere.
Domani 15 apr 2011 a Brescia c’è un corteo autorizzato di vigilantes a sostegno di una guardia giurata che da qualche giorno è in carcere per avere abbattuto 2 rapinatori armati di taglierino che fuggivano, scaricandogli un caricatore alle spalle. Politici leghisti e del PDL hanno fatto l’apologia del gesto e offerto sostegno. Molti nella popolazione vorrebbero dargli una medaglia. Non so quante guardie giurate comprendono quanto sia vile un tale comportamento, proprio di coloro che nel Ventennio trovavano la loro collocazione naturale nelle squadracce. Non so quante comprendono che c’è un interesse a dargli il ruolo dei cani da guardia rabbiosi. Voi “progressisti”, voi difensori dello Stato di diritto, oppositori della destra violenta, becera e volgare, zitti e muti. E vero che non c’è neppure uno straccio di spettacolo, una poesia, una canzone, una conferenza colta. Una tartina.
Non solo Aldrovandi non fa paura, ma in tanti guadagneranno dall’utilizzo del suo caso per rafforzare lo status quo. Gli unici che dovrebbero avere paura di questi riti sono coloro che conoscono in prima persona gli abusi di polizia, e che vedono che così gli abusi potranno continuare meglio di prima.
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/09/surrogati-della-giustizia-la-kermesse-mediatica/
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4 aprile 2011
Blog di Alessio Liberati su “il Fatto”
Commento al post “Odio il clandestino” del 4 apr 2011
Sull’immigrazione la penso diversamente:
http://menici60d15.wordpress.com/2009/05/24/immigrati-la-pieta-coi-numeri-e-altre-forme-minori-di-pieta/
Ma sono d’accordo col dr Liberati sul criticare il termine “clandestino”. Si dovrebbe distinguere tra il “negativo” e il “proibito”. L’immigrato irregolare è una figura negativa, ma permessa: serve come forza lavoro e come consumatore, e la negatività che gli viene attaccata (oltre a quella della quale è involontario portatore come elemento perturbante sul piano antropologico e sociale) permette di meglio sfruttarlo. Gli si rinfaccia di essere un clandestino dopo aver finto di non accorgersi che saliva a bordo. Si potrebbe chiamarlo “meteco” lo straniero che nell’antica Grecia si aveva interesse ad ammettere, ma con diritti ridotti e sotto un “prosseno”, protettore. Mi pare che siano figure altamente negative ma non proibite di fatto anche lo spacciatore e il mafioso, che assolvono a compiti sporchi; sono perseguite, ma non eradicate.
All’opposto stanno i positivi ma proibiti: fanno cose giuste, ma non tollerabili dal potere, che li fa marcare dai suoi servi come modelli proibiti, che respingono invece che attrarre. Li si potrebbe paragonare a celebri ostracizzati di Atene. Alcuni omicidi di magistrati e poliziotti forse sono stati anche modi per marcare come proibite certe forme di lotta alla mafia o al commercio internazionale di droga. In genere però si usa più lo stigma sociale che la pistola. Forse di ostracizzati ce ne sono più di quanto si pensi, anche in campi formalmente legali dove ci sono interessi illeciti da tutelare. Ma non si vedono, anche perché i “liberi” hanno interiorizzato la proibizione, e accettano di considerare gli ostracizzati come figure negative, il cui marchio legittima l’esclusione e l’abuso. Così il sans papier e l’ostracizzato sul piano esistenziale si incrociano alla porta della città, mentre percorrono in direzione opposta lo stesso cammino.
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3 aprile 2011
Blog di Andrea Carancini
Commento del 3 apr 2011 al post “Berlinguer e la strage di Brescia: anche questa volta Vinciguerra non ha parlato a vanvera” del 3 apr 2011. Rimosso senza avviso il 24 apr 2011
Non sono un esperto di strategia della tensione né un appassionato dei Misteri d’Italia, ma penso di essere un testimone. Quanto dice Vinciguerra corrisponde alla mia esperienza personale a Brescia. Da medico, ritengo che oggi i servizi, caduto il pericolo -o lo spauracchio- dell’URSS si occupino maggiormente di temi industriali ed economici, e in particolare di medicina: di proteggere le sue frodi e il suo sviluppo economico da critiche. Questa attività viene svolta a Brescia, sotto direzione USA naturalmente; e quello che mi ha spiazzato è quanto essa possa contare sull’appoggio delle istituzioni dello Stato, polizia, magistratura, amministrazioni (nonché del Vaticano); e anche sulla collaborazione della “sinistra”. All’inizio è stato difficile rendersi conto e accettare che quelle forze della sinistra, quelle stesse persone, che si sono stracciate le vesti, e si sono fatte belle, piangendo la Strage, sono attive e scattanti nel collaborare coi servizi e con altri pezzi di Stato per soddisfare gli attuali voleri criminosi di quegli stessi poteri che nel ’74 vollero la bomba. Capisco come quanto dico possa sembrare folle; è sembrato così anche a me per lungo tempo. Desidero ringraziare coloro che come Vinciguerra e Carancini forniscono informazioni che alleviano la penosa sensazione di irrealtà e smarrimento davanti ai comportamenti in fondo miserabili di coloro che uno considererebbe le forze pulite.
Francesco Pansera
http://menici60d15.wordpress.com/2010/11/21/la-leonessa/
http://menici60d15.wordpress.com/2010/11/23/brescia-non-solo-bombe/
Vinciguerra mi pare nel giusto anche quando parla della strumentalizzazione dei familiari delle vittime:
http://menici60d15.wordpress.com/2009/01/02/la-sindrome-di-peppa-nei-familiari-delle-vittime/
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Blog di Elisabetta Reguitti su Il Fatto
Commento del 23 apr 2011 al post “Adro ha bisogno di un sindaco come Lancini?”
La notizia, comunica indignata la giornalista de Il Fatto Elisabetta Reguitti, è che la CGIL ha denunciato per peculato il sindaco di Adro perché ha usato la carta del Comune per inviare ai cittadini lettere che attaccano la CGIL. Credo che la magistratura bresciana, che non ha risorse per occuparsi dei reati dei maggiorenti bresciani, non si risparmierà su questo fatto gravissimo.
Vivo a Brescia, e conosco purtroppo sia il comportamento della Lega, sia quello della CGIL bresciana, sia quello del prefetto Brassesco Pace. Per me l’immagine per la quale vi è una forte contrapposizione tra loro è una colossale cantonata o un falso gigantesco, indegno di un giornale di punta dei progressisti. Ritengo piuttosto che queste baruffe, come quella sulla pagliacciata dei soli delle Alpi di Adro, siano fumo negli occhi; che nasconde una sostanziale intesa di fondo, prioritaria rispetto alla rivalità per il potere; secondo una consolidata tecnica che ho paragonato al gioco tra “il bianco e l’augusto”:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/21/i-magistrati-e-leffetto-bokassa/
Una tecnica che ha a Brescia una scuola di prim’ordine, che ha poco da invidiare alla “falsa politica” dei mafiosi meridionali, e che protegge manovre non meno gravi di quelle della mafia convenzionale; manovre di tenore ben diverso dall’uso illegittimo di qualche foglio di carta intestata del Comune:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/03/la-sinistra-smagnetizzata/
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Blog Barbaranotav
Commento al post “La guerra in Libia non esiste per la marcia Perugia Assisi che parla di lavoro” del 26 set 2011
In genere questi ipocriti di professione quando dovrebbero parlare di problemi interni come la seria difesa dei diritti dei cittadini e del lavoro, parlano invece di questioni internazionali, di massimi sistemi, delle donnine di B. etc.; e quando, marciando per la pace, dovrebbero parlare della guerra d’aggressione in atto a Sud di Lampedusa, e del nostro ruolo di ascari in questa guerra coloniale, allora parlano di questioni interne come il lavoro. Da molti anni la “sinistra” è servizievole, fino alla complicità in operazioni ignobili e gravi reati, con quelle forze straniere che hanno seminato zizzania insanguinando il nostro Paese con le stragi e gli omicidi politici
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/03/la-sinistra-smagnetizzata/
Forze che ora hanno seminato zizzania in uno stato sovrano per poi invaderlo, massacrando innocenti. E che sono il braccio armato di quei poteri che stanno depredando il Paese e che condizionano, menomandola, la vita quotidiana dei cittadini. Grazie a Barbara e agli autori riportati per avere indicato in maniera netta e forte il gesuitismo della “sinistra”. Una sinistra che di radicale ha solo la doppiezza.
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1 aprile 2011
Blog di Alessio Liberati su Il Fatto
Commento al post “Io giudice irresponsabile” dell’1 apr 2011
Credo sia giusto che l’attività dei magistrati abbia un margine di non punibilità giudiziaria delle responsabilità colpose maggiore di quello di altre professioni. Questa immunità però dovrebbe essere bilanciata, oltre che da un efficace sistema interno di punizioni e ricompense, dal divieto di legge di appartenere a gruppi di interesse, e da sanzioni severe ed effettive per chi viola la regola. Non è interesse dei più deboli avere un magistrato timoroso o ricattabile rispetto ai potenti; ma lo è ancor meno una magistratura che da un lato ha poco da temere per le conseguenze dei suoi atti, dall’altro “collabora” con la massoneria:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/11/massoni-e-legalita/
Massoneria, partiti, gruppi religiosi, organizzazioni sindacali, cliques informali, cordate etc. dovrebbero essere per i magistrati come le mogli per i preti. Lo status di magistrato non può contemplare solo le diversità vantaggiose, ma deve ammettere anche quelle pesanti. Oggi in certe città del Nord, dove si freme di sdegno al solo sentire nominare la mafia, può accadere che consorterie locali facciano precedere alla commissione di alcuni reati l’avvertenza che tanto possono contare su magistrati “allineati”; e magari facciano apparire come per caso qualche magistrato in carne e ossa a sostegno dell’avvertimento.
La proibizione “enforced” all’appartenenza a gruppi, per quanto poco naturale, soprattutto in un paese di clan, o di bande, come il nostro, accrescerebbe inoltre la credibilità e il prestigio della magistratura. E in certi casi eviterebbe che sia l’imputato o il danneggiato a dovere fornire, portandosele da casa, la dignità e la decenza necessarie all’amministrazione della giustizia delle quali a volte le corti sono sprovviste:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/31/“se-la-canaglia-impera-la-patria-degli-onesti-e-la-galera”/
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@AndreaC. Non è che possa spingere la metafora alla castrazione dei magistrati… Quello che vorrei dire è che nel caso dei magistrati, date le caratteristiche di “terzietà”, e la gravità delle conseguenze del loro lavoro, anziché un controllo mediante sanzioni a posteriori il grosso del controllo dovrebbe avvenire a monte, essere cioè di natura essenzialmente preventiva. Si porta in genere l’esempio delle professioni liberali: ma anche lì, non è che convenga molto, es. per la chirurgia, “prendere l’uomo per quello che è, lasciargli la massima libertà” e poi una volta sventrati chiedergli di essere risarciti per come nuovi. Meglio un’oncia di prevenzione che il giudizio sui giudici, che porta alle conseguenze logiche della “regressio ad infinitum”; e in chi non ha a disposizione una muta di legulei può portare alle conseguenze pratiche del “vediamo questo stupido dove vuole arrivare”.
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Blog de Il Fatto
Commento al post di Daria Lucca “Nitto Palma vuole che i giudici paghino” del 12 ott 2011. Censurato. Pubblicato il 14 ott 2011.
In una democrazia dove nessuno è al di sopra della legge, coloro che esercitano il controllo di legalità, i magistrati, è bene che entro certi limiti non paghino per gli errori, se commessi in autentica buona fede; però in una democrazia laica dove nessuno è al di sopra dell’etica, e nessun potere va sottratto al sistema di controlli, di pesi e contrappesi, bisognerebbe anche impedire ai magistrati di mettere a reddito tale impunità:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/01/il-celibato-dei-magistrati/
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Blog de Il Fatto
Commento al post di Daria Lucca “Nitto Palma vuole che i giudici paghino” del 12 ott 2011. Censurato.
Pubblicato in: Adeguamento della realtà al falso con la violenza, Agenzie morali parassitarie, Appoggio ai dissidenti ingiustamente attaccati, Artifici della magistratura, Avversione della sinistra deuteragonista per l'opposizione autentica, Berlusconismo, Campagne istituzionali di discredito, Censura, Censura e persecuzione occulte, Collusione della magistratura col potere, Coltivazione del conformismo, Coltivazione della viltà, Deontologia dei blogs, Depotenziamento lotta al crimine, Destra, Deuteragonismo nei blogs, Difesa istituzioni repubblicane dagli occupanti, Diritto all'informazione, Discriminazione istituzionale di cittadini, Disordine pilotato, Doppio Stato polizie segrete e associazioni di tipo massonico odierni, Educazione e incitamento al disprezzo e all'odio, Etica della conoscenza e del giudizio, Etica post-moderna, Fallacia delle regole, Fictio democratica, Fiducia nelle istituzioni, Forma democratica e sostanza pontificia, Funzione censoria del deuteragonismo, Grazia e antinomianismo, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Inautenticità della sinistra, Istituzionalizzazione del crimine, Istituzioni ibride, Laicità all'italiana, Libertà dalla bugia, Magistrati, Magistrati e deuteragonismo, Magistratura business friendly e dottrina Pizzillo, Manipolazione ideologica, Meritocrazia vs. merito, Midcult progressista, Non-complementarietà, Opposizione deuteragonista, Perversità del crimine istituzionale, Popolo come istituzione, Prepotere del clero, Relativismo epistemico, Relativismo etico, Repubblicanesimo, Riguardo della magistratura per la sinistra, Scambio ruoli progressisti e conservatori, Selezione avversa classe dirigente, Sinistra deuteragonista, Sussiego della sinistra, Tecnica del potere, Terzietà della magistratura, Travaglismo, Violenza indiretta | Commenti disabilitati
31 marzo 2011
Blog di Andrea Carancini
Commento al post”Giovannino Guareschi, o la patria degli onesti” del 31 mar 2011
“No, niente Appello. Qui non si tratta di riformare una sentenza ma un costume”
Guareschi
Giovannino Guareschi, con la sua penna leggera e acuminata di umorista e galantuomo, è una di quelle figure che danno ristoro e indicano la via “se la canaglia impera”. Il suo caso mostra quanto sia sottovalutato il costume delle nostre classi dirigenti di vendere l’Italia e gli italiani a interessi esteri:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/21/c’e-la-parola-compradora/
E quali sentimenti omicidi possano nutrire i preti e i loro agenti verso la gente che vogliono dominare:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/
Vorrei accostare a Guareschi Domenico Marotta, già direttore dell’Istituto superiore di sanità; un italiano di valore che stava rendendo grandi servigi all’Italia quando fu messo in galera dai DC e dai magistrati a beneficio dei padroni esteri. Guareschi rifiutò di ricorrere in appello e di chiedere la grazia; Marotta, alto burocrate, rifiutò di presentarsi ai giudici. Di recente c’è stato un altro caso di disconoscimento a proprie spese del potere giudiziario con Parmaliana. Quando impera la canaglia, bisogna difendersi non davanti ai magistrati, ma difendere sé stessi e la società dai magistrati.
Qui tam pro domino rege http://menici60d15.wordpress.com/2010/03/27/qui/
http://menici60d15.wordpress.com/2010/04/30/il-ladro-e-il-viandante/
Pubblicato in: Abolizione dell'opposizione reale, Adeguamento della realtà al falso con la violenza, Agenzie morali parassitarie, Alleanza della sinistra col clero, Appoggio ai dissidenti ingiustamente attaccati, Appoggio della magistratura alla frode medica strutturale, Associazioni a delinquere di stampo mafioso autoctone padane, Borghesia compradora, Campagne istituzionali di discredito, Censura del dissenso tecnico, Censura e persecuzione occulte, Censurati e perseguitati riconosciuti, Classe dirigente bresciana e doppio Stato, Clero e compradora, Clero e doppio Stato, Clero e violenza, Collusione della magistratura col potere, Continuità tra destra e sinistra, Criminalizzazione degli oppositori, Destra, Difesa diritti fondamentali pre-costituzionali, Difesa istituzioni repubblicane dagli occupanti, Diffidenza verso il potere, Discriminazione istituzionale di cittadini, Disordine pilotato, Educazione e incitamento al disprezzo e all'odio, Etica della conoscenza e del giudizio, False biografie, Fictio democratica, Figure nobili, Forma democratica e sostanza pontificia, Guerra fredda come alibi, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Influsso delle oligarchie finanziarie, Istituzionalizzazione del crimine, Istituzioni ibride, Legami mafie meridionali-mafie padane autoctone, Magistratura business friendly e dottrina Pizzillo, Male e mediocrità, Manipolazione ideologica, Mediocrità etica e intellettuale tra gli scienziati, Meritocrazia vs. merito, Misteri d'Italia e USA, Morton's fork e doppio legame, Neoalchimia, Oltraggio mediante il potere istituzionale, Opposizione deuteragonista, Pansera, Partito americano, Passaggio da medicina dei baroni a medicina delle multinazionali, Persecuzione giudiziaria, Perversità del crimine istituzionale, Politica e biomedicina, Prepotere del clero, Principio di Mazzarino, Repubblicanesimo, Riconoscimento dell'extramediatico, Ruolo della magistratura nel doppio Stato, Scientismo, Scienza ad auctoritatem, Selezione avversa classe dirigente, Servilismo degli intellettuali, Servizi segreti e frode medica strutturale, Standard negativo e falso standard, Supporto della religione all'oppressione, Tecnica del potere, Tipi antropologici proibiti, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza e medicina | Commenti disabilitati
25 marzo 2011
Blog de “Il Fatto”
Commento al post “Vendola-Formigoni, il primo: “Lombardia regione mafiosa”. L’altro: “E’ un miserabile” del 25 mar 2011
Vendola chiama mafiosa la sanità lombarda e Formigoni gli dà del drogato. Ieri sera 24 mar 11 a una conferenza di Nando Dalla Chiesa un economista dell’università di Brescia ha spiegato che le mafie prosperano sulla spesa pubblica (concetto importate); ma ha aggiunto che il modo per contrastare la ndrangheta in Lombardia è dunque privatizzare la sanità: buona conclusione per assicurazioni, fondi, banche, considerate dai tecnici tra le cause maggiori della cattiva sanità USA.
Sciascia ha scritto del “Potere che mette tutto e tutti insieme, che intesse tutto. Che assimila tutto. Anche l’opposizione, anche la contestazione”. Un modo per ottenere questo è di creare un nemico comune. Es. la ndrangheta, che avrebbe “colonizzato” l’onesta Lombardia con le sue forze, nonostante i decenni di esperienza di lotta alla mafia.
Penso che la mafia debba il suo successo ai poteri forti che la sostengono; e che questi poteri la stiano usando anche come spauracchio per ottenere risultati come la privatizzazione della sanità. Le stesse forze dello Stato che al Sud contrastano la mafia, al Nord la fanno passare, mentre si occupano di fare tacere le voci di critica alla medicina delle multinazionali. Ora, dopo che si sono lasciati scorrazzare 4 gangster, le voci più avvertite chiedono di fare scelte politiche fondamentali non in funzione di ciò che è bene per la salute dei cittadini, ma per sfuggire alla mafia.
La ndrangheta è divenuta quello che i critici cinematografici hanno chiamato, a proposito di pellicole come “Non è un paese per vecchi” , “il male invincibile”. Se vi piace il film, se davvero credete che Formigoni e Vendola, entrambi sostenitori della medicina liberista del prete dei servizi Verzè, siano davvero nemici, buona visione. Il risultato sarà una medicina delle banche; è una medicina che fa paura a chi sa cos’è, ma almeno così probabilmente non è di lupara che moriremo.
http://menici60d15.wordpress.com/
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Commento del 26 mar 2011 allo stesso post, censurato
Denuzzom dice che in Lombardia un malato di cancro ha delle possibilità, in Puglia no. La mortalità per cancro della popolazione generale, standardizzata per età, nel 2005 è stata di 157/100000 per la Lombardia e 136/100000 per la Puglia: in Lombardia risulta muoia di cancro un 15% in più. Altra cosa è la sopravvivenza di chi si è ammalato. Altra cosa ancora è la sopravvivenza reale di chi ha avuto una diagnosi di cancro: la sopravvivenza apparentemente migliore dei malati di cancro in Lombardia è dovuta almeno in parte a un artefatto dovuto a una maggior quota di sovradiagnosi:
http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/
In soldoni, se si diagnostica il cancro anche a soggetti sani, sembrerà che una percentuale maggiore di malati si salvi; in realtà si è peggiorato lo stato di salute della popolazione, medicalizzando dei sani. Il trattamento medico senza reale necessità è una truffa generalizzata nascosta, tipica della medicina liberista, che ha avuto nel caso della clinica S Rita un’espressione estrema e rozza. D’altro canto in Lombardia in genere gli aspetti organizzativi della sanità, che sono importanti per la condizione psicologica e morale oltre che fisica del malato, non toccano gli sconci che si incontrano spesso al Sud.
In Lombardia è maggiore il rischio di morire per cancro, di venire trattati essendo sani, e di venire sovratrattati da malati. Se si è malati, la qualità della vita legata agli aspetti organizzativi delle cure può essere migliore in Lombardia. La medicina di fatto è business; il livello etico è carente ovunque; l’arretratezza della Puglia, che si sta mettendo in pari, è commerciale:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/09/vincitori-e-vinti-nella-sanita-puglliese/
Dietro alla sceneggiata lumbard/terroni le cose sono diverse, e più brutte, di come sembrano:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/25/ndrangheta-e-privatizzazione-della-sanita/
Pubblicato in: Abolizione dell'opposizione reale, Adeguamento della realtà al falso con la violenza, Agenzie morali parassitarie, Agnotologia, Animalità razionale, Appoggio della magistratura alla frode medica strutturale, Assicurazioni e frode medica strutturale, Associazioni a delinquere di stampo mafioso autoctone padane, Avversione della sinistra deuteragonista per l'opposizione autentica, Avvicinamento clero e scientismo, Bioetica, Biopolitica, Borghesia compradora, Buonismo medico, Carotismo, Censura del dissenso tecnico, Censura su questioni bioetiche, Classe dirigente bresciana e doppio Stato, Clero e buonismo, Clero e censura, Clero e compradora, Clero e deuteragonismo, Clero e doppio Stato, Clero e frode medica strutturale, Collusione della magistratura col potere, Coltivazione del conformismo, Coltivazione dell'ignoranza, Complesso biomedico-mediatico, Compradora e deuteragonismo, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Contrasti tra Impero e Baroni per i diritti di sfruttamento sull'Italia, Criminalizzazione degli oppositori, Crimine dei colletti bianchi, Crimine universitario, Danni e pericoli della globalizzazione, Deontologia dei blogs, Depotenziamento lotta al crimine, Deuteragonismo medico, Deuteragonismo nei blogs, Difesa diritti fondamentali pre-costituzionali, Diritto all'informazione, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Dolo in medicina, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Fagocitosi dell'opposizione, Falsa coscienza e buona fede degli operatori nella frode medica strutturale, Fictio democratica, Forma democratica e sostanza pontificia, Frode medica strutturale, Funzione censoria del deuteragonismo, Gattopardismo, Generalizzazione corretta, Grazia e antinomianismo, Iatrogenesi, Il Negativo e il Proibito, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Inautenticità della sinistra, Indebolimento metodologia scientifica, Influsso delle oligarchie finanziarie, Istituzioni ibride, Laicità all'italiana, Lancio infiltrazioni mafiose al Nord, Legami mafie meridionali-mafie padane autoctone, Libertà dalla bugia, Mafia meridionale e mafia fordista, Mafie meridionali e medicina, Magistrati e deuteragonismo, Magistrati e medicina, Magistratura business friendly e dottrina Pizzillo, Malamisura, Manipolazione delle statistiche sul cancro, Manipolazione ideologica, Manipolazione mediatica, Medicalizzazione della vita, Medicina e frode medica strutturale nel Meridione, Mediocrità etica e intellettuale tra gli scienziati, Metamafia, Midcult progressista, Morton's fork e doppio legame, Non-complementarietà, Omertà scientifica, Opposizione deuteragonista, Pansera, Partecipazione della Sinistra deuteragonista al doppio Stato, Passaggio da medicina dei baroni a medicina delle multinazionali, Paziente come supporto, Perbenismo poujadista, Pericoli dell'antimafia, Perversità del crimine istituzionale, Politica e biomedicina, Prepotere del clero, Promesse messianiche di successi scientifici, Propaganda di malattie, Questione meridionale, Responsabilità del pubblico nella frode medica strutturale, Riconoscimento dell'extramediatico, Riconoscimento delle divisioni e divisione come valore, Riguardo della magistratura per la sinistra, Ruolo della magistratura nel doppio Stato, Sanità lombarda, Scambio ruoli progressisti e conservatori, Scientismo, Scienza ad auctoritatem, Scienza e medicina come nuove religioni, Selezione avversa classe dirigente, Servilismo degli intellettuali, Servizi segreti e frode medica strutturale, Silenzio osceno, Sinistra compradora, Sinistra deuteragonista, Sovradiagnosi di cancro, Sovratrattamento, Standard negativo e falso standard, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Successi spuri nella lotta al cancro, Successione Ndrangheta come prima mafia, Supporto della religione all'oppressione, Sussiego della sinistra, Tecnologia irrazionale pro business, Travaglismo, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza e medicina | Commenti disabilitati
21 marzo 2011
Blog Malvino
Commento al post “L’idea della Provvidenza” del 21 mar 11
Questo documento, la tesi del vescovo Manzella e del vicepresidente del Consiglio nazionale delle ricerche De Mattei che le grandi catastrofi come oggi il Giappone o Messina nel 1908 sono giusti castighi, esigenze della giustizia di Dio, e “benevola manifestazione della misericordia di Dio” per i sopravvissuti, dovrebbe aprire gli occhi sul pericolo culturale, sociale e politico rappresentato dal clero e dai suoi zeloti. Il caso mostra anche come gli “scienziati” oggi possano allearsi al clero, e spendere l’autorevolezza della scienza per sollecitare bassamente le corde funeste dell’irrazionale.
La gente è smarrita, impaurita, e i preti possono tirare fuori gli antichi ferri del mestiere per sottometterla. Credo che sia giunta l’ora di esaminare le loro prese di posizione su un piano etnopsichiatrico. Il mondo è pazzo, noi siamo fatti di un legno storto; ma sembra che la pazzia umana sia raccolta, amplificata, sistematizzata e istituzionalizzata dai preti. Come per gli sciamani, la funzione di prete pare esigere un assetto psicologico e caratteriale non equilibrato; che consente di aprire bocca e profferire senza vergogna simile spazzatura.
Se Dio è la proiezione di desideri umani, i preti proiettano e razionalizzano gli incubi e i fantasmi depositati nella sentina della nostra psiche, in virtù di una distorsione mentale che unita alla loro lucida bramosia di potere forma una miscela la cui pericolosità andrebbe riconosciuta. Mentre hanno i piedi ben piantati nel fango, e sono ben zavorrati dai soldi che traboccano dalle loro tasche, i preti sono psicologicamente pre-morali e pre-razionali; quasi sempre furbi, qualche volta intelligenti, frequentano il mondo dei simboli e delle ombre. Sono quindi capaci di giustificare, e commettere, le peggiori nequizie, salvo spennellarle con bugie e giustificazioni che in altri farebbero pensare a un delirio religioso.
http://menici60d15.wordpress.com/
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@PLM. Il clero è dotato di queste posizioni catamarano, dove può sostenere sia una tesi sia il suo opposto, poggiando su uno scafo oppure sull’altro a seconda di dove soffia il vento. Ma la rotta è sempre quella dei suoi interessi particolari, che dietro le scene non difende con la discussione, ma con la violenza, l’inganno e il dileggio, in una forma talmente sistematica e accanita da escludere che sia il frutto di ipotetici insegnamenti evangelici.
Dipingersi come perseguitati, accusare di essere oggetto di “repulisti” aiuterà i loro autentici repulisti; attività che hanno svolto apertamente per secoli, e che oggi, grazie all’alleanza tra aspersorio e manganello, cioè alla subordinazione delle forze di polizia al clero, conducono in modi coperti, illegali, vili e fascisti.
martedì, 22 marzo, 2011
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Blog Metilparaben
Commenti del 29 mar 110 al post “Certi paesi non hanno proprio speranza”
@Luca Venturini. I toni millenaristici dell’evangelico Collins sul Progetto genoma sono stati portati a esempio del culto secolare della tecnologia (Noble, Religion of technology). Ci sono stati scienziati mistici, a partire da Newton; Keplero viveva di oroscopi. Oggi ci sono anche scienziati religiosi e un po’ fregoni. Il pio e potente Collins è stato coinvolto nella falsificazione di articoli scientifici; nelle false affermazioni di avere trovato e poi di stare per trovare una cura genetica per la fibrosi cistica; in forme di propaganda ai lucrosi test genetici predittivi considerate scorrette dagli stessi genetisti. E anche nella protesta per l’estromissione dei ricercatori delle case farmaceutiche dall’aggiornamento dei medici: un po’ come De Mattei, Collins dirige la ricerca pubblica e fa il tifo per la “concorrenza”.
Andrebbe riconosciuto che la scienza può degenerare, divenendo “neaoalchimia”, finendo per sostituirsi alle religioni convenzionali; e che entrambe possono convergere e allearsi, propalando falsità per ottenere soldi e potere soddisfacendo la naturale sete di religiosità e la dabbenaggine diffusa:
http://menici60d15.wordpress.com/2008/01/21/diplomi-di-laurea-bruciati-sul-sagrato-tornano-i-roghi/
La sismologia sciamanica di De Mattei e la genetica gnostica di Collins sono abnormi rispetto allo statuto epistemologico della scienza; lo sono molto meno rispetto al suo attuale statuto politico e socioeconomico, almeno in campo biomedico.
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@ Luca Venturini. “Di norma” le carriere dei responsabili di frodi scientifiche che riguardano grandi interessi non vengono stroncate: si trovano giustificazioni e capri espiatori (come nel caso degli articoli con dati falsi co-firmati da Collins); o sono stroncate le carriere di chi denuncia le frodi; come nel caso di Margot O’Toole, “vilified and effectively driven out of the profession” (senatore USA J Dingell) per aver rivelato la falsificazione dei dati da parte di Imanishi-kari e del Nobel Baltimore. Un caso celebre sul quale ho un piccolo ricordo personale:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/05/16/sperimentazione-animale-uno-spoglio-etico-2/
Sono d’accordo con te che non bisogna usare espressioni non necessarie; però l’insistenza sullo smorzare i toni davanti a una situazione marcia, che provoca danni gravi alla salute delle persone, mi ricorda un po’ quel dialogo di Altan: “I ladri sono ladri” – “Lei non può colpevolizzare così un’intera categoria”.
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Il fatto che i risultati di ricerca di un medio ricercatore siano stati “criticati” (Nature) contraddice la mia posizione? Se l’impunità non è del 100% è esagerato parlare di sistema corrotto ?
Un vicepresidente dell’istituzione dello Stato che amministra la ricerca scientifica afferma insieme a un vescovo che :
a)I terremoti sono provocati dalla volontà di Dio.
b)Ci fanno bene spiritualmente e fisicamente.
c)Sono una forma di giustizia di Dio.
d)Sono un castigo giusto per colpe personali o collettive.
e)E’ inevitabile che Dio colpisca così anche innocenti, ma ciò va accettato perché Dio è padrone della vita e della morte.
f)Sono manifestazione della misericordia di Dio, per noi superstiti che non veniamo ammazzati pur meritandocelo, essendo colpevoli.
Andrebbe notato, con voce sommessa quanto vuoi, così come è sommessa quella di De Mattei a Radio Maria, che queste sono le tipiche enormità malate che i preti e i loro accoliti esprimono con voce agnellata. E’ sbagliato perdere la calma, ma non va taciuto che queste maledizioni sussurate (e a volte accompagnate da forme occulte di quella violenza del potere che tanto attrae gli “uomini di Dio”) appartengono alla patologia del pensiero e della cultura.
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Blog Malvino
Commento del 30 mar 2011 al post “Un pizzico di faccia tosta”
Segnalo altri commenti sulle esternazioni di De Mattei, che ho postato, dopo che su Malvino, su altri blog:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/
Nella mia esperienza, la “risposta” dei preti e dei “pretofili” a chi contesta loro quel diritto a sopraffare che è insito nel messaggio di De Mattei viene data nella vita reale più che sui blog; ed è coerente col Dio di morte che hanno dentro.
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Blog di Eleonora Bianchini su Il Fatto
Commento del 30 mar 2011 al post “Se per il vicepresidente del CNR lo tsumani è ‘una voce della bontà di Dio’ “
Sull’etiologia e la teleologia dei sismi secondo il vicepresidente del CNR De Mattei:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/
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Blog “Gians- Sono io”
Commento del 7 apr 2011 al post “Vi mostro il mioPollice” del 7 apr 2011
Penso che occorra distinguere nettamente tra religione e clero. Lo stalking, la molestia continua deumanizzante, non dichiarata e attuata con mezzi obliqui, è, posso testimoniarlo, uno strumento pretesco dei nostri giorni; ma ha a che fare con la religione quanto gli strumenti del boia che i preti usavano liberamente nei secoli scorsi.
Nel dibattito sulla libertà di religione andrebbe detto che i preti, uno dei vari gruppi di potere terreni, spesso e volentieri violano e calpestano anche il naturale senso religioso delle persone.
Segnalo il commento “I preti sciamani furbi” sul proclama di Radio Maria delle calamità naturali come meritati e misericordiosi castighi di Dio:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/
Questa è gente pericolosa, che non scherza, disposta a spazzare via con qualsiasi mezzo, quando può, chi ritiene vada tolto di mezzo. Se si vuole sopravvivere, anche in un cantuccio, bisogna resistere.
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Grazie a te, Gians. Accettare la distinzione tra “credenti” e “atei”, noi/loro, può essere una trappola. Forse si potrebbe stabilire che tutti hanno diritto al rispetto della loro sfera religiosa, o meglio spirituale come dice Nicoletta; inclusi gli a-tei, che vengono definiti in negativo rispetto ai “credenti”, e dipinti quindi come degli esseri privi di spiritualità; quindi vuoti, o malvagi; o instancabili libertini. Gli atei non sembrano peggiori dei credenti; e a volte si costruiscono una loro ricca spiritualità, senza farsela iniettare come un vaccino dalle religioni confessionali.
Accanto a ciò, si potrebbe stabilire anche che, dato ciò che la storia insegna, l’adesione a una religione o a una qualsiasi credenza comporta pericoli almeno potenziali per la società: non è un merito in sé. Non può mai essere un lasciapassare, che fa entrare in una casta di “eletti” e che consente di commettere le porcherie grandi, piccole e medie che da sempre i professionisti della religione e i loro seguaci commettono in nome di un dio.
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Gians, a volte più che ingerenze bisogna dire “ricatti” e “violenze”. Non è solo proselitismo o attivismo politico. Qui in Lombardia, feudo CL, i preti hanno portato il loro principio “nulla salus extra ecclesia” a livelli più vicini alla mafia che alla vecchia DC.
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Gians, non per aggravare il sintomo ma per manifestare solidarietà:
http://menici60d15.wordpress.com/2008/05/18/pubblicare-la-lista-dei-magistrati-di-cl/
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Blog di Fabio Marcelli su Il Fatto
Commento del 23 apr 2011 al post “Il Cnr, prima di Talete
e dopo De Mattei” del 23 apr 2011
Secondo i difensori di De Mattei, anche lo tsunami del 2004 è stato un castigo di Dio; ed è stato la giusta punizione per il turismo sessuale nel Sud Est asiatico. Ovvero, Dio avrebbe punito il turismo sessuale spazzando via con un’ondata le vittime del turismo sessuale e le loro povere abitazioni:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/
Penso che questo caso offra l’occasione per studiare la psicopatologia del potere clericale.
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Blog di Andrea Carancini
Commento del 16 apr 2011 al post “Sbagliata la petizione contro Roberto De Mattei” del 16 apr 2011 . Cancellato senza avviso al 25 apr 2011
La tesi di De Mattei non è illogica: è infatti esente da vizi logici evidenti. Come quella di quel pastore anglicano che cercò di contestare l’evoluzione dicendo che i reperti fossili ce li aveva messi Dio stesso, che li aveva creati fossili fin dall’inizio: i ragionamenti religiosi hanno spesso logicità, cioè coerenza interna, e a volte sono ingegnosi.
Ma quanto afferma De Mattei non è razionale; le affermazioni sulle cause dei fenomeni naturali si richiede siano di carattere scientifico per essere considerate razionali; e per essere di carattere scientifico devono essere almeno “falsificabili”, secondo la nota espressione di Popper. La tesi che Dio faccia provocare terremoti, osserva Carancini, non è “dimostrabilmente falsa”; nel senso che non è possibile dimostrarne la falsità; ma questo è esattamente il criterio generalmente stabilito per considerare un assunto non assurdo, o privo di valore o di significato, ma estraneo al discorso scientifico.
E siccome si sta parlando di terremoti è impressionante che un alto funzionario dell’istituto pubblico che dirige anche la ricerca sul tema indulga in spiegazioni causali non falsificabili. Le spiegazioni non falsificabili di disgrazie sono tipiche di maghi, fattucchiere e profittatori vari; il clero stesso è prudente nel dosare questo strumento di persuasione. Attribuire una natura divina alle calamità naturali non lascia sperare che si farà tutto il possibile per prevenire gli strazi e i danni che provocano, e per porvi rimedio. Non si vorrebbe percepire una morbosa approvazione per le sciagure in chi avrebbe l’incarico di contrastarle.
Oltre a ciò va rilevata una carica di fanatismo che allontana ancor più le affermazioni di De Mattei dalla razionalità (e anche dalla carità): per es. per De Mattei il terremoto sarebbe anche segno della misericordia divina, perché, pur meritando noi di venire uccisi, essendo peccatori, Dio ci risparmia. Questo più che razionale suona come indice di una mentalità sadica e prevaricatrice. E’ da notare che sul sito “Pontifex”, dove si sono minacciate azioni legali a difesa di De Mattei (citando anche miei passi), nel post “Riflessioni su catastrofi e castighi” si afferma, a proposito dello Tsunami del 2004 nel Sud Est asiatico, che:
“purtroppo, anche molti uomini di Chiesa hanno detto che non era certamente da considerarsi come un castigo. Ora è innegabile che il “turismo sessuale”, che si commetteva in molti di quei luoghi, è proibito dalla legge di Dio; basta leggere la Bibbia (sia il Vecchio che il Nuovo Testamento) per rendersi conto che Dio non transige su certi comportamenti.”
Cioè Dio avrebbe punito il turismo sessuale spazzando via con un’ondata le vittime del turismo sessuale e le loro povere abitazioni. Se questa è razionalità, è una razionalità che darebbe tanto lavoro a uno psicanalista.
Sono comunque d’accordo che una petizione contro De Mattei sia errata; in sé, perché per principio non si può votare l’ostracismo verso il singolo che esprime opinioni; sia perché avvantaggerebbe l’altra chiesa, quella scientista; che poi col clero è in buoni rapporti d’affari; affari seri che spesso beneficiano di queste baruffe per i gonzi:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/03/21/i-preti-sciamani-furbi/
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/12/i-futures-di-santa-lucia/
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Blog di Andrea Carancini
Commento non pubblicato con la motivazione di essere inerente a un commento ritirato
Ho ricevuto il seguente interessante commento email (del quale posso esibire copia):
“Non tutto ciò che è razionale è scientifico, almeno rispetto alla percezione comune di ciò che è scientifico. Di sicuro, quanto detto da De Mattei non solo non è irrazionale ma è coerente con il concetto cattolico di razionalità, che ha sempre postulato la CONOSCIBILITA’ di Dio tramite la conoscenza della natura. La logica dei ciarlatani non può certo essere paragonata a quella di un S. Tommaso.
Nessuno si può permettere di tacciare di ciarlatanismo i preambula fidei di S. Tommaso. Per me la discussione finisce qui.”
Ritengo utile rispondere:
I Preambula fidei del tredicesimo secolo dell’Aquinate non sono “ciarlatanismo”; ma non sono neppure i criteri sui quali si basa la ricerca scientifica nel mondo. Alcuni, come la prova “ex fine” dell’esistenza di Dio sono tipi di ragionamento esplicitamente negati dalla metodologia scientifica ufficiale. Secondo il criterio di falsificabilità cui si attiene universalmente la ricerca scientifica per essere riconosciuta tale, quanto dice il vicedirettore del CNR De Mattei dei terremoti non è razionale; è libero di dirlo ovviamente, ma si tratta di affermazioni non compatibili con una posizione di dirigente di ricerca.
Francesco Pansera
Pubblicato in: "Amore", Adeguamento della realtà al falso con la violenza, Agenzie morali parassitarie, Agnotologia, Animalità razionale, Avvicinamento clero e scientismo, Bioetica strumentale, Censura del dissenso tecnico, Censura e persecuzione del dissenso, Censura su questioni bioetiche, Clero, Clero e censura, Clero e doppio Stato, Clero e frode medica strutturale, Clero e violenza, Collusione della magistratura col potere, Coltivazione del conformismo, Coltivazione dell'ignoranza, Coltivazione della viltà, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Crimine dei colletti bianchi, Crimine universitario, Destra, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Doppio Stato polizie segrete e associazioni di tipo massonico odierni, Educazione e incitamento al disprezzo e all'odio, Estetizzazione dei problemi politici o etici, Etica della conoscenza e del giudizio, Falsa coscienza e buona fede degli operatori nella frode medica strutturale, Forma democratica e sostanza pontificia, Frode medica strutturale, Grazia e antinomianismo, Indebolimento metodologia scientifica, Influsso delle oligarchie finanziarie, Istituzionalizzazione del crimine, Istituzioni ibride, L'uomo e la morte, Male e mediocrità, Manipolazione ideologica, Medicalizzazione della vita, Mediocrità etica e intellettuale tra gli scienziati, Midcult progressista, Neoalchimia, Non-complementarietà, Omertà scientifica, Pansera, Perbenismo poujadista, Persecuzione di polizia, Perversità del crimine istituzionale, Prepotere del clero, Principio di Mazzarino, Relativismo epistemico, Religione, Religiosità laica, Riconoscimento dell'extramediatico, Ruolo della magistratura nel doppio Stato, Scientismo, Scienza ad auctoritatem, Scienza e medicina come nuove religioni, Selezione avversa classe dirigente, Sofismi, Subordinazione delle forze di polizia al clero, Supporto della religione all'oppressione, Teatrino laici cattolici su questioni bioetiche, Tecnologia irrazionale pro business, Tirannia della bugia, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina, Valore politico del dissenso tecnico, Victim blaming, Violenza indiretta, Violenza occulta | Commenti disabilitati
17 marzo 2011
Blog di Giulietto Chiesa su Il Fatto
Commento al post “Viva l’Italia! Nonostante tutto” del 17 mar 2011
“E così una nuova palata di terra venne a cadere sul tumulo della verità”
Il Gattopardo, su Angelica, nel comitato d’onore in occasione delle celebrazioni del cinquantenario dei Mille
La storia d’Italia è fatta di conquiste fiat, nel senso latino della parola: conquiste misteriose, inimmaginabili a priori; sogni o allucinazioni che con un “fiat” divengono realtà. Come fecero i 1000 sbarcati a Marsala a sopraffare un grande esercito? O la conquista vera, dopo le mene inglesi e i soldi ai generali, è stata quella delle decine di migliaia di morti accatastati negli anni successivi dall’esercito piemontese ?
Come è possibile che 150 anni dopo, in occasione delle celebrazioni, secondo l’Antimafia un pugno di ndranghetisti hanno “colonizzato” (sic) i 10 milioni di tetragoni e orgogliosi lombardi, e anzi il Nord? Non sarà che la ndrangheta ha trovato affinità e fratellanze in Lombardia per i suoi lerci affari, e che la mafia meridionale è inoltre un comodo diversivo per coprire mafie autoctone ? Un capro espiatorio per le mafie fordiste, ben integrate nell’economia ufficiale (*), protette e coccolate; inesistenti per il governatore della Banca d’Italia e per don Ciotti, che hanno ripetuto l’allarme dell’Antimafia ?
In mezzo ci sono state altre resistibili ascese: la Marcia su Roma, gli imprendibili o impunibili terroristi, la mafia rintanata nel Sud come un invincibile mostro della mitologia greca.
Viva l’Italia. Che rimanga bella, e sia un giorno non più impestata:
http://menici60d15.wordpress.com/2007/05/16/no-dal-molin-il-tricolore-italiano/
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/21/c’e-la-parola-compradora/
(*)http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/08/ratio-formigoniana/ . v. “mafia fordista” nelle categorie del sito http://menici60d15.wordpress.com/
Pubblicato in: Agenzie morali parassitarie, Agnotologia, Alleanza della sinistra col clero, Anemizzazione del Sud, Associazioni a delinquere di stampo mafioso autoctone padane, Avversione della sinistra deuteragonista per l'opposizione autentica, Basi militari USA in Italia, Borghesia compradora, Carattere nazionale e radici storiche del malcostume, Classe dirigente bresciana e doppio Stato, Clero e compradora, Clero e deuteragonismo, Clero e doppio Stato, Clero e frode medica strutturale, Compradora e deuteragonismo, Continuità tra destra e sinistra, Danni e pericoli della globalizzazione, Destra, Difesa istituzioni repubblicane dagli occupanti, Diffidenza verso il potere, Diritto all'informazione, Disordine pilotato, Doppio Stato polizie segrete e associazioni di tipo massonico odierni, Fagocitosi dell'opposizione, Forma democratica e sostanza pontificia, Gattopardismo, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Inautenticità della sinistra, Influsso delle oligarchie finanziarie, Istituzioni ibride, Laicità all'italiana, Lancio infiltrazioni mafiose al Nord, Legami mafie meridionali-mafie padane autoctone, Libertà dalla bugia, Mafia meridionale e mafia fordista, Metamafia, Partecipazione della Sinistra deuteragonista al doppio Stato, Partito americano, Perbenismo poujadista, Pericoli dell'antimafia, Prepotere del clero, Questione meridionale, Relativismo epistemico, Repubblicanesimo, Resistenza civile, Responsabilità e colpe del popolo, Riconoscimento dell'extramediatico, Selezione avversa classe dirigente, Silenzio osceno, Sinistra compradora, Sinistra deuteragonista, Soccorso al vincitore, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Successione Ndrangheta come prima mafia, Supporto della religione all'oppressione, Sussiego della sinistra, Violenza senza soggetto | Commenti disabilitati
11 marzo 2011
Blog di Alessio Liberati su “Il Fatto”
Commento al post “I massoni e la legalità” del 15 feb 2011
Il magistrato Alessio Liberati, articolista de Il Fatto, ha scoperto sul sito web del “Grande oriente democratico” massoni che ringraziano la magistratura e vogliono essere paladini del bene. Ciò gli è stato confermato dal capo di quella massoneria.
Il dr Liberati si è così convinto che c’è anche una massoneria “buona”; non mi intendo delle varie confessioni massoniche, ma la sua visione del mondo sembrerebbe un po’ alla “Heidi”. E’ vero che lo stesso Cordova, che ha denunciato -inutilmente- i tanti magistrati massoni, ha scritto che bisogna ben distinguere tra massoneria deviata e massoneria in sé. Può cominciare il gioco delle cocuzze: quante “mele marce” nella massoneria ? Il 99%. E perché il 99%? E quante sennò? Il 2%. E perché … etc.
Il dr Liberati augura l’inizio di “una collaborazione sincera e duratura tra massoneria e magistratura”. La collaborazione c’è già, ed è di lunga data. Della tradizionale appartenenza della vecchia guardia della magistratura alla massoneria parla l’inglese Dickie in un libro intitolato “Cosa nostra. Storia della mafia siciliana”.
Per vicende personali, posso testimoniare della collaborazione ai nostri giorni. Si possono ricevere da “esoteristi” velate minacce massoniche di rovina, appoggiate dall’affermazione contestuale che le liste dei massoni vengono depositate presso le Procure della Repubblica; (e che tra gli iscritti ci sono le cariche più alte dello Stato). Vedo che la magistratura, nel procacciarsi i favori della massoneria collaborando ai suoi intrighi, ottiene livelli di criminalità e abiezione irraggiungibili dai delinquenti comuni. Quando ci sono in ballo interessi curati dai “fratelli”, con certi magistrati può essere come finire nelle mani di sequestratori. E il sequestrato non torna a casa se li vede senza cappuccio: cioè col cappuccio massonico.
http://menici60d15.wordpress.com/2010/01/25/semiotica-del-potere-via-craxi-palazzo-di-giustizia-zanardelli-e-le-“sedi-disagiate”/
§ § §
Blog di Alessio Liberati su “Il Fatto”
Commento al post “Massoneria e Opus Dei al Consiglio di Stato? del 6 gen 2011
Provenzano e Cavataio
Che si siano legami tra massoneria e Vaticano non dovrebbe stupire il dr. Liberati; è un dato noto che dovrebbe fare parte del bagaglio di conoscenze e consapevolezza di qualunque magistrato, in un’Italia dove abbiamo avuto la P2 e Andreotti, lo IOR, Calvi e Marcinkus; dove un papa, Montini, addentro al mondo dei servizi, la cui elezione è stato scritto fu decisa nella villa del piduista Ortolani, fece “pochino” per salvare Moro. Dove abbiamo visto il cardinale Pio Laghi amico e consigliere dei piduisti argentini che scaricavano i desaparecidos dagli aerei nel Rio della Plata. I magistrati che non sapessero questo potrebbero informarsi presso Elia Valori, figura molto seguita dai nostri tutori della giustizia.
Sembra che sopra le nostre teste sia in corso un ricambio e un riequilibrio interno al sistema. Il candore di Liberati, e la fonte massonica della notizia sugli intrecci tra massoneria e Opus dei nel Consiglio di Stato, scoop per me sconcertante quanto la rivelazione che Ruby e la Minetti non sono pure e illibate, fa pensare che la lotta tra fazioni massoniche possa essere usata per fare passare l’idea di una massoneria buona che si oppone ad una cattiva; con quest’ultima unica responsabile dei crimini che queste reti di potere, qualunque sia la loro composizione, commettono per mantenere l’Italia sotto un tallone di ferro. Operazione che in verità richiede poco sforzo: con questa propaganda gli innumerevoli ruffiani sanno che ci sono nuovi dòmini dei quali divenire clientes. Per gli altri questi giochi sono paragonabili a quelli tra Provenzano e Cavataio a fine anni Settanta, o tra i “viddani” e la vecchia mafia intorno al 1980
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10 marzo 2011
Blog di Beppe Grillo
Commento al post “Gli spari sopra” dell’ 8 mar 2011
“Volendo, si potrebbe fare un confronto con le diverse società umane. In uno Stato pacifista e democratico le forze armate sono una struttura improduttiva, non sono in competizione con i cittadini ed è nell’interesse economico nazionale mantenere attiva solo una forza sufficiente a garantire l’integrità territoriale. In uno Stato soggetto a golpe militare, invece, il militare è in competizione diretta con il cittadino e questo spiega perché le forze armate, in questi regimi, devono necessariamente essere superiori alle reali necessità difensive, appunto per garantire il perdurare del potere.” (A. Innocenti, Un mondo di invertebrati, 1996)
Noi non abbiamo avuto un golpe militare; ma neppure viviamo in uno Stato pacifista e democratico. Siamo sotto una forma strisciante di oligarchia autoritaria, che necessita di un esubero di forze di polizia per controllare i sudditi; e dove pertanto la polizia, stando dalla parte di chi le paga il soldo, è in competizione, per la pagnotta se non per il potere, con i cittadini. La pletora di polizia conferma come, al contrario di quanto mostrano le innumerevoli e martellanti serie televisive poliziesche, e di quanto vogliamo pensare da quei mollaccioni che siamo, la polizia in questa Italia non è amica del cittadino.
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Francesco Pansera (menici60d15)
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3 marzo 2011
Blog di Beppe Grillo
Commento al post “La via del guerriero – Piercamillo Davigo” del 2 mar 2011
“Dovere di un guerriero.. è combattere … Non te ne deve importare niente … se sei dalla parte giusta o dalla parte sbagliata, meno che mai ti deve importare di quali saranno le conseguenze ultime delle tue azioni…”. P. Davigo, citando il Mahabharata.
Anche il prefetto di Brescia, Brassesco Pace, ha raccontato in tv che un politico le ha detto “Lei è un guerriero”. Io invece nel mio idioletto, quando vengo molestato da auto della polizia o sfiorato da auto in borghese, cosa che mi capita ogni giorno, la chiamo “Mezzastriscia”:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/04/la-mezzastriscia/
Dalle sale biliardo si è esteso ai manager e ora a chi esercita il potere dello Stato il paragonarsi a un guerriero. I guerrieri si giocano la vita. Haldane, uno scienziato che aveva combattuto nei commando, ha scritto, citando come Davigo la tradizione indù, che il gioco d’azzardo si addice al guerriero perché simboleggia quanto facilmente egli possa giocarsi la vita e perdere. Chi è garantito dallo Stato a volte gioca con la vita degli altri e fa carriera pugnalando alle spalle per conto del Principe; arrivando sano e salvo alla pensione. Atteggiarsi a guerriero, ridicolo a parte, può costituire una razionalizzazione narcisistica di atti e reati che meriterebbero una punizione per codardia, non una medaglia al valore.
Non è degno di chi amministra la giustizia predicare che non importa se si sta dalla parte del torto o della ragione, né quali sono le conseguenze ultime del proprio operato, purché si combatta. Ce ne sono già troppi che appiccicano questa filosofia alle loro gesta. Sono i mercenari che si trovano sempre miracolosamente dalla parte del più forte, a lottare per i fatti propri. I magistrati, anzichè degradarsi a guardiani nella repubblica platonica, e sentirsi “corruschi d’armi ferree”, dovrebbero smettere di fingere di non vedere quali disegni spesso e volentieri servono, e di quali conseguenze deleterie si fanno così responsabili.
Francesco Pansera (menici60d15) 03.03.11 08:55|
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1 marzo 2011
Blog “L’aria che tira”
Commento al post “Ribelli e ribellione” del 28 feb 2011
“Ed era contro di essi che in realtà erano accesi i fuochi delle montagne, attizzati del resto da uomini assai simili a quelli che nei conventi vivevano, fanatici come essi, chiusi come essi, come essi avidi di potere, cioè, com’è l’uso, di ozio.”Tomasi di Lampedusa .
“Quando tutto si muove in modo uguale, in apparenza non si muove niente, come su una nave. Quando tutti vanno verso la dissolutezza, sembra che nessuno ci vada. Colui che si ferma mette in evidenza l’esagerazione degli altri, come se fosse un punto fisso.” Pascal.
“Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda. A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera. Io mi oppongo.” Luciano Bianciardi.
Alle tre specie della tassonomia di De Benoist – rivoltoso, rivoluzionario, ribelle – se ne possono aggiungere almeno altre due. Una è quella dell’estremista: chi abbraccia i programmi più drastici, e a volte la violenza. L’estremista è combattuto dal potere, ma non è sempre malvisto dal potere, che può aiutarlo sottobanco. Lo status quo imposto dal potere è spesso esso stesso estremista, e c’è quindi un’affinità; e l’estremismo di chi si oppone legittima l’estremismo del potere.
Vi è poi, volendogli assegnare un‘etichetta , che non gli piacerebbe, il renitente; costui adotta semplicemente la morale comune, le dottrine ufficiali; ma resiste alla manipolazione e al degrado dei principi che ufficialmente regolano la vita sociale. Senza compromessi (al contrario del “riformista”). Non costruisce ideologie, non sogna “Marsigliese e mitragliatrici”. Si limita ad applicare le direttive prime. A volte viene dal mondo dei libri o dei teoremi, come Lampedusa, Bianciardi, e Pascal.
La sua opposizione è solo relativa: sono gli altri che si spostano; lui si limita a stare fermo, non condividendo la direzione del movimento della folla. Questa posizione è inaccettabile per il potere, perché sbugiarda il sistema dall’interno. Ed è antipatica alla folla, votata a seguire i capobranco, nei quali si proietta. Né piace agli oppositori di altro tipo, portati al movimento. Il renitente è oppositore suo malgrado, ma “in interiore homine”; è spesso un isolato, ed è facile isolarlo ulteriormente.
Oggi di ribelli, rivoltosi o rivoluzionari veri se ne vedono pochi. Sono visibili quelli ufficiali, bene incasellati nel sistema. La ribellione sta divenendo ormai anch’essa una merce. Le posizioni estreme, che riflettono il potere essendo speculari a quelle del potere, non sono necessariamente radicali. Né sono sempre le più difficili da abbracciare e da mantenere. Forse, all’opposto di quello che ci hanno fanno credere, la radicalità sta nel mezzo. E’ nella medietà, nel quieto recuperare la ragione classica e i vecchi principi etici, e tenerli stretti, che si nasconde a volte l’opposizione più netta all’ingiustizia. Come è confermato dall’impegno vile e criminale col quale le istituzioni, prontamente aiutate da cialtroni di ogni ordine e grado, possono distruggere l’opera e la persona di chi segue l’ideale pre-ideologico di una società giusta e pacifica.
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21 febbraio 2011
Blog di Marco Cedolin
Segnalata come commento al post “Il bosco, la ruspa e l’autista” del 19 feb 2011, blog “Il corrosivo”
Pubblicata sul blog Blog “L’aria che tira” il 21 feb 2011
-Erano soldi tuoi ?
-NO.
-E allora li hai rubati ! C’è la parola, perché non la dobbiamo usare.
(Il pazzo al responsabile di un ammanco di cassa in “Ditegli sempre di si” di Eduardo De Filippo)
Marco Cedolin lamenta che il senso delle sue parole non sia stato ben compreso. Cedolin giustamente mostra come al di sopra degli scontri furibondi tra Berlusconi e i suoi oppositori ci sia una comune obbedienza a poteri maggiori. Si lotta per avere il posto di ruspista, che poi eseguirà lo stesso progetto di distruzione del bosco, dice Cedolin. E’ un peccato che un concetto tanto basilare, che con tutti i distinguo possibili è semplice e solido nella sua essenza, non venga compreso dai bloggers, che dovrebbero essere tra i cittadini più svegli.
In parte ciò è dovuto alla subalternità culturale al pensiero unico. Questo sforna slogan, manipola e mistifica il linguaggio a piacimento, e impone capillarmente il suo discorso; chi si oppone è costretto a usare un linguaggio già viziato, che travisa e nasconde. Non si chiamano col loro nome le cose semplici, né tanto meno si dà un nome a quelle più complesse che devono restare in ombra.
Dobbiamo invece avere un nostro linguaggio. A proposito di una delle pietre angolari del sistema, che Cedolin indica ma è invisibile ai più, c’è una parola utile: “compradora”. La “borghesia compradora” era creata nei paesi occupati dai colonialisti ottocenteschi come mediatrice dello sfruttamento. Al di là di pedanterie filologiche, questa parola può essere adottata per indicare la circostanza che la nostra classe dirigente e i “nostri” rappresentanti politici tendono a usare la loro posizione per consentire a forze straniere uno sfruttamento della nazione sotto il profilo politico, economico, culturale, etc . Gli acquirenti principali oggi sono gli USA, UK e Israele. Il motivo geopolitico è affiancato o meglio sovrastato da quello economico: i grandi potentati transnazionali che possiedono il mondo; banche, multinazionali, private equities, etc. Il prezzo è stracciato: interessi enormi venduti spesso per miserabili vantaggi personali.
Si possono sommariamente distinguere 4 aspetti del fenomeno.
1. La borghesia compradora italiana è in parte imposta. Nello stato di sovranità limitata instaurato nel dopoguerra si sono epurate anche con la violenza fisica figure forti che mostravano autonomia, e interesse al destino dell’Italia, come Mattei o Moro, per insediare dei viceré fantoccio oppure ben disposti a compromessi.
2. In parte è un fenomeno volontario. La selezione avversa della classe dirigente ha innescato una corsa dei mediocri per vendersi in modo da avere successo. Ciò è avvenuto non solo in campo politico, economico, industriale – o confindustriale – ma anche nel campo culturale e delle professioni. Dal giornalismo alla scienza. Influenzando in senso positivo o negativo le carriere, i committenti plasmano la classe dirigente nostrana, e con essa i costumi e la politica. Vedi ad esempio “La guerra fredda culturale. La CIA e il mondo delle lettere e delle arti” di F. Stonor Saunders.
3. Il fenomeno è trasversale e ubiquitario, ma ha il suo baricentro in forze che all’apparenza sembrano le più sane, progressiste o ideologicamente lontane dai referenti del doppio Stato: sinistra, magistratura, clero e altre. Da questa mimetizzazione deriva parte della difficoltà nel comprenderlo.
La “sinistra” è specializzata in figure bifronte, che con la faccia rivolta a chi sta in basso impersonano, “narrano”, come dice Vendola, una politica pulita; mentre con l’altra si accordano con quelli che stanno in alto, facendosi fiduciari dei loro interessi. Es. due papabili di alta qualità per la presidenza del consiglio: l’astro nascente Vendola, il “poeta comunista” che fa pensare a Pasolini, ma è tutt’altra cosa, di recente benedetto in un tour USA dai signori del liberismo, e osannato in Italia dalla massa dei disgustati da Berlusconi; e Rosy Bindi, la pseudoAnselmi http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/18/la-pasionaria/ .
E’ difficile pensare che le organizzazioni dei magistrati non vedano nulla, e che i magistrati siano tutti e sempre in buona fede quando favoriscono sostituzioni in senso liberista della classe di governo, es. con Tangentopoli e ora col Mignottagate; mentre allo stesso tempo favoriscono gravi crimini intimamente connessi a grandi interessi, come quelli del business mondiale della medicina.
Il Vaticano ha una tradizione millenaria nello stare a galla spartendosi l’Italia con stranieri, e appare avere inoculato tale costume nella nostra cultura.
Svolgono un ruolo non secondario nella borghesia compradora altre agenzie etiche, come le forze di polizia, i sindacati, gli intellettuali, la burocrazia, etc.
4. La gente è complice e partecipe, con la sua miopia e superficialità, col vendere il voto per un piatto di lenticchie a amministratori infedeli che venderanno anche chi li ha eletti; col non saper reagire in altro modo che seguire stolidamente le mode ribelliste pilotate che la porteranno dalla padella alla brace. Docile come un bue, ma capace di inviperirsi come un toro quando gli si fa notare che il suo ultimo beniamino la sta imbrogliando; che il primo requisito di un candidato politico deve essere che rappresenti gli interessi, leciti, del popolo o almeno di parte di esso, e non gli interessi di poteri superiori, altrimenti votarlo è antidemocratico e poco furbo. E che buona parte dei mali dei quali ci si lamenta derivano dal fatto che l’Italia è un Paese in vendita.
* * *
Blog TNEPD. Commento al post “Dopo i bombardamenti umanitari anche le privatizzazioni umanitarie” del 7 set 2011
La vendita del Paese, cittadini compresi, a poteri sovranazionali da parte delle classi dirigenti non avviene per caso, o per colpa, ma per dolo e premeditazione. Andrebbe riconosciuta come un’entità politica a sé stante; una forma vera e propria di potere, per quanto subalterno, vile e parassitario. E’ un aspetto fondamentale e misconosciuto del sistema di potere italiano, che ha un nome:
v. “C’è la parola:compradora”
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/21/c’e-la-parola-compradora/
* * *
Blog Conflitti e strategie
Commento al post “Gli elementi antinazionali (da sempre)” di Giellegi del 9 set 2011
Credo che finalmente ci si stia rendendo conto di quanto sia centrale il problema delle pratiche compradore delle nostre classi “dirigenti”:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/21/c’e-la-parola-compradora/
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18 febbraio 2011
Commenti ai post “Il contrario del PD che vorrei”, blog Metilparaben e “Il film horror della sinistra: la bellissima e intelligentissima Bindi premier”, blog Il fazioso, 17 feb 2011
Osservando il suo comportamento come ministro della sanità, es. la protezione arcigna e cieca della chemio per i tumori, una terapia che oggi comincia ad essere criticata perfino nelle sedi ufficiali, ho avuto l’impressione che la Bindi fosse il tipico esempio di “cattolico di sinistra”; quelli che sono di una bravura pretesca nel servire grandi poteri, inclusi gli interessi più neri e trame inconfessabili, mentre recitano il ruolo di “puliti”; in questo caso, di pasionarie integerrime. Ci sono elementi che avvalorano questa opinione. Es:
Bindi, come Vendola che la propone, sembra una cosa ed è tutt’altro. Non rassicura questa affermazione: “Capace … di finti moralismi… alla Rosy Bindi, la quale finge di non sapere che i soldi per le sue campagne elettorali furono Andreotti… e Citaristi a darglieli. Lo sa perché la Bindi fu candidata la prima volte alle europee? Per battere Tina Anselmi, che … Andreotti voleva punire per come aveva gestito la commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2. … fecero avere alla cara Rosy tutti i voti necessari per fare giustizia della giustiziera Anselmi …” (Cossiga, Fotti il potere, 2010). La fonte è dubbia, ma sembra che la Bindi favorisca lo status quo simulando la figura dell’Anselmi, donna tutta di un pezzo, e prendendone il posto; così come Vendola “narra” un appassionato leader “rosso” per ottenere il favore degli ingenui. Il cerone non è solo quello di Silvio.
Ai poteri forti la Bindi, come gli altri “comunisti”, non dispiace, e il teatrino di Berlusconi che fa l’ignorante, o impersona sé stesso, e insulta la Bindi, mi pare un fare da spalla a chi potrebbe dare il cambio al rozzo bauscia con la sceneggiata del ritorno alla civiltà dopo l’era berlusconiana.
@ Sergione1941. Grazie. Istintivamente, trovavo accattivante la figura della Bindi. Ma alcune volte le apparenze ingannano. In una prefazione del 1998 la Bindi sottoscrive la visione statunitense per la quale la bioetica sarebbe “un ponte verso il futuro”. Cioè una retorica di supporto alla crescita della medicina commerciale, che giustifichi abusi e distorsioni là dove non si può censurare. Il futuro del cancro è stato e sarà quello di una crescita di tipo esponenziale della spesa, e dei profitti: (http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/23/reati-contro-leconomia/ ). Tale futuro è stato favorito e viene favorito da diversi rispettabili “pontieri”. Tra i quali nella mia esperienza spicca la Bindi. In questi giorni sono usciti un articolo che mostra l’inutilità di una chemio prolungata in alcune diagnosi di tumore della mammella, e un altro che conferma l’esistenza della “chemofog”, il declino cognitivo da chemioterapia. Io non trascurerei il merito. Trascurerei invece le distrazioni dal merito: http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/09/manco-con-gli-occhiali/ . Oltre al sesso e ai rapporti tra i sessi, ci sono altri organi anatomici e altri problemi.
* * *
Blog di Beppe Giulietti su Il Fatto
Commento del 15 apr 2011 al post “Cicchitto si vergogna della P2?” del 15 apr 2011
La pseudoAnselmi
No, io credo che Tina Anselmi sia una figura positiva, e che, come ha detto Cossiga, si voglia accostare alla sua figura quella solo superficialmente simile della Bindi; che è un altra cosa, rispetto alla P2, l’organizzazione segreta che difende quegli interessi che in campo medico hanno trovato ampio ascolto in cattolici di sinistra come la Bindi:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/18/la-pasionaria/
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8 febbraio 2011
Blog di Bruno Tinti
Commento al post “Metti una sera al buffet” – “Mondo delle regole” del 4 feb 2011
A proposito delle cose che succedono nel meraviglioso mondo delle regole:
Ratio formigoniana
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/08/ratio-formigoniana/
Un principio come “L’omicidio è vietato” è stato parecchio addolcito da regole giuridiche, religiose e politiche:
La lama e il manico: la violenza indiretta
http://menici60d15.wordpress.com/2008/04/11/la-lama-e-il-manico-la-violenza-indiretta/
Credo che sia appropriato, soprattutto dato lo sfascio, anche quello al quale fanno riferimento il dr Tinti e altri magistrati, un approccio “assiomatico”, che distingua nettamente le regole dai principi; che vanno dichiarati esplicitamente, e ai quali le regole devono obbedire.
La fallacia delle regole
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/05/la-fallacia-delle-regole/
I cittadini obbediscano alle regole. Ma le regole devono obbedire a giusti principi. Che devono formare un giusto insieme.
http://menici60d15.wordpress.com/
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8 febbraio 2011
Blog di Beppe Grillo
Non accettato 7 feb 2011
“Chi sta vicino al fuoco si scalda”
proverbio contadino
Davanti all’allarme inquinamento in Lombardia, e alle incombenti multe UE, Formigoni ha ripetuto al Tg regionale, 5 feb 11, la sua tesi che bisogna considerare “l’inquinamento pro capite” (Clima. Formigoni:”La UE consideri l’inquinamento pro capite. Sito Regione Lombardia. 2009). Dicendo “inquinamento procapite” non si spiega se si sta parlando dei tassi di inquinamento, cioè delle concentrazioni, come si può credere dato che è questo a cui comunemente, e giustamente, ci si riferisce; oppure delle emissioni pro capite, come sembra si tratti; queste sono appropriate non come la misura del livello del rischio locale di malattie dovute all’inquinamento in una data area, ma principalmente per comparare le emissioni di CO2 tra nazioni o aree, ed evidenziare il contributo, molto diverso, di differenti popolazioni – es. statunitensi, cinesi, europei, africani, bolognesi – all’aumento di CO2 nell’atmosfera e agli effetti sul pianeta, in particolare sul clima.
Sia che si tratti delle concentrazioni che dei valori assoluti, come misura del danno da inquinamento l’indice pro capite dà luogo a risultati demenziali. Per rendere l’idea, anche per una camera a gas, dove si muore per intossicazione acuta, si può sostenere che va considerato l’indice di inquinamento pro capite, dato dal rapporto tra quantità di gas immesso, oppure concentrazione di gas nell’aria della camera, e numero di persone che contiene. Più persone si stipano nella camera a gas, meglio stanno, secondo questo indice. Considerando l’inquinamento pro capite, un terrorista che irrorasse con una tonnellata di sostanze tossiche una metropoli farebbe molto meno danno di uno che eseguisse la medesima operazione con la stessa quantità di sostanze tossiche su un’area di pari estensione, ma occupata solo da un paesino con le sue frazioni. Esempi estremi e truculenti; ma non fuori luogo, perché, con modalità diverse, anche di inquinamento si può morire; esempi ai quali portano i ragionamenti di Formigoni, che hanno implicazioni grottesche e macabre.
Come ogni inverno, in Lombardia non piove, non c’è vento e i riscaldamenti vanno. I depositi di polveri sono visibili a occhio nudo: basta guardare le carrozzerie e i vetri delle auto. Mentre la Lombardia gronda polveri, il suo governatore si vanta che in Lombardia la produzione di polveri pro capite è la più bassa d’Europa. Siccome i livelli di inquinamento sono molto elevati, in realtà questo vuol dire, come per l’esempio della camera a gas, che in Lombardia un maggior numero di persone è esposto a livelli dannosi.Il rapporto tra inquinanti e numero di abitanti è inversamente proporzionale alla densità abitativa: più abitanti si affollano in Lombardia, migliore, secondo tale indice, sarà la situazione; ovviamente in realtà la situazione sarà peggiore, perché un numero maggiore di persone saranno esposte agli stessi livelli di inquinanti. Ovvero, all’aumento del denominatore del rapporto emissioni/abitanti, cioè all’aumento del numero di abitanti, corrisponderà sia un peggioramento della realtà, sia un miglioramento, falso, dell’indice che dovrebbe descriverla.
Alla riduzione del numeratore, considerato come dato dalle emissioni totali di inquinanti (misure che sono più facili da manipolare di quelle delle concentrazioni nell’aria), si avrà una riduzione dell’indice; riduzione che però può avere una significatività spuria. Se in una camera a gas si immette meno gas, ma i livelli di gas all’interno restano comunque al di sopra della soglia di letalità, l’indice di inquinamento pro capite della camera si ridurrà; ma non è migliorata la sorte delle persone nella camera; è aumentata l’efficienza della camera a gas. Se, come avviene, a parità di popolazione si riducono le emissioni ma non tanto da fare calare sotto livelli accettabili le concentrazioni, che restano alle stelle, le vanterie di Formigoni sono come i cannoli di Cuffaro.
Invece che dover dipanare le malsane contorsioni della Regione Lombardia sugli indici di inquinamento, sarebbe meglio discutere di risparmio energetico, che può fare abbassare drasticamente le emissioni e quindi le concentrazioni. E quindi migliorare la salute della popolazione. Può decurtare di una bella fetta la bolletta delle imprese, e qui Formigoni sarà d’accordo; e anche la bolletta e le spese di carburante del cittadino, effetto questo che dalla prospettiva dei politici e degli interessi che rappresentano non va molto bene. E può rendere la nazione meno dipendente dall’approvvigionamento esterno di energia. Ma anche questo è un obiettivo che la nostra classe dirigente, compradora, cioè abituata a prosperare vendendo la nazione a interessi stranieri, non vuole. Il risparmio energetico potrebbe essere la risposta al partito delle centrali nucleari.
Il libro “Mr Kilowatt. Alla ricerca dell’energia perduta” di Maurizio Melis, ben scritto, chiaro e approfondito, è illuminante sulle grandi possibilità di risparmio energetico che attenderebbero solo di essere sfruttate. E’ edito da “Anarchia oggi”. No, mi sbaglio: da il Sole 24 ore. Credo che in questo caso la Confindustria offra il buono che si può e si deve prendere dal “sistema”. Poi sta a noi saperlo usare, e chiedere che venga usato, per il nostro progetto e non il loro.
Tornando a Formigoni, sparare una formula non basta per essere scientifici; anzi può essere un ottimo espediente per impapocchiare la gente. La variabile “emissioni di inquinanti” non va confusa con la variabile “concentrazione di inquinanti”. L’efficienza nella riduzione delle emissioni, che l’indice adottato da Formigoni può rappresentare, non va confusa con la riduzione dei livelli di esposizione. Ciò che conta per la salute non sono le emissioni, né tanto meno le emissioni pro capite, ma le esposizioni. Queste ultime dipendono oltre che dalle emissioni da diversi altri fattori, es. dall’orografia e dalla meteorologia, nella Pianura padana particolarmente infelici sotto il profilo del ristagno degli inquinanti nell’aria.
Contano le concentrazioni nell’aria. Si può morire di asfissia anche con la testa dentro un sacchetto di plastica. Come indice del pericolo cui sono esposti i cittadini le emissioni pro capite sono un indice non valido, di comodo e capzioso, adatto a coprire la situazione anziché rivelarla: tanto che in alcune situazioni questo contatore legge al contrario, consentendo di dichiarare miglioramenti dove la situazione peggiora.
Per “inquinamento pro capite” Formigoni dunque non intende il carico di inquinamento che ogni singolo abitante della Lombardia subisce; ma l’inquinamento che ogni singolo abitante immette nell’atmosfera; è come se le emissioni totali derivassero dalla somma di una stessa quota che è prodotta da ogni abitante, e della quale ogni abitante è quindi ugualmente responsabile. E’ vero che le emissioni pro capite hanno in questa fase del capitalismo una correlazione positiva col reddito pro capite, cioè il reddito medio. Pare che con la crisi le emissioni pro capite si stiano riducendo; insieme al reddito pro capite e all’occupazione. Così funziona il modello socioeconomico nel quale viviamo. Ci dicono che non ce n’è uno migliore.
Il rapporto tra l’inquinamento e il numero di abitanti è anche una possibile misura del compromesso tra etica e denaro: è correlato con il rapporto tra immoralità istituzionalizzata e numero di persone che su quella immoralità istituzionalizzata ci mangiano. Sembra che quando ad azioni altamente immorali, come diffondere cancerogeni e altre sostanze nocive, corrispondono vantaggi per un numero sufficientemente elevato di soggetti, allora quei crimini divengano leciti, e vadano protetti, anche con frodi, abusi e violenze; anche da parte dello Stato. E anche i comuni cittadini beneficiari sono d’accordo.
E’ l’ideologia dell’utilitarismo. Che nella sua versione italiana, e padana, può degenerare ulteriormente in “mafia fordista”: una mafia vincente, accettata dal sistema legale, che redistribuisce una quota rilevante dei proventi alla popolazione; a differenza dei mafiosi col bollino di mafioso che egoistacci se li tengono quasi tutti per sé. Una mafia che non ha bisogno di sparare, ma che pratica forme di violenza occulta, nei suoi affari commerciali e nelle misure di repressione contro chi è troppo di ostacolo a tali affari, con l’appoggio dello Stato. Una mafia che a volte si mette in affari con la mafia meridionale, con la quale c’è dietro alla differenze una sostanziale affinità. La ndrangheta in Lombardia è più un gemellaggio che un’invasione di barbari.
L’indice scelto da Formigoni, di provenienza anglosassone, è un indice utilitarista, che si rivolge scaltramente alla cittadinanza: da un lato offrendole di salvare le apparenze e magari di vantarsi pure, chiamando fior di panna la morchia; e dall’altro ricordandole sottilmente che essa è complice nel sistema che gli toglie l’aria pulita. Con questa voglia di controllare l’inquinamento, il futuro economico di oncologia, pneumologia, cardiologia, chirurgia, servizi diagnostici etc. , già tanto beneficato per altre vie da Formigoni, sta in un ventre di vacca.
Formigoni vuole anche considerare come indice di inquinamento il rapporto inquinamento/PIL; un indice della stessa parrocchia dell’inquinamento pro capite. Secondo l’attuale critica al PIL come indice valido della ricchezza, l’inquinamento dovrebbe essere un fattore di riduzione nel calcolo del PIL. Invece nell’indice richiesto da Formigoni è il PIL che è un fattore di riduzione nel calcolo dell’inquinamento. Vespasiano disse “non olet” sollevando una manciata di soldi, e Formigoni dice “non avvelena” facendo lo stesso gesto.
Dagli indici di inquinamento che propugna si vede come Formigoni, piuttosto che come un amministratore che ha a cuore la salute della popolazione che lo ha eletto, si comporta come un capo di una potenza industriale che non deve essere intralciata più di tanto nella ricerca dei dané. Ai lombardi va bene. Nelle parole di Formigoni rintocca la nota funesta di un cinico realismo non si sa quanto cattolico, al quale deve il suo successo politico.
Comunque, magia dei numeri, Formigoni può manomettere indisturbato una misura elementare e fondamentale, che attiene alla salute, e chiedere che ciò divenga legge. Quando gli ostacoli sono troppo grossi per schiacciarli alla ciellina, Formigoni sostiene impettito degli elaborati sofismi. Della reazione della “opposizione” nelle sedi politiche non vale la pena parlare. La Lombardia, incapace di reagire a tanta sfrontatezza, o convinta che sia giustificata perché solo i soldi contano, non sta attraversando uno dei suoi momenti migliori.
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Blog “Blogghete!”
Commento del 9 feb 2011 al post “Mirate alla pancia (Non alla testa)” dell’8 feb 2011
“Mirare alla pancia” può avere anche un altro significato:
“La sua tesi può essere anche giusta, ma è sufficiente alludere al fatto che essa è in contrasto con l’interesse comune […] , che tutti gli uditori troveranno gli argomenti dell’avversario deboli e miserabili anche se sono ottimi, e i nostri giusti e centrati anche se fossero campati in aria; il coro si proclamerà a gran voce in nostro favore e l’avversario dovrà sgombrare il campo umiliato. Anzi, gli uditori per lo più crederanno di avere dato la loro approvazione per puro convincimento. Infatti, ciò che va a nostro danno, appare per lo più assurdo all’intelletto. ‘L’intelletto non è una luce che arde senza olio, ma viene alimentato dalla volontà e dalle passioni’ (Francis Bacon). Questo stratagemma […] di solito viene chiamato ‘argumentum ab utili’.”.
Schopenhauer, L’arte di ottenere ragione, stratagemma n. 35.
Si mira alla pancia sia nel senso di mirare alle emozioni, sia in quello di fare appello alla funzione digestiva. Sembra che in genere oggi, nell’era dell’utilitarismo trionfante, i persuasori mirino alla pancia sia con le potenti sollecitazioni irrazionali mediatiche, sia mediante l’appello alla pappa, in un mix che può spiegare certi successi politici altrimenti poco comprensibili. Come il cane di Pavlov alla fine secerneva succhi gastrici al solo suono della campanella, senza che vi fosse più associato del cibo, ormai si accorda il consenso a certi argomenti “ab utili” anche quando bisognerebbe chiedersi se è davvero nel nostro interesse:
Ratio formigoniana
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/08/ratio-formigoniana/
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Blog di Simone Perotti
Commento del 19 feb 2011 al post “Non basta sganasciare la dirigenza politica” dell’11 feb 2011
Segnalo il commento “Ratio formigoniana” : http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/08/ratio-formigoniana
Mentre lo scrivevo mi venivano in mente le predizioni de “La vita agra”: “E’ aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e procapite, l’occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram …l’età media, la valetudinarietà media, la produttività media …”.
Bianciardi non dovrebbe essere citato alla leggera come antesignano dei sessantottardi, o dell’attuale docile opposizione di massa. Quell’etilista che ha lasciato pensieri autentici, lucidi e accorati come pochi è un esempio raro, alto e toccante, di ribellione endogena e individuale, “in interiore homine” appunto. Fu un’ecccezione e un isolato, molto lontano dalle folle dei tanti eterodiretti o furboni che in fondo lavorano per Capitan Uncino.
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Blog Il Corrosivo
Commento al post “La giostra impazzita” del 15 feb 2011
Sono d’accordo:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/09/manco-con-gli-occhiali/
http://menici60d15.wordpress.com/2011/01/30/il-pornografico-e-l’osceno/
Lei scrive “mancanza di prospettive per noi e per i nostri figli, destinati a vivere in un ambiente devastato, senza aria da respirare e con le corsie dei reparti oncologici infantili sempre più piene”.
L’inquinamento, importante causa di insorgenza dei tumori, viene tollerato per ragioni utilitaristiche:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/08/ratio-formigoniana/
Ma oltre all’inquinamento altre cause, peggiori, contribuiscono all’incremento dell’incidenza dei tumori, a cominciare da quelli infantili:
http://menici60d15.wordpress.com/2008/12/17/sos-cancro-nei-bambini-e-sovradiagnosi/
http://menici60d15.wordpress.com/
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Blog di Mario Agostinelli – Il Fatto
Commento al post “Una centrale al giorno leva il medico di torno” dell’1 mar 2011
Non sarebbe il caso di cominciare a pensare seriamente al risparmio energetico serio?
http://menici60d15.wordpress.com/2011/02/08/ratio-formigoniana/
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5 febbraio 2011
Blog di Bruno Tinti
Commento al post “Metti una sera al buffet” – “Il mondo delle regole” del 4 feb 2011
Il rispetto delle regole diviene una fallacia, e a volte una truffa, se si assume che da solo garantisca la giustizia. Anche una banda di ladri, dice Platone, necessita del rispetto delle regole interne. Dittatori e mafiosi sono rigidi sulle regole. Le regole, cioè leggi, norme, regolamenti, usi etc., possono essere la codificazione dell’ingiustizia. A volte regole chiave mancano o sono atrofiche, come guarda caso proprio quelle contro l’abuso delle regole, l’abuso d’ufficio; bisognerebbe sollevare l‘incostituzionalità dell’omissione di tali regole fondamentali; ma manca la regola che lo permetta. La cosa più nauseabonda è quando le istituzioni chiamano al rispetto delle regole mentre le mescolano al sopruso.
Le regole non sono un bene in sé, né un assoluto: sono “l’implementazione” di principi generali. Non sono migliori dei principi che le determinano, e possono essere figlie degeneri o di madre ignota. Infatti c’é una voragine tra gli ideali costituzionali e le mascalzonate ottenibili applicando le leggi. Si insiste sulle regole, e si bestemmiano i principi. Chi parla sempre di regole spesso non ama parlare dei principi; chiama ciò “moralismo”, equivocando tra principi politici ed etici, che possono avere lo stesso enunciato: “L’omicidio è vietato”. [Un principio per il quale le regole prevedono troppe comode eccezioni v. La lama e il manico: la violenza indiretta].
Si considerano regole e principi più o meno una cosa sola, come il Padre e il Figlio al Concilio di Nicea e seguenti. Invece bisogna essere eretici: si assomigliano, ma le regole sono una cosa, i principi tutta un’altra cosa. Bisogna studiare, criticare, difendere i principi quanto le regole. E ancora di più la mappatura dei principi in regole.
Sarebbe già più corretto, e anche più concreto, dire “rispetto della Costituzione”. Bisogna rispettare le regole in quanto espressione dei principi. Affinché il rispetto delle regole non sia un eufemismo per “state buoni e obbedite” occorre che tutti e solo i giusti principi siano accoppiati a giuste regole che li attuano.
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4 febbraio 2011
Blog di Beppe Grillo
Post “La caccia al pedone” dell’ 1 feb 2011
A Brescia, in via Bissolati, hanno risolto non rimettendo le strisce pedonali dopo che, 4 mesi fa, hanno riasfaltato l’ultimo tratto della strada. Tanto non servono: le auto e i bus in genere non si fermano, e qualcuno ti punta pure. Sulla via, trafficata nelle ore di punta, si affollano i cantieri della Coop edilizia, di un nuovo centro commerciale, della metropolitana, di una Radioterapia. Milioni e milioni di euro, ma non i quattro soldi per ripristinare le strisce. I passaggi di auto civili e della polizia del Comune si sprecano, ma niente strisce.
Sarebbe lungo discutere i diversi motivi per i quali le strisce non andavano tolte. Uno semplice e importante è che su quel tratto c’è anche un grosso ospedale. Le “Suore ancelle”, orgogliose custodi della opulenta e tecnologica Poliambulanza, trovano a misura d’uomo la cancellazione delle strisce davanti all’ingresso di un ospedale, in un punto dove attraversano pazienti e loro familiari. Una mezza cancellazione: perché a differenza delle altre due strisce, scomparse del tutto, qui è rimasta la striscia, sbiadita, su una sola delle due carreggiate, oltre uno spartitraffico. Uno scherzo da preti.
La mezzastriscia, la striscia sospesa, che ti porta in mezzo alla strada e ti lascia lì, è metafora delle forme abusive e malevole del potere istituzionale, che predica ipocrita e perfido “le regole” per poi negarle a chi le ha seguite. La sorte di tanti cittadini, e pazienti. Simboleggia bene quelle situazioni ibride e insidiose, metà e metà, tra ordine e caos, tra legalità e legge della giungla, forse peggiori dell’assenza totale di leggi, dove crescono bene le larve della mentalità mafiosa.
Copia della presente viene inviata al Prefetto di Brescia Brassesco Pace, all’Assessore comunale al traffico e mobilità Nicola Orto e al Presidente di Brescia trasporti Andrea Gerardi.
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23 novembre 2010
Blog di Aldo Giannuli
Commento al post “La sentenza di Brescia: lo Stato e le stragi” del 22 nov 2010
“La questione è una città che con la forza del muratore e lo sguardo ampio dell’architetto, sappia costruire fondamenta sociali solide”. (Giornale di Brescia, conclusione del fondo del direttore, 16 nov 10, giorno dell’assoluzione per la Strage)
Ho già commentato sulla sentenza di assoluzione (v. La Leonessa, sul sito menici60d15). Il commento del prof. Giannuli contiene molti aspetti istruttivi e coraggiosi. Avrei volentieri evitato di criticare altri aspetti di quanto scrive una persona delle sue conoscenze e capacità, alla quale si deve gratitudine per la sua opera di studioso, per la luce che ha fatto sull’eversione, e apprezzamento per la sua disponibilità alla discussione coi “quisque de populo”. Ma sull’impunità dell’eversione a Brescia mi considero una “persona informata dei fatti”, o meglio una vittima; e davanti ad alcune analisi mi sento come un tale al quale abbiano sparato, che dice che gli hanno tirato una revolverata, e che si sente rispondere da un ottimo perito balistico che è falso, in quanto è stata usata un’arma semiautomatica, non un revolver.
Alcuni contemporaneisti e altri analisti dell’eversione pare non ci tengano a trovare un principio unificante, ciò che in altre scienze viene considerato il più appetibile dei traguardi: es. l’origine microbiologica delle malattie contagiose, la tavola periodica degli elementi chimici, la deriva dei continenti, l’unificazione delle forze fisiche, l’identificazione delle pulsioni di base della psiche. Non che tale principio unificante debba esserci necessariamente (a volte anche per alcuni campi delle scienze “hard” si è concluso – ma dopo averlo cercato – che non esiste). Pare che chi si occupa di storia del terrorismo consideri dilettantesco e antiscientifico ricercare ciò che in altre discipline è il “Santo Graal”.
Prevale la visione “folignocentrica” dell’eversione (dal detto folignate “Foligno è lu centru de lu munnu”), per la quale l’eversione è un fenomeno essenzialmente locale: nazionale, e a volte addirittura provinciale; visione che è uno degli effetti della “tuboscopia”, l’analizzare meticolosamente singoli eventi uno a uno, come guardando con un occhio attraverso uno stretto tubo, orientando il tubo nelle direzioni opportune; e poi mettendo i fatti così selezionati uno accanto all’altro per sostenere una tesi, spesso preordinata; ma senza perseguire una sintesi complessiva, che, assegnate per quanto possibile a tutte e ad ognuna delle tessere disponibili le reali relazioni con le altre, si sforzi di scoprire cosa rappresenta la figura incompleta che emerge dal mosaico; in questo caso, un“pantocratore” terreno. Prassi che, spacciate per rigore, davanti ad alcune generalizzazioni consentono di gridare alla “dietrologia” anche quando si tratta di segreti di Pulcinella.
Ne consegue un’aderenza a un canone, a una regola di bon ton, o forse di sopravvivenza, che impone che l’eversione sia stata un fenomeno endogeno nazionale, dovuto a scontri di inenarrabile complessità tra DC-PCI, neri-rossi, Franza-Spagna, etc., animati da 4 coglioni esaltati che però, all’opposto dei buoni che avrebbero dovuto fermarli, erano incredibilmente abili e fortunati nel fare danno; con l’aiuto, a volte, di alcuni strani figuri delle istituzioni, peraltro sostanzialmente sane. Chi parla di mandanti esteri es. sull’uccisione di Moro è un “pistarolo” (ho assistito a una conferenza, al circolo bresciano “A. Moro”, dove tale tesi, sostenuta da un autorevole esperto e primo cittadino, DS, di Brescia, è stata corretta, non da un anarchico del Ponte della Ghisolfa, ma, sia pure blandamente, dall’allora ministro degli Interni, Pisanu, che ha citato a supporto l’Hyperion). Alcuni concedono che vi sia stato qualche influsso estero; però non si sa, e non è detto fossero solo e sempre gli USA, anzi… e poi neanche i vertici Usa sono monolitici… e così ad infinitum.
Venendo incontro alla storica soggezione del popolo e della classe dirigente italiche verso i forti, alla storica tendenza ad accettare chi sta in alto con la frusta e lottare solo sull’asse orizzontale, tra bande; e producendo un enorme fascio di dati slegato, privo di un principio informatore, difficile da maneggiare, dal quale si può estrarre e nel quale si può tenere nascosto ciò che si vuole, la “tuboscopia” e il “folignocentrismo”, nelle varianti accademica e giornalistica, ipertrofici a scapito della sintesi e del taglio pratico che l’importanza vitale dei temi imporrebbe, sono da contare tra i fattori che hanno favorito l’impunità. Fuciliamo i brigatisti; ora e sempre Resistenza; ma scherza con i fanti e lascia stare i santi. Anche se l’abbondante produzione saggistica e di denuncia ha costituito una qualche barriera, come un muro di libri, contro la strategia delle bombe e degli assassini politici.
Personalmente, estraneo sia ai rossi che ai neri che a qualsiasi fazione, senza competenze professionali specifiche ma avendo dovuto interessarmi obtorto collo all’argomento, credo, grazie all’ampia produzione di storici e analisti, e per esperienza personale in USA e in Italia, che con tutti i distinguo, le pieghe, le eccezioni, i fattori ausiliari, le convergenze d’interessi, le giravolte, i buchi neri, i cerchi concentrici, i burattini senza fili etc. vi sia un principio alla base di tutta l’eversione, di tutta l’eversione che ha contato e che ha fatto ciò che ha voluto; e che questo principio sia l’influenza della politica estera statunitense; a sua volta determinata, prima che dalla geopolitica, dai grandi poteri economici dei quali il governo USA è il braccio operativo. E penso che, oltre a chi ne ha scritto, moltissimi altri sanno, cento volte meglio di me, che il re è nudo.
Il principio unificante dei voleri degli USA può spiegare ad esempio quanto considera il prof. Giannuli, che il terrorismo rosso sia stato perseguito più efficacemente di quello nero, anche oggi che i magistrati non hanno simpatie per la destra; data l’inclinazione diffusa tra politici, magistrati e forze di polizia a compiacere, chi pancia per terra, chi facendo il pesce in barile, il potere vero, e quindi gli americani: il terrorismo nero era più vicino, sul piano ideologico e operativo, non solo ai servizi ma anche ai veri mandanti.
Quello che vorrei testimoniare, anche avendo visto – e sentito – da vicino alcuni dei protagonisti della “battaglia” per la verità sulla Strage, è che a Brescia, più ancora che nel resto del Paese, tali interessi di Stati Uniti e altri paesi influenti vengono serviti, almeno da dopo la caduta del Muro, col maggior zelo; con una partecipazione massiccia unanime e omertosa da fare invidia al più mafioso dei paesini del Sud. Interessi che vengono serviti anche quando consistono in interventi “deviati” volti a modificare, con metodi sporchi, con reati ignobili, l’andamento delle cose nel senso voluto; modifiche che ieri si ottenevano con la guerra a bassa intensità, con inequivocabili bombe in piazza o con clamorosi omicidi politici, e oggi con forme di violenza “a bassissima intensità” e perciò invisibile: oggi si persuade col lento veleno dei media; e si eliminano soggetti scomodi col lento veleno di forme di boicottaggio, discredito e logoramento camuffate da interventi legali, oppure occulte.
Credo che occorra distinguere nettamente tra onda d’urto fisica di una bomba, che dura una frazione di secondo, e onda d’urto politica, che può durare decenni; tra gli attentati e la lunga scia di ripercussioni; queste ultime possono avere effetti paradossi; sembra che chi ha fatto mettere le bombe avesse una profondissima conoscenza dei meccanismi di psicologia sociale che avrebbero messo in moto. Per me la reazione cittadina alla strage a Brescia rappresenta una delle vette dell’arte di rappresentare un’opposizione alta e vibrante dietro alla quale meglio servire i potenti.
A Brescia oggi operazioni eredi di quella stagione di eversione vengono servite, dietro la maschera dell’indignazione per la Strage, da chi ha responsabilità istituzionali ma anche da volontari. Da persone “serie e importanti” come dall’ultimo spalamerda raccomandato. Oggi l’omicidio politico, non solo morale ma fisico, viene compiuto con mezzi più sottili e subdoli, e simulando di aborrire ciò che nascostamente si aiuta. Brescia, addestrata alle doppiezze pretesche, e a suo agio anche con le doppiezze dello spirito protestante, è particolarmente adatta a ciò. Per avere un’idea di quello cui mi sto riferendo, e che non è né piacevole né facile da raccontare e spiegare, si può vedere il mio sito menici60d15; questa assoluzione, secondo la quale sopra la linea d’orizzonte del conosciuto non risulta alcun responsabile neppure per una folla di persone fatte letteralmente a pezzi da una bomba nella piazza principale, dice anche della credibilità di chi ignora tali denunce come opera di un mitomane.
Operazioni oggi aiutate, a Brescia e in Italia, dalla sinistra non meno che dalla destra. Sofri, oggi apertamente filoamericano e filosionista, che il prof. Giannuli cita, mi pare il prototipo della sinistra ambiguità della sinistra.
Così, paradossalmente, dopo la sorpresa ho accolto con sollievo la pur spiacevole notizia che la montagna non ha partorito nemmeno un topolino; sia perché una condanna due o tre fasi storiche dopo l’accaduto sarebbe stata ormai inutile rispetto al quadro sociopolitico; sia perché avrebbe condannato – a pene teoriche – dei manovratori più che i mandanti; ma soprattutto perché l’assoluzione evita di alimentare la doppiezza di istituzioni e società civile sull’eversione; il gesuitismo di laici e cattolici, di fascisti mascherati che danno lezioni di democrazia e di postcomunisti ridotti ad allearsi col delfino di Almirante nel servire poteri esteri che, come ha scritto una volta il prof. Giannuli, non ci sono amici.
La sentenza evita di riconoscere un risultato qualificante ad un sistema falso e corrotto, e con ciò di rafforzarlo. Evita di favorire ulteriormente la pratica dell’occultamento dell’eversione dietro al suo opposto, e di favorire ulteriormente i danni che agli epurandi di 40 anni dopo derivano da tale doppiogiochismo. Lascia uno sfregio che rende meno credibili i languori di “riconciliazione” dei discendenti dei Partigiani, e che risparmia forse all’Italia qualche altro dispiacere. Nello stato in cui siamo, meglio che la memoria della Strage e della reazione ad essa non siano completamente coperte dagli interventi cosmetici, ma resti un’impronta in negativo, come il pilastro scheggiato dall’esplosione a Piazza Loggia.
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21 novembre 2010
“Il Fatto” quotidiano. Blog di Bruno Tinti.
Commento all’articolo “Brescia, giustizia impossibile” del 20 nov 2010
“Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile…” (Pasolini, Io so…).
Dopo l’assoluzione del 2010 per la Strage di Brescia il dr Tinti scrive che “la storia non si fa con le sentenze”; mentre un avvocato di parte civile si è affrettato a commentare, alla “Casa della memoria”, che in uno Stato democratico “la magistratura è l’unico soggetto che ha il compito di stabilire i fatti”. La sentenza ha una sua cupa onestà: non perché rispetti la verità per corrispondenza con la realtà, ma perché rispetta la verità per coerenza. Il paragone del dr Tinti tra il procedimento sulla Strage di Brescia e quello sull’omicidio del presidente Kennedy ha un’involontaria ironia. Pur avendo patologi forensi espertissimi in USA l’autopsia a Kennedy la fecero fare ad anatomopatologi ospedalieri, con scarsa esperienza in ferite d’arma da fuoco. A Brescia ho avuto a che fare, pesantemente, con uno di coloro che eseguirono le autopsie sui cadaveri della strage (neppure lui patologo forense esperto), con inquirenti, tutori della legalità, autorità che sono salite sul palco degli oratori ogni 28 maggio, gente comune che cita la Strage come un merito. Non mi stancherò di testimoniare che dietro la maschera, dietro l’imenoplastica antifascista fornita dalla Strage (Pasolini) a Brescia coralmente si fa quello che si può, e anche quello che non si può, per servire gli USA e i grandi interessi economici; e con essi gli “interventi”, aggiornati ai tempi, di quelle stesse forze che 40 anni fa volevano le bombe e oggi ammazzano senza rumore (v. il sito menici60d15). La sentenza nega una giustizia posticcia, e ha anche il merito di confermare che per i reati di questa matrice, per gli omicidi politici “atlantici”, materiali e morali, di fatto non c’è una giurisdizione; credo che piuttosto le forme di aiuto all’eversione da parte di magistrati siano sottovalutate. Francesco Pansera.
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14 novembre 2010
Blog di Beppe Grillo
Commento al post “Poliziotti con la carta d’identità” del 13 nov 2010
Intorno al 1970 all’università c’erano spesso manifestazioni e scioperi per il Vietnam. Fui sorpreso, quando andai all’università, di trovare nonostante tali rivolte il potere baronale vivo e virulento. L’occuparsi altruisticamente dei diritti altrui scavalcando le ingiustizie domestiche consente di fare bella figura mentre ci si ingrazia il potere fornendo l’opposizione che vuole. La Sinistra fa un favore alla Destra dando del razzista e dell’imbecille a chiunque critichi l’immigrazione, e relegando così la protesta per i disagi che crea alle voci grevi e incivili della Lega. La Destra fa un favore alla Sinistra non trattando gli extracomunitari con onestà e rispetto, e dandole quindi l’estro di ergersi a paladina di alti princìpi e acquisire così potere. Ma sia Destra che Sinistra che clero sono proni al modello liberista, che vuole lavoratori e consumatori immigrati, e implica sfruttamento sia in Italia che nel Terzo mondo. La polizia sta al gioco. Finora c’è stata più scena ad uso delle telecamere che sangue; speriamo che non si voglia rendere la scena più realistica. Intanto alle porte di Brescia una guardia giurata ha sparato in testa a un ragazzo per una lite automobilistica. Mentre si grida al fascismo battendosi all’ultimo sangue per i dannati della terra, nessun interesse sul caso della guardia privata che ha ritenuto appropriato bucare da parte a parte la scatola cranica di un locale. La società civile è affaccendata in ben altre battaglie. Le guardie giurate, buoni iscritti al sindacato e buoni aiutanti di CC e PS, non sono estranee a forme di repressione antidemocratica che non vedrete su Anno zero. Il pistolero, un altro che ha premuto il grilletto di un un’arma portata legalmente sapendo di stare dalla parte di chi comanda, verrà probabilmente tolto dai guai dalle istituzioni, e la violenza occulta di polizia continuerà più forte di prima.
° ° °
Bresciaoggi.it – Commento all’articolo “Gardone, ore d’ansia per il giovane ferito” del 15 nov 2010
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8 novembre 2010
Commento al Post “L’amore e la legge” di Felice Lima del 31 ott 2010
Per Felice Lima.
I ricatti economici, e se non basta la violenza omicida, morale e materiale, per avere il rispetto, ovvero per piegare all’ingiustizia, o per continuare a esercitare forme criminali di sfruttamento mettendo a tacere qualcuno, sono parte integrante della società umana; anche quando sono commessi da coloro che ricevono lo stipendio dello Stato. Non è che così la società non sia umana; lo è fin troppo; ma forse è fuorviante parlare di convivenza. Si tratta di sopravvivenza darwiniana. Nella nostra cultura abbiamo una concezione umanistica forte, che vede lo stato normale della società come uno stato di civiltà, e i soprusi e la violenza come deviazioni; ma l’autentica convivenza civile è uno stato artificiale, lontano dall’equilibrio naturale, che richiede energia per essere raggiunto e anche per essere mantenuto. Si sopravvaluta la nostra distanza dal regno animale, e si sottovaluta lo sforzo di ragione e volontà richiesto per non ricadere, ingannati da fondali dipinti con la stessa pittura che serve ad imbiancare i sepolcri, nello stato di natura. C’è un rischio di cortocircuito tra le concezioni troppo elevate, come il sublime “Il fondamento della legge è il rispetto degli altri e non ci può essere rispetto senza amore”, e lo zoologico, per il quale ”Dio sa che è lui che ha voluto farsi ammazzare”.
Ricambio con affetto i saluti.
menici60d15
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7 novembre 2010
Commento al Post “L’amore e la legge” di Felice Lima del 31 ott 2010
“Mi piace lì…”.
(Slogan della campagna dell’autunno 2010 per lo screening del tumore al seno, mentre tiene banco lo scandalo sulle prostitute minorenni di Berlusconi)
Sosterrò che l’ideologia dell’amore confligge con l’art. 3 della Costituzione, che dà il nome al blog. Per rendersene conto basterebbe leggere gli aspri insulti apparsi nei commenti all’indirizzo di quelli che non la pensano come Felice Lima sull’amore e la legge. E’ impressionante la prontezza con la quale molti dei sostenitori del primato dell’amore stabiliscono gerarchie e recinti, definendo come esseri inferiori e disperati coloro che mettono in dubbio la liceità e l’utilità di tale primato. Non è la prima volta che vedo chi si dice mosso dall’amore rimuovere dalla discussione come prive di identità, e quindi non esistenti, le persone che non sono d’accordo con lui. “Amore”, come “libertà” è un termine eterologo: quante ghigliottine si erigono in suo nome.
Con tutto il rispetto e la stima per Felice Lima, non sono affatto d’accordo con quanto egli, trasportato da convinzioni cattoliche accoppiate a un’evidente buona fede, afferma. Tutti, anche i migliori, se sono vicini al potere, se abitano nelle stanze ben riscaldate del Palazzo, come i giudici, mentre acquistano alcune sensibilità ne perdono altre, e se per alcuni aspetti vedono ciò che la gente comune non vede, non sempre vedono quanto lontane dalla realtà siano alcune loro concezioni. Ricordo che quando un questore di Brescia se ne andò, a dirigere la sicurezza che lo Stato italiano fornisce al Vaticano, nel conferirgli la massima onorificenza cittadina il sindaco – uno specialista della retorica buonista a favore dei potenti e dei loro crimini – disse che il questore aveva un “supplemento d’anima”. Io invece tra me consideravo che avesse una “picana elettronica”, per il suo costume di farmi puntualmente incrociare pantere della polizia ogni volta che mi muovevo, cioè che uscivo di casa; con un supplemento di volanti quando scrivevo qualcosa che volevano non scrivessi.
A onor del vero, il primo e miglior vaccino contro la retorica dell’amore, cavallo di battaglia dei preti e di tanti malfattori, l’ho ricevuto da una suora, che era stata amica d’infanzia di mio padre, e che venne a trovarci dopo tanti anni. Nata in una famiglia poverissima – poverissima per gli standard di un paese della Calabria del dopoguerra – si era laureata in medicina, e in farmacia. Psicoanalista junghiana, dirigeva un ospedale psichiatrico della provincia di Roma. Chiacchierando in salotto, saputo che volevo iscrivermi a medicina mi chiese perché volevo fare il medico. “ E’ una missione”dissi. “No, fare il medico non è una missione. Ricorda, è un lavoro” rispose lei. La suora continuò a parlare, sulla necessità di rimanere casti fino al matrimonio, ma io non l’ascoltavo molto, sia perché su quest’altro argomento avevo convinzioni tassative; sia perché avevo sentito il cozzo inatteso della sua risposta, e la stavo elaborando. Non so se la suora mi abbia presentato quell’affermazione avendo intravisto nell’adolescente che aveva di fronte una tendenza all’idealismo che andava smorzata, o perché nel suo lavoro aveva sentito tante volte, e analizzato, la filastrocca del medico mosso da nobile amore verso l’umanità e volesse mettermi sull’avviso, sapendo cosa copre nei fatti il più delle volte, oppure semplicemente perché la pensava così; ma la ricordo con la gratitudine che si deve a chi ci dà quelle “dritte” che ci fanno modificare il nostro modo di vedere la vita.
A me il ruolo dell’amore nella società ricorda quelle forze attrattive descritte dalla fisica, come le forze di Van der Waals o la forza nucleare forte, che sono efficaci, o fortissime, a distanza ravvicinata ma decrescono molto rapidamente con la distanza, e pertanto il loro raggio d’azione è molto breve; così che sono un fattore di coesione e stabilità, insieme ad altre forze, ma porterebbero al caos se si pretendesse di farne l’unica forza organizzatrice. L’amore è come la forza – la più forte delle forze fondamentali della natura – che riesce a tenere insieme i protoni nel nucleo nonostante abbiano carica elettrica dello stesso segno e tendano quindi a respingersi; ma non muove il sole e le altre stelle: quella è la forza gravitazionale, immensamente più debole. Quando il nucleo è troppo grosso la forza nucleare forte non riesce più ad impedire che perda pezzi, e si ha il decadimento radioattivo.
Oltre a decrescere rapidamente, la forza dell’amore al crescere della distanza può cambiare segno, perché l’amore per chi si ha caro può implicare l’odio per gli estranei; l’amore, sentimento etereo che origina dalla cruda necessità animale della riproduzione e della protezione della prole, è il primo dei contronimi, delle parole con opposto significato. Può volere dire amore senile per le lolite anziché servire il popolo, come osserva Felice Lima a proposito dell’ultimo squallido siparietto di Berlusconi e dei suoi comprimari della sinistra; non solo, ma più in generale può voler dire egoismo, possesso, dominio, sottomissione, calpestare i diritti altrui in nome delle proprie voglie, del legame di sangue, del gruppo, vs. l’amore oblativo, che si cancella per il bene altrui.
L’amore materno, il primo degli amori, cieco, indulgente e lupesco, è considerato da alcuni il fattore caratteristico della psicologia mafiosa (S. Di Lorenzo, La grande madre mafia. Psicoanalisi del potere mafioso); è stato detto, e andrebbe ripetuto con regolarità, che Filumena Marturano, “E figl so piezz ‘e core”, è anche la madre della corruzione in Italia. Gli studi sul familismo amorale italiano, e quelli di Fornari sul principio materno del clan in Italia, mostrano come quando a dettare legge è l’amore allora l’estraneo al gruppo può divenire un nemico da odiare; e come anche lo Stato possa divenire un nemico (se non fosse che lo Stato è occupato da tanti figli di Filumena, che con “l’eccesso di codice materno” ci vanno a nozze). Oppure si può avere un unico clan, una società che diviene ecclesia, con i reprobi e gli ammessi, come ha scritto Alvaro.
Appare invece rilevante per la sfera politica, e fondato su basi biologiche se si pensa che il comportamento materno viene suscitato dall’ormone prolattina, il proverbio meridionale “Chi ti vo’ bene cchiù da’ mamma o ti trade o ti ‘nganne”. Da grandi non c’è la mamma. E non bisognerebbe cercare surrogati. Né si può essere padre o madre, o figlio, o innamorati di tutti. L’amore quindi può indicare cose diversissime, e andrebbe sempre qualificato: amore adulto, che può essere benefico per la società indirettamente o direttamente, amore viscerale per sé stessi e la propria cerchia che può essere un veleno sociale, amore di tipo paterno, materno, filiale, fraterno, amore erotico, etc. Amore che dà senza chiedere e amore che vuole solo esigere e dominare.
Nel privato, forse è vero che “All you need is love”. Ma nel pubblico l’appello all’amore suona come l’ammissione che non può esservi giustizia, e che l’ultima spiaggia è sperare nella personale benevolenza e compassione di chi comanda. Credo invece che si debba cercare un mondo giusto, tenendo presente che la giustizia è una cosa, l’amore un’altra. E tenendole sempre il più possibile distinte. Appare molto pericoloso voler fare dipendere la giustizia dall’amore come diceva il Vangelo 2000 anni fa e come dicono i preti; un tema caro ai politici verbosi, es. Berlusconi o il suo possibile successore Vendola. Ambedue amici e soci di don Verzè, “business, amore e sanità”, sponsor di quelli tanto fanatici dell’amore che sugli amori altrui raccolgono dossier, per mestiere. “Pane, amore e sanità”, slogan commissionato dal Ministero della salute, è invece la versione statalista (ma non troppo).
In questi giorni la campagna nazionale di screening per il tumore al seno è impostata su ammiccamenti erotici, come lo slogan in epigrafe. Non una parola sulle gravi riserve scientifiche circa l’efficacia e la dannosità dello screening (es. R. Volpi, L’amara medicina. Perché il “sistema” della prevenzione non funziona. Mondadori 2008). Alle donne piace lì, va bene, ma per il resto sono delle minorenni, delle sciocchine non in grado di prendere decisioni sulla propria salute, e pertanto è meglio che non vengano esposte ad informazioni stonate, agli arzigogoli puerili di certi che tentano così di uscire dal Nulla al quale li condanna la loro assenza d’amore. Cosa c’entrano le zone erogene col cancro? Il sesso fa vendere, e questo non è l’unico caso dove viene usato come strumento di marketing per il business della medicina, anche se è uno dei più cialtroneschi e squallidi. Il maggior esperto italiano di tumore alla mammella, il senatore del PD Veronesi, ha appena annunciato al pubblico che con la “prevenzione” ci si sta avvicinando alla risoluzione finale del problema. Ciò è contraddetto da un rapporto della “Decision resources”, uscito pochi giorni prima, rivolto agli investitori, che prevede che le vendite di sette farmaci emergenti per il tumore della mammella in un mercato costituito da sette paesi ricchi tra cui l’Italia raggiungeranno i cinque miliardi di euro nel 2019. Nell’epoca del consumismo la civiltà dell’amore a volte prende la forma della civiltà dell’harem, dove il Bene, e l’amore, sono sostituiti dal piacere. Una tendenza che si sta insinuando anche nel campo del business medico. “Cicciolina”, la fondatrice del “partito dell’amore”, è un’educanda paragonata a certi, per i quali la medicina sarebbe una forma di amore, e addirittura sarebbe un sacerdozio. A dire che i magistrati sono “sacerdoti civili” è stato invece Andreotti.
L’amore varia più che proporzionalmente con la distanza, come quelle forze della fisica; l’amore che agisce uniformemente erga omnes è un gatto che abbaia: è logicamente possibile, ma, salvo forse qualche strano fenomeno, non si dà nella realtà, è un’altra entità che dovrebbe chiamarsi con un altro nome. L’amore non è, non può essere, se non per un’invenzione retorica, uguale verso tutti; al contrario, tende per natura e per definizione a concentrarsi e a escludere; è una forza antiegualitaria. Il mondo dove tutti si amano è verosimile come il mondo dove tutti sono miliardari. La giustizia serve ad assicurare a tutti il poter coltivare l’amore privato lecito, che tiene insieme la società agendo a breve distanza. Non è un’estensione dell’amore, ma una protesi e un correttivo: supplisce là dove l’amore non può arrivare o è negativo. L’amore può essere simboleggiato da un nido, che vuole essere accogliente per una famiglia, un piccolo gruppo; la giustizia dalle cellette di un alveare, tutte uguali e monotone, un po’ inquietanti, ma dalla forma ottimizzata per una collettività. Entro quel perimetro esagonale, dato dai diritti degli altri, che ognuno si costruisca il suo nido e il suo mondo, e lo esprima e lo comunichi agli altri come crede. In fondo tutto questo citare l’amore è anche l’ennesima intrusione del potere nella sfera privata. Un voler mettere sullo stesso piano gli affetti del focolare con le relazioni della piazza.
Mi pare che la legge, la giustizia, l’impegno civile, siano un tentativo razionale di trascendere forze come l’amore e il suo doppio l’odio, creando forze che regolano positivamente i rapporti sociali basandosi sulla ragione; forze non così intense a breve distanza, forze molto più deboli sul piano psicologico, ma efficaci su un maggior ambito sociale. L’equilibrio sociale dovrebbe derivare dalla coesistenza di forze diverse. Non si amano i propri cari e le comunità di cui si è parte per decreto del giudice; e non ci si deve astenere dal fregare il prossimo perché invece si deve irradiare amore, ma perché così si viola il patto sociale, e perché se si insiste si va in galera. Le regole se le danno i gruppi di animali, se le danno le bande di criminali osservava Platone, quindi non c’è da stupirsi che se le diano senza altro fondamento che una necessità pratica di sopravvivenza anche le comunità. Può darsi che il senso di responsabilità verso gli altri sia sul piano psicologico un’evoluzione dei sentimenti infantili di amore scambiato coi genitori; ma nella vita adulta deve assumere una forma autonoma, indipendente dal sentimento, e cristallizzarsi nella ragione. Un conto è l’ontogenesi psicologica e culturale, un altro l’assiologia. Nell’organizzazione sociale, l’amore dovrebbe venire dopo la giustizia, non prima. Dovrebbe intervenire dopo che sono stati messi i picchetti, e non decidere, emotivo, volubile e mezzo cecato com’è, la posizione dei picchetti; che può infiocchettare, se vuole, ma non deve oltrepassare.
Senza dubbio si vive meglio là dove non la paura della sanzione, ma una convinzione interiore detta l’aderenza alle giuste regole; ma non si può affidare la società alla “kindness of strangers”, né si dovrebbe elargire correttezza e solidarietà, o giustizia, a piacimento come un elemosina. Intendo rispettare gli altri ed essere rispettato non in nome dell’amore, ma in nome della civile convivenza. Può e deve esserci rispetto anche senza amore, e viceversa non si possono ledere i diritti altrui con l’esimente dell’amore. E’ curioso, e un po’ sospetto, che i giuristi, mentre in genere tendono a negare o minimizzare i legami del diritto con l’etica, a volte esaltino i legami del diritto con la religione. Ho sentito diversi magistrati citare l’amore evangelico a proposito del loro lavoro; a volte letteralmente da pulpiti di chiesa, nel corso di funzioni religiose. Qualcuno l’ho anche sentito dire che la moralità alta può derivare solo dalla fede religiosa, e che la moralità senza fede è comunque di una qualità inferiore. Nella mia esperienza di vita, è più difficile trovare magistrati che emettono decisioni rapide, oneste e imparziali, che non magistrati che predicano l’amore cristiano.
Ci sono persone che in buona fede vogliono estendere l’amore al sociale; un progetto rischioso, che può portare a divenire dei benefattori dell’umanità, oppure a fare pasticci. Non siamo chiamati alla santità – un’altra pelosa esagerazione – ma abbiamo l’obbligo della decenza, se vogliamo essere uomini e non bestie ripulite. Sul piano dell’esperienza, quelli che insistono a parlare di amore come forza sociale, e ad assegnargli un primato, mi fanno paura, a cominciare dai preti, che sembrano avere distillato una mistura di enunciati dal sapore zuccherino e di sentimenti reali di perenne aggressività, di desiderio di sopraffazione, di subdola violenza distruttrice verso chi non si sottomette loro. Gli esperimenti politici che hanno creduto di poter fare completamente a meno dell’amore in nome di qualche geometria teorica della società sono falliti; ma l’annunciare l’era della civiltà dell’amore spinge la politica verso il nucleo primigenio dell’amore, cioè verso la regressione infantile. L’appello all’amore nella vita pubblica andrebbe letto come una codeword per un appello alla via soft all’assolutismo, all’arbitrio dei potenti e dei santoni, dove capi-genitori danno “amore” e vogliono essere obbediti per amore. Dove istituzioni patrigne e matrigne tolgono “l’amore” cioè i diritti, a coloro che non fanno i bravi, che fanno i capricci anziché fare i compiti, mangiare la pappa stabilita e guardare i cartoni in tv.
L’amore preme prepotente sul sociale, e una modica quantità di tale amore, bene orientata, è, come legante e catalizzatore, tra gli ingredienti indispensabili in una società; e dobbiamo sollecitarci a provare un qualche sentimento d’affetto anche per il prossimo sconosciuto, per i lontani, per l’ultimo essere dalla Terra, dopo aver riconosciuto che oggettivamente ha dei diritti indipendenti dalla nostra disposizione nei suoi confronti; ma se si esagera con l’amore la giustizia finisce a puttane.
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2 novembre 2010
Blog Uguale per tutti
Commento al Post “L’amore e la legge” di Felice Lima del 31 ott 2010
L’amore, base della vita privata, è anche una delle inevitabili e indispensabili componenti della vita civile; ma, con tutto il rispetto e la considerazione per le opinioni di Felice Lima, non credo che l’amore, anche l’amore inteso in un’accezione alta, sia sempre e necessariamente una forza positiva nella sfera pubblica; fondare poi sull’amore la legge riconduce a ideologie di tipo religioso che hanno dato cattiva prova, soprattutto quanto a giustizia. Allego, come possibile antidoto ad ebbrezze consolatorie sulla “civiltà dell’amore”, due brani, che mi pare descrivano quello che realmente avviene anziché le pie illusioni dei puri di cuore; le falsità di chi persegue il potere facendo leva sull’animo umano, e le visioni di compromesso dei più, di noi che stiamo nel mezzo:
“Col messaggio cristiano (…) amare l’altro, amore, sguardo e conoscenza sono diventati possibili in un orizzonte completamente nuovo. Ma esiste anche un nuovo pericolo: il tentativo di gestire, di assicurare, di garantire questo amore con la sua istituzionalizzazione, sottomettendolo a legislazione, trasformandolo in legge, e proteggendolo mediante la criminalizzazione del suo contrario”. I. Illich, In: Pervertimento del cristianesimo.
“Con questa parola (l’amore) si spiega tutto, si accetta tutto, perché non si cerca mai di conoscerne il contenuto. E’ la parola d’ordine che apre i cuori, i sessi, le sacrestie e le comunità umane. Copre di un velo falsamente disinteressato, persino trascendente, la ricerca della dominanza e il cosiddetto istinto di proprietà. E’ una parola che mente continuamente e questa menzogna è accettata con le lacrime agli occhi, senza discutere da tutti gli uomini. Procura una veste onorata all’assassino, alla madre di famiglia, al prete, ai militari, ai carnefici, agli inquisitori, agli uomini politici. Chi osasse (…) denudarla fino in fondo dei pregiudizi che la ricoprono, non sarebbe ritenuto lucido, ma cinico. Dà tranquillità di coscienza, senza grossi sforzi né grossi rischi, a tutto l’inconscio biologico.
Decolpevolizza: infatti, perché i gruppi sociali sopravvivano, cioè mantengano le strutture gerarchiche, le regole della dominanza, occorre che le motivazioni profonde di tutti gli atti umani siano ignorate.(…) Ai problemi che la vita pone in ciascuno di noi, non ho trovato (…) nulla in grado di dare risposta. Me l’ha data Cristo, ma (…) ho il sospetto che cambi il volto secondo il cliente.(…) Anche per lui, secondo me, la parola amore è sprecata. Nel contesto in cui è usata andrebbe bene anche la parola odio. C’è tanto amore nell’odio, quanto odio nell’amore, è una questione di endocrinologia. E’ più facile dire che si ama la specie umana, l’Uomo con la U maiuscola, che amare, e non solo far finta di amare, il proprio vicino di casa. Ma è anche più facile amare moglie e figli quando fanno parte degli oggetti gratificanti del nostro territorio spaziale e culturale, che amare il concetto astratto di Umanità nel suo insieme. Bisognerebbe non avere affatto territorio, cioè non avere sistema nervoso, oppure considerare territorio l’intero pianeta, per vivere in pace. (…). Amare l’altro dovrebbe significare ammettere che possa pensare, sentire, agire in modo non conforme ai nostri desideri, alla nostra gratificazione, accettare che viva secondo il suo sistema di gratificazione personale e non secondo il nostro. Ma l’apprendimento culturale, nel corso dei millenni, ha legato il sentimento amoroso a quello di possesso, di appropriazione, di dipendenza (…) a tal punto che colui che si comportasse così nei confronti dell’altro, sarebbe giudicato solo indifferente.”. H. Laborit, Elogio della fuga.
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25 settembre 2010
Blog di Beppe Grillo
Commento al post del 23 set 2010 ”E’ stato morto un ragazzo” – Intervista al regista Filippo Vendemmiati
Bisogna avere il coraggio di guardare anche alle responsabilità delle “mele sane”. Sulla base non di posizioni ideologiche, ma di una triste constatazione empirica. La protezione istituzionale dei 4 agenti, i tentativi di insabbiamento, la creazione in sede giudiziaria di una entità nosologica nuova, non provata e inverosimile che attenua le responsabilità dei poliziotti (un vizio che sta dilagando tra i magistrati, quello di scrivere coi medici pagine di nosografia false ma gradite al potere), dovrebbero essere per il cittadino aspetti politicamente non meno gravi del bestiale omicidio. Invece si enfatizzano gli aspetti personali e privati, e, forti di ciò, si annacqua la critica politica alle istituzioni. Non mancano mai le giaculatorie “non generalizziamo”, “massimo rispetto per la polizia…” etc.; e le lodi alla magistratura, che ha riconosciuto la legittima difesa ai poliziotti, condannandoli in quanto avrebbero ecceduto. Io vedo ogni giorno i poliziotti per strada molestare sistematicamente cittadini che sono troppo onesti per i gusti loro e di chi li comanda; come Bravi assoldati per difendere le mascalzonate di poteri forti; spalleggiati da “istituzioni” Azzeccagarbugli che all’occorrenza “attaccano in criminale” la vittima che denuncia, per “mettergli una pulce nell’orecchio”. Montanelli diceva che gli italiani vogliono fare la rivoluzione coi Carabinieri. Non c’è bisogno di fare la rivoluzione, ma, se si vuole vigilare sulle istituzioni repubblicane, non si dovrebbe permettere che casi terribili ma epifenomenici come quello di Aldrovandi favoriscano l’ideologismo dell’abuso di polizia come fenomeno patologico in un sistema sano. Un dissenso monocorde sta coprendo il fattore fondamentale: le istituzioni sono malate, e gli abusi e le violenze di polizia di vario genere e grado sono una prassi di potere strutturale e routinaria, che ha piegato e piega la storia d’Italia a voleri anticostituzionali.
Pubblicato in: "Mele marce", "Mele sane", "Non si può generalizzare", Abolizione dell'opposizione reale, Adeguamento della realtà al falso con la violenza, Alleanza della sinistra col clero, Appoggio della magistratura alla frode medica strutturale, Artifici della magistratura, Avversione della sinistra deuteragonista per l'opposizione autentica, Campagne istituzionali di discredito, Censura e persecuzione occulte, Clero e deuteragonismo, Clero e violenza, Collusione della magistratura col potere, Coltivazione del conformismo, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra, Cooptazione dei familiari delle vittime, Crimine dei colletti bianchi, Crimine universitario, Deuteragonismo nei blogs, Difesa diritti fondamentali pre-costituzionali, Difesa istituzioni repubblicane dagli occupanti, Discriminazione istituzionale di cittadini, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Educazione e incitamento al disprezzo e all'odio, Emarginati e deboli come fair game, Esposizione dell'ingiustizia come alternativa alla giustizia, Estetizzazione dei problemi politici o etici, Fagocitosi dell'opposizione, Fallacia della pseudofallacia di generalizzazione, Fictio democratica, Fiducia nelle istituzioni, Forma democratica e sostanza pontificia, Forze di polizia come milizie mercenarie, Funzione censoria del deuteragonismo, Immunità giudiziaria delle forze di polizia, Inautenticità della sinistra, Indebolimento metodologia scientifica, Individuazione responsabilità collettiva non distributiva, Magistrati e deuteragonismo, Manipolazione mediatica, Morton's fork e doppio legame, Oltraggio mediante il potere istituzionale, Onore virtù militari e senso del diritto delle forze di polizia, Opposizione deuteragonista, Opposizione verticale al potere, Pansera, Partecipazione di persone comuni a censura e persecuzione, Perizie ballistiche, Persecuzione di polizia, Perversità del crimine istituzionale, Politica e biomedicina, Principio di Mazzarino, Resistenza civile, Riconoscimento dell'extramediatico, Riconoscimento delle divisioni e divisione come valore, Riguardo della magistratura per la sinistra, Scienza ad auctoritatem, Sindrome di Peppa, Sinistra deuteragonista, Supporto della religione all'oppressione, Uso intimidatorio degli autoveicoli, Valore politico del dissenso tecnico, Victim blaming, Violenza e medicina, Violenza gratuita, Violenza impunita, Violenza indiretta, Violenza occulta, Violenza politica tramite la polizia, Violenza senza soggetto | Commenti disabilitati
16 giugno 2010
Segnalato il 16 giu 2010 sul blog “Uguale per tutti” come commento al post “Riformare (ma seriamente) la Costituzione” del 10 giu 2010
Arriva l’estate, tempo di giochi e buonumore sotto l’ombrellone. Achille presenta sul blog la nuova Costituzione, composta da un solo articolo: “Il Presidente del Consiglio fa quello che cazzo gli pare”. Una blogger ha commentato che andrà a finire proprio così. Personalmente, ritengo che tra i primi responsabili vi siano gli elettori, che hanno permesso la “resistibile ascesa” di un modesto prepotente, votandolo, o votando la sinistra “gellista” (nel senso di Gelli Licio, non di Giustizia e Libertà). Siccome si scherza, avanzo un’altra proposta per la modifica della Costituzione: guardare alla Costituzione della effimera Repubblica romana del 1849, e adottarne l’art. 20, che prevede che il popolo elegga i suoi rappresentanti con voto pubblico. Non so valutare la portata degli effetti negativi della non segretezza del voto, che certamente vi sono, e saranno anche gravi. Ma il voto pubblico potrebbe servire da correttivo al degrado dell’elettorato, che oggi appare allo sbando, essendo deresponsabilizzato, rincitrullito, gasato dalla propaganda e incapace di tutelare i suoi interessi. Aristotele sosteneva che il popolo è anche lui una magistratura. Anche il famoso discorso di Pericle sulla democrazia ad Atene considera il popolo come una magistratura che ha delle responsabilità nella cura dello Stato; un discorso che a leggerlo viene da piangere, per il divario tra il fresco profumo di ciò che descrive e la nostra puzzolente condizione attuale. Col voto pubblico finirebbero molti piagnistei di furbi e sciocchi, e tanta gente non potrà che protestare con sé stessa davanti allo specchio, se non comincia a fare un uso meno dissennato del voto. Si potrebbe forse rendere facoltativa la pubblicità certificata del voto. Dichiarare quali forze si sono votate potrebbe divenire una prassi volontaria per coloro che comunicano al pubblico opinioni e critiche politiche (personalmente dal 2000 a tutte le elezioni restituisco il documento elettorale, con racc. a/r ; prima, alle politiche votavo, horresco referens, DC; poi PRI; poi scheda nulla; alle locali votavo candidati di centrosinistra, e me ne sono pentito). In USA, quando si cita un parlamentare si aggiunge al nome una “D” o una “R” per indicare se è democratico o repubblicano; si potrebbe almeno dire di quale partito sono i parlamentari non di primo piano quando li si cita, cosa che invece molti giornali evitano accuratamente; quale partito nominalmente, perché nella grande maggioranza dei casi si sa già che l’iscrizione vera è al Partito dei c. propri.
Sempre pour parler, per ingannare il tempo, propongo un quesito simile al “Se voi foste il giudice” della Settimana enigmistica. Però, in campo scientifico: “Se voi foste lo scienziato”. Poniamo che siate il direttore di un centro di ricerca e veniate incaricati di trovare una spiegazione per un altro di quei cluster di leucemia infantile che periodicamente vengono rilevati. Niente paura, potete farlo anche voi, visto che si incoraggia la gente affinché ogni “quisque de populo” dica la sua (meno alcuni, come vedremo): il quotidiano Il Giorno ha raccolto e pubblicato le ponderate opinioni del titolare di una cartoleria in merito alla patogenesi di un caso identico a quello che consideriamo qui (Leucemia a scuola il quartiere vuole la verità. Preoccupazione, ma senza psicosi. 11 giu 2010). E comunque, fare il direttore è più facile che fare il ricercatore … Immaginiamo allora che in una scuola si sia verificato un cluster di leucemia: quattro bambini, tre scolari e la sorellina di un altro scolaro, hanno avuto una diagnosi di leucemia linfoblastica acuta (LLA) a cavallo delle ferie natalizie, tra il 14 dic e il 22 gen. Nello stesso periodo ci sono stati altri tre casi di leucemia infantile nella metropoli dove è la scuola, Milano (ma, data la possibilità che tali cluster a volte siano degli artefatti statistici, per non sapere né leggere né scrivere scegliamo una forma semplificata del problema, circoscrivendolo ai quattro casi della scuola, che più facilmente e più nettamente possono mostrare o smentire l’individuazione di un fattore causale comune). Troppi casi nella popolazione composta dai bambini che frequentano la scuola e dai loro fratelli rispetto all’incidenza della malattia nella popolazione generale. Un vostro giovane collaboratore, Gianni, formula, dopo mesi di studio, un’ipotesi: i bambini che si sono ammalati avevano in comune una predisposizione genetica alla leucemia, che l’influenza H1N1 ha slatentizzato. Considerando solamente l’aspetto logico, vi sembra una buona ipotesi? Cosa rispondereste al collaboratore ?
Altri quiz per i più interessati. C’è un vostro secondo ricercatore, Lorenzo, che commenta che l’ipotesi di Gianni così formulata dei due fattori, genetico e infettivo, assomiglia all’illusione cognitiva descritta da Tversky e Kahneman per la quale si tende erroneamente a credere che la probabilità di eventi congiunti che confermino nostri pregiudizi sia maggiore di quella degli eventi considerati isolatamente. Lorenzo aggiunge che l’ipotesi di Gianni appare come il classico caso nel quale per salvare le premesse si falsifica la conclusione; che è del tutto azzardato ipotizzare che un’infezione slatentizzi una neoplasia; che il campo delle relazioni causali tra virus e tumori umani è stato fortemente criticato quanto a solidità scientifica, e per la presenza di conflitti d’interesse e di condizionamenti politici; che sono astronomici i numeri per calcolare la probabilità che i casi dei bambini predisposti nei quali avrebbe avuto luogo la slatentizzazione, tra i tanti esposti alla pandemia, si siano casualmente concentrati nella scuola; e che se l’ipotesi – che intanto è apparsa sui giornali come l’unica al momento considerata – venisse corroborata dall’improbabile reperimento di una condizione di anomalie genetiche oncogene preesistenti comune ai quattro bambini si configurerebbe, caso non raro nell’odierna biomedicina commerciale, un “paradosso di Gettier” piuttosto sospetto. Cosa rispondereste all’irriverente ricercatore ?
Poniamo che si presenti un terzo ricercatore, un indipendente di passaggio, un “cultore della materia”, Mario, che vi facesse osservare che il cluster di leucemia infantile nella scuola non è stato solo un cluster, ma anche un cluster anomalo: con una distribuzione temporale e una distribuzione spaziale entrambe estremamente ristrette, e che riguarda un numero di soggetti basso relativamente alla popolazione potenzialmente esposta alle stesse cause. Un attacco repentino e simultaneo, che è apparso e si è spento velocemente tra quattro mura o poco più. Un fenomeno anomalo in quanto il cancro è una patologia a sviluppo biologico lento, della durata di anni, e qui si hanno soggetti in giovane età; quando il cancro è causato, come in genere avviene nei clusters, da una esposizione a cancerogeni ambientali, in genere gli incrementi di incidenza si distribuiscono con una dispersione non trascurabile nel tempo e nello spazio. Per la simultaneità e la ridotta estensione temporale, il cluster assomiglia a quelli dovuti a una causa infettiva, mentre sembra difficilissimo che possano averlo generato agenti cancerogeni; ma assomiglia a un cluster di tipo tumorale più di quanto non assomigli a un cluster infettivo per il basso numero di soggetti colpiti. La forte circoscrizione spaziale è possibile, ma atipica, rispetto a entrambi i generi di cluster. Appare quindi come un cluster particolare, che si potrebbe definire “cluster puntiforme”: netto e marcato, molto piccolo, di durata molto breve.
Mario aggiunge che esistono degli elementi semplici, noti ma gravemente trascurati e travisati, che consentono di costruire una spiegazione teorica coerente di questo genere di cluster di leucemia infantile, senza introdurre fattori ipotetici non ancora individuati, e inoltre dando conto delle sue peculiari caratteristiche di cluster puntiforme: a) la capacità di un contagio virale di provocare reazioni linfoblastomatose non neoplastiche, che mimano biologicamente il quadro diagnostico della LLA; capacità che forse si incontra con la predisposizione di alcuni soggetti, diffusa nella popolazione, a tali reazioni non neoplastiche; b) la tendenza storica, sempre crescente, della medicina a espandere le diagnosi di cancro, classificando o riclassificando il maggior numero possibile di varietà di proliferazione come più maligne di quanto non siano biologicamente; tendenza che nel caso della LLA ha assunto la forma della non volontà e dell’incapacità di discriminare, non sulla base di convenzioni o evidenze indirette, ma rigorosamente, su basi scientifiche indiscutibili, tra leucemia linfoblastica e reazioni linfoblastomatose non neoplastiche (un tema che, in un’agenda di ricerca seria e onesta sulla LLA infantile, avrebbe dovuto essere al primo posto nei trascorsi decenni di ricerca, anziché venire proscritto); c) fenomeni di suggestione e contagio psicologico innescati e propagati su genitori, bambini, e medici, dagli allarmi mediatici che vengono lanciati sui tumori infantili da alcuni anni (es. i recenti “SOS”, supportati da interventi della magistratura, sul rischio di contrarre la leucemia infantile per cause ambientali, come “l’elettrosmog” dei trasmettitori di Radio vaticana di S. Maria in Galeria; e sul rischio di contrarla a scuola, come il caso delle antenne di Monte Mario). Questi sono tre fattori che potrebbero interagire fino a dare luogo alla rilevazione di cluster puntiformi di diagnosi di leucemia linfoblastica, rilevazione dovuta in realtà a un insieme combinato di bias. Le cure chemioterapiche, coi loro effetti di obliterazione del quadro biologico e di mimesi del quadro clinico fisserebbero poi l’errore (Pansera F. Relazione tecnica sull’omicidio doloso di Ketha Berardi, 2001. p. 15. consegnata al PM Mastelloni della Procura di Venezia in seguito a convocazione dei CC di Brescia, mediante il luogotenente Carrozza, il 26 set 2007).
Che ne fareste dell’ipotesi di Mario, tenendo conto che Mario ha un problema, ed è egli stesso un problema. Già in precedenza su altre malattie ha avuto ripetutamente uscite simili; per esempio, tanti anni fa scrisse un articolo dove mostrava che alcune caratteristiche morfologiche depongono contro una causa immunologica per la sclerosi multipla; senza volerlo, lo pubblicò proprio mentre veniva approvato, avendo superato “severissimi” requisiti, un nuovo farmaco, l’interferone, che invece si basa sulla teoria immunologica (la pubblicazione dell’articolo fu ritardata, così che comparve negli indici bibliografici appena dopo il trial clinico sul quale si basò l’approvazione dell’interferone per la sclerosi multipla). In questi giorni, 3 giu 2010, il British medical journal pubblica un articolo, “Multiple sclerosis risk sharing scheme: a costly failure”, sul danno derivato dai salti mortali amministrativi che sono stati fatti in Inghilterra per pagare le multinazionali acquistando l’interferone, e un altro farmaco pure basato sulla teoria immunologia della sclerosi multipla, nonostante un’analisi dell’ente di valutazione dei farmaci britannico, il NICE, avesse mostrato nel 2001 che il loro rapporto costo/efficacia non ne giustificava l’uso.
(Nel “risk sharing” lo Stato riduce i pagamenti se il farmaco si dimostra inefficace; da un lato ci si chiede su quali basi scientifiche è stato allora introdotto un farmaco se si ammette che può darsi che non funzioni; ma ai pazienti e il pubblico queste domande non piacciono, e, facendo leva sulle loro umane ansie e paure, si può presentare il contratto come un pragmatico sistema di controllo. L’introduzione dell’interferone fu supportata anche da comitati di pazienti, così come ora alcuni comitati di genitori stanno involontariamente contribuendo al business dei tumori infantili contro l’interesse dei bambini. Quello che è accaduto in UK è che i pazienti andavano male, ma la commissione esaminatrice giudicava che era prematuro ridurre i pagamenti. E’ un escamotage per sbolognare farmaci che sono lucrosi ma che è particolarmente oltraggioso fare approvare come validi; assomiglia un po’ al “contratto con gli Italiani“ di Berlusconi. In Italia finora non c’è stato bisogno di simili moine per dare alle multinazionali farmaceutiche quello che è delle multinazionali farmaceutiche, ma di recente il risk sharing, che ha conseguito questi brillanti risultati altrove, è stato introdotto anche da noi, dall’AIFA, per il lapatinib, un farmaco di ultima generazione contro il cancro avanzato della mammella; il prezzo, ora è calato, 1800 euro a scatola; il NICE ha bocciato il lapatanib, e ha bocciato anche il risk sharing sul farmaco).
Se le multinazionali vengono favorite a tutti i costi, chi è loro d’intralcio riceve un trattamento opposto. Mario autofinanziava le sue ricerche col lavoro di assistente ospedaliero, non chiedeva né soldi né riconoscimenti né altro; riteneva che la discussione sulle tesi che avanzava andasse limitata – come per tutte le ipotesi mediche non dimostrate, incluse quelle più titolate – all’ambito degli addetti ai lavori nelle sedi deputate. Per questo, sempre secondo quanto dice lui, è stato segnato come un inetto, un disturbato, e cacciato dal lavoro, facendolo controllare da istituzioni dello Stato prostituite, che lo hanno trattato come un soggetto da tenere sotto stretta sorveglianza, ostacolandolo e screditandolo nelle maniere più basse, punendolo come un topo di Skinner ogni volta che apre bocca e dice qualcosa di sgradito agli interessi criminali del business medico. Un sistema che funziona: ora, se non fosse pestato a dovere e screditato chiederebbe di avere più dati sul cluster di LLA, e cercherebbe di meglio definire la sua ipotesi, e di pubblicarla. Considerereste l’ipotesi di Mario insieme alle altre, verificandola, approfondendola e testandola? Oppure fareste finta di nulla, ignorando l’outsider, o giudicandolo inattendibile una volta informati della sua pessima reputazione ? Oppure vi sembra appropriato, a voi del gregge di Pericle, dare un giro di vite alle misure di contenimento di Mario ?
Vi sembra la cosa giusta da fare, dopo che il caso del cluster nella scuola è stato reso noto dai media, dichiarare che non ci sono risposte certe, imporre la censura sulle risultanze degli studi su ciò che è avvenuto nella scuola, in modo da impedire analisi come quella che potrebbe condurre Mario, e contemporaneamente dare fiato alle trombe e diffondere sui media l’ipotesi di Gianni, nonostante le critiche di Lorenzo, e nonostante che secondo l’ipotesi di Mario ciò potrebbe essere causa attiva, oltre che causa per omissione, della diffusione di quello che si dice di voler impedire, e quindi causa di danni alla salute di altri bambini ? E vi sembra corretto, mentre affermate che non si sa cosa sia accaduto nella scuola, sfruttare il caso della scuola per diffondere l’allarme mediante ipotesi tanto apocalittiche quanto lontane dall’essere sufficientemente provate su un effetto mutageno dell’inquinamento sulle cellule germinali dei genitori come causa di un ineluttabile aumento dei tumori infantili ? (Questo è ciò che è accaduto nella realtà).
“Sì, è tutto sotto controllo; non sappiamo bene cosa sia successo; certo, sembra proprio che a causa di questo maledetto inquinamento una quota di bambini sia predestinata a sviluppare il cancro, ma non alimentiamo psicosi collettive”: si sta allarmando o tranquillizzando? Si può anche allarmare fingendo di voler smorzare i toni e tranquillizzare: è una figura di pensiero che viene attualmente annoverata, col nome di “amblisia” (che originariamente si riferiva al preparare a una cattiva notizia nel dramma greco), tra quelle che si impiegano per ottenere un effetto comico.
Questi indovinelli sono interessanti anche per i giuristi, ai quali del resto a volte piace scambiare i ruoli con la corporazione cugina dei medici; si possono elencare diversi motivi di interesse. Del caso del cluster di leucemie nella scuola Cuoco Sassi si occupa la Procura di Milano, che ha formulato un’ipotesi di lesioni colpose. I giuristi citano Giolitti: le leggi si applicano coi nemici e si interpretano con gli amici. E’ bene che sappiano che anche in ambito scientifico valgono i due pesi: Tomatis ha osservato che gli standard di prova richiesti per il nesso causale tra agenti cancerogeni ambientali o occupazionali e cancro umano (nesso che quando stabilito ostacolerebbe i profitti dei grandi interessi) sono molto più severi di quelli coi quali si attribuisce il cancro allo stile di vita personale (che discolpano l’industria, e favoriscono il business del cancro spingendo le persone a fare accertamenti). In certi casi, si arriva alla divinizzazione di ipotesi di comodo gracili e deformi, mentre ipotesi alternative non gradite non solo non vengono verificate, ma divengono desaparecidos. E’ stato detto che il metodo di prova scientifico discende storicamente dal metodo di prova giuridico; e, contrariamente a quel che si può credere, i giuristi applicano nel lavoro giornaliero la logica più dei ricercatori biomedici (che infatti trarrebbero vantaggio dallo studio dei princìpi della prova giuridica). Le fallacie (e le frodi) cognitive sono pure d’interesse per i giuristi (Bona C. Sentenze imperfette. Gli errori cognitivi nei giudizi civili. Il Mulino, 2010). La medicina è un settore di primaria importanza dell’economia, della politica, della vita civile, dell’etica. Mi pare che l’influenza da H1N1 una parentela con il rigoglioso sbocciare del business della leucemia infantile di sicuro ce l’abbia; una parentela da manette: di recente è stato rivelato che la dichiarazione della pandemia, che ha fruttato fatturati di miliardi di dollari alle case farmaceutiche, è stata favorita da “kickbacks” (tangenti) agli esperti della OMS. La Costituzione, fino a quando non verrà ridotta alla versione di Achille, a favore di Berlusconi, sancisce anche la libertà della ricerca scientifica. Ma il comma è già di fatto cassato, e sostituito da un altro che stabilisce a riguardo l’applicazione del citato art. 1 di Achille, a favore non del brianzolo liftato e con la bandana, ma del potere senza volto dei grandi interessi consumistici che Pasolini preveggente indicava come il nuovo vero fascismo. Del resto, il magistrato Renzo Lombardi l’aveva già scritto con una perifrasi, e parlando seriamente: il potere, incluso in alcuni casi quello incarnato dai magistrati, “fa quello che gli pare, se gli pare e quando gli pare”.
Sempre per rilassarsi, un anno fa (4 giu 2009) su questo blog un commentatore proponeva come “passatempo per l’estate” di occuparsi della mia identità “così enigmatica e sfuggente”. Presentava a riguardo anche degli anagrammi. C’è un modo interessante di svolgere questo gioco: procurarsi il libro “La fiera della sanità” di Daniela Minerva, BUR, 2009; leggerlo, in modo da avere una buona panoramica sugli scandali noti della sanità italiana. Scorrere quindi l’indice analitico, cercando di individuare i cognomi identici di due medici che non sono parenti, ma sono accomunati dall’essere stati messi entrambi in carcere per bruttissimi reati. Il mio cognome è lo stesso, e anche la professione. E anch’io, come i due soggetti citati nel libro, rappresento una visione “estrema” della sanità non desiderata dal potere. Per esempio, una visione rigidamente contraria a provocare, per fare soldi o acquisire prestigio e potere, lesioni che possono essere mortali a bambini, trattandoli senza necessità con pesanti terapie oncologiche giocando sulla circostanza che la medicina è stata sciatta e sbadata, volutamente, nel definire sul piano dottrinale la leucemia linfoblastica del bambino (e in certi casi essendo i singoli clinici molto sciatti e peggio che negligenti nella diagnosi). Una visione della sanità che oltre ad essere contraria alla corruzione descritta nel libro è contraria anche ad un genere di corruzione strutturale della medicina che nel libro è solo accennata (v. La magistratura davanti alle frodi mediche di primo e secondo grado). Fatto curioso, anche io sostengo di essere stato privato dallo Stato della libertà personale, come i due omonimi.
Curiosamente, lo Stato ha in pratica tolto dalla circolazione tre medici omonimi tutti e tre rappresentanti di forme di medicina devianti rispetto al business della medicina; un business che vuole essere una forma di sfruttamento istituzionalizzata, né onesta, dietro la maschera, né identificabile in forme tradizionali di crimine - alle quali peraltro può all’occorrenza appoggiarsi – come la crassa violenza mafiosa o le truffe grossolane. Dei tre medici, due sono stati eliminati dalla vita pubblica ufficialmente, perché si sono macchiati di gravi reati, e il terzo è stato epurato e messo agli arresti senza dichiararlo, perché può essere controproducente, oltre che essere illegale, la censura aperta delle sue posizioni. Posizioni come la tesi che oggi è antiscientifico e disonesto negare o trascurare la pesante influenza dell’Offerta di medicina – che è guidata da un interesse amorale a ottimizzare il profitto – sulle definizioni e sui criteri di diagnosi delle malattie, prima ancora che sulle terapie; o la tesi che è in corso una campagna di marketing per lanciare le malattie pediatriche e in particolare le neoplasie pediatriche; campagna che favorisce le sovradiagnosi di tumore su bambini (v. Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi; Mistero leucemia), con i banali orrori che ne conseguono. Una campagna che fa diffondere presso il grande pubblico da rinomati esperti spiegazioni ad hoc sulle cause dell’asserito incremento, presente e futuro, dei tumori in età pediatrica; che assicura a queste pezze d’appoggio teoriche, non importa quanto speculative, contorte, contraddittorie e pericolose, un monopolio, col sistema del racket: con la persecuzione subdola e implacabile di chi potrebbe contestarle sul piano tecnico avanzando temi, ipotesi, argomenti e critiche.
Le spiegazioni alternative e critiche devono essere represse sul piano scientifico, e non devono esistere nel dibattito politico e nello spettacolo che si propina al pubblico. “C’è la possibilità … che le nostre conoscenze nel campo sono ancora troppo limitate per sapere in che direzione guardare” ha dichiarato l’epidemiologo che ha condotto l’indagine sul cluster della Cuoco Sassi. Quando ci si trova in questa condizione, di non sapere in che direzione guardare, propria dell’inizio di qualsiasi campo di ricerca (e non si dovrebbe essere ancora al “caro babbo” sulla LLA infantile, dopo tanti anni e così tanti soldi spesi in ricerca oncologica), si dovrebbe indagare “ a 360° ” prima di imboccare una o più direzioni. Ma in realtà si vuole che l’angolo visuale delle indagini resti sempre il più ristretto possibile, un sottile spicchio orientato in modo che si ottengano i risultati e i non-risultati che sono più vantaggiosi per l’Offerta, anziché per il pubblico e i pazienti. Il “bavaglio” non è solo quello delle intercettazioni, e non è applicato solo da Berlusconi.
Negli Anni di piombo ci sono stati alcuni magistrati e poliziotti che non abboccavano ai depistaggi, né facevano finta di abboccare per quieto vivere o perché collusi, e indagavano fuori dall’angolazione consentita; ed è accaduto che a questi inquirenti i pupi del terrorismo o della mafia gli abbiano sparato, o i superiori li abbiano messi sotto procedimento disciplinare. (E c’è stato qualche magistrato che ha ritenuto opportuno scriverle sotto pseudonimo, certe osservazioni sull’eversione). La campagna di marketing sui tumori pediatrici, che potrebbe essere chiamata “Operazione Erode”, è un esempio delle forme che l’eversione dall’alto assume al tempo della globalizzazione; un’eversione dall’alto che gode – non è la prima volta – della cooperazione della magistratura e delle forze di polizia, che hanno aiutato la campagna spendendo il loro prestigio a favore della diffusione del falso, dando credibilità coi loro interventi alle notizie e agli “scandali” adatti alla propaganda, e chiudendo nei cassetti le notizie e gli scandali che occorre tenere celati. E fermando un medico scomodo con lo stesso zelo, ma in silenzio, col quale hanno messo fragorosamente in galera l’omonimo medico mafioso e l’omonimo chirurgo della S. Rita; come se la legalità non fosse demarcata da una soglia ma da una finestra, una forchetta, con un limite superiore oltre che un limite inferiore, e il compito di magistrati e poliziotti fosse quello di mantenere l’andamento delle cose entro questi due limiti, sia reprimendo l’illegalità che può danneggiare l’ordine desiderato dai grandi interessi, sia stroncando forme di impegno e di onestà che possono danneggiare gli stessi interessi.
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19 maggio 2010
Blog di Beppe Grillo
Commento al post “La querela dei poliziotti condannati” del 18 mag 2010
Il caso Aldrovandi dovrà essere studiato come esempio di diplomazia curiale. Il maestro sulle cui parole il giudice ha giurato, che ha smontato la tesi della “excited delirium syndrome”, negando – giustamente – dignità scientifica a tale entità, ha poi firmato un articolo dove si afferma che alcuni casi di morte sono dovuti a quella stessa sindrome (European Heart Journal. 2010; 31(3):318-329). I condannati continuano a usare i 2 berretti del poliziotto: citano in giudizio la madre di chi hanno ammazzato di botte. Ma la polizia quando vuole zittire può fare di peggio, mentre i magistrati guardano dall’altra parte; ricorrendo a sistemi che riscuoterebbero l’approvazione e l’invidia di delinquenti consumati. Indignazione per le querele, futuri applausi per il proscioglimento; speriamo che queste bordate di lacrimogeni non coprano col loro fumo la scarsità dell’arrosto: l’impunità di fatto. Un omicidio nel quale intenzionalmente rappresentanti dello Stato, professionisti dell’uso legale della forza, hanno usato una violenza selvaggia, considerato eccesso colposo di legittima difesa. Quanto era il rapporto (somma delle masse dei 4 “difensori”)/(massa dell’ “aggressore”)? Armi a parte, quanti chili di poliziotto per ogni chilo di Federico? Troppi da una parte. E troppo pochi dall’altra: quale casistica, quali analogie valide, non fittizie, esistono per un’ematoma del fascio di His in assenza di altre lesioni traumatiche toraciche, provocato da una compressione esercitata da una persona che monti su una persona prona? Il principio di parsimonia, se non altro, imporrebbe di considerare la sola asfissia da compressione; ma qui tutto segue un rito bizantino – cioè romano – basato sull’ambivalenza; dai non sequitur giudiziari, alla paura verso le istituzioni seminata nel popolo con le denunce mediatiche di questi pestaggi, alla violenza tramite la pubblica sicurezza contro voci libere e scomode.
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10 maggio 2010
Segnalato il 10 mag 2010 sul blog “Uguale per tutti” come commento al post “Tutela della libertà di corrispondenza nell’era di internet: anno zero?” del 7 mag 2010
“È difficile vivere nei tempi in cui la società si trasforma in Ecclesia, coi reprobi e gli ammessi, e con un onnipotente che sa tutto”
Corrado Alvaro, Quasi una vita
“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione, e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni ed idee attraverso ogni mezzo”.
Art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (ONU, 1948)
Il dr Saracino usa parole che avevamo quasi scordato, ricordandoci che abbiamo un fondamentale diritto al segreto secondo l’art. 15 della Costituzione, che tutela la libertà e la segretezza delle comunicazioni. Oggi invece nel parlato comune, e anche nel linguaggio delle istituzioni, si usa “privacy”, eufemismo soft, e non va di moda citare il diritto alla segretezza. La diade privacy/sicurezza viene usata retoricamente: si parla di privacy per bloccare le intercettazioni dei birboni, e di sicurezza per piazzare telecamere, schedare, limitare diritti, etc. Pigiando come un bravo organista ora su uno ora sull’altro di questi due pedali, si ottiene una musica che configura un mondo dove il singolo è sempre più controllato, e il potere è sempre meno soggetto a controllo. Penso che volendo discutere di questi temi – diritto alla riservatezza; intercettazioni; videosorveglianza; database che registrano atti amministrativi, consumi, spostamenti, dati sensibili, etc. – sia oggi divenuto indispensabile introdurre un terzo parametro, una terza “grandezza”, etica, politica, giuridica, che chiamerò “panottismo”, e che rappresenta la asimmetria tra controllori e controllati.
Il Panopticon, progettato da Bentham, è una costruzione che ottimizza il controllo. E’ composta da un anello di celle con al centro una torre di guardia. Nel modello puro di panopticon le celle sono aperte verso l’interno, senza la porta e senza l’intera parete della porta, così che il prigioniero sia costantemente esposto allo sguardo dei guardiani nella torretta. Il panopticon è stato assunto da Foucault, in “Sorvegliare e punire”, come simbolo della relazione asimmetrica di potere costituita dal controllo invisibile, che vede senza essere visto; simbolo dei “dispositivi disciplinari” che impalpabilmente permeano l’intera vita dei controllati. Platone, nella Repubblica, usa la leggenda dell’anello di Gige, che rende invisibili, per mostrare come l’essere invisibile tra i visibili porti all’empietà, perfino se si è giusti. Uno psichiatra, Abreu (Come diventare un malato di mente, Voland, 2005) parla dell’asimmetria di potere basata sul controllo che si sta instaurando ai nostri tempi. Per Abreu, come per altri prima di lui, il segreto è la fonte del potere. Il potere difende con le unghie i suoi segreti, anche istituzionalizzandoli: segreto di Stato, bancario, professionale, istruttorio etc.. Allo stesso tempo, pratica forme crescenti di intrusione nella sfera privata che portano a gravi conseguenze, politiche e psicologiche: forme derivanti da una volontà di “trasformare ogni persona in un elemento manipolato, senza spazi di autonomia né di critica”. Abreu consiglia: “non fidatevi di chi vuol sapere tutto di voi senza raccontarvi niente in cambio”. L’opposto dell’insegnamento della trasmissione “Il grande fratello”, che spinge i giovani ad accettare e agognare giulivi di vivere sotto una rete di telecamere; beccandosi tra di loro in continuazione come polli, cercando di fregare i compagni, e, notare, confessandosi regolarmente all’autorità. Un bel modello di vita. L’ocaggine popolare che si sposa con la paranoia del potere.
Il controllo mediante strumenti tecnologici può essere una forma di oppressione internalizzata erga omnes, ma può anche servire a fermare determinati soggetti invisi al potere. Usato con ostentazione, può divenire una forma di intimidazione, di condizionamento degli oppositori. Non più il lebbroso, cioè l’isolato, ma l’appestato, cioè il controllato, scrive Foucault. Il controllo esibito, nel quale al soggetto viene fatto sentire che ogni suo passo è sotto l’occhio di un guardiano. Così che sa che a quell’incrocio incontrerà quel certo mezzo; che non potrà entrare o uscire da una libreria o una biblioteca senza incrociare sulla porta un paio di CC o di PS o di vigili urbani; che la spesa ai supermarket la si va a fare solo con una “scorta” di polizia; che non tornerà mai a casa senza avere incontrato almeno un mezzo della polizia; sa che quando dice o fa qualcosa di sgradito oltre al silenzio ufficiale troverà puntuali per strada microincidenti sibillini ai quali non farebbe molto caso se non fossero costanti e prevedibili; dal Carabiniere così maldestro che nel cuore di Brescia, in Piazza Paolo VI, di fronte al duomo, ti punta inavvertitamente il mitra addosso; agli spazzini della municipalizzata che in pieno giorno, sempre solerti con le spazzatrici stradali, al punto di impolverarti con quello che sollevano da terra, soprattutto davanti al duomo, sono però così sbadati che ti schizzano con le lance ad acqua ad alta pressione, con le quali si scrosta anche lo sporco più tenace. (Poi ci sono anche le operazioni interforze, a tenaglia, dove si resta presi tra spazzatrice e poliziotti, che quindi ti chiedono i documenti; sempre davanti al duomo). Decine di varianti su questi schemi, ripetute centinaia e centinaia di volte, possono essere usate senza tregua per porre una persona formalmente libera in uno stato non dichiarato di detenzione e di privazione dei diritti; uno stato simile, non solo metaforicamente, a quello del Panopticon. Questo controllo è anche uno strumento capace di provocare, invisibilmente, danno fisico. Può così trasformare la persona più distratta ed estraniata in un braccato che si aggira per la città come se fosse in una giungla abitata da belve e cannibali. Ai tempi della cavalleria si diceva che l’arco, che colpisce da lontano, è l’arma dei vigliacchi. Spero un giorno di poter raccontare per esteso come l’arma dei vigliacchi oggi siano le telecamere.
Il panottismo odierno è conseguenza delle nuove tecnologie, che hanno permesso forme di controllo ben più potenti di quelle pensate da Bentham, l’eccentrico padre dell’utilitarismo. Ricordo in USA una sera a un party del reparto di anatomia patologica dove lavoravo, che un tecnico di laboratorio, una donna, dopo avere attinto alla coppa del punch un po’ di volte raccontò che col marito avevano comprato per poche decine di dollari uno strumento che permetteva di captare le conversazioni dei vicini, e quanto ciò fosse divertente. Una piccola telecamera oggi costa pochi euro; e le telecamere possono facilmente essere collegate a computer, che possono conservare i dati ed effettuare potenti elaborazioni. Le telefonate sono facilmente controllabili da chi ha ne ha i mezzi, mentre è estremamente difficile impedirlo. Le onde elettromagnetiche sono una fondamentale realtà fisica; noi coi nostri sensi non percepiamo che una minima parte del mare di onde elettromagnetiche nel quale siamo immersi; oggi con la tecnologia si è trovato il modo di produrre e imbrigliare tali onde, e di rilevarle quando siano usate per comunicare. Esiste lo “spazio hertziano”, e ora che lo abbiamo colonizzato facciamo fatica a comprendere che in esso valgono leggi fisiche e conseguenze di leggi fisiche differenti da quelle del mondo macroscopico che conosciamo per stato di natura. Si è trovato il modo di rilevare anche le altre forme di comunicazione; inclusa, come osserva Abreu, buona parte della comunicazione con noi stessi. A ciò si è aggiunto il trattamento digitale, che permette di conservare e processare quantità a piacere di informazione in maniera altamente flessibile e a basso costo. Va riconosciuto che viviamo letteralmente in un altro mondo rispetto a pochi anni fa; viviamo in una “infosfera”, dove le informazioni vengono emesse, e anche raccolte, con grande facilità; dove quindi mantenere la riservatezza è divenuto oggettivamente difficile. Al tempo nel quale furono sanciti i princìpi sulla segretezza e sulle relative eccezioni in nome della sicurezza vi era un mondo possibile, parallelo al mondo reale, dove era facile controllare le comunicazioni. Ora siamo passati in tale mondo; è questo nuovo mondo reale che ora abitiamo che l’etica e il diritto devono considerare.
Secondo il famoso saggio di Walter Benjamin, col sopraggiungere della sua riproducibilità tecnica l’opera d’arte ha mutato la sua essenza; e anche la sua funzione e il suo ruolo sociale. Oggi è accaduto qualcosa di simile con il progresso tecnologico nella sorveglianza e nella intercettazione. Prima, fino a pochi anni fa, il diritto alla segretezza corrispondeva al divieto di superare gli ostacoli materiali e tecnici che si frapponevano tra la volontà di sorvegliare e intercettare e l’esecuzione di tale volontà. Oggi con lo sviluppo dell’elettronica e del digitale, per il potere, e in alcuni casi anche per i comuni cittadini, tra la volontà di spiare o controllare e il suo soddisfacimento non c’è che un passo. Le innumerevoli registrazioni video sono eseguite a tappeto, così che solo una percentuale infinitesima viene utilizzata per le indagini giudiziarie; per le aziende telefoniche registrare le telefonate è un gioco da ragazzi. In alcuni casi, come per le email, raccogliere le informazioni è in pratica consustanziale al servizio. Le tecniche di marketing di datamining e profiling sono ad uno stadio avanzato. E’ esperienza comune che se si cerca un prodotto online, poi per un periodo la pubblicità di quello stesso genere di prodotti apparirà aprendo pagine web che prevedono pubblicità. Non si è distanti da una situazione dove tutto ciò che viene prodotto o scambiato per via elettronica viene conservato e catalogato (e con “Echelon” si è già in questa situazione).
L’espressione “diritto affievolito” per me ha il suono di una moneta falsa; ma qui c’è un diritto, quello alla riservatezza per il semplice cittadino, che è stato oggettivamente affievolito, non da abili annacquatori dei patti costituzionali, ma dalla realtà storica e materiale. Giuristi e filosofi del diritto hanno senza dubbio studiato questi casi, nei quali un mutamento epocale “spiazza” alcuni diritti, e la loro tutela. Pensiamo a come muterebbe il dibattito sulla morte pilotata, o quello sul “testamento biologico” che lo maschera, se, ipoteticamente, il nostro corpo fosse provvisto di un “bottone di spegnimento” e bastasse premerlo per darsi la morte; o si potesse programmarne l’azionamento in funzione di alcuni parametri vitali, es. l’attività elettrica cerebrale. Un bottone rudimentale di questo genere è già stato inventato da molto tempo: le armi da fuoco, che hanno una “levetta di spegnimento” con la quale è possibile spegnere la vita, soprattutto l’altrui, sia pure con alcune limitazioni come la disponibilità di un’arma, il dover prendere la giusta mira, trovarsi a distanza utile, etc. Secondo alcuni storicamente sarebbe stato proprio il mutamento dei rapporti di forza provocato dalla relativa disponibilità delle armi da fuoco, che permettono di colpire a distanza, ad avere spinto verso forme di governo più democratiche. In effetti, già Machiavelli, nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, aveva avvisato il Principe di non tirare troppo la corda nello spogliare i sudditi della “roba” e dell’onore, perché un coltello è alla portata di tutti; con le armi da fuoco il potere ha dovuto farsi più guardingo. Così un progresso tecnologico che ha generato dei mali, paradossalmente ha anche causato un parziale riequilibrio di forze tra governanti e governati, tra oppressori e oppressi. Sono un obiettore di coscienza, non porto armi, e sono contento di questa scelta, anche se Machiavelli predice la “ruina” ai disarmati. Ma il diritto a portare armi di difesa previsto dal secondo emendamento della Costituzione USA mi appare meno sinistro e barbaro ora che conosco il mondo un poco di più di quando avevo vent’anni. Le strumentazioni tecnologiche di controllo hanno alcune somiglianze con le armi da offesa, e costituiscono forme di difesa dalle armi; e c’è il rischio che, come con le armi nei paesini del Sud, alla fine ad averle e adoperarle siano solo i delinquenti; oltre alle forze di polizia, naturalmente.
Il film “Il mestiere delle armi” di Olmi racconta la morte di Giovanni dalle Bande Nere nella imbelle Italia rinascimentale. Il condottiero fu ferito ad una gamba da un colpo di falconetto, un pezzo di artiglieria leggera, arma modernissima per quell’epoca. (A dare i falconetti ai luterani era stato il duca di Ferrara Alfonso d’Este. I lanzichenecchi ebbero così via libera per Roma, che misero a sacco. Del resto, ad appoggiarsi a potenze straniere a danno di italiani al duca glielo doveva avere insegnato, con l’esempio, il papato, che anche in questo ha una tradizione millenaria). Il film si conclude con una citazione dell’epoca, che condanna le nuove armi da fuoco come disumane e vili, e augura che vengano bandite. La storia mostra che le armi da fuoco non vennero soppresse in quanto poco cavalleresche, e che quello in realtà era appena l’inizio. E’ illusorio cercare di fermare con argomenti di principio, o anche con leggi, progressi tecnici che danno potere; occorre trovare altri modi per contrastarli. Ciò vale anche per il nuovo scenario delle forme di intercettazione e sorveglianza.
Il problema non è più solo l’equilibrio tra riservatezza e sicurezza; ma è anche quello del panottismo, dell’equilibrio tra l’essere controllati e il controllare nei rapporti tra il cittadino e lo Stato, e tra il cittadino e i soggetti forti. Una grandezza non assoluta ma relativa: data dal rapporto tra i due controlli. La difesa della sempre più risicata “privacy”, e della segretezza tutelata dalla Costituzione, è necessaria ma da sola è insufficiente, perché ora col panottismo contano i rapporti relativi, oltre che gli assoluti; è illusoria, perché per chi ne ha i mezzi spiare è diventato facile come camminare; è ingannevole, perché l’affermazione ufficiale che non si sta spiando non può essere facilmente smentita; ed è controproducente perché quando i politici oggi chiedono che ci sia maggiore “privacy” intendono essenzialmente il diritto dei potenti a farsi i fatti loro senza essere disturbati da polverose ubbie sul dovere di non versare né intascare tangenti, di non vendersi a poteri maggiori, etc. . D’altro lato, è in nome della sicurezza, si sa, che spesso viene tolta la libertà; aveva ragione Franklin a dire che chi cede libertà fondamentali in cambio di un po’ di sicurezza non merita nessuna delle due.
Credo che una risposta realistica alla nuova insidia a diritti inalienabili vada cercata in forme di reciprocità: nel ridurre lo squilibrio rappresentato dal panopticon. Se prima il potere controllava 100, e veniva controllato 10, oggi che controlla 1000 non può chiedere di essere controllato 3. Se si è in un paesino del Far West, che non si può pensare divenga per decreto una comune di gandhiani, allora che tutti possano portare la Colt al cinturone è il male minore. E’ stato osservato che le tecnologie avanzate a volte sono indistinguibili dalla magia; se Tizio e Caio giocano a carte, e Tizio ha acquisito una vista magica, che gli permette di sapere che carte Caio ha in mano, allora la richiesta di Caio di vedere le carte di Tizio, in modo da giocare entrambi a carte scoperte, è equa, anche se superficialmente appare come una pretesa assurda. Se difficilmente si può impedire al potere di esercitare un maggior controllo sul popolo, allora si deve riconoscere al popolo, tramite le istituzioni che agiscono per lui, un maggior controllo sul potere.
Pertanto le intercettazioni giudiziarie nell’ambito di indagini su un reato non solo non vanno ridotte, ma, su giuste e rigorose motivazioni giuridiche, vanno potenziate e rese più facili, come forma di controllo democratico sul potere, al fine di riequilibrare lo scompenso informativo. Massima cura va posta nel rispettare la sfera puramente privata dei potenti, che da questo punto di vista sono come tutti gli altri (e sarebbe ora di finirla di divulgare intercettazioni a contenuto piccante e grassoccio sui potenti, che danno loro l’appiglio per chiedere la “tutela della privacy”); massima cura va posta nell’impedire che i poteri che possono intercettare legalmente facciano un uso strumentale di questo mezzo, intercettando solo chi gli conviene, quando gli conviene; ma andrebbe stabilito che, essendo cambiato il mondo, i potenti, che da questo cambiamento traggono i maggiori vantaggi, devono anche loro essere esposti a maggiori controlli rispetto al passato, per ciò che attiene alle loro prerogative pubbliche. Andrebbe stabilito che la comunicazione interpersonale e la privacy sono state rese più permeabili al controllo, ad opera del potere, e che quindi non solo il potere non può chiedere maggiore opacità per sé, ma deve adeguarsi al corso che ha creato. In generale, all’introduzione di ogni nuova forma di controllo da parte del potere dovrebbe corrispondere una nuova forma di controllo sul potere. Altrimenti si torna indietro rispetto alla democrazia; allo squilibrio che c’era prima delle armi da fuoco e prima ancora. Il panottismo tecnologico appare far parte di una tendenza alla restaurazione, mediante tecniche modernissime e sofisticate, di forme di potere che parevano consegnate ai libri di storia. Si parla di aggiornamento della Costituzione; ma spesso con ciò si intende indebolimento anche formale dei già malconci diritti costituzionali. Un vero aggiornamento della Costituzione e delle leggi dovrebbe servire ad adeguare la salvaguardia degli stessi princìpi fondamentali ai mutamenti storici.
La constatazione del nuovo stato di cose può portare a distinguere più nettamente tra raccolta, utilizzo e divulgazione dei dati. Come detto, un tempo il problema principale era la raccolta, e i divieti e i regolamenti facevano perno su tale difficoltà. Oggi tale barriera si è abbassata, e per alcuni non esiste più; bisogna prenderne atto, anziché proseguire su una linea ormai anacronistica; e correre ai ripari, che possono consistere in un riposizionamento su posizioni più difendibili. Per l’utilizzo e la divulgazione le regole, se non dovrebbero essere indebolite, come chiede Berlusconi, e come piacerebbe anche a molti altri, non dovrebbero neppure cambiare radicalmente; l’interesse del pubblico ad avere informazioni su reati e comportamenti di chi li governa va contemperato con quello alla riservatezza, e anche col diritto alla solidità delle informazioni divulgate. Va osservato che la tecnologia, se da un lato facilita la raccolta, dall’altro permette di separarla più nettamente dall’utilizzo e la divulgazione, e quindi di controllarne almeno gli effetti. Si potrebbero introdurre registrazioni crittografate, dove i dati vengono fin dall’inizio trascritti in memoria in forma crittata (e non crittati successivamente). Informazioni “desemanticizzate”, private del pur minimo significato, che può però essere recuperato, ma non da chi le raccoglie o da altri: solo se così disposto dai magistrati, che dispongono materialmente delle chiavi per decrittare. Se per esempio un commerciante vuole inquadrare con una telecamera un tratto di strada pubblica per proteggere la saracinesca del suo negozio dagli scassinatori, e così facendo inquadra h24 anche i passanti e il parcheggio davanti a un’abitazione privata, allora dovrebbe essergli permesso di impiantare una camera, ma solo di un modello che critti i dati, in maniera che questi possano essere decrittati solo con chiavi custodite dall’autorità, e quindi possano essere letti non da lui stesso o da altri a piacere, ma solo su disposizione del magistrato per motivi d’indagine.
La facilità di raccolta non può essere impedita, ma il panottismo che provoca va contrastato. Per riportare entro un sistema di “checks and balances” il panottismo che oggi si aggira selvaggio nell’attuale infosfera si può pensare, se ciò non travolge troppi princìpi giuridici stabiliti, a forme di raccolta di massa di dati, es. le telefonate, ma nella forma crittata detta sopra. Occorre pensare a tale inedita varietà di informazione: non si ha un filmato o una registrazione, né assenza di dati; ma una nuova varietà di informazione, un’informazione in potenza, che i metodi crittografici permettono di controllare. I dati andrebbero raccolti non solo, come già avviene, da privati o da forze statali “deviate”, ma anche dallo Stato; senza che però nessuno, incluso lo Stato – neppure a scopo preventivo – possa leggerli se non con l’autorizzazione del magistrato, che ordina la decrittazione in base alle motivazioni classiche consolidate. Non dovrebbero esserci eccezioni al controllo “desemanticizzato” per le “alte cariche“; che anzi dovrebbero essere le prime; insieme ai magistrati, i poliziotti, i servizi, anche loro custodi che dovrebbero essere meglio custoditi. Se si forma, inevitabilmente, una raccolta di dati sensibili, anche in chiaro, come i database commerciali, tale raccolta deve essere messa in qualche modo sotto il controllo dei cittadini mediante lo Stato; al quale a sua volta va impedito il più possibile libero accesso a tali dati. L’obiettivo dovrebbe essere quello di evitare lo squilibrio informativo, l’invisibilità che osserva, soprattutto a favore di soggetti forti. Qualcosa di in fondo non molto diverso avviene già con acquisizioni da parte degli inquirenti di registrazioni in chiaro delle telecamere di sorveglianza che nessuno guarda normalmente, ma che hanno registrato immagini su un’area che casualmente è divenuta rilevante per le indagini su un reato; o con quelle dei tabulati telefonici. Non bisogna sottovalutare neppure la capacità della tecnologia di fornire strumenti per questo riequilibrio. Penso sia possibile un sistema di crittografia che impedisca, non in forza del dettato della legge, ma fisicamente, letture non autorizzate, con un sistema di chiavi distribuite a più soggetti istituzionali; con le solite eccezioni di fatto delle forze che comunque se ne fregano anche della parvenza della legalità, facendosi vanto di infrangere i segreti (e che se potenti, es. NSA, sono comunque coinvolte ab initio nel disegno degli algoritmi di criptazione). Ma la democrazia e le sue leggi non possono rimanere con l’arco e le frecce davanti a chi ha i fucili.
Occorre inoltre riconoscere al singolo cittadino un maggior potere di sorveglianza su ciò con cui viene a interagire. In USA vidi un nero ben vestito estrarre una macchina fotografica davanti a un massiccio poliziotto che aveva messo la sua faccia, che protrudeva da una testa di dimensioni bovine, a pochi centimetri da quella di un esile ragazzino nero; evitando così al negretto, che i poliziotti avevano fermato perché insieme ad altri si divertiva a rotolarsi sui cofani della auto in sosta, ammaccandoli, guai che minacciavano di divenire maggiori di quelli che si meritava. Posso testimoniare per esperienza personale che avere una macchina fotografica o una telecamera in mano può ridurre, anche se non eliminare, gravi forme di abusi e di molestie gratuite da parte di chi può usare il potere dello Stato, e può abusare dei mezzi per la sicurezza e delle tecnologie legali di sorveglianza; portare una telecamera è un peso e un vincolo, ma può evitare che le provocazioni trascendano in incidenti veri e propri. Penso che i cittadini dovrebbero, per equilibrare almeno parzialmente il panottismo, potersi dotare, se lo desiderano, di forme di controllo elettronico personali. Per esempio, minitelecamere che registrino tutto ciò che appare “in soggettiva” nel loro campo visivo quando escono di casa. Se il tabaccaio può filmarmi mentre passo davanti al suo negozio, se altri possono farlo, pare, senza dover neppure chiedere alcuna autorizzazione a nessuno, così che vengo filmato in continuazione da decine di telecamere a mia insaputa, dovrei potere a mia volta registrare ciò che avviene davanti a me. Il mio campo visivo, e ciò che vedo, è il bordo tra la mia persona e il mondo esterno e gli altri, è qualcosa sulla quale ho dei diritti e posso quindi esercitare tutele adeguate e proporzionate alle circostanze. Oggi invece tale bordo, tale terreno comune, è oggetto di “enclosure” da parte del potere. Si potrebbe regolare il permesso all’uso, e potrebbe essere estesa anche a tali strumenti la differenziazione tra permesso di raccolta crittata, di visione in chiaro e di divulgazione; limitando la raccolta a luoghi esterni, o subordinandone l’uso alla presenza di una situazione di pericolo o a un fumus persecutionis; o forse alla fine si dovrebbe liberalizzarli del tutto. Pensiamo a come sarebbero utili nelle situazioni di stalking; da parte di un ex partner fuori di testa (o anche per documentare lo stalking di polizia, tanto monotono quanto capace di acuti creativi). Potrebbero essere di fondamentale utilità contro i reati convenzionali. Forme regolamentate di controllo elettronico personale potrebbero prevenire crimini, facilitare ricostruzioni, appianare dispute legali, evitare errori giudiziari. Ho sentito Luciano Lutring, l’ex “solista del mitra” che ora tiene conferenze, commentare, col tono dell’artigiano che dice “ormai le costa meno comprarla nuova che farla riparare”, che oggi con le telecamere i rischi nel rapinare le banche sono tali che per i professionisti seri e con la testa sulle spalle è meglio mettersi a lavorare. Ma se gli strumenti elettronici che difendono le banche dai rapinatori, e, genericamente, chi sta meglio da chi sta peggio, ormai costituiscono una florida industria, strumenti analoghi volti a difendere il debole dal forte stentano ad essere sviluppati e commercializzati.
C’è anche il panottismo medico. Siccome poco importa, applicando la reciprocità, poter all’evenienza sapere che il medico di famiglia ha i calcoli alla cistifellea, o il CEO della multinazionale e il politico che hanno architettato l’ennesima truffa da bambini facevano la pipì a letto, bisognerebbe ridurre questo panottismo in radice, chiedendosi caso per caso se le mirabolanti innovazioni informatiche vanno nell’interesse del paziente o del business. (Comunque, un manuale di medicina anglosassone consiglia al medico di non parlare mai del proprio stato di salute ai pazienti). Nel dibattito pubblico si ammette che i database sanitari possano pregiudicare il diritto alla riservatezza su dati particolarmente delicati, e portare a situazioni di discriminazione, ma questo non è l’unico pericolo. Il fascicolo sanitario elettronico, dove sono raccolti tutti i dati sanitari del singolo, che trasforma in “fatti” indiscutibili dati che a volte sono frutto di errori più o meno legati a interessi illeciti, appare come un pericoloso strumento del prossimo venturo “Stato terapeutico”; un controllo accoppiato a autentiche forme di censura istituzionalizzata delle informazioni al pubblico e a volte ai medici (es. la European Medicines Agency ha rifiutato a un cittadino irlandese l’accesso a dati sulla sicurezza di un farmaco che appariva provocare tendenze suicide, sostenendo che le regole della UE sulla trasparenza non si applicano alle reazioni avverse da farmaci). Mentre abbondano gli stucchevoli discorsi sull’umanità delle cure, non ci si preoccupa di come queste nuove tecnologie possano portare il processo di cosificazione del paziente verso livelli ancora più alti. Va considerato anche che la registrazione digitale consente manipolazioni che erano più difficili col cartaceo e coi supporti analogici. Non ci si chiede con quali misure si preverranno falsificazioni della cartella clinica elettronica e degli esami per eliminare le tracce di reati. Si parla invece allegramente di “medicina virtuale”, e si attende impazienti la colonscopia virtuale (una nuova tecnica radiologica basata sull’elaborazione digitale delle immagini). Per evitare dolorosi dispiaceri ancora peggiori di quelli che possono derivare dalle tecniche tradizionali sarebbe meglio avere un atteggiamento scettico e diffidente sull’utilizzo dei mezzi elettronici nelle cure mediche.
Evviva, siamo nel mondo nuovo. La proposta che abbozzo sul contrasto al panottismo non aumenta la civiltà, perché allontana dalla natura umana, ma vorrebbe limitare i danni. Persa l’innocenza originale, non si può ricrearla, ma occorre costruirne una artificiale. La richiesta di potenziare le intercettazioni suona giacobina. L’idea di conservare tutte le comunicazioni mi dà lo stesso sconforto degli scritti di Borges che descrivono situazioni simili, con biblioteche sconfinate che contengono tutti i libri scrivibili di 410 pagine, e mappe in scala 1:1, che si sovrappongono esattamente al territorio che descrivono. Dotarsi di una videosorveglianza personale è una conclusione che, oltre a generare a sua volta altri grossi problemi giuridici, è triste, ricordando quel grottesco personaggio di un film di Almodovar, che girava con una telecamera fissata sulla sommità della testa. Stiamo comunque andando verso il cyborg: la propaganda stimola le nostre speranze mostrandoci esseri ibridi parte uomo parte macchina. Sui media sono celebrati sempre più spesso atleti con protesi meccaniche, ed esiste anche una saggistica accademica che giustifica ed esalta queste chimere. Ne beneficiano trapianti e protesi, terapie delle quali al pubblico vengono fatte conoscere solo le luci. Un recente studio ha riscontrato che le aspettative dei pazienti sulle protesi articolari sono superiori a quelle dei chirurghi che le impiantano.
E’ un po’ singolare che a proporre una tale simbiosi, a proporre di affiancare agli occhi e alla mente una telecamera e una scheda di memoria, sia uno come me, che è fortemente contrario all’esaltazione acritica delle tecnologie ingegneristiche applicate al corpo; che non ha messo neppure lo spioncino alla porta di casa, e per strada, se proprio un elefante non gli tagliava la strada barrendo, non si accorgeva di ciò che avveniva attorno a lui; che è tra coloro che apprezzano come uno dei maggiori piaceri della vita il camminare per il gusto di camminare, muovendosi liberi, senza impacci e impicci, senza una meta precisa, assenti rispetto alla quotidianità, seguendo la topografia dei pensieri più che quella delle vie; il piacere di sentirsi immersi nel mondo senza essere del mondo; sulle strade bianche e lungo i mattoni rossi del senese, dove la bellezza assume un volto semplice e naturale; tra i resti di quello che per tanti secoli fu il maggior faro, la Roma entro le Mura Aureliane, sciatta e sontuosa; sulla groppa di ordinati viali anonimi e senza fine del New England; e perfino nell’affannato reticolo di strade, che trasuda grettezza, del quadratino di Bassa lombarda dove ora abito. Ma questo appartiene a un mondo perduto, al quale non è possibile ritornare.
v. anche:
Sovranità popolare e informazione
La riduzione al sintattico nella lotta al Principe
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Blog Malvino
Commento del 9 apr 2011 al post “Panopticon” del 9 apr 2011
Mi dispiace che della metafora del Panopticon si sia impossesato Capezzone; per me rappresenta, piuttosto efficacemente, l’asimmetria tra controllori e controllati, come detto da Foucault:
http://menici60d15.wordpress.com/2010/05/10/privacy-sicurezza-e-panottismo/
Asimmetria che è proprio quello cui mira il padrone di Capezzone.
Su Wikileaks la penso come Tarpley, che ha scritto trattarsi di un’operazione di “limited hangout”:
http://menici60d15.wordpress.com/2010/12/07/da-quali-minacce-va-protetta-la-glaxo/
Ora non resta che aspettare che Capezzone o un altro scagnozzo parlino di limited hangout a danno di Berlusconi, mentre il dissenso blogger si attiene scrupolosamente alle linee guida dettate dall’alto, come il riconoscimento di Assange come voce libera.
Bentham era un eccentrico. Volle che il suo cadavere, imbalsamato, fosse esposto in una sala dell’University college di Londra, dove tuttora si trova. Speriamo che il dissenso italiano prenda un poco d’esempio da lui, e non si limiti a ripetere quello che gli viene propinato da Mediaset, Rai e c. come “antisistema”.
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Blog de Il Fatto
Commento del 26 dic 2011 al post di S. Santachiara “Accuse di plagio, rischia il progetto web antipedofilia del tycoon berlusconiano” del 26 dic 2011
postato su questo sito il 5 feb 2012 causa boicottaggio Telecom
Nel post “Privacy, sicurezza e panottismo”, del maggio 2010, ho proposto anch’io di conservare in forma crittata, e inaccessibile salvo procedura formale dell’autorità giudiziaria, tutto ciò che passa per i canali elettronici:
http://menici60d15.wordpress.c…
come conclusione di una riflessione teorica sulle violazioni della privacy e della libertà personale commesse col pretesto della sicurezza. Riflessione scaturita dall’indebito monitoraggio e stalking cui ero e sono oggetto; grazie a una magistratura a dir poco compiacente. I dati crittati andrebbero però tutelati nella maniera più rigida, incluso un sistema a chiave multipla, distribuita tra più soggetti istituzionali, come ho scritto. Neppure ai magistrati si può consentire di avere un controllo esclusivo su dati del genere. Lasciarli poi nelle mani delle forze di polizia, o di certi soggetti con le insegne della Telecom, che nella mia esperienza sono strettamente integrati con le forze di polizia in questi abusi, è come mettere il lupo a guardia dell’ovile. Francesco Pansera
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Il suo acido commento si potrebbe ribaltare: spesso una volta generata un’idea, implementarla non è così difficile. La crittografia delle registrazioni non è una invenzione epocale, ma, in linea di principio, l’elementare trasferimento e adattamento di tecniche già esistenti. Tanto che un non addetto ha potuto concepirla, e una moltitudine di informatici potrebbe metterla in atto. La teoria retrostante che la motiva sul piano etico e politico, che naturalmente attende di essere sviluppata, forse è più complessa. Io però mi astengo da simili comparazioni, perché ho grande rispetto per quelli che si occupano di tecnologia “hands-on”, e per i risultati che possono raggiungere. Ne ho di meno per chi ripete l’ideologismo tecnocratico che le idee (degli altri, non le loro) sono poca cosa, sono res nullius, che si trova per terra; che confonde il “come” costruire una cosa col “cosa” costruire e “perché” costruirla; o col perché non costruirla. E’ da oltre vent’anni anni che osservo che il plagio (parlando in generale) è a volte anche una forma efficace di censura: alcune proposte concettuali possono essere disinnescate togliendole a chi le ha avanzate con certe motivazioni, con certi fini, e mettendole in mani sicure; come quelle del Tiger team Telecom, per esempio.
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30 aprile 2010
Segnalato il 30 apr 2010 sul blog “Uguale per tutti” come commento al post “Qui tam pro domino rege. Riflessioni sul caso della dr.sa Arcifa” del 27 mar 2010
Prendo spunto dal commento della dr.sa Arcifa per proseguire la riflessione sul mio sito. Ci sono tanti casi possibili, diversi tra loro. Denunciare le scorrettezze e i reati degli uffici delle imposte, che, sia sul piano popolare che su quello ideologico, non sono le burocrazie più apprezzate e benvolute, è uno fra i tanti casi possibili. Come ho scritto altrove, denunciare chi ruba per sé anziché per il Principe può essere visto con favore in ambienti principeschi. Nel 2009 è cominciata la grande frenata sulla spesa sanitaria, e in USA, con la presidenza Obama, si sono messe in discussione, almeno verbalmente, regole che parevano sacre, come quelli sugli screening tumorali (mentre in Italia, se la “linea della palma” si espande verso Nord, la “linea del mammografo” geograficamente procede nel verso opposto); probabilmente non è un caso che nello stesso anno la denuncia di uno dei tanti giochi truffaldini di una potente multinazionale sia stata profumatamente ricompensata, dopo tanti episodi di “whistleblowers” in campo biomedico che se la sono vista brutta. Un caso finora raro: anni fa è stato osservato che le probabilità per un whistleblower di ricevere le ricompense previste dalle leggi USA, anziché la consueta scarica di legnate, sono pari a quelle di una vincita al lotto. E’ di questi giorni la notizia che un altro whistleblower riceverà dal governo USA 45 milioni di dollari; la società denunciata, l’AstraZeneca, ne pagherà 520 al governo USA per marketing di indicazioni improprie di un farmaco antipsicotico, il Seroquel. (AstraZeneca ha comunicato per il primo quarto dell’anno un incremento dell’utile operativo del 10%, a 3.86 miliardi di dollari). L’Attorney general Eric Holder ha detto a proposito che “[tali] atti illegali delle compagnie farmaceutiche possono mettere a rischio la salute del pubblico, corrompere le decisioni mediche, e prelevare miliardi di dollari direttamente dalle tasche dei contribuenti” (che è una sintetica descrizione di ciò che “happens all the time”). Queste notizie di un nuovo corso, oltre a mostrare che quando si parla di marketing farmaceutico si parla di un’attività molto concreta, dagli effetti estremamente concreti, ricordano che gli autori di giuste denunce dovrebbero essere semmai premiati piuttosto che essere puniti.
Il rispetto non delle regole in quanto tali, ma dei princìpi giusti e delle regole che da essi discendono, è praticamente sinonimo di civiltà. E’ quindi bene chiedere giustizia all’autorità preposta. Salvo che le circostanze impongano il contrario. Pochi giorni fa ho scritto all’amministratore del condominio dove abito perché facesse aggiustare finalmente il chiudiporta del portoncino d’ingresso, che rischiava di divenire un casus belli, e sono stato accontentato. Ora l’ordine regna sulla palazzina “Dalia”. Invece non ho a chi rivolgermi per cose molto più gravi. Gli ebrei che durante la Seconda guerra mondiale andarono a protestare presso i comandi tedeschi per i maltrattamenti ricevuti furono danneggiati dal loro senso di giustizia.
La risposta adatta alle rappresaglie per aver ostacolato ruberie dei colletti bianchi o crimini di alto bordo è diversa a seconda delle circostanze. La dr. sa Arcifa fa bene a rivolgersi, per l’ingiustizia subita, al giudice del lavoro, che verosimilmente la farà reintegrare. Diversi autori consigliano, nel caso dei ricercatori, di non fare affidamento su canali ufficiali, magistratura, agenzie di mediazione, etc. (es. Devine T. The whistleblower’s survival guide: courage without martyrdom, 1997. Citato in: Against the tide. A critical review by scientists of how physics and astronomy get done. A cura di Correidora e Perelman, 2008). Devine, che pure consiglia di collaborare, cautamente, con le autorità, scrive: “A public whistleblower should not expect justice”. E c’è di peggio. Qui in Italia c’è stato il caso di Marotta, e quello di Felice Ippolito, entrambi arrestati nel giro di un mese dalla stessa Procura per accuse apparentemente non collegate, nell’ambito di un’operazione che a detta di diversi commentatori soggiogò agli interessi degli Usa la ricerca e l’industria di punta italiane (a partire dalla divisione elettronica dell’Olivetti); l’attacco ebbe effetti irreversibili, e fu condotto proprio da esponenti della magistratura, alcuni come un PM braccio destro di un magistrato dalle frequentazioni poco raccomandabili: “E’ accertato, comunque, che Spagnuolo fosse in stretti rapporti con Sindona, amico di Nixon e finanziatore dell’ala dura degli strateghi della tensione” (G. De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia. Editori Riuniti, 1991). Qualcuno con fama di magistrato onesto e indipendente, ma evidentemente fortemente soggetto a farsi strumentalizzare dagli intrighi di politici corrotti e a farsi influenzare dalle campagne denigratorie di giornalisti prezzolati, visto l’accanimento che mostrò. Due anni prima era stato assassinato Mattei (fatto dimostrato di recente da un’indagine della magistratura, e rimasto nell’ombra grazie anche alle diagnosi psichiatriche che Montanelli e altri anticomplottologi lanciavano all’indirizzo di chi pensava non si fosse trattato di un incidente). Oggi ci si sta buttando nell’avventura delle centrali nucleari obbedendo agli ordini, così come allora si obbedì impedendo lo sviluppo del nucleare. La nostra classe dirigente non è solo corrotta: è anche compradora, dedita cioè a vendere assets nazionali a poteri egemoni esteri.
Il Procuratore Carmelo Spagnuolo è divenuto l’emblema dei magistrati che rendono le Procure “porti delle nebbie”, dove fatti grandi come navi scompaiono nel nulla. 15 anni dopo il caso Marotta il CSM rimosse Spagnuolo per il suo coinvolgimento in altre operazioni, più note e appariscenti. Marotta fu in seguito riabilitato. Comunque, come avviene in questi casi, che ricordano l’autoassemblaggio di componenti molecolari della cellula, dall’apparente disordine giudiziario nacque uno stabile ordine politico. Quei magistrati erano le persone giuste al posto giusto al momento giusto: il resto della magistratura prese le distanze a giochi fatti, ma non agì affatto, né agisce, come un baluardo; il volere di chi commissionò quel colpo di mano si è compiuto, e continua ad essere servito; l’intesa tra Stato ufficiale e Stato arcano continua a funzionare; e resta rilevante quanto scrisse a proposito nel 1965 l’Espresso: “Tra quaranta o cinquant’anni, uno studioso dei problemi sociali che vorrà accertare le ragioni dell’arretratezza culturale ed economica del nostro paese, individuerà certamente nello stentato sviluppo della ricerca scientifica una delle cause determinanti. Rivangando tra le testimonianze del passato, questo ipotetico studioso riesumerà un curioso processo che … sarà riuscito a scoraggiare e deprimere i ricercatori italiani ed avrà colpito alla radice uno dei fattori fondamentali dello sviluppo economico stesso” (Cit. in: Di Giorgio C. Cervelli export, ed. l’Unità, 2003). Oggi i ricercatori italiani non sono più depressi, ma in campo biomedico sono non di rado tanto obbedienti ai dettati della ricerca internazionale, e degli interessi privati che la dirigono, che ricordano l’allegria di un cagnolino che si alzi sulle sole zampe posteriori. O sulle sole zampe anteriori, in alcuni casi. Altro che cane a sei zampe.
Il ricorso al giudice è un poco come le medicine e gli interventi chirurgici o altre terapie: non dovrebbe essere peggiore del male. Si va sempre più verso la medicalizzazione della vita, per la quale in innumerevoli casi si medicalizzano affezioni banali e comuni problemi personali, e le persone passano la vita, senza reale fondamento, a riempire album di esami diagnostici, sottoporsi ai trattamenti più vari, ingurgitare psicofarmaci a palate, compiere periodici pellegrinaggi verso santuari medici e luminari, etc. ; analogamente, se si incappa in certe situazioni, a forza di legalismo si rischia di andare verso la “giuridificazione” dell’esistenza, vivendo in una serie ininterrotta di procedimenti amministrativi o giudiziari, in una perenne condizione di accusato o di postulante. (E può accadere il caso beffardo che, avendo contrastato la medicalizzazione, si venga colpiti mediante la “giuridificazione”). E’ giusto rivolgersi alla magistratura per avere giustizia, ma non è giusto dover chiedere ai magistrati ad ogni piè sospinto il permesso di vivere, non avendo fatto nulla di illecito, tutt’altro. Se ciò avviene, allora può insorgere, anche se non si è nati cuor di leone, “quella specie di coraggio disperato, con cui la ragione sfida a volte la forza, come per farle sentire che, a qualunque segno arrivi, non arriverà mai a diventar ragione” (Manzoni). E, oltre un certo limite, aiutati dall’arroganza dalla viltà e dalla pochezza di chi pensa di avere il coltello dalla parte del manico, si può decidere che non conta più “uscirne fuori”; che avere giustizia non è avere una sentenza che scagioni o riabiliti, e che al contrario l’unica giustizia possibile davanti a determinate porcate è proprio testimoniare, pagando s’intende; testimoniare affermando la corruzione delle istituzioni che dovrebbero tutelare i diritti.
Tale posizione diviene più chiara se non si pensa alla giustizia come a un mero servizio alla persona, ma si considera anche la dimensione sociale, che è quella che chi si oppone ai delitti del potere in genere ha ben presente. Margaret Thatcher ha detto che la società non esiste, e ai nostri giorni la consapevolezza della sfera pubblica, e della sua importanza, spesso non viene capita, o viene vista come un segno di estremismo e instabilità. La medicina non è puramente individuale, come invece sta sempre più diventando per ragioni di mercato: si parla di “personalizzazione” delle cure – che significa sollecitazione della soggettività del paziente – accampando motivi tecnici; ma le cure, mentre non vanno applicate en masse, come vuole la legge del profitto, ma solo ai pochi che ne necessitano, dovrebbero essere programmate avendo per oggetto la popolazione; non per ragioni etiche o ideologiche, ma per ragioni tecniche. Anche in medicina vale quello che ha scritto il giurista Hans Kelsen: l’unica felicità possibile è quella collettiva, la felicità sociale si chiama giustizia (cit. in Gratteri N. La malapianta, 2010, ultima pagina).
Per fare un esempio generale, senza addentrarsi negli aspetti tecnici, si è visto che in società diseguali, anche se ricche, come quella voluta dalla Thatcher, c’è meno salute che in quelle dove c’è maggiore eguaglianza. Una correlazione che riguarda tutte le fasce sociali, e quindi anche i ricchi, che risultano stare meglio nelle società a minore disuguaglianza. Berlusconi, in veste di santone, e anche guru medici del centrosinistra, annunciano agli allocchi un futuro con un’aspettativa di vita di 120 anni. Che è come dire che siccome col progresso l’altezza media negli ultimi decenni è sensibilmente aumentata, le generazioni future saranno alte due metri e mezzo. Al contrario, in una società individualista, dove si esasperano le disuguaglianze e la giustizia viene compressa, la vita col tempo tende a divenire più breve e brutale, per tutti.
Tornando alla giustizia, anche la richiesta di giustizia non è solo una questione privata dell’offeso; se si chiede giustizia, e ci si accorge che la fonte che dovrebbe erogarla è secca, o emette veleno, allora se si è abbastanza indignati e schifati si può pensare di allargare il problema, dal torto ricevuto al sistema ingiusto che lo ha permesso, generato e alimentato; così che sacrificando il tentativo di salvaguardare gli interessi personali lesi si difende almeno il concetto stesso di giustizia, a favore della società. Si persegue una “metagiustizia”, che è l’opposto dell’atteggiamento pragmatico di certi che, si dice, pur di minimizzare il danno patteggiano anche se non sono colpevoli (mi risulta che questo avvenga anche in ambito tributario).
Ed è anche l’opposto del gioco al ribasso, dell’andare verso lo svilimento della vittima e delle istituzioni praticato da coloro che usano il potere legale come cosa loro. I magistrati dicono che hanno così pochi mezzi che a volte si devono portare da casa la carta igienica, e la carta per le fotocopie la devono fornire gli avvocati; possono darsi delle situazioni così indecenti che la carica di decoro e dignità che ogni procedimento giudiziario dovrebbe avere ce la deve mettere tutta chi è sotto accusa o chiede giustizia, perché i magistrati sono sprovvisti anche di quella.
Trovo impensabile e completamente errato il suicidio, ma capisco la ribellione di Parmaliana. Credo che tra i fattori che sembrano averlo spinto vi sia stato anche l’abito mentale del chimico e del ricercatore di pensare secondo leggi razionali, esteso a temi extrascientifici e personali: un’impostazione che può avere portato a una forma del “suicidio anomico” descritto da Durkheim. Ai tanti italiani “pecore anarchiche” il concetto di trauma da anomia, e quello di reazione all’anomia, devono apparire incomprensibili; e anche coloro che fanno un uso strumentale del potere dello Stato, in particolare di quello di polizia e giudiziario, pur intuendo che hanno in mano una leva vantaggiosa con la quale colpire il soggetto predisposto a percepire l’anomia – col mostrargli che loro non sono la cura ma sono la malattia – non hanno però il senso di quello che stanno facendo, così che facilmente sbagliano le dosi. Quando cade il velo, e si prende atto che la legalità è una oscena foglia di fico, allora il quadro si semplifica. Non occorre più prendere in considerazione gli intricati cavilli dei legulei, che ora appaiono valere quanto gli elaborati arabeschi stampati sulle cotonine dozzinali delle bancarelle del mercato; ma si torna ai princìpi fondamentali; alla massima di Manzoni, sempre nella Colonna Infame: “il ladro non ha il diritto di dar la vita al viandante: ha il dovere di lasciargliela”. Absit iniuria. Comunque, Manzoni parlava proprio dei magistrati.
P.S.: dopo avere scritto questo post, nel controllare e approfondire le notizie storiche che riporto ho appreso (Paoloni G. Il caso Marotta e il caso Ippolito. Scienza e politica nell’Italia degli anni Sessanta. Lettera matematica Pristem, Univ. Bocconi, n.44, 2002) che Marotta, ritenendo di non meritare di essere trattato in quel modo, “…si rifiutò di comparire in aula. Venne giudicato come contumace e rischiò addirittura l’incriminazione per oltraggio alla corte”. Credo degno di nota che ci siano state in tempi diversi almeno tre persone, Domenico Marotta, Adolfo Parmaliana, e si parva licet lo scrivente Francesco Pansera, accomunate dall’occuparsi di scienza; dal praticare forme di impegno civile; dall’essere sgradite ad alcuni poteri; dal ritenersi oggetto di persecuzione giudiziaria; e dal rifiutare a un certo punto, con motivazioni diverse e in forme diverse, di continuare a riconoscere l’istituzione giudiziaria dalla quale dipendeva la loro sopravvivenza morale. Tre borghesi con radici culturali meridionali, studi scientifici, e una frequentazione di ambienti internazionali. (E’ possibile riscontrare almeno le prime tre caratteristiche anche in Giuseppe Taliercio, che rifiutò qualsiasi riconoscimento dei brigatisti che lo avevano sequestrato). Venire a sapere che già in precedenza ci sono state persone degnissime che hanno avuto vicende con sostanziali affinità con la mia, che hanno voltato le spalle alla magistratura che favorendo interessi criminali li perseguitava, persone che, come ho fatto io da tanti anni, hanno risposto allo Stato incaricato di sfregiarli e azzopparli con un disconoscimento e una dichiarazione di sfiducia, è motivo di commossa consolazione, e di rassicurazione. Marotta, come Parmaliana siciliano e chimico, colpito quando era già in pensione, noto e stimato, fu difeso nel dibattito pubblico dai giuristi Galante Garrone e Jemolo. Di fronte aveva il “partito americano” di allora, con politici come Saragat, che non è certo l’unico politico divenuto presidente della Repubblica avendo nel curriculum la partecipazione all’eliminazione di persone che stavano servendo il Paese e per questo motivo erano invise a interessi americani; Spagnolli, vicesegretario amministrativo dell’Università cattolica del Sacro cuore, legato al deputato DC Montini, fratello del più famoso prelato e poi papa bresciano anche lui addentro nei rapporti tenebrosi con gli USA. Interessante anche la figura del senatore DC Messeri. Componente dell’associazione Bilderberg, risulta legato a Frank Coppola e al Pentagono. Era un siciliano vissuto a Chicago e rientrato in Sicilia come uomo di fiducia di Mike Stern, l’agente USA che gestì il bandito Giuliano (Caroli G. Napolibera); e che nel 2006, novantasettenne, si occupava, come mecenate, di manipolazioni della ricerca sul morbo di Alzheimer (Pansera F. Michael Stern e l’etiopatogenesi della demenza senile, 2007). Ma forse in questi casi il sottobosco delle tante mezzefigure, nate per vivere di espedienti, che in ogni tempo colgono in operazioni del genere l’occasione di poter lucrare senza rischio qualche miserabile vantaggio, conta non meno dei nomi come quelli che gli studi, i documentari, le fiction e le forme miste sui “Misteri d’Italia” ci hanno reso familiari.
rev. 2 mag 2010
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7 aprile 2010
In Italia, il Crocifisso è preferibile ai simboli che vorrebbero prenderne il posto; ma è mortificante la sua esposizione obbligatoria nei luoghi istituzionali. Il diritto del potere al teomorfismo. Il diritto al camouflage, alla veste di agnello. I Romani inchiodavano uomini sulla croce come segno tremendo del potere. Oggi Cristo è inchiodato per decreto ai muri dello Stato, ambiguo marchio del potere. Da lì pare dire: allora furono i violenti, oggi sono gli intriganti a crocifiggere.
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20 febbraio 2010
Segnalato il 20 feb 2010 sul blog “L’Errico” come commento al post del 18 feb 2010 “Un saluto dalla fogna”
Il Procuratore Minna viene attaccato per aver definito “fogna mediatica” il clamore attorno al caso Aldrovandi. Io invece, che conosco in prima persona di cosa sono capaci poliziotti e magistrati, gli sono grato, perché la sua espressione permette di dare un nome alla situazione doppia che si è creata sul caso Aldrovandi, della quale nessuno parla. La fogna è un luogo fetido e ributtante, ma è anche una struttura propria delle civiltà evolute, utilissima e sottovalutata come poche: dobbiamo alle fogne buona parte dei miglioramenti delle condizioni generali di salute della popolazione. Senza le fogne, feci e urine si spandono per le strade, dove oltre alla brutta vista, al puzzo e al rischio di inzaccherarsi si può essere esposti a malattie come il tifo o la poliomielite. La fogna, data la sua doppia valenza, negativa e positiva, offre la metafora adatta a rappresentare la situazione di ibrido morale che si è creata in questo come in altri casi: non una situazione come quella di certe polizie sudamericane, con violenza libera, totale impunità e censura, la disseminazione di sterco allo stato puro; e neppure una situazione pulita di giustizia e legalità. Ma un sofisticato ibrido, discosto tanto dalla barbarie che dalla giustizia. Un ibrido negato dai tanti, cittadini semplici o dotti magistrati, che vedono in buona o in cattiva fede solo le dicotomie “guardie e ladri”, “delinquenti e onesti”. La fogna non come situazione estrema, ma come fattore d’ordine, come sistematizzazione del male e del suo fluire.
L’ibrido per il quale sul piano dell’informazione i media ufficiali non hanno nascosto questa triste storia, né l’hanno del tutto inquadrata nel suo significato politico; l’hanno diffusa, contro la volontà dei coinvolti, esponendo i responsabili a una condanna morale che farà da freno; ma in termini soft, e cercando di mettere in buona luce le istituzioni anziché criticarle. Per esempio, “Un giorno in pretura”, RAI 3, ha pubblicizzato il processo, ma ha rappresentato il caso sottolineando un’omissione di soccorso e minimizzando il pestaggio e i suoi effetti, dilungandosi sul dibattimento intorno al carattere non degli imputati ma della vittima; e ha fuorviato gli spettatori anche sulla risposta giudiziaria, riferendo di condanna per “omicidio colposo”, mentre è stata una condanna per eccesso di legittima difesa, con una pena (virtuale) proporzionata ad un eccesso colposo non grave. Nelle notizie e nelle denunce giornalistiche così trasmesse è incorporato anche il vecchio messaggio di intimidazione, come lo scappellotto che si dava ai figli portati ad assistere alle esecuzioni capitali in piazza, o la pistola posata in bella vista sulla scrivania del commissario in Sud America, per ricordare che con la polizia se non si sta muti e rassegnati si finisce male.
Sul piano giudiziario, i magistrati, dopo l’insabbiamento iniziale, e fallito il tentativo (che ho visto andare in porto in altri casi) di occultare reati di appartenenti a categorie privilegiate, hanno ricostruito alcuni fatti, hanno dissipato alcune cortine fumogene concettuali, hanno perseguito e condannato i colpevoli; hanno evidenziato e stigmatizzato alcuni gravi aspetti sociali e politici del comportamento dei poliziotti; hanno creato un certo deterrente per gli altri poliziotti maneschi, e un avvertimento su cosa i poliziotti non devono fare materialmente quando immobilizzano, o bastonano, qualcuno. Un risultato di portata storica: i magistrati hanno fatto il loro dovere, e in certi punti anche di più, pur essendo i colpevoli cittadini diversi dagli altri. Così facendo hanno recuperato prestigio nell’opinione pubblica, mentre si sono esposti al risentimento delle armate degli intrepidi tutori del diritto, che vogliono per sé la più ampia franchigia sull’assassinio di cittadini inermi. Ma i magistrati non hanno fatto tutto il loro dovere, e i poliziotti che vogliono la licenza di uccidere hanno anche motivi di gratitudine nei loro confronti. Chi subisce in prima persona gli abusi di polizia si è chiesto se deve essere loro grato, o se si deve anche a loro la prosecuzione immutata delle persecuzioni. I magistrati hanno ricondotto una condotta palesemente dolosa degna di teppisti strafatti entro un alveo formale di colpa professionale moralmente lieve. Hanno inventato una spiegazione fisiopatologica che imputa la morte ad una tragica fatalità; dando solo una simbolica tiratina d’orecchie come punizione; hanno depurato la ricostruzione da alcune verità fondamentali. Così, da un lato possono sostenere di non aver mandato impunito questo genere di crimini, e di meritare le lodi che raccolgono da questo popolo di servi, che del resto non merita di meglio del cerchiobottismo giudiziario; allo stesso tempo, per certi versi hanno costituito dei precedenti pericolosi che rafforzano l’impunità sostanziale per questi abusi. Hanno stabilito il principio che anche se non li si può mandare del tutto assolti, le colpe riconosciute e le pene inflitte sono comunque una funzione logaritmica delle responsabilità reali dei poliziotti.
Sul piano della ricostruzione tecnica delle cause di morte, i magistrati hanno meritoriamente demolito la “Excited delirium syndrome”, una spiegazione di comodo che è stata costruita a beneficio dei responsabili delle morti in custodia; i magistrati hanno invece riconosciuto, come fattore, l’asfissia da compressione, ciò che si cerca di negare in questi casi. Ma, dopo avere fatto piazza pulita di questo trabocchetto, ne hanno introdotto un altro, smorzando l’evidenza, indebolendo la ricostruzione dell’asfissia da compressione, che qui era chiara, e alleggerendo quindi le responsabilità morali degli agenti di polizia omicidi, quelli presenti al processo e quelli futuri: addirittura proclamando ad auctoritatem una nuova entità nosologica, la “morte improvvisa da blocco atrio-ventricolare per ematoma del fascio di His da compressione nelle immobilizzazioni”; una entità per la quale non sono stati riportati casi precedenti, dalla plausibilità fisica pressoché nulla, la cui base anatomopatologica non è stata notata quando sarebbe stato difficile non notarla all’autopsia, ma è stata diagnosticata o meglio percepita su una foto, saltata fuori dopo. Sostenuta dal giudice mediante una imbarazzante litania di lodi al solitario perito, il luminare che ha avanzato la tesi temeraria (e che in origine era della difesa …). Per chi è del mestiere questa eccelsa acquisizione “scientifica” vale quanto valeva “La corazzata Potemkin” secondo Fantozzi.
Sul piano politico, inteso come dibattito pubblico sull’accaduto, se la vicenda non è stata nascosta lo si deve alla battaglia degli Aldrovandi, che, forse con l’istinto del poliziotto, seguono con tenacia l’unica via percorribile per lenire il loro dolore senza farsi togliere la parola dal potere; le loro scelte sulla loro pena non possono che essere rispettate col cappello in mano; ma i familiari delle vittime uccise non possono essere presi come dirigenti, ideologi e guardiani dell’opposizione politica sul vasto argomento generale degli abusi di polizia, secondo la generalizzazione che si tende scorrettamente a seguire in Italia in questi casi (v. “La sindrome di Peppa nei familiari delle vittime”). C’è la giusta indignazione per gli aspetti umani, un figlio di 18 anni strappato alla vita e agli affetti con cattiveria cieca, ma si evita rigorosamente, a cominciare dal blog degli Aldrovandi, di parlare e di far parlare dell’uso politico, sistematico e illecito degli abusi dei corpi di polizia, dell’abuso di polizia come strumento di potere, del quale omicidi come questo sono un’accidentale emanazione. Si combatte anzi tale accusa. Così si ingloba e si sostituisce con la sacralità del privato la sacralità del sociale. Ignorando la storia dell’Italia repubblicana, si rispetta e si riafferma il dogma, imposto dal potere e foriero di altri lutti, delle poche “mele marce” in un sistema sano, dell’equivoco tra individuo ed elemento, tra persona e apparato.
Per me “fogna” è proprio la parola giusta per la circostanza che anche in questa storia, dove pure si ammettono alcune colpe, è stato drenato con la prepotenza e con la penna, riducendone la presenza a velati accenni, il tema chiave delle pratiche di provocazione della polizia. “Insultare e chiamarsi offeso, schernire e chieder ragione”. Il tema centrale della molestia di polizia, che nella forma iperacuta diviene omicidio di Stato, come in questo caso; nella forma cronica stalking di Stato; uno stalking che è pure violenza fisica, anche se il più delle volte senza contatto meccanico, e che nel tempo ha gli affetti lesivi della violenza fisica. Sono le tecniche coperte da rigida omertà con le quali lo Stato esercita un potere che a volte corrisponde alla descrizione del potere contenuta nel 416 bis. La magistratura che le permette è complice. E a volte non c’è bisogno di ricorrere al sistema fognante. Gravi abusi e crimini scompaiono nel nulla, inghiottiti dai cassetti delle Procure così come alcune vittime della mafia spariscono nei plinti di cemento. Quando ci sono grandi interessi, e reati commessi da mele che appartengono a cesti privilegiati, a volte la magistratura rimane al di sotto del livello fogna, e fa cose che è difficile descrivere, e che necessitano di termini più forti, e non metaforici ma letterali.
La “fogna mediatica” ha i suoi perseguitati ufficiali; vistosamente querelati, nonostante il più delle volte abbiano seguito i dettami del potere non attaccando ma proteggendo il nocciolo politico dell’abuso di polizia. Queste voci in alcuni casi risultano legate a gruppi di potere che sono dalla parte degli imputati, e che beneficiano dei loro abusi: il potere se la canta e se la suona. Attingendo al pozzo senza fondo del dolore altrui, operano una spinta verso l’irrazionale, con santificazione della vittima, appelli lirici alla spiritualità, damnatio dei pochi reprobi sui quali scaricare la colpa, apologia delle istituzioni coinvolte e, immancabile conseguenza, il bavaglio per i profanatori che dicono cose fuori dal coro; l’aspersorio che fa un predicozzo al manganello al quale è alleato per poi assolverlo. Con interventi che spesso fanno le veci della risposta della società civile, ma monopolizzando il dissenso evitano che passino e si diffondano critiche meno roboanti ma meno accomodanti. Nel sottosuolo, nella fogna vera che governa la città, non si querela ma si provvede a fermare quietamente per altre vie chi può testimoniare sull’abuso di polizia e riconosce le mistificazioni tecniche mediche delle versioni ufficiali sull’omicidio; censurando, screditando, e incarcerando senza processo senza sentenza e senza sbarre, con una sorveglianza continua di polizia che andrebbe bene per uno di quei mafiosi che lasciano indisturbati. Lo stesso Minna partecipa all’incanalamento dei liquami, fornendo ai media e ai blogger, dopo le querele, una ulteriore patente di critici accaniti delle istituzioni, patenti che in genere non hanno meritato. Un’ammuina spettacolare con tante parole grosse, ora anche dalla parte istituzionale, e poco arrosto, che preserva, al di là del mugugno e del lancio di contumelie, lo status quo del diritto del più forte.
Bad cop e good cop; magistrato cattivo, Minna e altri, e magistrati buoni, Proto, Caruso e forse altri che seguiranno. Il Procuratore Minna ha usato espressioni ingiuste e crude, che sorprendono e impressionano; ravvivando così il racconto rassicurante dello “arrivano i nostri”, dei poteri buoni che si oppongono a quelli cattivi; chissà se si è reso conto che nell’aula di tribunale dove autorevolmente sedeva ha ripreso, capovolgendolo, un concetto espresso dalla vittima mentre veniva ghermita dalla polizia, e dalla morte. Soltanto chi ci passa, soltanto il “poveraccio” – nelle parole del magistrato – che senza giusta causa si ritrovi in prima persona circondato da poliziotti, da una poveraglia maligna e soffocante di poliziotti, sa che quel carosello che gli scorre attorno e che gli toglie vita non è questione di buoni e di cattivi. Ma di Stato di diritto e di “Stato di merda”, nelle parole di Federico al tribunale dello Stato che sulla strada lo stava sottoponendo a processo sommario.
Copia della presente viene inviata firmata con racc. a/r online al Procuratore Minna c/o Procura di Ferrara e al Presidente della Corte di appello di Bologna.
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25 gennaio 2010
Segnalato il 25 gen 2010 sul blog “Uguale per tutti” come commento al post del 18 gen 2010 “Craxi al netto delle tangenti” di Marco Travaglio
“…ebbi ed avrei sempre il più scrupoloso rispetto per l’indipendenza della magistratura…”
(Giuseppe Zanardelli. In: R. Chiarini, Zanardelli grande bresciano, grande italiano, 2004)
“Se un magistrato, un pretore, un sottoprefetto, un impiegato pubblico – non solo lui personalmente, ma anche genericamente il suo entourage – osa appoggiare il candidato dell’opposizione, cala su di lui la scure del prefetto. Questa è la regola dell’Italia liberale, che vale anche per Brescia. Laddove poi non arriva la mano del prefetto, arriva l’influenza di qualche notabile.”
“Certo, i dipendenti pubblici devono stare attenti a come si muovono. Incombe sulla loro testa il pericolo della sostituzione o del trasferimento, che al tempo equivale di fatto all’esilio”.
(R. Chiarini, cit., a proposito dell’influenza politica e del clientelismo di Zanardelli su Brescia)
Nel racconto “La banca di Monate” Piero Chiara mostra come certe severe lapidi celebrano in realtà autori di imbrogli e rapine, e sono quindi un nascosto sberleffo ai posteri, scolpito nel marmo. Anche nella città dove abito i politici, a destra e a sinistra, hanno preso a parlare di intitolare una via a Craxi. Nello stesso periodo, l’ANM ha organizzato visite ai palazzi di giustizia, per mostrare al pubblico in che condizioni i magistrati sono costretti ad operare. Ha anche prodotto un documento contro i trasferimenti d’ufficio; lo hanno distribuito insieme ad altro materiale il 21 gennaio 2010 due cortesi magistrati, che hanno dato un’utile infarinata a un gruppetto di visitatori, conducendoli per il nuovo palazzo di giustizia di Brescia, mostrando e spiegando alcune delle disfunzioni, grandi e piccole, che paiono fatte apposta per fare inceppare il sistema. Per esempio, il palazzo, colossale, è ancora privo di cartellonistica interna; entrato nell’atrio, al cittadino verrebbe da invocare Minosse, che almeno smistava i dannati con la coda: è un continuo aggirarsi di persone che chiedono “mi sa dire dov’è…”. Intanto si sta provvedendo ai segnali esterni: la tv locale ha riportato che tra pochi giorni, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il palazzo verrà intitolato a un personaggio storico, il bresciano Giuseppe Zanardelli, presidente del consiglio, ministro della giustizia, patriota e insigne giurista, che diede all’Italia unita il suo primo codice penale. Un codice penale giudicato positivamente dagli storici del diritto.
Zanardelli fu anche componente, e primo “venerabile” secondo Cossiga (F. Pinotti. Fratelli d’Italia, BUR 2007), della loggia Propaganda 2; quella originaria, ottocentesca, che si eclissò dopo il coinvolgimento nello scandalo della Banca romana. Decenni dopo, una loggia con lo stesso nome, e lo stesso criterio di radunare “la crema” della classe dirigente, sarebbe risorta con Gelli. I progetti sulla amministrazione della giustizia in Italia affidati a quest’ultima loggia si stanno concretizzando, col determinante contributo del presidente del consiglio attuale, Berlusconi, anche lui nella Propaganda 2. Non era lontano dalla P2 neppure il premier che aiutò Berlusconi nella sua ascesa, Craxi; appare che la colpa per la quale i poteri superiori disposero, nell’ambito di un’operazione più vasta, il suo castigo sia stata l’insubordinazione (un errore che i suoi seguaci, arroganti come lui ma sempre servili verso i più forti, non commettono). Una loggia, la P2 nuova, che non ha temuto, e non teme vorrei dire, gli uffici giudiziari bresciani. Attualmente a palazzo Zanardelli si sta celebrando il processo per la strage del 1974; chissà se tra altri 35 anni vi si tratteranno gli affari che occuparono la P2 ai nostri giorni.
Sono promiscuità, ed esibizioni di promiscuità, che ricorrono, ripetendo la loro stessa nota sardonica. Nel 1999, nell’aula magna del tribunale di Milano, il rappresentate del Comune che commemorò Ambrosoli, davanti alla vedova, era De Carolis, della P2. Ricordo che un anno, alle celebrazioni per la strage, in piazza Loggia era stato posto un cartellone con la storia della strategia della tensione, che comprendeva l’elenco noto degli iscritti alla P2, e pochi metri più su, nel salone Vanvitelliano della Loggia, sede del Comune, c’era un personaggio riportato nell’elenco, Gustavo Selva, che era stato invitato a parlare della strage. Non ricordo se il sindaco fosse Martinazzoli, l’altro Guardasigilli bresciano, o Corsini, già componente della Commissione stragi. Se davvero Craxi avrà la sua via, e la massoneria il suo palazzo di giustizia, non ci sarà da meravigliarsi. Sono gesti pienamente nella tradizione del potere.
Mi auguro che, per celebrare la figura carismatica di una masnada di forchettoni, nella targa non scriveranno “socialista” sotto il nome di Craxi. Il socialismo, evoluzione politica di ideali umanitari eterni, era una componente indispensabile alla democrazia, come contrappeso agli “spiriti animali”, o animaleschi; e per questo è stato tolto di mezzo; stravolgendolo prima nel suo opposto, come per annullarne anche il ricordo. Era tutt’altra cosa rispetto al craxismo, il socialismo vecchia maniera, nel quale risuonava il Vangelo; troppo, per i gusti dei preti, che furono e sono antisocialisti più di quanto i vecchi socialisti furono anticlericali. Lo stesso Zanardelli era diverso dal suo successore Gelli, anche se non quanto un altro illustre massone di allora, Garibaldi. Ma le antiche figure di padri fondatori si possono usare per legittimare il corso attuale, come consigliano i manuali di marketing. Craxi, che forse si vedeva come un puro alla testa di una compagnia di razziatori, volle lanciare il culto di Garibaldi. Travaglio riporta che Craxi teneva a diffondere una sua fotografia con a fianco Nenni; che invece gli aveva scritto di andarsene.
Queste intestazioni, che anche quando sono difendibili restano ambigue come è spesso ambiguo il messaggio delle istituzioni, celebrano in primo luogo la proteiforme continuità del potere. Hanno comunque una utilità semiotica: se si è informati, possono venire lette come segnali di pericolo. Imboccare una strada intitolata a Craxi, dove porterà? La statua di un “33” della vecchia P2 davanti a un falansterio giudiziario può mettere sull’avviso il cittadino inerme. Tanto più se sullo stesso palazzo di giustizia pende già un’altra più inquietante ambiguità semiotica, e non solo semiotica: è ufficialmente “sede disagiata”. Questa denominazione fa ricordare il saggio sarcasmo di “Tre dita” Coppola su come forme sottili di sabotaggio dell’organizzazione degli uffici giudiziari siano la mafia (G. Falcone, M. Padovani. Cose di cosa nostra, Rizzoli 1991). Coppola rispose, a un incauto magistrato che gli chiedeva cosa è la mafia, che la mafia è fare in modo di mettere nel posto di Procuratore capo un PM cretino; ma è vero in generale che se si indeboliscono con semplici disposizioni normative i ranghi degli uffici giudiziari, anche senza capi inadeguati, si ottengono guasti mafiosi, più gravi e meno rumorosi che mettendo le bombe.
Il distretto giudiziario di Brescia, ci hanno spiegato i magistrati dell’ANM, è gravemente carente di magistrati, pur coprendo un’area “a elevata industrializzazione, con rapporti commerciali intensi”. Secondo quanto detto dai magistrati, la copertura attualmente è circa l’80% di quella prevista. Il bacino d’utenza è di 2.800.000 persone. Brescia ha il 5° tribunale d’Italia per utenti. E’ una zona ricca, fittamente stipata, nel cuore geografico ed economico del sistema produttivo nazionale. Eppure, (questo, nell’aula nuova di zecca, i magistrati dell’ANM non lo hanno detto), come Barcellona Pozzo di Gotto o Locri, come altre sedi più piccole al Nord, Brescia è stata classificata nientedimeno che “sede disagiata” (dal ministro Alfano). Nel mutismo della locale società civile. Mi pare di capire che attualmente le sedi vengono dichiarate disagiate quando i magistrati, secondo una loro insindacabile decisione, non ci vogliono andare, e i posti rimangono pertanto vacanti in proporzione rilevante rispetto all’organico previsto. A Brescia, e ora a palazzo Zanardelli, i magistrati non ci vogliono andare.
In medicina, problemi del genere vengono risolti col tirocinio specialistico, che può durare da tre a sette anni a seconda della specialità: si affiancano ai professionisti esperti dei giovani, che mentre “tirano la carretta” sotto supervisione, imparano e crescono professionalmente, assumendo gradualmente responsabilità maggiori. In USA gli staff medici delle sedi di scuola di specializzazione sono strutturalmente composti di un’ampia quota di “residents”, regolarmente pagati, con “rotations” nelle varie branche della specializzazione, senza i quali i reparti si fermerebbero. Il sistema, che ha una natura privatistica, non è esente da rischi e storture, e l’attività del magistrato non è assimilabile a quella del medico, ma se lo scambio di esperienza e lavoro tra esperto e apprendista è equo, il tirocinio può produrre elevati vantaggi per tutte le parti. Forse si potrebbe studiare di adattare il sistema agli uditori giudiziari, distribuendoli e ruotandoli su tutto il territorio nazionale, tenendo conto che anche la funzione requirente necessita di tirocinio. In USA ci sono i “law clerk”, neolaureati in giurisprudenza scelti tra i migliori, che aiutano il giudice, e che poi a volte divengono giudici.
L’espressione “sede giudiziaria disagiata” è già dubbia in sé. Per le sedi oggettivamente difficili, come quelle dei territori poveri del Meridione dove è incancrenita la mafia, c’è da commentare che gli uffici giudiziari non sono semplici burocrazie come il Catasto, e non dovrebbero essere chiamati “disagiati” dove più servono; è come se i pastori chiamassero disagiata l’attività di recupero della centesima pecorella, quella per la quale il buon pastore lascia le altre 99; o i soldati chiamassero sede disagiata la prima linea; come se i medici preferissero – incredibilmente – curare le affezioni lievi anziché i malati gravi. Non è serio che mentre si celebra ininterrottamente l’epopea della lotta alla mafia, poi tanto si fa che alla fine i posti di magistrato in zone mafiose restano scoperti. Si opera così quando si finge di voler risolvere un problema, ma in realtà si vuole lasciarlo aperto, e bene in vista. Chi ci governa ha un forte bisogno di strumenti di distrazione e di alibi, e la mafia è, tra le altre cose, anche un eccellente generatore di distrazione e di alibi, es. per trascurare il corretto andamento della ordinaria amministrazione del Paese. Sono sicuro che non mancherebbe tra i tanti magistrati una manciata di giovani, e meno giovani, disposti ad andare spontaneamente per un buon numero di anni in trincea a colmare gli organici nelle zone calde; anche senza incentivi economici, purché provvisti dallo Stato dell’equivalente di “armi e munizioni”, e non troppo penalizzati. In tutte le professioni ci sono persone che quel lavoro “pagherebbero per farlo”. E che infatti a volte pagano. Rinunciare a coloro che, purché messi in condizioni di operare, si offrirebbero volontari per compiti che tanti schivano, e magari intervenire per scoraggiarli, o per fermarli, è uno degli aspetti più squallidi del tradimento consumato dalle istituzioni.
Il titolo di “sede disagiata” stride con un tono diverso nel caso di Brescia; dove forse alligna un greve timore esistenziale che porta ad accumulare ricchezza senza trovare mai pace; ma, proprio per questo, la città è fin troppo integrata nel sistema socioeconomico in vigore. Sarebbe interessante sapere perché i magistrati non vogliono andare nemmeno a Brescia. La città attira tanti a lavorare per lei; quello del magistrato è tra i pochi generi di lavoro sui quali esercita una forza repulsiva. Quali che siano le ragioni, non si può credere che il problema, che si trascina da tanti anni, sia “irredimibile”. Lasciare costantemente sguarnito un distretto come quello di Brescia e insistere nel sottolineare che manca personale, fino a chiamarlo “sede disagiata”, potrebbe corrispondere alla costituzione di un alibi, che addossa alla scarsità di risorse umane l’assenza di azione giudiziaria efficace sulle segrete magagne della città. Brescia non può dire di essere abbandonata dallo Stato, che interpella imperiosamente, e che la privilegia. Per esempio, nella mia esperienza è impossibile muoversi senza incrociare mezzi della polizia. Qualche ora dopo la visita guidata in tribunale sono andato a fare la spesa, e in poche centinaia di metri ne ho contati sei. La volta precedente per lo stesso tratto ne erano passati altri sei. Non mancano mai; sembra di stare in una città occupata dalla polizia. La proverbiale efficienza della terra di Zanardelli giunta agli uffici giudiziari si ferma e arretra; o forse assume in quei luoghi le forme paradossali che Coppola diceva essere addirittura l’essenza della mafia.
* * *
Blog di Paolo Franceschetti
Commento del 9 feb 2011 al post “Introduzione allo studio del simbolismo” del 23 dic 2010
”Penetrano e sfuggono”
Bisogna ringraziare chi come Paolo Franceschetti fornisce elementi per comprendere il mondo oscuro del potere reale. Personalmente sono curioso e onnivoro, ma la simbologia dei poteri occulti è uno di quegli argomenti dai quali sarei felicissimo di stare lontano. Se non si è degli specialisti, è facile cominciare a vedere simboli dappertutto, e scivolare nell’irrazionale e nel non falsificabile così come, da millenni, si scivola dalla matematica e dalla fisica alla numerologia. Non avendo avuto la fortuna di poter ignorare i temi dei quali questo argomento è parte, vorrei segnalare un fatto che mi pare sia portatore di uno spiacevole valore simbolico, abbastanza trasparente. La recente intitolazione a Giuseppe Zanardelli del Palagiustizia di Brescia:
Semiotica del potere: Via Craxi, Palazzo di giustizia Zanardelli e le “sedi disagiate”
http://menici60d15.wordpress.com/2010/01/25/semiotica-del-potere-via-craxi-palazzo-di-giustizia-zanardelli-e-le-“sedi-disagiate”/
Il fondatore della P2 storica sta seduto, in bronzo, con le gambe accavallate, all’ingresso del Palazzo di giustizia. La statua è stata posta, nel 2010, mentre nel palazzo era in corso il processo sulla Strage di Brescia del 1974, nella quale è implicata la P2. Il processo si è risolto con un’assoluzione; e a Brescia i rapporti tra poteri legali e poteri paralleli, dietro a tante lacrime di coccodrillo sulla Strage, sono tali da portarmi a considerare ciò come il male minore:
La Leonessa
http://menici60d15.wordpress.com/2010/11/21/la-leonessa/
Brescia non solo bombe
http://menici60d15.wordpress.com/2010/11/23/brescia-non-solo-bombe/
Mentre Zanardelli, gran maestro, e maestro di diritto, e dell’arte di abusare del diritto, prendeva posto sullo scranno di nume tutelare là dove si amministra la giustizia in nome del popolo, presidente della Corte d’appello era Alfonso Marra, poi dimessosi per lo scandalo della cosiddetta “P3”.
Zanardelli fu un capo massone mangiapreti, mentre la P2 di Gelli appare come una casa comune per massoni e cattolici. La città di papa Montini, non estraneo agli ambienti dei servizi, e a quanto si dice non lontano dalla P2, sembra essa stessa un luogo simbolo della storica conciliazione tra i due poteri; e ogni tanto vi appaiono questi accostamenti stridenti. Ricordo una conferenza del cardinale Pio Laghi, amico e consigliere dei piduisti argentini al tempo delle loro atrocità, ad un circolo culturale di Castenedolo intitolato alla memoria di Aldo Moro.
Per la simbologia del potere, allo stesso tempo arrogante e ambigua, vale quanto detto da Manzoni: “Le parole dell’iniquo che è forte penetrano e sfuggono…”. La simbologia occulta è un terreno infido e scivoloso, e probabilmente è così volutamente, come parte della sua stessa natura. Ma il tema dei rapporti della magistratura con massoneria e servizi è molto concreto, e fortemente sottovalutato.
http://menici60d15.wordpress.com/
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18 novembre 2009
Liste di attesa per le Tac, per i processi, e liste di priorità per il controllo dei cancerogeni in Calabria
Segnalato il 18 nov 2009 sul blog “Uguale per tutti” come commento al post “Il precariato delle leggi” del 15 nov 2009
Per dimostrare l’assurdità dell’ultima sparata dei governanti che questa infelice nazione si è data, Felice Lima paragona la legge “tronca processi” sulla prescrizione dopo 2 anni ad una ipotetica eliminazione delle code per le Tac ottenuta facendo decadere i pazienti dalla lista d’attesa se l’esame non è eseguito entro 30 giorni. Il paragone tra le code per le Tac e le code per le sentenze può essere ulteriormente sviluppato.
Le Tac sono un’industria che ha avuto una crescita esplosiva negli ultimi anni. Studi ufficiali USA stimano che un terzo delle Tac siano inutili sul piano diagnostico. Un noto articolo sul New England journal of medicine (cit. in La magistratura e la separazione dei valori: il caso della “Nave dei veleni”) afferma che in USA i cancri attribuibili alle Tac hanno raggiunto lo 1,5-2% del totale. Esperti italiani hanno ripetuto preoccupazioni simili. Le Tac in USA mostrano come una medicina veloce ed efficiente sul piano commerciale, che fa contenti investitori e clienti, può portare alla prescrizione della vita sana o della vita tout court.
La pericolosità delle Tac facili non viene resa nota al pubblico; non si parla di eliminare le Tac inutili, ottenendo così una riduzione dei tumori e delle code, e liberando risorse economiche per cure più utili alla popolazione. Tutti invece sanno del cancro proveniente dalle navi affondate dalla ndrangheta; e le forze “progressiste” sono le più interventiste in questa apertura del nuovo fronte, quello della “guerra sottomarina” al cancro. Sul cancro che si prende dietro l’angolo, andando dal bonario medico di famiglia a farsi scrivere l’impegnativa di una Tac “per sicurezza”, omertà da tutti i pulpiti. La maschera da sub è anche un buon paraocchi. In questi giorni il Procuratore nazionale antimafia Grasso ha detto che non bisogna più partire dai relitti ma dall’inquinamento e risalire alla fonte. E’ giusto, ma se davvero si vogliono identificare e definire gli agenti dell’incremento delle diagnosi di tumori bisogna considerare oltre alle cause ambientali anche le cause mediche, come la massa di Tac non necessarie, e le sovradiagnosi, che sono cause accertate, che incidono fortemente. Ma per lo Stato e per il suo acerrimo nemico l’antistato, questo tasto è tabù.
Le rivelazioni di navi dei veleni al largo di Cetraro e Maratea, operazioni di intossicazione dell’informazione in grande stile, mostrano che oltre alle “ecomafie” ci sono le “infomafie”. Che forse sono ancora peggiori. Le smentite di questi giorni, con le relative accuse di voler occultare la verità (dopo averla portata alla luce ?) confermano che “la smentita è un falso ripetuto due volte”. Le navi affondate e i depositi abusivi di rifiuti tossici sono un tema reale e serio, ma dai contorni non definiti; che diventa una farsa quando tecnici, inquirenti, politici e media stravolgono l’ordine delle priorità e lo gonfiano a dismisura, fino a fargli oscurare le altre cause antropiche, concrete e certe, di incremento del carico di cancro, prendendone il posto; una farsa tragica, per la sua capacità, nella veste mediatica e politica che gli si è fatta assumere, di spingere la popolazione verso quei fattori di rischio oncogeno certi che vengono ignorati, e censurati da poteri rispetto ai quali la ndrangheta è subalterna. Sono entrati in azione i professionisti – e il codazzo di improvvisatori – dell’arte di servire interessi criminali del potere con proteste “contro il Palazzo” che sono in realtà sobillate dal Palazzo stesso, in quanto strumentali ai suoi interessi. A coloro che sono in buona fede, e che non sono succubi della foga che proviene dal pensiero delle tante ingiustizie subite dalla Calabria (spesso con la complicità di calabresi), si può presentare un paragone tra le navi affondate e il bandito Giuliano. Era senza dubbio un esaltato assassino; ma gli storici hanno svelato che quel giorno a Portella, a sua insaputa, oltre a lui c’erano altri due gruppi di fuoco, mafiosi ed ex marò, che fecero i maggiori danni; gruppi anch’essi controllati da quel grumo appena formatosi, che non si è più sciolto, composto da servizi USA, Vaticano, Viminale, Carabinieri, politici assortiti e compagnia; i pupari che incastrarono Giuliano, addossando a lui, come era assolutamente verosimile a prima vista, tutta la responsabilità, e che orientarono con la strage il consenso a proprio favore. Si potrebbero fare altri esempi di questa “tattica di Portella”. Uno schema tattico che conviene avere presente, essendo più frequente di quanto non si pensi; e che oggi, vinta la Guerra fredda, gli operatori del settore applicano a grandi interessi dell’industria e della finanza, come la medicina e l’igiene pubblica. L’identificazione narrativa tra ndrangheta e cancro, tra ndrangheta e nemici della salute, tradisce il supporto poliziesco, e piduista, al business medico e ai suoi crimini. In futuro forse vedremo una speculare identificazione mediatica e ideologica tra medici, questurini, carabinieri e scienziati.
Se la questione è la salute delle popolazioni, prima di guardare alle cartine delle navi affondate bisognerebbe guardare ad altre mappe e ad altri dati. Di quanto è aumentata l’esposizione alle radiazioni mediche in Italia e in Calabria negli anni? Quale è stato e sarà il peso dell’introduzione tuttora in corso dei programmi di screening oncologico nell’aumento di incidenza dei tumori in Italia e in Calabria? In USA si stanno ponendo domande come queste. Lì fanno mea culpa per la spesa pubblica (Medicare) pagata a prestazione per esami di imaging medico, che dal 2000 al 2006 è raddoppiata, raggiungendo i 14 miliardi di dollari, un incremento sostenuto principalmente da esami avanzati e costosi, come la Tac e la medicina nucleare; esami che fanno aumentare i tumori. Si ammette che si tratta di “overutilization”: molti di questi esami sono totalmente inutili, e beneficiano non il paziente ma chi li commercia. Esami eseguiti sotto l’azione della disinformazione e della paura disseminate ad arte. C’è dunque una situazione aberrante, nella quale una sorgente di radiazioni ionizzanti, un fattore cancerogeno riconosciuto, è anche un enorme fattore di profitto, sostenuto da tecniche di marketing e promozione del prodotto; questo dovrebbe spaventare non meno delle navi in fondo al mare. L’articolo citato conclude stimando che in USA ogni anno 20 milioni di adulti e “crucially” oltre un milione di bambini sono irradiati senza necessità, a dosi in grado di provocare il cancro. Prima di spingere le masse verso la sala raggi lanciando allarmi, bisogna chiedersi cosa si sta facendo: se non si stanno propagando notizie false o tendenziose, praticando la banalità del cancro in cambio di qualche miserabile ricompensa.
A settembre, mentre sulla costa calabra, immemori del gorgo che attende chi fugge ciecamente da Scilla, si gridava al mostro marino Cunsky a poche miglia da Cetraro, in USA l’ortodossia medica dubitava dei suoi stessi dogmi: la più potente rivista medica di categoria, per la quale fino a ieri ciò che loro chiamano prevenzione, ovvero la diagnosi precoce, era la via regia contro il cancro, o meglio la via sacra, da difendere con la spada da qualsiasi critica, ha parlato di “ripensare” i programmi di screening per mammella e prostata, che stanno avendo risultati controproducenti: “screening may be increasing the burden of low-risk cancers without significantly reducing the burden of more aggressively growing cancers and therefore not resulting in the anticipated reduction in cancer mortality.” (Kaplan JG. Rethinking breast and prostate screening. Jama, 2009;302(15):1685-1692). (La frase diviene più chiara e lineare sapendo che “low-risk cancers” è un eufemismo per indicare formazioni che sono classificate come cancro, ma che clinicamente in genere non si comportano come cancro, e restano silenti; ovvero, sono “cancri” che se non vengono cercati e scoperti è come non averli; i “more aggressively growing cancers” sono i cancri veri).
Questi sono fattori che aumentano l’incidenza di cancro sotto il nostro naso, e che sono spesso appoggiati, nascosti e protetti grazie ai servigi di quei tribuni della plebe, ex comunisti, ex missini, dipietristi, Udc, etc. che ora si stracciano le vesti perché si trascurerebbero le navi affondate; di quei politici e funzionari dello Stato che così stanno conducendo a capofitto, col vibrante incitamento dei vescovi e parroci, anche la Calabria nella situazione i cui effetti nefasti vengono ora riconosciuti in Usa. Il battage sulle cause di cancro ambientali, quelle vere, ma meglio ancora quelle presunte, o false, o hollywoodiane, sta non solo coprendo ma sta anche potenziando le cause iatrogene (v. Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi). Purtroppo il male non proviene solo dagli ndranghetisti e da luoghi tenebrosi, ma anche da fonti insospettabili e rassicuranti.
Tornando alle liste d’attesa, non viene ricordato a sufficienza che una coda quanto più è lunga tanto più genera scarsità, e quindi tanto più aumenta il valore unitario del bene. In un paese evoluto l’ingolfamento stabile non è un accidente, e non è solo una franchigia per chi si dà da fare; è anche uno strumento ben definito, efficace anche se un po’ antiquato, per ottenere ingiustamente potere, e ricchezza; per costringere i cittadini comuni nel ruolo di sudditi; di supplicanti. Condizione della quale i molli italiani si accorgono solo quando hanno necessità urgente dell’attenzione del giudice, o del radiologo. Come per il ruolo della ndrangheta nel rischio di cancro, le pirotecniche trovate di Berlusconi si sovrappongono ai quieti interessi di potere e corporativi, dominanti da decenni, che pure non vogliono un sistema sano.
Considerando il paragone tra code per le Tac e per le sentenze, una medicina che facesse meno Tac, facesse solo quelle necessarie, non solo eliminerebbe le code, ma sarebbe una medicina migliore: molto più rapida, molto più sicura, con maggiore offerta di servizi utili a parità di spesa. Per sospette lesioni della caviglia, del piede e del ginocchio sono disponibili le “regole di Ottawa”, volte a ridurre le radiografie inutili. Ma il concetto di miglioramento tramite protocolli di limitazione è estraneo alla attuale concezione culturale “eroica”, o infantile, o neonatale, della medicina nell’opinione pubblica. Né è popolare tra gli operatori: “stai praticando medicina difensiva o è una scusa per guadagnare di più?” conclude un recente articolo medico sui costi e i danni di quella che chiama “medicina massimalista”. Sospetto che anche per rendere “l’amministrazione della giustizia” degna di questo complemento di specificazione basterebbero norme procedurali, non costose, volte a ridurre l’afflusso, la lunghezza e la tortuosità del “tubo giudiziario”. Norme che avrebbero il difetto di non essere spettacolari, e di poter essere strumentalmente attaccate come lesive della nostra altissima tradizione di garanzie giuridiche; oltre al difetto di rompere le uova nel paniere a gruppi forti. Concordo con altri bloggers: una giustizia a tempo è un assurdo, ma lo è anche una giustizia senza tempo. Questa è una occasione perché magistrati e politici perbene indichino i provvedimenti concreti “a levare”, quindi attuabili senza spese e in tempi brevi, per finire l’indecenza; e li ripetano ad nauseam, prendendo esempio da Berlusconi.
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Blog “Blogghete”
Commento dell’1 apr 2011 al post “Fukushima è già tra noi” del 31 mar 2011
Vi diverte? A me no: penso che ci sia già troppo caos informativo sui rischi di cancro da radiazioni; es. i rischi da “elettrosmog” sono inventati o sopravvalutati per depistare dai rischi reali come quelli da radiazioni mediche, e da agenti chimici nei prodotti di consumo e inquinanti. Converrebbe stare attenti, perché a volte gli scherzi sulla radioattività che viene da lontano coprono gli scherzi della radioattività che si prende per appuntamento:
http://menici60d15.wordpress.com/2009/11/18/quando-“less-is-more”/
Pubblicato in: Adeguamento della realtà al falso con la violenza, Agnotologia, Alleanza della sinistra col clero, Animalità razionale, Appoggio della magistratura alla frode medica strutturale, Artifici della magistratura, Avversione della sinistra deuteragonista per l'opposizione autentica, Berlusconismo, Bioetica strumentale, Biopolitica, Blogs, Borghesia compradora, Carattere nazionale e radici storiche del malcostume, Carotismo, Censura del dissenso tecnico, Censura e persecuzione del dissenso, Censura su questioni bioetiche, Clero e compradora, Clero e deuteragonismo, Clero e doppio Stato, Clero e frode medica strutturale, Clero e violenza, Collusione della magistratura col potere, Coltivazione del conformismo, Coltivazione dell'ignoranza, Complesso biomedico-mediatico, Compradora e deuteragonismo, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Crimine dei colletti bianchi, Dal secundum quid al simpliciter, Depistaggi eziologici, Destra, Deuteragonismo medico, Difesa diritti fondamentali pre-costituzionali, Difesa istituzioni repubblicane dagli occupanti, Diritto all'informazione, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Disordine pilotato, Doppio Stato polizie segrete e associazioni di tipo massonico odierni, Esposizione dell'ingiustizia come alternativa alla giustizia, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Fallacie di generalizzazione e induttive, Falsa coscienza e buona fede degli operatori nella frode medica strutturale, Forze di polizia come milizie mercenarie, Frode medica strutturale, Frodi quantitative, Gattopardismo, Guerra fredda e deuteragonismo, Iatrogenesi, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Inautenticità della sinistra, Indebolimento metodologia scientifica, Individuazione responsabilità collettiva non distributiva, Influsso delle oligarchie finanziarie, Inquinamento, Legami mafie meridionali-mafie padane autoctone, Libertà dalla bugia, Mafia meridionale e mafia fordista, Mafie meridionali e medicina, Magistrati e deuteragonismo, Magistrati e medicina, Malamisura, Male e mediocrità, Manipolazione delle statistiche sul cancro, Manipolazione ideologica, Manipolazione mediatica, Medicalizzazione della vita, Medicina e frode medica strutturale nel Meridione, Metamafia, Midcult progressista, Misteri d'Italia e USA, Onore virtù militari e senso del diritto delle forze di polizia, Opposizione deuteragonista, Partecipazione della Sinistra deuteragonista al doppio Stato, Partito americano, Passaggio da medicina dei baroni a medicina delle multinazionali, Pericoli dell'antimafia, Profezia che si autoavvera in medicina, Propaganda di malattie, Questione meridionale, Responsabilità del pubblico nella frode medica strutturale, Responsabilità e colpe del popolo, Riconoscimento dell'extramediatico, Riguardo della magistratura per la sinistra, Ruolo della magistratura nel doppio Stato, Scambio ruoli progressisti e conservatori, Servizi segreti e frode medica strutturale, Silenzio osceno, Sinistra compradora, Sinistra deuteragonista, Sovradiagnosi di cancro, Sovratrattamento, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Successi spuri nella lotta al cancro, Successione Ndrangheta come prima mafia, Supporto della religione all'oppressione, Tecnica del potere, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza e medicina, Violenza impunita, Violenza indiretta, Violenza occulta | Commenti disabilitati
28 ottobre 2009
Segnalato il 28 ott 2009 sul blog “Uguale per tutti” come commento al post del 23 ott 2009 “Cari colleghi dove eravate?” di Gabriella Nuzzi
“Innanzitutto occorrerebbe che la magistratura non si sentisse in dovere di dire la verità, e che lasci questo ruolo alla politica” (Mino Martinazzoli, Giornale di Brescia, 21 dic 2004).
Mi spiace dirglielo, dr.sa Nuzzi, ma lei ha un serio problema come professionista del diritto. Lei scrive (in “Cari colleghi, dove eravate?”) “La ricerca della verità accomuna Giustizia e Informazione.” (Per sua fortuna aggiunge “ma non è una lucina debole e fioca, che si accende e si spegne all’intermittenza della ipocrisia e della convenienza politica. E’ un faro immenso, luminosissimo…”). Lei non conosce o non accetta il principio della separazione dei valori. La Giustizia e la Verità sono entità separate e distinte. Le persone come Lei, o come me, che pensano che Giustizia, Conoscenza e Informazione siano legate, siano strettamente connesse, siano parte di un fascio di valori che non può essere smembrato, e forse nomi diversi dati alla stessa cosa vista da diverse angolature, sono prive di quella concezione equilibrata che nelle attività intellettuali conferisce professionalità e responsabilità, ed è quindi il prerequisito per il successo.
La separazione tra Giustizia e Verità configura un riduzionismo duplice: ideologico, che permette di parlare di giustizia mentre si calpesta la verità, e materiale, che consente di alterare la rappresentazione di fatti. Nel mio campo, la medicina, vige un rigido riduzionismo materiale, che dà luogo a ibridi lussureggianti quando si unisce al riduzionismo ideologico giudiziario (v. Il riduzionismo giudiziario nella frode medica strutturale: il caso del testamento biologico). In campo medico-legale i due riduzionismi vanno a nozze; di recente, nel caso Aldrovandi, periti e magistrati hanno distinto tra meccanismo di morte cardiaco e meccanismo di morte respiratorio. Il cuore e i polmoni sono separati e distinti nel caso dei bovini sul bancone del macellaio. Sono organi che sul piano fisiopatologico sono fortemente interconnessi, tanto che è possibile e a volte obbligatorio considerarli un unico blocco; ma così si è potuto saltare a piè pari gli effetti della bastonatura e della compressione toracica sul complesso cuore-polmoni, per andare a inserire il solito ingegnoso meccanismo alla “Wile Coyote” che spiega un crimine operato da persone in divisa come un atto di legittima difesa finito male per aver calcato la mano e per una sfortunata, incredibile, casualità.
In questi giorni è in prima pagina la vicenda della “Nave dei veleni”, sollevata dalle Procure di Paola e Catanzaro. Da una parte, meglio tardi che mai: si doveva intervenire molti anni prima su questa infamia e questo sfregio alla Calabria delle navi affondate al largo delle sue coste, che forse ha attinenza anche con l’omicidio di Ilaria Alpi. Ma l’azione giudiziaria non è solo tardiva; è anche prematura, nel senso che si parla e si grida sui veleni prima e non dopo avere accertato il contenuto della nave. Osservando da anni la manipolazione delle notizie di interesse medico, per me questo tirare fuori ciò che si è tenuto per tanti anni nei cassetti, e tirarlo frettolosamente fuori “half-baked”, proprio mentre è in corso una campagna mediatica su cancro e Meridione (v. infra) suona come un campanello d’allarme; insieme alla presenza di politici come Loiero, Pecorella, Minniti, Veltroni, a soffiare sul fuoco; e alla assidua copertura di giornali come Libero, che dovrebbe rappresentare i “cattivi”, assieme ovviamente a Manifesto e Unità, che invece sarebbero dalla parte dei “buoni”. La magistratura sta facendo finalmente Giustizia e Verità sul caso? Giustizia forse si. Verità no. E gli effetti complessivi saranno negativi: l’azione delle Procure di Paola e Catanzaro sarà un fattore di incremento delle diagnosi di cancro in Calabria.
Infatti, viene ignorato che in Calabria sono in gioco non una ma almeno tre noxae patogene in grado di fare aumentare gli indici epidemiologici del cancro. L’inquinamento focale, dovuto a una concentrazione di cancerogeni in aree ristrette, (esempi da manuale sono il cloruro di vinile monomero e l’amianto), è solo una delle noxae. Tali focolai seguiranno dinamiche dipendenti dalla distanza e dalla dose, fattori che, in genere, ne limiteranno l’effetto, anche se gli inquinanti dovessero diffondersi, es. tramite la catena alimentare. La Calabria, terra politicamente debole, è effettivamente a rischio di divenire una pattumiera di veleni, se non lo è già, e tale noxa va contrastata con la massima energia. Diverso è l’inquinamento diffuso, es. quello dell’aria nella Pianura padana, o quello legato agli alimenti industriali, che è a intensità più bassa di quello focale ma ha effetti di massa. Bisogna contrastare ovviamente anche questo inquinamento, guardando es. agli inceneritori, intorno ai quali girano molto denaro e potenti interessi.
La terza noxa, importantissima e trascurata, o meglio censurata, è quella che gli esperti di comunicazione chiamerebbero “memetica”. E’ una noxa che ha caratteristiche singolari. Cresce col crescere degli allarmi, fondati o falsi, sul rischio di cancro, e i suoi effetti sono rapidi, a differenza dei cancerogeni materiali. Come ho già esposto, agitare le notizie di rischio di cancro porta a un incremento di diagnosi spurie di cancro tramite specifici meccanismi di persuasione e inganno, in operazioni tipiche delle grandi agenzie di pubbliche relazioni che forniscono consulenza alle multinazionali (v. Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi). Questa noxa non segue leggi fisiche e biologiche, ma le leggi della disinformazione e della propaganda: da Rocca Imperiale a Melito Porto Salvo, tutti i calabresi vi saranno esposti. E’ una noxa immateriale, che non vuol dire inesistente o fumosa. Voi magistrati sapete bene che la penna o la parola ne ammazzano più della spada. Questa estate, uno studio sul Journal of the National cancer institute (Mulcahy N. Prostate Cancer Overdiagnosis in the United States: The Dimensions Revealed. Medscape medical news, 1 set 2009) ha riconosciuto che in USA ci sono stati negli ultimi 30 anni circa un milione di uomini ai quali è stato sovradiagnosticato il cancro della prostata, la diagnosi di tumore più frequente negli uomini (v. Il mediatico e l’extramediatico: il caso delle ghiandole sessuali maschili). Una massa di sovradiagnosi che ha riguardato anche pazienti relativamente giovani, sottostimata, e sovrimposta su statistiche che erano già inflazionate da falsi positivi, precisano gli autori. Almeno un milione di uomini che non avevano un vero cancro alla prostata, e che sono stati castrati e messi nella condizione di malato di cancro per fare soldi. Perfino la potente American cancer society, uno dei colpevoli del disastro, la cui auri fames l’ha portata in passato ad essere indagata e condannata dai magistrati statunitensi, ora denuncia che si è esagerato con le diagnosi di cancro della prostata. Mentre in USA, nelle roccaforti del business oncologico, si tirano i freni a un sistema che toglie la borsa e la vita e che sta divenendo insostenibile anche per lo stesso capitalismo laissez faire, la Calabria e il Meridione sono nel mirino di manovre volte a estendere a queste terre di frontiera dell’Occidente il business della medicina commerciale, e in particolare dell’oncologia commerciale.
Solo quest’anno, il 2009, ci sono stati, oltre al bombardamento giornalistico e a quello dei politici sulla sanità-inferno del Sud che deve diventare come la virtuosa sanità del Nord, interventi di istituzioni autorevoli e credibili. L’Airtum ha rassicurato: l’aumento di incidenza e di mortalità dei tumori è dovuto all’invecchiamento della popolazione; che è un poco come dire che la elevata frequenza di casi di pedofilia da turismo sessuale in certi paesi del terzo mondo è dovuta alla bassa età media di quelle popolazioni. Il quoziente generico di mortalità per cancro è una media ponderata dei quozienti per età, e come tale non è un artefatto, ma ha anch’esso rilevanza per descrivere il carico di cancro sulla popolazione. L’Associazione italiana registri tumori rileva inoltre che la minor incidenza di cancro nel Meridione va scomparendo, e attribuisce ciò “all’acquisizione di stili di vita urbanizzati” e “perdita dei benefici derivanti dall’alimentazione di tipo mediterraneo”. Una spiegazione apodittica, che ripete il catechismo ufficiale: il cancro, rectius una diagnosi di cancro, uno se la becca a causa dei propri peccati, come il mangiare male; non per i cancerogeni naturali, né, per l’amor di Dio, per cause umane esogene, molto più intense ormai di quelle naturali: l’inquinamento ambientale, l’esposizione a sostanze chimiche o a radiazioni ionizzanti, l’adulterazione degli alimenti, o la sovradiagnosi. Non una parola sugli screening, e sulla lievitazione di diagnosi di cancro che notoriamente comportano.
Di tale aumento parla invece il Libro bianco 2009 dell’Istituto di igiene dell’Università cattolica (Salute, le donne italiane stanno bene ma aumenta il divario fra il Nord e il Sud. Adnkronos salute, 16 set 2009). Premesso, con riferimento al carcinoma della mammella (che commercialmente e statisticamente è l’omologo femminile dal carcinoma della prostata) che “il gap tra Nord e Sud e’ ancora molto ampio – ha spiegato Walter Ricciardi, ordinario di Igiene e medicina preventiva all’universita’ Cattolica di Roma e autore del Libro Bianco – solo riguardo ai tumori si e’ avuto un miglioramento: piu’ screening, piu’ diagnosi, ma anche piu’ guarigioni. le donne del Nord, costantemente ‘bombardate’ da programmi di prevenzione, sanno cosa e’ giusto mangiare e quali sono gli stili di vita sani e le cose da fare per prevenire le malattie. Al Sud non e’ cosi’”, l’autore spiega che l’aumento di incidenza di cancro al Sud in seguito a screening, che porterà al pareggio dell’incidenza tra Nord e Sud, c’è, ma è da leggere anche in positivo, perché è dovuto allo svelamento di casi nascosti. Questa è una di quelle stupefacenti affermazioni, come il commento di Martinazzoli in epigrafe, che intimidiscono: provenendo da fonte autorevole, si ha paura di sembrare sempliciotti, poco intelligenti, a non riconoscerle come un acuto paradosso e rispondere: ma che sta dicendo. L’affermazione che vi sia un elemento positivo nell’aumento del livello di incidenza di cancro per screening è un paralogismo tutt’altro che onesto: gli epidemiologi hanno osservato che se il caso fosse questo, l’aumento di incidenza sarebbe un picco temporaneo. Non dovrebbe essere prevedibile che negli anni crescerà fino ad allinearsi alle altre regioni. Nei fatti quando l’incidenza di cancro aumenta in seguito a screening, per decenni rimane sostenuta, e anzi continua a crescere, fino a raggiungere livelli epidemici, come se i cancri miracolosamente spuntassero per il fatto di essere cercati; contro la biologia, ma come è caratteristico di un prodotto commerciale di successo. Andrebbe al contrario riconosciuto che alla capacità biologica del cancro di metastatizzare l’uomo ha aggiunto la capacità di moltiplicarsi tramite una sorta di disseminazione memetica.
Poi c’è stato il caso protesi-prostitute a Bari (v. La magistratura davanti alle frodi mediche di primo e secondo grado; Servizi segreti nella Sanitopoli barese? ). Gli aspetti relativi alla salute pubblica sono stati tralasciati; non si è quasi parlato dell’inutilità e dannosità degli interventi. In USA ignorare questa verità sarebbe stato un poco più complicato: è apparso un articolo del New York times sulla chirurgia vertebrale e le forniture di chiodi e protesi (The spine as a profit center, 30 dic 2006), che dice che “The evidence of wide spread corrupt practices is truly staggering.” Da noi invece per quel poco che si è parlato di questo aspetto, sottraendo attenzione alle mignotte, si sono diffuse notizie tendenziose: Santoro ad Anno Zero ha affermato che in Puglia la spesa per le protesi è aumentata dal 2001 ad oggi del 243%, contro il 55% dell’Italia; facendo credere che sia la Puglia la pecora nera, e che il Meridione dovrebbe prendere a modello il Nord. In realtà, per ciò che conta maggiormente per la salute pubblica in questo caso di corruzione, l’appropriatezza degli interventi di impianto di protesi, il Nord non può dare lezioni, ma dovrebbe essere lui il primo a essere messo nel gabbione degli imputati. Dai dati (Manno V, Masciocchi M, Torre M. Epidemiologia degli interventi di chirurgia protesica ortopedica in Italia. 2009. Rapporto Istituto superiore di sanità 09/22) si può ricavare, considerando 9,5 milioni di abitanti per la Lombardia e 4 milioni per la Puglia, che per l’intervento più frequente, quello di impianto di protesi d’anca, nel 2001 in Puglia il tasso di interventi in rapporto alla popolazione, per regione di appartenenza dell’ospedale, era circa il 50% di quello della Lombardia, e che nel 2005 questo tasso era salito al 57%. Lo stesso tasso per regione di appartenenza del paziente era per la Puglia il 62% di quello della Lombardia nel 2001, ed è salito al 73% nel 2005. Al Sud, con tutta la corruzione, non si fanno più interventi che al Nord, ma meno. Il tasso di incremento degli interventi nello stesso periodo è stato più elevato in Puglia che in Lombardia: 29% in Puglia vs il 13% della Lombardia per regione di appartenenza dell’ospedale; 27% in Puglia vs. 8,6% in Lombardia per regione di appartenenza del paziente. Anche qui, tassi di tipo commerciale, stabili e anzi fortemente crescenti. La Puglia sta rincorrendo il treno lombardo, che ormai è lanciato a velocità alle quali è sempre più difficile continuare ad accelerare. In Puglia, alla fase di lancio della medicina commerciale, nella quale si sono permesse le forme più voraci e paesane di corruzione, subentrerà l’austera frode medica di primo grado, nella quale i prezzi unitari si abbasseranno, e che per la popolazione sarà addirittura peggiore, con tassi di interventi impropri ancora più elevati. In questi giorni Verzè ha offerto a Vendola, il responsabile politico del puttanaio barese, la presidenza del San Raffaele del Mediterraneo, clone del San Raffaele di Milano, tempio della medicina vergine, della medicina come sacerdozio secondo il patron di Pio Pompa. Nessuna contraddizione, una semplice riconversione stilistica dell’adescamento: dalle escort locali al circuito “bene” della medicina scientifica internazionale; che è ancor meno soggetto a rossori; dalle donnine con le giarrettiere per i primari alla seduzione delle masse mediante i parafernalia dei laboratori. Viene presentata come moralizzazione quella che è una modernizzazione della frode. Anche in medicina c’è ormai un divorzio, una voragine, tra “Scienza” e Verità.
Mentre impazzava lo scandalo di Bari, il Censis, considerando la soddisfazione dei pazienti come una componente valida di un indice di qualità della sanità, ha concluso che per offerta di sanità l’Emilia-Romagna, dove i programmi di screening oncologico sono all’avanguardia, è la prima, e la Calabria è l’ultima. Accostando a questo risultato quello per il quale secondo il Censis anche la salute della popolazione è peggiore al Sud. Anche se spesso non hanno una buona assistenza sanitaria, i calabresi (che a tavola mangiano prodotti locali migliori di quelli che in altre regioni si comprano nei supermercati) hanno la più bassa incidenza e mortalità per tumore; sono gli indici più importanti secondo l’epidemiologia, e a pensarci anche secondo il buon senso; gli epidemiologi onesti, che non ripetono la favola dei trionfi sul cancro, assegnano loro l’importanza dovuta; mentre nell’attuale vulgata si tratta di una quisquilia, che viene trascurata nelle analisi, e celata nelle informazioni al pubblico facendo anzi credere il contrario. Se ne parla solo per predire che questa indecenza, che è sputtanante per la fiaba dei meriti soteriologici della medicina “d’eccellenza”, e che deve indispettire alcuni italiani di razza superiore come se fosse un’altra manifestazione dell’infingardaggine e del parassitismo meridionali, è sul punto di finire.
Ora è arrivata un’altra voce attendibile e autorevole, la magistratura col bastimento carico di cancro. Sui media, nella politica, nella “società civile”, i furbi cavalcano l’onda formata dall’azione giudiziaria; e la popolazione si è mobilitata, senza sapere che protestando per una delle tante ingiustizie subite dalla Calabria verrà fottuta dall’altra parte, con una diversa, nuova, ingiustizia. Non ci sono santi, il cancro in Calabria deve crescere.
I servizi, che si sono occupati di traffico di rifiuti, si occupano anche di biomedicina. Siamo un Paese dove il covo di Via Gradoli, in un appartamento che era sotto il controllo dei servizi, non viene scoperto quando sarebbe stato utile alla democrazia scoprirlo, ma viene fatto scoprire, volutamente, in seguito, dagli stessi che lo avevano utilizzato. Eppure non abbiamo imparato nulla; qualsiasi minimo ragionamento che non accetti senza fiatare quello che ci raccontano, che consideri che vi possa essere una tattica dietro certe rivelazioni anomale, viene graniticamente respinto; e seguiamo irremovibili come “Jugale” l’iperrealtà mediatica che ci viene ammanita. Non abbiamo visto forse le immagini delle telecamere subacquee? Non credere alla tv oggi è come non credere in Dio nel Medioevo.
Ammettiamo che la nave affondata al largo di Cetraro sia effettivamente carica, come è possibile, di scorie radioattive o di potenti cancerogeni chimici. Ammettiamo che tali agenti possano superare la barriera costituita dai 500 m di profondità e dalla distanza dalla costa. Anche in questo caso, limitare l’attenzione alla sola noxa focale favorirà la noxa memetica. Le persone si spaventeranno e entreranno nei programmi di screening di massa o cercheranno controlli individuali. La magistratura avrà così contribuito ad instaurare una spirale tossica: il pericolo della noxa focale favorirà la noxa memetica. L’incidenza dei tumori aumenterà per sovradiagnosi. Ciò a sua volta comporterà un cambiamento culturale che porterà a prendere atto dell’aumento di incidenza dei tumori, e quindi ad accettare come un dato di fatto gli eventuali effetti reali di noxae materiali focali e diffuse. La Calabria diverrà moderna, con indici epidemiologici sul cancro rispettabili, e magari brillanti. Non dovrà più temere gli insulti di Venditti.
Forse con l’avvento del nuovo alcune delle storiche sconcezze della sua sanità passeranno; ma ciò solo se anche in Calabria, finalmente, ci si metterà a produrre cancro su scala industriale, facendo decollare la moderna economia oncologica, e ci si metterà così in pari con le altre regioni. Geograficamente al centro del nuovo grande mercato mediterraneo, grazie all’industria medica, che è l’industria della paura e del dolore, forse un domani la Calabria non sarà più “in the middle of nowhere”. Dato l’aumento di incidenza del cancro da sovradiagnosi e da inquinamento, e l’importanza che l’oncologia acquisirà nella vita sociale, il nuovo stato di equilibrio, a tasso di tumori non più relativamente basso ma elevato, apparirà dopo qualche tempo naturale, completando la spirale. Le azioni giudiziarie sulla nave dei veleni e gli altri più probabili siti inquinati saranno servite, limitando il quadro, sia da innesco, sia da capro espiatorio non innocente, per una situazione più vasta e complessa, che verrà quindi aiutata. Condotta in questi termini, l’offensiva giudiziaria sui veleni in Calabria favorirà gli interessi dell’alta finanza in campo biomedico; che non sono molto distanti da quegli interessi responsabili della discarica abusiva delle scorie, e dell’inquinamento da crescita economica.
I magistrati si occupano di Bene e Male, pensa la gente. Non so cosa pensino i magistrati a riguardo, ma, se per loro la verità conta qualcosa, dovrebbero sapere e avere ben presente che in medicina, e soprattutto nella medicina attuale, spesso, soprattutto in quei casi giudiziari che vengono ripresi e amplificati e talora distorti dai media, invece che tra il Bene e il Male i magistrati dovrebbero discriminare tra “competing risks”: tra mali in competizione. Dove alcuni dei rischi, dei mali, sono di natura antropica, e a volte sono deliberati, fraudolenti e criminali. E, perseguendo soltanto quello che prima facie appare come Il Male contrapposto al Bene, in realtà si favorisce un male più grave e più subdolo.
Mostra ciò anche un caso simile, minore, che pure riguarda la disinformazione e gli effetti cancerogeni delle radiazioni, avvenuto a Bologna, dove ai primi di settembre del 2009 la Procura ha indagato per omicidio colposo 4 medici di diversa specializzazione che non hanno diagnosticato un tumore cerebrale a una bambina che accusava cefalea. “Sarebbe bastata una Tac” hanno ripetuto i media, es. il TG5. La cefalea essenziale nei bambini è decine di migliaia di volte più frequente di quella provocata dai tumori cerebrali. La Tac può provocare tumori cerebrali (Brenner DJ, Hall EJ. Computed tomography – An increasing source of radiation exposure. N Engl J Med, 2007. 357:2277-2284). L’effetto della notizia sarà quello di una maggior offerta e una maggior domanda di Tac nei bambini con cefalea. Così oltre al rischio di falsi positivi, e alle carenze nell’assistenza medica che deriveranno da allocazione irrazionale delle risorse, aumenterà l’incidenza reale dei tumori cerebrali, e di altri tumori. Il prof. Picano, direttore del Centro di fisiologia clinica del CNR, osservando che i tessuti dei bambini sono particolarmente sensibili agli effetti cancerogeni delle radiazioni, raccomanda: “I pediatri dovrebbero fare molta più attenzione del normale” nel prescrivere esami radiologici e in particolare Tac. Pochi giorni dopo la notizia dell’indagine, e della relativa propaganda alle Tac cerebrali ai bambini, il Lancet (Barclay L. Validated rules may predict children at very low risk for brain injury after head trauma. 22 set 2009) ha pubblicato uno studio dove si premette che ”CT [computed tomography] imaging of head-injured children has risks of radiation-induced malignancy” e si cerca pertanto il modo di limitare l’uso della Tac sui bambini con trauma cerebrale.
Ma nella nostra cultura i familiari esami radiologici vengono sottovalutati – anche dai medici, mostrano alcuni studi - come fonte di quelle radiazioni ionizzanti che sono in grado, con elevata probabilità, di causare tumori. Per tutta la penisola si invocano a gran voce “Cchiù Tac ppì ttutti”, anche se gli stessi radiologi ormai dicono, nei loro congressi, che se ne fanno troppe (salvo ai pochi pazienti che ne trarrebbero davvero utilità). La nave seppellita sott’acqua dalla ‘ndrangheta, o i telefonini, quelle sì che sono cose che di certo fanno venire il cancro. Non viene detto, ma lo si nasconde, alla faccia delle discettazioni dei giuristi e dei giudici sul consenso informato e del nugolo di fini bioeticisti ardenti guardiani della autodeterminazione del paziente: è un fattore di rischio per cancro, soprattutto in età premenopausale, oltre che sicura fonte di una valanga di sovradiagnosi (il 33% secondo il National cancer institute) anche la mammografia periodica di screening; alla quale le donne calabresi si sottoporranno in massa dopo l’attuale tambureggiamento mediatico sul rischio di cancro (ma non ci sono indagini e cortei su questo; il ricercatore che negli anni Settanta svelò il pericolo, calcolando che le mammografie ne uccidevano il doppio di quante ne salvavano, Irwin Bross del Roswell Park di Buffalo, ebbe la carriera stroncata).
I magistrati di Bologna inquisiscono i medici del caso in oggetto per un errore diagnostico gravissimo, nel quale col senno di poi appare evidente che una consulenza neurologica per eventuale diagnosi di sede e una risonanza magnetica si sarebbero dovute richiedere; un errore che appare essere la conseguenza, la nemesi, del riduzionismo diagnostico dei vari specialisti. Fanno bene, e fanno Giustizia. Ma non fanno Verità, valore dal quale i diritti costituzionali e il bene pubblico restano dipendenti non meno che dalla Giustizia; e anzi contribuiscono a propagandare il falso, e così a diffondere il danno ingiusto alla cittadinanza a vantaggio di interessi privati.
La separazione tra Giustizia e Verità è strategica per le fortune della casta giudiziaria. Con questo assioma si può produrre giustizia senza verità. Si può produrre una giustizia che non è un faro, ma è una lanterna magica che proietta le storie desiderate. Si può partecipare al gioco del potere senza apparire compromessi; anzi apparendo difensori degli interessi della cittadinanza. Si possono ad esempio servire gli interessi del grande business medico, quello delle multinazionali, ben più potente di Berlusconi, assicurando così alla corporazione un’alleanza che le copre le spalle. Del resto, fior di giuristi invocano il “diritto mite” il “diritto che deve fare un passo indietro” quando si tratta della Verità in biomedicina. Se la Verità è separata e distinta dalla Giustizia, allora è possibile non solo ignorarla, ma c’è anche modo di riuscire a combatterla lasciando intatta la Giustizia. Vale quindi la pena di salvaguardare la giustizia da commistioni improprie con la verità, a tutti i costi. Anche con qualche strappo, mediante abusi nei quali non c’è ombra né di giustizia né di verità, ma solo cavilli dozzinali e violenza di Stato. Se si riconoscono alcune informazioni, addio al gioco della giustizia con la testiera, la giustizia coi paraocchi e il morso. Pertanto certe informazioni sulla medicina i magistrati non solo non le scoprono e non le raccolgono, non solo quando le hanno davanti non le esaminano e le ignorano come se non esistessero, ma le censurano attivamente. Centinaia di km a Nord di Cetraro, nelle curie romane, e più a Nord, dove i boss locali non sono pittoreschi ndranghetisti ma pensosi intellettuali prestati alla politica, o padani che faticano e producono, una mafia vincente e compiuta, che veste la toga dello Stato e la divisa dello Stato, si occupa di sopprimere verità scomode, che modificherebbero le verità parziali come quelle alle quali i magistrati di Paola e Catanzaro porgono invece grande ascolto. I pentiti, i non pentiti, magistrati, forze di polizia, politici, amministratori pubblici, dita diverse della stessa mano. Questa necessità forte di stabilire come principio irrinunciabile la separazione dei valori forse può spiegare anche la punizione interna alla magistratura dei magistrati di Salerno, assurda agli occhi del pubblico laico, e davvero inusuale.
Copia della presente viene inviata alle Procure di Paola e Bologna, alla DDA di Catanzaro, e ai sindaci di Cetraro e Paola.
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Adesione all’appello alla Procura generale presso la suprema Corte di Cassazione ed alla Sezione disciplinare del CSM comparso su “Uguale per tutti il 29 ott 2009
30 ott 2009
Aderisco all’appello di “Uguale per tutti” affinché gli organi disciplinari della magistratura conformino la loro azione ai principi regolatori della giurisdizione nel ricorrere a misure cautelari. Non bisogna abusare del potere che si esercita per conto dello Stato, come dicevo avantieri su questo blog a proposito della “Nave dei veleni”, che ieri si è rivelata un decoy presentato dal pentito, probabilmente pilotato da qualche “manina”; e come ho ripetuto ieri mattina all’equipaggio della volante (GdF 197AZ) che mi sono trovato ferma davanti poco dopo l’uscita da casa, in un quartiere di periferia, e che, ricomparso a 3 km di cammino, nel centro di Brescia, dopo altri due passaggi mi ha chiesto i documenti (mentre leggevo un interessante articolo sulla “sindrome di Struldbrugg”, cioè i rischi di una eccessiva medicalizzazione dell’anziano; gli Struldbruggs sono gli anziani decrepiti ma immortali dei Viaggi di Gulliver). Altrimenti poi può divenire difficile distinguere i pentiti e i non pentiti dalle guardie e dai magistrati.
Tanto le azioni disciplinari strumentali che le intimidazioni di polizia appaiono seguire anziché la Costituzione il precetto del cardinale Mazzarino, riportato da Nando Dalla Chiesa nei suoi libri: l’arte del trasformare la vittima in colpevole, del trasformare chi accusa in soggetto da sorvegliare e punire. Più in generale, l’arte dello scambio dei ruoli.
Francesco Pansera
Via Tosetti 30 Brescia
Pubblicato in: Adeguamento della realtà al falso con la violenza, Appoggio della magistratura alla frode medica strutturale, Artifici della magistratura, Associazioni a delinquere di stampo mafioso autoctone padane, Avversione della sinistra deuteragonista per l'opposizione autentica, Avvicinamento clero e scientismo, Bioetica strumentale, Biopolitica, Campagne istituzionali di discredito, Carotismo, Censura del dissenso tecnico, Censura e persecuzione del dissenso, Censura su questioni bioetiche, Classe dirigente bresciana e doppio Stato, Clero e compradora, Clero e doppio Stato, Clero e frode medica strutturale, Collusione della magistratura col potere, Coltivazione dell'ignoranza, Complesso biomedico-mediatico, Compradora e deuteragonismo, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Crimine dei colletti bianchi, Crimine universitario, Dal secundum quid al simpliciter, Depistaggi eziologici, Deuteragonismo medico, Difesa istituzioni repubblicane dagli occupanti, Diritto all'informazione, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Disordine pilotato, Dolo in medicina, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Fallacie di generalizzazione e induttive, False biografie, Fiducia nelle istituzioni, Forze di polizia come milizie mercenarie, Frode medica strutturale, Frodi quantitative, Funzione censoria del deuteragonismo, Gattopardismo, Iatrogenesi, Immunità giudiziaria delle forze di polizia, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Inautenticità della sinistra, Indebolimento metodologia scientifica, Individuazione responsabilità collettiva non distributiva, Influsso delle oligarchie finanziarie, Inquinamento, Interventi della magistratura contro frodi mediche, Istituzionalizzazione del crimine, Laicità all'italiana, Legami mafie meridionali-mafie padane autoctone, Libertà di cura, Mafia meridionale e mafia fordista, Mafie meridionali e medicina, Magistrati e deuteragonismo, Magistrati e medicina, Malamisura, Male e mediocrità, Manipolazione delle statistiche sul cancro, Manipolazione ideologica, Manipolazione mediatica, Medicalizzazione della vita, Medicina e frode medica strutturale nel Meridione, Metamafia, Midcult progressista, Morton's fork e doppio legame, Neoalchimia, Oltraggio mediante il potere istituzionale, Onore virtù militari e senso del diritto delle forze di polizia, Opposizione deuteragonista, Pansera, Partecipazione della Sinistra deuteragonista al doppio Stato, Passaggio da medicina dei baroni a medicina delle multinazionali, Pericoli dell'antimafia, Persecuzione di polizia, Perversità del crimine istituzionale, Praticità del teorico, Principio di Mazzarino, Profezia che si autoavvera in medicina, Promesse messianiche di successi scientifici, Propaganda di malattie, Questione meridionale, Relativismo epistemico, Responsabilità del pubblico nella frode medica strutturale, Riconoscimento dell'extramediatico, Riguardo della magistratura per la sinistra, Ruolo della magistratura nel doppio Stato, Sanità lombarda, Scambio ruoli progressisti e conservatori, Scambio tra accuratezza e precisione, Scienza ad auctoritatem, Scienza e medicina come nuove religioni, Servizi segreti e frode medica strutturale, Silenzio osceno, Sinistra compradora, Sinistra deuteragonista, Sovradiagnosi, Sovradiagnosi di cancro, Sovratrattamento, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Successi spuri nella lotta al cancro, Successione Ndrangheta come prima mafia, Uso persecutorio della tecnologia per la sicurezza, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina, Valore politico del dissenso tecnico, Victim blaming, Violenza, Violenza e medicina, Violenza impunita, Violenza indiretta, Violenza occulta, Violenza politica tramite la polizia | Commenti disabilitati
22 agosto 2009
Blog AldoGiannuli.it
Commento al post “Tangentopoli e i suoi eredi” del 17 ago 2009
Ringrazio il prof. Giannuli per la risposta sul suo blog, “Tangentopoli e i suoi eredi“, che credo sia d’avanguardia tra le posizioni degli storici accreditati; pur avendo un carattere preliminare, e limitandosi al quadro nazionale, fornisce dati di fatto preziosi, e condanna entrambe le versioni dei due partiti, degli inquisiti e degli inquisitori, che si limitano a scoprire a vicenda gli altarini della controparte. Spero che ci illumini ancora su Tangentopoli: sull’effetto finestra, cioè la sua breve durata; sui rapporti tra Tangentopoli e le stragi di quegli stessi anni; sul colpo di grazia, a 100 anni dalla fondazione, al partito che doveva incarnare quella che un tempo fu la nobile idea socialista, dalla quale si era progressivamente estraniato, fino a divenire una cosa altra e mostruosa, come sotto l’effetto di una pluridecennale “Quaresima dei Visconti” ideologica.
Sempre a proposito del significato della Sanitopoli barese e dell’affermazione di Vendola su un ruolo dei servizi, vorrei presentare il concetto di grado delle frodi mediche (F. Pansera. La contabilità delle frodi mediche di secondo grado. Lettera alla Procura della Corte dei Conti della Calabria e a L. De Magistris, 11 lug 2006), che mi permetto di segnalare anche agli storici, e a coloro che si interessano di politica, che vogliano cominciare a ragionare e a scavare su quanto accaduto 17 anni fa con Tangentopoli.
In estrema sintesi. Frodi mediche di grado zero: corrispondono alla natura magica di quella antichissima pratica antropologica che è la medicina. Consistono nella stimolazione a fini di lucro e di potere di credenze irrazionali costitutive, come tali fisiologiche. Una specie di abuso della credulità antropologica. Es. la credenza che la medicina possa dare, di cura in cura, di riparazione in riparazione, l’eterna giovinezza o l’immortalità; che la chirurgia ortopedica possa, oltre la sua reale utilità, fare tornare a saltare come un grillo un anziano. Questa forma di frode viene combattuta come superstizione oscurantista dai poteri della medicina ufficiale, forti dei reali successi della medicina scientifica, solo nella misura in cui può dare luogo a medicine alternative a quella ufficiale; ma il sacro fuoco dell’irrazionale viene tenuto vivo nella sua versione scientista in un modo che più che le vestali ricorda un fuochista con la pala al focolaio della locomotiva. Nell’ambito di questo sforzo per sfruttare le immense potenzialità economiche della frode medica di grado zero, da alcuni anni è in corso una confluenza tra medicina ufficiale, formalmente razionale, e magia medica, che è stata ribattezzata “medicina complementare”.
Come altre credenze consolatorie di tipo magico-religioso, questa frode è spesso gradita al frodato, soddisfacendo necessità psicologiche ed esistenziali basilari; ed è quindi spesso difesa dal frodato, che con essa difende i gradi superiori di frode medica. E’ il robusto plinto sul quale poggiano le frodi di grado superiore, delle quali ci occupiamo qui. Nel caso in esame, si può vedere all’opera la frode di grado zero in un soggetto che racconti che sta facendo il giro degli ortopedici per dei dolori alla schiena, osservandone l’espressione del volto e le altre reazioni dopo che gli si dica che nella grande maggioranza dei casi si tratta di dolori non specifici, non legati a una patologia organica ben definita; che non beneficiano realmente delle terapie chirurgiche (v. infra); aggiungendo che secondo studi recentissimi in questi casi l’effetto analgesico delle tante forme di terapie è solo leggermente più efficace del placebo (L.A.C. Machado et al. Analgesic Effects of Treatments for Non-specific Low Back Pain: A Meta-analysis of Placebo-controlled Randomized Trias. Rheumatology, 2009;48(5):520-527), spesso al costo di affetti avversi che possono essere pesanti; che sulla rivista della potente e conservatrice American medical association è apparso uno studio che, non riuscendo a evidenziare un vantaggio delle terapie chirurgiche per l’ernia del disco rispetto ai trattamenti non chirurgici (addebitando, con lodevole spirito autocritico, l’insuccesso a una insufficienza metodologica) ammette obtorto collo che “any improvements seen with surgery may include some degree of ‘placebo effect’ “ (J. N . Weinstein et al. Surgical vs Nonoperative Treatment for Lumbar Disk Herniation. The Spine Patient Outcomes Research Trial (SPORT): A Randomized Trial. JAMA 2006; 296(20): 2441-2450).
Frodi mediche di primo grado: le più importanti, le più gravi e le meno conosciute; sofisticate manipolazioni dottrinali, spesso ottenute contraffacendo la ricerca scientifica, che permettono di massimizzare i profitti del business medico nella pratica clinica, in maniera formalmente legale. Si basano sulla frode di grado zero, e sono strutturali: intrinseche alla pratica medica. Si deve ad esse la trasformazione della medicina in una megaindustria. Provocano sovradiagnosi, sovratrattamento, iatrogenicità, su grande scala, ma in forma controllata. Ferocemente protette dai poteri forti della medicina. Es. le sovradiagnosi sistematiche, che attribuiscono un mal di schiena aspecifico a una protrusione di un disco intervertebrale, normale in soggetti anziani, ma ribattezzato ernia del disco; che sono favorite dalla dottrina, latitante o debole nel definire e delimitare scientificamente i nessi tra ernia del disco, sintomatologia e sua evoluzione nel tempo.
La medicina del mal di schiena mostra una tattica consueta con la quale le frodi di primo grado perseguono la sovradiagnosi e il conseguente sovratrattamento: dottrina e basi scientifiche approssimative e rudimentali, accoppiate a tecniche diagnostiche ad alta tecnologia sensibilissime e quindi prone al cosiddetto errore di tipo I, il falso positivo. Così se uno ha il mal di schiena si rivolgerà a una medicina che non ha le idee ben chiare sulla patogenesi del mal di schiena; ma che lo sottoporrà a esami sofisticati e costosi, come la risonanza magnetica nucleare, che spesso vedono anche quello che non c’è o che non è rilevante, e lo incanalano così dal chirurgo. La risonanza magnetica è risultata positiva per segni di alterazioni discali nell’85% di soggetti asintomatici; positiva per protrusione discale nel 65% dei soggetti asintomatici. Gli ortopedici onesti sanno che in una marea di casi certi esami radiologici di grido sarebbe meglio non farli, o buttarli via.
Oppure l’estensione nella dottrina e nella pratica dei criteri di applicabilità delle protesi ortopediche (anca, ginocchio, etc.). Gli ortopedici coscienziosi selezionano attentamente i pazienti per i quali questi interventi hanno effettivamente un bilancio vantaggioso; ma l’industria multinazionale delle protesi esercita una pressione in senso contrario, volendo farle applicare al maggior numero possibile di pazienti; influendo sulla dottrina, cioè le pubblicazioni scientifiche, e sulla percezione del pubblico, tramite i media; e sui professionisti, che tranne encomiabili eccezioni oppongono a queste pressioni remore e resistenze pari a quelle della D’Addario.
Caso raro, per i presidi di osteosintesi c’è anche un esempio di contrasto istituzionale alle relative frodi mediche di primo grado (S. Brownlee. Overtreated: why to much medicine is making us sicker and poorer. Bloomsbury, 2007). Nel 1985 il Congresso USA istituì l’Agency for the health care policy and research, AHCPR. L’agenzia, basandosi sulla reale evidenza scientifica, raccomandò, per la cura del mal di schiena, di sostituire l’intervento di fusione spinale (che usa materiale come quello commercializzato da Tarantini a Bari) con terapie non chirurgiche. L’intervento di fusione vertebrale non è troppo ben visto neanche all’interno della medicina ortodossa, che da anni tende ad allontanarsi dell’invasività, soprattutto per gli interventi chirurgici più futili. Ma cominciò una guerra contro l’agenzia, coi chirurghi ortopedici come truppe, e con la partecipazione di una ditta produttrice delle placche e viti per fusione spinale, la Sofamor Danek. Risultato: all’agenzia furono tagliati i fondi (dopo aver progettato di chiuderla), cambiato il nome, e tolto il potere di incidere con le sue raccomandazioni sui rimborsi di Medicare e Medicaid. La sua opera di controllo rimase lettera morta. Invece di sparire, tra il 1990 e il 2001 il business delle fusioni spinali in USA ha potuto crescere del 220%; del 127% tra il 1997 e il 2004. Un mercato di miliardi di euro. Chiodi e placche per fusione spinale arrivano a costare in USA 16000$ a intervento: la Sofamor ha trovato la pietra filosofale per trasformare i metalli in oro. Come tante sue sorelle. Il Nobel comunque l’hanno dato agli inventori della risonanza magnetica. Non c’è invece alcuna seria evidenza scientifica che tale pratica sia utile al paziente Ci sono dati che suggeriscono che dopo l’intervento di fusione lombare i pazienti stanno peggio.
E’ interessante notare che in USA, fonte di questi mali, ogni tanto c’è qualche pezzo deviato delle istituzioni che osa opporsi seriamente alla frode di primo grado, la frode strutturale, se non altro identificandola e mostrandola al pubblico. Questo non avviene da noi, o almeno non riguarda Sanitopoli. Ciò che invece è ben noto da noi, sopratutto con Sanitopoli, sono le frodi mediche di secondo grado, che sono quelle che vengono perseguite e appaiono sui media; sono frodi piuttosto semplici, artigianali, a volte rozze. Sembra che perseguendole si sia raggiunto il cuore di tenebra della medicina; ma sono in realtà frodi derivate; frodi sulle frodi di primo grado. In genere vanno a vantaggio degli operatori degli ultimi settori della filiera produttiva; di chi siede alla cassa o allo sportello, per così dire, e non sono viste di buon occhio dai poteri forti della medicina, perché spesso non solo stornano profitti dal loro business, ma lo danneggiano.
Per esempio, il chirurgo della S. Rita di Milano, che per pochi miserabili euro impianta su un paziente un chiodo ortopedico riciclato, non sterile; riducendo i consumi a vantaggio di interessi di bottega; e riducendo gli standard qualitativi degli interventi, mettendo così a rischio la falsa reputazione di eccellenza di una pratica ortopedica di trattamenti inutili che in Lombardia ha raggiunto, legalmente, livelli di esasperazione tali che la Regione stessa ora deve frenarla; pur essendo stata la Regione con Formigoni ad aprire le chiuse del consumismo medico liberista. Oppure il comparaggio, denunciato dai NAS dei CC, dei sanitari del Careggi di Firenze, che succhiavano il costo di viaggetti a Cuba, e anche cash, dai profitti su protesi, placche e viti che applicavano in conformità alle prassi ufficiali. O la maga cartomante, che spilla migliaia di euro a chi è insoddisfatto delle cure ortodosse per il mal di schiena; lo fa stare meglio sospendendo le terapie inefficaci, e quindi i loro effetti avversi, e gli evita un intervento chirurgico inutile; propinando al loro posto un altro placebo, ma alla buona: pozioni, riti, o altro misterioso rimedio; correndo però il rischio di incorrere nella severa censura di una delle poche voci di giornalismo “watchdog” rimaste in circolazione: Striscia la notizia.
O come a Bari. Il business dei materiali per chirurgia quando necessario può avvalersi oculatamente di corruzione dei politici e di gadgets sessuali ai primari; ma qui lo si è trasformato nella locanda dell’allegra mutanda, in un magna magna sregolato, col quale si sta maltrattando la gallina dalle uova d’oro. Gran parte del denaro che ora va in tangenti intascate dagli smodati forchettoni locali può essere trasferito al grande business: rimettendo ordine, facendo lavorare principalmente la frode di primo grado, come si fa negli ospedali privati e pubblici delle civili regioni del Nord e in parte del Centro; limitando la frode di secondo grado all’indispensabile, all’ungere un poco gli ingranaggi, con percentuali ragionevoli.
Ma cosa si sono messi in testa i baresi coinvolti? Che l’ambaradan che a livello mondiale spinge il business delle protesi ortopediche e dei materiali per osteosintesi; i fraterni rapporti coi governi, da Washington al Pirellone, i migliori esperti, ricerche, pubblicazioni, convegni, corsi, articoli giornalistici, programmi divulgativi, etc.; tutto questo le multinazionali l’abbiano allestito per farli sollazzare? Ah, dove sono andati i tempi del rigore calvinista; quelli del vecchio senatore Agnelli, che, si dice, informatosi della parcella rinunciò a una ballerina, trovando esoso il prezzo; solo per principio, essendo già ricchissimo.
I responsabili della Sanitopoli barese saranno pure puttanieri della medicina, ma coi loro comportamenti non sono dei corpi estranei rispetto alla società attuale, o alla classe dirigente. La gente, mentre “soffre e gode” dello scandalo, non sembra interessata a saperne di più sulla reale utilità e appropriatezza degli interventi di chirurgia ortopedica in Puglia; se la sua colonna lombare o teste femorali e acetaboli sono a rischio di venire permutate con una marchetta. Né i magistrati sembrano approfondire molto il tema; dopo averlo sfiorato, veleggiano verso acque più sicure: Berlusconi, mazzette, donnine, etc. Né gli intellettuali engagé, alla ricerca di una nuova identità, vedono alcuna “contraddizione del capitalismo” sulla salute dei cittadini; alcun tema etico sul quale dire qualcosa “di sinistra”, davanti ai singolari criteri di intervento per chirurgia ortopedica maggiore; interventi che arricchiscono i chirurghi, ma danno anche lo stipendio ai portantini. Anche qui, Berlusconi, le mazzette, le donnine, etc. Non si parla di etica della pratica medica quotidiana. In un sistema senza regole, “esistono solo le eccezioni”, come il caso di Eluana Englaro, dove ci si può indignare contro il potere senza rischi, anzi servendo il potere.
Le frodi di secondo grado sono legate ad iniziative di individui o piccoli gruppi, e quindi avvengono più spesso, ma non esclusivamente, nell’ambito della medicina “privata” (privata nei profitti, essendo finanziata largamente da denaro pubblico). Ma anche il primario di un ospedale pubblico può fare comparaggio. Dato il loro carattere istituzionale, le frodi di primo grado non solo sono possibili nell’ambito della medicina pubblica, ma trovano in essa un ambiente adatto: la migliore reputazione del pubblico e un livello di conflitto d’interessi oggettivamente più basso, che conferiscono credibilità. In realtà, la medicina è ormai solo privata, nel senso che come pratica viene decisa da grandi interessi privati, che hanno in mano la ricerca, gli esperti e le leve politiche. Il controllo dello Stato sulla medicina “scientifica” ricorda le truppe Greche alle Termopili; ma solo nel rapporto di forze e nella posta in gioco. Nel malaffare medico, le escort sono l’ultima ruota del carro. La cosiddetta medicina pubblica è oggi una medicina privata con al termine della filiera operatori, e ufficiali pagatori, pubblici; che applicheranno criteri tecnici dettati da interessi privati, sia in buona fede, sia in cattiva fede, sia metà e metà, sotto la spinta di incentivi e punizioni. Parallelamente, le posizioni progressiste “di sinistra” sulla medicina costituiscono anche una elegante copertura per le evoluzioni tecnocratiche della medicina liberista.
Il mal di schiena è uno dei campi più ubertosi della medicina commerciale, ed è arrivato a un punto tale di sfruttamento che perfino la medicina ufficiale parla, in questo periodo di contenimento della spesa, della necessità di “fare un passo indietro” (R. A. Deyo et al. Overtreating Chronic Back Pain: Time to Back Off? J Am Board Fam Med. 2009;22(1):62-68). I grandi interessi vogliono che campi come questo siano tenuti ben coltivati, liberi sia da critiche, controlli e divieti, sia dalle erbacce infestanti delle frodi di secondo grado; e stanno ottenendo tutto ciò che vogliono. Vogliono che i magistrati e gli altri poteri dello Stato servano il grande capitale come ortolani, che estirpano la gramigna, e come campieri, che tengono lontano i ficcanaso, sistemando quelli più fastidiosi.
Poniamo che un ente regolatore dello Stato e un magistrato fossero usciti pazzi e, senza altri fini che il loro dovere, avessero indagato e fatto ricerche sulla diagnostica, i farmaci, la chirurgia nel comune mal di schiena; per verificare se, a parte le mazzette, siano presenti frodi di primo grado; es. se applicando la dottrina ufficiale e le comuni pratiche cliniche sull’ernia del disco si commettono reati e abusi a danno della salute e delle tasche dei cittadini (cfr. G. Cinotti. Il decorso naturale della malattia: ciò che il medico non può ignorare. Il caso emblematico delle patologie muscoloscheletriche. In: Filosofia della medicina. ManifestoLibri, 2001; S. Brownlee, cit. 135-139). E’ improbabile che avrebbero fatto carriera o acquistato prestigio come i magistrati di Sanitopoli e Tangentopoli; si sarebbero messi contro interessi economici forti e spietati, ma non avrebbero ricevuto la tutela del CSM di Mancino; o l’appoggio del Parlamento, che su questioni che interessano il grande business medico è ancora più bipartisan del solito.
Avrebbero ricevuto riconoscimenti come quelli toccati in USA alla ex AHCPR, o in Italia a magistrati che recentemente si sono avvicinati ad altri tratti della linea del proibito; o magari, se avessero persistito nell’errore, costituendo un cattivo esempio, e fossero stati quindi percepiti come un pericolo, avrebbero avuto il privilegio di riscontri empirici alle “fantomatiche entità” previste da sofisticate teorie come quelle di Bobbio o F. De Felice o Giannuli sull’esistenza di “governi invisibili”.
La Spectre si interessa di lombaggine? I servizi si interessano di potere e di soldi. Le frodi mediche di primo grado hanno i piedi d’argilla, e sono pertanto tutto-o-niente: generano facilmente miliardi, e sono invincibili, ma solo se i loro talloni sono protetti. Altrimenti rendono poco più di quello che incassano le fattucchiere incastrate dagli inviati di Striscia coi carabinieri al seguito. Data la frode antropologica, di grado zero, basta poco a proteggere queste fondamenta argillose. Campagne mediatiche per plasmare un’opinione pubblica già predisposta; soppressione di dati, di analisi e notizie scomode; eliminazione di qualche rompiscatole che le produce, screditandolo e rendendogli la vita impossibile. E poi, dopo la necessità di difendere la frode di primo grado dagli onesti, quella di difenderla dai colleghi, con le loro frodi competitrici, o le loro frodi parassite di secondo grado: colpire i piccoli truffatori indipendenti, punire i “pusher” della medicina che fanno la cresta, selezionare i partiti e i politici più adatti, etc..
Un altro compito molto importante è di fornire appoggio alle operazioni di espansione e crescita del business; crescite brillantissime per prodotti che neppure avrebbero dovuto essere immessi nel mercato con quelle indicazioni, come le fusioni spinali o innumerevoli altri prodotti biomedici; e che invece non solo sono legali, ma sono “prodotti etici”. Giochi da ragazzi, per i servizi, che hanno fatto ben altro. Tanto che a volte forse hanno la mano pesante.
Personalmente, ritengo che il ruolo dei servizi nell’industria medica sia comunque subalterno alle forze economiche che hanno ideato la frode medica di primo grado; e cerco di parlare di questo argomento, rilevante ma per sua natura sfuggente e scivoloso, il meno possibile; anche perché evocare i servizi, mentre distrae dall’essenza del problema, non solo provoca comprensibili dubbi nei prudenti, ma stimola anche le accuse strumentali di dietrologia dei lecchini di professione, e peggio di tutto espone allo stolido scetticismo degli stupidi. “The back pain “market” is a humming, economic machine that produces millions in revenues annually”. (G. Waddell. The back pain revolution. Introd. Churchill Livingstone 2004. 2 ed); “Chronic low back pain market an attractive commercial opportunity for drug developers because of large drug-treated population” (Pharmalicensing.com, 2006): questo mi pare lo snodo centrale. In USA le cure mediche per il mal di schiena fatturano qualcosa come 40 miliardi di dollari all’anno. Pare che sia la spesa medica annuale procapite più alta dopo quella per la cardiopatia ischemica. Secondo l’agenzia di marketing farmaceutico WWMR, il solo mercato degli analgesici per il mal di schiena raggiungerà i 23 miliardi di dollari nel 2018, contro i 5 miliardi di dollari per i dolori da cancro.
Ma per cogliere questo facile frutto è indispensabile aggiungere ad una macchina già molto complessa un’ulteriore componente: un servizio di protezione della frode. Se si ha chiara la colossale deformazione dell’attuale medicina, la presenza di apparati ideologici e repressivi che la proteggono appare come una necessità strutturale. Altrimenti si postula un Principe che rimarrebbe sul trono pur avendo solo “della volpe”, senza “avere del leone”. Una presenza la cui individuazione peraltro non è figlia, in termini kantiani, di una conoscenza a priori, ma a posteriori; ed è suggerita anche da analisi di altri autori; e da numerosi indizi, ai quali l’affermazione di Vendola, nell’ambito di quanto qui esposto, va ad aggiungersi. Il ruolo di forze non ufficiali appare come uno degli aspetti costitutivi di un fenomeno più vasto e più grave. D’altra parte, dove si può sostenere tranquillamente che il successo del rapimento e dell’eliminazione di Moro è stato tutta farina delle Brigate rosse, o il successo della Mafia è tutta cosa dei mafiosi, non si vede quale ascolto possa avere l’introduzione di “deliranti tesi complottiste” sull’irresistibile ascesa di quella che ai contemporanei appare non come un crimine, ma come una delle più utili alte e nobili attività umane; e che solo tra molto tempo forse porterà a ripetere la domanda fatale: “come è potuto accadere?”.
Inoltre, i servizi “deviati” costituiscono solo una parte del Doppio Stato. Le frodi mediche di primo grado sono un altro di quei campi dove le azioni di magistrati carabinieri e poliziotti arrivano a volte ad essere “opus diaboli”; e dove i risultati della magistratura e quelli della “gemella corporazione di polizia” (Giannuli) favoriscono sistematicamente gli “arcana imperi”. La magistratura non corre i rischi che derivano dal pestare i piedi al grande business medico; anzi la sua azione appare conforme alle esigenze di tale business. E’ noto che le lobbies farmaceutiche influenzano addirittura l’elezione del presidente USA; da questo lato la magistratura italiana appare avere acquisito meriti presso i grandi elettori della politica mondiale. La magistratura tende a perseguire le frodi mediche di secondo grado, spesso clamorose, ma accessorie rispetto al nucleo fraudolento della medicina, che può esserne danneggiato; e tende a favorire, con una combinazione di propaganda, persecuzioni e insabbiamenti, quelle di primo grado, silenziose, complesse e contrarie al senso comune sulla medicina, ma strutturali, e indispensabili ai grandi poteri industriali e finanziari
In Italia, terra dove si vuole che l’ora di religione faccia media e comunque il buonismo è materia curricolare, quando si veste il camice bianco del soccorritore degli infermi la tentazione di “zanzare” qualcosa di tutto quel ben di Dio è irresistibile; e pertanto le frodi mediche di secondo grado sono molto comuni; e siccome è abbastanza semplice ottenere risultati giudiziari scoprendo queste magagne di amministratori, medici e altri “zanza”, la magistratura può facilmente caricarsi a piacimento di procedimenti di questo tipo; apparendo così ligia al dovere mentre trascura, e attivamente aiuta, le frodi di primo grado; che sono ardue e ingrate da combattere sotto tutti i punti di vista. E inoltre ufficialmente neppure esistono.
Avrei preferito ricevere dall’analisi dei numerosi specialisti su Tangentopoli un supporto da un campo non medico a queste mie constatazioni; forse è ancora presto; tanto che invece posso offrire loro un termine di paragone con Tangentopoli, trasferendo il concetto di grado delle frodi oltre il settore biomedico (una generalizzazione che ha ovviamente dei limiti). Anche in Tangentopoli si sono contrastate le tangenti, un costo per le imprese, ma non si è messo in discussione il sistema che le tangenti parassitano. Non sempre le tangenti sono su progetti realmente degni. Un’opera pubblica inutile e dannosa, es. il Ponte sullo stretto, corrisponde a una frode di primo grado. Tangenti sull’opera pubblica inutile e dannosa, o l’impiego di materiali scadenti nella costruzione dell‘opera pubblica inutile e dannosa ma legale, a frodi di secondo grado. Una differenza è che nel settore medico le frodi di primo grado godono di vita autonoma, o di maggiore autonomia (data la frode di grado zero); in un settore come le opere pubbliche, a volte le frodi di primo grado sono architettate allo scopo di potervi impiantare frodi di secondo grado.
Anche con Tangentopoli si è privilegiato il contrasto alle frodi di secondo grado; a quel genere di ruberie che parassita le frodi di primo grado. Apprendo da Giannuli un elemento che in effetti combacia con quanto esposto qui: in Tangentopoli si è perseguito più il corrotto che il corruttore, “andando a parlare contro i corrotti a casa dei corruttori”: in Confindustria. Strana cosa, commenta sornione Giannuli. Ma gli iscritti a Confindustria hanno estremamente chiaro che nella pratica c’è un enorme divario tra la frode di primo grado “secca”, che arricchisce la sola impresa, senza rischi, e le frodi di secondo grado, che a volte sono obbligate se si vuole beneficiare delle frodi di primo grado, ma impongono di gonfiare i costi e spartire con altri, e provocano una serie di impicci.
E’ da notare che rientra negli illeciti di secondo grado anche il pizzo mafioso su attività che siano legali ma non limpide. L’industria medica rappresenta il modello esemplare agognato dagli imprenditori. Tanto è duro il mercato della produzione e vendita di bulloni e affini, altrettanto è paradisiaca la situazione per chi produce e vende ferramenta ortopedica. Dalla sua posizione vantaggiosa, l’industria medica non solo può creare facilmente profitti elevatissimi; ma, raggiunte posizioni egemoni, può anche riuscire a controllare meglio delle altre i parassiti.
Coloro che trovassero cervellotica la distinzione tra i due gradi di frode potrebbero considerare l’aforisma di Brecht: “Che cos’è rapinare una banca a paragone del fondare una banca?”; ed elaborarlo. La distinzione tra il praticare tassi usurai o piazzare titoli spazzatura dopo avere fondato un’attività in sé utile come un istituto di credito, e il derubarlo dall’interno alterando i conti come fanno certi ragionieri disonesti. I reati del banchiere versus i reati del bancario. Oggi che la medicina è in mano all’industria medica, i medici e gli amministratori pubblici sono sempre più i bancari della medicina. Tangentopoli, e Sanitopoli, potrebbero essere viste avendo presente la diversa attitudine culturale e giuridica sugli oscuri imbrogli tecnici delle banche e su chi vorrebbe vivere alle spalle delle banche.
Da questo punto di vista, più che verso la “legalità”, intesa come aderenza alla giustizia, Tangentopoli sembrerebbe essere stata un ulteriore passo verso la “legalizzazione” di attività di arricchimento discutibili o francamente illecite. Sanitopoli appare perfezionare, con risolutezza ancora maggiore, lo stesso obiettivo, già largamente raggiunto nel peculiare settore biomedico: quello dell’istituzionalizzazione del crimine, del crimine che si fa normalità rispettabile e autorevole. Come per Sanitopoli, forse Tangentopoli appartiene alla storia del progresso dello sfruttamento e dell’ingiustizia non meno che a quella della lotta all’ingiustizia.
La Sanitopoli barese ha un altro effetto, non meno importante di quello antiparassitario, sul sostegno alle frodi mediche di primo grado: contribuisce alla campagna di penetrazione della medicina “sabauda” nella medicina “borbonica”. Anche su questo ci sarebbero qualche spiegazione e qualche evidenza da presentare. Sui media a seguito delle esternazioni di Vendola al PM è apparsa immediatamente anche un’altra notizia, accavallata al “carico da undici” di Vendola sui servizi deviati, che appare più interessante del commento di Bertinotti riportato da Giannuli. Le agenzie hanno riportato un comunicato stampa del Censis secondo il quale, sulla base di un sondaggio di opinione e di un modello statistico in possesso del Censis, lo stato di salute della popolazione sarebbe peggiore al Sud che al Nord, e anche l’offerta di salute; tanto da fare commentare al volo al ministro Sacconi che la sanità del Sud deve adeguarsi al modello settentrionale. Mentre Vendola tirava in ballo i servizi, e, come Proust, sentiva un antico odore, quello di quando il nemico ufficiale dei servizi erano i comunisti, sui media usciva la notizia che secondo il Censis la regione con la miglior offerta sanitaria è la rossa Emilia Romagna. Come forse si può già intuire avendo letto fin qui, le cose sono più complicate, e più sporche, della oleografia manichea che il Censis spaccia per analisi scientifica.
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Blog de Il Fatto
Commento del 19 feb 2012 al post di M. Imperato “Mani pulite: vent’anni sembrano pochi” del 18 feb 2012
Credo che i magistrati non combattano la corruzione in sé, ma ne combattano alcune forme favorendone altre. Mentre si oppongono alla bribery dei signorotti locali, favoriscono – e a volte attivamente aiutano – l’istituzionalizzazione della grande corruzione, quella dei poteri forti. E’ un poco come la lotta tra piccoli feudatari e potere centrale, al tempo per esempio di Richelieu:
La magistratura davanti alle frodi mediche di primo e secondo grado
http://menici60d15.wordpress.c…
Il PM Nicastro come assessore alla sanità: la non complementarietà tra magistrati e tangentisti http://menici60d15.wordpress.c…
Questo è confermato da magistrati come il PM Imperato che oggi loda “Mani pulite” e pochi giorni prima ha prospettato in termini positivi la legalizzazione delle lobbies (Lobby al sole anche da noi?, 27 gen 2012), uno dei più nefasti focolai di corruzione e degenerazione della politica interna e internazionale.
Pubblicato in: "Socialismo", Abolizione dell'opposizione reale, Appoggio della magistratura alla frode medica strutturale, Argomento di Corax, Bioetica strumentale, Borghesia compradora, Buonismo, Buonismo medico, Carattere nazionale e radici storiche del malcostume, Carotismo, Censura del dissenso tecnico, Censura e persecuzione del dissenso, Censura e persecuzione occulte, Censura su questioni bioetiche, Clero e buonismo, Collusione della magistratura col potere, Coltivazione dell'ignoranza, Complesso biomedico-mediatico, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Contrasti tra Impero e Baroni per i diritti di sfruttamento sull'Italia, Crimine dei colletti bianchi, Crimine universitario, Degrado del tessuto sociale e atomizzazione sociale, Depistaggi eziologici, Destra, Deuteragonismo medico, Diritto all'informazione, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Disordine pilotato, Dolo in medicina, Doppio Stato polizie segrete e associazioni di tipo massonico odierni, Fiducia nelle istituzioni, Forze di polizia come milizie mercenarie, Frode medica strutturale, Funzione censoria del deuteragonismo, Gattopardismo, Iatrogenesi, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Indebolimento metodologia scientifica, Influsso delle oligarchie finanziarie, Interventi della magistratura contro frodi mediche, Istituzionalizzazione del crimine, Legami mafie meridionali-mafie padane autoctone, Mafia meridionale e mafia fordista, Mafie meridionali e medicina, Magistrati e deuteragonismo, Magistrati e medicina, Magistratofilia, Magistratura business friendly e dottrina Pizzillo, Magistratura ghibellina, Malamisura, Manipolazione ideologica, Medicalizzazione della vita, Medicina e frode medica strutturale nel Meridione, Misteri d'Italia e USA, Neoalchimia, Onore virtù militari e senso del diritto delle forze di polizia, Opposizione deuteragonista, Pansera, Partecipazione della Sinistra deuteragonista al doppio Stato, Passaggio da medicina dei baroni a medicina delle multinazionali, Paziente come supporto, Pericoli dell'antimafia, Persecuzione di polizia, Persecuzione giudiziaria, Politica e biomedicina, Promesse messianiche di successi scientifici, Questione meridionale, Relativismo epistemico, Responsabilità del pubblico nella frode medica strutturale, Ruolo della magistratura nel doppio Stato, Scientismo, Scienza ad auctoritatem, Scienza e medicina come nuove religioni, Servizi segreti e frode medica strutturale, Sinistra deuteragonista, Sovradiagnosi, Sovratrattamento, Strumentalizzazione della sessualità, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina, Violenza e medicina, Violenza politica tramite la polizia | Commenti disabilitati
16 agosto 2009
Blog AldoGiannuli.it
Commento al post “La lettera aperta di Niki Vendola” del 10 ago 2009
Non penso che Vendola stia dando i numeri quando dice “Contro di me i servizi deviati una manina mi sta massacrando”; “Sento un antico odore che è quello della presenza dei servizi deviati, indirizzati o mirati”: è possibile, ritengo, soddisfare l’onere probatorio ricordato dal prof. Giannuli, producendo elementi che giustifichino l’ipotesi che i servizi – o meglio, gli interessi dei quali i servizi sono strumento – abbiano a che fare con la sanitopoli barese. Anche se non credo che sia Vendola l’obiettivo primario della loro azione. Non so se sia possibile costruire tale caso considerando, come fa il prof. Giannuli nell’articolo sul suo blog del 10 ago 2009, solo la lotta partitica; ma è possibile costruire il caso prendendo in considerazione elementi tecnici specifici della medicina e del mercato medico. Sarebbe però una fatica inutile, e dannosa, se non si trovano persone capaci, imparziali e interessate ad ascoltare. Gli italiani del resto non sono curiosi di sapere come vengono decise le cure mediche che ricevono; sono saziati dagli aspetti della sanitopoli barese relativi a sesso, droga e lotta tra fazioni.
Oltre all’analisi tecnica, un altro modo per verificare l’ipotesi di un ruolo del servizi è chiedere spiegazioni su tali gravi affermazioni direttamente al Presidente eletto della regione Puglia, che fino a prova contraria non è un mitomane, ma un navigato politico di livello nazionale, progressista, già esponente di punta della Commissione antimafia. Vendola condivide idee, progetti e opere sulla medicina con Verzè, il prete che ha introdotto Pio Pompa nei servizi: “oggi con il presidente Vendola abbiamo deciso di procedere su questa strada” (Verzè a proposito dell’erigendo San Raffaele del Mediterraneo a Taranto). Lungi da me la pretesa di comprendere gli intrighi della lotta partitica in Italia; in particolare, la pretesa di capire da che parte stanno i politici e gli intellettuali “di sinistra”; ma non c’è nulla che faccia pensare che una persona del calibro di Vendola, che ha mostrato di essere organica al sistema di potere integrato ai servizi, e che non ha ricevuto contestazioni dalla magistratura, sia “alla canna del gas”; mentre appare più probabile che, sollevando appena appena il coperchio di una pentola della quale, come altri, conosce il contenuto, abbia voluto lanciare un messaggio.
Forse Vendola ha lanciato un avvertimento, perché non gli causino troppo danno politico; forse, seguendo la tradizione del PCI di rivendicare una superiorità morale mentre si fanno accordi sottobanco col potere, vuole preservare l’immagine di una sua personale onestà rispetto a quel poco che è emerso sul governo della medicina andato a puttane.
Forse è anche tempo di non tenere più ermeticamente coperta la nozione che i servizi “deviati” giocano un ruolo in quel settore chiave dell’economia che è il business biomedico: può darsi che sia divenuto ormai preferibile lasciarla filtrare, in forma debole, per poi smentirla come dietrologia o come una falsa accusa strumentale. In questo modo, secondo la nota tecnica di disinformazione detta “inoculation”, si “immunizzerà” il pubblico contro forme più consistenti di denuncia di un’azione degli interessi forti, e quindi dei servizi, intorno alla medicina. Esistono già da anni, soprattutto nei paesi anglosassoni, campagne di “complottismo medico”, e non sarà difficile mescolare il grano al loglio.
Comunque, se anche la diceria dei servizi che si occupano di medicina attecchirà, nella forma vaga ed apodittica nella quale Vendola l’ha voluta presentare, o è stato costretto a presentarla, non sarà uno svantaggio per i poteri occulti; una delle funzioni dei servizi appare essere quella di accollarsi l’intero carico di infamia di certe operazioni, oltre all’abbondante quota che legittimamente spetta loro. Le avvincenti storie criminali degli “007” distolgono l’attenzione dai grigi interessi economici dei quali tali polizie sono il braccio operativo. I servizi, con il loro solido curriculum di lavori sporchi, hanno anche una funzione di protezione d’immagine per il Doppio Stato, al quale all’occorrenza fanno da parafulmine morale, addossandosi tutte le colpe; il Doppio Stato inteso come processo interno (Giannuli), e a volte intrinseco, alle istituzioni “perbene”; quelle istituzioni che suonerebbe spropositato o empio accusare, ripetendo quanto ha scritto Vendola al PM, di complicità con coloro che “costruiscono scientificamente la morte” di persone scomode.
C’ è anche una terza strada per tentare di avvalorare o “falsificare” l’ipotesi dell’influenza dei servizi nella Sanitopoli barese. La storia insegna che gli scandali come questo di Sanitopoli potrebbero fare parte della categoria di casi nei quali paradossalmente la repressione di un male porta ad un male peggiore. Nel paese del Gattopardo, scandali e rivoluzioni hanno spesso un andamento bifasico: ad una speranza di miglioramento segue la constatazione che le cose, anche se vanno diversamente, non vanno meglio di prima, tutt’altro. Il movimento che all’inizio sembrava una freccia di libertà scoccata nel cielo, a posteriori si rivela obbedire alle leggi del moto ciclico della circolazione delle elites. L’avvicendamento tra i vari predatori della savana evocato dal principe Salina; la manifestazione della necessità per i ceti parassitari di cambiare tutto, adattandosi al nuovo corso storico, affinché i loro pasti restino come prima.
Tale effetto paradosso, della lotta al male che si traduce in un altro male a volte peggiore, un fenomeno generale che si riscontra nei campi più diversi, spesso è sostenuto da meccanismi selettivi, che possono avere due forme: un meccanismo di selezione di tipo darwiniano, interno a una data specie; oppure una selezione tra specie diverse, conseguente all’alterazione dell’equilibrio ecologico entro il quale le specie competono per le risorse. In oncologia, la chemio- e radio- terapia possono ottenere una drammatica ma temporanea riduzione di volume di neoplasie maligne; secondo alcuni, la susseguente ricrescita del tumore in forme più aggressive – oltre che refrattarie alla terapia – è almeno in parte causata dalle terapie stesse mediante meccanismi di selezione clonale. I pesticidi possono peggiorare le infestazioni mediante entrambi i meccanismi: selezione genetica intraspecifica di soggetti resistenti, ed eliminazione dei predatori naturali delle specie infestanti.
In politica, Tangentopoli eliminando i ladri democristiani e socialisti ha aperto la strada a politicanti di un nuovo tipo, ma dalle mani non meno luride. Piercamillo Davigo ha parlato di un effetto evoluzionistico di Tangentopoli: la pressione selettiva dei predatori (i magistrati, secondo Davigo) sulle prede ha eliminato, tra i tangentisti, quelli “più lenti”, cioè meno abili; e ne ha così migliorato la specie. Ma gli entusiasti di Mani pulite non parlano volentieri del secondo effetto selettivo, quello ecologico, relativo alla competizione interspecifica, per il quale rimossa una specie di malfattori politici si è favorita la proliferazione di una specie diversa, ma non meno virulenta, di malfattori politici. Con il loro avvento, l’intero “ecosistema” politico è mutato, tanto che si parla di “Seconda Repubblica”. Vi è un’eterogenesi dei fini dell’azione giudiziaria che favorisce sistematicamente interessi illeciti di poteri forti; dovrebbe essere meglio studiata, soprattutto in campo biomedico (cfr. Il riduzionismo giudiziario nella frode medica strutturale: il caso del testamento biologico).
Pertanto, una terza via è di aspettare, e vedere cosa accadrà in futuro alla sanità nel Meridione. Vediamo cosa accadrà quando la sanità meridionale sarà stata “raffaelizzata”, secondo l’espressione usata nel giugno 2008 dal compagno di strada Verzè a proposito del San Raffaele di Taranto (mentre tesseva il panegirico di Francesco De Lorenzo, indicandolo come modello cristiano di medico). Vediamo se ci sarà una reale emancipazione dai mali storici della sanità meridionale, o se questi assumeranno solo forme più moderne e adeguate ai tempi; quale verso avrà l’andamento dello stato di salute delle popolazioni meridionali, e quale sarà stata l’influenza della sanità. Si potrebbero raccogliere i tassi per fasce d’età del consumo tra i meridionali di protesi ortopediche, per volume e per costo, nell’ultimo decennio, e registrare e analizzare le loro variazioni in futuro. Servizi o non servizi, ad un’opera moralizzatrice dovrebbero corrispondere buoni frutti; se invece i risultati saranno cattivi, allora si potrà dire che forse c’era davvero lo zampino di entità malefiche.
Questo metodo prospettico, l’attendere che con gli anni la cronaca diventi storia e poi contare i morti, è connesso a un quarto metodo, più rapido e pratico, non risolutivo ma non trascurabile dato il valore etico e politico della questione: il metodo retrospettivo del valutare analogie con casi pregressi; dei quali non c’è scarsità. Un metodo che necessita dell’opera degli studiosi di storia contemporanea. L’analogia da sola non permette inferenze forti, ma permette di valutare la plausibilità di un’ipotesi; può corroborare o indebolire le tesi ottenute per altre vie; in questo caso permette anche di evitare l’ostacolo, e i trabocchetti, degli aspetti tecnici della medicina e del business della medicina, che è necessario conoscere dovendo occuparsi di frodi mediche.
Vorrei pertanto chiedere al prof. Giannuli il suo autorevole parere su Tangentopoli. Alcuni sostengono che Mani pulite non sia stato il fenomeno spontaneo che è sembrato agli italiani, ma che sia stata sostenuta da una qualche forma di eterodirezione volta a modificare gli assetti politici del Paese; che si sia trattato essenzialmente della manifestazione locale dell’ondata liberista della globalizzazione, seguita alla caduta del Muro. Le stesse forze occidentali che hanno voluto i 40 anni di regime democristiano avrebbero deciso che era “time to pull the plug”. La magistratura è stata causa prima o causa intermedia dell’azione giudiziaria di Tangentopoli? Vi sono stati nella genesi di Tangentopoli interessi di poteri forti, anche sopranazionali? Vi è stata nel corso di Tangentopoli un’influenza di tali poteri forti? Se sì, i servizi sono rimasti inattivi o hanno mediato tale influenza?
Pubblicato in: Alleanza della sinistra col clero, Bioetica strumentale, Clero e deuteragonismo, Clero e doppio Stato, Clero e frode medica strutturale, Complesso biomedico-mediatico, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Deuteragonismo medico, Doppio Stato polizie segrete e associazioni di tipo massonico odierni, Gattopardismo, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Influsso delle oligarchie finanziarie, Interventi della magistratura contro frodi mediche, Laicità all'italiana, Magistrati e deuteragonismo, Medicina e frode medica strutturale nel Meridione, Misteri d'Italia e USA, Partecipazione della Sinistra deuteragonista al doppio Stato, Passaggio da medicina dei baroni a medicina delle multinazionali, Politica e biomedicina, Questione meridionale, Responsabilità del pubblico nella frode medica strutturale, Ruolo della magistratura nel doppio Stato, Servizi segreti e frode medica strutturale, Sinistra deuteragonista, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Supporto della religione all'oppressione, Teatrino laici cattolici su questioni bioetiche, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina | Commenti disabilitati
24 giugno 2009
Lettera ai magistrati del 24 giu 2009
Segnalata sul blog “Uguale per tutti” come commento al post “Contro il relativismo etico ed epistemico” del 4 giu 2009
in appendice:
L’azione giudiziaria non euclidea
Lettera racc online al PM Del Grosso del 9 set 2009
Il clero sembrerebbe aver trascurato l’insegnamento di Gesù ai suoi discepoli di essere “prudenti come serpenti”, se a contrastare i propugnatori del testamento biologico manda “Militia Christi”, un gruppo cattolico inquietante fin dal nome, che ha decorato il suo sito internet con immagini di santi armati da capo a piedi; come se non fosse storicamente provato che quando le religioni cingono la spada gli esiti sono sciagurati. Per alcune sue affermazioni sul caso Welby, pochi giorni fa questo gruppo è stato condannato in sede civile dal Tribunale di Roma a pagare 20.000 euro all’Associazione per la Liberta’ della ricerca scientifica Luca Coscioni dell’associazione la Rosa nel pugno, e altrettanti al dottor Mario Riccio, per diffamazione. Per altre affermazioni sul caso Welby il Tribunale di Monza, sez. di Desio, ha condannato in sede penale i giornalisti Belpietro e Lorenzetto per diffamazione a danno del dr. Riccio. Il loro quotidiano, “il Giornale”, berlusconiano, sta alla borghesia conservatrice illuminata – ammesso che tale favolosa entità esista – come la “milizia di Cristo” sta al messaggio evangelico. I parlamentari Binetti e Volontè, dai quali la vedova Welby riferisce di avere ricevuto accuse velenose, si sono sottratti alle loro responsabilità ammantandosi dell’immunità parlamentare. La sinistra progressista ha esultato per questa condanna; si è plaudito la vittoria contro “una portentosa opera di disinformazione e manipolazione della verita’ a danno, anzitutto, dei cittadini che vengono ritenuti ‘popolo bue’ al quale dare a credere qualsiasi ciarpame pur di evitare che si formi una coscienza collettiva, basata sulla conoscenza, su temi quali il fine vita. E cosi’ l’opera volta a ristabilire la verità…” (Marco Cappato e on. Maurizio Turco, PD).
Presumo che la sentenza sia in sé equilibrata, corretta e ineccepibile; ma non si può dire altrettanto degli effetti politici e sociali della sentenza, anche come parte delle posizioni generali della magistratura in tema di testamento biologico. Credo, per ragioni già esposte, che il clero non è così contrario al testamento biologico come fa mostra di essere; e che questa vittoria giudiziaria sia un altro episodio del teatrino laici-cattolici su questioni bioetiche; con la partecipazione, non neutrale sul piano politico, della magistratura. La sentenza, rimbalzando sui media, non diminuirà ma aumenterà, come intendo dimostrare qui, la disinformazione e l’oscurantismo a danno del pubblico; proprio come detto da Cappato e Turco; anzi peggio, perché si formerà nel popolo una coscienza collettiva, ma distorta e contraria ai propri interessi.
Se da un lato c’è “Militia Christi” dall’altro sta la “morte opportuna”, espressione usata dal dr. Riccio per dare il titolo al suo libro su Welby: le posizioni del dr. Riccio, destinate a prevalere, alle quali questa condanna fornisce ulteriore credibilità e autorevolezza, non sono meno estremiste, e a mio parere non sono meno dannose, di quelle dei suoi bellicosi diffamatori cattolici. Ho avuto modo di constatarlo l’11 giu 09, ascoltando una conferenza sul testamento biologico tenuta dal dr. Riccio nella città dove abito, mentre il Presidente del locale Ordine dei notai autenticava gratuitamente le firme del testamento biologico. Nel suo intervento – che ho registrato – il dr. Riccio, accanto ad alcune osservazioni condivisibili, e ad altre interessanti, ha fatto diverse affermazioni a carattere medico per me sorprendenti. Ne riporto solo alcune.
“I casi Welby ed Englaro non sono eccezionali o unici, come vengono presentati; provocatoriamente sosterrò che di casi come Welby e Englaro ce ne sono 16.000 all’anno, circa una quarantina al giorno. Sono casi ordinari”. Infatti, spiega il dr. Riccio, “un quinto dei 150.000 ricoverati all’anno nelle terapie intensive muoino; di questi 30.000, 16.000 cioè il 62% [52%] muoiono per una decisione clinica: muoino perché la terapia viene limitata, ridotta, sospesa o non iniziata. Esattamente i casi Welby ed Englaro”.
E’ vero che Welby ed Englaro non sono casi eccezionali, né unici; ma non sono neppure casi ordinari. Si tratta di casi particolari, che riguardano poche migliaia di persone all’anno. La loro caratteristica specifica principale è lo stato di cronicità stabile in quella che ho definito come una “agonia statica”: che si può protrarre per molti anni. E’ capzioso paragonarli alle situazioni che si creano nelle terapie intensive, alle quali il dr. Riccio fa riferimento, dove giunge la massa dei casi che non sono né cronici né stabili, ma al contrario sono casi di persone che sono entrate da poche ore in una fase acuta grave che spesso porta inevitabilmente al decesso: es. un infarto miocardico esteso, politraumatizzati gravi da incidenti automobilistici, il precipitare di una malattia cronica come un’insufficienza respiratoria (per questo vengono chiamate anche “Critical care units”; l’opposto delle lungodegenze, che riguardano casi come quelli di Welby ed Englaro). Sono situazioni nelle quali, quando non c’è più nulla da fare, i rianimatori non insistono con interventi futili, che non andrebbero né nell’interesse del singolo paziente né, dati gli effetti sull’allocazione delle risorse, nell’interesse della comunità. Tali decisioni vengono prese insieme ai parenti. Ma anche qui esistono casi dubbi e problematici, sui quali non si dovrebbe essere tranchant in sede dottrinale.
Il dr. Riccio ha il merito di ricordare un altro contesto dei decessi medicalizzati, che non è il più comune, ma certo è importante, quello delle unità di terapia intensiva; ma è una forzatura ideologica equiparare Welby ed Englaro ai comuni casi di interruzione delle cure in terapia intensiva. Al contrario, sarebbe basilare riconoscere che le diverse condizioni cliniche portano a traiettorie di fine vita diverse (Chen J, et al. Terminal trajectories of functional decline in the long-term care setting. J Gerontology, 2007. 62A: 531-536. Al-Qurainy R, Collis E, Feuer D. Dying in an acute hospital setting: the challenges and solutions. Int J Clin Pract, 2009. 63: 508-515.); e che i problemi tecnici ed etici relativi a ciascun tipo di traiettoria non possono essere accorpati fingendo che le sottostanti condizioni e prospettive biologiche siano tra loro equivalenti. Traspare una volontà di usare i casi clinici di Welby ed Englaro come paradigmi per il problema di fine vita, per unificare le varie situazioni entro un’unica supercategoria; in modo da giustificare, come ho già detto in altri post e come esporrò qui, interventi analoghi su situazioni croniche superficialmente simili, sostanzialmente diverse, centinaia di volte più comuni e quindi molto più rilevanti economicamente.
“L’eutanasia è considerata unicamente un atto volontario, diretto, col quale viene iniettata una sostanza atta a interrompere rapidamente l’attività cardiaca o respiratoria. Non esiste un’eutanasia indiretta o passiva come qualcuno sostiene”.
E’ come dire che non ci sono colpe o responsabilità per gli atti omissivi, se chi li subisce esprime o avrebbe espresso la volontà di subirli. Una riclassificazione arbitraria, che porta a ricordare che il testamento biologico (“living will”) è stato introdotto negli anni ’60 da un’associazione che si chiamava “Euthanasia society of America”, e che in seguito reputò opportuno ribattezzarsi “Society for the right to die”. Questo mostra sia le radici ideologiche del movimento pro testamento biologico, sia l’attenzione che pone nell’evitare denominazioni allarmanti.
Un linguista ha distinto tra parole “purr” e parole “snarl” (parole “fusa” e parole “ringhio”). Qui i “laici” stanno attenti ad adottare termini “fusa”, mentre i cattolici, con tutta la loro ricca tavolozza di sfumature sembra lo facciano apposta a usare parole, e posizioni, “ringhio”. La causa per diffamazione appare rientrare in questa singolare traslazione, dove i cattolici, mentre non presentano le buone ragioni contro il testamento biologico, risultano cattivissimi, e i “laici” moderati; una traslazione che fa apparire agli occhi dell’opinione pubblica come “civile” e auspicabile il testamento biologico, in particolare la richiesta di interrompere acqua e cibo; e come fanatica e codina qualsiasi critica a questi atti.
“La morte naturale è un concetto privo di significato”. “La morte naturale non esiste. La morte naturale è un concetto del medico di fine Ottocento, che vedeva morire il suo paziente, non sapeva perché moriva, e quindi trovava un modo per nascondere la sua incolpevole ignoranza”. “Noi oggi tutti moriamo con una diagnosi e una terapia; la morte naturale è rimasta nel gergo giudiziario, nelle indagini sulle persone trovate morte”. “Welby non è morto di morte naturale, e neanche la signora che ha rifiutato l’amputazione del piede in cancrena diabetica”.
I magistrati vogliono sapere se un individuo è morto per cause naturali, e la domanda è pienamente sensata sul piano biologico. La patologia, con o senza diagnosi, è un’entità naturale. La morte è un fatto naturale: la longevità è un parametro fisiologico di specie, che obbedisce a stretti vincoli allometrici, es. quelli con la frequenza cardiaca. Gli esseri della nostra specie, nonostante ciò che si sente dire in tv, non possono arrivare a vivere 120 anni col miglioramento dello stato di salute della popolazione, come non possono arrivare ad essere alti due metri e mezzo col crescere dell’altezza media col benessere. Il dr. Riccio potrebbe chiamare a sostegno delle sue tesi il premio Nobel Montagnier, che portando il ragionamento alle sue logiche conclusioni ha sostenuto che “l’immortalità [tramite l’intervento medico] è un’ipotesi da prendere in considerazione” (F. Pierantozzi. L’immortalità. Colloquio con Luc Montagnier. Allegato al n. 48 di Liberal, 1999).
Il dr. Riccio confonde la “causa della morte”, ciò che causa i meccanismi fisiopatologici che portano alla morte, che può essere un fenomeno naturale, come un cancro, o può essere “antropica”, come una ferita da arma da fuoco, con la “manner of death”, ciò che ha provocato la causa della morte, che può essere naturale come una malattia, oppure dovuta all’uomo, come un omicidio, es. sparare a una persona o somministrarle senza valido motivo terapie cancerogene, o un suicidio. Per Welby ed Englaro la manner of death corrisponde sì ad una scelta umana, ponderata e permessa dai magistrati, di ritiro delle cure; ma che ha lasciato libera di agire una manner of death naturale, dovuta alla sottostante condizione patologica; che nelle sue forme specifiche è stata la causa di morte, pure di tipo naturale.
“Io ho una familiarità per malattie cardiache; se non controllo i fattori di rischio (soprappeso, vita sedentaria, alcool, colesterolo) e dovesse arrivarmi prematuramente una morte per danno cardiaco quella non sarebbe una morte naturale; naturale fino a un certo punto, sarebbe la conseguenza di un comportamento mio e sapevo benissimo a cosa andavo incontro”.
Il dr. Riccio confonde anche, seguendo un equivoco che è stato impressso nell’opinione pubblica, i fattori di rischio, che sono entità epidemiologiche a carattere meramente associativo, con i “lifestyle factors”, a carattere causale, che a volte coincidono coi fattori di rischio, che a volte non sono sufficientemente provati, e che spesso hanno la funzione, in quella religione gnostica che è la medicina attuale, di “peccati”. Il principale fattore di rischio per il cancro è l’età; ma non è che se un anziano sviluppa un cancro è colpa sua. Fattori come il fumo, il sovrappeso e la vita sedentaria sono effettivamente fattori di rischio e lifestyle factors per la cardiopatia ischemica; conviene ridurli, ma ci sono stati casi clamorosi di maratoneti magri morti d’infarto. Un livello ematico elevato di colesterolo è un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari (sopravvalutato; è un fattore di rischio forte solo per un piccolo sottogruppo), ma l’efficacia preventiva delle misure farmacologiche di massa per abbassarne il livello è a dir poco dubbia; solo, questa idea che con una pillolina si può continuare ad abbuffarsi e campare cento anni piace, e su di essa si è creato un business delle dimensioni di uno Stato, un Eldorado, per l’industria farmaceutica. In USA nel 2008, anno di vacche magre per l’industria farmaceutica, col tasso di crescita più basso mai registrato dal 1961, le statine, citate dal dr. Riccio tra i fattori che consentono di giudicare sorpassato il concetto di morte naturale, sono scese al secondo posto nella scala dei prodotti più venduti per fatturato annuo (al primo posto sono passati gli antipsicotici): dai 16.4 miliardi di dollari del 2007 a 14.5 miliardi di dollari. Il fatturato per le statine è così sceso dal 94° al 111° posto rispetto alla lista del 2008 dei PIL annui nazionali; continuando comunque a precedere Senegal, Albania, e un’altra sessantina di paesi.
Il dr. Riccio si presenta come laico, e condanna la vecchia medicina “ippocratica”. Ma propugna una medicina ancora peggiore, la medicina delle multinazionali dove la salute e la longevità te le dà la medicina, e se ti ammali o muori è colpa tua che non le obbedisci: una medicina non “paternalistica” ma “padreternalistica”. “Militia Christi” vuole, si legge nel suo sito, il “riconoscimento della Regalità Sociale di Cristo”; il dr. Riccio va verso una forma moderna, ma anch’essa totalizzante e teocratica, di medicina; una medicina che, come Dio, ti lascia la libertà di cadere nel peccato; ma solo seguendo la sua volontà ti salverai. E’ singolare sentir dire dagli stessi che propugnano la libertà di cura che l’osservanza dei precetti del medico dà la salvezza, addirittura emancipando dallo stato di natura, mentre la morte è causata dall’inosservanza dei precetti medici. Alla faccia della laicità.
Con la sentenza si dipingono come campioni della “difesa della libertà di ricerca” i sostenitori del neoliberismo USA come i radicali, e la magistratura, che in materia di violazione del primo comma dell’articolo 33 della Costituzione ha acquisito meriti presso le multinazionali, ma ha così scritto pagine di vergogna. E’ un autoritratto ribaldo, che capovolge la realtà. L’attuale business medico non può funzionare senza censura, e ha l’abilità di invocare per sé la libertà di ricerca mentre la fa togliere a chi gli è d’ostacolo, mediante i poteri dello Stato; anche con metodi violenti, che stravolgono la figura di chi deve essere messo a tacere fino a farlo apparire come un deviante o un delinquente. Questo scambio di ruoli tra persecutore e perseguitato, oggi di moda tra i potenti, mi ricorda un poco la fine di Fantozzi quando bussa alla porta del Paradiso. Ma le affermazioni come quelle del dr. Riccio su morte, natura e medicina suonano vicine a quelle di un’altra chiusura di film satirico; quella del “dr. Tersilli”, che citando un “prof. Stroganoff” sostiene che “La vecchiaia e la bruttezza sono malattie dalle quali si può e si deve guarire”.
“Al medico non spetta valutare qual è una vita dignitosa per il paziente; o comunque non si può fare valere tale giudizio per il paziente”. “Abbiamo rianimato un killer mafioso, che poi ha ucciso ancora”. “Il rapporto fiduciario medico-paziente è una favola, salvo casi di amicizia personale”.
Al medico non spetta certo giudicare se una persona deve vivere o morire in base alle sue qualità morali, ed è sinistro sentire considerare tale ipotesi, sia pure per poi scartarla. Ma al medico curante dovrebbe spettare di formulare una valutazione su quali sono e saranno le condizioni biologiche del paziente rispetto alle aspirazioni a una vita dignitosa; nell’esclusivo interesse del paziente, rispetto al quale egli è non è né semplice prestatore d’opera né figura genitoriale o divina né amico, ma agente, che come tale ha degli obblighi. La professione medica esiste in quanto le persone ritengono di non poter fare da sole sui problemi di salute; il paziente (termine deprecato, ma che ritengo preferibile a “cliente”) non va lasciato solo, sotto il peso talora schiacciante della sua condizione, a decidere della sua sopravvivenza, proprio nei casi nei quali avrebbe maggior bisogno di un sostegno tecnico e morale; un sostegno impermeabile all’influenza di quelli che sono gli interessi dell’agente. E d’altra parte il paziente non può essere accontentato, in nome di una astratta posizione avalutativa, se chiede di essere ucciso in base a una sua personale e soggettiva opinione, indotto dalla disperazione o dalla propaganda; o costretto dai trattamenti che ha ricevuto.
“L’accanimento terapeutico è un concetto inutile e pericoloso. E’ un termine che vi posso assicurare non troverete in nessun testo internazionale; è un ossimoro italiano non ben definito e indefinibile: il limite è personale”.
Concordo con quanto osserva il dr. Riccio a sostegno di questa sua tesi, che nel caso Welby era inappropriato parlare di accanimento terapeutico a proposito del respiratore che lo teneva in vita, come invece ha fatto la ministra Turco. Ma l’accanimento terapeutico non solo esiste, come si può verificare nei quotidiani problemi che pone; non solo è un concetto indispensabile per discutere i problemi di fine vita: ma si riferisce a un problema imprescindibile per l’analisi dell’intera medicina odierna: quello del sovratrattamento. Nella letteratura internazionale non si usa la nostra espressiva locuzione letteraria, ma si parla semplicemente di “overtreatment” o, soprattutto per i problemi di fine vita, di “overzealous treatment”. Ciò che non si trova comunemente nella letteratura medica internazionale è l’affermazione che il limite tra cure e sovratrattamento sia solo un problema personale. Il dr. Riccio considera come unico termine lecito la “futilità” cioè l’inutilità del trattamento; che è un caso particolare di sovratrattamento, che anche l’Offerta medica trova conveniente evitare, ma limitatamente al fine vita. Si tratta infatti di un’eccezione alla regola; per l’Offerta medica la regola è sovratrattare. Ci sono sovratrattamenti che non sono semplicemente futili o “overzealous”: sono sovratrattamenti fraudolenti, ingiustificati e dannosi, ma applicati in quanto economicamente redditizi. Per esempio, il lucroso sovratrattamento di massa di lesioni sovradiagnosticate come cancro, responsabile di crescite esplosive nelle statistiche d’incidenza dei tumori.
Il giorno stesso della conferenza del dr. Riccio avevo ricevuto per posta il libro “Overtreated” di Brownlee. Prima mi erano arrivati “”Overdosed America” di Abramson, e “Worried sick. A prescription for health in overtreated America” di Hadler. Sono libri “mainstream” e di buon successo, scritti da seri professionisti (che descrivono anche parte delle manipolazioni che hanno permesso di costruire un Eldorado con le statine). Mentre il dr. Riccio diceva che l’accanimento terapeutico non lo si deve neppure nominare, e lo scelto uditorio annuiva, pensavo che il sovratrattamento, attualmente molto discusso in Usa, almeno tra la parte più avvertita della popolazione, per i progressisti della provincia italiana invece non esiste, è uno dei nostri soliti svolazzi retorici. In realtà, c’è un mostruoso problema di sovratrattamento nella medicina attuale, dovuto al perseguimento del profitto; ma non si può dire; a sinistra, dove partiti sindacati e intellettuali organici sono al servizio di detto business, non meno che a destra.
Non si devono accostare le parole “accanimento” e “terapia” perché, dovendo spaventare il pubblico sulla possibilità di essere sovratrattati a fine vita, bisogna però stornare il sospetto che questo avvenga anche prima, che avvenga di continuo. Non bisogna cioè fare capire che il paziente, mentre gli viene fatto credere che è lui che decide, viene sovratrattato finché ciò è redditizio; e che quando diviene un peso, quando non è più un supporto valido per l’applicazione delle tante costose terapie, occorre toglierselo dai piedi, anche sottotrattandolo. Così abbiamo un medico che combatte il sovratrattamento negando che esso esista. Altro che “ossimoro”.
Stefano Rodotà, nella prefazione del libro di Riccio “Una morte opportuna” scrive “Riccio ci dà una lezione di moralità professionale”. L’impressione che ho tratto ascoltandolo è che il dr. Riccio non sia un maestro, né di moralità né tanto meno un maestro intellettuale, ma una persona pratica e grintosa, una specie di “rugbista” della discussione, inserito nel gruppo pro testamento accanto a teorici come Flores D’Arcais e Rodotà per la sua capacità di travolgere apoditticamente i concetti che sono d’impaccio.
La sentenza pro Riccio è un altro passettino verso l’orientamento desiderato. Aggrava lo stato di manipolazione culturale sul fine vita, e aggrava così il conseguente danno al pubblico, sia diretto per ciò che avverrà nei reparti di degenza, sia per il conseguente imbarbarimento della mentalità, e anche per l’imbarbarimento del diritto. La magistratura può sostenere, fondatamente ci mancherebbe altro, che lei ha solo giudicato sulla diffamazione, e che certo non può e non deve prendere parte alla contesa. Queste posizioni ricordano ciò che avviene nella ricerca biomedica, dove sostenendo il “riduzionismo” cioè la necessità metodologica (che in realtà è solo una strategia euristica) di occuparsi soltanto di aspetti parziali e ben definiti, poi, col mosaico dei dati così “rigorosamente” ottenuti, e quindi non contestabili, si costruisce un quadro complessivo preordinato, con vantaggi di carriera o finanziari “olistici” per gli scienziati “riduzionisti”. Un esempio è dato dai “trial” clinici, che hanno fortissime limitazioni di validità esterna, cioè di applicabilità al mondo reale, oltre ad una lunghissima lista di concreti pericoli di vizi e fattori confondenti: una volta che la loro “sentenza” (“trial” in inglese vuol dire anche processo giudiziario) giunge sui media diviene indiscutibile; e acquista valore generale, ben al di là di quei limiti che lo studio si era posto in nome del rigore (e che gli hanno permesso di ottenere il risultato che la retrostante industria farmaceutica desiderava).
Come altre categorie, anche i magistrati di fatto fanno politica quando la loro azione riguarda temi politicamente rilevanti. E questo non è un male, anzi; è un bene che i magistrati mettano il più possibile le loro conoscenze e competenze al servizio del Paese; non solo nell’azione giudiziaria, ma anche come autorevole opinione, fra le altre, fuori dalle aule. Fare politica non significa sostituirsi al Parlamento o all’esecutivo. Può significare interessarsi, nell’ambito delle proprie competenze, o come cittadini, del bene pubblico; la parola “politica” però è un contronimo, perché può significare anche difendere gli interessi di una parte, legittimamente o illegittimamente, a scapito del bene pubblico.
Se, come nel caso del testamento biologico, i magistrati, emettendo sentenze (o omettendo sentenze o altre azioni giudiziarie) sono determinanti per il formarsi di quella opinione pubblica e per la costruzione culturale di quella realtà sociale che condizioneranno le leggi e le prassi, e fanno così politica; allora avrebbero il dovere non istituzionale, ma deontologico, di spiegare con commenti, con dichiarazioni informali, la differenza – o la concordanza – tra il loro ristretto operato giurisdizionale e le conseguenze pratiche e le implicazioni ideologiche, molto più ampie, del loro operato.
In questo come in altri casi i magistrati stanno operando in un modo, “riduzionista”, che guarda caso cristallizza il dibattito esattamente nei termini desiderati dalle parti forti; ma non intervengono per chiarire sui media, con visibilità pari a quella delle sentenze, il senso del loro operato istituzionale rispetto al contesto sociale e politico, come invece fanno spesso, giustamente, su altri temi che pure riguardano le leggi e la vita civile, tramite pronunciamenti del CSM, del loro sindacato di categoria l’ANM o di gruppi di studio di magistrati o di singoli magistrati.
Dovrebbero invece farlo, tanto più quando, come in questo caso, la loro azione si avvicina effettivamente a quella di supplenza degli altri poteri dello Stato: c’è stato un conflitto formale di competenze, e Flores d’Arcais loda la magistratura che ci salva dai politici sul testamento biologico. Ai magistrati e ai progressisti questo ruolo para-legislativo non dispiace. A me pare che, almeno in campo biomedico, si cada dalla padella alla brace. Vedo che su questi grandi temi i magistrati più che contrastare i maneggi dei politici gareggiano con loro nel fare ciò che è gradito ai poteri forti (poteri forti veri, come le multinazionali farmaceutiche); facendo così politica nel senso di curare gli interessi del proprio gruppo.
Ciò appare vero ancor più quando, sempre in base a rigorosi criteri “riduzionistici”, ma in realtà abusando del loro potere, i magistrati accoppiano all’amplificazione delle campane che i grandi interessi vogliono siano sentite l’eliminazione delle campane scomode; in questo caso quelle che potrebbero disturbare l’opera dei pupi tra le medievali milizie di Cristo e i kantiani come il dr. Riccio.
Col riduzionismo giudiziario la magistratura di fatto sta fornendo, da anni, un servizio completo, propaganda e censura, a manovre di poteri forti volte a fini illeciti in campo biomedico. E nessuno può dirle niente; anzi fa pure bella figura. Questa è una forma di alto bordo di quel “professionismo delle carte a posto” che è già stato imputato alla magistratura in altre tristi occasioni. In questa e in altre tematiche biomediche i poteri forti sono debitori alla magistratura di un pacchetto completo: propaganda e soffocamento del dissenso.
Così, mentre si celebra la vittoria della luce della ragione contro le tenebre clericali, le questioni sostanziali restano nell’ombra. Non si dice che la maggior parte di queste scelte riguarderà i pazienti anziani affetti da demenza senile, la cui traiettoria di fine vita è particolarmente lenta (ed è quindi mimata da quelle, mediaticamente più presentabili, di Welby ed Eluana). Non si parla della concreta possibilità, offerta dall’interruzione di idratazione e alimentazione, di forme di decesso pilotate. Questi pazienti col progredire della demenza possono arrivare a ridurre o perdere la capacità di nutrirsi da soli, per riduzione delle capacità cognitive, depressione, isolamento, povertà, problemi di dentatura, cibo inadatto, o, solo nei casi più gravi, per un danno organico reale, es. la paralisi pseudobulbare, che provochi autentica disfagia. Tale deficit viene comunque enfatizzato, per esempio ignorando che nell’anziano le richieste metaboliche si riducono, cioè mangia fisiologicamente di meno, tanto da mimare la denutrizione, potendo raggiungere fisiologicamente indici di massa corporea molto bassi (Hoffer L J. Tube feeding in advanced dementia: the metabolic perspective. BMJ, 2006. 333: 1214-1215).
La saldatura di queste manipolazioni tecniche con quella culturale rivolta al pubblico e alla classe dirigente, per la quale l’interruzione di cibo e acqua è una civile misura che va nell’interesse del paziente, consente di confondere facilmente causa ed effetto tra le condizioni dovute alla demenza e la riduzione dell’assistenza o l’abbandono clinico. Si ha interesse a trascurare le cause di denutrizione trattabili e a sovradiagnosticare le difficoltà di alimentazione come manifestazione di danno irreversibile, aprendo così la strada a soluzioni economicamente razionali: l’idratazione e alimentazione artificiale (che può essere sia indegna, sia più dannosa che utile) o meglio ancora l’interruzione prematura dell’alimentazione e dell’idratazione (che può essere un barbaro omicidio). Imboccarli è “labor intensive and therefore expensive” (Chernoff R. Tube feeding patients with dementia. Nutrition in clinical practice, 2006. 21: 142-146); un sondino è una soluzione più economica e più comoda (così come lo è il ben noto catetere vescicale); l’interruzione definitiva di cibo e acqua resta la soluzione migliore, sul piano commerciale.
Il Froedtert Hospital, un ospedale del Wisconsin, ha pubblicato su internet le direttive ai medici del suo comitato etico (Non-oral hydration and feeding in advanced dementia or at the end of life – Guidelines for physician staff), per le quali (pag. 4) l’alternativa all’alimentazione artificiale è o imboccare l’anziano o interrompere definitivamente l’alimentazione e l’idratazione, cioè lasciarlo morire di fame e di sete. Dunque, secondo questo documento è possibile che l’alimentazione artificiale venga iniziata prima che ce ne sia effettiva necessità, e che l’interruzione definitiva di cibo e acqua sia un’alternativa all’imboccare il paziente. Sembra un assurdo, ma è buon senso manageriale; i bioeticisti di Milwaukee, la città di “Happy days”, hanno il merito di dimostrare, avendolo messo per iscritto come linea guida bioetiche, ciò che avviene o può avvenire, e avverrà, nella realtà: l’alimentazione artificiale viene considerata non come l’ultimo – discutibile – stadio di una sequenza fissa di cure, ma come una tra le possibili alternative, che comprendono un’assistenza infermieristica costosa oppure il lasciarli morire di fame e sete. Studi statunitensi mostrano che i pazienti economicamente svantaggiati sono quelli che ricevono più frequentemente sia l’alimentazione tramite il sondino nasogastrico, sia la sospensione dell’assistenza conformemente a volontà sottoscritte in precedenza; a volte sottoscritte in quanto condizione per ricevere le cure.
Queste realtà, più terra terra rispetto agli strabilianti riordinamenti teorici del Dr. Riccio, in un dibattito civile e democratico dovrebbero essere in primo piano; invece non sono “in hoc mundo”, non essendo né negli acta giudiziari seguiti tramite i media da milioni di spettatori, né nei pronunciamenti delle varie forze che stanno introducendo il testamento biologico. Sono protette da un’omertà trasversale, che sposta l’attenzione dal cuore del problema alla sua periferia. Mentre si bisticcia su Sagunto, è Roma che viene espugnata. Credo quindi che le parti che festeggiano la vittoria della causa per diffamazione; le controparti; e anche la magistratura, tutti quanti, abbiano responsabilità collettive non distributive moralmente più gravi, anche se diverse, di quelle delle accuse lanciate dai querelati per le quali i magistrati di Roma e Monza hanno giudicato esservi stata diffamazione.
Dubito però che, se anche si trovassero elementi per querelarmi, verrò querelato. Un conto è intentare una causa che rafforza il falso che il potere vuole propagandare, un altro è farla dovendo considerare posizioni, e responsabilità, che è vantaggioso per entrambi i contendenti ufficiali, e per la “parte terza“, la magistratura, continuare a ignorare ufficialmente come inesistenti o marginali. Né tanto meno verrò lasciato stare, senza ricevere sanzioni per quanto scrivo. Per le voci come la mia i poteri dello Stato – tutori della legalità in prima linea – ricorrono a sistemi diversi: quelli mafioso-massonici di intimidazione, boicottaggio materiale, calunnia, discredito, guerra psicologica, etc.; potendo contare sulla Milizia della Pagnotta, che è la compagnia più antica, numerosa, fervente e pugnace tra quelle che si aggirano per l’Italia.
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Copia della presente viene inviata, firmata, con racc a/r online ai magistrati che hanno condotto questi procedimenti, c/o i Presidenti dei Tribunali di Roma e Monza. E anche, idealmente, agli equipaggi delle auto di CC, PS e affini, che non mancano mai di accompagnarmi vistosamente nei miei spostamenti. Pochi giorni fa l’equipaggio di una gazzella dei CC mi ha spiegato che come cittadino dovrei essere contento di questo controllo del territorio così assiduo. Io veramente preferirei potere qualche volta andare a fare la spesa senza “la scorta”, e che i crimini di alto bordo in campo medico non godessero di appoggi e coperture istituzionali. Si vede che i Carabinieri hanno anche loro un’idea “riduzionista” della sicurezza; organica all’idea “riduzionista” della giustizia dei loro partner i magistrati, insieme ai quali stanno assicurando giustizia e sicurezza agli Eldorado della medicina meglio dei migliori contractors.
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L’azione giudiziaria non euclidea
Ho appreso dai media che la Procura di Lecco, avendo impiegato sufficienti risorse in estese indagini su un gran numero di siti web, ha potuto rinviare a giudizio ben 30 persone per diffamazione nei confronti del padre di Eluana Englaro (per avere usato espressioni come “omicida”). A mio parere questa è una scelta di allocazione delle risorse che va a vantaggio dei magistrati anziché dei cittadini. A questo proposito segnalo il commento “Il riduzionismo giudiziario nella frode medica strutturale; il caso del testamento biologico” http://menici60d15.wordpress.com/ che ho inviato per lettera a giudici di Roma e Monza che hanno già emesso condanne su casi analoghi. Sul sito sono presenti altri commenti su magistrati e testamento biologico, e magistrati e biomedicina.
Vorrei ribadire un aspetto di quanto indico nel commento: nella pratica clinica, su pazienti che sono diventati “un peso”, le due procedure, il ritiro di cibo e acqua e l’alimentazione e idratazione artificiali, non sono così lontane e così contrapposte come si dice. Quanto già avviene in paesi più “avanzati” mostra che sono anzi pratiche piuttosto vicine e associate, che spesso vengono considerate sullo stesso piano, e adottate in sequenza, soprattutto su pazienti socialmente deboli.
Entrambe le procedure possono facilmente andare contro l’interesse del paziente ad avere buone cure; e contro il suo diritto alla vita e alla dignità. Appare probabile che in futuro anche in Italia in tanti casi non verrà applicata o l’una o l’altra, ma entrambe, ed entrambe prematuramente; a volte anche sullo stesso paziente: prima un po’ di alimentazione artificiale e poi, col peggiorare del quadro clinico, il ritiro di cibo e acqua. Il taglio di acqua e cibo resta la soluzione più semplice sul piano meramente manageriale, ma il sondino nasogastrico, che tra l’altro permette di fatturare ulteriore tecnologia medica, potrà avere una funzione preliminare: servirà a incanalare, sul piano etico e biologico, il paziente verso la misura risolutiva della morte per inedia. Oppure si può fare in modo di lasciar morire prematuramente il paziente, ritirando l’assistenza adeguata, col sondino nasogastrico inserito che serve da alibi. Pratiche del genere riguarderanno specialmente la massa crescente di persone che moriranno per demenza senile. Ciò avverrà anche grazie al movimento di opinione creato col caso giudiziario Englaro e simili; movimento ben più solido e duraturo delle posizioni dichiarate dell’attuale governo PDL.
Come mostro nel commento, anche sul piano degli interessi le due procedure, che alleggeriscono costi e fatica nella gestione dei pazienti, stanno dalla stessa parte; la contrapposizione principale è fra il loro “lancio” congiunto da un lato e i reali interessi e diritti dei cittadini – che nessuna forza sta tutelando adeguatamente – dall’altro. Non è detto che la vita debba essere prolungata a tutti i costi; tanto meno in base a norme o ordini dello Stato; ma la dignità umana, questa non può essere mai interrotta: mentre con l’attuale farsa intorno alla povera Eluana non viene tutelato da nessuno degli attori il diritto del cittadino a non divenire un preparato biologico trattato secondo convenienze economico-politiche; il diritto a non subire gravi patimenti fisici perchè fa comodo ad altri.
E’ un po’ come quando i piazzisti spostano l’attenzione dall’opportunità dell’acquisto a quali prodotti scegliere. Alle due procedure corrisponde, con i berci tra laici e cattolici, una furibonda “lite” tra compari, inscenata con comparse inconsapevoli, volta a fare passare quello che in realtà è un pacchetto di interventi che, contenendo entrambe le procedure, permetterà di pilotare il fine vita secondo interessi industriali ed economici in conflitto con quelli dei pazienti.
Qui però non si è davanti alla commedia di due poveracci, come Gassman e Carotenuto davanti al giudice in “I soliti ignoti”; è una recita di alto affare, e la magistratura vi partecipa. La magistratura non si sta risparmiando in questa rappresentazione, ed è pertanto moralmente coinvolta; coinvolta in un’operazione di portata storica per la quale parlare semplicemente di omicidio è riduttivo. La magistratura sta avendo un ruolo determinante nel fare apparire al pubblico come poli opposti quelle che sono due entità complementari sottese dagli stessi interessi.
La disputa tra “crociati” e “volterriani” occupa l’intero spazio visivo. La magistratura non vede altro, e così neanche il pubblico vede altro; così si abitua a valutare la questione nei ristretti termini voluti dal potere. Come in tanti altri casi di interventi giudiziari su questioni biomediche. Una emianopsia culturale non in buona fede: che si regge non solo sull’ignoranza, ma sulla mistificazione, e anche sull’azione repressiva di diverse istituzioni, inclusa la stessa magistratura; inclusi corpi armati dello Stato, che costringono in una gabbia di minacciose molestie chi potrebbe attentare ad essa.
Sulle questioni biomediche, azioni della magistratura “non euclidee” come questa sono comuni. Mostrano come si può essere formalmente impeccabili e al tempo stesso manipolativi. Ricordano la geometria proiettiva e le altre geometrie primitive, che comprendono la geometria euclidea come caso particolare, ma consentono di distorcere fino a stravolgerla la rappresentazione della realtà fisica, rilassando la conservazione delle invarianze per alcune proprietà e relazioni, es. tra gli angoli o tra le lunghezze. Osservando l’operato della magistratura in campo biomedico, capisco bene chi ha parlato di “anamorfosi dello Stato di diritto” (S. Palidda) a proposito di altri abusi delle istituzioni. L’anamorfosi fa parte della geometria proiettiva.
Posto che, tralasciando le scoperte della fisica moderna, ai fini pratici si può dire che sul piano umano viviamo in un mondo euclideo, in una società “euclidea”, credo che vi sia un obbligo della magistratura, deontologico e forse costituzionale, ad essere “euclidea” nei suoi atti: ad agire cercando di mappare, e quindi rappresentare, la realtà il più fedelmente possibile, ovvero conservando tutte le relazioni illecite che la compongono. Ciò specialmente quando viene chiamata ad intervenire su alcune nuove realtà sociali che vengono costruite con l’atto di rappresentarle.
Invece in casi come questo la magistratura limita l’invarianza a quelle relazioni che il potere ha interesse vengano perseguite; contribuendo allo stesso tempo nella rappresentazione pubblica all’alterazione delle relazioni illecite che il potere vuole restino nascoste.
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6 giugno 2009
Blog “Uguale per tutti”
Commento al post “Contro il relativismo etico ed epistemico” del 4 giu 2009. Postato il 6 giu h 14:05
Ritengo di essere stato oggetto di dileggio e di insinuazioni calunniose gratuiti sul blog. Non credo che sia tolleranza dare spazio a tesi che vanno contro grandi interessi e contro il senso comune, se dall’altro lato si permettono attacchi ad hominem secondo i quali in base all’esperienza professionale di un direttore di carceri si dovrebbe diffidare di me; che avrei ”4 nemici” (?) che mi obbligano all’anonimato; o bisognerebbe usare il mio pseudonimo come passatempo per svelare i miei inconfessabili retroscena; e il mio è latinorum da analizzare con la psicoanalisi.
Questo è tiro al piccione, è buttarla in caciara. Un blog, anche se tenuto da magistrati, non è altro che una specie di speaker’s corner, uno sfogatoio dove uno può dire ciò che vuole e gli altri sono liberi di rispondergli qualunque cosa? E’ “La corrida”, con libertà di diffamazione e calunnia? Io credo che la libera discussione non possa tollerare attacchi ad personam gratuiti, da parte di gente che parla di querele e che dice cose come se per lei il codice penale fosse un fantoccio che si può eludere con qualche accortezza.
A me ha fatto molto piacere ricevere l’approvazione di Felice Lima, e vedere un commento pubblicato come post; comprendo e non invidio la sua delicata posizione, e mi dispiace che le cose abbiano preso questa piega; anche perché questo mio piccolo caso ripete una situazione generale che rattrista entrambi: poca giurisdizione, tanta sorveglianza. La democrazia carceraria.
Però non è che se uno riceve una medaglia poi è un ingrato se si lamenta perché dopo gli dipingono la faccia di blu. Credo che tale conto sia un esempio del costume della “contabilità etica creativa”, dell’ “etica algebrica”. In questo modo si hanno simulazioni malate di democrazia: tu puoi esprimere dei concetti, e io posso commentare che tu sei un delinquente e un soggetto da psicoanalisi. E’ davvero uguaglianza? Questo è il modo migliore per girare a vuoto.
Sono esattamente queste situazioni doppie, di matrice cattolica, che permettono la cronicizzazione dei mali del Paese; dove la presenza di forme di discussione consente la delegittimazione dell’avversario; l’antimafia delle istituzioni, l’appoggio istituzionale alla mafia; le elezioni, l’omicidio politico; le indagini pluridecennali sulle stragi, l’impunità quasi totale sulle stragi. Il “buono” che rende presentabile il “cattivo”; tutti e due a braccetto. Quando si induce a perdonare gli eversori impuniti, “purché si inginocchino”, sono i funerali della democrazia quelli che piangendo si stanno celebrando. Proprio questo manca nella litigiosa Italia, la divisione: è tartufesco unire ciò che dovrebbe essere separato. Invece creare una continuità con la critica è una delle prime regole; si chiama dialogo, ci si illude che sia dialogo, ma è fagocitosi.
Quanto al non rispondere pubblicamente alla prosecuzione dietro le scene di attacchi pubblici, come Morsello, che mi ha scritto che sarei un trafficante di cocaina, no, questi sono lussi da persone alle quali non sono stati tolti i diritti fondamentali; un Morsello al giorno per 16 anni non fa ridere. Sono in condizioni di pressione continua da parte di gente che differisce dai delinquenti comuni per il vestire abiti istituzionali e per usare i mezzi delle istituzioni. E’ il principale pensiero della mia vita; e ritengo di avere il diritto di difendermi. Il diritto del prigioniero a rispondere ai suoi aguzzini. Dopo il 1943 c’è stato un generale dell’esercito che a Regina Coeli rispose a pernacchie ai suoi torturatori. Lo fucilarono, ma almeno non ebbero la faccia tosta di dirgli che era scorretto.
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5 giugno 2009
Blog “Uguale per tutti”
Commento al post “Contro il relativismo etico ed epistemico” del 4 giu 2009
Caro “Besugo”, sull’enigmistica sul mio nick e sulla mia persona (“nemici”, “micine” “4 nemici che obbligano il signore in questione all’anonimato”) mi riservo di rispondere; non ho capito bene cosa c’entra la psicoanalisi con la ricerca razionale del vero e del buono. Poche ore prima un iscritto al blog mi ha mandato un’email per farmi sapere che, lui se ne intende, sono letteralmente un delinquente da galera; meglio allora parlare di psicoanalisi, che tanto si può sempre sostenere che c’entra. Solo, bisogna vedere come.
Per esempio, pur rispettando questa disciplina, non condivido una delle sue applicazioni di maggior successo: la cosiddetta “alleanza terapeutica”, alla quale secondo la vulgata si deve ispirare la relazione medico-paziente nella medicina clinica. L’alleanza terapeutica è un concetto introdotto in psicoanalisi da Zetzel nel 1956 (Current concepts of transference. International journal of psychoanalysis, 37; 369-76). Riguarda in pratica la relazione di transfert tra il terapeuta e il paziente. Il transfert è quella relazione psicologica che può servire a curare le nevrosi, ma che quando è affettuosa permette di sfruttare in modi anche gravi il forte ascendente che lo psicoanalista esercita così sul paziente.
Penso che la relazione medico-paziente, per ciò che riguarda le malattie organiche, dovrebbe invece essere una relazione non ispirata a relazioni di tipo psicologico; il modello dovrebbe essere quello tra “agente e principale”, descritto in economia; il modello tra cliente e professionista. Qualsiasi relazione di dipendenza psicologica, che viene istintivamente ricercata, e incoraggiata, fino ad assumere forme profonde di autentica “alleanza terapeutica”, è oltremodo rischiosa, nella medicina commerciale odierna. E’ vero che si ha un bisogno di affidarsi ad un guaritore, bisogno che è alla base della medicina; se ci si affida al medico o al chirurgo come a una figura genitoriale si alleviano le proprie ansie, che è già un risultato terapeutico (“Il medico è la prima medicina” secondo il medico psicoanalista Balint); ma si rischia così di accettare terapie che sono nell’interesse dell’offerta anziché nell’interesse della domanda. Evitare l’alleanza terapeutica aiuta anche a non cadere nell’eccesso opposto, o apparentemente opposto, la “libertà di cura”; ma di questa parlerò in qualche altra occasione, se sarà possibile.
Si tratta di casi dove il “relativismo gnoseologico sussunto a pulsioni transferiali può essere esiziale”; esiziale per le Vostre budella: avete presente, stomaco, polmoni, vescica, fegato, cuore, colon, reni etc. Io queste cose le vorrei dire; solo farle presenti, solo lasciarle scritte da qualche parte, sottoposte al libero giudizio del lettore, senza cercare di vendere nulla; se non si condividono o non interessano, basta ignorarle; molto sinceramente, non mi strapperò i capelli per questo; oppure si può discutere nel merito.
Ma non ha senso parlare di questi argomenti venendo insultati al volo ogni volta che si apre bocca, tra battutine, o accuse e insinuazioni che per essere respinte richiederebbero di presentare il certificato del casellario giudiziario (non ho mai ricevuto accuse penali formali, anche se attiro l’attenzione incessante delle tante varietà di poliziotti; che nella mia esperienza quotidiana hanno, contrariamente a quel che si dice, benzina e tempo da vendere). Se dò tanta noia non mi costa nulla occuparmi d’altro; fate un po’ come vi pare. Se volete che parli lasciatemi parlare in condizioni di decenza, almeno nella “blogosfera”; per farmi desistere ci sono già fior di galantuomini pagati per questo nella vita reale.
Pubblicato in: Agnotologia, Alleanza terapeutica, Animalità razionale, Buonismo medico, Campagne istituzionali di discredito, Cattivi maestri, Censura del dissenso tecnico, Censura su questioni bioetiche, Clero e censura, Clero e deuteragonismo, Clero e frode medica strutturale, Coltivazione del conformismo, Complesso biomedico-mediatico, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Deontologia dei blogs, Deuteragonismo medico, Deuteragonismo nei blogs, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Disordine pilotato, Educazione e incitamento al disprezzo e all'odio, Etica della conoscenza e del giudizio, Frode medica strutturale, Funzione censoria del deuteragonismo, Iatrogenesi, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Libertà di cura, Male e mediocrità, Manipolazione ideologica, Medicalizzazione della vita, Onore virtù militari e senso del diritto delle forze di polizia, Partecipazione di persone comuni a censura e persecuzione, Paziente come supporto, Praticità del teorico, Propaganda di malattie, Relativismo epistemico, Relativismo etico, Responsabilità del pubblico nella frode medica strutturale, Responsabilità e colpe del popolo, Riconoscimento delle divisioni e divisione come valore, Scienza e medicina come nuove religioni, Sovradiagnosi, Sovratrattamento, Teatrino laici cattolici su questioni bioetiche, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza e medicina | Commenti disabilitati
3 giugno 2009
Blog “Uguale per tutti”
Post del 4 giu 2009
Ringrazio Felice Lima per le parole di stima, che ricambio, per gli insegnamenti, e per l’accoglienza che generosamente offre col suo sito a chi come me pensa, con Orazio, “Non ho voluto giurare sulle parole di nessun maestro / dove la tempesta mi porta lì sarò ospite”. Luigi Morsello, che mi ha anche scritto un’email burbera ma cortese, nella quale si lamenta, come altri hanno già fatto sul blog, di una mia cripticità e misteriosità, ha ragione a diffidare. Il suo fiuto non l’ha ingannato: sono un seguace minimo di quelli che “sono venuti a portare la divisione” (Luca, 12,51). Non prendo certo la penna per fare i complimenti al potere costituito. D’altro canto, Morsello, che, leggo nel suo profilo utente, oltre che essere siciliano è stato un alto dirigente dell’amministrazione penitenziaria, dovrebbe capire che il potere può imporre anche carceri senza sbarre, che obbligano ad assumere, contro la propria volontà, determinati comportamenti; che visti dall’esterno appaiono anomali. Il carcere invisibile ha dinamiche diverse da quello materiale. Come la lotta con un avversario invisibile: di recente ho sentito a una conferenza pubblica un intervento fuori programma di Gironda, portavoce di Gladio e responsabile della guerra psicologica, che ha fatto l’esempio di due che fanno a pugni, dei quali uno è invisibile. Ai passanti, quello visibile sembra un matto che sferra pugni in aria, o schiva come se gli stessero dando un pugno. Se però, per evitare di passare per matto, stesse fermo e facesse la persona distinta, ho pensato, prenderebbe un sacco di botte. E’ una situazione nella quale il soggetto viene messo a dover scegliere tra due possibilità entrambe spiacevoli. I colleghi – o i superiori – anglosassoni di Gironda la chiamerebbero una “Morton’s fork”.
Gli “ospiti” di Morsello soffrivano in una maniera che non è paragonabile al disagio torpido di chi viene privato della libertà senza essere costretto fisicamente in una cella; ma la loro condizione e il loro lamento erano chiari. Nessuno diceva che non erano carcerati ma erano invece affetti da una grave forma di agorafobia, che li portava a starsene inspiegabilmente rintanati in una cella invece di uscire dal carcere e andarsene per i fatti loro, sordi ai pressanti inviti in questo senso del direttore e degli agenti di custodia. Se invece c’è una forma nascosta e non dichiarata di reclusione, con le sue punizioni, che, quando non l’impedisce del tutto condiziona, sia distorcendola, sia obbligandola ad adottare alcuni espedienti, la comunicazione con l’esterno, il messaggio suonerà strano ai più.
Oltre a ciò, come se non bastasse, anche se si è liberi, a mano a mano che si cerca di approfondire un problema spesso i concetti diventano più difficili, contrari al senso comune, e confusi; perché inseguono una realtà che è intrinsecamente difficile e a volte caotica; e i limiti di chi scrive appaiono più evidenti; questo è uno dei motivi per i quali la rivista medica Lancet riconosce, nelle istruzioni agli autori, che occorre coraggio per rendere pubblica una propria ipotesi. Coraggio o sventatezza. Risolvere un problema significa sciogliere i suoi nodi, ma a volte la procedura per sciogliere un nodo che si è trovata non è più facile del nodo stesso. Soprattutto se quel problema è per di più “blindato”, perché riguarda grandi interessi. Luigi Morsello di certo sa bene come l’autorità provveda a sbarrare tutte le molteplici vie di passaggio tra ciò che deve restare chiuso e l’esterno. Queste misure sono prese non solo a livello materiale, ma anche a livello ideologico.
Per quanto mi riguarda, quel poco che scrivo appartiene al genere dei testi scritti in situazioni di privazione della libertà personale a scopo censorio. Un genere onorevole, che comprende ben altre opere di ben altri autori; e ciò che non ho scritto dal 1997, anno della mia ultima pubblicazione su una rivista scientifica internazionale, e anno della discesa del trattamento da parte dello Stato al di sotto della soglia minima di libertà, appartiene al genere dei testi censurati con la privazione della libertà personale. Ritengo pertanto di essere nel mio diritto adottando alcune misure precauzionali come l’uso di uno pseudonimo (non sono anonimo ai webmaster), del resto lecite su internet; contrarie alle mie preferenze, e da addebitarsi alle situazioni create dalle istituzioni corrotte.
Questo per la “misteriosità”; l’altra critica di Morsello, per la quale i concetti che propongo non sarebbero sufficientemente chiari, e sarebbero chiari solo ad alcuni lettori più ferrati, mi preoccupa di più, perché la ricerca della chiarezza è un obbligo primario per chi propone idee. Su impulso dell’ispettore Morsello, che deve aver ricevuto in passato prodotti di artigianato carcerario, presento il seguente commento, nel quale cerco di chiarire meglio quanto penso sul relativismo etico ed epistemico, e di rendere quindi più comprensibile ciò che ho scritto in proposito. Mostro anche un’applicazione della critica al relativismo epistemico, considerando la discussione in corso sul testamento biologico.
* * *
L’appello al relativismo etico è un artificio ideologico per sottrarsi all’etica, o alla ricerca di un’etica comune. Sul piano teorico, il relativismo etico gioca sull’equivoco tra il culturale e l’etico, e tra il descrittivo e il prescrittivo. E’ vero che c’è di fatto un pluralismo culturale, che determina un pluralismo di scale di valori; e conseguentemente c’è un relativismo culturale, e una forte tendenza a etiche “domestiche”. E’ anche vero che il pluralismo culturale di per sé va rispettato. Ma l’etica è prescrittiva; e tende proprio a questo, a unificare sotto regole universali visioni diverse; a impedire che ciascuno si faccia la sua legge. Deve tenere conto del relativismo culturale, ma sempre andando nella direzione di cercare di ridurre tale relativismo riguardo alle convenzioni sui rapporti con gli altri. L’etica è in certa misura intrinsecamente opposta al relativismo culturale, in quanto opposta alle concezioni particolari, siano esse del singolo o del gruppo.
L’etica è ricerca pratica, per impedire, a costo di sacrificare gusti, preferenze o tradizioni, che ci facciamo del male tra noi. Ed è ricerca dell’universale, perché il suo ruolo è sistemico, essendo quello di fare in modo che tutte le varie componenti della macchina sociale interagiscano senza danneggiarsi. L’etica non è un semplice attributo culturale tra i tanti che caratterizzano un gruppo. E’ la grammatica comune che oltre a valere all’interno del gruppo deve, soprattutto oggi, consentire ai diversi gruppi di avere relazioni non distruttive. L’etica per essere efficace dev’essere come una lingua franca. Non si deve andare in giro per il mondo a fare i crociati per imporre ad altri popoli le nostre regole; ma ovunque vi è una comunità culturalmente eterogenea chi è interno alla comunità dovrebbe auspicare che vi sia un’unica etica condivisa, per quanto possibile.
Si può obiettare che ciò costringe a passare da un’etica spontanea a forme imposte di etica. In parte è vero, ed è un problema; ma è anche vero che le etiche spontanee hanno in loro i semi di tale imposizione, ad aggiustamenti che comunque non sono catastrofici, visto che esiste una base morale naturale condivisa. La cultura (parola che viene da “coltivare”) è crescita, ma l’etica è limitazione: è quella parte della cultura che nega sé stessa. L’etica trascende il piano culturale nel quale affonda le sue radici. In un certo senso, l’etica, che è censura di determinati comportamenti, non è essa stessa “buona”. E’ necessaria e salvavita ma non particolarmente piacevole. L’etica strozza il relativismo per evitare che ci strozziamo tra noi; un’etica relativistica è una contraddizione in termini.
L’attuale multiculturalismo dovrebbe essere un ulteriore motivo per impegnarsi nell’evitare il relativismo etico. Propugnare l’abbattimento delle barriere tra i popoli, la convivenza delle religioni, e insieme il mantenimento di etiche diverse mi pare un’altra contraddizione che svela il carattere strumentale della globalizzazione. In una società multietnica e multiconfessionale l’etica, questo superego pubblico arcigno e insensibile, liquidando entro un’unica popolazione comune le varie “unità etiche”, senza annullarne le rispettive altre componenti culturali, può essere un mezzo di affratellamento. Naturalmente così il problema si sposta su quale etica comune si adotta. Ma il relativismo non è una soluzione.
L’etica è coercizione, è obbedienza a regole superiori. Ma non ai “guardiani” o ai “sacerdoti” delle regole: la Chiesa contrappone al relativismo etico un assolutismo dittatoriale, nel quale è lei, come viceré di un Re che non si vede, che legifera e giudica. Un’attività di potere che a volte pratica il relativismo etico, o il relativismo epistemico, per esempio restringendo la definizione degli omicidi che ricadono sotto il Quinto comandamento. Clero e Dio sono due entità ben distinte, e la seconda è in realtà molto meno problematica della prima. E’ vero che i principi etici e il senso del loro rispetto ci vengono dalla religione. Ma siamo diventati adulti, o vecchi, e Dio è morto. Dio è morto, ma dobbiamo venerarne le memoria, onorando ciò che ci ha lasciato, princìpi etici elevati.
Sul piano umano, un’etica assoluta non toglie la possibilità di dissenso, né toglie vera libertà. Impedisce di discutere se l’omicidio vada “sdoganato”, ma invita a discutere se è lecito derubricare da omicidio doloso alcuni atti volontari egoistici che provocano i morti sul lavoro, o la morte dei pazienti. L’etica non è in sé piacevolissima, e reprime, ma può conferire un senso di nobiltà, che proviene, per chi lo prova, dal collocare i principi etici sul piano religioso, il piano superiore all’umano che l’uomo si dà, del quale la fede in una religione confessionale è solo uno dei possibili occupanti; l’etica diviene così una sottomissione spontanea che nobilita. Penso che rifiutare l’idea, più patetica che presuntuosa, di essere “signori e padroni”, ma considerarsi sempre sottoposti a qualcosa di più grande, conferisca dignità, sicurezza e stabilità; e porti a rifiutare di sottomettersi alla prepotenza dei propri simili. Questo qualcosa dev’essere però un’entità veramente grande, che indiscutibilmente sovrasti, come dei principi etici immutabili. Il relativismo etico sminuisce l’importanza di tale piano religioso, inducendo a considerare l’etica come una variabile culturale come un’altra, facendone quasi una questione amministrativa: tu hai questi codici, ma l’altro ne avrà altri, diversi ma di pari dignità. Ciò spinge a cercare degli assoluti altrove; e a rimanere preda di illusioni peggiori di quella, costruttiva, dell’esistenza di principi etici assoluti.
L’altro ideologismo, il relativismo epistemico, ha le sue pezze d’appoggio teoriche nella consapevolezza che la conoscenza poggia “non su solida roccia ma su palafitte”, come disse Popper a proposito della conoscenza scientifica. Medawar ha osservato che alcuni hanno un gusto perverso nel sottolineare la fragilità della nostra conoscenza. E’ scorretto trasporre i rovelli filosofici sulla conoscenza in sede pratica. Uno dei primi casi famosi di tale intellettualizzazione fuori luogo fu quello di Pilato quando chiese “cos’è la verità ?”. Un giudice che dicesse questo in aula sarebbe come Totò chirurgo, che durante una laparotomia si ferma, contempla ed esclama: “che cos’è la macchina umana!”. Dal teoretico al furfantesco il passo non è lungo: dietro la scusa che non sappiano bene cos’è la verità si può manipolarla, sopprimerla, capovolgerla in mille maniere. Ciò può essere ottenuto alterando la percezione dei fatti, alterando l’interpretazione, o indirettamente, agendo sui metodi di raccolta dei fatti e di interpretazione. E’ importante osservare che anche la richiesta di standard eccessivamente rigorosi può essere usata per censurare. Oggi le tecniche di manipolazione dell’informazione e le tecnologie permettono ai potenti di plasmarsi – con l’inganno ma anche con la violenza – un verità su misura. Esistono decine di definizioni filosofiche della verità, e infiniti artifici per alterarla o sopprimerla del tutto. Ma la vecchia verità per corrispondenza, “adequatio rei et intellectus”, resta il “gold standard” insuperato.
Entrambi i relativismi hanno preso piede, con cronologie diverse, negli ultimi decenni del Novecento. Ed entrambi appaiono riflettere le esigenze del capitalismo e della sua evoluzione storica. Il relativismo etico, propagandato al grande pubblico, serve a sciogliere le pastoie etiche che ostacolano la ricerca del profitto sulla quale il sistema si basa. Castoriadis ha osservato che il capitalismo ha consumato l’eredità storica che comprende “l’onestà, l’integrità, la responsabilità, la cura del lavoro, le attenzioni dovute agli altri”. Il relativismo etico ha un ruolo attivo in tale degrado. Pochi giorni fa ho sentito in tarda serata su Canale 5 una conduttrice di punta, un modello per le giovani generazioni, spiegare che all’inizio della carriera si concedeva per interesse, perché non voleva mangiare panini ma preferiva i ristoranti di lusso; presentando tale scelta come una possibilità lecita tra le varie opzioni possibili. “Questa relativista”, ho pensato “sta istigando le giovani al relativismo”. D’altra parte l’industria alimentare e quella della medicina estetica potranno attendersi un incremento del volume d’affari, se il messaggio passerà. Speriamo che le giovani ascoltino il commento fatto in studio da un ospite, che con questo sistema ora le ragazze devono concedersi per avere il panino: il “relativismo” non è un buon affare.
Il relativismo etico consente inoltre di formare dei segmenti di mercato, che ottimizzano l’applicazione di scelte politiche senza creare eccessivi traumi. Es. la recente richiesta di applicare il relativismo etico al testamento biologico, cioè a una questione di vita e di morte. C’è qualcosa che non va se si considera come una questione di relatività culturale la liceità di affrettare su larga scala la morte mediante la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione. L’accorciamento della vita è una questione di preferenze personali, come per un qualsiasi prodotto? “Sparatevi Breda” ha scritto Marcello Marchesi, umorista e pubblicitario, che aveva visto giusto.
Il relativismo epistemico, maggiormente rivolto alle elites, ha un suo nucleo nell’ammorbidimento dei criteri epistemologici di scientificità, da parte di autori come Quine, con l’avvento del consumismo: la tecnologia e l’innovazione industriale, mentre usurpano il nome e quindi il prestigio della scienza, hanno bisogno di una scienza servizievole e asservita, docile garante del lancio continuo di nuovi prodotti, e non ostacolo, con la sua capacità di evidenziarne l’inefficacia, l’inefficienza o la dannosità. Una scienza che sulla scena figura come regina, e nella realtà dietro le quinte è la serva della compagnia. Di recente Giannuli, nel suo “L’abuso pubblico della storia – come e perché il potere politico falsifica il passato” (2009) ha trattato dell’aggiustamento dei metodi e dei fatti in campo storiografico. Il relativismo epistemico serpeggia nella cultura comune, rappresentato ad esempio dall’uso di citare il celebre film “Rashomon” per sostenere che la verità non è unica, ma è soggettiva. Un altro segno del relativismo epistemico è lo spaccare la verità in “verità giudiziaria” e “verità storica” riguardo a fatti e reati estremamente concreti, come una bomba in una piazza o in altri luoghi pubblici.
Flores d’Arcais di recente ha giustamente osservato come in Italia sia ormai inveterata la prassi mediatica di degradare le verità di fatto scomode ad opinioni personali di chi le presenta, passo che Arendt considera un indice di totalitarismo in agguato. Ormai le parti del ragionamento vengono trattate, anche da chi ha ruoli intellettuali, con l’arbitrarietà con la quale Humpty Dumpty usava le parole. Il relativismo epistemico confluisce in quello culturale: conta il valore culturale, la coloritura emotiva, dei concetti, non la loro corrispondenza al reale. Un caso importante di ciò è dato dalla discussione, o meglio dal lancio, del testamento biologico, nel quale ha avuto un ruolo di punta, senza dubbio in buona fede, lo stesso Flores d’Arcais. La discussione si è basata innanzitutto su una rigorosa censura della dimensione economica del problema e degli interessi in gioco (bisognerebbe onorare anche quell’altro morto, Marx, salvandone la parte valida dell’opera, cioè il tema dell’importanza dei fattori economici nel determinare le sovrastrutture sociali); e ha poi considerato casi reali ma particolari, ignorando la gran massa dei casi pertinenti, commettendo una fallacia di generalizzazione, considerando ciò che è valido solo secundum quid come valido simpliciter.
Il problema è stato infatti identificato coi casi di Welby e Englaro, la persona senza corpo e il corpo senza persona, che sembrano scelti da un’agenzia di pubblicità o da uno sceneggiatore di Hollywood. Welby, l’artista ancora giovane, intelligente e sensibile, inchiodato in un letto, o nel suo stesso corpo; e la bella e fresca Eluana, addormentata senza possibilità di risveglio, rappresentano casi reali, ma sia rari che particolari: la probabilità di un fine vita del genere è inferiore all’1%. Non solo, ma i casi in sé, quello dello stato vegetativo che si protrae per anni, e degli esiti finali della distrofia muscolare, presentano problematiche che non sono quelle delle morti comuni; dove solo in una minoranza di casi è conservata la piena lucidità di Welby, o ci sono prospettive di sopravvivenza fisica indefinite di anni e anni come per Eluana. I casi di Welby ed Englaro hanno assunto il significato simbolico, esistenziale, che si prestavano ad assumere. E culturalmente sono divenuti il simbolo del morire. Non si dice che, così come gli USA non sono abitati se non in piccola parte da cow boys, nella maggior parte dei casi non si va verso la morte in questo modo. E’ vero che nella piccola minoranza di casi come Welby o Englaro si pongono effettivamente problemi come quelli discussi. E che in altri rari casi si pone addirittura il problema dell’eutanasia (argomento che per il momento in Italia si tiene da parte, per non spaventare). Ma il testamento biologico in molte situazioni comuni non dovrebbe essere necessario, e comporta dei rischi per il paziente.
La sospensione di alimentazione e acqua ha tre valenze, che possono essere variamente innestate in sequenza:
a) Fattore nocivo che provoca la morte in un individuo che altrimenti, adeguatamente trattato, sarebbe sopravvissuto. Distinto in due sottocategorie:
a1) su soggetti sani. Es. il conte Ugolino e i suoi figli.
a2) su soggetti già malati o debilitati, ma recuperabili. Es. il bunker dalla fame ad Auschwitz, Massimiliano Kolbe e i suoi compagni.
b) Fattore che affretta la morte in uno stato irreversibile di malattia mortale. Distinto in due sottocategorie:
b1) come fattore aggiunto; es. su un paziente con un cancro in stadio avanzato, defedato, che non è in agonia, ma può entrarvi.
b2) come interruzione di un’alimentazione e idratazione che si erano già interrotte per malattia, ed erano state vicariate con mezzi artificiali. es. Eluana.
c) Misura palliativa nell’agonia.
Va notato che in ambito medico la serie si autoalimenta e si autogiustifica: ogni stadio causa biologicamente il successivo, nel quale la misura risulta moralmente più giustificata che nel precedente. E’ un sistema a doppia spirale: si aggravano le condizioni cliniche e si rafforza la motivazione morale a proseguire. Le “spirali”, i circuiti a feedback positivo, sono frequenti in fisiopatologia: la sospensione di idratazione e alimentazione è una misura classificata come compassionevole che ha i meccanismi di una malattia e mima una malattia.
Questa scala, che può essere rifinita o rivista, mostra come un intero asse di valutazione sia stato ignorato, oltre alle altre variabili già dette. Un altro compito dei vari esperti e delle varie istituzioni sarebbe dovuto essere quello di identificare e sbrogliare le combinazioni lecite e illecite di questa scala nelle varie circostanze. Si sarebbe dovuto inoltre tenere presente la possibilità offerta da questa scala, per le sue caratteristiche di spirale doppia, di essere risalita confondendo le varie situazioni e scambiando la causa con l’effetto. Tale “escalation retrograda” può spiegare l’insistenza, un poco sospetta, su questa particolare misura: consente di poter adottare con bassi rischi legali e d’immagine forme pilotate di decesso.
Un’insistenza che ha trovato la contrarietà di un tecnico ben accreditato, il prof. Ranieri, direttore della Rianimazione alle Molinette. Questo rianimatore, non credente, sostenitore della “desistenza terapeutica”, ha affermato che lui sarebbe stato d’accordo a non praticare ad Eluana trasfusioni in caso di emorragia, e non somministrarle antibiotici in caso di polmonite; ma che “non avrebbe dormito la notte” se le avesse tolto alimentazione e liquidi (“Non le toglierei mai l’alimentazione” la Stampa, 21 gen 2009). Sarebbe interessante approfondire le sue posizioni. Invece con Eluana si è battuto molto sulla sospensione di cibo e acqua, nella forma “b2+c”; su soggetto giovane, con decorso della malattia di base particolarmente lento e quindi doloroso per i familiari.
Per valutare gli effetti di questa liberatoria, anzi questo trasferimento a terzi della podestà sul proprio corpo, che corrisponde alla richiesta di sospendere cibo e idratazione a giudizio dei medici, si dovrebbero considerare altri scenari. Un caso diverso, e molto più comune di quello di Welby o Eluana è lo “c” puro: la sospensione dell’alimentazione e idratazione nello stato irreversibile e conclamato di agonia per una comune malattia dell’età anziana, una misura palliativa per il morente che è lecita e non è una novità. Ma col testamento biologico potrebbe dare luogo ad abusi, incoraggiando il “portarsi avanti col lavoro” cioè anticipando la morte con l’anticipare la misura palliativa, se conviene; divenendo così un “b2+c” o un “b1+c”. Un altro scenario, che diverrà tristemente comune, tanto da assumere dimensioni generazionali, è quello che sotto mentite spoglie percorre l’intera serie, “a2+b+c”: quello dell’anziano, in una casa di riposo, la cui demenza senile, e quindi la non autosufficienza, si aggravano. Qui il testamento biologico può essere la firma della propria condanna.
All’anziano che sta andando verso le forme più avanzate della demenza senile, che non sa più vestirsi, non parla e non comprende, è incontinente, va controllato perché assume comportamenti pericolosi, bisognerebbe aumentare l’assistenza infermieristica, con una riduzione dei profitti per la casa di cura, e con l’effetto clinico di doverla aumentare ulteriormente in futuro. Invece di aumentare l’assistenza, se non ci sono motivi per essere prudenti, come una supervisione assidua e competente di parenti reattivi e forti, l’amministratore, che vuole conservare il suo posto e anzi fare carriera, può lasciare invariata l’assistenza infermieristica, o meglio ancora ridurla un po’, e lasciare così che insorgano complicazioni, stato di denutrizione, scompensi metabolici, piaghe da decubito, infezioni. In questo modo si metterà lentamente in moto una spirale patogenetica, che va verso il decesso, e le condizioni del paziente peggioreranno. Invece di fermare la spirale, la si fa progredire. Poco dopo che le condizioni sono rappresentabili come sufficientemente gravi da non dover temere accuse penali, si considera il paziente morente, e si aggiunge la spirale della sospensione della alimentazione e idratazione: avendo in cartella il modulo “testamento biologico” firmato lo si lascia morire di fame e sete, con un decorso che richiede in genere dai 3 ai 15 giorni. Giorni nei quali la persona muore di sete e di fame letteralmente. Si dice che il paziente comunque in questo stato non soffra; io ho visto che, soprattutto se trascurato, e negli ospedali vengono trascurati anche quelli che hanno voce ed escono vivi, può invece andare incontro a una morte lenta e terribile. Alla porta della casa di riposo fanno la fila altri anziani, meno gravi e quindi più redditizi. Avanti il prossimo.
“Ho saputo che hai seppellito tua moglie” “Per forza. Era morta”. Questa battuta viene riportata come esempio di humor inglese, e in effetti non è che faccia scompisciare. Serve però a ricordare che certi atti sono leciti solo sotto determinate condizioni. Non varrebbe la pena discutere di questi rischi di omicidio nascosto che il testamento biologico, e gli interessi economici che lo stanno promuovendo, comportano? Ma la gente davvero crede che ci sia tutta questa ansia di farli vivere ad ogni costo? Lo sa cosa sta firmando, firmando quei moduletti del testamento biologico?
Dopo l’aborto, dopo gli espianti di organi, non pensano bioeticisti, giuristi, legislatori, opinione pubblica, che vi sia una terza situazione che impone di definire legalmente e in termini precisi lo stato vitale, in questo caso quand’è che si entra nella fase terminale, entro la quale possono essere prese misure che altrimenti configurano gravi reati? Se le cose devono andare così, se la vita non gode di particolari privilegi, se è tutta una questione di soldi; ma anche se, indipendentemente dal motivo economico, la soluzione praticabile fosse solo questa, non sarebbe doveroso ammetterlo apertamente e fare in modo che il decesso pilotato sia chiamato col suo nome e sia un affare il meno sporco possibile? E, davanti allo spettro dell’eutanasia di routine, non si dovrebbe tornare indietro, fino a esaminare anche l’altro capo del problema, la medicalizzazione esasperata, l’imbocco del percorso che porta a queste situazioni? Che la morte è un evento naturale e da accettare ci viene ricordato solo quando, seguendo il corso voluto dagli interessi commerciali, non è più utile all’industria medica illuderci sulle fantastiche capacità della medicina di darci la vita eterna.
Nessun uomo è un’isola, e la morte dell’individuo non è un problema esclusivamente privato come affermano i sostenitori del testamento biologico, ma di fatto attira l’attenzione degli altri. Ed è giusto che sia così, e che quindi la modalità della morte dell’individuo rimanga entro forme accettabili per la società. Sono proprio i sostenitori del testamento biologico a dimostrare questa valenza sociale della morte, propugnando un sistema di controllo del fine vita tutto sommato ipocrita, un lavarsene le mani che salva le apparenze ma che nel caso concreto può divenire una barbarie mascherata, alla quale può essere preferibile l’eutanasia. Forse l’eutanasia di massa sarà introdotta in uno stadio successivo; e a quel punto sarà effettivamente un miglioramento, relativo.
Come ho già scritto in precedenza, non ho soluzioni certe; ma penso che per avere le migliori soluzioni possibili il primo passo, la prima laicità vera, sia di guardare in faccia la realtà e definire il problema nei suoi termini reali, rifiutando le sirene del relativismo epistemico. Considerando quindi non solo in astratto i pazienti, i medici e la Chiesa, ma anche gli interessi economici e politici “laici”, le condizioni cliniche e psicologiche specifiche del malato, l’epidemiologia dei decessi e le relative caratteristiche delle varie tipologie, l’informazione, o la disinformazione, date al pubblico. Considerando non solo il “chi decide” ma anche il “cui prodest” e quindi il “chi decide, in realtà”.
Anche il clero ha adottato il relativismo epistemico: i preti questa semplice circostanza del secundum quid, che conoscono fin troppo bene, e che costituirebbe un argomento forte per le tesi che dicono di sostenere, non l’hanno presentata ma l’hanno lasciata nell’ombra; e invece hanno retto il gioco agitando regole da incubo sull’obbligatorietà del sondino nasogastrico e degli altri tubi delle vie non orali, sul “proibito morire”, sulla vegetazione a oltranza; in modo da terrorizzare e spingere nelle braccia del partito del testamento biologico. Come se non fossero anche loro avveduti manager dell’industria della sanità, che nelle loro tante strutture non buttano i soldi dalla finestra ma fanno quadrare i bilanci e sorridere gli investitori.
La discussione sul testamento biologico è anche un rito col quale viene confermata l’immagine che preferiamo della morte, questa realtà inaccettabile. E il testamento biologico, una nuova resa al mercato, è stato presentato come un atto dove sensibilità e intelletto uniscono le forze contro la morte, per la dignità umana: non le permettiamo di torturarci, siamo noi che decidiamo. In realtà, si è affondata la testa sotto la sabbia, si sono applicati all’etica e al razionale le colorate categorie del culturale. I fatti sono stati messi da parte. Esiste da decenni un filone di estetizzazione della malattia, che tende ad avvicinarla ad una merce, ad un prodotto che può essere venduto al meglio impaccandolo e presentandolo opportunamente. Coi casi Welby ed Englaro nell’immaginario collettivo la morte è stata ipostatizzata, in una forma terribile ma definita, e quindi contrastabile. Si riafferma l’immagine della morte come si deve, col ghigno e la falce fienaia, la morte-persona contro la quale si può fare qualcosa. Si esce dalla vita in maniera romantica, andando in coma dopo una gran zuccata, o ghermiti da una carogna come una delle malattie neurologiche degenerative che colpiscono i giovani; e dicendo: “basta”. Ci sarebbero voluti dei biostatistici onesti per spiegare che nella maggior parte dei casi si muore secondo modalità meno letterarie; oppure dei poeti, come Eliot, a dire che quando il mondo finisce, spesso finisce “Not with a bang but a whimper”.
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31 maggio 2009
Blog “Uguale per tutti”
Commento al post “Il relativismo etico fa ‘spudorata’ la politica” del 31 mag 09
Comunicato con link
Lo scandalismo sessuale dei politici educa il pubblico al relativismo etico, e ancora di più alla dabbenaggine, per gli elettori che standolo a sentire accettano di cedere il voto, che può determinare il destino della loro famiglia, in cambio dell’equivalente di un giornaletto da barbiere. Berlusconi è sospettato di avere avuto a che fare con le stragi che segnarono l’inizio della seconda Repubblica; davanti a ciò, e a tante altre accuse, le storielle di veline mi sembrano un “anticlimax”, per non usare altre espressioni. Meno male che non ho figlie, che sentirebbero queste lezioni sull’andare avanti nella vita “per vaginam”; mi consola anche il non aver contribuito a eleggere questa classe politica.
Anch’io credo che il relativismo etico sia dannoso; antropologicamente, politicamente e anche sul piano esistenziale personale. Non credo però che il clero sia davvero contrario al relativismo. Scarpinato parla di un relativismo etico occulto della Chiesa, per il quale “Dio parla per bocca di preti che frequentano senza problemi i salotti della borghesia corrotta e di quella mafiosa o le stanze del potere dei dittatori, e che riducono Dio a guardiano dei comportamenti da tenersi in camera da letto”. Il vescovo Coletti (CEI), praticando quanto meno il relativismo culturale, ha affermato che “anche l’occhio vuole la sua parte”, pur condannando la bellezza come unico o decisivo criterio per la scelta di candidati. Credo che se interrogata una velina darebbe una risposta simile. Chi tiene conto della bellezza nella scelta dei legislatori non è che pecchi di relativismo; si è bevuto il cervello. In Parlamento sarebbe bellissimo avere qualche donna come Rosa Luxemburg, ricordata per il coraggio, l’intelligenza e il carattere (che la rendevano affascinante nonostante fosse malaticcia, scrisse Trotsky); e per una definizione di libertà, che è la migliore che conosco:
“La libertà solo per i seguaci del governo, solo per i membri di un partito – per numerosi che possano essere – non è libertà. La libertà è sempre unicamente la libertà di chi la pensa diversamente. Non per fanatismo di “giustizia”, ma perché tutto ciò che di educativo, salutare e purificatore deriva dalla libertà politica, dipende da questa condizione, e perde ogni efficacia quando “libertà” si fa privilegio.”
La definizione è riportata da alcuni come “La libertà è la libertà dell’altro”. Mozzafiato. Diamo alla mente quello che è della mente, e al sesso quello che è del sesso.
Mi sembra inoltre che il clero aggiri la condanna del relativismo praticando un relativismo epistemico occulto, per il quale si rappresenta e a volte si altera materialmente la realtà in modo che l’applicazione di principi etici fissi esiti in conclusioni preordinate. E’ come avere giudici rigorosissimi che però valutano le risultanze di inchieste condotte da inquirenti criminali; che manipolano l’inchiesta e la stessa realtà. Le riforme che depotenziano gli strumenti di accertamento dei reati e mettono le indagini in mani sicure appaiono ispirate dal relativismo epistemico, che è più adatto alle istituzioni, consentendo loro di salvare l’immagine di depositarie di valori stabili e di imparzialità.
In questi giorni è uscito un libro, “Una mano lava l’altra”; mi correggo, “Siamo tutti sulla stessa barca”, di Martini e Verzè. Il primo è un autorevole esponente del cattolicesimo progressista. Il secondo ha un lungo curriculum etico, che comprende la presentazione di Pio Pompa al Sismi (Lui e Cristo). Fare finta di ignorare la rete di interessi della quale don Verzè è parte non secondaria è uno spudorato relativismo epistemico. Di recente ho sentito, ad una presentazione del libro di Stefania Limiti “L’anello della Repubblica”, che il servizio allestito da Pompa potrebbe essere la prosecuzione delle attività dell’Anello, che ebbe un ruolo primario nei “Misteri d’Italia” degli scorsi decenni. Entrambe le strutture si sono occupate di disinformare, calunniare, distruggere. L’Anello viene fuori solo oggi. Ci vorrà molto tempo, forse altrettanti decenni, prima che affiori il ruolo di servizi come quello di Pompa negli affari della biomedicina come quelli di Verzè. Ma già adesso ci si dovrebbe interrogare su quest’altra designazione “caligolare”, dove un personaggio come don Verzè impartisce lezioni di etica, a due voci con l’arcivescovo emerito di Milano, esponente del cattolicesimo illuminato. Abbiamo un maestro di morale, don Verzè, che è il padrino di un professionista della falsificazione della realtà, e dell’adeguamento della realtà al falso mediante la violenza. Un’accoppiata che rappresenta icasticamente il relativismo epistemico.
Pubblicato in: "Libertà", Adeguamento della realtà al falso con la violenza, Avvicinamento clero e scientismo, Berlusconismo, Bioetica strumentale, Campagne istituzionali di discredito, Cattivi maestri, Censura e persecuzione occulte, Censura su questioni bioetiche, Clero e censura, Clero e deuteragonismo, Clero e doppio Stato, Clero e frode medica strutturale, Clero e violenza, Crimine universitario, Depotenziamento lotta al crimine, Disordine pilotato, Doppio Stato polizie segrete e associazioni di tipo massonico odierni, Etica della conoscenza e del giudizio, Etica post-moderna, Fagocitosi dell'opposizione, Fiducia nelle istituzioni, Figure nobili, Forma democratica e sostanza pontificia, Funzione censoria del deuteragonismo, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Inautenticità della sinistra, Mafia meridionale e mafia fordista, Manipolazione ideologica, Midcult progressista, Misteri d'Italia e USA, Morton's fork e doppio legame, Opposizione deuteragonista, Prepotere del clero, Relativismo epistemico, Relativismo etico, Religiosità laica, Responsabilità e colpe del popolo, Riconoscimento delle divisioni e divisione come valore, Scambio ruoli progressisti e conservatori, Selezione avversa classe dirigente, Servizi segreti e frode medica strutturale, Silenzio osceno, Strumentalizzazione della sessualità, Supporto della religione all'oppressione, Teatrino laici cattolici su questioni bioetiche, Tipi antropologici proibiti | Commenti disabilitati
24 maggio 2009
Blog “Uguale per tutti”
Commento al post “Elio e le storie tese” del 10 mag 2009
comunicato con riferimento URL
Caro Silvio, grazie per le Sue osservazioni, e per la precisazione su “questioni di tipo speculativo”. Da anni colleziono “contronimi”, o “autoantonimi”, cioè parole che hanno due significati opposti, e sono quindi gli antonimi di sé stesse. “Speculativo” può rientrare in un elenco di contronimi: la speculazione era l’attività di Socrate, e anche di Sindona; ma i due svolgevano attività in pratica contrarie (anche se hanno fatto la stessa fine). E’ un contronimo che in medicina, beffardamente, viene usato come gli avvocati usano la parola “fantasioso”, per respingere accuse di manovre speculative.
Sembra che io non meriti la Vostra benevolenza, perché faccio di tutto per farmela togliere: Lei cita il dibattito sugli immigrati, con riferimento ai recenti provvedimenti di respingimento nel Mediterraneo, dei quali si è occupato estesamente il blog; perciò non posso nascondere, come avrei preferito, che vedo anche questo dibattito animato dal deuteragonismo; e non solo limitatamente agli aspetti medici (Animalità razionale). Anzi, il dibattito sull’immigrazione mi sembra un caso importante di deuteragonismo. Esamino dunque questo esempio di deuteragonismo, non avendo competenze specifiche, ma solo opinioni, sugli extracomunitari; cioè, nel mio caso, come per molti altri italiani, opinioni sui vicini di casa della porta accanto.
“Mi piace l’odore del napalm al mattino … li abbiamo bombardati per 12 ore. Quando siamo atterrati non ne era rimasto nulla, non abbiamo trovato neppure un cadavere… C’era quell’odore di benzina…è l’odore della vittoria. Un giorno questa guerra finirà”: il comandante della cavalleria dell’aria in “Apocalypse now”. Conquistato il villaggio al suono della Cavalcata delle valchirie, rimprovera un soldato perché non dà da bere a un vietcong morente che chiede acqua, e gliela dà lui. Dopo pochi secondi lascia cadere la borraccia: va a parlare di surfing, la passione che lo ha spinto a conquistare il villaggio sul mare. Questa scena della borraccia me l’ha ricordata l’attenzione dei telegiornali, dei potenti, dell’Occidente, al dramma degli immigrati nel Mediterraneo. E’ scellerato non prodigarsi per chi, come Cristo sulla croce, ha sete perché sta morendo per shock ipovolemico; ma dargli da bere può essere un gesto vanaglorioso e distratto, che non riduce le responsabilità. Il fatto è che non si doveva assaltare il villaggio, e neppure fare la guerra. E’ scellerato non raccogliere e dare la massima assistenza agli occupanti dei barconi; ma equiparare il salvataggio in mare dei barconi all’aiuto al Terzo mondo è profondamente ingannevole.
Le immagini dei barconi mi sono parse uno spot sapientemente ambivalente; come Apocalpypse now, dove le scene soddisfano quelli che sognano di sbarchi, mitragliatrici e sbudellamenti, mentre i dialoghi – e il riferimento a Conrad – giustificano il film come prodotto letterario, come critica al militarismo. I barconi respinti faranno prendere voti alla Lega, e permetteranno all’opposizione deuteragonista di equiparare la contrarietà all’immigrazione all’infamia dell’abbandono di naufraghi in mare. Uno spot con dolore e morti veri.
Mettiamo da parte il fatto in sé, sul quale siamo d’accordo, e guardiamo al significato simbolico, al messaggio, alla “implicatura”, che non possono essere trascurati e sono, credo, l’aspetto principale. Se ci sono intere popolazioni che stanno affondando, centrare il problema sui pochi che sono riusciti, magari facendosi largo, a saltare in quelle scialuppe di salvataggio che sono i barconi è carità o è darwinismo sociale? Dei tanti parenti di quello che è nel barcone, meno svelti e rimasti nel continente africano, dei bambini che muoiono senza le telecamere, che ne facciamo? Quando non occorreranno più immigrati all’economia e alla politica, chi ci dice che la RAI non spegnerà le telecamere sul Mediterraneo e sui cadaveri che lo punteggiano, e che non torneremo a occuparci della strage dei cuccioli di foca al Polo?
Il mare. Il Mediterraneo. Uno sceneggiatore non avrebbe potuto scegliere sfondo migliore per i servizi su questo esodo e le sue tragedie. Anche il barcone, la scialuppa, non avrebbe potuto essere metafora migliore per le tesi che si vuole affermare. Le barche a vela appaiono più belle quando sono drammaticamente sbandate, con l’equipaggio a fare da contrappeso sull’altro bordo; i numeri della fisica però ci dicono che lo sbandamento in sé è svantaggioso, che la barca procederebbe più veloce se fosse dritta, con l’albero ortogonale alla superficie del mare. Nel ‘700 a vincere il premio per il modo più efficiente su come disporre l’albero delle navi fu un matematico, Bernoulli, che era uno svizzero che non aveva mai visto il mare.
Penso che sulla questione dei barconi dovremmo rivolgerci ai numeri. Da quelle entità algide e imperscrutabili può provenire una strana pietà, che non è in assoluto la migliore delle pietà possibili, ma è la migliore pietà possibile date le circostanze. Quanti sono i bisognosi del Terzo mondo? Di quanto denaro hanno bisogno procapite? E in assoluto? Quanto possiamo dargliene? Come allocare queste risorse limitate? Quanti pesci e quante canne da pesca? Dobbiamo “tirarne su” alcuni, o dobbiamo “scendere” noi dal nostro livello di benessere, e tentare di salvarci tutti? Stabiliamo che una quota delle entrate statali è loro, definiamo tale quota, e decidiamo come impiegarla. Dall’astratto al concreto, si può passare a calcolare in quali forme, mediante quali soluzioni, con migliaia di domande quantitative, sempre più dettagliate. E agire di conseguenza.
Ho l’impressione che questo approccio farebbe emergere questioni imbarazzanti. Per coloro che dicono di non volere immigrati, e però vogliono usarli come manodopera e consumatori, potrebbe venire fuori che la migliore soluzione al problema, e quindi anche alle loro ambasce, è semplicemente che l’Occidente smetta di sfruttare, ovvero di derubare, il Terzo mondo; potrebbe risultare che se rispettassimo il loro, di diritto a essere padroni a casa propria, i popoli del Terzo mondo se la caverebbero benino anche senza le nostre premure. Chi parla commosso dei boat people, non so come reagirebbe se gli si rispondesse che, per mantenere anche il resto dell’iceberg nell’Africa infuocata, si dovrebbero decurtare le entrate di tutti gli abitanti dei paesi ricchi, e quindi anche le sue, di una bella fetta, e ridurre sostanzialmente il suo livello di vita.
Quando ad essere coinvolti sono interi popoli, il barcone non è il livello di intervento appropriato; né sul piano demografico, né su quello etico. E’ ottimo sul piano della manipolazione mediatica. E’ inoltre un buon metodo di selezione del prodotto. Anche nella tratta degli schiavi il mare e le navi negriere servirono a selezionare i soggetti più forti. Qui la selezione maggiore avviene nel riuscire a trovare un posto; ma non finisce una volta a bordo. I barconi sono una vergogna anche se nessuno li respinge e approdano senza problemi.
Così invece, occupandosi solo di una minoranza – che è la minoranza che serve all’economia occidentale – si fa come per i miracoli, dove non si capisce perché la benevolenza divina ne deve salvare solo pochi. Ci si pone nella posizione di santi, o quasi.
Il rapporto tra etica e numeri, fondamentale nella nostra società tecnologica e tecnocratica, è in uno stato disastroso. Da un lato, si adorano gli “idola quantitatis” che servono come “instrumentum regni” per il capitalismo; l’applicazione inappropriata del quantitativo domina la medicina (Greene J. A. Prescribing by numbers. Drugs and the definition of disease. The John Hopkins university press, 2008); nell’ammirazione dei bioeticisti (e tale ignoranza viene attivamente tutelata). Dall’altro, quando ad un problema etico servirebbero i numeri e le altre entità matematiche, si ricorre invece ad argomenti persuasivi da fare invidia a Francis Ford Coppola.
Il vecchio espediente dello “stato di eccezione”, dell’emergenza per fare passare una tesi o un blocco di tesi. Curiosamente, la situazione ha somiglianze con la propensione padana per il soccorso; irridono quelli si chiamano Salvatore, ma gli piace fare i salvatori. Qui al Nord durante la settimana si lavora per fare soldi, nel week-end si fa i soccorritori. In carenza di disgrazie, si simulano, con esercitazioni. Il soccorritore volontario, di professione promotore finanziario, è anche lui, come il colonnello Kilgore di Apocalypse now, in mezzo a fumogeni accesi e con l’elicottero che gli volteggia sulla testa, e i morti e i feriti sono finti. Dice pacato nella ricetrasmittente gracchiante “roger, abbiamo uno spinale, atterrate”. La generosità della nostra gente, commenta il cronista mentre sullo sfondo l’elicottero si allontana con dentro il manichino macchiato di vernice rossa. Un’ottima cosa in sé, il soccorso volontario; meno buona se sostituisce ed esaurisce la questione dei doveri verso gli altri. Business senza guardare in faccia a nessuno nei giorni feriali, e nel dopolavoro il volontariato altruista. Ma non ci sono solo le emergenze, i traumi acuti, le catastrofi, i bambini da strappare alle fiamme. Ci sono anche i cronici, per i quali c’è molto meno entusiasmo, e carenze nell’assistenza. Ci sarebbero anche i sani da rispettare e aiutare: da non fregare, almeno. La carità è divenuta un sostituto dell’etica. E forse per questo, e per la frustrazione del lavoro inquadrato, assume forme spettacolari.
Andrebbe ricordato che la carità non è un sostituto dell’etica. Come osserva Scarpinato a proposito dell’elemosina in “Tra mafia e democrazia, tra oppressori e oppressi, tu, Chiesa, da che parte stai?”. Brecht, nell’Opera da tre soldi, fa dire a un personaggio che per ricevere l’elemosina non conta la condizione autentica del bisognoso, ma occorre che questi rappresenti la miseria in una forma teatralmente efficace, in modo che dare l’elemosina sia appagante. L’aiuto agli altri, quel poco che si può e si deve dare, andrebbe prima di tutto incorporato, fino a renderlo inapparente, nelle scelte di vita e nel lavoro. Il supererogatorio è facoltativo, e non esenta affatto dall’eticità nelle opzioni di base. Non compensa eventuali carenze etiche. Invece si è affermata la pratica di una contabilità etica creativa. Soprattutto nella Lombardia ciellina. Guardo con rispetto e ammirazione a coloro che praticano la carità avendo le carte in regola sull’etica delle attività personali. Ma davanti a certi altri slanci – soprattutto in campo medico – ritorna l’immagine di Apocalypse now, con la carità paranoide del comandante che fa evacuare in ospedale, col suo elicottero, dal villaggio che ha appena messo a ferro e fuoco per uno sfizio, un bambino vietnamita ferito.
Oltre alla pietà coi numeri, sulla questione degli immigrati esistono altre forme anch’esse fredde, o minori, di pietà o di carità negate. Chi non accetta gli immigrati è xenofobo o razzista o intollerante. Ma esistono delle pulsioni antropologiche, alla territorialità, alla comunità, all’identità culturale, al senso di appartenenza, che spingono a difendere il proprio territorio, il proprio gruppo, la propria cultura; alcune paure dei non garantiti di essere scalzati o danneggiati socialmente o economicamente dai nuovi arrivati; paure istintive, ma che non sono proprio del tutto campate in aria nella società “competitiva” e globalizzata. Il rifiuto dello straniero è avvenuto innumerevoli volte nella storia, nelle forme del malumore, dell’avversione, della protesta. E’ scorretto evocare subito i pogrom. Sono esistite anche situazioni di convivenza pacifica e armoniosa; che sono appunto citate come casi edificanti. Qui invece si dà per assunto che tali reazioni di rigetto siano patologiche. Si confonde tra risposta fisiologica ad un agente esterno e malattia. Trascurare il fisiologico paradossalmente può favorire degenerazioni patologiche; bollare aprioristicamente come razziste o xenofobe tali reazioni può essere una profezia che si autoavvera.
Gli immigrati, non in quanto “inferiori”, ma semplicemente in quanto irriducibilmente “diversi”, possono disgregare ulteriormente un tessuto sociale già degradato, possono ridurre quella zavorra di tradizioni che dà stabilità, aumentare l’atomizzazione sociale, che favorisce i consumi e la docilità popolare, ma rende tutti più vulnerabili e più egocentrici; la realtà del “melting pot” e del sogno americano mostrano ciò. “Give me your tired, your poor, your huddled masses…” declama solenne la poesia di accoglienza agli immigrati ai piedi della Statua della libertà. Ne abbiamo già troppe, sul globo, di masse che vogliono “to pursue happiness”, cioè fare soldi. Ovviamente noi siamo più buoni e più saggi; ma il rischio non andrebbe fatto passare sotto silenzio.
Quando sento che bisogna superare diffidenze e restrizioni mentali, mi chiedo se a dirlo siano persone che hanno una visione straordinariamente elevata, tanto da dimenticare questi fattori prossimi agli istinti primitivi, oppure – caso che mi sembra più frequente – persone che trascurano questi fattori o se ne fregano. Nel dibattito esistono solo leghisti sbraitanti, e ora anche schizzati di sangue, e pii discepoli di San Francesco. Nessuno tra i progressisti che dica che lo sfondamento dei confini antropologici forse è una necessità, ma è anch’esso una violenza; che non si mescolano culture lontane, non si innestano genti su territori occupati da altre genti, impunemente, così come non si trasfonde meccanicamente il sangue: ci sono fattori invisibili ma concreti che fisiologicamente si oppongono a tali commistioni.
Se non si vuole riconoscere ciò, se non si crede che la tendenza a difendere la territorialità e l’identità comunitaria e culturale vada rispettata, la si rispetti lo stesso: come forma di pietà verso gli autoctoni meno aperti e progrediti; non dovrebbe essere difficile, visto che propugnando l’abolizione delle frontiere che segnano le etnie si sta parlando dalle sfere superiori della moralità. In effetti in certe insofferenze gratuite e quasi maniacali verso l’immigrazione affiora una nota di frustrazione, di vigliacco sfogo esistenziale avendo trovato qualcuno ancora più sfigato rispetto al quale definirsi per contrasto. Ma non si tratta solo di questo. Pare che la nostra psiche sia stata tarata dall’evoluzione per una vita come membri di piccole comunità. Il cosmopolitismo non ha forti basi antropologiche, e non credo che possa pretendere un primato etico (forse non ha queste qualità neppure l’idea di nazione, alla quale sono attaccato). Il discorso che la Terra è di tutti l’ho sentito, in forme elaborate, anche per scusare, esprimendo rammarico, la cacciata degli indiani nativi dalle loro terre in Nord America ad opera degli europei, che “erano solo arrivati un po’ dopo”. Non l’ho sentito fare per le proprietà della Chiesa, o per le “dacie” degli apparatnik di sinistra, le proprietà di quelli che insieme esortano le masse a superare lo stantio concetto di “casa mia”.
Se si riconoscesse questa dimensione calpestata, oltre a fare un’opera buona verso i propri connazionali si aiuterebbe l’integrazione e si svelenirebbe la politica. Oggi infatti l’unica possibilità di rappresentazione politica del disagio per l’immigrazione è quella, ributtante, della Lega; che in realtà vuole gli immigrati, ma nelle forme che servono a interessi economici, come manodopera e consumatori; li vuole sottomessi e maltrattati, perché li si possa meglio sfruttare; verde fuori ma nera dentro, fa appello agli istinti più gretti e vili, alla paura e all’odio, diseducando l’elettorato mentre fa bottino di consensi; deuteragonista, presenta argomenti facilmente confutabili, caricaturali, alla “Catenacci” di Bracardi, con discorsi a base di “bingo bongo”, cannoneggiamenti di barconi, maiali sui suoli dove erigere moschee etc.
Dall’altro lato, per chi si indigna per i discorsi, e ora per gli atti, vergognosi dei leghisti, l’unica alternativa è il surreale buonismo cattolico, o di matrice cattolica, che esorta all’amore totale, a un improbabile inesauribile amore per gli sconosciuti, ridicolo se si guarda a come ci vogliamo bene; e d’altro canto esclusivo e un po’ mercantile: con una forte predilezione per quelli abbastanza in gamba da salire sul barcone, e in grado quindi di produrre reddito, e acquistarsi una tv al plasma entro qualche anno. Una predica condita di accuse di egoismo, di avidità, di durezza di cuore, che viene dal pulpito dei preti.
Nel dibattito sono rappresentati, e quindi sono leciti, sotto i camuffamenti ideologici che attirano sostenitori in buona fede, solo due degli interessi maggiori, entrambi a favore dell’immmigrazione: quelli economici degli industriali e della finanza, con la Lega e il PdL, e quelli di politica internazionale del Vaticano – che gioca sullo scacchiere mondiale e vuole tessere rapporti col miliardo di mussulmani e con altre forze – mediante il centrosinistra e i progressisti. Posizioni alleate, in parte sovrapponibili, che trovano una sintesi che soddisfa entrambi. Seguono, in posizione subalterna, gli interessi di forze intermedie, come i politici che hanno bisogno di poveri che li ascoltino. Opposizione vera al potere, nisba. I cittadini comuni, zitti brutti razzisti; e leggetevi le pagine di Lévinas sul riconoscimento dell’altro; oppure andate a fare le ronde.
“C’uno la fugge, l’altro la coarta”: sull’immigrazione il deuteragonismo è reciproco, e le contrapposte esagerazioni provocano un vuoto al centro. Un vuoto che è una voragine di senso, che non viene riconosciuta dai più ma viene percepita, e si traduce in disaffezione – giusta – per la politica. Il successo del leghismo, determinante per la caduta della nostra democrazia, è dato dall’assenza di intellettuali e politici progressisti critici di quell’aspetto della globalizzazione che è l’immigrazione; dall’assenza di portavoce progressisti del disagio degli italiani per l’immigrazione; voci critiche invece migrate, come uno stormo di colombe, a fare il controcanto angelico ai leghisti diavoleschi. E così per cercare l’ottimo stiamo perdendo il buono, e finiamo per essere noi una repubblica bananiera; dalla quale forse si dovrebbe andarsene, se ci fossero ancora terre vergini; vergini della poderosa abilità umana di incasinare tutto.
Bisognerebbe che chi è ascoltato come autorità morale smettesse di confondere la gente dicendo in pratica che chi non vuole gli extracomunitari è una carogna. Dovrebbero invece esserci intellettuali e politici progressisti che riconoscano che l’immigrazione ha cause economiche e soddisfa finalità economiche; che provoca negli autoctoni reazioni di rifiuto che sono del tutto fisiologiche; e che possono progredire verso la patologia se trascurate. Intellettuali e politici progressisti dovrebbero considerare che i vantaggi dell’avere un supplemento di lavoratori, di consumatori, di futuri elettori in cerca di protezione, di tesserati nei sindacati, di legami con forze etniche e religiose emergenti a livello mondiale, non vanno tutti necessariamente a favore dei cittadini, e i loro risvolti etici non sono solo positivi. I progressisti dovrebbero occuparsi anche della cura di questi problemi. Sarebbero così in una posizione più equilibrata per parlare di un altro discorso, quello dell’esistenza di altri doveri, verso gli altri popoli, oltre a quelli verso sé stessi, la propria famiglia, la propria comunità.
Ci vorrebbe maggior considerazione anche per i paesi di provenienza. Non siamo molto curiosi di sapere da dove vengono quelli che vorremmo salvare trasferendoli da noi. Siamo invece molto critici. Anche in questo, la penso al contrario dei progressisti: credo che da un lato, per lo stesso motivo già citato a proposito degli italiani, quello della consistenza dei fattori antropologici, ci vorrebbero maggior cautela e rispetto prima di sputare sentenze sui costumi di altri paesi che ci appaiono sbagliati, e di volerli sostituire con quelli della nostra superiore civiltà; es. la critica dell’obbligo per le donne del velo o di altre coperture del volto. Anche perché, come ha osservato Massimo Fini, forse dovremmo prima preoccuparci delle donne esposte “a quarti di bue” nella nostra televisione. D’altra parte, penso che chi vive da noi dovrebbe conoscere un minimo d’italiano, e accettare in generale i nostri usi e costumi, oltre che ovviamente le leggi; non vivere come dentro a un burqa, in una bolla portata dal paese d’origine. Ogni tanto ho l’impressione che, mentre procede tra padani che pensano “tel chi el negher”, qualche extracomunitario, soprattutto se portatore di credenze religiose forti, pensi a sua volta nella sua lingua “ ’sti zulù”. Non credo che un pasticcio etnico, un passare da Roma a Bisanzio, sia un vero arricchimento.
Altro caso è quello del rispetto dei diritti umani. Dovrebbe essere un assioma, in qualunque situazione, ovunque, per chiunque. I centri di raccolta non possono essere gabbie; né gabbie chiuse, nè gabbie aperte. Se è vero che i respinti in Nord Africa sono seviziati, lo si proibisca: si mandino degli osservatori, si mostri l’arma delle sanzioni, la si applichi se necessario. Lo stesso si faccia per qualunque violazione indiscutibile dei diritti umani che venga commessa in quei paesi. Ma il rispetto dei diritti umani, l’art. 1, non dovrebbe essere l’unico articolo del codice delle norme morali sugli extracomunitari.
Altra pietà minore. Il problema come detto non può essere affrontato a livello delle situazioni individuali, ma delle popolazioni; ma esistono anche problemi che riguardano l’individuo, una dimensione certo non secondaria. Gli immigrati sono anche degli emigrati; degli sradicati. Per alcuni trapianti, oltre al rigetto dell’organo trapiantato, c’è anche il rischio del rigetto “graft-versus-host”, del tessuto trapiantato contro l’organismo ricevente. Siamo sicuri che gli facciamo questo grosso favore a farli vivere da noi, anziché aiutarli nei loro paesi? Ad alcuni, sì. Forse, se si potesse misurare la felicità, credo che nella vecchia Italia la tipologia di persone più felice risulterebbe quella di alcune coppie giovani di immigrati; che hanno un buon lavoro; provenienti da situazioni difficili, perciò energiche e senza grilli, forti della loro cultura d’origine, pronte ad assorbire anche quella del paese ospite, che ha tanto da offrire; e che quindi vivono quella particolare felicità che è data dall’avere una chance di emancipazione, e dal coglierla pienamente. Alcuni extracomunitari sentono l’odore della vittoria personale nella costruzione, materiale e morale, della propria famiglia e di sé stessi mediante l’operosità pacifica; la felicità di quando il presente diventa ricco e l’avvenire diviene ben delineato; condizione che è possibile solo in alcune circostanze storiche. Ma per altri l’Italia può essere dolore pena sfruttamento e alienazione. Ricordo un giovane nordafricano, disteso in un’aiuola con gli avambracci spezzati. Era andato via da tutto, passando per una finestra dei piani alti dell’ospedale.
Quel suicidio, mi pare fosse un detenuto, non venne reso noto dai media locali. I media presentano sotto una luce filtrata gli immigrati. Pochi giorni fa i media locali hanno celebrato l’estensione di un bonus bebè di 1000 euro anche agli immigrati, negato dalla giunta comunale di centrodestra, imposto da un giudice dopo che sindacati e preti sono scesi in campo. Il bonus bebè è simbolico, per gli italiani; darlo anche quando il bambino nasce in famiglie di extracomunitari, nell’appartamento della porta accanto, dove può non essere solo simbolico, è semplice decenza, negarlo è meschino. Olio sul fuoco della disputa deuteragonista. Però non si parla di quella che è di gran lunga la prima causa di infertilità per gli italiani, la sterilità sociale, causata dalla difficoltà di formare una famiglia e fare figli. Ha le dimensioni e gli effetti di una vera epidemia, ma al contrario di certe epidemie finte è un’epidemia silenziosa. I giovani oggi non fanno figli perché sono egoisti; meglio un pezzo sulla nostalgia della badante dell’Est per il suo paese e i suoi nipotini. Forse ci vorrebbe un po’ di carità anche per i giovani di casa nostra; per chi paradossalmente nella sua condizione ha meno prospettive di quelli che gli sbarcano davanti casa; per i guai che opprimono la gente comune, che stentano a trovare posto nei titoli dei giornali, che vengono sempre dopo qualche altra notizia.
Queste pietà, e altre simili, si potrebbe metterle assieme in un principio, anch’esso freddo e antipatico: quello della scissione, scissione concettuale, tra aiuto umanitario al Terzo mondo e il venire a lavorare in Italia da parte di extracomunitari. Le due entità, che ci sembrano unite perché così ce le presenta la propaganda, andrebbero considerate come entità distinte, quali in effetti sono; e tenute ben separate nei ragionamenti. Non si dovrebbe più dire che facendoli venire a lavorare qui aiutiamo i diseredati. L’importazione di lavoratori è determinata da ferrei meccanismi economici, e dovrebbe essere regolata da norme di accesso, da selezioni e da contratti, che la rendano equa e vantaggiosa per entrambe le parti, e per la terza parte, la cittadinanza, con le dovute tutele e garanzie per tutti. Si possono unire materialmente le due diverse entità: si potrebbe pensare a contratti nei quali una quota della retribuzione va a chi è rimasto a casa nella miseria, direttamente o in forma di aiuti; o riservare una quota di posti di lavoro agli extracomunitari, con l’obbligo di rientrare dopo alcuni anni, importando conoscenze e competenze nel proprio paese, anziché lasciarlo dissanguato delle energie migliori.
Anziché lasciare Sud il Sud del mondo. Non scambiamo il Vangelo con “l’effetto San Matteo”, così detto da una frase del Vangelo di Matteo (25:29), per il quale i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri. Oltre ai danni da immigrazione, ci sono anche i danni causati ai popoli dall’emigrazione. Ricordiamoci dei meridionali saliti a lavorare nelle fabbriche del Nord, da regioni già anemizzate da decenni di emigrazione: di come hanno arricchito il Nord e di come sta oggi il Sud. La propaganda invece dice di ricordarci, a proposito degli immigrati dal Terzo mondo, che siamo figli di immigrati. Veramente i figli di italiani immigrati degni di questo paragone oggi vivono, a decine di milioni, in Argentina, Australia, Canada, Galles, etc; e in effetti sarebbe interessante ascoltare la loro opinione. Noi siamo i discendenti di quelli che restarono in Italia, o al massimo di quelli che tornarono, o che si spostarono all’interno, tra disagi ma senza problemi di permessi di soggiorno, o rischi di finire ai pesci. (Io stesso, italiano, sono stato classificato come “immigrato” dall’anagrafe locale quando, vincitore di un concorso pubblico per un posto di ruolo, dovetti trasferirmi al Nord e fare il cambio di residenza; un uso puntiglioso e non necessario nelle comunicazioni all’utente di un termine tecnico che ha un significato non neutrale nel linguaggio comune; una distinzione dai nativi che in seguito non mi è dispiaciuta). Quelli che restano non sono necessariamente i migliori, e hanno lo spirito e le abilità dello stanziale. Come si vede dai governanti che si danno. Tanti di noi conoscono le storie di immigrazione, per averle sentite da parenti. Per esempio, ho ascoltato bambino da un signore anziano una testimonianza in prima persona di cosa aveva voluto dire attraversare l’Atlantico in nave negli ultimi anni dell’Ottocento, all’età di 13 anni, da soli, essendo stati spediti a parenti di New York. Sono racconti molto utili, ma non inventiamoci, guardando i barconi, trascorsi avventurosi e falsi cameratismi. Consideriamo piuttosto quale danno è stato, per le regioni di provenienza, la selezione avversa derivata dall’emigrazione massiva dei soggetti più validi.
Con questa scissione tra lavoro e aiuti si eliminerebbe tanta retorica su entrambi i fronti, ricatti morali da un lato e pretese “celtiche” dall’altro (che poi, come ho detto, ritengo siano settori diversi dello stesso lato; quello del potere); e sarebbe più facile capire cosa fare. La filantropia dovrebbe essere esercitata su base razionale, tenendo conto delle necessità oggettive e delle risorse; erga omnes; e ordinatamente, senza picchiare la moglie e poi fare il galante fuori; senza la mostruosità, sommersi e salvati, di applicare alla solidarietà i criteri della selezione lavorativa: dentro chi è abile, pollice verso a chi non è redditizio; senza negare, con tutto l’amore che certi hanno per “gli ultimi”, qualsiasi attenzione a chi non corrisponde alla maschera teatrale dell’Ultimo, come si dice nell’Opera da tre soldi; senza la pietà coi paraocchi, che fa pensare che come al solito non ci viene chiesto di combattere per degli assoluti morali, ma per delle chiese, al di fuori delle quali non vi è salvezza.
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Blog di Trarco Mavaglio su il Fatto
Commento del 31 mar 2011 al post “Ferrara e i “30 milioni di immigrati” di D’Alema” del 31 mar 2011
La cifra di D’Alema dei 30 milioni di immigrati necessari all’economia era riferita all’Europa, non all’Italia come gli ha rinfacciato G. Ferrara.
Enzo Biagi ha raccontato che uno dei pochi casi che ha visto di giornalista licenziato per incapacità fu quello di un redattore che riportò la notizia di un paese bruciato coi suoi abitati perché un’autocisterna, nel tentativo non riuscito di schivare un cane, si era ribaltata andando a fuoco. Il giornalista aveva titolato “Tragica morte di un cane”.
Se c’è uno che sa fare il giornalista questi è Travaglio. Ma qui la notizia mi pare un po’ focalizzata sul cane. E chissene del battibecco tra Ferrara, a libro paga CIA, e D’Alema, legato a Licio Gelli.
Si ammette finalmente che è per ragioni economiche che occorre iniettare milioni di persone dai paesi poveri in Europa: volete dirci la cifra pianificata o prevista per l’Italia? E’ possibile parlare pacatamente di questo dato: della sua reale ineluttabilità; di quali sono i vantaggi e gli svantaggi, chi ci guadagnerà e chi ci perderà, quali riflessi ciò avrà sulla vita delle persone comuni, e sul Terzo mondo, senza i finti nazismi leghisti e gli ipocriti piagnistei pretesco-buonisti?
Consideriamo finalmente l’etica e la politica dei numeri dell’immigrazione:
http://menici60d15.wordpress.com/2009/05/24/immigrati-la-pieta-coi-numeri-e-altre-forme-minori-di-pieta/
@Armando D. E’ curioso che tu mi metta in guardia dal mescolare alcool e psicofarmaci: si vocifera che lo facesse Cossiga, che nel suo ultimo libro “Fotti il potere”, pag. 181, ha dichiarato di avere garantito lui per D’Alema presso gli USA. Invece ne “Il borghese piccolo piccolo” il liquido misterioso del giuramento massonico era l’amaro Petrus.
@s42 a me piace più leggere che scrivere, ma ho difficoltà ad accedere alle biblioteche pubbliche di Brescia; sia sotto il dalemiano Corsini che sotto il berlusconiano Paroli. Sarei curioso di vedere l’archivio Gelli, curato dalla moglie dell’attuale presidente del Copasir e da lei inaugurato con grande passerella di piduisti ed elogi delle doti di poeta del Venerabile. Qualche minuto, perché dev’essere di una noia; e poi ho l’impressione che se proprio voglio leggere roba di sbirri venduti basta leggere le articolate confutazioni che quelli come voi danno su Il Fatto a chi stona.
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Blog de Il Fatto
Commento al post di Pallante e Bertaglio “L’ipocrisia leghista è l’arroganza occidentale” del 4 ott 2011
“Per coloro che dicono di non volere immigrati, e però vogliono usarli come manodopera e consumatori, potrebbe venire fuori che la migliore soluzione al problema, e quindi anche alle loro ambasce, è semplicemente che l’Occidente smetta di sfruttare, ovvero di derubare, il Terzo mondo; potrebbe risultare che se rispettassimo il loro, di diritto a essere padroni a casa propria, i popoli del Terzo mondo se la caverebbero benino anche senza le nostre premure.”
Da:
http://menici60d15.wordpress.com/2009/05/24/immigrati-la-pieta-coi-numeri-e-altre-forme-minori-di-pieta/
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@Adamitaly. Giusto, la transizione demografica; e il “drilling and killing”, in Nigeria e altrove ?
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@giustizialista. Questo “ontolologizzare” la volontà dei poteri più forti, o le conseguenze della loro volontà, per cui la globalizzazione liberista, e le relative migrazioni, vanno prese come un dato di realtà non modificabile altrimenti è propaganda, mi pare un’impostura blasfema:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/24/il-doppio-cielo/
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@Giustizialista. Ricordo, nel 1981 come studente in scambio culturale in Israele, un Paese che ammiravo, che gli accompagnatori insistevano che Israele voleva la pace. A Metulla, al confine con Libano, chiesi a uno di loro a cosa servissero allora i giganteschi carri armati che portati su autotreni venivano ammassati in campi militari. Mi fu risposto che lì la sera si cuocevano salsicce e si suonava la chitarra attorno al fuoco. Il lato negativo delle salsicciate fu tempo dopo l’invasione del Libano. Tu mi hai ricordato questo episodio, equiparando, rubricandoli sotto lo stesso titolo “globalizzazione”, la scelta, arricchente ma facoltativa e libera, si spera, di aprirsi ad altre culture, con l’obbligo di salire su un barcone, abbandonare la propria terra, togliendosi di mezzo per favorirne lo sfruttamento, e divenire se si sopravvive degli sradicati, e spesso degli sfruttati; e equiparando il “siamo tutti fratelli” con l’obbligo per chi riceve di vedere il proprio lavoro messo a rischio da stranieri; l’obbligo per tutti di venire ridotti a consumatori isolati, omologati, privi di una cultura e di una storia comune profonde che li caratterizzi, tutti uguali rispetto al mercato; l’obbligo di credere, se non si vuole essere chiamati gregge, alle colorate retoriche del “melting pot”, smentite dalla Storia in USA. Non mi sembra che con questa propaganda tu vada contro il liberismo e gli interessi economici sui flussi migratori forzati, che a parole dici di “aborrire”.
Pubblicato in: "Speculazione", Alleanza della sinistra col clero, Anemizzazione del Sud, Berlusconismo, Buonismo, Censura su questioni bioetiche, Clero e buonismo, Clero e deuteragonismo, Coltivazione della viltà, Contronimi, Dal simpliciter al secundum quid, Danni e pericoli della globalizzazione, Degrado del tessuto sociale e atomizzazione sociale, Deuteragonismo nei blogs, Diritto all'informazione, Discriminazione istituzionale di cittadini, Disordine pilotato, Emarginati e deboli come fair game, Estetizzazione dei problemi politici o etici, Etica algebrica, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Forma democratica e sostanza pontificia, Frodi quantitative, Immigrazione e sfruttamento del Sud del mondo, Inautenticità della sinistra, Influsso delle oligarchie finanziarie, Leghismo, Manipolazione ideologica, Manipolazione mediatica, Opposizione deuteragonista, Perbenismo poujadista, Popolo, Praticità del teorico, Profezia che si autoavvera, Questione meridionale, Razzismo e persecuzioni contro etnie, Relativismo epistemico, Relativismo etico, Riconoscimento delle divisioni e divisione come valore, Scambio tra carità ed etica, Selezione avversa classe dirigente, Sinistra deuteragonista, Sterilità sociale, Strumentalizzazione della sessualità, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Sussiego della sinistra, Tipi antropologici proibiti | Lascia un commento »
13 maggio 2009
Blog “Uguale per tutti”
Commento al post “Elio e le storie tese” del 10 mag 2009
Caro dr Lima, grazie per la Sua risposta del 12 mag alle 9.24. Credo che su un punto siamo tutti d’accordo: non si può tacere; e non si può lasciar passare tutto. Ci dividiamo su cosa non può non essere contrastato, avendo evidentemente criteri diversi: secondo Lei, e la maggioranza, un caso come quello di Silvio-Veronica-Noemi ha priorità elevata, o è “obbligatorio”; secondo me invece questo è uno dei tanti argomenti che andrebbero messi in fondo alla lista, o respinti.
Il proteiforme Berlusconi ora ha assunto fogge priapee; l’opposizione invece ha come modello le figure pacate e intense di Enrico Berlinguer e Luciano Lama. Nonostante questa diversità di aspetto, su temi importanti vanno sorprendentemente d’accordo: la sanità integrativa, ma si possono fare innumerevoli esempi. In USA, assicurazioni mediche private significa decine di milioni di persone senza copertura medica, o, ciò che è più rilevante da noi, con copertura parziale; significa un rischio, basso ma non trascurabile, di bancarotta per le famiglie in caso di malattie gravi. Significa una medicina che, badando ai suoi interessi, spesso ti dà quello che non ti serve e che ti fa male, e non ti dà quello che serve.
Non so che forma prenderà in Italia la medicina delle assicurazioni, ma mi sembra che converrebbe bypassare le cento bubbole di Berlusconi, e le relative proteste dei compassati personaggi del centrosinistra, per occuparsi della loro singolare sintesi su tanti temi trascurati come questo. Anche perché Berlusconi il libertino e i “militanti severi” mentre si rinfacciano a gran voce la responsabilità di scandali da rotocalco come questo, sono inoltre accomunati dalla volontà di ottenere il silenzio, anche con le maniere forti, su certi loro comuni affari; certi loro comuni asservimenti, il protagonista col deuteragonista, al grande business, come quello della biomedicina.
A proposito delle principali ghiandole sessuali maschili, ovvero prostata e testicoli. Le diagnosi di tumore della prostata nei 5-10 anni intorno al passaggio di millennio sono raddoppiate, così che ora questo è il tumore più frequentemente diagnosticato negli uomini. Un fattore primario di sofferenza, malattia, danno economico, ha raddoppiato le sue dimensioni in un modo che può essere detto fulmineo. Gli addetti tacendo in nome del distacco scientifico, gli altri perché non lo sanno o possono dire di non saperlo, nessuno lancia allarmi su questo aumento brusco del carico di male, e discute dei rimedi. I toni sono piuttosto celebrativi. Ci sono molti elementi, e anche studi scientifici specifici, che indicano che tale impennata, sconcertante sul piano biologico, sia sostenuta da sovradiagnosi (es. Telesca D. Etzioni R. Gulati R. Estimating lead time and overdiagnosis associated with PSA screening from prostate cancer incidence trends. Biometrics, 2007. 64: 10-19).
Ovvero, con l’introduzione di un test di screening vengono reperite, etichettate come cancro, e trattate come tali, alterazioni morfologiche che biologicamente non si sarebbero comportate come cancro, e sarebbero state scoperte, eventualmente, solo all’autopsia, dopo la morte per altre cause. In serie autoptiche, tali lesioni, considerate carcinomi della prostata incidentali, sono state repertate con una frequenza che varia dal 15% al 50%, correlata all’età del paziente e a quanto è stata approfondita la ricerca.
Chi è addentro alla medicina ed è un poco smaliziato sa che la diagnosi clinica di cancro attualmente più frequente nell’uomo ha gravissimi problemi di falsa positività. Ma ciò è una di quelle che l’economista Galbraith ha chiamato “le frodi innocenti”: tutti gli insider sanno che è così, ma non la percepiscono come una frode, e fanno finta di nulla. E’ una situazione frequente nelle frodi dell’economia e della finanza.
Come per la Parmalat. Non varrebbe la pena considerare questo problema della diagnosi di carcinoma della prostata? Con tutte le cautele (incluse quelle sul falso dissenso medico); ma senza censure. Le terapie per il carcinoma della prostata possono provocare impotenza, e comportare la castrazione, oltre che l’asportazione della prostata: mentre guardiamo cosa combina Berlusconi, sono le nostre ghiandole sessuali ad essere messe a rischio, con la complicità del governo.
Ma di mezzo ci sono montagne di soldi facili, che non occorre riciclare, essendo puliti, e riveriti, dall’inizio; e un sacco di buoni o ottimi posti di lavoro. Se ipoteticamente chi comanda avesse dovuto scegliere tra i due temi, avrebbe pensato: meglio che si indignino sulle ghiandole di Berlusconi che sulle loro. Sugli scandali come questo facciamoli sfogare, ma sull’inflazione galoppante di diagnosi di carcinoma prostatico che ascoltino i messaggi addomesticati dei media, senza discutere. Infatti i media propagandano con la regolarità di piazzisti il business dello screening per carcinoma prostatico (è di queste ore la notizia che la Corte europea ha decretato che notizie giornalistiche in campo medico, prodotte da giornalisti formalmente indipendenti, possono costituire pubblicità; e quindi essere perseguibili come pubblicità illecita).
Per di più, parlando di Berlusconi sciupafemmine si ottiene come epifenomeno il risultato di alimentare il mito giovanilista, che, come è stato osservato, porta gli anziani a sottoporsi a test di screening. E il test di screening per carcinoma alla prostata di questo sostegno ne ha bisogno, perché non si è riusciti neppure a produrre, con tutti gli aiutini, prove scientifiche della sua efficacia. Due piccioni con una sassata.
Così abbiamo una differenza speculare tra mediatico (e qui chi più ne ha più ne metta) ed extramediatico (e qui censura) in tema di ghiandole sessuali maschili: Berlusconi che dice di spendere tre ore a notte in rapporti sessuali, e la triste fine di una parte dei tanti che incappano in una falsa diagnosi di carcinoma della prostata. Extramediatico cioè “fuori dal mediatico” o “escluso dal mediatico”. Extramediatico non vuol dire “extraterrestre”; però, siccome, come disse mi pare Giovanni Paolo II, “quod non est in video non est in mundo”, l’extramediatico sembra avere uno statuto ontologico più fragile rispetto al mediatico. Anche nel caso che sia quest’ultimo a essere inventato. Così l’extramediatico suona sempre un po’ marziano, e questo favorisce la sua emarginazione o censura. Soprattutto davanti ai trionfi del corrispettivo mediatico.
Questa distinzione può anche aiutare a comprendere lo sconforto di chi, tentando di togliersi il bavaglio per parlare dell’extramediatico, vede l’ennesimo grottesco “spottone” venire considerato – che per il mediatico equivale a venire celebrato – su stimabili luoghi di critica politica. Non dico e non penso che la crisi Noemi sia stata allestita per favorire il business sulla prostata. Ma va oggettivamente anche in quella direzione. Oltre che con l’effetto epifenomenico già detto, l’aiuta allontanando ulteriormente dall’extramediatico. Ci sono mondi possibili più o meno vicini, ci spiegano i filosofi, e così stiamo navigando sempre più lontano dal mondo reale.
Nel 2006, il New York Times, nella pagina del business, in un articolo parte di una serie sulla medicina intitolata “The sirens of profit” riportava come gli urologi statunitensi stessero investendo in una costosa e discussa macchina per la radioterapia del cancro della prostata, in quanto assicurava rimborsi dalle assicurazioni per cinquantamila dollari a paziente. Ogni anno in USA si fanno duecentoquarantamila di queste diagnosi. Il carcinoma della prostata è un cancro dell’anziano. Due settimane fa la Società americana di urologia ha stabilito di espandere ai quarantenni l’offerta del test di screening che ha provocato il raddoppio di diagnosi: se questa è l’aria che tira non so come farà Obama a ridurre la spesa sanitaria USA, da lui definita, pochi giorni fa, “fuori controllo” e “una minaccia per l’economia”. Obama, che sta negoziando un taglio alla spesa sanitaria di 2000 miliardi di dollari in 10 anni, segna un cambio di tendenza, ma non potrà cambiare il sistema.
Ci si lamenta che Berlusconi controlla l’informazione. Ma se ci sono argomenti-Noemi e argomenti-figli-della-serva non è solo colpa di Berlusconi. E’ Berlusconi che traccia il palinsesto, ma è l’intellighenzia deuteragonista che lo difende. Un’intellighenzia composta di figure eterogenee, che variano dal galantuomo al suo opposto; e che comprende lo scagnozzo dei preti; i quali hanno agenti in entrambi gli schieramenti, e sono i pupari; se ne ridono di protagonista e deuteragonista, e orientano verso l’esito desiderato lo scontro dei due paladini. Pupari come Mangiafuoco, che però era burbero, e aveva il cuore tenero.
Un tempo c’erano i magistrati un po’ occhiuti che facevano sequestrare le riviste pornografiche esposte nelle edicole. I critici sostenevano che serviva a non occuparsi di altre sconcezze. La pornografia dell’affettività, come per “Incantesimo” del quale ho parlato nel commento sui 18 anni di Noemi; e la pornografia del silenzio, su quanto sta avvenendo in oncologia, non le contrasta nessuna forza. Né formalmente né informalmente. A partire dai centri del dissenso.
Mi sembra poco importante, in senso relativo, e tatticamente controproducente, considerare notizie scandalistiche come questa di Noemi, lasciando nel silenzio ermetico tanti altri temi, es. quelli che indico. Mi chiedo quanti altri problemi, di settori che non conosciamo, restano coperti sotto il dissenso canonico. Qual è lo “spettro del visibile” per l’ufficialità, e qual è lo spettro del visibile per il dissenso ? Se sono ugualmente ristretti, se le lunghezze d’onda sono le stesse, o quasi, questa è una patologia del dissenso. Così il dissenso sarà predisposto a rispondere al potere come vuole il potere, e pronto a isolare e espellere quelli che non lo fanno. Che è quello che avviene. Mi sembra che senza il deuteragonismo, che non è questione di correnti ma di anima, la situazione non sarebbe così nera come dice Liotta; che sia il deuteragonismo che ha reso possibile “la resistibile ascesa” e il mantenimento al potere di personaggi e forze che davanti ad un’opposizione animata da un diverso spirito critico non potrebbero spadroneggiare.
Da quanto Lei scrive, mi sembra che da questo scambio possa emergere almeno un principio minimo condiviso, e che costituisce una regola semplice: il non rispondere ad alcuni scandali può avere un senso. Non può essere liquidato come un’imbecillità. Al contrario, bisognerebbe avere presente il pericolo – e la piaga – del deuteragonismo, e affrontare il problema della costruzione autonoma, indipendente e non ingenua della scala delle priorità.
Bisognerebbe avere presente anche la dicotomia mediatico/extramediatico. Il mediatico è spesso falso: a tale falsità può corrispondere un extramediatico, che in quanto tale non è visibile, ma che non solo è in questo mondo; può anche essere molto utile conoscerlo. Non è affatto una resa, un tacere, un’acquiescenza, un chiudere gli occhi, un lasciarle passare tutte, la scelta di “espungere” certo vistoso mediatico dal campo visivo per non farsi distogliere dall’extramediatico. Sarebbe necessario procedere ad un riequilibrio su base razionale tra le due entità, andando contro le impressioni istintive, ricordando che tendiamo a scambiare il media per il messaggio. Recuperare l’extramediatico, del quale ci siamo sbarazzati troppo frettolosamente con l’avvento dei media di massa, aiuta a ridimensionare il mediatico.
Resto quindi dell’idea che a volte è meglio tacere su certi scandali vistosi (soprattutto se sono di quelli che si commentano da soli), in modo da non tacere su altri, che sono poco visibili e attivamente nascosti. Forse quella dei castelli in aria è tra le demolizioni più difficili. Anche in uno scritto attribuito a J. Swift, “L’arte della menzogna politica”, si afferma che talvolta è preferibile combattere il potere della menzogna non contraddicendola; l’autore suggerisce di non confutarla ma di accettarla; e di modificarla con un’altra menzogna. Ma è curioso, Berlusconi sembra “non falsificabile”: non è facile pensare di aggiungere una menzogna credibile a quelle che impersona. Una volta che ci siamo riusciti, occupiamoci della sanità integrativa, dello screening per il cancro della prostata, oppure di qualcuno dei mille altri importanti temi, di tutti i campi, che sono orfani, che non hanno nessuno che si curi di loro. O almeno, non diamo una mano a coloro che, pagati o volontari, danno addosso a chi vuole presentare osservazioni su argomenti extramediatici.
Swift nella sua “Modesta proposta” per risolvere il problema della povertà in Irlanda consigliava, sulla base di un’analisi economica, di commerciare in bambini, da usare come alimento. Io vedo che oggi la sua proposta di nutrirsi di bambini in un certo senso è divenuta realtà. Oggi, dove problemi di miseria non ce ne sono, o forse sì, in quel settore chiave dell’economia che è la medicina si sacrificano dei bambini per produrre profitti. E, come ho descritto altrove (Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi) il deuteragonismo medico gioca appieno la sua parte in questa frode delle sovradiagnosi, che è molto brutta. Molto brutta per i minori, per gli adulti e per gli anziani.
La ringrazio per avermi aiutato con questa divergenza a mettere per iscritto ciò che penso. Un caro saluto.
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11 maggio 2009
Blog “Uguale per tutti”
Commento al post “Elio e le storie tese” del 10 mag 2009
Gentile dr Lima, quanto Lei scrive critica ciò che avevo scritto nel Suo blog il giorno prima sullo stesso argomento, sotto un altro post (I 18 anni di Noemi e la sanità integrativa): mi permetta di dissentire amichevolmente, e poi di andare oltre a quanto da Lei affermato, e, senza più alcun riferimento a Lei, trattare il tema, che mi pare davvero fondamentale, da un punto di vista generale.
Non condivido neppure le posizioni di Mauro C., che nel congratularsi con Lei per le Sue posizioni, contrappone il Suo dubbio alla certezza degli imbecilli. Ammiratore di Cartesio, il filosofo del dubbio metodico e, non meno importante, della molteplicità del reale, a Mauro C. dico che col dubbio bisogna convivere, ma in certi casi, per esempio per le notizie scandalose e anomale di Novella 2000, è più equilibrato che il dubbio assuma la forma di un ragionevole scetticismo. L’appello al dubbio unito all’accusa di dogmatismo (o di imbecillità) è tipico degli ufologi.
Se anche, come Lei sostiene, la relazione di Berlusconi con Noemi e il suo annunciato divorzio non fossero vicende private, credo che ciò nonostante sarebbe preferibile astenersi dal discuterle.
Non credo che un politico esperto come Bill Clinton non abbia preso precauzioni per prevenire la possibilità che una ragazzina potesse ricattarlo; ma se dopo avere scalato la massima cima della politica mondiale avesse commesso tale errore da principiante, e se la ragazzina fosse stata tanto matta da tentare realmente di ricattarlo, un’agenzia apposita che protegge i presidenti USA, il “Secret Service” (non è la CIA), avrebbe provveduto a disinnescare il problema. Se il presidente degli Stati Uniti avesse dovuto fronteggiare un ipotetico ricatto di un’amante, a lui e alla nazione non sarebbe accaduto proprio nulla; così come non è accaduto nulla quando Clinton ha detto che gli USA non c’entrano con la strage di Ustica. Roma locuta. A J.F. Kennedy dovettero sparare; non lo estromisero rivelando il suo maniacale “womanizing”, o facendolo cadere in qualche scandalo sessuale.
Parimenti, non credo che quanto Lei ipotizza sia verosimile: che la famiglia di un usciere sia in grado di ricattare uno degli uomini più ricchi, un piduista, presidente del consiglio, di pochi scrupoli, etc. La famiglia Letizia sembra piuttosto al totale servizio di Berlusconi, come tanti.
Quello che a me pare del tutto anomalo è che la notizia del fattaccio provenga dai media del colpevole, dalla famiglia del colpevole, dalle esibizioni del colpevole. Questa singolare situazione, nella quale la fonte e i responsabili dello scandalo coincidono, o sono vicini, è frequente; nonostante ciò, o forse per questo, i commentatori non sembra ci facciano molto caso; e non vedono analogie con le attricette che protestano perché fotografate in effusioni dopo che il fotografo l’hanno chiamato loro. Capisco il dubbio sistematico, che non deve mai essere azzerato; ma “certa evidenza circostanziale è molto forte, come quando trovi una trota nel latte” (Thoureau; si riferiva alla pratica dei lattai di annacquare il latte).
Occorre proteggere le minori da Berlusconi ? Fino a quando una fonte degna di ascolto, come la magistratura, non ci documentasse ciò, resto dell’idea che sia svantaggioso accettare di scendere in questo gioco di specchi con un fregoli come Berlusconi, quando gli si possono muovere contestazioni più fondate e sostanziose. Non si può essere ignari e fiduciosi come bambini su temi come la sanità integrativa e amletici su “Verissimo”.
E’ vero che l’argomento avrebbe risvolti politici degni di attenzione, es. la nostra immagine internazionale; ma allora il tema dovrebbe essere “Perché ci facciamo sputtanare all’estero da questo istrione ?”; invece così si continua a permettere che Berlusconi detti gli argomenti da contestargli. Mentre c’è solo l’imbarazzo della scelta per contestargli altre cose, politicamente molto più rilevanti.
Credo che questa sia stata un’occasione perduta. Al tempo della serie del presidente manager, operaio, intellettuale, buon padre di famiglia, capobanda, etc. a Roma c’era un grande manifesto con Berlusconi e la scritta “Per un presidente contadino”. Qualcuno con la bomboletta di vernice aveva aggiunto “Allora va a zappà la terra”. Cosa sarebbe accaduto alla credibilità di Berlusconi se la reazione all’agghiacciante rivelazione di Berlusconi-vecchio-satiro, degna del miglior Beautiful, fosse stata uno sbadiglio; seguito da una discussione a occhi aperti su cosa sta facendo per la crisi economica, l’occupazione, i giovani, la giustizia, l’equità sociale, la sanità, l’ambiente, i servizi al cittadino.
Penso che quanto avvenuto sia espressione di un problema endemico, che chiamo di “deuteragonismo”. E penso che questo sia un problema cruciale, pari a quello della DC, del craxismo, e oggi del berlusconismo; ma non riconosciuto, o largamente sottovalutato. Col deuteragonismo anziché fare un’opposizione vera, un’opposizione antagonista, che sceglie lei cosa contestare e come, si fa da secondo a chi è al potere, accettando di ribattere, in termini prevedibili, ai temi che vengono scelti da chi comanda; e di trascurare i temi che devono restare fuori dal dibattito, e quindi devono sembrare inesistenti.
Il deuteragonista fa l’opposizione che il potere vuole che si faccia; assicura così la fictio democratica; fa da spalla, da contraltare, per dialoghi che devono avere una conclusione predefinita; e allo stesso tempo è parte integrante di quella forma di controllo detta “agenda setting”. Ha inoltre l’importante funzione di inibire forme di opposizione non gradite, prendendone il posto e combattendole, come dirò.
Invece di correre platealmente in soccorso al vincitore, si può fargli l’opposizione che lui desidera, per ottenerne la benevolenza e ricompense. Penso che la posizione del deuteragonista sia per molti una vocazione, connaturata a tratti caratteriali, e a tratti culturali nazionali, che viene abbracciata con convinzione e sincerità. Guardando a certi casi, come quello dell’attuale opposizione dei DS, penso che per molti sia anche un mestiere. Comodo, ben retribuito e di un certo prestigio.
Antagonista non vuol dire estremista, e deuteragonista non vuol dire blando. Antagonista può voler dire: “abbiamo capito, Berlusconi ci tiene a far sapere che alla sua età va ancora a donne; mah; cosa vuol fare sulla sanità integrativa ?”. D’altro canto, il terrorismo, che ha fatto così comodo al potere, potrebbe essere guardato anche come una forma di deuteragonismo, inconsapevole (ma non sempre). Forse Pasolini si riferiva a ciò quando scrisse “essi credono di spezzare il cerchio e non fanno altro che rinsaldarlo”. Il magistrato Giovanni Tamburino ha scritto, considerando il ruolo dei servizi nel terrorismo, una pagina illuminate su questa tecnica del potere, che “A livello di maggior sofisticazione costruisce la propria opposizione” (In: G. De Lutiis, Il golpe di Via Fani, 2007. Pag 19). Solgenitsin, reduce dal gulag, ha scritto che il regime sovietico favoriva critiche su fatti circoscritti, purché non venisse messo in dubbio il sistema.
Certamente non tutte, ma alcune delle numerose “persecuzioni” o minacce ufficiali, tanto clamorose ed esagerate quanto senza conseguenze, sembrano fatte per creare dei curricola credibili di dissidente per il lancio di deuteragonisti di riferimento. Mentre per chi dev’essere veramente censurato si cerca di lasciare meno tracce possibile. Così ci sono dei “censurati” che tengono banco, mentre altre persone scompaiono dalla loro attività apparentemente senza motivo, senza grandi disturbi. Forze di polizia e magistrati che si occupano di queste manipolazioni a volte operano come dei truccatori, che dipingono sul viso di coloro che devono avere le credenziali di perseguitato i segni delle percosse; per quelli che vanno zittiti davvero ma non si deve sapere, sono come sbirri che picchiano coi sacchetti di sabbia.
E’ una forma cronicizzata e irredimibile di subalternità l’opporsi a chi comanda nei termini da lui dettati. Mettersi contro in maniera autonoma e netta, impermeabile ai condizionamenti del potere, facendo il punto della nostra posizione non sull’avversario, ma rispetto ai problemi reali sul tappeto e ai princìpi fermi nei quali crediamo, non è ciò che sappiamo fare meglio. Forse per questo sia il potere, sia i sudditi, fanno presto a tacciare di eversione, di terrorismo, di anarchia o almeno di eccessivo spirito libertario o eccentricità chi non si attiene al canovaccio del dissenso scritto dal potere.
Eppure una delle regole base dell’autodifesa è di non farsi dettare la difesa dall’assalitore: se ti afferra alla gola, consigliano i manuali, non cercare di togliergli le mani, come viene istintivo fare, ma colpirlo a nostra volta nella maniera più dolorosa in qualche parte del suo corpo per fargli mollare la presa.
In questo modo invece l’opposizione acconsente a comportarsi come il protagonista prevede si comporterà; il potere può così ad esempio sollevare ad arte degli scandali, volendo ottenere una certa modifica nell’opinione pubblica. Come le vergognose manovre sui clandestini (Animalità razionale): credo che per gli immigrati alla fine tutto andrà come vuole il Vaticano, al quale entrambi i contendenti fanno riferimento. Né più, né meno. Mi pare che questa tecnica, di suscitare una convinzione sostenendo la tesi contraria in forme rozze e deboli, fosse chiamata “ductus subtilis” dagli antichi rètori.
Un’altra tecnica di convincimento consiste nel partire alto per poi fingere di fare concessioni. Va bene, non candido una fila di ballerine. Hai vinto. Ti candido una squadra di anonimi yes men forchettoni. O la variante “bad cop, good cop”: non votate quel maiale; votate noi, (che gli abbiamo “portato l’acqua con le orecchie” (Guzzanti)); e vi daremo un berlusconismo serio, e con lo sconto.
Si ha l’impressione che di scandalo in scandalo, di meraviglia in meraviglia, di angoscia in angoscia, si trovi il modo di non parlare mai delle questioni di routine che riguardano i cittadini comuni e la loro vita quotidiana, o di parlarne il meno possibile, come di un argomento tra i tanti. I temi discussi, inclusi i temi del dissenso, ormai formano un reality continuo, tanto accattivante quanto vuoto. Richiamare alla realtà è sconveniente come per uno spettatore irrompere sul palcoscenico durante la recita.
L’opposizione parlamentare è arrivata al punto di necessitare di storie squallide come questa di Berlusconi e la diciottenne per darsi un tono. Il centrosinistra non solo pratica il deuteragonismo, come è suo diritto, ma è nemico acerrimo di coloro che sono su posizioni magari “artigianali”, ma comunque antagoniste, ovvero di opposizione genuina, senza inciuci, senza contropartite sottobanco.
L’opposizione antagonista mostra, per comparazione involontaria, o per denuncia diretta, la non autenticità del deuteragonismo del centrosinistra; inclusa in molti casi la non autenticità personale. Viene così contrastata dal centrosinistra, che dovrebbe essere un alleato, non meno che dal centrodestra. Ed è odiata più dal centrosinistra, per il quale potrebbe essere motivo di imbarazzo o di vergogna anche personali, che dai poteri reazionari, che sanno di poterla schiacciare, e coi quali il contrasto è aperto e dichiarato. In questo modo il centrosinistra va a costituire una cintura protettiva per il centrodestra, che è un compito primario del deuteragonismo. Sembra che ciò risalga ad un’antica tradizione, anche se sta prendendo forme caricaturali negli ultimi anni.
Il risultato è che l’opposizione in Italia è libera di scorrere, ma incanalata in argini di calcestruzzo. Il convento passa periodicamente dei temi, dei disegnini da colorare, ma guai a variazioni o a proposte alternative. Basta deviare di poco, basta voltare la testa davanti al pastone quotidiano, che subito i pennini del sensibilissimo sismografo di qualche professionista del dissenso rilevano il tremito di un presuntuoso, un imbecille, che si permette di criticare la velina del regime su quale infamia il regime stesso ha commesso questa settimana. Su certi blog si può ottenere di farlo bannare; su altri, gli si può fare la guerra. Il disturbatore viene sistemato, e l’opposizione, così depurata, prosegue il suo corso serena, con il vigore tipico delle popolazioni “inbred”, quelle dove gli incroci avvengono ripetutamente all’interno dello stesso ceppo.
Contemporaneamente allo scandalo su Berlusconi ordinato da Berlusconi, e al libro bianco sulla sanità integrativa, c’è stata in questi giorni la stretta di mano tra Licia Pinelli e Gemma Calabresi. Anche a me questo incontro è parso bello, sul piano umano. Si dovrebbe però avere il coraggio di parlare anche di cose come la lista degli 800 che firmarono contro Calabresi, esempio storico delle terribili insidie del dissenso conformista. Questo argomento invece è di cattivo gusto, è da astiosi; espone quei meccanismi strutturali che permettono che, mentre le parti si riconciliano per fatti di 40 anni fa, commettano insieme azioni impresentabili proprie del “doppio Stato”, delle quali si parlerà forse tra 40 anni. La lista è stata rimossa dalla memoria; ed è anche difficile trovarla. Su internet ho trovato solo una lista parziale. In quella lista c’erano pecoroni, opportunisti e cattivi maestri, ma anche persone oneste, e maestri autentici come Bobbio e Pasolini. Mi sono chiesto se non avrei firmato anch’io, e torno su questa domanda ogni volta che si parla di Pinelli e Calabresi. E’ un esercizio che mi permetto di consigliare a tutti i commentatori.
Il potere non è solo più forte di noi; io credo che, nella sua perfidia, sia più furbo, di me e di molti altri. Se non possiamo impedirgli direttamente di fare ciò che vuole, possiamo però rifiutare di pensare come lui vuole che pensiamo. E questa libertà, se l’abbiamo raggiunta, non ce la dovremmo fare togliere. Né dal Berlusconi di turno, né dai suoi volenterosi oppositori certificati.
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13 aprile 2009
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Nella Resurrezione di Piero della Francesca Cristo si presenta vittorioso agli uomini, rispondendo così alla croce, che tra gli attrezzi del boia è quello col maggior carattere ostensivo: la crocifissione è supplizio e esposizione del supplizio. Issato in alto come un’insegna, il crocifisso proclama la morte e sofferenza che il potere infligge a chi lo sfida. Invece nella città del papa gradito alla P2 i sovversivi sono eliminati con mezzi obliqui e sotterranei.
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9 marzo 2009
Blog “Uguale per tutti”
Commento al post “Eluana Englaro” del 25 feb 2009
Con le sentenze, come quella che ha permesso la morte di Eluana Englaro, e con gli interventi informali i magistrati stanno avendo un ruolo importante nel processo che sta portando all’introduzione del testamento biologico. Un processo culturale e legislativo che forse non è stato ben definito, nonostante abbia occupato tanto spazio sui media e sui blog. Il presente questionario, che si immagina distribuito a tutti i magistrati, è rivolto a illuminare alcuni dei tanti, troppi, aspetti lasciati in ombra (o attivamente soppressi) dalle forze che hanno animato il dibattito.
1) Il testamento biologico sta venendo trattato sotto l’aspetto bioetico, giuridico, religioso, filosofico. Ritiene che tale approccio sia completo, che non sia eccessivamente astratto, e che non tralasci aspetti fondamentali?
2) Si è scritto che il “diritto a morire” potrebbe divenire un “dovere di morire”. Di recente un’importante bioeticista britannica, baroness Warnock, ha sostenuto apertamente proprio questo: che i soggetti con l’Alzheimer hanno un dovere di morire, dato il peso che costituiscono per i familiari e per il sistema sanitario nazionale. La possibilità di restare più a lungo biologicamente in vita è dovuta solo in parte a tecnologie mediche, e non coincide con la distribuzione dei consumi medici ottimale per gli investitori. Considera plausibile che crudi calcoli contabili, legati agli enormi interessi sulla spesa medica, e all’invecchiamento della popolazione, abbiano un peso nella questione del testamento biologico ? Le risulta che il motivo economico sia stato adeguatamente preso in considerazione, valutato e discusso, o anche solo sfiorato, dai magistrati che si sono interessati al problema? Ritiene possibile che un movente puramente economico possa essere alla base dell’esplosione mediatica del caso Englaro e dei casi analoghi che sono sorti in altri paesi; ritiene possibile che gli aspetti etici, giuridici, filosofici, religiosi e sociologici mentre occupano tutta la scena non abbiano che un carattere strumentale, o quanto meno derivato (“sovrastrutturale” direbbero i marxisti)?
3) Ogni anno muoiono in Italia circa 550.000 persone, delle quali oltre 120.000 per tumore. Nel 2004 circa il 51% dei decessi ha riguardato ultraottantenni. Le persone in stato vegetativo sono circa 1.500. I casi di SLA sono circa 5.000. Il dibattito riguarda il cosiddetto “testamento biologico”, che è di interesse generale. I casi pubblici sulla volontà del paziente a fine vita, come Welby ed Englaro, riguardano però le forme estreme di condizioni patologiche particolari, che sono statisticamente poco frequenti, particolarmente innaturali sul piano clinico, altamente impegnative sul piano bioetico, impressionanti su quello emotivo: la crudele dissociazione totale tra mente e corpo della sclerosi laterale amiotrofica per Welby, che ricorda l’angosciante film “E Johnny prese il fucile”; le persone giovani che sopravvivono a lungo in uno stato vegetativo, come trasformate in piante per una maledizione mitologica o fiabesca, per Eluana. In realtà la grande maggioranza dei testamenti biologici riguarderà non queste singolari lungodegenze, ma i comuni malati terminali e le Rianimazioni, come già avviene da anni in USA. Riguarderà principalmente la durata e la velocità del comune decorso in discesa verso la morte; e solo secondariamente i casi di “agonia statica” come Welby e Englaro; che sono casi molto diversi, sotto tutti gli aspetti, dal comune modo di morire, e dal frequente attardarsi sulla soglia della fine. Non ritiene che un approccio razionale e onesto prima punterebbe a risolvere i problemi di fine vita per la massa dei casi comuni, la routine; e dopo, avendo una base, passerebbe ai casi più rari e difficili, i casi di scuola? Ritiene che sia corretto generalizzare, sul piano logico, etico, legislativo e giudiziario da questi casi particolarissimi ed estremi alla popolazione generale, che nella maggior parte dei casi muore in un ospedale per acuti, in genere in età avanzata, a seguito del precipitare di condizioni legate alle comuni patologie croniche? Non ritiene che stavolta l’espressione tanto abusata “non fare di tutta l’erba un fascio” sarebbe invece pertinente, e che non distinguere in base alla condizione del paziente possa portare a conseguenze inattese? Ritiene che tale generalizzazione sia un caso? Il suo fiuto di inquirente o di giudice le dice qualcosa riguardo alla possibile presenza di una regìa, di intenzioni e interessi non necessariamente leciti che pilotano il dibattito?
4) “La questione della “living will” [l’omologo del testamento biologico] non sarebbe mai sorta se le cure terminali non fossero state trasferite negli ospedali e medicalizzate”. Questa elementare affermazione di un medico anglosassone appare essere considerata superflua nell’attuale dibattito. Ritiene che come magistrato, che deve solo applicare la legge, Lei è esentato dal considerarla? La gente, che sul piano epidemiologico nella storia non è mai stata mediamente tanto in salute, visti i casi Welby ed Englaro si sta orientando in direzione di forme di eutanasia; addirittura alcuni stanno pubblicando il proprio testamento biologico con un video su Youtube. Sembra che molti ora temano non più solo la morte, ma temano di fare la morte del sorcio; di finire come quei marinai bloccati in sommergibili che non potevano più risalire, che preferirono suicidarsi. Ritiene come magistrato che ai cittadini stia venendo presentata una scelta equa? Che siano stati correttamente informati sui termini della questione e su tutte le possibili opzioni? Che stiano venendo spaventati e diseducati per poi forse essere frodati? Davanti ad un esposto per la pubblicazione di notizie tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico, o per il pericolo di istigazione al suicidio, avrebbe qualche esitazione, qualche commento non negativo prima di farlo archiviare?
5) Ritiene che i magistrati abbiano tenuto sufficiente conto degli effetti mediatici e culturali delle loro decisioni? Che abbiano tenuto in dovuto conto le conseguenze delle loro prese di posizione pubbliche rispetto a fattori economici nascosti, rispetto alla attuale condizione di medicalizzazione delle fasi terminali, e riguardo agli effetti della generalizzazione da casi limite?
6) Ritiene che i magistrati abbiano ben impiegato sull’argomento il loro patrimonio di conoscenze dottrinali ed empiriche? Date le sue conoscenze giuridiche, le pare limpida l’espressione “testamento biologico” per delle volontà da assolvere quando il testante è ancora in vita, almeno biologicamente? Ritiene utile e appropriato considerare sul piano giuridico il testamento biologico come una specie di liberatoria (ciò che in pratica è il consenso informato); o provare a vederlo, in una simulazione teorica, come un contratto a titolo oneroso, nel quale gli interessi non sono solo quelli del paziente, ma vi è uno scambio? Come esperto in contratti, non ritiene che possano esserci condizionamenti e interessi nascosti che danneggiano il contraente debole, tanto da rendere il contratto nullo?
7) Ritiene che i magistrati abbiano applicato il loro potere istituzionale con pari attenzione sulla tematica del fine vita al di fuori dei casi mediatici come Welby e Englaro? Le risultano indagini sulla qualità delle cure ospedaliere per i pazienti terminali? Crede che tutti i morenti vengano trattati coi guanti come Eluana? Che nella realtà non accada che si muoia negli ospedali in condizioni banalmente terribili?
8) Il dibattito è stato rappresentato come uno scontro tra posizioni “laiche” (favorevoli al testamento biologico) e cattoliche (contrarie, o restie). Ritiene che tale dualismo sia esaustivo delle posizioni possibili sul piano teoretico? Ritiene che il dibattito in corso sia realmente rappresentativo di posizioni dottrinali che si rifanno alla cultura laica alta e agli insegnamenti del Vangelo? Immagini una tabella 2×2 sul testamento biologico (o sull’eutanasia), che abbia come intestazione delle 2 colonne “favorevole”e ”contrario”, e come intestazione delle 2 righe “buone ragioni”e ”ragioni immorali”. Saprebbe riempire con delle spiegazioni le 4 caselle “favorevole per buone ragioni”; “contrario per buone ragioni“; “favorevole per ragioni immorali”; “contrario per ragioni immorali” ?
9) Ritiene che tutte le 4 possibilità descritte sopra siano state sufficientemente esaminate? Che si possano ridurre alla semplice dicotomia laici/cattolici? Ritiene che ci sia stato un appiattimento su posizioni convenzionali a scapito di altri punti di vista, sgraditi alle parti forti, ma forse non meno importanti e utili per i pazienti? Non ritiene intellettualmente codardo, e poco laico, propugnare la morte per inedia e allo stesso tempo ignorare i temi, più vasti e ben più antichi, dell’eutanasia e del suicidio quando la malattia fa sì che la vita venga percepita come inaccettabile o non più degna di essere vissuta? Forse esiste oggi una patologia iatrogena del fine vita, alla quale è limitato il dibattito in atto: la “agonia statica indotta artificialmente”. “L’incrodato” è l’alpinista fermo su una parete, che non riesce né a salire né a scendere. E’ davvero un sistema civile quello che provoca tali casi di “incrodati” e poi, ritirando le cure, si allontana e li lascia lì? Abbiamo creato un generatore di mostruosità prevedibili, che conferiscono all’eutanasia valore terapeutico? Non ritiene d’altro canto sventato e irresponsabile, soprattutto nel nostro sistema economico “senza pietà e senza sogni” (W. Benjamin), che si tralasci il principio aconfessionale della sacralità del corpo umano, baluardo contro le mai spente pulsioni discriminatorie e omicide della nostra specie (es. le soppressioni a fini eugenetici)?
10) Le posizioni laiche hanno per araldi figure come Umberto Veronesi, che dirige istituti clinici e di ricerca strettamente legati alla grande finanza e al profitto; e Ignazio Marino, grande sostenitore degli espianti a cuore battente. Le posizioni cattoliche corrispondono ad un’istituzione, la Chiesa cattolica, che ha anch’essa grandi interessi materiali sul tema, date le migliaia di ospedali cattolici. Ritiene che i due contendenti siano liberi da conflitti d’interesse? Ritiene che ciò che viene presentato come un dualismo insanabile laici/cattolici sia veramente tale sul piano pratico?
11) Nella ridda di pareri, vi è qualche flebile voce che se potesse farsi sentire sosterrebbe che il caso Englaro è un altro esempio di un teatrino laici-cattolici che è ormai consueto su temi di bioetica, e che ricorda i finti litigi che alcuni imbonitori inscenano tra loro per attirare l’attenzione del pubblico e convincerlo ad acquistare un prodotto. Ritiene che dietro le quinte possa esservi una vicinanza tra le forze “laiche” e quelle “cattoliche”, e una convergenza di interessi nell’introdurre presso l’opinione pubblica l’idea della necessità di accorciare le fasi terminali, in una forma più dipendente dai loro interessi che da quelli dei pazienti? Ritiene possibile che entrambi, con stili e accenti diversi, siano interessati ad un controllo di tipo “biopolitico” sulle ultime fasi della vita, e che la scelta tra le due posizioni ufficiali sia in realtà una falsa scelta, con un esito finale simile per il paziente nella gran parte dei casi?
12) “Paura di finire come Welby o Eluana, eh? Bene, quando arrivi vicino alla morte se vuoi ti stacco la spina; sempre che io dia l’OK dichiarando le tue condizioni tali da rendere applicabile il testamento biologico [dipende da quanto mi rendi nei due casi]”; “Sacrilego! Non puoi scegliere di morire [ergo sei in mio potere; e ti uso come supporto per lucrose terapie mediche quanto mi pare, in nome della difesa della vita; e siccome dopo il dibattito sul testamento biologico si sa che l’accanimento terapeutico è una brutta cosa, e anch’io lo considero immorale, se - come al mio concorrente laico - mi conviene liberare il tuo posto letto ci vorrà davvero poco, ridotto come sei]. Ritiene che tali posizioni abbiano alcunché a che fare con la trasposizione delle posizioni “laiche” e “cattoliche” nella realtà pratica?
13) E’ noto che in medicina non sempre gli interessi del paziente vengono al primo posto. I magistrati favorevoli alle rigide tesi cattoliche ritengono che la medicina praticata nell’ospedalità cattolica si distingua sostanzialmente da quella laica, e che tale differenza comporti una maggiore carità per il paziente, e un maggior rispetto per la persona? Ritengono che le cure negli ambulatori e nei reparti degli ospedali cattolici sono riconoscibilmente diverse da quelli laici, sacrificando vantaggi economici a favore di principi etici e religiosi, e fornendo quindi un fondamento tangibile e universale, nelle opere e non nella fede, alla pretesa della Chiesa di essere guida morale su questi temi? Le risulta una tendenza del clero a esercitare un controllo fine a sé stesso sulle persone, in particolare su quelle istituzionalizzate o in stato di dipendenza?
14) La magistratura appare orientata in buona parte sulla posizione “laica”. In un convegno di Magistratura democratica sui casi Welby ed Englaro tenuto presso l’aula magna del palazzo di giustizia di Milano il 16 feb 07 Veronesi ha sostenuto che i laici e i cattolici non sono dotati allo stesso modo, e che i medici “colti e consapevoli” andrebbero dalla sua parte. In effetti “cretino” viene da “chretienne”; molti cristiani appaiono come dei creduloni manovrati da un clero scaltro che mentre si dice portavoce del messaggio di Cristo prospera nel fango di questa terra. Condivide tale giudizio sulla superiorità dei laici? Questo aggregarsi sotto la bandiera di Veronesi è vera laicità o si tratta di posizioni “midcult”, di adepti guadagnati alla causa con la lusinga del titolo chic di “laico”? Ritiene che i “chretiennes” siano solo cattolici, o che ce ne siano tanti anche tra i laici, incantati dalle nuove imposture dei nuovi maghi col camice bianco, e seguaci dei sacerdoti della nuova risplendente religione scientista?
15) In USA l’avere compilato un ordine DNR (Do not resuscitate) risulta associato a povertà e ridotta possibilità di accedere alle cure terminali. I magistrati progressisti sono sicuri di stare dalla parte giusta stando dalla parte di Veronesi, cioè di Capitalia, Unicredit, Italcementi etc. ? Sono sicuri di non essere affetti dalla tendenza della sinistra italiana a farsi alfiere degli interessi del grande capitale ? Di non praticare la fine arte degli ex-PCI di cavalcare temi all’apparenza progressisti che in realtà servono interessi reazionari?
16) Le capita mai di avvertire una netta differenza e un ampio scollamento tra il dibattito in corso su Eluana Englaro e i sottostanti problemi etici del fine vita? Di provare un senso di nausea per il contenuto e i toni del dibattito, per le fiaccolate pro morte per sete e fame da un lato e i rosari a favore del dominio su un corpo senza persona dall’altro ? Ha l’impressione che i problemi etici reali del fine vita nonostante il gran parlare vengano poco sviluppati, e che anzi siano schiacciati da un dibattito artificioso e grottesco, sostanzialmente rozzo e primitivo, nel quale prendere posizione è ingannevolmente facile? In tal caso, si sente personalmente impreparato sulla soluzione dei formidabili problemi etici reali del fine vita che vengono alla luce una volta rimosso il cumulo costituito dal dibattito mediatico sul caso Englaro?
La redazione di “Uguale per tutti”, nell’introdurre l’editoriale sotto il quale il presente questionario è stato inserito come commento, fa appello alla capacità di farsi domande sul caso Englaro. L’autore del questionario, che risponderebbe affermativamente al punto 16, dispone di un surplus di dozzine di domande sul tema. Ai magistrati che rispondessero al presente questionario verrà inviato su richiesta un questionario omaggio, meno blando, con altre domande sulle responsabilità e gli interessi della magistratura nell’appoggiare l’introduzione del testamento biologico. All’occorrenza si possono preparare questionari con domande specifiche per il pubblico, per gli intellettuali e i bioeticisti, e per i giornalisti e i bloggers che discutono del testamento biologico.
Pubblicato in: Animalità razionale, Appoggio della magistratura alla frode medica strutturale, Avvicinamento clero e scientismo, Biopolitica, Censura del dissenso tecnico, Censura su questioni bioetiche, Clero e buonismo, Clero e compradora, Clero e frode medica strutturale, Clero e violenza, Collusione della magistratura col potere, Coltivazione dell'ignoranza, Complesso biomedico-mediatico, Conflitto d'interessi in medicina, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Crimine dei colletti bianchi, Dal secundum quid al simpliciter, Degrado del tessuto sociale e atomizzazione sociale, Deuteragonismo medico, Difesa diritti fondamentali pre-costituzionali, Diritto all'informazione, Discriminazione pazienti anziani, Disinformazione e soppressione informazione biomedica al pubblico, Disordine pilotato, Emarginati e deboli come fair game, Etica del quantitativo, Etica della conoscenza e del giudizio, Eutanasia, Falso dilemma, Frode medica strutturale, Frodi quantitative, Iatrogenesi, Inadeguatezza del popolo a giudicare problemi complessi, Inautenticità della sinistra, Influsso delle oligarchie finanziarie, L'uomo e la morte, Laicità all'italiana, Libertà di cura, Manipolazione ideologica, Medicalizzazione della vita, Midcult progressista, Opposizione deuteragonista, Politica e biomedicina, Praticità del teorico, Prepotere del clero, Riconoscimento dell'extramediatico, Scambio ruoli progressisti e conservatori, Scientismo, Scienza ad auctoritatem, Scienza e medicina come nuove religioni, Selezione opportunistica dei pazienti, Silenzio osceno, Sinistra deuteragonista, Sovratrattamento, Subordinazione sinistra a oligarchie finanziarie, Supporto della religione all'oppressione, Sussiego della sinistra, Teatrino laici cattolici su questioni bioetiche, Testamento biologico, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina, Valore politico del dissenso tecnico, Violenza e medicina | Commenti disabilitati
11 febbraio 2009
Blog “Uguale per tutti”
Commento al post “I medici che denunciano i pazienti: ovvero della differenza tra l’uomo e la bestia” del 5 feb 2009
Conferire ai medici la facoltà (o l’obbligo; ci sono attualmente voci contrastanti) di denunciare i clandestini mi pare un esempio dell’imperante categoria ibrida della “animalità razionale”. La razionalità al servizio dell’animalità. Un’animalità risultato non di un regresso, ma di una modernizzazione, un affinamento. Leopardi ha descritto come più la civiltà progredisce più diventa astratta, e più diventa astratta più si fa violenta. Questa disposizione del governo sugli immigrati è di un’animalità sofisticata; ha sul piano pratico effetti diversi, e in parte opposti, a quelli che ha sul piano astratto. Purtroppo oggi le sole due categorie dell’Uomo e della Bestia non sono più sufficienti, soprattutto quando si parla di medicina, e soprattutto per chi fa il magistrato. La legge sui medici delatori non è pura animalità, ma è animalità razionale. Animalità disegnata a tavolino. Non una zampata animalesca che “spacca tutto” ma un colpo calibrato in misura tale da causare un impatto parzialmente elastico, che in parte distrugge, e in parte fa rimbalzare alcuni oggetti sociali nella direzione desiderata.
E’ vero che tale disegno di legge va contro i princìpi sui diritti umani; e che rafforza la tendenza a fare della Costituzione uno strofinaccio. Sollecita gli istinti più bassi, e appaga i gonzi che hanno la necessità psicologica di sentirsi “superiori” ad altri. Aumenta quell’autoritarismo puntiglioso verso i deboli da federale col fez che si associa al lassismo da hippies fumati verso i crimini degli iscritti al club dei potenti; che poi è il club degli abusivi della democrazia. Se la legge, o anche solo la notizia del disegno di legge, dissuadesse alcuni clandestini dal ricorrere a cure mediche delle quali hanno realmente bisogno, ciò sarà un altro atto vile dei nostri governanti (oltre che un pericolo per la salute pubblica); suppongo che i miei colleghi medici, per indole, per la natura della professione – e anche per interesse – difficilmente denunceranno gli immigrati clandestini che cerchino assistenza medica; mentre è facile che ci si possa avvalere di tale tacita minaccia per sbilanciare ancora di più il rapporto di potere tra medico e paziente, o tra istituzione che eroga le cure e paziente. Io non sono tra coloro che vedono con entusiasmo l’immigrazione, che credo dovrebbe essere quanto meno seriamente regolata; ma penso che una volta giunti qui, una volta che si è di fatto consentito loro di entrare, poi non si possa ipocritamente fare la faccia feroce; e che in ogni caso qualunque sia la loro posizione gli stranieri non possano che essere trattati civilmente. Anche predisponendo strutture sanitarie apposite. Infrangere questi princìpi è la parte distruttiva della nuova legge.
La parte “elastica”, che agirà anche se la legge non entrasse in vigore, è quella di provocare una reazione di segno contrario a difesa del diritto degli immigrati alle cure mediche. Non è vero che ci sia un interesse del potere a lesinare tali cure agli stranieri. Estendere le cure mediche agli immigrati significa crescita economica e facili profitti. Per fare l’esempio più banale, grazie all’immigrazione si può sperare in un giro d’affari di circa 22 milioni di euro all’anno per la sola circoncisione (Circoncisione rituale – 150 mila bambini operati in Italia. Apcom 18 set 2008). L’attuale medicina è congegnata in maniera da produrre crescita economica e facili profitti; ha perciò un’insaziabile fame di pazienti. In certe regioni padane non sanno più come fare per inventarsi pazienti, tanto che la magistratura, che è torpida quando si tratta di reati legati ai grandi interessi dell’industria medica, ha dovuto aprire l’ombrello nell’uragano, cominciando a indagare e condannare qualche medico che ha praticato interventi chirurgici senza reali indicazioni. Le stesse forze che hanno votato al Senato questa legge sono ben liete di fornire pazienti alla megamacchina medica; anche suscitando ad arte, affiggendo “grida” severissime, reazioni di indignazione e levate di scudi.
Ciò che dovrebbe essere respinto come la peste nera è la mistura di cinismo e buonismo, italiana quanto la pizza. L’opposto della laicità. Questo disegno di legge è invece un catalizzatore di tale combinazione. E’ anche un altro caso nel quale la destra sta fornendo ai suoi soci, i marpioni consumati del clero e della sinistra istituzionale, e a progressisti in buona fede, materiale per esercitare la difesa degli svantaggiati, e procurasi il certificato di paladino dei deboli, ma a buon mercato, senza rischi: senza danneggiare il business e il sistema che lo sorregge, e anzi in realtà favorendoli. Un materiale volutamente grossolano, che finge di ignorare le complesse realtà socioeconomiche o tecniche (v. i post: Il découpage ideologico del centrosinistra; Sos cancro nei bambini e sovradiagnosi.). La popolazione degli immigrati ha una bassa età media ed è socialmente debole. Caratteristiche queste interessanti per la medicina commerciale, profitti privati con soldi pubblici, per la quale il paziente teorico ideale è un soggetto del tutto sano, robusto e assolutamente mansueto; mentre è meno pregiato, o da evitare, il paziente affetto da una malattia grave e difficile da curare, il paziente fragile, l’anziano portatore di malattie croniche, il non autosufficiente; ciò che sono spesso i pazienti indigeni, che per di più sono animati da una crescente tendenza, in parte giustificata, in parte istigata dall’industria della “malpractice”, a piantare grane legali.
Penso che nel futuro non ci saranno convogli di vagoni piombati carichi di clandestini traditi dai medici, ma ci sarà un flusso suppletivo di immigrati immesso – e così frammisto ai tronfi leghisti – nei canali di alimentazione della parte commerciale della medicina occidentale. La parte costosa e lucrosa, e molto spesso non necessaria, o vana, o dannosa. Un ulteriore contributo fornito dagli immigrati alla produzione di ricchezza. Ciò mentre la massa degli abitanti dei paesi poveri, come quelli africani, dei quali gli immigrati costituiscono solo una piccola frazione, continuerà a restare senza le misure igieniche e le cure sanitarie di base che allontanano l’uomo dal brutale stato di natura; una barbarie questa non astratta, che contribuisce a causare la pressione dei diseredati sui confini dei paesi ricchi, ma suona fioca e lontana ai progressisti dello Stivale.
* * *
Blog di Marco Zavagli su Il Fatto
Commento del 14 apr 2011 al post “In Italia per un trapianto
Ma non sarà operato perché clandestino” del 14 apr 2011
Andrebbe detto che c’è un interesse economico a curare gli extracomunitari. L’allargamento del fatturato medico è tra i motivi per i quali vengono fatti venire:
http://menici60d15.wordpress.com/2009/02/11/animalita-razionale/
pietro02: Complimenti, ti candidi all’Oscar per l’Idiozia.
menici60d15: @pietro02. L’idiozia è troppo diffusa per pensare di potergli assegnare un Oscar. Michele Serra ha scritto che un italiano su due è una testa di c.; e da come discuti mi pare che tu non sia nella metà buona.
cortiusca: michele serra e’ un ottimista
menici60d15 : @Cortiusca. Un ucciso dalla mafia diceva che la mafia è fare in modo che la gente accetti di considerare come concessione ciò che è un diritto. Mi sa che hai ragione a dire che Serra sottostimava il problema, a giudicare da quanti si infervorano per questa lacrimevole sceneggiata del trapianto negato al moldavo, che poi verrà concesso a furor di popolo; mentre stanno zitti sui tanti altri diritti negati nella sanità.
Pubblicato in: Animalità razionale, Berlusconismo, Bioetica strumentale, Buonismo, Buonismo medico, Clero e buonismo, Clero e deuteragonismo, Coltivazione della viltà, Complesso biomedico-mediatico, Continuità tra destra e sinistra in campo sanitario, Danni e pericoli della globalizzazione, Degrado del tessuto sociale e atomizzazione sociale, Deuteragonismo medico, Discriminazione istituzionale di cittadini, Disordine pilotato, Emarginati e deboli come fair game, Frode medica strutturale, Immigrazione e sfruttamento del Sud del mondo, Inautenticità della sinistra, Interventi della magistratura contro frodi mediche, Leghismo, Male e mediocrità, Manipolazione ideologica, Manipolazione mediatica, Medicina dei migranti, Opposizione deuteragonista, Paziente come supporto, Politica e biomedicina, Razzismo e persecuzioni contro etnie, Sanità lombarda, Scambio tra carità ed etica, Selezione opportunistica dei pazienti, Sinistra deuteragonista, Sussiego della sinistra, Teatrino laici cattolici su questioni bioetiche, Uso retorico dell'ideologia progressista a favore di interessi reazionari in biomedicina, Violenza e medicina | Commenti disabilitati
2 gennaio 2009
Forum www.marcotravaglio.it
Post del 2 gen 2009
sito chiuso
Lusingata da una cittadinanza onoraria, la vedova di Paolo Borsellino si trova al fianco di Sgarbi e opposta al fratello e alla sorella del magistrato. L’Associazione nazionale vittime di mafia per dissuaderla dall’accettare ha fatto appello al rispetto per lo Stato e alla dedizione alle istituzioni. La vedova ha affermato di Sgarbi: “vedo nel suo lavoro un’azione missionaria”. La Sicilia, terra di bianchi che per duemila cinquecento anni sono stati colonia (Lampedusa), dovrebbe sperare nella caritatevole evangelizzazione di Sgarbi. La vedova sembra sia stata conquistata, e contagiata, dal carattere dannunziano del personaggio. Sgarbi è affetto da un pernicioso estetismo simile a quello col quale il Vate sedusse i suoi ammiratori, cioè dalla concezione della vita come opera d’arte, e dalla conseguente illusione che si possa mutare la realtà con lo scilinguagnolo, la magia della parola e i gesti altisonanti, uniti a spirito di sopraffazione. D’Annunzio fornì al fascismo il ciarpame propagandistico, le pratiche della sostituzione della realtà con la parola e l’immagine, che lo aiutarono a durare due decenni e poi favorirono il disastro, inducendo a credere di poter fare con le uscite a effetto anche la guerra. D’Annunzio non pagava i creditori, e messo alle strette se la svignava; Sgarbi è stato condannato per truffa aggravata e continuata perché non andava al lavoro. D’Annunzio (al quale il coraggio fisico non mancava) occupò Fiume e vi istituì la “Reggenza italiana del Carnaro”. Mentre era sotto l’occhio delle cancellerie delle potenze vincitrici, si occupò di stilare per i suoi legionari uno statuto che prevedeva che tra l’altro dovessero saper tirare sassi, fischiare e fare la capriola. Sgarbi si è fatto eleggere sindaco di Salemi, e per risolvere i problemi della Sicilia ha cominciato con l’istituire “l’Assessorato al nulla”. E’ da notare che nell’impresa di Fiume, che ebbe l’approvazione politica di Gramsci, il carisma di D’Annunzio convinse e attrasse avventurieri, sciocchi e sbandati, ma anche persone di valore, alcune delle quali sarebbero diventate eroici partigiani; qualcosa di simile può oggi accadere anche a siciliani validi ma inesperti o culturalmente indifesi davanti ai numeri dell’affabulatore Sgarbi. Sgarbi ora ha assunto come se nulla fosse atteggiamenti progressisti e antimafia; D’Annunzio, anch’egli parlamentare, era passato dai banchi dell’estrema destra a quelli della sinistra (“Vado verso la vita”). Su D’Annunzio è stato scritto che conquistò un successo letterario sproporzionato ai meriti reali grazie a una buona pubblicità, e ciò può essere ripetuto per Sgarbi. L’appellativo di “missionario” sarebbe piaciuto anche a D’Annunzio, che amava posare da monaco. Ho letto le immaginifiche dichiarazioni di Sgarbi, che oppone al problema mafioso tesi come quella che il pensiero della mafia non può essere che perdente perché i siciliani sono degni abitanti della terra degli Dei (ripresa, stravolgendone il senso, dal Gattopardo; “Vengono per insegnarci le buone creanze ma non lo potranno fare, perché noi siamo dèi” ironizza amaro Fabrizio Salina; anche D’Annunzio saccheggiava a man bassa le opere di altri autori). Penso che le cassate siciliane di Sgarbi avranno successo; quel successo di massa che D’Annunzio, esteta di altro livello, riscosse con le sue rime orecchiabili e i suoi romanzi torbidi nella piccola borghesia che voleva darsi un tono. Temo che per la Sicilia Sgarbi non sarà il nuovo Colapesce che una buona parte degli isolani evidentemente aspetta, ma un altro piombo che la tira giù.
Mi è dispiaciuto vedere la foto di Sgarbi che cinge protettivamente la vedova Borsellino. E’ molto interessante che Sgarbi abbia affermato che la vedova Borsellino gli avrebbe detto che assomiglia come nessun altro al marito. Oltre al dannunzianesimo ci sono forse anche ragioni più profonde per questo sodalizio. La notizia rende meno difficile parlare di un argomento iconoclasta, che però credo vada discusso, essendo convinto che il conformismo dell’opposizione è il primo male politico del Paese. L’argomento è quello della cooptazione da parte del potere dei familiari delle vittime di omicidi politici, di mafia, dello stragismo, o di altri omicidi nei quali lo Stato ha avuto responsabilità. Il familiare diviene simbolo dell’ucciso; infatti in questo caso si conferisce ad una signora una cittadinanza onoraria non per meriti propri, ma per il fatto di essere stata la moglie di un caduto valoroso. Cooptando la vedova, si trascina dalla propria parte anche il marito, che non può più parlare. C’è chi tiene ad affermare, giocando sui due significati, “ucciso” e “gravemente danneggiato”, che l’ucciso è “la vittima” e i familiari sono “le vittime”. La fusione simbolica tra il caduto e i suoi familiari è generosa ma impropria, e può essere fuorviante. I familiari della vittima non sono la vittima. Agnese Piraino Leto non è Salvatore Borsellino, e non è detto che la vedova di Borsellino necessariamente reincarni il marito. Anche per i familiari consanguinei, vale una legge della genetica, detta “regressione verso la media”, che lascia prevedere che nella grande maggioranza dei casi i familiari non condividano le eccezionali doti dell’ucciso. Nulla di cui vergognarsi. Soprattutto, i familiari hanno ricevuto una tremenda mazzata che li rende vulnerabili.
L’assassinio da parte del potere di una persona di valore, o di persone innocenti, è solo il primo passo di un’opera di manipolazione. La manipolazione prosegue con la prima corona di fiori al funerale mandata dai responsabili, in una lunga scia, che a volte dura decenni, con le commemorazioni ipocrite, e anche con la manipolazione dei familiari. Il potere tende a offrire ai familiari la scelta tra due opzioni. Possono rifiutare lo Stato che ha contribuito, con omissioni o attivamente, all’uccisione del loro caro. In tal caso saranno destinati al silenzio e all’oblio. Oppure possono essere cooptati, con pressioni psicologiche, con risarcimenti (o promesse di risarcimenti) in denaro o altri vantaggi, con la possibilità di un poco di fama, e assumere più o meno inconsapevolmente posizioni che sono funzionali agli interessi degli uccisori del loro caro, sotto mentite spoglie. I casi come il cambio di fronte della vedova Borsellino sono solo un aspetto eclatante. Più spesso i familiari vengono istituzionalizzati, e mentre condannano gli attentati impediscono però di condannare le istituzioni o le parti politiche che ne sono corresponsabili, divenendone severi garanti e indiscutibili testimonials. Ciò spiega perché lo Stato e i media, mentre hanno cura che sugli arcana imperi che hanno portato al delitto trapeli il meno possibile, sostengono e promuovono l’azione dei familiari delle vittime. Purché non parlino troppo.
La cooptazione si avvale di lusinghe e ricompense, che trovano nei familiari delle vittime soggetti che il trauma ha reso predisposti. Un omicidio da parte di un potere forte può avere una ramificazione di effetti, come uno di quei colpi di stecca al biliardo che non si limitano a mandare una palla in buca, ma cambiano il quadro. Andreotti una volta ha detto che lui gioca di sponda. Oltre agli effetti sul bersaglio, ci sono gli effetti sui vivi. Tra questi, anche quello di atterrare psicologicamente chi è prossimo alla vittima. In USA un tale mi disse di un metodo col quale i Berretti verdi riuscivano a spezzare la resistenza dei guerriglieri Vietcong catturati e farli parlare. Li mettevano in due per cella, e al mattino quello che era stato scelto per essere interrogato svegliandosi si trovava accanto il compagno sgozzato. La sopravvivenza al male non lascia intatti. Ne parla Primo Levi in quella spietata analisi dell’orrore, e allo stesso tempo potente antidoto alla retorica del dolore, che è “I sommersi e i salvati”. Nel lager chi sopravvive, i salvati, tra i quali Levi pone sé stesso, sono toccati dal male; sono capaci di gesti elevati, ma possono anche finire in quella che Levi chiama “la zona grigia”, e collaborare con gli aguzzini. Le vittime sono dei sommersi, ma i familiari delle vittime possono essere equiparati ai salvati, cioè a degli scampati. Anche chi viene ferito e sopravvive, e perfino chi subisce un omicidio morale, venendo fisicamente risparmiato, sul piano psicologico è un salvato. Non voglio dire che i parenti delle vittime divengono dei collaborazionisti, ma che sono stati posti in uno stato che li rende vulnerabili alle manipolazioni. Ciò non significa che si lascino sempre manipolare, ma che può accadere. Ricordando la differenza tra i sommersi e i salvati si può evitare la confusione tra la vittima e chi gli è sopravvissuto, senza negare che sia partecipe degli effetti della violenza che il congiunto ha subito pienamente. Il congiunto riceve una forma di violenza qualitativamente diversa, e meno intensa, ma non meno perversa.
Tra i possibili esiti di questa condizione di vulnerabilità c’è quello di subire una regressione psicologica che ha alcune analogie con la nota “sindrome di Stoccolma”. Potrebbe essere detta la sindrome di Peppa, dalla novella di Verga “L’amante di Gramigna”. Quando i Carabinieri catturano il bandito Gramigna, dopo avergli rotto una gamba con una fucilata, Peppa, l’amante del bandito, lo segue in città per stare vicino al carcere dove è rinchiuso. Poi il bandito viene trasferito lontano, al di là del mare. Peppa resta in città, e finisce per fare la serva ai Carabinieri che le avevano tolto il compagno, nutrendo per loro un attaccamento sincero. Qui gli uccisi sono l’opposto di un bandito, e i familiari non hanno la primitività di Peppa; ma il nostro inconscio è a-morale e primitivo, e le pulsioni che spingono Peppa a restare con le persone più prossime alla sparizione dell’oggetto d’amore possono essere le medesime pulsioni inconsce che operano un transfert dalla persona amata all’ordine costituito che ha avuto un ruolo nella sottrazione. Fare leva su questi meccanismi psicologici è una tradizione che si può fare risalire alla polizia di Mussolini, che alternava tecniche psicologiche alla violenza. La povera vedova Matteotti, smarrita e sotto il regime, fu tenuta sotto strettissimo controllo dalla polizia, e allo stesso tempo venne sostenuta finanziariamente dal fascismo stesso. Finì col permettere che si dicesse che imputava al Fato il colpo di lima da falegname col quale era stato barbaramente ucciso il coraggioso parlamentare: dopo anni di trattamento, il capo dell’OVRA Bocchini poté riferire che la vedova aveva affermato che il marito era stato “vittima di un momento storico”.
Ai nostri tempi un segno tipico e grave di assestamenti psicologici di questo tipo è la diffusione, da parte dell’autorevole voce dei familiari delle vittime, dell’argomento del “sacco di mele”, che nega la natura strutturata delle istituzioni. Una tesi che è musica per le orecchie di chi avrebbe da temere dalle loro affermazioni, sulla quale è opportuno soffermarsi: le responsabilità delle istituzioni sarebbero circoscritte ad alcune “mele marce” presenti al loro interno. L’argomento ha rilevanza particolare per magistratura e le forze di polizia; i politici hanno da tempo perso la vergogna. Le istituzioni non vengono viste come entità che, se non sono monolitiche, sono comunque fortemente strutturate, ordinate gerarchicamente, e collegate tra loro; ma vengono rappresentate come un insieme, un sacco, di singoli individui o di parti discrete. E’ come cancellare le linee che congiungono le componenti di un complesso organigramma, lasciando i nodi isolati. Ma un’organizzazione non è solo una collezione di persone, e il suo agire non è semplice conseguenza di scelte personali, che pure hanno un peso notevole. Per di più, le organizzazioni sono impalcate attorno al formalismo impersonale, che segmenta e sminuzza le responsabilità individuali, così che a volte basta “l’atto dovuto” per venir meno al proprio dovere, come scrisse Ambrosoli. Come sistema strutturato, provvisto di capacità di autocorrezione, un’istituzione se è sana è robusta: un sistema sano che per decenni presenta al suo interno poche mele marce che commettono atti gravissimi è una contraddizione in termini, un oggetto impossibile. Le dinamiche di un’organizzazione sono complesse, e possono permetterle di praticare il male e continuare a dimostrare di essere virtuosa. Se una parte cruciale dell’organizzazione è marcia, l’intera organizzazione viene ad essere corrotta, anche se alcuni dei suoi componenti sono onesti e capaci. Corrotto in qualsiasi sistema complesso non significa 100% marcio, ma marcio quanto basta a impedirne il corretto funzionamento. Nelle organizzazioni, che hanno dinamiche non lineari, per mantenere una corruzione efficiente bastano pochi aggiustamenti nei punti giusti; purché, elemento da non trascurare, vi sia anche la scarsa reattività a tali aggiustamenti di una massa critica di altri appartenenti. Qualche pescecane e tanti pesci lessi. Assicurata una tale configurazione, si può consentire una quota di competenti e onesti, che è anzi utile per non fare crollare la credibilità dell’istituzione. Per le organizzazioni dunque le responsabilità non sono solo personali, e dire che vi è anche una responsabilità oggettiva collettiva non significa dire che vi è una uniforme responsabilità personale di tutti e di ciascuno quando l’istituzione funziona all’incontrario: ci sono anche le responsabilità “collettive non distributive”, che corrispondono al funzionamento globale medio dell’apparato. Sulle responsabilità collettive non distributive delle istituzioni, in un sistema dove il popolo fosse sovrano i cittadini avrebbero il diritto di esprimere valutazioni, e accuse, purché fondate, e di chiedere correzioni. Con la teoria delle “mele marce” si nega speciosamente questo diritto, accusando chi critica di “fare di tutta l’erba un fascio”: sono sempre dei singoli soggetti, delle monadi, che sbagliano o fanno il male; e poi ci sono anche i buoni; le istituzioni non si criticano. Si privilegia il particolare, una scelta che fa venire in mente la casuistica gesuitica. La generalizzazione, operazione logica fondamentale, delicata ma senza la quale il pensiero è azzoppato e non si dà conoscenza scientifica, nel linguaggio corrente è divenuta un errore, una sconvenienza, un peccato: “non si può generalizzare”. Questa inversione di valore è una vera forma di censura, la censura di un importante strumento di analisi politica tramite la manipolazione culturale. La parola “statistica” viene da “Stato”. La generalizzazione è l’essenza della statistica, che, scienza quantitativa, prende il nome proprio dall’esigenza non solo quantitativa, indispensabile al potere e indispensabile anche ad una democrazia, di sintetizzare la situazione dello Stato per capire dove ci si trova e cosa bisogna fare. Si può e si deve generalizzare, o tentare di generalizzare; solo, bisogna farlo correttamente. Una generalizzazione illegittima è quella che considera le istituzioni sane per assioma, adducendo a sostegno figure istituzionali altamente positive. Quando si sente discutere di magistratura o di polizia spesso è come guardare un fumetto d’avventura, o un serial Mediaset. Considerando solo i Traditori e gli Eroi si considerano solo le esili code speculari della curva di distribuzione di aderenza al dovere, che appare essere, nell’ipotesi più caritatevole, una gaussiana; si parla troppo poco della pancia della curva, dove risiede la maggioranza, e del valore medio intorno al quale è fissata. L’avvincente visione primitiva dei Buoni contrapposti ai Cattivi sostituisce lo spettacolo dell’ambiguità che permea in toto la struttura istituzionale, il grigiore diffuso rispetto al quale gli epurati rappresentavano luminose eccezioni.
Occorre pertanto superare la tendenza a riconoscere nei familiari delle voci che sono per definizione sorgente di insegnamenti alti come è stato alto l’esempio dato della vittima. Mi rendo conto di quanto è delicato, insidioso e strumentalizzabile l’argomento. Si potrebbe accusarmi di bestemmiare, e accostare le mie parole a quelle di Craxi, che, anche a proposito dei familiari delle vittime, parlò di “una più nobile mafia”. E’ chiaro che va ai familiari un rispetto costante per il loro dolore, rispetto che non può essere mutato dalle loro prese di posizione. E’ però ingiusto e falso permettere che la sacralità del lutto privato impedisca di criticare e respingere, se del caso, le prese di posizione che riguardino la dimensione pubblica, cioè politica, degli attentati. C’è da rispettare anche un lutto pubblico, per la perdita di persone preziose. Il potere in Italia ha lo stile del buonismo: chi oserebbe contraddire un familiare della vittima? Ci si sente sgomenti al solo pensarci; si approva o tutt’al più si resta in silenzio. Il familiare della vittima può essere così preso in ostaggio e essere usato come scudo sacro per fare passare senza contraddittorio le tesi desiderate, stemperando l’opposizione in recriminazioni contro gli “spezzoni” “deviati” di un potere altrimenti sano; e facendone quindi un asset del potere, per proteggere le responsabilità dei piani alti e quelle istituzionali collettive. Siamo un popolo di baciapile, pronti all’inchino e all’occhio umido ma refrattari a restare in piedi e a guardare il male negli occhi. Un popolo sensibile all’estetica e quindi alle apparenze, che vota una persona di successo anche se è pregiudicata; che vede un maitre-à-penser in uno smanioso intellettuale di provincia come Sgarbi. Un popolo familista, che non vuole distinguere tra la sfera privata, governata dai sentimenti, e quella pubblica, dove i sentimenti possono essere controproducenti. Non ci vuole molto a capire che se uno è un pregiudicato è nel proprio interesse di elettore, di padre di famiglia, non votarlo e non votare il partito che si permette di candidarlo (è da notare che Borsellino, il cui modo di ragionare mi pare diametralmente opposto a quello di Sgarbi, spiegò come sia semplicistico considerare per certi politici l’assenza di condanne giudiziarie come prova di non mafiosità). Ma, se si vuole un Parlamento che funzioni correttamente, bisogna anche ammettere che l’avere avuto un familiare ucciso non è di per sé titolo di merito per l’alto compito di parlamentare, che non può essere un risarcimento o una consolazione. Non è raro che l’elezione sia accoppiata all’impunità giudiziaria per il delitto; questo è un falso ripristino della giustizia e dell’ordine, che permette di riprodurre l’ingiustizia e aumenta il disordine. I tanti familiari delle vittime mandati a riempire i banchi del Parlamento non è che in genere si siano distinti come mosche bianche dalla massa dei loro colleghi nell’azione legislativa. I familiari delle vittime possono essere onorati in altro modo. Vanno eletti solo se hanno capacità adeguate; invece vengono cooptati dalle segreterie dei partiti per iniettare un po’ di sacralità in un consesso di soggetti poco raccomandabili.
Ho quindi imparato a non stupirmi vedendo che i familiari delle vittime, una volta messi in cattedra, in genere non impartiscono grandi insegnamenti. Con alcune eccezioni. Mesi fa ho ascoltato una conferenza del fratello di Borsellino, Salvatore. Ha parlato in un modo chiaro e netto, degno della memoria del fratello. Un modo che impressiona, essendo privo di prudenze e bizantinismi, un modo diverso da quello siciliano, italiano o “di sinistra” cui i media ci hanno abituato. Non credo che sia solo perché di professione è ingegnere. Ha detto con calma cose terribili che riguardano anche la magistratura. Non gli improperi sbraitati da Sgarbi su Mediaset. Cose peggiori, e non inventate. Descrive Mancino, l’attuale capo esecutivo dell’organo di autogoverno dei magistrati, come una persona indegna. Salvatore Borsellino descrive un legame tra il colloquio che Paolo Borsellino ebbe con Mancino, allora ministro degli Interni, colloquio dal quale uscì sconvolto, e la strage di via D’Amelio 18 giorni dopo (S. Borsellino, 2008. La memoria ritrovata. Reperibile su internet). I bloggers si interessano dei magistrati che vengono attaccati dai politici dei quali hanno svelato le ruberie, ma trascurano le dirigenze apicali che i magistrati si danno o si lasciano imporre. Negli stessi giorni che la memoria di Borsellino subiva questa “sgarbata”, si è spento, presidente di sezione della Cassazione, Claudio Vitalone; era amico dei cugini Salvo, mentre Pecorelli gli stava antipatico. Sempre in questi giorni, emergerebbe dalle intercettazioni dell’indagine dei magistrati napoletani sulla Global service che i politici coinvolti potevano pilotare non solo le assegnazioni degli appalti, ma anche le sentenze del Consiglio di Stato sugli appalti. Osservando più attentamente le mele supreme si potrebbe capire meglio lo stato del sistema giudiziario.
Nando Dalla Chiesa, professore di sociologia, coi suoi libri ha puntato un riflettore sulla perfidia di quel potere che gli tolse il padre; anche se nella pratica politica non sembra avere avuto la stessa combattività. Maria Ricci, la vedova del poliziotto che guidava l’auto di Moro in via Fani, ci ha indicato che il re è nudo. Nella disgustosa farsa delle surreali dichiarazioni attorno all’omicidio Moro, in quel sostenere che lo si è sacrificato per salvare lo Stato, è stata una delle poche persone coinvolte a pronunciare parole sensate e autentiche, e che superano il suo interesse personale: “liberateli [i brigatisti dei quali era stata chiesta la scarcerazione] e poi girato l’angolo, salvato Moro, li riprendete…questo pensavo come madre e moglie che stava soffrendo”. Via Fani fu un golpe, e in guerra si tratta, se ciò occorre per vincere la guerra. Non era per ragioni umanitarie che il Paese doveva salvare un suo Presidente del consiglio. Ma il destino di Moro era stato deciso, ed era stato siglato proprio con l’assassinio della scorta. Sicuramente si possono fare numerosi esempi di familiari che indicano la strada segnata dai caduti; ma nei discorsi di altri familiari si trova anche tanta retorica che porta acqua al mulino dei responsabili.
Bisogna liberarsi dal buonismo, e cessare di comprare a scatola chiusa le posizioni dei familiari delle vittime. I familiari non rappresentano necessariamente uno standard al quale adeguarsi, seguendo ciò che dicono o fanno. Il modello esemplare è rappresentato dall’ucciso. Ovviamente non vanno attaccati sul piano personale, come fa il missionario Sgarbi, e come può accadere con un qualsiasi altro interlocutore nel dibattito politico. Il fatto che possano talora più o meno “passare al nemico” non ci deve scandalizzare, ma farci riflettere sul terribile stress psicologico che hanno subito, e farci considerare la fragilità del singolo quando si scontra col viscido muro del potere; che è la nostra stessa fragilità. I sentimenti di solidarietà e di affetto verso di loro possono anzi uscire rafforzati da questa consapevolezza. Ma il rispetto per il loro dolore non deve fare venire meno il rispetto per la comunità che ha perso leader che potevano davvero aiutarla.
Per parte loro, credo che le Associazione di familiari delle vittime di mafia, terrorismo e di altre violenze nelle quali è implicato lo Stato dovrebbero prendere coscienza del problema, distinguendo nettamente tra privato e pubblico e dandosi delle linee guida per gli interventi pubblici degli associati. I familiari e noi dovremmo riconoscere quanto la situazione nella quale sono stati posti sia terribile, essendo non solo tragica, ma anche difficile. Oltre al dolore, oltre al vedere il valore di un proprio caro ripagato con la morte, il rischio di commistioni nocive, e di conflitti, tra le necessità del dramma privato e la nobile opera di denuncia. La differenza tra intervento pubblico e sentimento privato può essere paragonata metaforicamente a quella tra il passare gli anni a mostrare al pubblico le diapositive dell’autopsia e l’andare al cimitero a tenere la tomba linda e ornata di fiori. Sulle loro spalle è stata posta una croce che non possono togliere, se vogliono intervenire nella sfera pubblica: in questo ambito, il loro compito primario dovrebbe essere come quello del patologo e non dell’imbalsamatore. Il compito di perseguire la verità, diffonderla e fare memoria, non di fare la plastica alle ferite. La loro sacra esigenza personale di riparare lo squarcio provocato dall’attentato può essere subdolamente sfruttata per nascondere responsabilità e conseguenze. Occorre che i familiari non facciano più da ponte, venendo usati strumentalmente per istituire una continuità tra le vittime e il sistema che le ha fatte uccidere; se non si vuole che, di compromesso in compromesso, accadano cose come questa, che l’azione antimafia di Borsellino e di altri caduti venga usata per il lancio dell’antimafia berlusconiana di uno Sgarbi.
Il male non si è esaurito con quello che hanno subito loro, e può avvalersi del loro dolore. I familiari dovrebbero considerare quali sono le conseguenze quando parlano, riecheggiando la vedova Matteotti, di periodo storico superato e della necessità di voltare pagina; quali sono le conseguenze quando montano il cavallo di battaglia del buonismo, il perdono pubblico, come se su fenomeni come la mafia o la P2 fossimo in una situazione post festum, mentre in realtà così si perdonano i delitti pregressi di forze criminali e antidemocratiche ancora attive, che intascato il perdono continuano a picchiare; quando ci mostrano una commovente rimpatriata con i terroristi, che uccidendo dei singoli hanno rovinato l’Italia; quando non si lasciano sfuggire occasione per cantare l’apologia delle istituzioni, dimentichi delle complicità e debolezze che hanno reso possibile il delitto, delle successive impunità giudiziarie, e dell’oscurità perenne sui mandanti. Quando vengono spinti a fare cose come queste, dovrebbero considerare che c’è la concreta possibilità che stiano inconsapevolmente contribuendo al rinnovamento della tradizione del boia, conferendo legittimità a chi esercita forme di violenza politica proprie dei nostri giorni.
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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia
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26 ottobre 2008
Forum www.marcotravaglio.it
Commento al post “Gasparri diffama i genitori e offende i bambini!”
sito chiuso
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| Bruna ha scritto: |
| @menici60ecceteraA parte che il paragone che fai nella prima parte è orripilante e improponibile, ti rispondo che, da genitore, ritengo che la partecipazione dei ragazzi alla vita sociale e politica del proprio Paese debba necessariamente passare attraverso delle scelte e delle prese di posizione su tutto ciò che incide sulla loro vita. E in questo, debbono essere aiutati e guidati, che non vuol dire indottrinati dato che la famiglia, prima agenzia educativa, non è un partito politico. Questo vuol dire che io, da genitore, sento forte la responsabilità di far crescere in mia figlia una coscienza civile, in una dimensione fatta di valori e di principi che, per forza di cose, saranno impregnati della mie personali convizioni. Ma, siccome mia figlia, come tutti i ragazzi, è un essere sociale, che sa anche ragionare con la sua testa, non vuol dire che sarà la mia fotocopia, nè è questo che io voglio che sia. Ciò non toglie che un giorno potrò dire di aver cercato di fare un buon lavoro, di aver provato a trasmetterle qualcosa di cui, se vorrà, potrà fare tesoro.
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Cara Bruna,
in effetti il mio nick è un po’ lungo, ma non c’è bisogno di storpiarlo in una forma derisoria: si può abbreviarlo chiamandomi “menici”. Bruna, non capisco perché mi tratti con tanta malagrazia, né perché hai sentito di dover ribattere a quanto ho scritto come se fossi tu ad essere attaccata: non difendiamo la stessa causa, da posizioni diverse? Perché ignori il soggetto del mio intervento, l’indottrinamento clericale dei bambini, e cerchi il pelo nell’uovo? Per gli outsider come me è sempre difficile all’inizio capire le sofisticate posizioni della politica italiana. E’ noto che non è solo il partito di Gasparri ad aver subito una sbalorditiva metamorfosi. C’è anche chi da farfalla è tornato bruco. Riflettendoci, forse hai ragione tu: siamo su fronti opposti.
L’argomento riguardava i bambini portati dai genitori alle manifestazioni politiche, non i ragazzi o gli adolescenti, come quella tua figlia che, hai scritto in precedenza, ha sedici anni. L’idea di una mamma che vuole accompagnare il figlio adolescente a occupare la scuola fa pensare, nel migliore dei casi, al tentativo di sellare una zebra. Le manifestazioni, nel bene e nel male, le fanno soprattutto i giovani, com’è naturale. Neppure Gasparri, che ha un passato da attivista missino, ha considerato la liceità della partecipazione dei ragazzi e degli adolescenti alle manifestazioni politiche. Lo fai tu, senz’altra ragione evidente che quella di contraddirmi. Questa appare anche essere la ragione per la quale mi rispondi come se io avessi paragonato la partecipazione dei bambini alle manifestazioni contro il decreto Gelmini a quella alle adunate naziste. Mi pare di avere invece scritto che mentre portare i bambini alle manifestazioni politiche degli adulti andrebbe evitato, in questo caso la partecipazione è comprensibile, e ha delle giustificazioni.
Ho sostenuto che per principio il coinvolgimento dei bambini andrebbe evitato in quanto comporta dei rischi. Come esempio del pericolo ho ricordato un caso didascalico, scelto perché è estremo negli effetti, e perché purtroppo non è estremo nelle cause. E’ “orripilante” nel senso che illustra le conseguenze orripilanti alle quali può portare il banale coinvolgimento dei bambini. Ma non è un caso “improponibile”: mostra la ben nota legge, che non è valida solo per gli altri, non è valida solo per “i cattivi”, ma per tutti noi, secondo la quale il male può essere funzione della banalità. Il nazismo poté vantare un’adesione di massa, come da noi il fascismo. Considerare questo insegnamento della storia “improponibile” non è indice di apertura mentale e di disponibilità a mettersi in discussione. Le mamme con in braccio i bambini vestiti da SS non erano mostri, anche se parteciparono a rappresentazioni che generarono mostruosità. Favorirono carneficine, ma non erano valchirie, le divinità nordiche della guerra che decidevano chi doveva morire in battaglia e chi tra i caduti era stato il più eroico. Erano qualcosa di più spaventoso: persone normali.
Magari erano brave donne, non troppo sveglie, che, sostenitrici più o meno convinte del regime, volevano soprattutto accattivarsi le grazie dei potenti per ottenere dei vantaggi. Una promozione di carriera, un appalto, o anche solo un posto di lavoro per dare da vivere alla propria famiglia, sollecitati con prove di entusiasmo e zelo. Con manifestazioni di sentimenti dapprima simulati, e poi interiorizzati nel sistema di credenze, per giustificarsi con sé stessi. Ciò che fanno da sempre i clientes. I clientes, che pensano ai loro figli ma non si rendono conto del danno che possono provocare ad altri bambini. Come i galoppini che, per esempio, diffondono le veline del PD, la sinistra fantoccio che è la fortuna dei Gasparri e dei clericali; e che mostrano una solerzia “tedesca” nel prestare servizio d’ordine attorno all’untuosa linea di partito, spintonando immediatamente chi presenta posizioni diverse, per allontanarlo e isolarlo dal gruppo, e per ricordare al gregge che il dissenso perbene è solo quello che segue il copione stabilito dal partito.
A quanto pare, gli interessi dei clericali nella scuola e i giochi sporchi attorno all’università sono argomenti non graditi per il PD, paladino della scuola pubblica “ma anche” amico del Vaticano e delle lobbies economico-finanziarie che vogliono avere in pugno l’università. Questo è il significato della tua risposta, che non stupisce se si pensa a cos’è il PD; che oggi è in piazza a recuperare credito, a tentare di fare scordare che con le sue omissioni latitanze e voltafaccia è la quinta colonna di Berlusconi; che, per limitarsi alle prodezze più recenti, dà colpa alla Gelmini pure del buco, che ha raggiunto i 110 milioni di euro, della rossa università di Siena (C. Gatti. Un buco di 4 anni fa? Colpa della Gelmini. Giornale, 12 ott 2008), una bancarotta che prelude alla privatizzazione; che ha lasciato solo il Professor Parmaliana, una perla nel verminaio dell’università di Messina che combatteva la mafia e la borghesia mafiosa, un iscritto al partito che ci credeva veramente, e che perciò è morto come un pesce fuori dall’acqua.
La tua posizione sulla scuola, o meglio la posizione che ripeti, è un esempio del “découpage ideologico” del centrosinistra: la capacità virtuosistica di ritagliare, seguendo un tortuoso contorno, da un’istanza di tipo progressista ciò che fa comodo, ed esaltarlo; classificando come spazzatura il resto, anche se in realtà sarebbe parte integrante del discorso. Anche se ciò che viene scartato sarebbe tra le prime cose da imputare alla destra. In questo caso, l’indottrinamento cattolico forzoso che deriverà dalla riforma è fuori dal contorno. La discriminazione a carattere confessionale dei bambini, anche e soprattutto italiani, la discriminazione nella qualità dell’insegnamento a seconda della confessione della scuola che frequentano è pure fuori dal contorno; per il capitolo discriminazione c’è entro il recinto del bravo dissidente il tema apposito sul quale sfogare la propria fremente indignazione, quello delle ipotetiche e improbabili classi differenziali per i bambini degli immigrati. Tu parli di ragionare con la propria testa. Il PD tende piuttosto a gestire una specie di asilo infantile ideologico per cresciutelli, senza l’affettuosa indulgenza della finora ottima scuola dell’infanzia pubblica: bacchettate se si esce col pennarello dallo spesso contorno del disegnino già pronto da colorare. Guai a debordare col pensiero dalle anse, dalle brusche rientranze che il contorno disegna attorno a interessi da proteggere. Non è una battuta: le migliori forbici, i migliori censori per la tutela dei piani della destra li fornisce il PD.
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25 ottobre 2008
Forum www.marcotravaglio.it
Commento al post “Gasparri diffama i genitori e offende i bambini!”
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E’ vero che non bisogna strumentalizzare i bambini. Portandoli con sé a manifestazioni politiche si rischia di inculcargli un’ideologia sbagliata. La foto famosa del bambino del ghetto di Varsavia con le mani in alto davanti ai fucili puntati dei soldati tedeschi è stata la conseguenza, sul piano iconografico, delle inquadrature di bambini con la bustina della Wehrmacht o con la svastica al braccio nei filmati sulle adunate naziste negli anni Trenta. Si possono fare altri esempi, con altri colori politici, altre forze nazionaliste, altre fazioni.
Gasparri, che di recente ha rivelato di essere in realtà antifascista, e che quindi probabilmente scuote la testa e arriccia il naso quando vede le immagini dei Balilla col moschetto di legno, ha acutamente indicato un nodo centrale e trascurato della questione dell’affossamento della scuola pubblica: l’indottrinamento dei bambini. Con le misure del PDL si favorirà, a spese del contribuente, l’indottrinamento dei bambini nelle scuole cattoliche, le principali scuole private in Italia. La protesta contro la riforma Gelmini non dev’essere generica. La scuola pubblica, che è buona fino alle elementari; è mediocre nei gradi intermedi; ed è corrotta, e collusa con grandi interessi illeciti privati, in importanti aree del livello universitario, non è da difendere acriticamente. La demagogia che vorrebbe tutti scienziati, assurda come Lake Wobegon, l’immaginaria città del Minnesota dove tutti i bambini sono sopra la media, va denunciata come una mistificazione che illude il singolo e danneggia la società. Ci vuole sempre grande cautela nel coinvolgere i bambini in manifestazioni politiche; ma qui li si sta proteggendo dal lupo. Ben diverso infatti da una passeggiata in corteo per la difesa della scuola pubblica è il livello di manipolazione delle coscienze infantili e giovanili che il clero è capace di raggiungere una volta che ottiene un’egemonia in campo educativo. L’avversione radicale al pensiero che non si sottomette a dogmi teologici; l’induzione di un torpido fanatismo a favore degli interessi del clero, che giustifica con l’appello a Dio l’uso del disprezzo, della falsità e della violenza; l’educazione all’ipocrisia sotto cui nascondere e alimentare gli istinti peggiori.
Non si dice a sufficienza che le attuali misure volte a spezzare le gambe alla scuola pubblica e a favorire l’espansione della scuola privata si tradurranno, tra qualche tempo, in un’educazione confessionale, nella quale i bambini si troveranno continuamente immersi in un’atmosfera catechistica. Il travaso di finanziamenti pubblici e potere nelle scuole private, cioè cattoliche, condurrà ad un indottrinamento obbligato, pena la ghettizzazione in scuole pubbliche sfasciate. In entrambe le scuole non si provvederà ad aumentare l’autonomia della persona, ma si farà in modo di coartarla. Chi frequenterà le scuole cattoliche imparerà qualche cosa (non troppo, ché il sapere rende superbi) ma dovrà subire condizionamenti psicologici e ideologici volti a farne un fedele suddito della Chiesa; chi frequenterà le disastrate scuole pubbliche sarà svantaggiato per il resto della vita. Una buona scuola emancipa socialmente, conferisce cittadinanza effettiva: “Un vocabolo in più che imparate oggi è un calcio nel culo in meno che prenderete domani” diceva Don Milani ai suoi alunni. La scuola pubblica derivante da questa riforma avvierà, come in USA è da decenni, a posizioni subalterne nella vita adulta, indipendentemente dalle effettive capacità dello studente.
La Chiesa non è l’unico pericolo: ci sono altre forze non meno potenti interessate ad esautorare la scuola pubblica, e a indottrinare, sotto le sembianze della modernità, i futuri consumatori. L’educazione impartita dalla scuola privata, dalle scuole cattoliche, non è necessariamente malvagia, e può dare il suo contributo alla convivenza civile, quando sia posta nella condizione di dover competere lealmente, e senza oneri per il contribuente, con la scuola pubblica per convincere le famiglie alle iscrizioni. Ma quando, come sta avvenendo, la scuola privata ottiene un’adesione forzosa, impossessandosi delle risorse e del ruolo primario della scuola pubblica, con sistemi sovversivi oltre che incostituzionali, allora dispiega la sua anima deteriore.
Sembra che la Chiesa dati i tempi stia rispolverando il suo tradizionale atteggiamento bellicoso e prevaricatore, la sua connaturata pretesa di controllare la conoscenza e l’educazione. I berlusconiani si dicono scandalizzati per i bambini portati dai loro genitori alle manifestazioni democratiche, quelle della gente comune che scende in piazza quando la misura è colma; così recitando distolgono l’attenzione dalla trave nel loro occhio. La trave dell’indottrinamento scolastico dei figli degli altri, reso possibile abusando della forza dello Stato, volto a modellare le giovani menti secondo l’inestinguibile sete di potere propria dei clericali. Mesi fa ho commentato su questo forum l’episodio dei diplomi di laurea che sono stati bruciati sul sagrato di una chiesa nel bresciano. Erano presenti “alcune decine di bambini che, accompagnati dagli insegnanti di catechismo, sventolavano le bandierine del Vaticano con l’immagine del pontefice” (I cattolici bruciano le lauree. Qui Brescia, 20 gennaio 2008). Una bella ora di catechismo. Per ciò che riguarda gli adulti, il piccolo rogo di Mairano, come ho scritto, è stato una gomitata tra poteri forti, che sono consociati, anche se litigano nelle ore diurne; ma cosa è stato quel falò agli occhi dei bambini messi a fare corona alle fiamme, a ingentilire quel cupo sbuffo di fumo? Che cosa avranno imparato sulla religione, lo Stato, l’istruzione universitaria, l’argomentare a difesa delle proprie posizioni, il rispetto dell’altro, l’ordine pubblico, e i roghi nella storia europea, vedendo il prete che fa bruciare da quattro politicanti, all’ingresso di una chiesa, le lauree statali, sotto l’occhio benevolo delle forze di polizia, mentre si inneggia allo Stato pontificio? E’ questa “l’educazione civica” che si vuole introdurre. Speriamo che ciò che è stato così inoculato ai bambini di Mairano non attecchisca.
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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia
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21 giugno 2008
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Post del 21 giu 2008
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Nel giugno 2008, dopo oltre 3 anni, si chiude, espletati tutti i passaggi e ricorsi di rito, con l’archiviazione per “carenza di giurisdizione” il procedimento giudiziario sull’assassinio del valoroso Nicola Calipari, generale della Polizia di Stato, agente del SISMI. L’elevata probabilità che l’uccisione di Nicola Calipari non sia stata un incidente, ma appartenga ai “Misteri d’Italia”, e che come tale sarebbe rimasta indefinita e impunita, è apparsa chiaramente fin dall’inizio a chiunque conoscesse a grandi linee la storia dell’Italia del dopoguerra. Il procedimento giudiziario è servito da riempitivo, per frapporre il feltro del tempo tra una realtà impresentabile e la sua percezione.
E’ ovvio che se si vuole controllare una nazione straniera occorre coltivare una classe dirigente servile, mentre vanno eradicati, come la gramigna, quei soggetti che si opporrebbero alla dominazione; e ovviamente i detentori del potere militare sono tra i primi a dover essere “purificati”. In Cile un anno prima del golpe che mise al potere Pinochet si ebbe cura di fare assassinare il capo delle forze armate, generale Schneider (Schneider nel mirino della CIA. In: Salvador Allende. P. Verdugo, Baldini e Castoldi, 2003).
In Italia, si può immaginare in base a quali criteri siano avvenuti avanzamenti e nomine nelle forze armate, con ministri della difesa come Andreotti o Cossiga. Tale “selezione avversa”, una selezione all’incontrario, ha comportato anche alcune eliminazioni fisiche, delle quali quella di Calipari è stata la più recente. La prima è stata quella di Nicola Bellomo, un generale dell’Esercito che dopo l’8 settembre sfoderò, in un Paese allo sbando, una grinta impressionante. Per il suo comportamento roccioso ed efficace nella fiumana della disfatta, si sarebbe dovuto intitolargli vie, piazze e accademie militari. Invece è dimenticato, e ad aiutare l’oblio è anche intervenuto il segreto di Stato. Lo fucilarono gli inglesi – che avevano capito di che pasta era fatto – grazie ai maneggi dei suoi biliosi colleghi italiani, privi del suo coraggio, ma dotati di quel singolare “coraggio” necessario a commettere atti vili, e quindi ben visti dai vincitori come capi nel futuro esercito repubblicano. Bellomo rifiutò di chiedere la grazia. Si è scritto che l’Italia postfascista è cominciata con questo vergognoso episodio (F. Bianco. Il caso Bellomo. Un generale condannato a morte. (11 settembre 1945). Mursia, 1995).
Dal dopoguerra ci sono stati diversi casi di militari morti in circostanze che fanno pensare ad un’epurazione. Un generale che era troppo leale alla nazione per i gusti dei governanti fu il Vicecomandante generale dei Carabinieri Giorgio Manes (G. De Lutiis. Storia dei servizi segreti in Italia. Editori Riuniti, 1991). Oppositore di De Lorenzo, vessato e screditato, morirà d’infarto nel 1969, a 63 anni, bevendo un caffè mentre attendeva di deporre presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sul tentato golpe di De Lorenzo del 1964. I familiari sostennero che era stato ucciso. C’è poi Dalla Chiesa, che non era un angioletto, ma un Carabiniere, con l’evidente stortura di indossare la divisa di generale essendo come persona un autentico generale, che vuole servire il suo Paese e ne è capace.
Di Calipari, che apparteneva all’ambientino dei servizi segreti, non sappiamo molto. Sappiamo che ha portato a termine una missione molto delicata e pericolosa a Baghdad, andando contro il volere degli statunitensi, che preferivano ai vertici dei servizi segreti persone più “fidate”; persone che sono state avvantaggiate dall’assassinio (G. Malabarba. 2001-2006 Segreti e bugie di Stato. Partito americano e l’uccisione di Calipari. Alegre, 2006). Sappiamo che Calipari ha reso un importante servizio al Paese, senza che le istituzioni gli coprissero le spalle da vivo; mentre lo hanno scaricato da morto, ovviamente in un tripudio di pianti, corone funebri e discorsi alati. “L’alleanza” cortigiana agli USA nell’occupazione dell’Iraq è stata ripagata con gesto che esprime un “disprezzo che va oltre la subalternità” (N. Dalla Chiesa. No alla medaglia americana. l’Unità 27 apr 2005). In effetti, sembra una punizione esemplare per tenere degli schiavi al loro posto, troncando sul nascere, con una ferocia da negriero, qualsiasi gesto di autonomia.
Mi pare che questi quattro alti ufficiali italiani, e altri come loro, siano stati eliminati, al di là delle ragioni contingenti, per due motivi fondamentali: da un lato, erano nati soldati, e comandanti, nel senso migliore del termine; ben capaci di battersi, onesti, amavano il loro Paese, e non si facevano mettere la cavezza da nessuno; dall’altro, subivano la rivalità di colleghi o politici con orizzonti più ristretti, che invece erano pronti ad assumere ruoli servili. Credo che, come molti civili pure eliminati, siano stati epurati, prima che per i loro atti, per le loro qualità personali e professionali.
Le infinite analisi sui massimi mali dell’Italia repubblicana: il terrorismo, la mafia, il governo clericofascista, l’opposizione venduta, il cronico cattivo andamento dell’economia, etc., sarebbero grandemente semplificate considerando due elementi che sono semplici e importanti, ma sono tabù. Il primo è che la classe dirigente italiana, mutuando gli storici costumi della Chiesa, è “compradora”: ha una tendenza a prosperare vendendo i beni materiali e morali del Paese a forze straniere; vendendo quindi anche persone, o l’onore della nazione, se richiesti. Il secondo è che attualmente tale classe compradora è al servizio degli USA, dei quali siamo uno Stato satellite. Sottovalutando questi fattori, viene sottovalutato anche il peso che hanno gli USA nel determinare le carriere della classe dirigente italiana, decidendo chi deve andare avanti e chi va fermato.
Il caso Calipari mostra bene questi due elementi; mostra l’incontro tra lo strapotere USA e il servilismo volontario e talora entusiasta col quale le nostre istituzioni consentono agli USA di spadroneggiare sugli Italiani. Le giustificazioni dei giudici all’archiviazione appaiono della stessa stoffa della quale erano tessuti i vestiti nuovi dell’imperatore. Non so se ci sono davvero barriere giuridiche insormontabili che rendono non punibile l’uccisione di Calipari, e quindi formalmente inevitabile la degradante accettazione di un oltraggio così profondo all’intero Paese e alle sue Forze armate; ma, se così fosse, questa è un aggravante, e non un esimente, per la nostra classe dirigente; della quale fa parte anche la magistratura, che non è nuova al conferire impunità ai reati sui quali si allunga l’ombra dell’amico americano. Mentre su reati riguardanti altri affari politici, reati riguardanti la lotta interna per il potere, è molto meno timida.
Il 7 marzo 2005, giorno dei funerali di Calipari, scrissi alla sezione locale dell’Associazione nazionale magistrati, e al prefetto della città dove abito, una lettera dove lamentavo l’asservimento dei pubblici poteri a interessi illeciti; citando Calipari come esempio di selezione avversa delle elites, per la quale vengono eliminati gli uomini migliori delle istituzioni; viceversa, scrivevo, le autorità come quelle oggetto della lettera, che abusano del proprio potere per compiacere i poteri forti, camperanno quanto “tartarughe delle Galapagos”, relativamente a tale selezione. (Scrissi pure che le esortazioni, allora correnti, sulla necessità di aspettare i risultati dell’indagine giudiziaria prima di accusare gli USA di aver voluto assassinare Calipari, mi ricordavano il guappo de “Il turco napoletano” che risponde allo schiaffo di Totò dicendo che andrà dal dentista, e che farà un macello se il dentista gli dirà che il dente che lo schiaffo gli ha fatto saltare era sano).
Il caso ha voluto che “la goccia” che mi spinse a scrivere il giorno del funerale si sia ripresentata puntuale tre anni dopo, contemporaneamente alla sentenza di archiviazione. Si ha l’impressione che fra le figure-guida di diversi magistrati e uomini d’arme, invece che i magistrati, i soldati, e i poliziotti che non hanno accettato il giogo, ci siano i lenti bestioni delle Galapagos, emblema dell’arte di campare cento anni e più, visto che sono tra gli animali più longevi; e dell’arte di sopravvivere in tempi difficili, perché la tartaruga, che sembra così impacciata, e così assorta nel farsi i fatti suoi, è anche tra i pochi gruppi di rettili sopravvissuti all’estinzione del Mesozoico che segnò la fine dei dinosauri, decine di milioni di anni prima della comparsa della nostra specie.
Anche le nostre Forze armate, inclusi i corpi di polizia, sono parte di questa dirigenza compradora. Poche settimane fa abbiamo avuto la sfilata delle Forze armate del 2 Giugno e la festa dei Carabinieri. Ogni anno le divise si appesantiscono di nuovi ornamenti; come se la continua aggiunta di buffetterie, canutiglie e pennacchi dovesse mimetizzare dei vuoti sotto la divisa. La locale tv ha riportato che in occasione della festa dei Carabinieri il Comandante provinciale dei Carabinieri della città dove abito ha detto che l’azione dei CC poggia da un lato sul diritto e dall’altro sulle virtù militari. Questa accoppiata mi è tornata in mente leggendo dell’archiviazione per Calipari. Nella mia personale esperienza l’azione degli attuali CC affonda piuttosto le sue radici in quella stessa furbizia amorale e imbelle che è il vanto dell’Italiano medio, e in particolare dell’Italiano medio che occupa cariche istituzionali; la differenza maggiore essendo data dalle armi e dai mezzi che davanti ai cittadini inermi li fanno sembrare guerrieri invincibili, e che possono facilmente mutare tale furbizia in violenza, e a volte in spargimento di sangue.
Una furbizia che li porta, poco militarmente e a onta del diritto, a mettersi dalla parte del più forte, se il più forte è molto grosso, così grosso che non si può certo metterlo in gattabuia, come meriterebbe. La furbizia amorale e imbelle per la quale se un qualunque cittadino italiano è sgradito a interessi economici o politici USA – si tratti di un presidente del consiglio, come Moro, di un funzionario, o dell’ultimo povero diavolo – e gli yankees mostrano il pollice verso, la sua vita non vale cento lire, per i nostri CC, o per la PS. Del resto, prima degli studi sul “familismo amorale” delle nostre classi dirigenti, Longanesi aveva detto che nel bianco del tricolore andrebbe scritto “Tengo famiglia”.
Naturalmente, anche nei CC e negli altri corpi armati sono presenti persone oneste, o coraggiose, o intelligenti. Ma, se qualche militare o poliziotto avesse tutte e tre queste qualità, e volesse esercitarle, in grado eroico, in circostanze come quelle nelle quali si è trovato Calipari, di coraggio e abilità dovrebbe averne dosi doppie, rispetto ai suoi colleghi di altre nazioni: una dose per fronteggiare il nemico, e l’altra per reggere ai superiori e politici che ha alle spalle e che dovrebbero coprirlo. Con l’omicidio e l’archiviazione, militari e poliziotti che sentissero il prurito di emulare Calipari o altri con la spina dorsale, sono avvisati. Fatte salve le solite eccezioni, che rafforzano la prassi, quando lo zio Sam chiede la testa di qualche italiano anche i magistrati depongono la prosopopea con la quale si presentano al volgo, e battono i tacchi; facendo del diritto e dell’onore della magistratura ciò che i CC e le altre forze armate fanno del diritto e delle virtù militari davanti alla stessa richiesta.
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18 maggio 2008
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Commento al post “Travolto dallo scandalo, si dimette il presidente ANM”.
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Nel 2004 nella città della Lombardia dove abito sono andato, per curiosità, ad una riunione pubblica di CL. Lo speaker ha vantato la presenza del Presidente del Tribunale e del Presidente della Corte d’appello, dicendo il loro nome e salutandoli. Erano presenti anche una quantità di imprenditori ufficialmente legati a CL tramite la Compagnia delle opere. Alla riunione erano presenti anche persone che rappresentavano, a mio parere, quanto sarebbe venuto alla luce diversi anni dopo: l’occupazione sistematica della sanità lombarda da parte di un gruppo di potere che controlla il personale in un modo che recentemente è stato paragonato a quello dei tempi del fascismo; per attuare una impostazione cristiana, dicono loro, della medicina; così cristiana che pratica uno dei mali più gravi, più luridi e meno noti dell’attuale medicina orientata al profitto, le sovradiagnosi, incluse le sovradiagnosi di tumore (Biondani, Gomez. Dottor lottizzato. Comunione e liberazione occupa il Niguarda di Milano. L’Espresso, 28 gen 2008; reperibile su internet). Situazioni che avevo denunciato già anni prima dell’incontro del 2004, al costo di pesanti atti di discriminazione, nel silenzio connivente e collaborante della magistratura (e del solito centrosinistra, dove pure sono numerosi gli adoratori di don Giussani). Dopo aver assistito alla riunione di CL, scrissi al locale sedicente “Osservatorio per la difesa dello Stato di diritto” (composto principalmente da avvocati, alcuni dei quali si producono in scappellate spagnolesche ai magistrati, dai quali dipendono le loro fortune professionali), e per conoscenza al presidente del tribunale; chiedendo se ritenessero:
“conforme allo Stato di diritto che cariche giudiziarie come quelle di Presidente di Tribunale e di Presidente di Corte d’appello vengano esibite da gruppi d’interesse. Penso che CL non sia peggiore, né migliore, delle altre consorterie, con le quali compete o fa affari. Ma, indipendentemente dalla specifica fazione, una presenza istituzionale come questa non costituisce un possibile incitamento all’illegalità e un deterrente alla richiesta di giustizia ? E’ giusto che un “ciellino” sappia di avere, oltre a politici come l’attuale “governatore” della regione, anche i presidenti degli uffici giudiziari tra i simpatizzanti o gli associati del suo stesso gruppo, un gruppo che persegue i suoi interessi in maniera tale che a volte appare nelle cronache giudiziarie? E’ giusto che chi si trovasse ad avere ricevuto torti dagli adepti di CL, alcuni dei quali perseguono il potere e la ricchezza in maniera ferina, debba vedere che anche le cariche pubbliche che dovrebbero assicurare la legalità ricadono nella sfera d’influenza di CL? “
L’unica risposta fu un incremento nei miei confronti delle misure di polizia, informali ma pesanti, delle quali ero oggetto da quando avevo denunciato le irregolarità nella sanità. Nella città dove abito alle riunioni di CL a volte partecipano, oltre che i vertici della magistratura, anche il colonnello comandante provinciale dei CC, il questore, il capo della Polizia municipale. Credo che l’attenzione per la mafia meridionale, con le sue complicità nelle istituzioni, metta in ombra, e giustifichi, fenomeni analoghi che avvengono “legalmente” al Nord. Seguo da tempo queste cose, e ogni anno vado ad assistere, da privato cittadino, all’inaugurazione dell’anno giudiziario; dove più di una volta mi è capitato di trovarmi davanti quel Presidente del Tribunale; che, voltando le terga, si rincalzava la camicia nei pantaloni e se li tirava su per la cintura.
Concordo con Paulin (La setta di COMUNIONE E LIBERAZIONE – PROPOSTA DI CENSIMENTO. 6 gen 2008, discussioni offtopic www.marcotravaglio.it/forum/viewtopic.php?t=10627&highlight=): CL è una lobby potente, con una tendenza a infiltrare i gangli di potere, che andrebbe censita. Concordo anche con bloom79, che ha commentato che la notizia di legami tra il presidente dell’ANM e Saladino avrebbe dovuto occupare la prima pagina dei giornali (Travolto dallo scandalo, si dimette il presidente ANM. www.marcotravaglio.it 15 mag 08): quella dei legami fra un magistrato che rappresenta la categoria e l’indagato di un’inchiesta (Why not) che ha portato la categoria a trattare il magistrato che indagava, De Magistris, come un appestato, è una notizia da prima pagina (invece è questo forum che si è adeguato: il titolo del post è stato sostituito con un tranquillo “Si dimette Luerti (pres. ANM), arriva Palamara”). Reputo un errore fermarsi ai casi aneddotici, sia pure importanti e rivelatori. Il fenomeno appare generalizzato, e andrebbe inquadrato nelle sue reali proporzioni statistiche: andrebbero rese note le liste di tutti i magistrati legati a CL, per vedere qual è il peso di CL all’interno della magistratura per consistenza numerica e per occupazione di posti strategici.
Tale pubblicazione è da richiedere per due ragioni. La prima è che è in contrasto coi doveri di imparzialità del giudice la sua affiliazione o vicinanza pratica ad una struttura che persegue sistematicamente l’occupazione delle cariche pubbliche da parte di suoi uomini di fiducia; la regione Lombardia di Formigoni ha addirittura istituzionalizzato ciò, con una legge del ’98 che prevede di “premiare solo chi garantisce maggiore affidabilità rispetto all’indirizzo politico” (Biondani, Gomez, cit.). E’ in contrasto con la posizione di magistrato fare gruppo con un’associazione che, raccogliendo migliaia di aziende, è ripetutamente coinvolta in affari che la portano ad essere oggetto di indagini delle Procure, dalla Calabria al Veneto. Non si possono invece contestare le sensibilità culturali che spingono con un impulso irrefrenabile i magistrati ad abbracciare, tra le tante dottrine filosofiche e religiose possibili, proprio quella di Giussani, che spicca più per il suo essere costruita attorno al perseguimento di soldi e potere che per una grandezza teoretica o morale. Uno si immaginerebbe che dei magistrati siano attratti da autori come Seneca, Montaigne, Pascal, Salvemini, etc., piuttosto che dal nebuloso misticismo mondano di CL; de gustibus. Forse subiscono il fascino di espressioni come “i magistrati sono sacerdoti civili”, che il padrino politico di CL, Andreotti, ha proferito all’indomani della sua assoluzione. Ma andrebbe rilevato che anche sul piano ideologico l’adesione ad una visione assolutista e clericale come quella di CL non è molto rassicurante quanto a fedeltà ai princìpi democratici. Il sostenere che si tratta di un’affiliazione meramente spirituale, che non inficia l’imparzialità del giudice, e che magari lo eleva alle vette superne della moralità, mi fa venire in mente il Presidente del Tribunale che si rassetta la costura delle mutande con la stessa nonchalance con la quale si aggiusterebbe il nodo della cravatta.
Non dico di epurare i magistrati legati a CL, come avvenne per quelli risultati iscritti alla parte resa pubblica delle liste della P2; ma chi capita nelle mani di questi magistrati dovrebbe avere almeno la possibilità di sapere che sono legati a un tale potere. Soprattutto se vi capita in quanto è attaccato da ciellini, o ha denunciato attività illecite di ciellini. Così come un cittadino dovrebbe sapere se ha a che fare con magistrati massoni (tra CL e la massoneria appare esserci una crescente vicinanza di interessi e posizioni). Il Procuratore Agostino Cordova di magistrati massoni ne individuò a decine, ma tutto è stato messo a tacere, grazie agli uffici della moglie di Bruno Vespa. Capisco bene che la richiesta di “schedare” i magistrati legati a CL, limitando così la loro sacrosanta libertà, appaia come minimo stravagante ad una corporazione che non ha trovato responsabilità eversive neppure nella P2, una simpatica cerchia di compagnoni che le malelingue e i dietrologi vogliono pesantemente implicata in quelle operazioni, incluse le stragi e gli omicidi politici, che hanno cambiato la storia e il destino del Paese. Sia CL sia la P2 sono considerate da diversi commentatori strutture fortemente filo-americane; ovvero uno strumento degli USA per influire negli affari interni italiani; entrambe risultano avere legami con quelle polizie segrete che compaiono regolarmente negli affari più sporchi che ci vengono rivelati dai media. Questi dovrebbe essere ulteriori motivi per censire la presenza di magistrati in CL, e rendere noto l’elenco. Veramente, dovrebbero costituire motivo per scegliere volontariamente di stare alla larga da CL, per quei magistrati che non vogliono compromettere l’integrità dell’alta funzione che esercitano; che preferiscono lo scomodo privilegio di esercitare con rigore il nobile servizio del magistrato ai privilegi che derivano dall’ammanicarsi con qualche loggia come un qualunque “borghese piccolo piccolo”.
La seconda ragione per chiedere le liste è che in Italia lo stato endemico di elevata illegalità è dovuto non solo all’illegalità conclamata della mafia, ma anche all’illegalità “che non dice il suo nome”: a dei “santuari”, degli asili, dei luoghi insospettabili nei quali si nasconde indisturbata. Credo cioè che in istituzioni che appaiono come agenti morali, in questo caso nel clero e nella magistratura, vi siano aree, soprattutto nelle posizioni di vertice, ma anche alla base, che corrispondono a questi santuari. L’adesione a CL pone i magistrati quanto meno sulle traiettorie dei legami che intercorrono e si intrecciano fra le aree santuario e il crimine riconosciuto, legami dei quali abbiamo letto nella cronaca giudiziaria. Nella mia esperienza la rete che certi magistrati compongono con altri poteri altrettanto riveriti differisce più nel nome che nella sostanza da una rete di tipo mafioso; né mi sorprende che si trovino legami tra CL e la mafia conclamata, sia nel caso della CL calabra, sia nel caso della CL che gestisce la sanità lombarda (Biondani, Gomez, cit.). Volendo essere come la moglie di Cesare (l’imperatore, non l’ufficiale pagatore dei magistrati per conto di Berlusconi) non si dovrebbero avere di queste frequentazioni.
Il nuovo presidente dell’ANM, il PM Palamara, verosimilmente non è di CL (e speriamo che non sia neppure di qualche altra consorteria). Questa non-affiliazione però non è sufficiente. Lo “scandalo” dei rapporti tra il presidente Luerti e un ciellino come Saladino non dovrebbe distrarre dalla situazione generalizzata di ordinaria commistione tra la magistratura e CL. Il nuovo presidente dell’ANM farebbe cosa lodevole chiarendo la posizione della magistratura rispetto a CL, e pubblicando l’elenco dei magistrati che sono legati alla sacra congrega. Prima ancora si dovrebbe chiederlo al CSM, ma non voglio eccedere con l’umorismo surreale. Il nuovo presidente, che è della stessa corrente di Luerti, Unicost, ha affermato di voler operare nel segno della continuità con la giunta precedente, e questo fa pensare che non gli si possano chiedere le liste dei magistrati di CL; è anche il magistrato che ha risposto alle dimissioni di De Magistris dall’ANM e alle critiche del PM di Catanzaro sul sindacato dei magistrati dicendo che “La storia professionale di ciascuno di noi è a disposizione di tutti” (APCOM 24 gen 08. De Magistris/ANM: non siamo normalizzatori né difensori d’ufficio). Questa sua affermazione fa sperare che vorrà fare un libro aperto anche della storia dei legami di ciascun magistrato con CL e con qualunque altro centro di potere o lobby. Se non vuole rilasciare i nomi, dia almeno delle anonime percentuali cumulative: quali sono le probabilità che il capo di un ufficio giudiziario, al quale ci si debba rivolgere anche per degli illeciti subiti da ciellini, o per dei reati commessi da ciellini a danno di terzi, sia vicino a CL? Quali sono le probabilità per un cittadino che abbia a che fare col sistema giudiziario di avere a che fare con un magistrato di CL? Il 5%? Il 10%? Il 20%, o sono ancora più alte? Per esempio, nella città dove abito, è solo la testa del pesce che odora di CL, o anche il resto?
Questi dati sarebbero utili, ma anche il loro mancato rilascio acquista significato: credo che si dovrebbe esaminare con maggiore attenzione l’assunto del senso comune per il quale la magistratura è separata dal sistema della corruzione che regna in Italia. L’ANM rivendica giustamente il diritto dei magistrati ad autonomia e indipendenza. Tale diritto però dovrebbe essere indisponibile: i magistrati non possono cedere a favore di altri la loro indipendenza e autonomia. Si parla sempre, giustamente, di autonomia e indipendenza della magistratura come diritto, e degli attacchi dei politici a questo diritto; ma si parla poco di indipendenza e autonomia della magistratura come dovere, e dei magistrati che non rispettano tale dovere.
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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia.
Copia del presente post è stata inviata, firmata, il 19 mag 2008 con racc a/r all’ANM c/o il Presidente.
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11 aprile 2008
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Commento al post “La coltivazione della viltà: Giuliani e Bagnaresi”
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Per quale motivo, per quali interessi, cambi le mie parole e falsifichi quanto ho scritto? Non ho scritto che l’autista abbia mirato e investito volutamente Bagnaresi. Ho scritto che non si sarebbe dovuto cancellare a priori l’ipotesi che l’autista abbia voluto compiere un gesto violento contando sulla improbabilità che andasse a segno; e che ci sono evidenze in questo senso, a fronte di una apparente volontà degli inquirenti di ignorarle. Penso che è possibile che l’autista abbia voluto far vedere a Bagnaresi di avere il coltello dalla parte del manico, in risposta all’atteggiamento minaccioso degli ultrà parmensi. L’atteggiamento da pilota di carro armato che hanno a volte gli autisti di mezzi pesanti contro la guapperia della domenica dei tifosi. Questa ipotesi di base, preliminare alla ricostruzione degli eventi, e cioè che l’autista possa aver messo in atto volutamente un comportamento pericoloso, “scommettendo” che non sarebbe esitato in un danno fisico per Bagnaresi, corrisponde esattamente a ciò di cui viene accusato dai magistrati l’agente Spaccarotella per l’omicidio di un altro tifoso, Sandri, commesso pochi mesi prima sulla piazzola di un altro autogrill. I magistrati hanno infatti contestato a Spaccarotella l’omicidio volontario accusandolo non di aver voluto deliberatamente uccidere Sandri, ma del cosiddetto “dolo eventuale”. L’accusa ad un poliziotto di essersi messo volontariamente a sparare ad altezza d’uomo in un luogo affollato fa bofonchiare i colleghi dell’agente, che parlano come te di ricostruzioni fantasiose, con i tuoi stessi toni da caserma. Per Spaccarotella si tenta di introdurre la solita deviazione del proiettile. Non è fantasioso ipotizzare che anche nel caso di Bagnaresi non si sia trattato di mera colpa. Non ha mai sentito di qualcuno che voleva solo fare un gesto di minaccia e invece con quel gesto ha ucciso? Non ha mai sentito dire “non l’ho fatto apposta”, e non ti sei accorto che la giustificazione era in parte sincera e in parte falsa? Non hai mai sentito dire: “come avrebbe potuto il mio cliente fare una cosa del genere, le cui conseguenze lo avrebbero danneggiato?”. Si chiama “argomento di Corax” dal nome di un retore del V sec. AC che è considerato il padre della retorica: è una difesa retorica che ha 2500 anni. Se fosse valida, nei casi di dubbio su se l’imputato ha effettivamente commesso il fatto, bisognerebbe automaticamente assolvere tutti coloro che commettono reati per idiozia. Ti giunge nuovo che sulle strade c’è chi mette a rischio la vita altrui per il gusto di fare una bravata, e che a volte finisce male? Che quando le persone sono al volante scattano strani meccanismi psicologici, che nelle liti sulla strada c’è spesso una sproporzione tra la questione e la reazione? Che quando gli animi si scaldano si possono fare fesserie, e non solo per paura, ma anche per rabbia, o perché elettrizzati dalla situazione? Pensi che gli autisti sono tutti invariabilmente buoni e saggi padri di famiglia, e i tifosi per definizione “zecche”, che se la cercano, e se la meritano, di finire schiacciati come zecche?
I giuristi conoscono bene queste situazioni intermedie tra l’omicidio per mera colpa e quello pienamente volontario; nelle quali l’omicida non agisce per togliere direttamente la vita alla vittima, ma volontariamente mette a rischio la vita della vittima. A seconda del grado di intenzionalità e di previsione e accettazione del rischio, le suddividono in “dolo eventuale” (es. un tiro di roulette russa con la testa di un altro) o “colpa cosciente”, detta anche “colpa con previsione” (es. chi si lancia con un automezzo contro un pedone solo per intimidirlo, certo della sua abilità di scartarlo all’ultimo istante, e invece lo colpisce). Come si vede, sono omicidi che spesso sono figli indesiderati del disprezzo e della malignità, omicidi derivati da carognate. Gli specialisti discutono su come distinguere le due gradazioni, che si prestano a varie ambiguità (per una discussione tecnica v. su internet “Maggiorazione della pena per colpa cosciente” del Sost. procuratore P. Mondaini. Associazione italiana familiari e vittime della strada. Atti del convegno “Giustizia per la vita”). I magistrati tendono a scambiare la precisione per l’accuratezza, e se a volte si perdono nell’analisi fine tra i due sottotipi, altre volte tralasciano la sostanza, che è comunque quella di un omicidio indiretto, non riconducibile né alla sola colpa né alla volontarietà diretta, se non con forzature. Appare che si sia regolato così Gerardo D’Ambrosio per il volo di Pinelli da una finestra della Questura. Impose l’ipotesi di partenza di omicidio volontario, sostituendola a quella di omicidio colposo. Escluse quindi l’omicidio volontario, e con una specie di sillogismo disgiuntivo saltò i gradi intermedi per affermare positivamente che era stata una fatalità (cfr. M. Calabresi. Spingendo la notte più in là. Mondadori, 2007. A. Giannuli. Bombe a inchiostro. BUR, 2008). D’Ambrosio è un magistrato dai comportamenti altrimenti lodevoli; ma quando ci sono di mezzo gli affari sporchi della polizia anche i migliori magistrati segnano il passo. (Figuriamoci i giornalisti e i blog).
Non c’è dubbio che questo genere di omicidi esista, anche se ci sono difficoltà nel definirne l’essenza e i limiti, e nel dargli un nome; e non c’é dubbio che non vada ignorato, come possibilità, in un caso come quello di Bagnaresi, che è come l’eco di quello di Sandri: scartarlo a priori è scorretto, sia che lo faccia un questore, o un PM, o un mitb. Si tratta di una categoria di reati spinosa, non solo per le difficoltà classificatorie, e della definizione dell’elemento psicologico; ma per le implicazioni politiche. E’ il genere di omicidio dei potenti, dei prepotenti; dei grandi furbi; oltre che dei furbi così piccoli che sono praticamente scemi. E’ l’omicidio degli incidenti sul lavoro causati dalla subordinazione della sicurezza al profitto: di recente il PM Guariniello ha contestato l’omicidio con dolo eventuale ai vertici della Thyssen, per i sette operai morti bruciati. Una decisione simbolica, che rinfresca la faccia alla magistratura e che difficilmente si tradurrà nella corrispondente condanna. Questo ricordare da parte di un magistrato la sostanza di molte responsabilità nelle “morti bianche” stona rispetto alle favole mediatiche sul potere buono, e ha suscitato gli irosi rimbrotti del radicale Mauro Mellini, esponente degli pseudoprogressisti che servono i poteri forti (v. su internet M. Mellini e A. Di Carlo. “Thyssen: premesse per una futura indignazione” 27 feb 2008). Sapessi quanti ce ne sono in Italia, mibt, di quelli come te che praticano l’arte di apparire contro il potere per meglio servire il potere. (L’avv. Mellini è anche uno dei sostenitori della tesi che c’è un autentico problema di patologie psichiatriche tra i magistrati). E’ l’omicidio del poliziotto che spara alla “ndo cojo, cojo”, sapendo che se va male poi avrà l’insabbiamento, o in subordine l’assoluzione perché è inciampato o per legittima difesa; o che reagisce alla legge come un ultrà (“L’imputato, invero, nella circostanza di cui è processo, si rese ben conto della particolare posizione in cui era venuto a trovarsi il vigile Z., incastrato tra lo sportello e l’abitacolo della vettura, e ciò nonostante avviò improvvisamente la marcia dell’auto, determinando la rovinosa caduta del predetto e le conseguenti lesioni, che vanno addebitate all’agente quanto meno a titolo di dolo eventuale.” Cassazione, sez VI penale, 21 giugno-27 ottobre 2006, n. 36009; qui l’errore del poliziotto è stato non tanto di replicare rompendo le ossa, ma di averle rotte a un altro agente di un altro corpo di polizia; e così il fatto è emerso ed è stato correttamente rappresentato). L’ipotesi del dolo eventuale è stata sollevata, per alleggerire la posizione di Placanica, anche per l’omicidio di Giuliani. E’ anche il genere di omicidio di chi non dovrebbe guidare essendo sotto l’effetto di sostanze voluttuarie ad azione farmacologica, o fa lo spaccone guidando (l’omicidio per colpa cosciente di recente è stato riconosciuto per Ahmetovic, l’ubriaco che ha falciato 4 persone; c’è una corrente di pensiero che vorrebbe considerare alcune tipologie di omicidio o lesioni da incidente stradale come prossime per gravità all’omicidio volontario; ma, dati i circa 7000 morti e gli oltre 100000 feriti all’anno per incidente stradale, questo progresso giuridico contrasta con gli interessi dell’industria automobilistica; la cui pubblicità sembra un catalogo di deliri psichiatrici, di sollecitazioni per frustrati, o di giocattoloni per bambini). E’ l’omicidio dell’atto gratuito e dei cialtroni (v. su internet “La differenza tra dolo eventuale e colpa con previsione ha determinato la sentenza contro Scattone e Ferraro”. G. Mola. Repubblica, 1 giu 1999). E’ l’omicidio di chi oggi inquina l’ambiente o adultera il cibo per fare soldi e domani dirà “non lo sapevo”. Vi si possono far rientrare alcune delle morti che derivano da decisioni politiche o amministrative. Non parlo qui del dolo eventuale in medicina, un capitolo troppo importante e complesso; e che toccare è pericoloso come per i tabù religiosi, e come per i fili dell’alta tensione.
E’ insomma una categoria delittuosa importante, inestricabilmente legata al modello socio-economico, che i potenti hanno interesse a coprire con l’omertà e con l’ignoranza. E’ anche uno di quegli argomenti accademici che non vengono studiati adeguatamente rispetto alla loro centralità, anche se ovviamente su di esso esiste una letteratura, più nelle scienze giuridiche che in quelle sociologiche e politiche. Gli studi etici lo annegano nel mare delle varie teorie. Il potere ha buon gioco in questa forma di censura culturale e intellettuale, potendo disporre di un esercito di persone che ragionano per stereotipi, come mitb; che dice che solo la morte di Bagnaresi non sarebbe dovuta accadere, mentre a Genova “in ballo” c’era una “guerriglia urbana” “vera e propria”. La guerriglia urbana è quella di tante città del mondo dove si è costretti a combattere davvero, per ragioni vitali, e le persone muoiono come mosche. C’è stata in Italia durante la Resistenza. I disordini sanguinosi in occasione di manifestazioni per ideali umanitari più o meno sentiti non sono guerriglia urbana. A Genova c’è stata una simulazione di guerriglia urbana, con la regia delle forze di polizia, e con le comparsate volontarie di quelli che si imbottivano come giocatori di football americano, sfasciavano cassonetti, vaneggiavano di assaltare la zona rossa che li separava dai capi del potere militare che ha in mano il mondo. L’avere avuto un morto, Giuliani, non conferisce di per sé alcuna patente di serietà o di valore ai “combattenti” sopravvissuti. Senza l’ala “militarista” dei no global, le responsabilità della polizia sarebbero apparse nitidamente. Così invece hanno potuto giocare sulla condanna degli “opposti eccessi”, come avviene da decenni. I vili della polizia l’hanno chiamata guerriglia in modo da poter credere e far credere di aver combattuto, in conformità con l’onore militare; e non di aver fatto gli squadristi, calpestando l’onore militare. I vili con la bandana, che hanno seguito i soliti pifferai, si sentono “veri e propri” “guerriglieri” (anzi, “guerriglieri-però-per-la-pace”) per giustificare il loro pecoronesco fare da spalla al sistema e permettergli di riprodurre il suo potere repressivo. Gli scontri per strada al G8 di Genova sono stati la solita farsa italiana esitata in tragedia. Non è stata una guerriglia; “poche macchie di sangue sulla veste buffonesca” (Lampedusa). E’ ottima cosa manifestare, purché con criterio: evitando di cadere nella trappola dello scontro “guerrigliero”. La tua pretenziosa “guerriglia” sta alla guerriglia vera che insanguina il mondo come la dieta per presentarsi in spiaggia sta alla fame di chi non ha da mangiare. E’ grazie anche ai bigotti di sinistra che non sanno quello che dicono parlando di guerriglia urbana, che rimaniamo sempre immobili, nello stesso stato di arretratezza politica. Tanta retorica bolsa, ma nessuna mobilitazione, dopo Genova, per avere anche in Italia una legge che preveda il reato di tortura, e l’identificabilità dei poliziotti mediante codici sulle uniformi nelle manifestazioni. I “guerriglieri” “veterani” della “Battaglia di Genova” potrebbero ricordare Giuliani e le vittime delle cariche, della Diaz e di Bolzaneto organizzando una campagna per avere anche in Italia il reato di tortura e l’identificabilità dei poliziotti alle manifestazioni. Ma forse gli va bene così.
La violenza indiretta è la violenza silenziosa tipica del potere ai tempi della democrazia formale. Non è limitata all’omicidio o alle lesioni. E’ la violenza di chi ha il coltello dalla parte del manico. Quando ci sono di mezzo interessi rilevanti, amministratori corrotti, politici corrotti, poliziotti corrotti, preti, magistrati corrotti possono abusare del proprio potere e impostare una situazione ricattatoria di dolo eventuale, certi che le persone cederanno: “Non ci importa che tu sia nel tuo buon diritto. Devi fare quello che vogliamo noi, altrimenti ti schiacciamo”. E pigiano l’acceleratore, sapendo che nella quasi totalità dei casi la gente si spaventa, si tira indietro e rinuncia al suo diritto. Qualche rara volta qualcuno resiste, e viene schiacciato. Poco male; gli stessi che hanno trasformato il potere istituzionale loro affidato in potere mafioso faranno presto ad addebitargli la colpa: chi non riconosce il superiore diritto che si crea con l’impugnare il coltello per il manico, è come chi pretenda di opporsi al coltello puntato impugnandolo dalla parte della lama: se l’è cercata. L’autista che marcia col suo automezzo contro il pedone per obbligarlo a spostarsi è anche la metafora di questa legge del più forte che il potere applica di continuo. L’omicidio indiretto è il modo di uccidere della borghesia mafiosa, o meglio del vasto generone mafioso che regge il Paese; il metodo per uccidere dei vili, degli ipocriti, degli opportunisti; quindi a volte è anche il modo di morire di chi è troppo pulito per il sistema. E’ una fattispecie che viene protetta in quanto legata all’esercizio del potere. L’autore di “Toghe rotte”, il Procuratore aggiunto di Torino Bruno Tinti, ad una conferenza ha spiegato che in altri paesi il potere ha formalmente stabilito un’organizzazione giudiziaria che gli assicura l’impunità; per il resto, cioè per la routine che riguarda il comune cittadino, il sistema giudiziario funziona; mentre in Italia l’impunità per i vari intoccabili viene ottenuta per via informale, mediante un’inefficienza e un lassismo giudiziario generalizzati (pilotato anche dai magistrati; ma questo Tinti non l’ha detto). “La legge è moscia per tutti” (che poi non è del tutto vero, perché la stessa “legge” con alcuni è di una ferocia bestiale). Deve essere moscia per tutti affinché non sia uguale per tutti. Per esempio, se incriminassero l’autista per colpa cosciente o dolo eventuale, poi sarebbe loro più difficile sottrarre alle sue responsabilità Spaccarotella, un caso con lampanti analogie, e più grave. Può darsi che l’autista stia beneficiando di questo sistema informale che assicura mani libere alle varie caste. Un beneficio di tipo epifenomenico, che ricade sulle spalle dei cittadini comuni. Ma se un autista facesse il bullo contro un potente che si parasse davanti al suo automezzo, e se per disgrazia o nell’esaltazione del momento lo uccidesse, il problema non sarebbe quello di spaccare il capello in quattro tra dolo eventuale e colpa cosciente; sarebbe se e quando l’omicida uscirebbe dal manicomio giudiziario di Aversa.
Quindi, mitb, sei in buona compagnia. Non solo i poliziotti sboccati quanto te e anche di più, ma anche politici, fini giuristi e commentatori, e di conseguenza anche parte dell’opinione pubblica, approverebbero le tue posizioni arroganti, superficiali e sguaiate, come princìpi autoevidenti. Manca invece su questo tema dell’omicidio indiretto una discussione pubblica civile e proporzionata alla sua importanza. Coloro che lo liquidano come fai tu, berciando insulti alla vittima e a chi tenta di parlarne, possono contare inoltre sul sostegno di quello che si vuole sia il maggior tribunale morale: la Chiesa. Nel suo catechismo ufficiale, spiegando il V Comandamento, “Non uccidere”, la Chiesa stabilisce che Dio quando ha imposto di non uccidere si riferiva solo ad alcuni atti, particolarmente gravi, e non ad altri. Secondo il catechismo Dio non si riferiva all’omicidio colposo, e questo può essere comprensibile; si riferiva all’aborto, e questa appare come una forzatura, perché l’aborto è una di quelle cose che hanno la proprietà di non avere analoghi: di non essere riconducibili ad altri oggetti o atti, data la natura particolare e unica dell’embrione o del feto, che non sono semplici tessuti, ma neppure piene persone, costituendo il passaggio dal biologico all’umano. Forse ciò cui un aborto assomiglia di più è un’amputazione. E’ innegabile che l’aborto pone problemi etici, ma equiparare le donne che abortiscono a delle assassine appare errato e ingiusto. Se per l’aborto il catechismo della Chiesa pone una soglia dell’omicidio artificiosamente bassa, e inventa un’analogia con l’omicidio volontario della persona formata, lo stesso catechismo per l’omicidio indiretto pone una soglia infinitamente alta, e qualsiasi connessione con l’omicidio volontario viene arbitrariamente soppressa. Il catechismo sostiene infatti che la proibizione del V Comandamento è limitata all’omicidio “diretto e volontario”. Si elimina dal precetto divino fondamentale la categoria enormemente importante dell’omicidio indiretto, una delle maggiori forme di male del mondo moderno. I giuristi ci insegnano che il dolo eventuale può in alcuni casi essere non meno grave dell’omicidio volontario. Invece secondo la Chiesa un Dio sbadato non proibisce come peccato mortale l’omicidio che, commesso accettando la possibilità di trasgredire il V Comandamento, sia fisicamente o moralmente mimetizzato da colpa o da incidente incolpevole. Si crea un Dio un po’ troppo a immagine e somiglianza dell’uomo. Un Dio onnisciente viene trasformato in un pensionato sempliciotto e debole di vista; un Dio buono in un dittatore, che è severissimo con le donne che si trovino nel tormento del conflitto con la loro gravidanza mentre legifera spregiudicatamente a favore dei potenti e dei prepotenti. Abbiamo un politico, Berlusconi, che ripete di essere simile a Gesù, e ne avremo ancora di leader politici che scoprono di avere affinità col Padreterno. Tanto più se si fa figurare che Colui che ha fatto l’universo ha presentato a Mosè sul Sinai Tavole della legge truccate, come colui che ha fatto “Milano 2” trucca a Palazzo Chigi le leggi dei codici.
Ho chiesto pubblicamente al teologo che ha compilato il catechismo, e che nel frattempo è divenuto Papa, di spiegare questa singolare posizione sull’omicidio indiretto; gliel’ho chiesto in occasione di una protesta dove si asseriva che gli sarebbe stata negata la libertà di discussione accademica alla Sapienza, perché alcuni professori hanno espresso critiche sulla scelta del rettore di fargli tenere proprio la lezione che segna l’inizio dell’anno accademico; il Papa avrebbe dovuto parlare della pena di morte (“Professor Ratzinger, qual è la definizione di omicidio?“). Non ho ricevuto risposta. Non pretendo naturalmente che mi risponda il Pontefice in persona; mi basterebbe uno qualsiasi dei tanti moralisti cattolici, o l’ultimo curato. Credo che prima o poi la risposta arriverà, speriamo dotta e mite come si conviene a degli uomini che predicano il dialogo in nome di quel Dio del quale editano i Comandamenti. Per ora è arrivato, su questo blog, il laico commento di mitb: quanto sollevo ammonta a “una cagata colossale”. Gli aspetti teologici, filosofici e pastorali verranno dopo.
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23 marzo 2008
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Auguri. Questo è un buon uso dell’occhio elettronico. A Brescia Voi autorità usate le telecamere e la polizia anche per mettere in croce chi ostacola affari inconfessabili. Oggetti come i chiodi e la Croce sono strumenti di tortura poveri e rozzi, che nella loro evidente materialità denunciano la perdita di umanità degli stessi torturatori. L’elettronica oggi invece fornisce ai violenti i mezzi per miserabili imitazioni dell’onniscienza e onnipotenza divine.
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28 febbraio 2008
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Post del 28 feb 2008
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Gli ultimi decenni del Novecento potrebbero essere ricordati come l’epoca dei cantautori: uno squadrone di artisti che ha prodotto un vasto corpus di canzoni bellissime, che rimarranno. Tra di loro, non tra i più grandi ma nemmeno tra gli ultimi, sta, un po’ in disparte, Rino Gaetano. Può darsi che la fioritura dei cantautori sia dipesa dal grande balzo economico che l’Italia compì in quegli anni, e dalla rivoluzione culturale che l’accompagnò. La tumultuosa mutazione antropologica di quegli anni Gaetano, il cui notevole talento attingeva a profonde radici popolari, l’ha contestata non meno di quanto non l’abbia accettata e cavalcata. Nel suo anticonformismo era presente una vena di scetticismo popolare in realtà conservatore: risuonava nelle sue canzoni una protesta rispetto alle lacerazioni e ai peggioramenti che accompagnavano il progresso.
La fiction RAI sulla vita di Rino Gaetano, in due puntate, andata in onda l’11 e il 12 novembre 2007, è stata ritrasmessa il 27 febbraio 2008, in occasione del Festival di Sanremo, sempre in prima serata e sulla prima rete ma ridotta a una sola puntata. La fiction si apre con un Rino Gaetano che si sente male, solo nella sua grande villa. Prima di perdere conoscenza chiama al telefono il padre e invoca il suo aiuto. Il padre arriva alla fine della fiction. Sfonda un vetro, soccorre il figlio e lo consola. Questo flash-forward racchiude tutto il resto del film, che spiega come Rino Gaetano si sia ridotto così: ambizione, egoismo, scorrettezze, opportunismo, ingratitudine, alcolismo e cialtronerie varie dopo una breve ascesa l’hanno condotto a restare solo come un cane. E così resterebbe se il padre, dimenticando i maltrattamenti ricevuti da Rino, non intervenisse a salvarlo. Tra i tanti difetti di Gaetano, spiega la fiction, c’era anche un pessimo rapporto col padre: secondo la fiction, Rino fece venire un infarto al padre, e continuò a urlargli insolenze anche durante la convalescenza. Una volta che Rino ritorna bambino tra le braccia del padre, la fiction lo fa morire: ce lo mostra ancora per pochi secondi, mentre al volante della sua auto, rinfrancato, va verso l’incidente automobilistico nel quale perderà la vita. Scorrono poi spezzoni del vero Rino Gaetano.
L’immagine di Rino Gaetano ai ferri corti col padre è inventata, come molti altri aspetti che nella fiction gettano una luce negativa sull’artista. Rino Gaetano aveva avuto qualche scontro col padre, cosa frequente e normale per i giovani, soprattutto se intendono scegliere carriere artistiche. Ciò di cui vuole parlare la fiction è altro: non il rapporto col padre biologico, ma quello con la figura del padre. Con questa figura, Rino Gaetano aveva un rapporto esemplare, che in Italia è rarissimo tra i personaggi famosi: la contestava radicalmente. Nel senso che contestava radicalmente ciò che equivale alla figura del padre: l’autorità. In Italia, paese intimamente pretesco, non si contesta davvero l’autorità. E’ facile che se ne contesti una parte; allo scopo di sostenere un’altra parte. Ma deve pur esserci un’autorità da onorare; un padre, sacro e intoccabile anche quando sbaglia, da amare e al quale obbedire incondizionatamente, ricevendone in cambio amore e protezione. In Italia si lotta non contro il potere, ma tra pari, per accaparrarsi la benevolenza del potere; come ha osservato Umberto Saba, che ha scritto che gli italiani differiscono dagli altri popoli in quanto non sono parricidi ma fratricidi: non “uccidono” il padre – secondo l’espressione con la quale Freud indica la via verso la maturità – ma uccidono i fratelli, per ottenere l’esclusiva dell’amore del padre. L’inno di Mameli non sarà grande musica, ma il titolo, anche se si riferiva ad altro, è azzeccatissimo. Anche il “popolo dei blog”, apparentemente severo con i governanti, è all’affannosa ricerca di figure parentali sostitutive alle quali affidarsi. Così per esempio i bloggers si aggrappano a figure pubbliche come Di Pietro, che, a giudicare da quelli che ha fatto eleggere in Parlamento con i voti ottenuti, o dalle posizioni sulla TAV, per i bloggers progressisti è un appiglio che appare di granito ma ha la consistenza del marzapane. L’attuale contestazione dei bloggers al sistema vede un’altra fonte di potere pulito nella magistratura; uno dei maggiori capisaldi del potere, storicamente non estranea, nel suo insieme, al sistema di corruzione e manipolazione del quale ci si lamenta. Ma contestare tutta l’autorità non suona bene. Non si può fare di tutto il potere un fascio. Se c’è un potere cattivo, dev’esserci un potere buono, sotto le cui ali rifugiarsi. Basta scambiare l’eccezione con la norma, guardare a quelle figure di potere altamente positive, la sparuta minoranza di autentici martiri del dovere, e si ha il nullaosta per dirsi sostenitori di un’intera classe riverita e forte.
Rino Gaetano invece non cercava il potere buono. Contestava il potere apertamente gaglioffo, e contestava la retorica buonista con la quale il potere spesso maschera il suo vero volto. Vedi ad esempio “Le beatitudini”, reperibile su Youtube. Gaetano, la cui poetica ha diverse altre componenti oltre a quella della denuncia politica, castigava i potenti con un sarcasmo sorridente, senza acrimonia e senza sconti, in modo lieve; non con barbosi discorsi ma con canzoni deliziose; e includeva nell’autorità anche la sussiegosa sinistra, e anche quella sessantottina. Che oggi si è ricordata di lui, con Venditti, bravo cantautore, e cantautore di partito, che ha avuto il buon gusto di insinuare, all’indomani della fiction, mentre ferveva la polemica, che Gaetano assumeva cocaina. Venendo quindi querelato dalla sorella del cantante. Un bel modo dell’autore di “Dolce Enrico”, dedicata alla memoria di Berlinguer, per inaugurare la sua nuova vita come credente. Negli stessi giorni Venditti, nel lanciare il suo ultimo album, dichiarava: “Io riscopro l’idea di Gesù e credo nella redenzione e nel perdono” (il Giornale, 16 nov 2007). Mentre Rino Gaetano, che ha ironizzato sui beati del mondo terreno, viene messo dalla RAI tra i dannati, altri cantautori, che invece sono sempre stati ben intonati ai tempi, restano a galla passando dal fumo delle “canne” a quello dell’incenso liturgico. Poche settimane dopo, un’altra interessante rivelazione di un altro cantautore con un grande orecchio per le note e con un ottimo fiuto per il vento: “Dalla rivela: mi piace l’Opus Dei” (Corsera, 27 dic 07). (Nello stesso periodo hanno intravisto la luce anche altre figure guida della sinistra, D’Alema e Bertinotti: “D’Alema, ‘Sento il fascino della fede’ “. Post di Paolo de Gregorio su www.marcotravaglio.it del 4 dic 07).
Il modo col quale Rino Gaetano come artista si opponeva alla figura del padre era, e sarebbe, salutare per l’Italia. Gaetano mostrava il ruolo che dovrebbero avere gli artisti leggeri che si dicono impegnati: esporre, mettere alla berlina, gli abusi del potere in tutte le sue forme, e non solo in alcune. Un genere di contestazione globale verso l’autorità non rara all’estero, ma estraneo alla nostra mentalità. Il costante atteggiamento critico verso il potere da parte dei cittadini è una delle componenti necessarie delle democrazia autentiche; ma in Italia il rifiutare di scegliersi un’appartenenza a un gruppo, o personaggio, potente o famoso, viene accomunato all’essere anarchici, o eversori. Si può essere guelfi o ghibellini. Meglio ancora se si cambia a seconda delle convenienze, o se si sta con entrambi (gridando all’antipolitica se qualcuno lo fa notare). Ma chi critica sia l’imperatore sia il papa è un caso anomalo che non deve fare testo. L’opposizione dev’essere orizzontale, nella forma canonica tra destra e sinistra. Non importa se si tratta di una finzione, sempre più evidente. L’opposizione verticale, tra chi comanda e chi obbedisce, non è tollerata. Non sto dicendo che si debba contestare l’autorità per partito preso; Rino Gaetano però costituiva un antidoto al vizio italico di cercarsi, una volta usciti almeno psicologicamente dalla famiglia, un secondo padre; un protettore, una figura genitoriale di riferimento. Atteggiamento diffuso a sinistra non meno che a destra.
L’indisciplina di Rino Gaetano è inaccettabile per il clero, che inoltre se la deve essere legata la dito per “Le beatitudini”, dove viene incluso tra i beati di questo mondo; e avrà indispettito anche i tanti vassalli dei vari poteri. La fiction è stata prodotta da Claudia Mori, moglie di Celentano; che è un maestro non solo del fare spettacolo, ma anche nel servire il potere fingendo contestazioni e provocazioni radicali. L’omologo innocuo di Rino Gaetano. Il responsabile della fiction su Rino Gaetano come direttore di RAI fiction è stato Agostino Saccà, per il quale recentemente è stato chiesto il rinvio a giudizio per corruzione. Si può immaginare con quale trasporto Saccà, il dirigente che ha portato alla formulazione di una “summa divisio” dei dipendenti RAI in raccomandati e prostituiti, abbia fatto produrre un film su Gaetano; che ha cantato di “parlamentari ladri”, e ha scritto un canzone, “Il letto di Lucia” dove anche “tre ministri scalda poltrone” insieme ad altre figure del sottobosco parassitario frequentano il letto dell’ospitale ragazza. Abbiamo sentito l’intercettazione nella quale Saccà bacia la pantofola a Berlusconi, intrattenendo un paragone tra il sommo bauscia e il Sommo pontefice. Questo è saper stare al mondo. Se non volete strisciare davanti a Berlusconi, strisciate davanti a qualche altro potente, a vostra scelta. Ma non rimanete impalati, figlioli. Per il vostro bene, se non volete fare la fine di Rino Gaetano.
Rino Gaetano dovrebbe essere preso come esempio, soprattutto dai bloggers, di come sia possibile, e a volte doveroso, fare a meno di cercare un grande papà. Gaetano, “nazional-popolare”, rappresenta la condanna netta e il rifiuto radicale del gioco corrotto del potere da parte delle masse; mentre il potere vuole incanalare e addormentare il dissenso mettendolo al seguito del pifferaio di turno, del gigante buono che ricondurrà le pecorelle all’ovile. La falsa biografia RAI di Gaetano è spiegabile così. Una nuova parabola del figliol prodigo. Se contesti il potere, tutto il potere, non puoi che essere una persona da poco, anche se con qualche talento; un perduto, che finisce male, esanime tra le braccia misericordiose del padre che ha ripudiato. Con la scusa di celebrare un grande artista “maudit”, con le sue luci e le sue ombre, la RAI ha commesso un autentico vilipendio a fini ideologici verso la memoria di una persona che era una voce preziosa e morì giovane. Questo è anche il dazio richiesto per lo sfruttamento commerciale della sua opera, che si vuole banalizzata, ridotta a quel generico mugugno prossimo al qualunquismo che è tipico delle persone che accumulano fallimenti; per esempio, il Gaetano della fiction RAI.
Rino Gaetano in realtà non è morto solo e cornuto, respinto sia dagli amici che dalla fidanzata, incinta di un altro; come ci racconta il nostro servizio televisivo pubblico, che sembra aver affidato il copione a Cetto La Qualunque, oltre che a uno psicanalista. (Questo insulto della fidanzata che si rivolge ad un altro è stato tagliato nella versione ridotta). E’ morto, a 31 anni, pochi giorni prima della data fissata per il suo matrimonio, in seguito all’incidente avvenuto la notte del 2 giugno 1981 sulla Nomentana, all’altezza di Viale XXI Aprile. Il policlinico universitario della capitale è poco distante dal luogo dell’incidente, a qualche minuto di ambulanza, ma non era attrezzato per trattare le teste rotte. C’era di mezzo un ricorso al TAR, nell’ambito di una lotta per un primariato; siamo in uno Stato di diritto, mica nell’Italia grottesca descritta da Gaetano. Gaetano è spirato diverse ore dopo l’incidente, dopo che cinque altri ospedali l’hanno rifiutato, quando l’ambulanza era arrivata fino al policlinico Gemelli, che è da un altro lato della città, a oltre una decina di chilometri. Il film, che inventa tante vergognose calunnie, omette questa vergognosa realtà, che resta vergognosa anche se, secondo quanto risulterebbe dall’autopsia, le lesioni, gravissime, non avrebbero comunque lasciato possibilità di salvare Gaetano. L’ha omessa completamente anche il documentario su Rino Gaetano della serie “La storia siamo noi”, di Giovanni Minoli, che secondo la RAI compenserebbe la fiction con l’oggettività del reportage storico.
I magistrati avrebbero dovuto fare chiarezza sull’accaduto, che riguardava una persona nota per le sue critiche verso i potenti; se non altro per fugare dubbi e tranquillizzare un’opinione pubblica già surriscaldata. In quegli anni erano morte in maniera strana e sospetta, a volte per incidente automobilistico, molte persone che avevano detto o stavano per dire cose scomode. La musica trascina gli uomini, e anche un cantante può essere un problema rilevante per il potere; come mostrava l’uccisione, avvenuta pochi anni prima, del cantante cileno Victor Jara da parte dagli sgherri di Pinochet. Prima di finirlo a Jara spezzarono le dita, con le quali aveva suonato la chitarra per accompagnare le sue canzoni in favore del movimento popolare. I magistrati non hanno neppure ritenuto, indipendentemente dalle caratteristiche politiche della vittima, di dover risalire ad eventuali responsabilità penali per una tale lacuna del servizio pubblico che doveva soccorrere i traumatizzati gravi. Una lacuna su un’area di circa 200 km quadrati abitata da oltre 3 milioni di persone, che corrisponde al nome di “Roma”. Quest’omissione del potere togato a favore dei camici bianchi, e dei politici e degli amministratori responsabili della sanità, aiuta a comprendere come, trent’anni dopo, il policlinico in questione, l’Umberto I, sia tuttora agli onori delle cronache per le sue inefficienze da film di Sordi.
Così è scomparso un cantautore che nella stessa canzonetta, “Nuntereggaepiù”, ha accostato, raggiungendo il grande pubblico, iscritti e sostenitori della P2 ad una voce con accento sardo, l’accento di Berlinguer, che dice “Il nostro è un partito serio”. (Questo passo della canzone è omesso dai filmati televisivi che ho trovato su Youtube; e naturalmente dalla fiction RAI). Chissà cosa canterebbe oggi su D’Alema, allora. Da anni gira nel circuito metropolitano la voce che Gaetano sia stato volutamente eliminato, sorta anche perché in una sua canzone Gaetano parla di una persona che muore dopo essere stato rifiutato da cinque ospedali romani. Non c’è tra le notizie comunemente disponibili alcun elemento solido sul quale poggiare l’ipotesi. E’ invece plausibile la supposizione che, se fosse vissuto, passati gli anni Settanta lo avrebbero censurato, boicottandolo ed emarginandolo, se non avesse ammorbidito i testi: in Italia il sistema è tale che possono bastare poche semplici misure incruente per troncare le dita a chi non vuole cambiare musica. La morte di Rino Gaetano appare come uno di quei tiri mancini della sorte per i quali a volte sembra che i pochi che “in mezzo all’inferno non sono inferno, che bisognerebbe far durare, e dargli spazio” (Calvino) spariscano “senza grandi disturbi”, secondo le parole del giudizioso Lucio Dalla. Ma questa imbrattatura postuma della vita e morte di Rino Gaetano, sistematica e accanita, di sicuro non è stata un caso.
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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia
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21 gennaio 2008
Forum www.marcotravaglio.it
Post del 21 gen 2008
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A Mairano, nella bassa bresciana, alcuni giovani dottori hanno bruciato le loro lauree in un bidone sul sagrato della chiesa parrocchiale di Sant’Andrea, col consenso del parroco. Un segno di solidarietà al Papa secondo “Petrus”, il quotidiano online sul pontificato di Benedetto XVI. Naturalmente i testimoni della Fede, alcuni dei quali amministratori locali di scuola UDC, hanno bruciato delle fotocopie, non gli originali. Questo gesto mette in luce due aspetti. La tirata antiaccademica del clero è appagante per chi non prova un’attrazione eccessiva per la conoscenza. Nel Bresciano, zona ricca e a basso tasso di scolarizzazione, chi è sazio e ignorante guarda con antipatia a tutto ciò che sa di intellettuale. Mentre sarà comprensivo vedendo bruciare il simbolo degli studi universitari, che anche nelle migliori condizioni sono una fatica, per molti peggiore di quella che si fa tirando su muri di mattoni. Così come dev’essere una bella soddisfazione per quei questurini, carabinieri e vigili urbani che da studenti non eccellevano, essere mandati a fare sentire il fiato sul collo a chi legge e poi scrive cose che spiacciono a chi dirige i loro superiori. Il pontefice ha lanciato un appello “ad asinum” contro i riottosi che avendo letto qualche pagina pensano di potersi sottrarre all’autorità della Chiesa e dei suoi sapienti. Da oggi per molti invece di dover dire a sé stessi “avevo poca voglia di studiare” sarà più facile dire: “i miei princìpi mi impongono di difendere la libertà di espressione del Santo Padre”. Un appello al miscuglio di disprezzo e invidia del fascismo piccolo borghese verso qualunque tentativo altrui, per quanto debole e incerto, di emanciparsi e realizzarsi umanamente tramite un po’ di cultura.
Un secondo aspetto è la manipolazione. Si è già visto che i professori della Sapienza sono stati presi in contropiede, che si è montato un caso mediatico, principalmente grazie al tradimento del rettore. Sorprende che si faccia anche un rogo: il clero, che ha già bruciato libri, e persone in carne e ossa, e anche persone in effige quando non riusciva ad acchiapparle, dovrebbe avere i “carboni bagnati” su questo argomento. Forse invece di guardare al fuoco bisogna guardare al fumo: la Chiesa e i poteri connessi stanno spingendo per allestire un teatrino che vede uno scontro laici-cattolici. Oltre all’ovvio fine di creditare e intimidire per estendere quanto più possibile il dominio e il controllo clericale anche sull’università, può essercene un altro, più sottile ma non secondario: definire il dibattito sulla libertà di ricerca come limitato allo storico contrasto tra laici e clero, escludendo fattori più recenti e più importanti, ma che a nessuno dei contendenti conviene presentare, a partire dagli interessi economici.
Non siamo più nel Seicento di Galilei, ma nell’era della big science quotata in Borsa. Oggi all’oscurantismo della Chiesa si affianca quello della ricerca commercializzata. Lo scientismo è una seconda chiesa, che al di fuori della provincia italiana ha un potere comparabile a quello della chiesa di Roma; una chiesa col suo clero, i suoi bigotti, i suoi miracoli, le sue necessità di censura. In alcuni campi della ricerca, dove è stretto il legame col profitto, si è ormai affermata una “neoalchimia”: una forma moderna di mescolanza tra sperimentazione empirica e superstizione magica. La scuola di fisica della Sapienza è un serio centro di scienza. Mentre, è noto a molti, la scienza delle multinazionali farmaceutiche, che domina l’intera biomedicina, il settore della ricerca più ampio e politicamente più sensibile, è pesantemente inquinata dagli interessi commerciali e finanziari, tanto che può divenire fraudolenta. Il prestigio che la scienza ha ottenuto con successi medici reali sta venendo speso per operazioni speculative. E’ interessante osservare che con questo particolare tipo di scienza, con la chiesa scientista, il Vaticano ha buoni rapporti. Fanno affari insieme, anche se durante il giorno mostrano di litigare. Lo scopo del revival dell’ingerenza del clero sugli studi accademici, con numerosi aspetti grotteschi e gratuiti come questo delle lauree bruciate, potrebbe essere anche quello di falsare i termini della questione, sostituendo un anacronistico e semplicistico scontro di sapore ottocentesco alla contrapposizione maggiormente rilevante, che oggi è quella tra la scienza per fare soldi e la scienza disinteressata.
In questo modo, le buone ragioni della difesa dell’autentica libertà della ricerca aiuteranno il cattivo obiettivo della difesa della ricerca commerciale e manipolata. La Chiesa ha forti interessi nel business della biomedicina. Mentre ha poco da temere, e tanta pubblicità da ricavare, dalle recriminazioni del gracile laicismo italico. Anche perché, non va dimenticato, coi suoi protetti di CL e Opus Dei è già insediata in maniera inespugnabile nell’università. Invece, una difesa della laicità della scienza ingenuamente incentrata sulle ingerenze clericali lascerà deserto il dibattito di massa sul fronte più attuale e importante: i conflitti di interesse commerciale che corrompono la ricerca. L’intento di costruire un pluralismo bipolare, nel quale le due uniche posizioni legittime sono da un lato quelle dei cattolici e dall’altro quelle di chi considera l’attività scientifica come un valore in sé, per definizione giusto e positivo, può spiegare perché il fuoco della polemica è stato fatto avvampare, anche con interventi contrari ai doveri istituzionali, da Napolitano, Prodi, Mussi, Turco e dagli altri professionisti della politica di quasi tutti gli schieramenti. La lobby per la ricerca come fattore di profitto è trasversale e interessa le più alte cariche.
Il fatto che il clero nutra tradizionalmente sospetto e ostilità verso la scienza non implica che al contrario sia buono tutto ciò che “la scienza” – in realtà la tecnologia avanzata commerciale – ci vuole propinare. Ad esempio, gli sbandierati annunci all’opinione pubblica della speranza nelle staminali appaiono come un bluff laico, che ha fondamenta più solide nel marketing che in conoscenze scientifiche acquisite (Stem cell hopes distorted by arrogance and spin. Guardian, Sept 5, 2005). La Chiesa, mentre solleva obiezioni sulle staminali embrionali, partecipa all’affare con suoi centri di ricerca. A Mairano si bruciano i diplomi di laurea davanti alla casa di Dio, ma a pochi chilometri, in Brescia città, lo stesso clero gestisce, mediante le suore Ancelle della carità, un centro di ricerca sulle staminali. Bisognerebbe riflettere sulla qualità della ricerca che può provenire da laboratori controllati da un’istituzione che fa bruciare, in effige, le lauree emesse da università che non controlla pienamente; e bisognerebbe riflettere anche sulla circostanza che si tratta di una ricerca allineata a quella “laica” sulle staminali; la stessa ricerca che è difesa, spesso sulla fiducia, dalla maggioranza di coloro che difendono i 67 firmatari della lettera sul Papa alla Sapienza.
I preti tendono anche ad assumere su di loro la veste dello scienziato e quella del medico, sapendo che sono queste le figure ieratiche convincenti nella cultura contemporanea. Quando il cielo si spopola di dei, la terra si riempie di idoli, è stato detto. A ben vedere, quando degli scienziati ripetono al pubblico l’annuncio fantascientifico che possiamo attenderci la venuta di un’era dove sarà possibile ricostituire con le staminali parti di cuore e cervello, si è nel territorio della manipolazione magico-religiosa. Non c’è solo una “esagerazione”, cioè un errore quantitativo, ma un salto qualitativo nell’antiscientifico. Un ambito nel quale in fondo i cattolici si trovano più a loro agio che i laici. Come tutti, anche i “laici”, ammesso che in Italia ce ne siano, se la fanno sotto al pensiero nudo e secco della morte e della sofferenza fisica, e accettano il sollievo di un velo, costituito dalla speranza di una salvezza, magari camuffata da verità scientifica. Andrebbe accettato, come un’evidenza empirica, valida almeno sul piano pratico, che il senso religioso è un carattere costitutivo dell’uomo. Bisogna vedere con quali credenze lo si soddisfa. In effetti, per vedere all’opera il naturale istinto religioso basta guardare alla fiducia cieca nella medicina “scientifica” da parte di molti di coloro che si proclamano tranquillamente atei; e d’altra parte, con tutto questo cinico maneggiare concetti religiosi, con questo impastarli ai soldi e al potere, sono i chierici a dare un bell’esempio di superamento dell’illusione sulla divinità.
Non bisogna quindi lasciarsi impressionare dai roghi sui sagrati, o dalle grida di lesa maestà, e neppure da coloro che, difendendo giustamente la ricerca dall’attacco papale, sostengono di difendere così una scienza pura come giglio. Certo, è utile ricordare che i preti in tasca non hanno la verità; e che invece dalla tasca della tonaca possono estrarre uno Zippo.
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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia.
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Blog Appello al popolo
Commento al post di Tonguessy “Strutture di potere- Galileo e la Chiesa” del 29 dic 2011
Grazie a Tonguessy per l’ottimo articolo. E’ particolarmente interessante l’osservazione del progresso scientifico come ideologia che allontana il popolo dalla concezione medievale della vita frugale. La promessa di salvezza intramondana che allontana da quella concezione del limite che abbiamo perso, e che farebbe risaltare la Scienza nella sua vera grandezza.
Io sono tra quelli che quando sono in spiaggia sul Tirreno restano a guardare il tramonto sul mare. Uno spettacolo bello in sé, e che induce a riflessioni delle quali “Il silenzio” suonato da Nini Rosso è l’equivalente musicale. La contemplazione del sublime che la nostra stella ci offre quotidianamente è temperata dal pensiero che non è il Sole che cala dietro l’orizzonte, spandendo colori regali attorno a sé; ma siamo invece noi che insieme alle sdraio e a tutto il resto ci stiamo lentamente ribaltando all’indietro.
Anche l’antagonismo Chiesa/Scienza si è evoluto, e credo occorra fare attenzione a non identificarlo con quello dei tempi di Galilei; come invece può essere interesse dei contendenti far credere:
http://menici60d15.wordpress.com/2008/01/21/diplomi-di-laurea-bruciati-sul-sagrato-tornano-i-roghi/
Resta l’antagonismo ideologico, con la Scienza e la Fede usate come armi; un esempio è dato da come entrambe le parti strumentalizzano la discussione sul darwinismo. Confronto che a volte sbotta in toni che tradiscono l’antica vocazione:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/16/i-preambula-fidei-di-san-tommaso-e-quelli-di-de-mattei-e-carancini/
Ma il clero attualmente ha anche interesse a favorire la scienza. Interessi “pastorali”, perché, preso atto che la nuova religione secolare è oggi quella che fa più presa sulla credulità delle masse, preferisce cooptarla e sfruttarla anziché attaccarla frontalmente. (E sa, vecchia volpe, che conviene dargli corda anche perché le magagne della degenerazione affaristica della scienza ne minano la credibilità dall’interno). Diventato lo scientismo un’ideologia parareligiosa, il clero col suo know-how può insegnare ai seguaci di Prometeo come ricavarne consenso e zecchini.
Interessi politici, perché il Vaticano deve trovare un punto di convivenza e alleanza con altri poteri che non può certo contrastare, e che fanno dell’ideologia scientista il loro credo. Appoggiando la scienza, evitando di attaccarla, se non per ridicole questioni teologiche, tacendo sulle strumentalizzazioni e storture dei modi nei quali è praticata, e fornendo servizi di supporto, il clero può acquisire meriti presso poteri che non lo amano.
Interessi economici, perché la “scienza” è in pratica la tecnologia commerciale, e il clero è tra le forze che investono molto denaro e ricavano molto denaro da essa; v. il caso San Raffaele, scoperchiato, nei suoi aspetti finanziari ma non in quelli “scientifici”, nell’anno del passaggio di governo da Berlusconi a Monti.
Così le occasionali rumorose baruffe e le frequenti gomitate non devono fare perdere di vista che tra le due chiese, che se potessero adotterebbero gli argomenti degli inquisitori da un lato e dei lanzi dall’altro, i rapporti sono articolati; come quelli dei famosi imprenditori di Pisa, che litigavano di giorno ma cooperavano di notte:
http://menici60d15.wordpress.com/2011/04/12/i-futures-di-santa-lucia/
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@Lorenzo. Grazie per questo esempio di teologia scientista.
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19 gennaio 2008
Forum www.marcotravaglio.it
Post del 19 gen 2008
sito chiuso
Lo scritto che segue era stato postato su “Altravicenza” il 19 dicembre 2007. Essendoci difficoltà nel forum registrato dei No Dal Molin (spam, azzeramenti, pop-up sul link), cerco asilo qui, negli stessi giorni in cui rimbombano le grida per la censura antidemocratica che il Papa sta subendo per finta, e che chi comanda in Italia applica silenziosamente per davvero. Il post sostiene che vi è un uso strumentale e ipocrita dell’opposizione alla pena di morte da parte dei politici, e considera una singolare affermazione del catechismo ufficiale della Chiesa cattolica a riguardo dell’omicidio (Catechismo della chiesa cattolica. Compendio, Libreria editrice vaticana, 2005. Introduzione di Joseph Card. Ratzinger. n. 470. Che cosa proibisce il quinto Comandamento ?).
No Dal Molin – Contro la pena di morte o contro l’omicidio ?
Inviato: Mer dic 19, 2007 5:08 pm
C’è contraddizione tra il sì alle guerre degli USA, il sì alle loro basi militari, e la richiesta di moratoria della pena di morte? C’è contraddizione tra l’andare a bombardare civili nella regione europea della Bosnia, mentre l’ONU sta a guardare, e l’esortare i paesi del mondo ad abolire la pena di morte nei loro ordinamenti? Qual è il fattore comune che sottende le due posizioni? L’arte del possibile, che è l’essenza della politica? O il meccanismo psicologico della scissione tipico delle personalità narcisistiche, una caratteriopatia frequente tra i potenti ? Ci sono elementi che indicano che non c’è contraddizione, ma costanza di comportamento, tra il Napolitano e il D’Alema yes men a Washington sulla base militare USA la settimana scorsa, e quelli che oggi vengono celebrati come apostoli della non violenza.
L’astensione dalla pena di morte è spesso accompagnata da vistose contraddizioni. Un grande pacifista, oltre che grande scrittore, Tolstoj, racconta (in “Hadji Murat”) della pena che lo zar doveva infliggere ad uno studente di medicina che in una crisi di nervi aveva aggredito con una penna un suo professore, producendogli ferite lievi. Per sua sfortuna lo studente era un cattolico proveniente dalla Polonia, l’equivalente, per lo zar, di uno “Stato canaglia”. Lo zar scrive che lo studente meriterebbe la pena di morte, che in Russia “grazie a Dio” non c’ è. E aggiunge che non sarà lui ad introdurla. Decreta che lo si faccia correre per 12 volte tra due file di 1000 soldati armati di verghe. Lo zar Nicola, spiega Tolstoj, sapeva che quella pena significava una morte non solo certa e dolorosa, ma anche eccessivamente crudele. “Ma gli piaceva essere implacabilmente crudele, e gli piaceva anche pensare che non c’ era pena capitale in Russia”.
Contro la pretesa di uccidere legalmente si sono esercitate forme di ipocrisia più sottili. Un libro famoso, “Sorvegliare e punire” di Foucault, descrive la strana parabola discendente del controllo tramite la forza. Nei secoli si è passati dallo “splendore dei supplizi”, che erano spettacoli pubblici, offerti come divertimenti, a forme di controllo sempre più discrete, sottili ed efficaci, fino all’attuale “biopolitica”: il controllo della persona tramite il controllo sul corpo. Pena e controllore devono diventare invisibili, affinché il potere permei la società in forme impalpabili e impersonali. Secondo Foucault, le spinte a ridurre la pena di morte per ragioni umanitarie sono quindi state accolte strumentalmente, per affinare il controllo. Cesare Beccaria, uno dei primi teorici della umanizzazione delle pene, proponeva di sostituire la pena di morte con la schiavitù perpetua, scrive Foucault. Questo non è un gran progresso, a meno che non si ritenga che vivere in ginocchio fino alla morte sia un grande progresso rispetto al morire prematuramente; ma l’evoluzione del potere nel mondo occidentale sta andando verso la razionalità illuminista del nonno di Alessandro Manzoni. Oggi in effetti nella nostra società il potere mira al controllo delle anime, coi media e gli altri strumenti di persuasione; al controllo dei corpi, al controllo economico e tecnologico, etc. Non più attimi di terrore, ma un ergastolo senza sbarre. E ci sono molti modi incruenti di sopprimere gli indesiderati.
Il potere non sta diventando “piu’ buono”, ma solo piu’ accorto nel dosare la violenza. La sua contrarietà alla pena di morte non solo è strumentale; è anche parziale. No al boia, ma sì agli stermini della guerra, che creano un numero di vittime maggiore di molti ordini di grandezza a quello delle esecuzioni. Le azioni formalmente legali che, sulla base di qualche ridicola scusa pseudogiuridica com’è avvenuto in Iraq, partiranno da Vicenza e daranno la morte senza processo a moltitudini di civili, non toccano le corde umanitarie dei nostri politici. Primi della classe nel seguire Bush nelle sue guerre, e primi della classe nell’indicare agli altri la via dei diritti umani. Con la differenza che le bombe di Bush sono concrete e vengono usate, mentre quella dell’ ONU è una dichiarazione di principio. Un altro ovvio squilibrio è che le condanne a morte sono forme esecrabili di punizione di responsabili di reati, mentre le uccisioni di civili sono massacri di innocenti. Le esecuzioni capitali non cesseranno, e se si ridurranno sarà a causa del processo storico descritto da Foucault, di sostituzione del boia con lo schiavista di Beccaria, in ossequio alle necessità del capitalismo. Nel regno delle vetrine scintillanti, delle promesse di benessere e sicurezza, la violenza ufficializzata può allontanare alcuni clienti. Si preferisce sostituirla con forme subdole, riservando le sue forme classiche e orripilanti a paesi lontani. E’ probabile che la tendenza ideologica descritta da Foucault si estenderà ulteriormente con l’avanzare della globalizzazione. Forse riguarderà anche la terra dove la violenza è una specialità locale quanto la torta di mele. Anche senza l’impegno gandhiano di D’Alema e compagni.
I nostri politici concorrono nell’innalzare materialmente strumenti di morte come la nuova base USA a Vicenza, e, sul piano ideologico, nell’ottimizzare la violenza del potere adattandola a tempi e situazioni. La discordanza è dunque più apparente che reale. Gli stessi politici interpretano simultaneamente il ruolo di Creonte e quello di Antigone. Rappresentare personaggi moralmente opposti nello stesso film era una delle bravure di Totò: Il monaco di Monza, Totò diabolicus, eccetera. In entrambi i casi, i politici furbescamente si allineano, e corrono in soccorso al vincitore. Sia come sostenitori dei cannoni al posto dei fiori a Vicenza, sia come promotori del processo secolare di dematerializzazione della violenza del potere nel mondo occidentale. Mentre la prima posizione appare negativa, con la seconda fanno bella figura. Un’ottima occasione di rifacimento dell’immagine per chi come l’ONU ha diversi peccati di omissione da fare dimenticare, o per chi in Italia, inanellando vergogne su vergogne, ha un urgente bisogno di “dire qualcosa di sinistra”. In questo senso è vero che i politici italiani, con la loro iniziativa sulla pena di morte, stanno dando al mondo una lezione. Una lezione di paraculaggine buonista. Coi punti guadagnati chiedendo di risparmiare la vita a qualche scellerato, a qualche poveraccio, a qualcuno come noi, potranno lavorare in santa pace su grande scala. E anche noi ci sentiamo tutti più buoni, partecipi di quella che sta venendo celebrata come una grande vittoria, ed esentati pertanto da ulteriori sforzi verso la non violenza.
Allontanandoci dai fasti dei nostri politici, esaminiamo il cuore del problema: la differenza tra la contrarietà alla pena di morte e la contrarietà alla violenza dello Stato è radicale. La prima posizione è arbitraria, e fortemente indebolita e distorta, essendo ritagliata attorno ad un’opportunità politica, attorno alle attuali tecniche di potere. La seconda è la naturale conseguenza dell’opposizione all’omicidio tout court, a tutte le forme di offesa al corpo, unita alla concezione dello Stato come strumento di civiltà. Include ovviamente le esecuzioni capitali, ma anche altre forme di omicidio e violenza da parte dello Stato e del potere in generale; e prevede che ogni sua limitazione o eccezione, come la legittima difesa, debba essere ampiamente giustificata prima di poter essere accettata. Invece si tende a credere che l’opposizione a quella singolare forma di assassinio che sono le esecuzioni capitali equivalga alla lotta alla violenza legalizzata. Lo spettro della violenza del potere è molto più ampio, e può paradossalmente trarre efficacia dal restringersi con la cessazione delle esecuzioni capitali per assumere forme coperte o che non sono percepite nella loro gravità. Se si ferma il boia e si fanno partire i bombardamenti di civili, si tratta l’umanità come lo zar trattò lo studente polacco. Paradossalmente, con la loro ipocrisia i nostri politici offrono un argomento forte, di tipo empirico, contro la pena di morte: al di là degli argomenti teorici, come può essere etica la condanna a morte di un essere umano quando nella pratica l’apparato che l’emette ha le mani macchiate di sangue innocente ?
Sentiamo una voce autorevole: il Quinto comandamento. Non uccidere. La civiltà in due parole. Il miglior articolo di legge mai scritto. L’attuale catechismo della Chiesa cattolica precisa però che il comandamento riguarda “l’omicidio diretto e volontario”. Quindi lo zar, Napolitano e D’Alema hanno un appiglio, se per ipotesi fossero accusati di non aver rispettato il Quinto comandamento. Allo stesso modo possono ritenersi innocenti rispetto al Quinto comandamento, appellandosi al catechismo ufficiale, i responsabili delle morti sul lavoro dovute alla precedenza data al profitto rispetto alla sicurezza; dei morti per inquinamento o per adulterazioni alimentari legati al profitto; dei morti per le distorsioni commerciali della medicina; i responsabili delle azioni ed omissioni che rendono possibili le guerre di conquista. Nel complesso mondo odierno, le responsabilità sono spesso indirette, distribuite e sfumate. Eliminando solo la pena di morte si toglie solo lo splendore dei supplizi, ma si continua a suppliziare senza essere visti. Il Comandamento delle Tavole dice “Non uccidere”. I distinguo come questi sono le aggiunte a penna di chi ha interesse ad affievolire ed eludere la legge che sta sopra di noi.
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La prima liberta’ e’ la liberta’ dalla bugia.
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28 luglio 2007
Blog www.federicoaldrovandi
rimosso dal webmaster
Caro Giorgio 12:15AM,Grazie per la stima, ma non ho nessuna competenza giuridica. So però come funziona, e dalla trasmissione non mi aspettavo nulla di diverso. C’è stato un prologo sui giovani sbandati e sui genitori che non li sanno educare. Mirabella ha introdotto il caso di Federico citando, senza apparente motivo, i “figli di papà”. Quindi, mentre i genitori ribadivano la loro piena fiducia nelle istituzioni, Giovanardi, importante figura istituzionale, ha detto che i processi non si fanno in TV, e infatti davanti a chissà quanti telespettatori ha incollato sulla vittima l’etichetta “eroinomane”. Infine Mirabella ha commentato su Bolzaneto che i giovani “sono passati dalla parte del torto” insultando i poliziotti. Ha sorvolato sul dettaglio che se Tizio insulta un poliziotto sarebbe giusto fermare regolarmente Tizio, non spaccare la faccia a Caio andando a prenderlo mentre dorme. La trasmissione ha segnato un regresso, favorendo presso l’opinione pubblica un alleggerimento delle responsabilità degli imputati a spese della figura della vittima, e confermando negli spettatori concezioni illiberali sui poteri della polizia. Devo dire che in una cosa mi sono trovato d’accordo con Giovanardi: la critica dell’intitolazione a Giuliani di un’aula in Parlamento. Credo che anche queste esaltazioni ingiustificate della vittima in realtà non facciano che giustificare il sistema e farlo andare avanti, mentre si evita di mettere mano a provvedimenti seri. Ritengo altrettanto aberrante e controproducente dare un seggio parlamentare a qualcuno in quanto familiare di una vittima.
Riguardo al tuo post di giovedì 26 lug 3:46 PM in “17 lug 2007: 20 anni”: ho sempre accluso il mio indirizzo email quando ho inviato un commento. Autorizzo te, o qualsiasi altro, ad ottenerlo dai genitori di Federico e scrivermi, volendo valutare, come dici, “la serietà o meno di intenti”. A proposito di favorire i documenti, non sarebbe utile chiedere che i poliziotti portino un codice identificativo, come fanno in Germania ?. Avrebbe anche un effetto di deterrenza psicologica, del quale alla fine beneficerebbero anche quegli agenti che non hanno da temere di dover essere chiamati a rispondere. Se ti occorrono altri riferimenti su di me, potrei darti la targa della macchina dei poliziotti con i quali poco tempo fa ho avuto un incontro ravvicinato, la sera dello stesso giorno di un’amabile seduta in Questura, dove ero stato convocato. Maggiori informazioni su di me le potrai ottenere lì, dove pure apprezzano quanto scrivo. (Non che abbia fatto altro che scrivere, né che mi siano mai state rivolte contestazioni formali). Peccato che quanto scrivo non sempre viene visto con tanta benevolenza. Mi capita spesso di vederlo scomparire; come in questo caso, dove però per fortuna ci sei stato tu che hai commentato anche ciò che non era possibile leggere. Sono confuso dai tuoi ripetuti complimenti, ma non è che la mia sia pura teoria, o che mi occupi degli abusi delle “istituzioni”- per esempio le tecniche di disinformazione, come quella che si è vista a “Cominciamo bene” – per partito preso. Anch’io come tanti posso vantare integerrime figure di poliziotti nell’albero genealogico, e le mie idee politiche, repubblicane, forse hanno proprio il torto di assegnare eccessivo credito allo Stato e alle sue amministrazioni. Né tanto meno ho voglia di “fare salotto”: il silenzio, che spesso, con sistemi diversi, mi viene imposto, è anche il mio desiderio, perché lenisce il mio disgusto.
Che cosa si prova quando una pattuglia de “le istituzioni” – io le chiamo “gli apparati”, avendo capito che chi riveste cariche pubbliche il titolo “istituzioni” se lo deve meritare – assume comportamenti gratuitamente scorretti lo so per lunga diretta esperienza. In questo senso, mentre parrebbe che sia separato dallo spirito del blog che mi inviti a rileggere, sono vicino a Federico, che non ho mai conosciuto; così come sono vicino a chiunque abbia subito e subirà cattive attenzioni da parte delle forze di polizia. Si è adombrata la possibilità, non so quanto fondata, che ci fosse un interesse mirato verso Federico, a favore di soggetti privati. Ciò che posso fare è testimoniare – se qualcuno volesse ascoltarmi – che un tale abuso non è così eccezionale, ma appare essere una prassi di potere, consolidata e protetta. Che di tanto in tanto finisce male.
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11 giugno 2007
www. annozero.rai.it
non reperibile
“Il 15 maggio 2003 (tre mesi dopo il rapimento) gli americani comunicano agli 007 italiani che «Abu Omar si troverebbe al Cairo interrogato dai Servizi egiziani ». Sei giorni dopo affermano che «è agli arresti in Egitto interrogato in località segreta». Nonostante questo Pollari ha sempre ripetuto che «il Sismi non ha alcuna notizia circa la scomparsa di Abu Omar». Tra le carte c’è anche una lettera con la quale Pio Pompa invita Don Verzè a intervenire affinché «l’amico N» ottenga la nomina «dopodiché noi Raffelliani saremo in grado di gestire con una rete riservata, progetti di interesse per il San Raffaele». Secondo alcune interpretazioni «l’amico N» sarebbe lo stesso Pollari, all’epoca vicedirettore del Cesis. Con una nota il San Raffaele ha dichiarato di essere “estraneo a ogni trama, intrighi e affari oscuri”. (Corriere della Sera 18 nov 2006). “Alle 3 del pomeriggio Pollari e’ gia’ in Procura e mette a verbale: ‘L’interrogazione mi fu data da tale Pio Pompa (…), attualmente consulente del Sismi, la cui collaborazione e’ classificata segreta. Pompa mi era stato presentato nella tarda primavera o nell’estate del 2001 da don Luigi Verzè, con cui Pompa collaborava e con cui forse collabora”.” (Espresso 17 nov 2006).
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16 maggio 2007
Forum www. altravicenza.it
Post del 16 mag 2007
cancellato con l’azzeramento del forum
Per fortuna noi Italiani siamo vaccinati contro la retorica nazionalista; sembra però che cadiamo nell’eccesso opposto. Nella lista dei siti amici di AltraVicenza.it, è davvero amico il sito – leccato come se fosse stato disegnato da professionisti – “nodoaltricolore” che spiega dettagliatamente come protestare facendo un nodo alla bandiera italiana? Se, grazie ad una massa di rivenduti, viene lesa la nostra sovranità nazionale, volgere la protesta proprio sul simbolo che la rappresenta è un buon consiglio? “Right or wrong is my country” dicono gli anglosassoni. Noi invece sembriamo ansiosi di tornare a dissolverci in “un volgo disperso che nome non ha”. Sfigurare la propria bandiera perché si sta subendo un torto che favorisce una bandiera altrui ricorda quel marito che si evirò per fare un dispetto alla moglie. Questo gesto autolesionistico e vacuo dell’annodare la bandiera non rientra tra le forme di protesta simbolica creative e originali; e nemmeno tra quelle radicali e impegnative, come la restituzione del documento elettorale, un segnale che invece avrebbe una sua concretezza e colpirebbe i responsabili, mostrando il loro distacco dal popolo che li legittima, e il distacco dai loro doveri. E poi, che fare nelle uniche occasioni nelle quali c’è un tripudio di tricolori, le partite di calcio: sciogliere il nodo o lasciarlo? In entrambi i casi sarebbe ridicolo.
La bandiera nazionale del resto da noi è già fin troppo maltrattata. I campanilismi e la fondata diffidenza popolare verso il governo centrale si sono incontrati con gli interessi della classe dirigente. Per la Chiesa il tricolore rappresenta un potere che storicamente l’ha spodestata dal dominio temporale, e che ora deve restare subalterno. A sinistra fino a ieri la bandiera rossa era sovrapposta a quella italiana nel simbolo del maggior partito. Dicono di amare la bandiera i fascisti, e le forze di polizia dello Stato; che, da Portella della Ginestra a Calipari, hanno mostrato di onorare contemporaneamente due diverse bandiere nazionali, l’altra essendo quella USA: il che è peggio che non onorarne nessuna, soprattutto per degli uomini d’arme.
La recente proposta dell’austera intellighenzia di Sinistra di rivolgerci, a nostra scelta, ad un senatore della Louisiana o ad un deputato dell’Alaska per scongiurare la base militare a Vicenza può indurre alcuni a ritenere che a questo punto forse la cosa migliore è premere per farci annettere agli Stati Uniti a pieno titolo, piuttosto che restare colonia; in questo caso diverremmo “la cinquantunesima stella”. Come città statunitense a tutti gli effetti, a Vicenza verrebbe risparmiata la base, anche se solo per motivi urbanistici. Oppure c’è la secessione, e anche in questo caso niente base: gli americani non oserebbero posare un mattone in una città dove sventola feroce il leone di San Marco. Se non si riesce a tirare questo bidone agli USA, se non si crede davvero che le autonomie di cartapesta dei vari leghismi e localismi ci salveranno dai dinosauri della globalizzazione, e se si pensa di non voler proseguire sulla linea della ruffianeria che ha finora regolato i rapporti con gli USA, allora occorre recuperare il tricolore, e portalo integro alle manifestazioni; non come simbolo di patriottismo o grandeur, di partiti vecchi o nuovi o altri movimenti di parte, del governo o degli interessi delle forze armate, ma come simbolo di una nazione, cioè una grande comunità, pacifica e solidale con le altre ma definita e cara a sé stessa.
Rispettare il tricolore non è questione di vilipendio, ma di preservare l’identità nazionale quando andrebbe irrobustita e messa a frutto. In un’Italia libera, gli uffici preposti alla sicurezza farebbero luce sulle finalità di questa singolare insistenza a esporre una bandiera che sembra come deturpata da una cicatrice; ma nell’Italia reale è il tricolore, come la Costituzione, che fa parte della “normalità eversiva”. Credo che la Digos temerebbe più una marea di tricolori che i soliti quattro gatti che inneggiano alle nuove BR. Il dimostrante chic non porta la bandiera verde bianca e rossa, o come minimo la modifica o l’abbina a qualche altra bandiera. Alle colorate manifestazioni come quella del 17 febbraio scorso – dove c’erano Italiani da tutta Italia – osano portarla, senza alterazioni o connotazioni aggiuntive, solo pochi, che di conseguenza possono apparire come persone semplici o eccentriche. Credo che dovremmo riappacificarci col tricolore italiano, riappropriarcene, ed esibirlo in massa senza complessi. Si potrebbe addirittura pensare di fare della nostra bandiera la nostra bandiera.
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13 maggio 2007
Forum www.altravicenza.it
Post del 13 mag 2007
cancellato con l’azzeramento del forum
“Quando il doge di Venezia presentava al popolo il nuovo Magistrato delle Acque, cioè colui che doveva sovrintendere alla costruzione e alla conservazione delle opere idrauliche necessarie alla vita di una città come Venezia, “in aquis fundata”, pronunciava la formula: “Pesélo, paghélo, impichélo”. Cioè, valutatelo e se va bene stipendiatelo, ma se mancherà al suo ufficio, impiccatelo.
Ecco perché, venuta meno qualche buona norma, Venezia sta andando in rovina.”
(Piero Chiara, 1971)
La Repubblica veneta, formalmente democratica ma retta da un’oligarchia, aveva chiara l’importanza del controllo popolare: il potere stesso esortava i cittadini ad esercitare questo diritto-dovere senza mezze misure. Trasponendo l’antica espressione ai nostri giorni, si può dire che i cittadini hanno l’obbligo di valutare bene la qualità dei loro governanti; ai quali devono pagare il tributo di rispetto e obbedienza, se sono all’altezza dei loro incarichi. Ma se i governanti tradiscono la fiducia su temi gravi, basilari per la sicurezza e il benessere, i cittadini devono eliminarli nella maniera più netta ed energica dal ruolo di governo, certo non con mezzi cruenti, ma con il ripudio morale e non votandoli. In una vera democrazia, essere elettore è già un incarico importante: comporta l’ufficio di pesare le magistrature elettive, accettarle, o destituirle del consenso. La democrazia, forma di governo innaturale e sofisticata, non è un “volemose bene” o la libertà di mugugnare per essere stati fatti fessi dopo che si è votato. La diffidenza e’ un mezzo di difesa della democrazia che accomuna tutte le persone sensate, ha scritto Demostene, un politico che amò profondamente la democrazia e difese strenuamente la libertà della sua città.
Prima della decadenza, Venezia riuscì a mantenersi sovrana nei secoli tra stati molto più grandi (non sovrana rispetto agli zingari, come piace ai duri di paese del “padroni a casa nostra”; che servono gli interessi della globalizzazione, ai quali occorre un’Italia ancora più divisa e debole). Vi riuscì anche grazie ad un assetto istituzionale provvisto di meccanismi solidi ed efficienti di controllo e bilanciamento; l’antica Repubblica veneta e’ stata considerata un modello dagli USA, che disprezzano la nostra attuale condizione. Sotto i dogi i cittadini minacciavano gli amministratori di impiccagione, cioè di lussazione delle vertebre cervicali, se non avessero tenuto in piedi la città. Sotto i Prodi e gli Hullweck sono i cittadini che vengono scansati dalla loro città come ometti senza spina dorsale per fare posto ad un esercito straniero. Vicissitudini storiche della colonna vertebrale in Veneto.
Forse è ora di tornare all’antico. “Impichélo” è la parola giusta, non perché si debba torcere un capello ad alcuno, ma perché si deve dare uno strattone, si deve compiere una scelta brusca, netta e senza complimenti contro quelle persone e quei gruppi che si siano dimostrati incapaci o corrotti; superando la riverenza naturale per l’autorità, e quella indotta dall’ideologia. Ci vogliono chierichetti dei loro riti, oppure ribelli ciechi e violenti, ma non cittadini responsabili che controllano chi li controlla; riprendiamo invece questo ruolo. Uno strattone interiore, riconoscendo che non si perde nulla ma si guadagna, per lo meno in dignità; rifiutando di farci imbrogliare, di onorare appartenenze ormai svuotate, di seguire le voci suadenti che fanno vibrare come nuovi i nostri sentimenti e speranze di libertà, giustizia, pace che poi calpesteranno. Non riusciremo ad affrontare le falsità della politica se prima non “giustizieremo” le nostre contraddizioni interne. Sono le nostre stesse contraddizioni che dobbiamo impiccare. Lotte come questa contro la base militare, che portano a dover verificare le proprie forze e le proprie debolezze, possono fare crescere.
Con il nuovo insediamento USA, anche Vicenza avrà la sua acqua alta. Un’acqua alta perenne. La seconda caserma menoma la città, e contribuisce al declino dell’intera nazione. Tutti gli Italiani dovranno pagare in denaro e in degrado, sociale, ambientale e urbanistico, per una base che frutterà a noi e alle generazioni che ci seguiranno come minimo la maledizione di lontane popolazioni civili quando, non avendoci fatto nulla, subiranno operazioni di macelleria partite da qui. Questo di Vicenza è un momento della verità che permette di pesare la qualità dei nostri governanti, di valutare quanto curano le fondamenta della città e quanto invece i loro interessi.
Quanto pesano i politici del liberismo, che cavalcano l’idea furba che contano solo i soldi, e che i valori non sono una protezione, ma una zavorra che può essere proficuamente sostituita da una nuvola di chiacchiere, moine e pagliacciate. Per loro la libertà è la libertà di fregare il prossimo, inclusi i propri elettori. Quanto pesano i clericali, emissari di un potere che per secoli si è accordato con potenze straniere per il controllo dell’Italia, e ha ripreso a farlo con gli USA dopo la II Guerra mondiale. Non sorprende che dai pulpiti più alti i preti, mentre scandalizzano lanciando sassi sull’adultera, per unioni civili e aborto (accomunati rispettivamente a pedofilia e terrorismo), lanciano anche silenzi che sono pietre, ma passano inosservati, sullo sbancamento di Vicenza e la conseguente orgia oscena di violenza della guerra di aggressione. Quanto pesano i politici del centrosinistra, che ci impartiscono sia lezioni di buonismo sul dovere di stringerci per coabitare con genti di lingua ed etnia estranee, chiamando razzismo la fisiologica reazione di rigetto culturale; sia lezioni di alta politica sul dovere di stringerci per dare spazio alle basi con le quali massacrare nella loro terra popolazioni extracomunitarie che vanno tenute sotto un tallone di ferro. Quanto pesano questi bramini del centrosinistra, una casta che disprezza come nessun’ altra il popolo che amministra con consumato mestiere per conto dei poteri forti ai quali si è consegnata. Quando pesano i politici con l’etichetta “sinistra radicale”, che parlano come Don Chisciotte e agiscono come Sancho Panza, specializzati nell’ammansire l’indignazione popolare e riportarla all’ovile simulando un’opposizione.
Se, nel ristretto spettro parlamentare, nessun gruppo raggiunge il peso minimo, abbiamo il diritto democratico di non votare nessuno. Dobbiamo chiederci se non ne abbiamo anche il dovere. Il dovere di porre un limite all’appropriazione delle istituzioni, invece di continuare ad assecondarla. Le istituzioni democratiche vanno difese anche dagli abusi di chi le occupa. Le elezioni non sono una bancarella di beneficenza a favore di bambini poveri, dove comunque qualcosa dobbiamo comprare, anche se tutta la merce è avariata. Non votando, esercitiamo al meglio il nostro dovere di elettori: chiedendo che le figure che ci rappresentano non scendano sotto la soglia della decenza; il contrario di questi politici che, eletti da noi, votano in blocco come rappresentanti di interessi terzi.
Non votando esercitiamo inoltre il diritto naturale, e il dovere naturale, a tutela di noi stessi e delle nostre famiglie, di togliere la fiducia a chi ci ha già ingannato. Votandoli, partecipiamo ad una truffa pseudodemocratica a nostro danno, nella quale accettiamo di considerare nostra espressione personaggi scelti dall’alto che gestiranno docilmente politiche scelte dall’alto. “Not in my name” è sia una dichiarazione di riaffermazione dei principi democratici sia una forma pratica di autodifesa dalla frode politica. Proseguendo la metafora del capestro, quando la democrazia diviene una farsa, andando alle urne il cittadino rischia di fare come quei due personaggi dell’Amleto, Rosencrantz e Guildenstern, che andarono dal re d’Inghilterra per consegnargli una lettera, non sapendo che la lettera conteneva l’istruzione di impiccarli. I due finirono sulla forca in questo modo, essendo agenti della loro fine; autori contemporanei hanno ripreso la loro storia come simbolo della condizione dell’uomo moderno. Il mondo sta divenendo un luogo sempre più duro, retto solo dalla legge del profitto, dove purtroppo la politica non ha che un ruolo accessorio: se non diamo un giro di vite, e continuiamo a legittimare uno stuolo di imboscati e i banditi che li capeggiano, potremmo amaramente pentircene. I tempi delle vacche grasse sono finiti anche in questo campo, ma rischiamo di accorgercene quando sarà troppo tardi. Avremmo bisogno di selezionare una classe dirigente di qualità, non di alimentare un ceto parassitario. Farsi sentire sul serio non e’ un’alzata di testa, ma una misura di prudenza.
D’altra parte, anche i politici ci pesano. Vedono che, in genere, ci possono intortare facilmente con quattro favolette vecchie o nuove; che sul piano politico non sappiamo curare i nostri interessi materiali, né difendere la nostra dignità, infatti continuiamo a votarli; sanno che se anche ci accorgiamo di essere stati malamente raggirati basta farci sfogare un poco, darci ragione a parole, confondere le carte, presentare qualche “faccia pulita”, farci “conquistare” un contentino, promettere che non accadrà più, spaventarci facendoci credere che se non votiamo la terra si aprirà sotto i nostri piedi, e poi continueremo timorosi a eleggerli nostri rappresentanti. Mentre ballano all’unisono la stessa musica tenendosi a braccetto come le ballerine del Can-can, accusano noi di volgare qualunquismo se non li applaudiamo. Chiamano invece serio e impegnato chi dà loro il voto che dà l’accesso a privilegi, prebende e affari. Sanno che il prendere atto, senza filtri ideologici di alcun colore, della loro posizione compradora, cioè di mediazione dello sfruttamento della nazione da parte di poteri esteri, sarebbe per noi un risveglio troppo brusco e sgradevole dalle nostre illusioni. Sanno che l’attuale popolo italiano ha diverse virtù, ma non quella del coraggio civico. Lamentarsi a parole, scendere in gruppo in piazza quando suona l’adunata, non e’ difficile: ma manca la mentalità per dire individualmente “basta” con l’unica leva politica formale a portata del cittadino.
La questione della base prova che abbiamo governanti centrali e locali che non ci rappresentano e non ci guidano in maniera fidata. Siamo colpevoli di avere permesso una tale degenerazione della qualità dei politici: abbiamo sciupato il non trascurabile potere di fare insediare i migliori votando partiti che hanno fatto del Parlamento un luogo con una concentrazione di pregiudicati, di condannati con sentenza definitiva, più alta di quella di qualunque area del Paese. Ma forse non meritiamo magistrature elettive tanto scadenti. Difendiamo in maniera semplice e risoluta i nostri interessi vitali, non come improvvisati rivoluzionari, ma nello spirito dei saggi borghesi della Repubblica Veneta. Non legittimiamo i partiti che ci vendono. Escludiamo a priori e senza eccezioni tutti i partiti, che, unanimi, hanno permesso questo sconcio; inclusi i “rami dissidenti”, i tentacoli buoni, allestiti per riacchiappare voti. Non seguiamo la corrente in scelte fintamente progressiste decise a tavolino da gruppi di potere, ma riconosciamo e recuperiamo la nostra umile individualità. Facciamo parlare i certificati elettorali con la nostra voce, invece di buttarli nella fornace dei seggi: restituendoli allo Stato – al Quirinale o alla Prefettura – e votando così No ai partiti che ritengono di potersi vendere pezzi di città. Non conferiamo autorità e autorevolezza (né grassi stipendi) a degli spocchiosi yes men professionisti. Non perdiamoci in sofisticherie. Questo e’ un caso dove e’ equilibrato applicare la rozza legge del taglione: scheda per scheda.
Vediamo se in questa grave circostanza riusciamo a ripristinare una verità elementare: noi vogliamo eleggere persone che ci rappresentino degnamente, sia pure senza specifico mandato; mentre non vogliamo eleggere rappresentanti della controparte, e neppure mediatori. Vediamo se, oltre a porre un segnale di divieto sul jet militare nel logo del “No Dal Molin”, stampiamo lo stesso segnale sui tarallucci e vino. Se non vogliamo la base, ma non abbiamo la modesta forza necessaria a rispondere per le rime ai politici che ci tradiscono in questa maniera infame; se portiamo noi stessi al seggio la scheda elettorale che ci condanna, invece di rispedirla alle istituzioni; se magari votiamo scheda bianca o nulla, nell’illusione ridicola che tale scelta verrà rispettata; se mettiamo noi la testa nel laccio il giorno delle elezioni; se legittimiamo come governanti chi ci delegittima come cittadini e come persone libere, allora meritiamo di essere venduti, e non potremo lamentarci.
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2 marzo 2007
Forum www.altravicenza.it
Post del 2 mar 2007
cancellato con l’azzeramento del forum
C’è chi si lamenta degli interventi della CEI, e del Vaticano, nel dibattito politico italiano, ma sulla base USA a Vicenza la curia romana non interloquisce; come se la normativa sulle convivenze, caduta a fagiolo, l’assorbisse completamente. I vescovi italiani sono estremamente defilati su una questione di guerra e pace che ha mosso le coscienze di milioni di Italiani.
Cesare esige un nuovo tributo; noi glielo neghiamo contestandolo come iniquo ed empio; l’alta corte del cristianesimo, che sostiene di avere l’obbligo e il diritto di esercitare il magistero morale, fino a emettere direttive vincolanti per i parlamentari cattolici, se ne lava le mani. In questo caso applica la “sana laicità”, e resta, ufficialmente, neutrale. Quando è costretta a dire “qualcosa di cattolico”, come nel caso della diocesi di Vicenza dopo la manifestazione del 17 febbraio, adotta tortuose formule diplomatiche; un “né sì né no” che nei fatti è un “via libera”. Se non ci fossero a salvarle la faccia quei gruppi e singoli che, rappresentando versioni illuminate del cattolicesimo, si sono schierati per il no, alla gerarchia sarebbe difficile non apparire collusa con gli Stati Uniti; soprattutto agli occhi di chi legga le raggelanti rivelazioni degli storici sui rapporti tra Vaticano e militari USA nell’Italia del dopoguerra.
I vescovi potevano ammettere apertis verbis di essere a favore della base. Oppure, pensiamo a come sarebbero cambiati radicalmente i termini della questione se i vescovi italiani ci avessero dato un aiuto, invece di esigere come al solito qualcosa, e si fossero pronunciati, collegialmente, contro la base; se mentre si accaloravano sui timbri e bolli coi quali regolamentare gli affetti e la sessualità avessero speso una parola evangelica contro l’enorme strumento di morte che si vuole posare su Vicenza. Sostengono di essere portatori di una verità superiore, ma questo silenzio non è ieratico. In USA c’è un detto: “il silenzio mentre sta avvenendo qualcosa di importante è una bugia”.
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